Notizie
04/08/2020

Che il ritorno a scuola, in aula, ci sarà, l’hanno promesso tutti: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina. Quello che ancora non si è capito, che le famiglie e i genitori non hanno capito, è come sarà il ritorno a scuola. Cosa succederà il 14 settembre? Al netto di studi nuovi o vecchi sulla diffusione del Coronavirus tra i bambini e i giovani, Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, dal Sole 24 Ore ha chiesto un «documento snello e prescrittivo sugli aspetti meramente sanitari», ma poi c’è l’autonomia scolastica, e molti presidi e dirigenti scolastici si sono già mossi, emanando circolari e informative alle famiglie con le prime, probabili e presumibili linee guida. Che riguardano la vita in aula ma anche fuori dalle aule, l’ingresso e l’uscita da scuola, i momenti che un tempo erano di condivisione – mensa, palestre, laboratori – e ciò che avviene anche prima dell’ingresso a scuola. E alcune cose si possono già prevedere.

1. Ingressi scaglionati

È il primo, prevedibile provvedimento per evitare gli assembramenti e gli affollamenti. Quell’aria di festa ma anche trafelata tipica di ogni ingresso di ogni scuola del mondo potrebbe diventare un ricordo: ingressi rigidamente scaglionati, ingressi separati laddove possibile, magari qualcuno a misurare la temperatura corporea (ma i sindacati dei collaboratori scolastici nicchiano e lo stesso CTS lo sconsiglia).

2. Distanza di 1 metro da bocca a bocca

Questa è l’indicazione per il tempo in aula e da qui è nato tutto il dibattito sui banchi monoposto, con le rotelle. Ma non è detto che i “banchi rotanti” basteranno, perché ci sono aule che consentono il distanziamento sociale anche con i banchi tradizionali e aule che non lo consentono nemmeno con i banchi ergonomici. E allora il dirigente scolastico potrebbe optare per i turni: difficile alla primaria, possibile alle medie, probabile alle superiori. L’alternativa? La DAD, didattica a distanza, che però con il ritorno a una pseudo normalità anche dei genitori in pochi vogliono.

3. Mascherina?

Sì, no, vediamo. Sì in ogni spazio comune e ogni momento “collettivo” (come l’ingresso e l’uscita, gli spostamenti dalle aule e così via); no in aula, al proprio posto, durante la didattica. Però il CTS ha detto “vediamo a fine agosto” e già molte scuole si sono premurate di comunicare che la mascherina bisognerà averla, e averne anche una di scorta.

4. Prof, posso andare in bagno?

Sarà una delle domande più temute dai docenti. Perché in bagno si potrà andare uno per volta (ma chi controlla?), perché bisognerà tenere la mascherina (ma chi controlla?), perché le finestre dovranno rimanere aperte per il ricircolo dell’aria (ma chi controlla?) e perché in teoria dovrebbero esserci bagni separati per chi viene dall’esterno (per esempio i genitori per i colloqui). Insomma, andare in bagno più che una scusa potrebbe essere un bel problema.

5. Igiene il più possibile

Dispenser, liquidi igienizzanti, gel sanificante, saponi e tutto quello che significa igiene e sicurezza: dovranno essere ovunque, nei bagni, nei corridoi, in aula, in mensa, in palestra, negli uffici amministrativi. L’igiene, insieme al distanziamento e alla protezione delle vie respiratorie, sembra essere una delle poche cose che funzionano per contenere il COVID-19.

6. E l’intervallo?

Potrebbe trasformarsi in una specie di “ora d’aria”, altro che nascondino, giochi con la palla, ce l’hai e altro. Permanendo la necessità di distanziamento sociale, di separazione dei gruppi e il divieto di assembramento, ciò che è plausibile è che l’intervallo diventi una passeggiata all’aperto mantenendo le distanze e indossando le mascherine. E sperando ovviamente nel bel tempo il più possibile.

7. E la mensa?

Altro problema enorme che dovranno affrontare le scuole (dopo che l’han già affrontato le aziende). C’è chi ha già detto che non sarà garantita, chi pensa a dilatare l’orario (ma rimane il problema di pulire e igienizzare i tavoli oltre a quello del cibo che si raffredda), e chi farà mangiare gli alunni in aula, con la distribuzione di lunch box. Di sicuro anche l’allegria confusionaria di ogni mensa scolastica che si rispetti sarà un lontano ricordo.

Notizie
31/07/2020

I bambini possono tornare a scuola? È la domanda che si fanno tutti, ma proprio tutti, i genitori. E se normalmente agosto era già periodo per pensare al back to school, con la corsa agli acquisti di ciò che serve per tornare in classe, in questo 2020 c’è una preoccupazione in più, quella legata al Coronavirus. Ma dopo i lunghi mesi di lockdown e didattica a distanza sembra che finalmente i ragazzi potranno tornare a scuola, nel senso di tornare in aula. E a dire che si può fare è una ricerca condotta da Science, tra le più autorevoli pubblicazioni scientifiche al mondo, che dice chiaramente che “i benefici della frequenza scolastica sembrano superare i rischi, almeno dove i tassi di infezione della comunità sono bassi”. Ora, in questo tragico frangente della pandemia da COVID-19 ogni Paese ha fatto i conti con la propria situazione: c’è chi ha chiuso tutto e subito come noi, c’è chi non ha mai chiuso – a Svezia per esempio – e chi ha chiuso e poi riaperto. Ed è proprio su quest’ultimi che si sono concentrati gli scienziati di Science, in particolare studiando le riaperture di Sud Africa, Finlandia e Israele. Il risultato? Che “con alcune modifiche alla routine quotidiana e nonostante qualche inevitabile focolaio” (parole di Otto Helve, specialista in malattie infettive pediatriche dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere) “tutti quelli che hanno riaperto hanno potuto constatare che i benefici sono molto maggiori dei rischi”.

Ma quali sono i punti a favore della riapertura nella ricerca di Science?

1. I minori hanno una possibilità di contagio estremamente bassa (tra 1/3 e la metà rispetto agli adulti) e i bambini piccoli, di elementari e asili, anche meno.

2. I bambini di età inferiore ai 10 anni sembrano non essere contagiosi, né nei confronti dei loro pari età né nei confronti degli adulti con cui venissero in contatto

3. Diverso il caso degli studenti medi e superiori che – come spiega Arnaud Fontanet, epidemiologo dell’Istituto Pasteur – pur avendo sintomi lievi sono comunque contagiosi.

4. I bambini quindi possono tornare in aula e a giocare assieme, purché non ci siano aule troppo affollate. Si raccomanda inoltre di favorire i momenti di lezione e attività all’aperto.

5. Le mascherine, soprattutto nel caso di lezioni in aula e aule affollate, rimangono un efficace barriera per il contenimento del contagio, come sottolineato da Susan Coffin, medico di malattie infettive all’ospedale pediatrico di Filadelfia.

6. Laddove è stata attuata, la riapertura delle scuole non ha rappresentato un incremento dei casi nelle comunità di riferimento. Secondo i dati degli epidemiologi della London School of Hygiene &Tropical Medicine in Danimarca, Olanda, Finlandia, Belgio e Austria alla riapertura delle scuole non ci sono stati incrementi di nuovi casi e anzi, in molte situazioni il trend ha continuato la sua discesa.

Idee
30/07/2020

Le vacanze sono finalmente alle porte, e con esse il tanto sospirato relax. Tanto più sospirato dopo questi lunghi mesi di lockdown, misure di contenimento dell’epidemia da COVID-19, smart working e incertezze. Insomma, che si parta per qualche località di villeggiatura o che si resti a casa, ci vorrebbe proprio di riuscire a dimenticare il lavoro, almeno per qualche giorno. Cosa difficile perché il lavoro, l’ufficio, le incombenze e tutti i problemi rimangono lì, in un angolo della nostra attenzione. E questo non è bene, perché una vacanza deve davvero servire per ricaricare le pile e tornare a lavorare (in ufficio o a casa) carichi e desiderosi di ricominciare. Ma come fare allora a staccare davvero con il proprio lavoro, almeno per qualche giorno, e vivere completamente la vacanza anche dal punto di vista mentale? Con almeno 5 semplici stratagemmi.

1. Cambiare abitudini. Completamente.

La vacanza è tale perché è libertà, e stravolgere le consuetudini è il primo passo per sentirsi liberi. Può significare prendersi tutto il tempo per fare colazione anziché prendere un caffè al volo come quando si deve correre in ufficio. Può significare un riposino a metà pomeriggio, o il piacere di leggere il giornale cartaceo sotto l’ombrellone anziché la solita versione digitale da sfogliare rapidamente. Oppure tenere spento lo smartphone fino a tardi, anziché accenderlo appena svegli. Insomma: stravolgere i gesti ormai automatici è il primo passo per capire che la vacanza è cominciata davvero.

2. Riservare pochi minuti al giorno alla mail.

Ok, magari non tutti possono dimenticare completamente la posta elettronica e i messaggi, compresi quelli di lavoro. Ma se proprio non è possibile, almeno che siano limitati a pochi minuti al giorno: un quarto d’ora, magari dopo pranzo, e rispondendo solo e soltanto alle cose importanti. Per il resto del tempo connessione dati disattivata e libertà di essere n vacanza.

3. Andare offline.

Certo, smartphone e tablet ci risolvono un sacco di problemi, compresi quelli di trovare la strada, scegliere il ristorante, prenotare l’albergo e così via. Ma insomma, anche un po’ di spirito analogico non guasta.

4. Non parlare di lavoro.

Sì, capita, e pure spesso: si è in vacanza ma si parla di lavoro, con il partner, con i vicini di ombrellone, con gli amici di sempre. Ecco, un bel divieto al parlare di lavoro aiuta a dimenticare, almeno per qualche giorno, quello che ci aspetta al nostro rientro.

5. Staccare completamente.

I più temerari riescono a spegnere completamente smartphone e tablet per giorni interi o per più giorni. Ma se non potete concedervi questo lusso può bastare anche qualche ora, per esempio per il tempo necessario a fare una escursione nella natura, o una gita in barca, o una visita a un museo o un acquario in compagnia della famiglia senza dover rispondere a chiamate e messaggi ma concedendosi il piacere di avere tutte le attenzioni per sé e per i propri cari.

Notizie
28/07/2020

Lo smart working potrebbe essere un problema per la sicurezza informatica. E un ’bout c’era da aspettarselo, visto che dall’oggi al domani siamo rimasti tutti a casa e ci siamo dovuti arrangiare in qualche modo per poter continuare a lavorare. Nel frattempo ci siamo preoccupati di tante cose, in primis ovviamente di stare alla larga dal COVID-19 ma anche di riuscire a conciliare lavoro e vita famigliare, gestire gli spazi di casa, gestire i tempi del lavoro, riuscire a essere comunque produttivi e riuscire comunque a mantenere i contatti professionali. Ma ora che il picco dell’emergenza sembra essere passato e che si cominciano a fare i conti con quel ricorso massiccio e repentino allo smart working, ci si accorge anche che la pandemia sanitaria potrebbe diventare anche una pandemia di sicurezza digitale: secondo una ricerca di Check Point Software Technologies, fornitore di soluzioni di cybersecurity a livello globale, e Dimensional Research, il 95% delle aziende al mondo ha sperimentato problemi di sicurezza digitale legati allo smart working. Cioè praticamente tutte le aziende.
Del resto il Coronavirus ha colto tutti impreparati, anche aziende e lavoratori costretti allo smart working, e la maggior parte delle aziende si è trovata a dover creare da zero e di fretta i sistemi per il lavoro da remoto, dal cloud alle VPN e fino ai sistemi di videoconferenza. E comunque, anche qualora tutto ciò sia stato fatto a regola d’arte, chi è stato costretto a rimanere a casa dalla sera alla mattina ha dovuto far ricorso ai propri dispositivi personali, dai computer agli smartphone, e non c’è bisogno di una indagine per sapere che non sempre sono protetti, dall’ultimo aggiornamento ai sistemi anti-Virus o anti-malware.
Siti di phishing, spam e ogni altro sistema per intrufolarsi nelle reti aziendali è stato messo in campo dagli hacker, anche creando siti Internet istantanei legati al Coronavirus o ai bonus del Governo. La raccomandazione è sempre quella di prestare estrema attenzione alla sicurezza e attendibilità dei siti che si visitano e dei messaggi che si ricevono, ma è indubbio che le aziende dovranno rapidamente dotarsi di sistemi di sicurezza digitale tali da garantire lo smart working anche nei mesi a venire.

Ufficio
26/07/2020

Con l’arrivo dell’afa estiva e delle ondate di vero caldo torna in auge il tema del rapporto tra aria condizionata e Coronavirus. Anche perché nonostante il chiarimento dell’ISS secondo cui non c’è prova che il COVID-19 si trasmetta attraverso gli apparecchi di condizionamento dell’aria, la notizia secondo la quale il flusso dei condizionatori d’aria in un ristorante potrebbe aver favorito la diffusione del Covid-19 a Guangzhou, in Cina, rimane sempre come uno spettro per chi è già tornato in ufficio per lavorare. Il tutto nonostante lo studio del Guangzhou Center for Disease Control and Prevention non sia sostenuto da simulazioni del flusso d’aria né da test sierologici né da evidenze comprovate. In ogni caso tra aria condizionata e Coronavirus è bene fare chiarezza, sia per quanto riguarda gli impianti degli uffici che per quelli di ogni luogo di comunità, dai ristoranti agli aeroporti, centri commerciali, negozi.

Le raccomandazioni dell’ISS rimangono quelle già emanate ad aprile, e sono di buon senso e contro ogni allarmismo: basta fare bene la manutenzione, pulendo frequentemente gli impianti con acqua e sapone, garantire un frequente ricambio d’aria aprendo di tanto in tanto le finestre (cosa che sarebbe da fare sempre e comunque, Coronavirus o meno) e mantenere la temperatura a un livello fisiologico, cioè intorno ai 24- 26 gradi.

Pulire prese e filtri dell’aria andrebbe fatto sempre, indipendentemente dal timore di diffusione del COVID-19, perché è tra le buone pratiche di manutenzione dei condizionatori d’aria e perché riduce la polverosità dell’aria, che è uno degli elementi potenzialmente dannosi per la salute. E in questo frangente di emergenza e pandemia non è nemmeno necessario utilizzare liquidi di sanificazione, sempre secondo le linee guida dell’ISS: bastano acqua e sapone, oppure con una soluzione di alcool etilico almeno al 70%. Ogni quanto farlo? Almeno una volta al mese, dice l’ISS, ma passare un panno in microfibra a inizio della settimana lavorativa può essere una buona precauzione, soprattutto in queste settimane di afa e caldo.

Il contagio è ormai acclarato che avviene tramite i droplet, le goccioline di saliva generate da tosse, starnuti o dall’atto del parlare e respirare e che abbiano una carica virale. Motivo per cui il ritorno in ufficio è avvenuto con precise indicazioni di protezione individuale. Tuttavia, benché non ci sia prova della trasmissione tramite gli impianti di condizionamento, assicurare un ricambio d’aria regolare rimane sempre una buona prassi, al lavoro come a casa o nei negozi: basta aprire le finestre di tanto in tanto, per esempio a metà mattina, in pausa pranzo e a metà pomeriggio, per rinnovare l’aria che circola nell’ambiente e nei condizionatori, e questo è bene indipendentemente dal Coronavirus.

C’è infine una ragionevole indicazione circa la temperatura da tenere, che è già stabilita per legge ma che tuttavia non deve essere così bassa da generare “infreddature” (è il termine utilizzato dall’ISS) che a loro volta potrebbero provocare starnuti. E di questi tempi è sempre meglio evitare di starnutire: in presenza di altre persone o anche solo per non allarmarci pensando a sintomi legati a SARS-CoV-2.

Notizie
24/07/2020

L’abbiamo sentito dire tutti, e lo abbiamo detto tutti: “Lavoro da casa e son più stanco di prima”. Be’, c’è una verità scientifica dietro a questa affermazione, e cioè che lavorare da remoto stanca di più il cervello. Lo dice il primo Work Trend Index di Microsoft, l’indagine fatta per analizzare come lo smart working stia cambiando la produttività e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri: la survey su 2000 lavoratori ha sommato sia interviste individuali e focus group che studi sul cervello attraverso l’analisi delle onde cerebrali. E lo studio sulle onde cerebrali ha dimostrato che lavorare da remoto è mentalmente più stressante e faticoso che farlo in presenza.

Certo ci sono anche i vantaggi, che abbiamo visto qui, ma ore e ore, e giorni e giorni, di riunioni da remoto, senza interazione fisica, generano fatica. Una fatica specifica, con dei marcatori cerebrali ben precisi. Per esempio: durante una video-riunione i marker della fatica compaiono dopo 30 o 40 minuti, ben prima che durante una riunione in presenza. E se le riunioni si susseguono una via l’altra, dopo un paio d’ore, quindi in pratica a metà mattina, ecco comparire i primi sintomi dello stress. Del resto video-meeting e lavoro da remoto costringono a focalizzarsi interamente e intensamente solo su una cosa: lo schermo del computer. E mancano invece tutti gli altri segnali paraverbali che invece aiutano a capire meglio, di più e più facilmente il senso della conversazione.

Il lockdown da Coronavirus ci ha colto impreparati, e non poteva essere diversamente, e siamo passati da un giorno all’altro dalla vita tradizionale da ufficio, con i suoi pro e contro conosciuti, allo smart working esclusivo, con i suoi pro e contro da scoprire. Molti hanno apprezzato le potenzialità di work-life balance di questa modalità di lavoro agile, i risparmi di tempo e denaro legati al pendolarismo casa-lavoro sono indubbi, ma ora c’è da mettere sul piatto della bilancia anche gli altri aspetti, compresa la maggior fatica mentale che fare tutto tramite lo schermo di un computer comporta.

Notizie
21/07/2020

Chiunque ha maneggiato nella sua vita una gomma per cancellare: di sicuro alle scuole elementari, dove ancora oggi è dotazione obbligatoria di ogni studente, e poi ancora nel resto della vita scolastica, dove le materie che implicano il disegno ne prevedono l’uso, e forse anche nel corso della vita professionale, visto che le matite e portamine rimangono uno strumento diffusissimo per annotare velocemente appunti su block notes e documenti stampanti.

E proprio come altri oggetti di uso quotidiano (per esempio i Post-It, i temperamatite, la penna Bic, i fermagli o la colla stick), anche la gomma per cancellare ha una storia curiosa da raccontare. Scrivere si è sempre scritto, ma mentre nell’antichità cancellare era un’operazione complessa (geroglifici e iscrizioni sulla pietra venivano raschiati con uno scalpello, e così le scritte sui papiri e sulla cera e anche quelle sulla carta) è solo con l’invenzione della matita intorno al 1500 che si pose il problema di cancellare i tratti di grafite.

Benché il caucciù fosse stato portato in Europa già da Cristoforo Colombo, per quasi due secoli dall’invenzione della matita, per cancellare le scritte lasciate dalla grafite si utilizzò la mollica del pane o la cera. Fu solo nel 1770 che un chimico inglese – Joseph Priestley – scoprì per caso che il caucciù aveva il potere di ‘raschiare’ docilmente i tratti di matita dalla carta.

Già, perché cancellare le scritte, di una matita ma anche di una penna (il processo di vulcanizzazione fu scoperto nel 1839, permettendo di rendere la gomma ancora più resistente), significa sostanzialmente raschiare docilmente lo strato superiore della carta, asportando il segno grafico insieme a un po’ di cellulosa.

Ufficio
19/07/2020

Dipendenti e collaboratori sono il vero capitale strategico di ogni azienda, e sempre più realtà imprenditoriali, dai colossi multinazionali alle medie realtà locali, stanno prestando attenzione al management delle risorse umane. Personale motivato è infatti sinonimo di efficienza e performance, e non c’è niente di più frustrante per un manager o imprenditore di veder vanificati i propri investimenti a causa della demotivazione dei propri collaboratori.

Ma come fare per motivare al massimo i propri dipendenti? Escludendo bonus e premi produttività in denaro, che non è sempre possibile distribuire, occorre lavorare sulle strategie di leadership e management, per esempio partendo da questi 5 spunti suggeriti da Triplepundit.com, sito di consulenza per business leader.

Mostrare la leadership con l’esempio

Se il capo è un vero leader, riconosciuto per le competenze così come per i comportamenti e l’impegno, i collaboratori saranno più portati ad emularlo e a lavorare per lui e con lui. Non si tratta di essere decisionisti, si tratta di essere decisi: nel prendere decisioni, nel valutare le proposte, nel lodare un lavoro ben fatto e nel sottolineare gli errori commessi.

Premiare il merito

Un vero business leader coltiva il talento dei propri collaboratori senza timore: costruire team affiatati, riconoscere e attribuire i meriti, delegare con fiducia e gestire al meglio tempi e spazi di lavoro permette di far crescere i collaboratori in competenze e autonomia, migliorandone la produttività.

Stimolare la formazione continua

In un mercato del lavoro sempre più critico e competitivo, le competenze sono il valore che ciascun lavoratore porta in dote, e un’azienda che investe sulla formazione dei propri dipendenti ne otterrà sempre un ritorno positivo. Un lavoratore abbandonato a se stesso, senza gli strumenti – materiali e di competenze – per svolgere le proprie mansioni sarà sempre un lavoratore demotivato: nella migliore delle ipotesi pronto ad andarsene; nella peggiore improduttivo.

Comunicare in modo trasparente

Prendere decisioni a porte chiuse e comunicarle dall’alto al basso è il modo più veloce per creare un clima di incertezza e di sfiducia. Non servono sempre riunioni fiume per prendere le decisioni anche più grandi: per conoscere il parere del proprio team possono tornare utili anche le brevi pause alla macchinetta del caffè: il dialogo costante tra management e forza lavoro coinvolge entrambi nella vita dell’azienda.

Rendere gradevole il luogo di lavoro

Non si tratta tanto di mettere un quadro alle pareti o una pianta all’ingresso: è il clima aziendale a fare la differenza. Dipendenti che si sentono prima di tutto persone e poi un numero di matricola si recano al lavoro con maggior coinvolgimento, e sono pronti a superare ogni difficoltà per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Ufficio
15/07/2020

La stragrande maggioranza di chi possiede un computer – desktop o laptop – lo usa per come gli è stato venduto. Certo c’è una grande fascia di utenze aziendali che usano programmi proprietari o customizzati ai soli fini del proprio lavoro. Certo ci sono tantissimi liberi professionisti che acquistano software utile alle loro attività. Ma insomma, a parte queste due particolari situazioni, chi ha un computer lo usa così com’è. Al contrario di quanto avviene invece con gli smartphone, dove si scaricano App a profusione, spesso anche di dubbia o pericolosa provenienza, senza porsi problemi o timori sulla sicurezza. E invece anche per i computer ci sono tanti programmi gratis e utili che sarebbe il caso di scaricare e installare: per migliorare le performance, per tenere in ordine i propri file, per porre rimedio a inevitabili errori che tutti facciamo (in primis quello di cancellare file che non dovevamo eliminare o perdere lavori che non si riesce a recuperare.
Dism++
Tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il disco fisso che non ha più spazio, e tutti prima o poi ci siamo affidati a programmi a pagamento spesso molto cari (e talvolta che di poca utilità). Dism++ è la soluzione gratuita ed efficace: trova davvero i file inutili o duplicati e permette di recuperare anche diversi GB di spazio sul disco fisso. Con benefici anche in termini di velocità della macchina.
Dism++ si può scaricare partendo da qui
KickassUndelete
Ok, il nome è quello che è, ma quando si tratta di recuperare file cancellati per errore non si bada troppo al sottile. Lunghi e faticosi documenti di lavoro, preziosi video e foto famigliari, musica e film: non importa cosa abbiamo cancellato, ma quando si tratta di recuperarlo e non si vogliono spendere dei soldi, non c’è niente di meglio di KickassUndelete. Certo bisogna essere degli utilizzatori di computer un ’bout più che basici, ma nell’emergenza è senza dubbio la soluzione.
KickassUndelete si scarica da qui
Uranium Backup
Appunto il backup, croce e delizia di ogni massiccio utilizzatore di computer. Perché non c’è niente di più terrificante di perdere il proprio archivio, che sia professionale o privato, e sarebbe sempre buona cosa procedere con backup regolari. Qui abbiamo già parlato di 4 possibili soluzioni, nel senso di scelta di dove mettere i propri file. Ma che si tratti di una serve domestico tipo NAS, di uno spazio cloud, o di supporti fisici esterni come HD portatili o i cari, vecchi ma sempre affidabili DVD, non c’è programma migliore di Uranium Backup. Soprattutto per quanto riguarda la gestione dei file da salvare in backup, e la gestione dei diversi backup nel tempo.
Uranium Backup si scarica da qui
Keepass
Davanti alla proliferazione delle password ci sono 3 strategie tra le più diffuse: sceglierla semplice e a rischio (tipo “password” o “123456”, che sono le più gettonate e ovviamente le più hackerate); usare sempre la stessa (tipicamente la propria data di nascita, il nome dei figli o degli animali domestici); inventarsene ogni volta una nuova per poi inevitabilmente dimenticarsene e dover fare tutta la procedura di recupero password. Tra i software per creare password sicure e conservarle c’è Keepass, che crea in pratica un database che si può salvare sia in locale che in cloud e a cui fare riferimento ogni volta per recuperare la password.
Keepass si può scaricare qui