Ufficio
17/12/2018

Solo le donne fanno i regali di Natale ai colleghi e solo il 22% dei lavoratori pensa a un regalo di Natale per i colleghi: lo dice una indagine di una nota piattaforma di recruiting che svela tanti aspetti curiosi del Natale in ufficio.
I regali di Natale ai colleghi
Intanto, come detto, praticamente solo 1 lavoratore su 5 pensa di donare qualcosa ai vicini di scrivania, e per lo più si tratta di donne: gli uomini che non fanno regali ai colleghi sono ben l’80%, a fronte del 62% di donne. Poi c’è la natura del regalo: per il 36% si tratta di pensierini, piccoli oggetti di basso costo che però, almeno nel caso delle donne, rispecchiano la personalità di chi li riceve (54%). Insomma, poca spesa ma grande attenzione. Per gli uomini gettonati sono i prodotti gastronomici mentre per le donne soprattutto gadget e oggetti da scrivania. Ciò che nessuno invece vorrebbe ricevere sono i regali troppo costosi o troppo personali.

Quando si scambiano i regali di Natale in ufficio? Per il 61% dei casi l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze natalizia, per lo più scambiandosi gli auguri di persona (40% dei casi) o durante la festa di Natale dell’ufficio (16%)

Idee
14/12/2018

Tempo fa, ti abbiamo fornito alcuni consigli su come stilare una to-do-list efficace per aumentare la produttività al lavoro. Oggi vogliamo invece proporti un secondo strumento che può aiutarti a organizzare meglio il tempo e a liberare la mente, focalizzandola al massimo sugli impegni e sulle attività lavorative da portare a compimento: il Bullet Journal. Vediamo insieme cos’è e come può aiutarti!

Che cos’è il Bullet Journal?
Il Bullet Journal è un metodo flessibile, personalizzabile e altamente efficace ideato da Ryder Carrol per organizzare la propria vita, professionale e privata. Con un’accurata e precisa metodologia, ci insegna a registrare eventi, note e attività con lo scopo di liberare la mente, portare a compimento ciò che ci eravamo prefissati e di conseguenza, diventare più produttivi. Si tratta di uno strumento in grado non solo di organizzare ciò che dobbiamo svolgere nell’arco della giornata al lavoro, ma che ci permette anche di pianificare progetti a medio-lungo termine.
Com’è strutturato un Bullet Journal?
Il Bullet Journal può essere realizzato partendo da semplici fogli di carta da organizzare in raccoglitori documenti oppure servendosi di un quaderno che non abbia già la pianificazione impostata di un’agenda. Se decidi di utilizzarlo solamente in ufficio, il formato è perfetto perché ti permetterà di disporre di tutto lo spazio necessario per la massima personalizzazione. La prima parte del Bullet Journal va riservata all’indice, ossia circa 4 pagine in cui andrai a inserire tutte le sezioni successive con relativo numero di pagina. Segue quindi la pianificazione futura, il cosiddetto future log: una sezione con 3 mesi per pagina (da suddividere quindi in 3 riquadri) riservata a tutto ciò che devi o desideri portare a termine nei prossimi mesi. Ricordati di inserire i numeri di pagina e di segnarli nell’indice. A questo punto, sei pronto per la pianificazione mensile: il monthly log. Su due pagine, scrivi in alto il nome del mese. La prima pagina sarà costituita dal calendario: in verticale, inserisci i giorni con numero e prima lettera del giorno e riserva la seconda pagina per tutte le attività che devi svolgere in quel mese. Dovranno essere sotto forma di elenco puntato, scritte a mano in modo chiaro e conciso. Il Bullet Journal si basa infatti su ciò che in gergo viene denominato Rapid Logging – ossia la registrazione veloce delle mansioni in poche parole – e su quanto emerso da diversi studi: la scrittura a mano è più incisiva per fissare nella mente l’organizzazione della giornata. Come per la pianificazione futura, inserisci i numeri di pagina anche al monthly log e aggiungilo all’indice. Quarta sezione: il daily log per l’organizzazione giornaliera, dove andrai a includere la data seguita dalle attività lavorative da svolgere in giornata. Ultima sezione: le raccolte, ossia elenchi di cose da fare, da monitorare e da ricordare oppure da riservare a progetti che richiedono diverse attività come, ad esempio, la ricerca di un nuovo lavoro. Anche qui, ricordati sempre di aggiungere il tutto all’indice.

I simboli del Bullet Journal
Le voci da inserire sono suddivisibili in tre categorie: le attività rappresentate da un pallino, gli eventi da un cerchietto e le note da una linea. Si tratta quindi di compiti da svolgere, impegni da mantenere (come riunioni o conferenze) e idee da ricordare. Se uno di questi è particolarmente importante, contrassegnalo con un asterisco ad indicarne la priorità. Ricordati di utilizzare gli asterischi con parsimonia perché se tutto diventa una priorità, niente lo è più. Il punto esclamativo viene usato invece per tutto ciò che è fonte di ispirazione, mentre il disegno di un occhio indica la necessità di ulteriori ricerche e approfondimenti.
Il Bullet Journal come nostro alleato
Al termine di ogni mese, compila la pianificazione per il mese successivo. Dai un’occhiata alle attività da eseguire in giornata o nel mese che sta per finire e apponi una crocetta su tutto ciò che hai completato. Rifletti quindi sulle attività non portate ancora a termine e decidi se siano realmente necessarie. Se non lo sono, eliminale barrando la rispettiva riga. Se invece devono essere svolte a breve, inserisci il simbolo maggiore (>) di fianco alla relativa voce, che andrai quindi a copiare nella seconda pagina di pianificazione per il mese prossimo. Per gli eventi, attività o note che invece possono aspettare qualche mese, inserisci il simbolo minore (<) e sposta la voce nel rispettivo mese. In gergo, quest’ultima operazione viene denominata migrazione: si tratta di un’importante attività di analisi delle giornate per dedicare tempo a ciò che è realmente essenziale. Lontano dall’idea di procrastinare, ci aiuta a svolgere quello che nella nostra giornata lavorativa ha una maggiore rilevanza. E questo si tradurrà in un incremento immediato della produttività!

Suggerimenti per una maggiore efficacia
I colori possono venirci in aiuto non solo per dare un tocco di personalizzazione al nostro Bullet Journal, ma anche per unire diverse voci insieme. Per esempio, se dobbiamo svolgere una presentazione, possiamo inserire questo evento in blu contrassegnandolo con un cerchietto e riportare sotto in grigio tutte le voci associate all’evento in questione: ad esempio, organizzare una riunione con il capo per l’approvazione dei punti da discutere o lettura di determinati articoli per approfondire il tema. Essendo un sistema flessibile e molto personalizzabile, consigliamo inoltre di creare sezioni ad hoc per prefiggersi obiettivi lavorativi, delineare la giornata di lavoro ideale per ottimizzarne i tempi, fissare su carta tutte le idee emerse durante una riunione o monitorare le metriche aziendali, dalle spese ai clienti prenotati. Basta iniziare con un approccio semplice per poi lasciare spazio alla creatività!

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Speriamo che questo articolo ti abbia convinto ad adottare il Bullet Journal come valido metodo per incrementare la produttività. Quali altri trucchi o strumenti hai già utilizzato? Raccontaceli sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
13/12/2018

La luce in ufficio è un argomento che riguarda tre aspetti delle giornate lavorative: quello della sicurezza, chiaramente, ma anche quello della salute dei lavoratori e quello del rendimento visivo, che ha a che fare con la produttività. In Italia infatti l’illuminazione nei luoghi di lavoro dipende dal punto di vista normativo dal Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (DM 81/2008) che a sua volta demanda gli aspetti attuativi alla normativa europea UNI-EN 12464-1 aggiornata al 2011, ed è qui che si trovano le indicazioni per disporre nel modo corretto la luce in ufficio.
Luce in ufficio: come deve essere l’illuminazione nei luoghi di lavoro
Se una volta il criterio utilizzato per l’illuminazione nei luoghi di lavoro era sostanzialmente se non esclusivamente quello della quantità di luce garantita per legge, oggi le cose sono sensibilmente cambiate e c’è sempre più attenzione al comfort degli addetti, alla qualità dell’illuminazione che influisce sulla produttività, e chiaramente alla questione della sicurezza, che però è la meno percepita da chi usa quegli ambienti.
Come disporre la luce in ufficio
Su come disporre la luce in ufficio ci sono due cose tassativamente da evitare: l’abbagliamento e la scarsa luminosità. Entrambe nascondono nella loro semplice definizione numerosi dettagli tecnici che possono fare la differenza tra un ambiente di lavoro confortevole e uno che invece affatica la vista procurando malessere a breve e lungo termine.

Il primo compito di chi progetta l’illuminazione in ufficio è calcolare nel modo corretto la quantità di luce necessaria nella cosiddetta task area, o zona di compito visivo (nel caso di un ufficio, la scrivania per esempio), quella per l’area circostante in una fascia di 50 cm, e quella nell’area di sfondo. Questo però da solo non basta perché la norma, e la capacità di chi progetta l’illuminazione in un luogo di lavoro, dicono anche che è necessaria una sufficiente quantità di luce naturale (salvo casi particolari) che si armonizzi con quella artificiale in modo tale da tutelare sicurezza, salute e benessere dei lavoratori. E qui entra in gioco l’altro aspetto, quello dell’abbagliamento.

L’abbagliamento è quando c’è troppa luce (o livelli eccessivi di luminanza, come recita la norma) all’interno del campo visivo, il che provoca problemi immediati come difficoltà di visione, e prolungati, come mal di testa o malessere. L’abbagliamento può essere di due tipi: diretto o riflesso, sul piano di lavoro oppure sullo schermo del monitor.

La presenza di un videoterminale, cioè il monitor del computer, complica ulteriormente le cose per quanto riguarda abbagliamento e riflessi, e la norma UNI 12464-2011 introduce ulteriori specifiche proprio per questo aspetto, in particolare per quanto riguarda la corretta ripartizione della luce secondo le diverse direzioni e in base agli angoli con cui arriva allo schermo del computer.

Infine bisogna tener conto della luce naturale ambientale: è sicuramente fattore di benessere psicofisico, motivo per cui nella progettazione di uno spazio di lavoro sarebbe importante prevedere ampie finestre, ma occorrono anche sistemi di schermatura e oscuramento che limitino i fenomeni di riflessione e abbagliamento, il tutto considerando che le condizioni di luce naturale ambientale durante la giornata cambiano continuamente e anche in modo sostanziale.

Idee
12/12/2018

Mettersi in proprio è un passo importante da fare nella vita professionale. Sia lasciare un posto fisso da dipendente per avviare un’attività propria che aprire una partita IVA per offrire beni e servizi significa diventare protagonisti della propria esistenza lavorativa, con tutti i pro e contro del caso: se le cose andranno bene si sarà premiati sia dal punto di vista economico che motivazionale, se le cose andranno male si sarà soli davanti alle difficoltà economiche e psicologiche. Per questo mettersi in proprio è prima di tutto una questione di mindset e, per capire se si ha la mentalità dell’imprenditore, ci sono alcune cose da fare prima di mettersi in proprio.
Cosa fare prima di mettersi in proprio
La prima cosa da fare prima di mettersi in proprio è non avere fretta, prendersi del tempo, sedersi a tavolino e valutare alcuni aspetti economici, personali, psicologici, di mercato, pratici e logistici nonché burocratici. Fatta la lista dei vantaggi e degli svantaggi del mettersi in proprio sarà il momento di passare alle cose pratiche.
Fare ricerche di mercato prima di mettersi in proprio
L’entusiasmo è contagioso ma anche la delusione, per cui la prima cosa da avere in mente prima di mettersi in proprio è che un’impresa funziona e premia economicamente se offre prodotti o servizi richiesti dal mercato. Oggi, grazie a Internet e al digitale, non è così difficile recuperare informazioni su trend di mercato, propensione alla spesa, statistiche di commercio, pubblico potenziale e ogni altra informazione necessaria a capire se c’è una richiesta per ciò che si vuole offrire e di quale entità. Per banalizzare: inutile vendere stufe ai touareg e frigoriferi agli eschimesi, anche se si tratta della miglior stufa e del miglior frigorifero al mondo.
Studiare i potenziali concorrenti
Già, è la legge di mercato: ci sei tu, con il tuo prodotto o servizio, e ci sono i tuoi concorrenti, con prodotti simili, e tutti cercate di venderli nel miglior modo possibile. Cosa fanno i tuoi concorrenti? Come si fanno conoscere? Attraverso quali canali vendono i loro prodotti e servizi? Quali strategie di promozione hanno? A che prezzo si propongono sul mercato?

Non è necessario essere una multinazionale per farsi queste domande e trovare delle risposte: sono indispensabili anche se pensi di aprire un centro estetico o un laboratorio di pasticceria nel tuo piccolo comune. Ci sono altre attività di questo genere? Fanno sconti, promozioni o altre iniziative? Usano i social network o i volantini nella cassetta della posta? Hanno qualcosa di unico e irripetibile nella loro offerta? Lo puoi avere anche tu? Intendi posizionarti a un livello più alto o più basso rispetto a loro? Domande semplici ma fondamentali che richiedono risposte chiare ben prima di aprire la tua partita IVA.
Fai un business plan
Business plan: sembra un parolone ma in pratica è fare un piano per capire che idea hai in mente (e deve essere la più precisa e circostanziata possibile), in che mercato andrai a competere, come intendi entrare e posizionarti in questo mercato, quanti soldi ti servono per cominciare, quando comincerai ragionevolmente a guadagnare, quali saranno i costi più o meno fissi mensili, quanto pagherai di tasse, quanto ragionevolmente può rendere la tua impresa, se avrai bisogno di collaboratori, etc. Un business plan significa sostanzialmente immaginare da subito la vita della tua attività imprenditoriale: serva fantasia e concretezza allo stesso tempo, e non è semplice.
Trova i soldi
Purtroppo per metterti in proprio e cominciare a guadagnare ti servono prima dei soldi. È un cane che si morde la cosa ma è così, e nel tuo business plan ci deve anche essere ben chiaro il modo in cui pensi di finanziare l’avvio della tua attività. Hai da parte un piccolo capitale? Te li farai prestare dai parenti? Pensi di rivolgerti a una banca? Hai intenzione di rivolgerti a degli investitori? Le opzioni sono molte ma parti da una semplice domanda: tu presteresti dei soldi a qualcuno che ha la tua stessa idea? Se la risposta è sì, è il momento di cominciare a telefonare e fissare appuntamenti per trovare i finanziamenti necessari ad avviare la tua impresa.
C’è anche la burocrazia
Dal punto di vista della burocrazia mettersi in proprio significa sostanzialmente aprire una partita IVA. La cosa è ragionevolmente semplice, veloce ed economica ma ci sono alcune cose che devi capire e decidere prima: sarai una ditta individuale? Una società di persone? Una società di capitali? Ogni opzione ha le sue conseguenze pratiche e burocratiche (adempimenti fiscali e contributivi, commercialista, costi fissi, etc) da avere ben chiari.
Fai network
Bella espressione che però spesso rischia di rimanere vuota. Fare network significa contattare chiunque pensi possa darti una buona idea o un utile suggerimento per l’avvio della tua impresa. Hai un amico che già lavora in proprio? Offrigli una cena e fatti raccontare come funziona. Il tuo dentista parla bene del suo commercialista? Chiedigli il numero e contattalo, ti servirà sicuramente. I genitori di un compagno di classe dei tuoi figli hanno un’agenzia immobiliare? Contattali per avere consigli su come trovare la sede della tua impresa. Non siate timidi: lo spirito imprenditoriale è anche questo e le sorprese si nascondono dove meno le si aspetta.
Usa Internet
Internet è ormai uno straordinario strumento di promozione anche se hai intenzione di aprire un bar nella piazza centrale dei tuo paese. Per esempio una pagina Facebook ben fatta per promuovere aperitivi speciali, colazioni nel weekend, merende per i bambini che escono da scuola, dolci natalizi o nuovi gusti di gelato in estate può essere davvero utile.

Idee
10/12/2018

Il 92% dei buoni propositi per l’anno nuovo fallisce miseramente nel giro di pochi mesi. E non è una percentuale a caso: ci ha pensato l’Università di Scranton, in Pennsylvania, a condurre uno studio sull’esito della falsa sindrome della speranza, quel mix di ottimismo e determinazione che verso la fine dell’anno porta tutti, più o meno, a fare buoni propositi per l’anno a venire. Mangiare più sano, chiedere un aumento di stipendio, fare sport, tenere in ordine la casa sono solo alcune, e le più banali, buone risoluzioni che si fanno sotto Capodanno e che si dimenticano già all’Epifania. Il motivo per cui i buoni propositi rimangono tali solo sulla carta? Principalmente perché gli obiettivi non sono realistici, perché si sottostima la difficoltà del compito e perché si sottovaluta il tempo necessario per farcela.

Trucchi per riuscire a mantenere sicuramente le promesse per l’anno a venire non ce ne sono, però alcuni semplici consigli su come mantenere i buoni propositi possono aiutare a passare dal 92% fallimentare all’8% di chi invece ce la fa.
Solo buoni propositi che si possono tenere sotto controllo
Inutile puntare a un obiettivo che non dipende da noi. Per esempio: ottenere una promozione sul posto di lavoro. Ok, hai fatto tutto quello che dovevi, sei in azienda da tempo, sei bravo, lavori con impegno, il tuo capo ti stima, i colleghi pure ma purtroppo una promozione non dipende da te: magari non si libera quel posto; magari ci sono problemi di budget; magari è in vista una ristrutturazione di cui si discute ai vertici ma che non è ancora stata comunicata. Insomma, troppe variabili fuori controllo non aiutano a mantenere i buoni propositi.
Solo buoni propositi raggiungibili
Per esempio: se non hai mai corso non puoi porti l’obiettivo di una maratona in 6 mesi. Certo, c’è chi ci riesce, ma sono le eccezioni alla regola. In 6 mesi potresti arrivare a una mezza maratona, o a 10 km, e così vale per ogni ambito, compreso il lavoro. Fai un’analisi del contesto: se hai famiglia, figli e una routine che ti assorbe quasi completamente, pensare di seguire un corso di formazione quotidiano di 4 ore è una chimera, a meno di non apparecchiare prima tutte le condizioni ideali. Forse è meglio preferire qualcosa che ti occupa alcune ore nel weekend: servirà comunque costanza ma non rischi di rimanere travolto dai tuoi impegni inderogabili.
Dividi i buoni propositi nella politica dei piccoli passi
Sì, tutti abbiamo un obiettivo a lungo termine ma chi ci arriva è solo perché si è posto tanti obiettivi intermedi. Se per esempio l’obiettivo è leggere, capire e acquisire le nozioni di un libro da 500 pagine importante per il tuo lavoro, finirlo in un weekend è utopia: la visione macro è ovviamente finirlo, quella micro è imporsi di leggere 5 pagine a sera, in orario decente per avere la necessaria attenzione e lucidità.
Datti un tempo realistico
La maggior parte dei buoni propositi naufraga perché non si stimano i tempi in modo realistico e si finisce a procrastinare. Serve invece: fissare una data precisa, che sia realistica e a medio termine, e poi suddividere il tempo in step precisi, raggiungibili, misurabili e concreti. L’esempio del libro da leggere è perfetto: 5 pagine a sera, lette e capite, significano 3 mesi e una settimana per un libro di 500 pagine. Tanto? No, se ciò che si legge è ben acquisito.
Solo buoni propositi importanti
10 buoni propositi banali, poco importanti o non decisivi sono peggio di un solo buon proposito importante: i primi finiscono in coda alle cose importanti, e si dimenticano dopo breve tempo; quello importante, decisivo per sé, per la propria carriera, per la propria famiglia, è quello che può dare la vera motivazione.

Notizie
07/12/2018

Unioncamere e Anpal Agenzia Nazionale Politiche Attive Lavoro hanno appena presentato alla fiera Job&Orienta lo scenario dei lavori più richiesti nei prossimi 5 anni (2019-2023) partendo da ipotesi di una seppur debole ripresa economica: digitale, salute e benessere della persona, ecosostenibilità, educazione, robotica, energia, mobilità e logistica appaiono i settori che nei prossimi 5 anni vedranno un saldo attivo di impiego, con una particolarità: per la maggior parte si tratta di professioni che ancora non esistono né hanno un chiaro processo di formazione già in essere.
I lavori più richiesti nei prossimi 5 anni nel digitale
Il digitale, in tutte le sue declinazioni, sta rivoluzionando la vita quotidiana delle persone e nei prossimi anni in Italia si creeranno circa 250.000 posti nell’analisi dei dati, nella sicurezza informatica, nell’intelligenza artificiale, nell’analisi di mercato e nel mondo del marketing digitale.
I lavori più richiesti nei prossimi 5 anni nel settore dell’ecosostenibilità
L’economia circolare è il trend del futuro per quanto riguarda la salvaguardia del pianeta e lo sviluppo sostenibile: dagli esperti in gestione dell’energia agli addetti agli impianti a basso impatto ambientale e fino ai chimici “green” saranno numerose le opportunità di lavoro in questo settore. A questi si aggiungeranno 40mila unità richieste nel settore della produzione di energia elettrica, del recupero e riciclaggio dei rifiuti e nel trattamento delle acque.
I lavori più richiesti nei prossimi 5 anni nel settore della salute
Una popolazione che invecchia sempre più richiederà nel futuro sempre più specialisti della salute: medici, infermieri, operatori socio sanitari, fisioterapisti saranno protagonisti dal 2019 al 2023 di un fabbisogno occupazionale di circa 350mila posti di lavoro.
I lavori più richiesti nei prossimi 5 anni nel settore dell’educazione
Non solo insegnanti di scuola di ogni ordine e grado ma anche esperti progettisti di corsi di formazione per adulti vedranno una richiesta nell’ordine dei 150mila posti di lavoro nei prossimi 5 anni.
Altri lavori più richiesti nei prossimi 5 anni
Altri lavori tra i più richiesti nei prossimi 5 anni saranno quelli del settore della robotica, meccatronica e automazione, con circa 100mila richieste, del settore della logistica e del magazzinaggio aereo, navale, ferroviario e su gomma (circa 90mila addessi richiesti)

Idee
05/12/2018

Aprire la partita IVA può essere una soluzione interessante soprattutto di questi tempi in cui è sempre più difficile trovare e mantenere un impiego fisso. Bisogna tuttavia sapere che ci sono dei pro ma anche numerosi contro che riguardano l’apertura della partita IVA e l’avvio di una propria attività e che prima di farlo è bene seguire i consigli su come fare per aprire la partita IVA, quanto costa mantenerla, quali adempimenti occorre seguire, cosa comporta aprire una partita IVA e quali e quanti adempimenti fiscali all’anno ci saranno.
Come aprire la partita IVA
Aprire la partita IVA è tutto sommato semplice: ci si può recare presso l’Agenzia delle Entrate della propria zona con il proprio documento di identità in corso di validità e compilare il modello AA9/12, per le persone fisiche, o il modello AA7/10 per le società. Tutto questo dal 2019 sarà possibile farlo anche telematicamente e gratis senza recarsi di persona presso l’Agenzia delle Entrate ma tramite la Comunicazione Unica del Registro delle Imprese.
Cosa sapere prima di aprire una partita IVA
Benché sia molto più semplice, facile, veloce ed economico rispetto al passato aprire una partita IVA, ci sono tuttavia tante cose da sapere prima di aprire una partita IVA. Intanto nei modelli AA9/12 o AA7/10 bisogna da subito dichiarare il tipo di attività che si intende esercitare e farne una descrizione che deve essere chiara e ampia per evitare di trovarsi con delle limitazioni successive (per esempio, se si vuole aprire un laboratorio di pasticceria, potrebbe aver senso inserire anche la possibilità di effettuare anche un servizio bar, qualora gli affari andassero bene e si volesse allargare il proprio business). Inoltre bisognerà decidere a quale regime fiscale si intende aderire, se forfettario e a contabilità ordinaria, e sapere che oltre all’apertura della partita IVA sarà necessario anche aprire una posizione contributiva (in pratica la pensione) presso l’INPS o altre casse previdenziali nel caso di iscritti agli ordini professionali, e se previsto dal tipo di attività anche una posizione assicurativa presso l’INAIL.
Aprire una partita IVA: regime fiscale forfettario o a contabilità ordinaria?
La prima decisione da prendere è poi quella del regime fiscale al quale aderire se forfettario o a contabilità ordinaria. Optare per il regime forfettario significa soddisfare alcuni requisiti: non superare il tetto di ricavi imposto dalla Legge di Stabilità 2016, in base al proprio ATECO; non superare quota 20.000 euro lordi in costi d’ammortamento per beni strumentali; non superare quota 5mila euro lordi per spese relative a collaboratori. Se non è soddisfatta almeno una di queste condizioni si ricade nel regime della contabilità ordinaria.
Quanto costa gestire una partita IVA
Gestire una partita IVA costa, anzi prevede una serie numerosa di costi. Intanto ci sono i costi per la propria attività, che possono essere i più diversi (affitto di locali, acquisto di strumenti per l’esercizio della propria attività, dai macchinari a computer e cancelleria, costi di telefonia e connessione Internet, auto o mezzi di trasporto strumentali, etc) e che possono essere ammortizzati e detratti o dedotti dal fatturato. Poi ci sono ovviamente le tasse da pagare: nel caso del regime forfettario l’aliquota sostitutiva Irpef e Iva è al 5% per i primi 5 anni, al 15% a partire dal sesto; nel caso del regime ordinario l’IRPEF e l’IRAP sono in % rispetto ad alcuni scaglioni di fatturato, poi c’è l’IVA, con anticipi e saldi. Oltre a ciò ci sono i contributi previdenziali che, a seconda delle casse previdenziali, hanno una quota fissa annuale e % diverse rispetto al lordo e al netto del fatturato. Infine c’è il costo del commercialista.
Aprire una partita IVA: serve il commercialista?
Sì, per aprire la partita IVA serve il commercialista. Sarebbe bene individuarne uno già prima di procedere con l’apertura della propria impresa, per farsi guidare nella compilazione corretta dei moduli (o nell’iscrizione tramite il Registro delle Imprese) ma poi le scadenze fiscali e contributive sono tali e tante che è a tutti gli effetti un altro lavoro che si sommerebbe alla propria attività.
Quanto costa un commercialista?
Quanto costa un commercialista? Dipende, dato che si tratta di un’attività libero professionale in regime di mercato. Tuttavia si possono individuare dei range di costi in base al tipo di regime fiscale prescelto e al volume d’affari previsto o presumibile: per una ditta individuale / libero professionista nel regime agevolato forfettario mediamente si tratta di 500 euro l’anno (dove mediamente può andare dai 300 agli 800 euro a seconda del fatturato); per ditte individuali e società di persone con regime semplificato si parte dai 1000 euro l’anno per salire fino anche a 5000 euro in funzione del fatturato e del numero di fatture; oltre si tratta di ditte e società di persone con regime fiscale ordinario e volumi di fatturato già importanti.
Conviene aprire una partita IVA?
Ribadito che aprire una partita IVA presuppone un forte spirito imprenditoriale per fare fronte a tutto quanto detto finora, poi non è detto che convenga sempre e comunque, anzi. In linea di massima con un potenziale fatturato fino a 5.000 euro l’anno, frutto per esempio di poche attività saltuarie per arrotondare gli introiti famigliari, non conviene aprire una partita IVA: i costi di gestione potrebbero infatti mangiarsi tutti i possibili guadagni; oltre quella cifra invece comincia ad avere senso aprire la partita IVA per regolarizzare la propria posizione fiscale.

Ufficio
03/12/2018

Di recente, abbiamo proposto un articolo su quali approcci adottare per fare carriera al lavoro in base alle fasce di età o alla fase in cui ci si trova nel percorso professionale. Abbiamo discusso di sponsor e coaching; ed è proprio sull’argomento del coaching che vorremmo soffermarci oggi, approfondendone il significato per capire come svolgerlo efficacemente al fine di progredire nel proprio cammino lavorativo. Per prima cosa, vediamo insieme cosa si intende esattamente per coaching.
Che cos’è il coaching?
Il coaching è un dialogo tra coach e coachee – ossia, tra la persona responsabile dello svolgimento di questa tecnica e quella che riceve assistenza. L’obiettivo è di consentire al coachee di acquisire consapevolezza, maggiore autonomia e di adottare scelte per il raggiungimento del proprio pieno potenziale. Non si tratta di comunicare il percorso da intraprendere. Non si tratta di fornire delle risposte. Il ruolo del coach è di aiutare il coachee ad arrivare da solo alle proprie personali soluzioni. In tal modo, pur nella complessità che caratterizza l’attuale mondo del lavoro e le realtà aziendali odierne, i leader possono mantenere l’efficacia dirigenziale di un tempo e i dipendenti possono ancora far leva sulle conoscenze del manager per ottenere risultati più personalizzati.
Perché il coaching è importante?
Se svolto utilizzandone le metodologie e le tecniche nella giusta direzione, il coaching può rappresentare un’attività molto stimolante sia per il manager che lo effettua, sia per il dipendente che lo riceve. Ad esempio, può essere utilizzato per aiutare quei dipendenti che non riescono a ottenere i risultati attesi: attraverso il coaching, il dipendente può maturare consapevolezza delle proprie lacune e trovare metodi per porvi rimedio prima che diventino grosse problematiche che incidano seriamente sul rendimento complessivo. L’obiettivo qui non è di scoraggiare il dipendente ma, al contrario, di aiutarlo a risolvere i problemi per migliorare il suo lavoro e quello del relativo team o reparto.

Il coaching può però essere effettuato anche in caso di dipendenti che già dimostrano buoni livelli di rendimento per svilupparne ulteriormente competenze, abilità ed esperienza, facendo leva sui relativi punti di forza. In tal senso, può essere interpretato come 4un’attività volta allo sviluppo professionale sia del dipendente sia del manager – l’insegnamento in fondo è uno dei più efficaci metodi di apprendimento – incrementando le opportunità di promozione e copertura di ruoli di maggior rilievo. Per ottenere il massimo dal coaching, è importante instaurare un dialogo basato su diverse tecniche e fasi. Vediamo quali!
Lascia spazio
Uno degli aspetti essenziali del coaching è la capacità di lasciare al dipendente uno spazio che lui stesso andrà a riempire. Generalmente, l’attività viene avviata con una domanda a risposta aperta. È importante che il manager non si imponga eccessivamente né limiti troppo la conversazione, in modo che il dipendente si senta libero di sollevare dubbi, incertezze e in generale, discutere di questioni a lui importanti. Da una semplice domanda come “Da dove vorresti iniziare?”, si può poi passare ad altre che focalizzino l’attenzione del dipendente su aspetti specifici, su emozioni e reazioni, su cause, motivi o azioni intraprese; ad esempio: “È un obiettivo ambizioso. Come pensi di raggiungerlo?”. Un passo successivo nel dialogo di coaching può essere rappresentato dal mettere in discussione alcuni aspetti di quanto raccontato dal dipendente, introducendo nuove idee e ipotesi. Ad esempio: “La pianificazione prevista per il raggiungimento dell’obiettivo è interessante ma ci sono alcune incognite. Come ti comporterai nel caso in cui dovessi rimanere indietro con il lavoro?”. Le domande che iniziano con “cosa” o “come” sono le migliori per lasciare al dipendente spazio di elaborazione.
Ascolta
Si consiglia di sfruttare al massimo le fasi iniziali dell’attività di coaching, rimanendovi quanto più tempo possibile per spronare il dipendente a trovare da solo le proprie personali soluzioni grazie alla maggiore consapevolezza acquisita dall’analisi del problema. In tale dialogo, la capacità di ascolto è basilare. Cercare il contatto visivo per cogliere emozioni ed espressioni mostrando un reale interesse e adottando uno stile più profondo di quello che si potrebbe trasmettere in una conversazione casuale, è fondamentale per un coaching efficace. Altro aspetto importante: l’attenzione deve essere totale. Vanno quindi evitate distrazioni e interruzioni, che impedirebbero al dipendente di sentirsi veramente ascoltato. È possibile prendere qualche appunto su un foglio di carta per fotocopie in modo da annotare i punti essenziali e rifletterci dopo la riunione.
Empatia e fiducia
La capacità di comprendere il punto di vista di una persona è importante. Nel coaching, tuttavia, riuscire a cogliere le emozioni di chi ci è seduto di fronte lo è altrettanto. Perché? Per consolidare la fiducia: aspetto basilare di una conversazione di coaching efficace. L’abilità di comprenderne lo stato d’animo può favorire moltissimo l’eliminazione di blocchi che impediscono al dipendente di esprimersi liberamente. Situazioni che aiutano a stimolare la fiducia sono, ad esempio: un manager che ammette alcuni suoi punti deboli per creare vicinanza, il mantenimento di una posizione centrale rispetto agli opposti di rabbia e noncuranza, essere un manager che dà l’esempio ricevendo lui stesso coaching dai suoi superiori per comunicare il messaggio “Io ne ho tratto vantaggio e vorrei che ora lo sperimentassi tu”. Crediamo che il coaching vada vissuto come un’esperienza positiva di connessione per aiutare le persone a raggiungere il pieno potenziale che, nell’ottica aziendale, rappresenta una strategia estremamente efficace.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare ad adottare il coaching per progredire in azienda. Ma vogliamo sapere anche la tua opinione: qual è la tua esperienza in merito? Hai mai svolto sessioni di coaching? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
30/11/2018

È il momento di parlare di stipendio con il capo: vorresti un aumento, pensi di meritarlo, altri colleghi l’hanno avuto ma a te nessuno l’ha prospettato e soprattutto non sai come fare. Puoi consolarti pensando che quasi la metà dei dipendenti non ha mai parlato di stipendio con le risorse umane (e con una netta differenza di genere: il 57% degli uomini l’ha fatto, e solo il 7% delle donne) e che per la stragrande maggioranza dei lavoratori è un argomento che mette un ’bout di disagio, ma questo non è un buon motivo per non affrontare il tema stipendio con i tuoi responsabili.
Come parlare di stipendio in azienda
Vediamo allora come parlare di stipendio in azienda facendo valere le proprie capacità e competenze, dando peso al proprio contributo all’attività aziendale, e trovando gli strumenti giusti per riuscire a guadagnare i soldi che pensi di meritare.
Dai un valore preciso al tuo ruolo
Con qualche ricerca (anche online, nei siti di recruiting per esempio) non è difficile scoprire la forbice salariale all’interno della quale si trovano persone che fanno il tuo stesso lavoro: si tratta sostanzialmente di dare un valore preciso al tuo ruolo e di capire se ti trovi nella parte alta o bassa del range di stipendio per le tue funzioni. Questa è la base di partenza della negoziazione.
Lascia dire a loro la prima cifra
È la regola d’oro di ogni negoziazione: il primo che dice una cifra ha “perso”. Se la dici tu, l’abbasseranno, se la dice il tuo capo puoi chiedere di più. Quindi quando ti chiedono quanto vorresti, o a quale cifra stavi pensando, ributta la palla nel campo delle tue risorse umane parlando di range di salari per la tua funzione, assumendo il tuo come floor, punto di base della negoziazione, e indicando il massimo attuale di mercato per il tuo ruolo.
Presentati con una cifra precisa in mente
È la conseguenza del primo punto: avere in testa il range salariale per il tuo ruolo ti aiuta a rilanciare, come conseguenza del secondo punto, su una cifra ben precisa: serve a dare l’impressione, sostenuta dai fatti, che conosci il tuo valore sul mercato del lavoro.
Fissa un minimo sotto il quale non andare
Fissata l’asticella verso l’alto, serve anche fissare un minimo sotto il quale non sei disposto ad andare. Se attualmente prendi una cifra X, e vorresti X + 5, puoi accettare X + 4 ma devi anche essere disposto a non accettare X + 1. Rimani come prima? Sì ma no: se hai dato l’impressione di conoscere il tuo valore di mercato, avrai messo in circolo l’idea che puoi anche andare altrove.
Scegli il momento giusto
Il tempismo è fondamentale, anche in una negoziazione salariale. Se i budget si decidono a dicembre, per esempio, chiedere l’aumento a gennaio è inutile perché sarebbe tutto rimandato di almeno un anno; il momento buono potrebbe essere ottobre, per avere il tempo di gestire una trattativa in più momenti e permettere di prevedere il tuo adeguamento nel budget discusso a dicembre.
Allenati a discutere la tua posizione
Il che non significa ripetere il discorso allo specchio. Anche se non hai intenzione di cambiare azienda, un occhio alle proposte di lavoro che fanno per te è sempre utile darlo, e anche candidarsi e sostenere dei colloqui: ti abitui a negoziare con figure diverse, raccogli informazioni utili (anche relativamente al primo punto) e quando ti siederai di fronte al tuo capo sarai animato da maggior fiducia e consapevolezza.