Ufficio
21/02/2020

Occhi stanchi da computer, secchi con un po’ di dolore, e magari con del prurito che ci porta a sfregarci con le mani, e ancora lacrimazione, mal di testa, rigidità al collo e stanchezza generale: gli occhi stanchi da computer non sono una malattia grave, e tuttavia sono estremamente fastidiosi, soprattutto per chi lavora molte ore al giorno al monitor.
Occhi stanchi da computer: le cause
Le cause sono tutto sommato facilmente identificabili: uso prolungato di dispositivi elettronici retroilluminati, come computer e smartphone; lettura intensa; esposizione a luci troppo intense, sforzi della vista in ambienti male o poco illuminati; ambienti secchi, o condizionati.

Le conseguenze possono essere più o meno invalidanti, dalla difficoltà temporanea a mettere a fuoco a mal di schiena persistenti o fotosensibilità. Che fare allora? Il rimedio più banale sarebbe quello di esporsi con moderazione alle condizioni che causano gli occhi stanchi; peccato però che quelle siano spesso, se non sempre, le condizioni di lavoro di moltissime persone. Ecco quindi qualche accorgimento per migliorare la postazione di lavoro e le abitudini quotidiane davanti al monitor.
Occhi stanchi da computer: qualche rimedio immediato
Il monitor deve essere ad almeno 50 cm di distanza, e non più in alto degli occhi.
Lo schermo del computer spento non deve riflettere le luci che ci sono nell’ambiente di lavoro, altrimenti queste sono in posizione sbagliata rispetto al monitor: la luce non deve mai essere sopra o dietro l’operatore del terminale.

Meglio non posizionare il computer davanti alla finestra e davanti a una parete bianca, che potrebbero creare riflessi fastidiosi per gli occhi (e magari chiedere una valutazione della qualità dell’illuminazione dello spazio di lavoro).

Per interrompere l’affaticamento degli occhi è bene concedersi brevi ma frequenti pause: ogni 15 o 30 minuti chiudere gli occhi per qualche istante, distrarli dal monitor, magari alzarsi una volta ogni ora.

Per umidificare le palpebre ed evitare l’eccessiva secchezza è fondamentale ricordarsi di sbattere spesso le palpebre. Per stimolare la lacrimazione è anche possibile massaggiarsi le palpebre con il palmo della mano, e ancora le orbite e le tempie per rilassare i muscoli oculari.

Se la stanza è eccessivamente secca o condizionata, dotarsi di un umidificatore (e mai – mai – fumare nell’ambiente di lavoro, per molti smart worker una forte tentazione).

Ufficio
20/02/2020

Secondo una ricerca dell’Università dell’Arizona le tastiere dei computer, in un ufficio, possono ospitare fino 3.300 germi per pollice quadrato. E poi ci sono briciole, capelli, macchie di vario genere, polvere e chissà che altro. Ecco perché pulire regolarmente la tastiera, il monitor e il mouse del proprio computer è un’operazione indispensabile: per la propria salute e per evitare guasti ai dispositivi.

Ma i dispositivi elettronici sono estremamente delicati e per quanto pulire possa sembrare un’operazione banale, bisogna sempre operare con molta accortezza. Evitando alcuni errori banali ma potenzialmente molto dannosi.

– I detergenti per vetri non sono adatti per pulire uno schermo LCD di un computer portatile o desktop. Si possono usare soluzioni naturali (acqua e aceto in uguale quantità) ma soprattutto detergenti specifici per la pulizia dei dispositivi elettronici.

– Mai spruzzare il liquido detergente direttamente sullo schermo: potrebbe infiltrarsi nelle fessure fino a toccare i collegamenti elettrici. Meglio spruzzarlo su un panno morbido da usare per la pulizia del monitor.

– Mai usare panni carta o rotoloni da cucina: per quanto appaiano morbidi, possono sempre rigare lo schermo. Meglio, molto meglio il panno in dotazione con i prodotti per detergere il monitor, o un panno morbido in tessuto naturale.

– Meglio procedere con movimenti circolari, con tocco leggero, e lasciando poi asciugare naturalmente all’aria lo schermo LCD del computer prima di richiuderlo nel caso di un laptop.

– Per rimuovere sporco e germi dalla tastiera si può cominciare con dei panni cattura polvere per proseguire con del detergente naturale o specifico per la pulizia delle tastiere. Per rimuovere polvere e sporco più ostinato si può anche usare la bomboletta spray ad aria compressa: basta tenere la bomboletta in verticale e inclinare la tastiera o il computer portatile, favorendo in questo modo anche l’azione meccanica con dei piccoli scuotimenti.

– Non usare mai invece un vero e proprio aspirapolvere che potrebbe creare una scossa elettrostatica in grado di danneggiare i componenti elettronici più sensibili del computer, compresa la memoria e l’hard disk interno.

Idee
17/02/2020

Reagire al licenziamento non è facile. Anzi, un licenziamento è per tutti un’esperienza traumatica e devastante, e non solo dal punto di vista materiale. Anzi, sono proprio le conseguenze psicologiche le più difficili da affrontare. Secondo il National Bureau of Economics Research più della metà delle persone licenziate ha vissuto in seguito stati depressivi conclamati. E secondo una ricerca della University of Anglia per la metà dei giovani precari a cui non viene rinnovato il contratto si osservano stati dell’umore peggiore di quelli causati dalla fine di una relazione sentimentale.

A mente fredda e distaccata verrebbe da dire che è più una questione materiale che psicologica, e invece non è così: per molti lavoratori, se non per tutti, avere un lavoro, e la posizione che si ricopre, dicono molto, se non quasi tutto, di ciò che si è. Insomma, il lavoro, e il proprio status professionale, sono parte dell’autostima. Se crolla il primo, crolla anche la seconda. Con la conseguenza di finire a mettere in dubbio non solo ciò che si “vale”, ma anche ciò che si è. E magari commettere errori irreparabili nel percorso di ricerca di un altro impiego.
4 strategie psicologiche per reagire al licenziamento
Per questo stanno prendendo piede percorsi di terapia psicologica per affrontare il momento, per questo è utile riuscire a rimanere lucidi e reagire nel modo giusto (che è quello propositivo, e non depressivo). Sì, ma come?

Come prima cosa cercando di essere razionali, evitare di farsene una colpa ed evitare di attribuirsi del disvalore personale. Spesso un licenziamento non ha nulla a che fare con la qualità del proprio lavoro, con il ruolo che si occupa in azienda, con le proprie capacità. Spesso si è licenziati perché si è un numero, e non un nome con un volto. È un’ingiustizia? Sì. Ci si può far qualcosa? No, se non reagire.

Razionalizzare aiuta, ma spesso non mette al riparo dalla rabbia. Meglio la rabbia che la depressione, perché è il primo scatto per reagire, purché si sappia incanalare questo sentimento verso un fine costruttivo. La rabbia è quella dei campioni feriti, che prendono lo slancio per trasformare una sconfitta in un trionfo, e allo stesso modo può essere dopo un licenziamento: “Ah sì? E adesso ti faccio vedere io” deve diventare il pensiero di chi vuole trasformare una delusione in una nuova opportunità.

Razionalmente, e lucidamente (cosa non facile, ma necessaria) un licenziamento può essere anche l’occasione giusta per fare reset della propria vita professionale. Volevo davvero fare quel lavoro? Mi piaceva davvero quel lavoro? E cosa vorrei fare invece? Quali risorse – materiali e di competenze – ho a disposizione per rimettermi sul mercato del lavoro? Ciascuno/a deve costruirsi il proprio percorso, e come detto non mancano i percorsi di sostegno, ma alla fine ci si potrebbe anche sorprendere di voler cambiare vita, e di sapere come farlo.

Saper reagire è il primo mattone della costruzione del proprio nuovo percorso. Che sia durante un nuovo colloquio di lavoro, oppure quando si è impegnati a costruirsi un’attività indipendente, dimostrare solidità verso il futuro e nessun rimpianto o vittimismo verso ciò che è stato è la miglior dimostrazione di essersi messi alle spalle quella (dolorosa) esperienza e di saper guardare avanti.

Idee
14/02/2020

Scrivere email di lavoro è praticamente un lavoro. O meglio, per molti è una gran parte del proprio lavoro, e porta via un sacco di tempo. Spesso tempo di qualità. Tuttavia, benché scrivere una mail sia oggi una delle cose più semplici e abitudinarie, in epoca di social, instant messaging e altre forme di comunicazione immediate e informali, fare errori – anche potenzialmente gravi e dannosi – è molto più probabile che agli albori della posta elettronica. Certo sono finite le formalità importate dalle comunicazioni cartacee, ma alcune regole per le email di lavoro è sempre bene tenerle a mente.

1. Scrivere un oggetto chiaro e diretto.

C’è ancora chi, nell’oggetto, scrive “Da + Nome e Cognome”, e anche quelli che scrivono il nome dell’azienda / società. Ma inondati di mail come siamo, l’oggetto è il primo segnale che ci può far decidere di aprire una mail o meno. Essere specifici significa scrivere in 4 parole di cosa si parla in quella mail: “Nuova persona nello staff” è molto più chiaro di un ambiguo “Vi presento Martina”…

2. Non fare confusione con gli account di posta elettronica

Ormai tutti abbiamo sullo smartphone la posta elettronica del lavoro e quella personale e con alcuni client è facile fare confusione. Ecco, casa e bottega sono da tenere sempre rigorosamente separate: non si mandano mail di lavoro con l’indirizzo personale, e non si scrive con la mail del lavoro per prenotare la settimana bianca. Il trucco in più? Se hai compiuto 18 anni e lavori, anche l’indirizzo personale dovrebbe avere nome e cognome. Beerlover76 o Biricchina81 non sono esattamente gli indirizzi con cui candidarsi a un nuovo posto di lavoro…

3. Attenzione al Replay To All

Il famigerato Rispondi a Tutti può diventare un vero boomerang. Perché si possono scatenare flame di risposte che non interessano a nessuno, o perché si possono scrivere cose urbi et orbi che sarebbe meglio tenere confidenziali.

4. Inserisci la firma in calce

Che detto così è un ’bout old school, ma insomma nella mail del lavoro in fondo ci deve essere la “firma” con nome e cognome, ruolo in azienda e contatto telefonico. In molti amano ancora alzare la cornetta, telefonare e parlare con una persona in carne e ossa.

5. Saluta formalmente

Che non significa scrivere “Ossequi” ma nemmeno “Bella zio”. È pur sempre una mail di lavoro e anche se colleghi e colleghe son quasi amici, meglio rimanere un ’bout formali (casomai quella mail cominciasse a essere inoltrata a destra e manca). Anche il “ciao” è al limite, un “Buongiorno” non stona mai.

6. Attenzione alla punteggiatura

Non tanto i punti e le virgole, che sarebbe comunque buona cosa rispettare. Ma puntini di sospensione, punti esclamativi e raffiche di punti di domanda non aggiungono nulla se non difficoltà di interpretazione da parte di chi legge. E lo stesso vale per l’umorismo, le battute e i doppi sensi: se già è meglio starci attendi di persona, alla macchinetta del caffè, scritte in una mail certe cose possono essere facilmente travisate.

7. Rileggi (e correggi) prima di inviare

La forma è sostanza, anche e soprattutto in ambito professionale. Vero che il tempo è sempre poco e la fretta molta, ma rileggere una mail costa 1′ del proprio tempo, o poco più. E una mail sgrammaticata e formalmente brutta è sempre un boomerang. Soprattutto se ci si affida ai classici errori da correttore automatico.

8. Prima scrivi e poi inserisci il destinatario

È un trucchetto salva-vita, per evitare di inviare per sbaglio la mail prima di averla finita, riletta e corretta, e per evitare di mandare una mail a un destinatario sbagliato. Può salvare da molti imbarazzi.

9. Evita i contenuti confidenziali

Il Forward (o Inoltra) è facile e veloce, e il tuo messaggio confidenziale può finire in pasto a chiunque. Quindi no, niente pettegolezzi e messaggi confidenziali tramite e-mail. Per quelli c’è la macchinetta del caffè o il telefono fuori dall’orario di lavoro e lontano da orecchie indiscrete.

Idee
12/02/2020

A ogni inverno, e pure ogni estate, la stessa querelle: chi dice che in ufficio fa freddo, e chi invece si lamenta del troppo caldo. Ma se sulla temperatura percepita da ciascuno si può far poco, qualcosa si può invece fare sul caloriferi e termoconvettori, per ottenere in ufficio la temperatura ottimale per la salute e l’efficienza.
Ma qual è la temperatura ideale in un luogo di lavoro?
Secondo Mark Zuckerberg 15°C, un’idea sostenuta anche da Lucy Kellaway del Financial Times, autrice del libro Sense e Nonsense in the Office secondo la quale “il freddo aiuta a focalizzare la mente. Quando non sei completamente a tuo agio non divaghi, e nelle riunioni soprattutto non perdi tempo a sostenere tesi inutili, perché vuoi andartene al più presto”.

Stramba o meno che sia questa tesi, di fatto l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la temperatura ideale in ufficio sia tra i 18°C e i 24°C, mentre l’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione sul lavoro, raccomanda di mantenere una temperatura di almeno 18°C e di massimo 22°C in inverno (per l’estate non più di 7°C di differenza rispetto all’esterno).
E all’estero?
Se in Francia sta al datore di lavoro garantire un ambiente di lavoro consono, in Belgio la temperatura raccomandata è di 18 gradi e mai oltre i 30°C; in Gran Bretagna si parte dai 16°C (ma per i lavori fisici e pesanti dai 13°C) e negli Stati Uniti il dipartimento del Lavoro raccomanda una temperatura fra 20°C e 24°C.

Idee
11/02/2020

Nonostante le email e i messaggi siano le forme più usate di comunicazione, la classica busta rimarrà sempre una parte importante della vita quotidiana. Sia che si invii documenti importanti dall’altra parte del mondo o si riceva fatture per posta, l’utilizzo del servizio postale è ancora una necessità. Sembra un compito semplice, ma la scelta della busta perfetta non è sempre facile. Ci sono diverse dimensioni di buste da lettera, con alcune che richiedono una particolare affrancatura. Ecco la nostra guida per aiutarti a scegliere le giuste dimensioni per le tue buste. 
Busta formato DL  
 

“CLICCA PER INGRANDIRE” 

La busta DL è una delle dimensioni più comuni e diffuse. Una busta DL standard misura 110 mm per 220 mm ed è in genere utilizzata per spedire lettere. Un foglio di carta A4 può essere piegato in tre e inviato in una busta DL. Al momento dell’invio, per una busta di queste dimensioni è sufficiente un francobollo standard. 
Busta formato C4 
 

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Una busta di formato C4 è più conosciuta come busta A4 in quanto si adatta perfettamente a un foglio di carta di tale dimensione. Può andare bene anche per un foglio di carta A3, che però verrà piegato a metà. Misurando 324 mm per 229 mm, queste buste non possono essere sempre spedite utilizzando un francobollo regolare, ma avranno bisogno di essere portate in un ufficio postale per essere pesate e inviate. 
Busta formato C5 
 

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Una busta C5 è una scelta diffusa in quanto può adattarsi a un foglio di carta A4 piegato a metà e rientra tra le lettere normali per la scelta del francobollo, permettendo così di non spendere di più per l’invio. Una busta C5 media misura 162 mm per 229 mm. 
Busta formato C6 
 

“CLICCA PER INGRANDIRE” 

La busta C6 è leggermente più piccola della busta DL. Misura circa 114 mm per 162 mm. Questa busta può contenere un foglio di carta A4 piegato in quattro, uno di carta A5 piegato a metà o un foglio di carta A6. Anche in questo caso, questo tipo di busta non dovrebbe richiedere un francobollo speciale per essere inviata.  
Busta formato C7 
 

“CLICCA PER INGRANDIRE” 

La misura C7 è la più piccola di questa guida. Misurando 84 mm per 114 mm, questa busta può contenere un foglio di carta A5 piegato in quattro o uno di carta A7. Grazie alle ridotte dimensioni di questa busta, dovresti aver bisogno solo di un francobollo regolare. 
Intestazione di una busta per lettera 
Potrebbe sembrare una banalità, ma con l’uso di SMS e altre forme di comunicazione elettronica, sta diventando sempre meno una necessità sapere come compilare una busta da spedire. Per accertarsi che il servizio postale non faccia errori, è importante assicurarsi che sia compilata nel modo corretto. Ecco come si scrive l’indirizzo sulla busta e i dati principali da includere:  

Destinatario 
Informazioni aggiuntive sul destinatario – facoltativo 

Informazioni aggiuntive sull’edificio (scala, piano, interno) – facoltativo 
Via, nome della via, numero civico (in alternativa la casella postale) 
CAP, località, sigla della provincia 
Stato estero – solo per invio al di fuori dell’Italia 

È necessario rispettare l’ordine delle righe e ricordarsi di scrivere in maniera chiara e con una penna scura, idealmente blu o nera.  

Scegliere la busta che meglio si adatta alle tue esigenze non deve essere difficile, basta seguire la nostra guida alle misure per assicurarsi di avere il prodotto giusto per le tue necessità. 
Dove scrivere mittente e destinatario su una busta 
Una volta scelta la busta perfetta per la tua lettera e annotato correttamente il destinatario, arriva la domanda successiva: dove si scrivono i dettagli di destinatario e mittente? 
Destinatario 
I dati di chi riceve la lettera devono essere scritti chiaramente in basso a destra. Vanno scritti sul lato senza apertura, quello liscio. Attenzione, l’area in alto a destra è riservata al francobollo; è bene quindi accertarsi di lasciare spazio a sufficienza.  
Mittente 
Ricordiamoci intanto che scrivere i dati del mittente non è assolutamente obbligatorio. Qualora si volessero inserire però, è opportuno farlo sull’aletta di apertura della busta, in una grafia più modesta e piccola di quella utilizzata per il destinatario, così da non creare confusione. Per il mittente bastano i seguenti dati: nome e cognome, via, numero civico e infine CAP, città e sigla della provincia.  

Qualora invece si stesse inviando una busta grande, come può essere una busta di formato C4, per esempio, è bene scrivere il destinatario e il mittente entrambi sullo stesso lato. I dati del destinatario andranno normalmente inseriti in basso a destra – come per le altre buste – mentre quelli del mittente andranno in alto a sinistra. 

Idee
07/02/2020

I tatuaggi non sono certo una novità. Utilizzati da centinaia di anni per diverse ragioni, sono presenti in tutte le culture del mondo. Ma al di là della loro popolarità, qual è la percezione dei tatuaggi sul lavoro? Si potrebbe pensare che una decorazione così utilizzata non dovrebbe suscitare stereotipi né resistenza da parte di colleghi, clienti e manager. Ma la realtà è ben diversa.

Con un sondaggio rivolto a 1000 lavoratori italiani, abbiamo analizzato cosa si pensasse nel bel paese dei tatuaggi nel mondo del lavoro. I risultati sono stati sorprendenti e inaspettati

Ben 1 italiano su 2 è tatuato; ciò però non significa che questa vasta distribuzione dei tatuaggi abbia anche generato un’apertura mentale verso i tatuaggi stessi. Infatti, il 70% degli italiani con un tatuaggio ha vissuto un’esperienza negativa sul lavoro. Di che tipologia? Il 22% ha ricevuto lamentele da parte di colleghi o clienti, un altro 22% invece è stato rimproverato dai superiori e l’11% ha ricevuto insulti a causa dei propri tattoo. Nonostante queste brutte esperienze, l’85% degli intervistati con tatuaggi ha dichiarato di non essersi pentito di averli fatti, anzi. Ma c’è anche chi si è trattenuto: il 20% ha infatti ammesso di non essersi mai tatuato per paura di ostacolare la propria crescita professionale.Dai dati emersi, non c’è da stupirsi se 1 persona su 10 ritenga che i propri tatuaggi generino un effetto negativo sulle persone che la circondano. Di conseguenza, il 14% ha deciso di nascondere i propri tattoo, il 9% si è sentito escluso e non appartenente al gruppo, l’8% non si è sentito preso sul serio dai propri colleghi e alcuni hanno dichiarato di aver addirittura perso il lavoro a causa dei tatuaggi!

Ma cosa ne pensano i nostri connazionali su come i tatuaggi sono visti dal pubblico? 1 su 10 ritiene che in futuro la percezione dei tatuaggi sarà peggiore rispetto ad oggi e solo il 28% sostiene invece che sarà migliore, mentre i rimanenti intervistati pensano che la percezione rimarrà la stessa.
1 uomo su 2 ha vissuto un’esperienza negativa per colpa dei tatuaggi
Com’è la situazione in base al sesso? Gli uomini sono i più colpiti dai propri tatuaggi: 1 su 2 ha infatti subito una brutta esperienza sul luogo di lavoro per colpa degli stessi, aspetto che ha invece interessato soltanto 1 donna su 3. Gli uomini sono però anche i più positivi quando si tratta di valutare i tatuaggi nel mondo del lavoro: la metà pensa infatti che i propri tatuaggi siano visti in maniera positiva a fronte di un solo 10% delle donne. I dati purtroppo smentiscono questa visione, ma come si suol dire, l’ottimismo è il sale della vita!Per quanto riguarda invece la percezione dei tatuaggi in futuro, gli uomini sono più pessimisti delle donne. Il 10% ritiene infatti che a lungo andare i tatuaggi saranno visti in maniera sempre più negativa e soltanto il 23% dei maschietti pensa che la percezione pubblica dei tatuaggi migliorerà. E le donne? Sono le più ottimiste questa volta: il 32% sostiene infatti che la percezione pubblica dei tatuaggi migliorerà.
I baby boomer hanno la percezione peggiore dei tatuaggi
Forse uno dei divari maggiori quando si tratta di tatuaggi è l’età. Anzi, viene quasi naturale associare i tattoo alle generazioni più giovani, viste soprattutto le mode di questi ultimi anni. Ma cosa emerge dai risultati del nostro sondaggio? La triste verità è che con il salire dell’età aumentano anche i giudizi negativi. Tra le persone con più di 55 anni, per intenderci i baby boomer, 1 su 4 ha una percezione negativa dei tatuaggi sul lavoro rispetto al 9% dei giovanissimi (18-24 anni) che anzi, sembrano accogliere questa moda a braccia aperte. E per quanto riguarda le esperienze negative sul lavoro? Sono i giovani a soffrirne di più: 1 su 2 dichiara di aver dovuto affrontare una situazione ostile sul posto di lavoro per colpa dei propri tatuaggi rispetto a 1 su 4 dei baby boomer.

Insomma, tante esperienze negative tra cui commenti inappropriati. Tra i più segnalati: “che brutti i tuoi tatuaggi”, “volgari” e “te ne pentirai”. Ciò lascia pensare che la percezione dei tatuaggi nel mondo del lavoro italiano non subirà di certo un miglioramento; dato confermato dal 9% degli italiani.

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I tatuaggi sembrano molto amati dagli italiani seppur giudicati negativamente quando si tratta di esporli sul posto di lavoro. Tu cosa ne pensi? Hai tatuaggi visibili o un’opinione particolare in merito? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
06/02/2020

Farsi un buon amico in ufficio è possibile? Cioè, il nostro vicino di scrivania è solo un collega, con il quale si passano molte ore al giorno, o è anche qualcosa di più? E ancora: esiste l’amicizia sul posto di lavoro? Oppure si tratta solo di relazioni funzionali? Il dibattito è aperto da tempo e i punti di vista opposti hanno ciascuno le proprie ragioni. In ufficio, al lavoro, si va per lavorare, e lo si può fare anche senza essere amici è il punto di vista di chi pensa che al lavoro le relazioni siano solo funzionali. E invece no, è importante avere un amico sincero sul posto di lavoro è il punto di vista di chi cerca anche relazioni umane nell’ambito professionale.

Dalla parte di chi pensa che sia importante farsi un buon amico in ufficio ora c’è anche qualche ricerca scientifica, come quella di Gallup, una importante società di analisi e consulenza americana che ha dimostrato come avere un amico in ufficio migliori le prestazioni professionali. Cioè: più produttività, meno errori, più fatturato.
Perché farsi un buon amico in ufficio
Avere un amico nella scrivania accanto migliora l’umore, e questo è quasi banale. Ma chi ha un “appoggio affettivo” in ufficio è anche più sicuro, più disposto a lavorare con margine di autonomia e intraprendenza, più disposto alla collaborazione e condivisione di conoscenze, più aperto al dialogo, alla richiesta di aiuto (altrimenti frustrata dal timore di fare brutta figura e dimostrarsi inadeguati) e a fare da ponte tra i diversi dipartimenti della stessa azienda. Quelle reti sociali che sempre più si pensa siano positive all’interno di un microcosmo come quello di un ufficio o azienda.
Pro e contro dell’avere un amico in ufficio
Insomma, l’amicizia in ufficio migliora l’umore, la comunicazione, la collaborazione e le montagne russe emotive, ma non è tutto rose e fiori. Perché ci sono anche gli aspetti negativi: le amicizie tendono sempre a essere esclusive, e questo può generare gruppi e gruppetti tra cui scattano invidia e competizione, i pettegolezzi possono circolare più velocemente, e talvolta un amico (vero) può anche non dire tutta la verità in faccia per come è. Senza considerare quando l’amicizia diventa qualcosa di più. E tutto questo va a detrimento delle prestazioni dell’azienda.

Che fare allora? Sicuramente partire dal dato secondo il quale solo il 20% dei lavoratori interpellati da Gallup dichiara di avere un vero amico sul lavoro, e da qui provare a stimolare relazioni che siano qualcosa in più di una semplice collaborazione professionale e possano avere almeno un minimo di appoggio empatico. Perché chi sta meglio in un ambiente vi lavora anche meglio.

Idee
05/02/2020

Staccare la spina nel weekend non è né semplice né scontato. Anzi, c’è tutta una narrazione (dal celeberrimo “in ferie da cosa?” di Sergio Marchionne alle 100 ore di lavoro a settimana di Elon Musk, patron di Tesla) secondo la quale lavorare tanto, lavorare sempre, non staccare mai è cosa buona e giusta. Forse lo è per il patrimonio (ma sulla bilancia bisogna sempre mettere pro e contro) ma di sicuro non lo è per la salute, fisica e mentale. E se la salute fisica è quella che manda i segnali più inequivocabili, quella mentale è invece più subdola: l’ansia da lavoro nasce come senso del dovere, si trasforma in abitudine che riempie i vuoti e finisce per diventare un surrogato di altri aspetti della vita di una persona, dagli affetti alle passioni. Il risultato? Un tracollo psicofisico fatto a vari livelli di ansia, depressione, senso di colpa e inadeguatezza, umore instabile, aggressività oltre a seri rischi di ipertensione e altre malattie correlate (secondo l’American Heart Association chi lavora oltre 49 ore a settimana ha il 70% in più di probabilità di sviluppare malattie correlate al lavoro). Che fare quindi per staccare la spina nel weekend e riuscire davvero a rilassarsi?
Come staccare la spina nel weekend e riuscire davvero a rilassarsi?
A staccare la spina nel weekend si può (re)imparare. Tutto sta nel non aver paura di dover per forza di cose riempire il vuoto. E ci si può arrivare con un vero e proprio allenamento. È un ’bout come le tabelle di allenamento di chi va in palestra o corre: si fissano dei momenti e degli obiettivi inderogabili, e si comincia da quello e dalla (ri)scoperta di alcune passioni e/o buone abitudini. Può essere la passeggiata con il cane il sabato mattina, all’inizio del weekend. Può essere un momento di gioco con i figli. Può essere programmare 1 weekend a intervalli regolari (1 al mese?) fuori porta, alla scoperta di qualcosa che stimola corpo e mente (turismo del vino, turismo termale, mostre d’arte, eventi sportivi). Dal breve/vicino al lungo/lontano la scelta è soggettiva, ed è il segnale ciò che conta davvero: mi prendo del tempo per me e quel tempo è esclusivo. Per riuscirci occorre però essere non solo rigorosi ma anche tassativi: smartphone, email, telefonate di lavoro, chat e tutto quanto ci tiene agganciati al lavoro vanno in stand by, per qualche ora o per tutto il weekend. È una questione di igiene ed ecologia mentale: a meno che non si salvino vite umane, bisogna imparare che il mondo non dipende esclusivamente da noi, e se anche spegniamo il telefono per tutto il sabato mattina sono più i benefici – per noi e per chi lavora con noi – che le conseguenze negative. E come il lavoro chiama lavoro, così anche il relax chiama il relax e pian piano si imparerà di nuovo a dedicare tempo di qualità tanto al business quanto a se stessi.