Ufficio
02/12/2021

Freddo in ufficio: un’esperienza che purtroppo capita a molti, vuoi perché il riscaldamento è rotto, vuoi perché l’ufficio non è ben isolato dagli spifferi di aria fredda che entrano dall’esterno, vuoi perché l’ufficio si trova isolato da altri ambienti riscaldati, vuoi perché il datore di lavoro non bada a tutte queste cose. Cosa fare se si è costretti a lavorare in ufficio al freddo? Intanto conoscere i propri diritti e doveri, nonché la normativa in fatto di tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
Freddo in ufficio: cosa dice la legge
La legge in materia di tutela della salute sul lavoro stabilisce che il datore è tenuto a garantire la conformità dei luoghi di lavoro ai requisiti minimi prescritti dalla legge. Una espressione vaga che però nei termini conformità e idoneità riguarda anche il riscaldamento. Quindi se c’è freddo in ufficio e il datore di lavoro non provvede a creare le condizioni conformi e ideali per preservare l’integrità psicofisica e la salute dei lavoratori, la responsabilità è dell’azienda, anche qualora si procedesse con una causa. Però, se ci sono delle condizioni oggettive che rendono gli ambienti di lavoro non conformi e non idonei (per esempio un sottoscala buio e senza areazione) sulla temperatura ci sono invece vaghe indicazioni che riguardano anche l’umidità degli ambienti.

C’è in particolare un decreto (D.lgs. n. 81/2008) che stabilisce i criteri generali sul microclima all’interno del posto di lavoro in fatto di areazione, umidità e temperatura ma, per le ultime due caratteristiche, questi sono abbastanza vaghi: si stabilisce infatti che la temperatura nei locali di lavoro deve essere “adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori”, il che lascia spazio a numerose interpretazioni, considerati anche l’umidità e il movimento dell’aria all’interno degli uffici.
Freddo in ufficio: temperatura minima per lavorare
Tuttavia, in generale, la temperatura minima per lavorare è normalmente individuata a 19°C (mentre la massima a 24°C, nel caso di caldo estivo) e l’umidità deve essere tra il 40% e il 60%.
Freddo in ufficio: cosa fare?
Cosa fare quindi se fa freddo in ufficio? In teoria, secondo una recente sentenza della Cassazione (20 gennaio-1 aprile 2015 n.6631) il lavoratore potrebbe anche assentarsi dal posto di lavoro, anche senza la proclamazione di uno sciopero, e senza subire decurtazione dello stipendio, che anzi andrebbe pagato integralmente. Però la sentenza della Cassazione è un caso particolare e in generale, prima di assentarsi dal lavoro per il freddo in ufficio, è necessario che ci sia una proporzione tra l’inadempimento del datore e la reazione del dipendente, verificando se le condizioni di lavoro sono davvero tali da giustificare l’azienda. Per una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al lavoratore ce n’è infatti un’altra (10 agosto 2012, n. 14375) che ha invece ritenuto legittimo il licenziamento di una lavoratrice di una casa di cura che si era assentata dal lavoro a causa di supposti inadempimenti da parte del datore di lavoro: in questo caso la Cassazione ha ritenuto esorbitante il comportamento della lavoratrice rispetto alle reali condizioni di lavoro.

Notizie
01/12/2021

La pandemia ha scombussolato la vita e il lavoro un po’ di tutti. Secondo i sondaggi 3 italiani su 10 vogliono cambiare lavoro ed è anche boom di dimissioni con numeri mai visti (tanto che è già chiamata Great Resignation) con sempre più persone che pensano di aprire la partita IVA nella speranza di poter avere più libertà, lavorare in qualche modo “agile” e riuscire nel vero work-life balance.

Ora, detto che non è così automatico, che il passaggio da dipendente a freelance è una vera e propria mutazione di specie, che lo stress c’è eccome anche da libero professionista e che prima di fare questo passaggio ci sono parecchie cose a cui pensare bene bene bene, la prima domanda veramente da farsi è: quando è obbligatorio aprire la partita IVA?
Quando è obbligatorio aprire la partita IVA
La legge da questo punto di vista è molto chiara: serve una partita IVA ogni volta che l’attività è finalizzata a produrre reddito ed è svolta in modo abituale benché non esclusiva o continuativa (per esempio nel caso dei stagionali).
Quindi se ci si licenzia dal proprio lavoro dipendente e ci si mette sul mercato come consulente freelance libero professionista, qualunque sia la professione, è obbligatorio aprire la partita IVA, e questo è pacifico.
Anche aprire un e-commerce per vendere obbliga ad aprire la partita IVA: ovviamente nel caso di acquisto e rivendita di prodotti, ma anche nel caso in cui si volessero vendere proprie creazioni – per esempio borse, grembiuli, manufatti artigianali – con il solo obiettivo di arrotondare il reddito. Il solo fatto che il sito di e-commerce sia online è sufficiente a giustificare l’attività continuativa.

Non è obbligatorio aprire la Partita IVA se si decide di vendere oggetti usati o nuovi saltuariamente: l’abito smesso sulle App che oggi vanno per la maggiore, l’auto su un sito specializzato ma anche oggetti ritrovati in soffitta in cantina, che si vendano online o al mercatino dell’usato. Diverso invece il caso in cui si voglia vendere al mercato o online il miele prodotto nel proprio giardino, o le confetture di marmellata fatta in casa: se ci si posiziona con una bancarella in un mercato o fiera, o si ha un punto vendita, o ancora si vende online allora serve la partita IVA.

Infine anche il volume d’affari è irrilevante: che si vendano vasetti di miele per 1000 euro l’anno (nelle forme sopra descritte) per arrotondare, o si facciano consulenze per centinaia di migliaia di euro l’anno non fa differenza. Il limite del volume d’affari a 5000 euro / anno serve solo per distinguere il lavoro autonomo occasionale che non prevede gli obblighi previdenziali, cioè il versamento dei contributi all’Inps o ad altro ente previdenziale. Quindi nel solito esempio dei vasetti di miele, se il volume d’affari annuo è di 4999 euro ci vuole la partita IVA e si pagano le tasse ma non si versano i contributi previdenziali.

Notizie
26/11/2021

Entro fine anno dovrebbe andare in firma il nuovo protocollo smart-working, al cui tavolo stanno lavorando aziende e sindacati. Sono molti i punti in discussione, perché dalla prima regolamentazione del lavoro agile, quella del 2017 che lo inquadra come lavoro subordinato che lascia autonomia al lavoratore su tempi e modi di esecuzione, di cose ne sono cambiate parecchie. Tra tutte: il lavoro smart in emergenza, obbligato dalla pandemia che stiamo ancora attraversando.

E così con il nuovo protocollo smart-working si sta tentando di dare forma e ordine a quanto finora fatto in modo informale e disordinato, ricorrendo de facto a uno smart-working decisamente vario, dal lavoro agile nel vero senso della parola al telelavoro che ha duplicato (in peggio) le modalità di lavoro in ufficio.

Sul tavolo di lavoro (smart) ci sono tanti punti: il passaggio dagli accordi individuali a una cornice di accordo almeno aziendale (oggi siamo appena al 30%, secondo le fonti sindacali), l’adesione volontaria con accordo individuale (bypassato in fase emergenziale), la tutela dei tempi di disconnessione nonché di salute e sicurezza dei lavoratori in smart working. Tanti punti enfatizzati proprio durante questi lunghi mesi di pandemia, che se ha avuto un merito è quello di aver dato un’accelerazione al lavoro agile anche in Italia.

Ufficio
23/11/2021

“Mens sana in corpore sano” recita un detto dell’autore latino Giovenale. In quel caso l’intento era di sottolineare l’importanza di ricercare una buona condizione fisica e mentale più che condizioni effimere come la ricchezza e la fama. Con un approccio meno manicheo, ci chiediamo: come si coniuga l’aspetto lavorativo, parte preponderante nella vita di tutti i giorni, con il benessere fisico e mentale? Perché è importante perseguire una corretta forma psico-fisica e che benefici ne può trarre il rendimento sul lavoro?

Oltre a seguire una corretta alimentazione, ci sono molte ragioni per tenersi attivi dal punto di vista fisico. Innanzitutto l’attività fisica, come evidenziato da diverse ricerche, riduce il rischio di sviluppare complicazioni cardiache, specie con l’avanzare dell’età, e di prevenire e controllare il diabete. Poi ci sono quei benefici legati alla forma fisica: tenersi in movimento consente di mantenere un peso adeguato, di abbassare la pressione del sangue e, come vedremo, di prevenire stati depressivi.
Vediamo perché è importante integrare le lunghe ore passate sulla poltrona del nostro ufficio con un po’ di sana attività fisica.
Benefici sul lavoro

Uno studio della Loughborough University pubblicato di recente, ha messo in correlazione gli sport, specialmente quelli di squadra, con i benefici che questi generano a livello di individuo, gruppo e di organizzazione. È emerso che l’attività fisica produce effetti positivi sulla salute dell’individuo e, quando svolta a livello aziendale, permette di migliorare la qualità delle relazioni di gruppo e potenziare la coesione organizzativa.

Lo studio spiega che chi prende parte ad iniziative sportive migliora in modo significativo la forma del sistema cardio-respiratorio, la salute fisica, quella mentale (a livello comportamentale) e il benessere in generale.

L’università di Laughborough, rifacendosi anche ad uno studio dell’australiana Thøgersen-Ntoumani, trova evidenza che l’esercizio e l’attività fisica sono correlati sia direttamente che indirettamente con un elevato stato di benessere che si ripercuote positivamente su molti aspetti della vita del lavoratore (la ricerca aveva esaminato i partecipanti che per un certo periodo di tempo prendevano parte a iniziative sportive organizzate dall’impresa). L’esercizio fisico è quindi risultato correlato non solo ad un miglioramento delle performance individuali, ma anche di quelle di gruppo.

Lo sport ci aiuta a coltivare una salute mentale e fisica di qualità e ci permette oltretutto di catalizzare sensazioni positive che generano un circolo virtuoso: se stiamo meglio con noi stessi, possiamo relazionarci meglio anche con gli altri. In questo modo le relazioni migliori e l’attitudine positiva nutrono l’organizzazione e guidano verso un rinnovato senso di squadra, la condivisione dei valori che guidano il team, comunicazioni più efficaci e un clima positivo nei rapporti tra colleghi.

Svolgere attività fisica e migliorare quindi la propria salute, conduce logicamente a ridurre il rischio di ammalarsi e, quindi, di assenze forzate dal lavoro. Quando una mente sana è unita ad un corpo sano, migliorano le performance delle attività che svolgiamo quotidianamente comprese quelle lavorative. Se migliorano le performance, di conseguenza sappiamo bene che il raggiungimento di buoni risultati stimola il coinvolgimento e la soddisfazione.

Negli ultimi tempi le imprese si sono sempre più sensibilizzate alla questione del benessere mentale e fisico dei propri lavoratori. Le forme di sport di gruppo che vengono utilizzate maggiormente sono le camminate o escursioni (spesso in montagna), corsa (compresa la partecipazione a gare amatoriali) e il calcio. Seppure spesso siano iniziative con un livello di competizione amatoriale, permettono comunque di ricreare quel senso di squadra per cui si concorre uniti verso un obiettivo aiutandosi a vicenda per il raggiungimento del risultato finale.
Allenarsi al buon umore

Uno studio realizzato dalla University of British Columbia su 86 donne tra i 70 e gli 80 anni, con deterioramento cognitive lieve, sottoposte a 6 mesi di training, due volte la settimana, ha permesso agli studiosi di evidenziare che un regolare esercizio aerobico è correlato ad un aumento della dimensione dell’ippocampo, quella parte del cervello coinvolta in processi di memoria e apprendimento.

Diversi studi hanno inoltre dimostrato che altre parti del nostro cervello che attengono al controllo della memoria e del pensiero, come la corteccia prefrontale e la corteccia temporale mediale, hanno anch’esse dimensioni maggiori nelle persone che conducono uno stile di vita che comprende lo svolgimento di esercizi fisici.

L’esercizio fisico permette di ridurre l’insulino-resistenza e quindi, come dicevamo, di prevenire forme diabetiche. Inoltre stimola il rilascio dei cosiddetti fattori di crescita – quelle proteine che agiscono positivamente sulla salute cellulare, i vasi sanguigni del nostro cervello e sulla salute delle cellule, comprese quelle cerebrali.

Oltre a tutti questi benefici, sappiamo che l’attività fisica contribuisce a migliorare il sonno, a ridurre lo stress e persino a prevenire forme depressive. Il Black Dog Institute, uno dei più importanti centri per lo studio dei disturbi dell’umore, ha messo in luce che l’esercizio fisico è un importante rimedio alla depressione. L’Istituto di ricerca ha anche stilato una breve lista di consigli per promuovere l’attività fisica come cura della salute mentale:

Inizia ponendoti degli obiettivi su piccolo scala, che siano realistici e raggiungibili e aumentali gradualmente. Decidi quanto tempo devi dedicare giornalmente all’esercizio fisico e attieniti al piano.
Trova il momento della giornata più adatto a te. Cerca di non trovare scuse per saltare la sessione quotidiana: a volte occorre sforzarsi e imporsi di svolgere un po’ di movimento, anche una breve sessione di attività fisica può avere un grande beneficio sull’umore e ridurre lo stress.
Scegli l’attività fisica che svolgi più volentieri. Ognuno di noi, infatti, può trovare stimolanti tipi di sport diversi: dalla corsa alle camminate, dal nuoto all’acqua gym o il pilates. Anche 10 minuti di esercizio giornaliero aiutano a mantenere una forma mentale e fisica sana.
È importante focalizzarsi si miglioramenti graduali e sentirsi gratificati anche quando un piccolo obiettivo è stato raggiunto. Un trucco, in questo senso, è di condividere il piccolo traguardo con qualcuno che possa apprezzare e festeggiare tale successo insieme a te.
Allenarsi con amici e colleghi è un ottimo modo per socializzare e motivarsi. Praticare attività fisica con i colleghi permette di creare coesione, di educare ad un sano sacrificio e al lavoro di squadra per il raggiungimento degli obiettivi.

Quanto devo allenarmi?
L’organizzazione mondiale della sanità ha un ruolo importante nel promuovere la salute mentale e fisica. Essendo una delle voci più autorevoli in questo campo, interviene spesso con dei suggerimenti e dei vademecum che aiutano a seguire uno stile di vita sano. In particolare ci ricorda che:

La carenza di attività fisica è direttamente collegata a patologie che afferiscono al sistema cardiovascolare, al diabete e a disturbi dell’umore;
Si stima che a livello globale, un adulto su quattro non svolge sufficiente attività fisica;
Oltre l’80% dei ragazzi in età adolescenziale nel mondo non svolge sufficiente attività fisica;
L’obiettivo dei paesi aderenti all’organizzazione è di ridurre i casi di insufficiente attività fisica del 10% entro il 2025.

Arrivato a questo punto, ti starai chiedendo come si può mantenere il livello di attività fisica raccomandata o se sarà necessario prendere parte a tutte le prossime maratone o competizioni sportive per seguire i consigli degli esperti.

La stessa organizzazione mondiale della sanità ha indicato quali siano, per ogni fascia d’età, i livelli di attività fisica raccomandati:

Per bambini e adolescenti tra I 5 e 17 anni:
L’attività raccomandata dovrebbe essere di almeno 60 minuti ogni giorno con livello di intensità moderata o intensa.
Oltre i 60 minuti di attività fisica si avranno ulteriori benefici per la salute.
Si dovrebbero includere quelle attività che rafforzano l’ossatura e la muscolatura e avere una frequenza di 3 volte per settimana.
Adulti tra I 18 e I 64 anni:
Almeno 150 minuti di attività fisica moderata o intensa durante la settimana o almeno 75 minuti di attività fisica intensa sempre durante una settimana.
Aumentando l’attività a 300 minuti a settimana si ottengono ulteriori benefici fisici.
È consigliabile svolgere attività che mirano a rafforzare la muscolatura con una frequenza di due o più volte la settimana.
Adulti sopra I 65 anni:
Anche in questo caso, si consigliano 150 minuti di attività fisica moderata o intensa durante la settimana o almeno 75 minuti di attività fisica intensa sempre durante una settimana.
Aumentando l’attività a 300 minuti a settimana si ottengono ulteriori benefici fisici.
È consigliabile, soprattutto in questa fascia d’età, svolgere attività che mirano a rafforzare la muscolatura con una frequenza di due o più volte la settimana.
Chi soffre di mobilità ridotta può beneficiare di attività fisiche che potenzino l’equilibrio e aiutino a prevenire le cadute.

Fonti:
www.blackdoginstitute.org.au
www.who.int
www.lboro.ac.uk

Idee
18/11/2021

Il lavoro Part-Time è in crescita in tutta Europa. Secondo i dati Eurostat i lavoratori a tempo parziale sono passati dal 15% del 2002 al 19% del 2017. E le conseguenze della pandemia potrebbero presto far lievitare questa percentuale, perché numerose legislazioni del lavoro concedono ai lavoratori di richiedere questa riduzione di orario e perché è in atto una vera e propria “Great Resignation” con sempre più persone che stanno dando le dimissioni.

C’è da dire che – soprattutto in Italia – le aziende non amano il part-time. E non è una questione affettiva: secondo numerosi studi il lavoro part-time è meno produttivo ed è pagato di più, e impiegare lavoratori part-time aumenta i costi fissi del lavoro, cioè quelli non legati al numero di ore lavorate ma al numero di lavoratori.

Tuttavia mettendosi dalla parte dei lavoratori sono altri i pro e contro del lavoro part-time da mettere sui piatti della bilancia.

Tra i vantaggi sicuramente vanno annoverati:

1. Work-life balance: più tempo a disposizione, per sé e/o per la famiglia
2. Possibilità di affiancare studio e lavoro
3. Meno stress

Tra gli svantaggi si possono elencare:

1. Stipendio più basso: lavorando meno ore è inevitabile
2. Meno prospettive di carriera: vuoi per la minor disponibilità di tempo, vuoi perché “Vivendo” meno le dinamiche d’ufficio si creano meno occasioni di promozione
3. Contribuzione pensionistica inferiore

Notizie
15/11/2021

Non dovrebbe capitare, ma durante un’intervista per un nuovo impiego non è facile rimanere sempre lucidi. Soprattutto quando ci si sente porre delle domande vietate durante un colloquio di lavoro. Già, perché l’esaminatore – HR manager, titolare o addetto di una società di recruiting che sia – può chiedere molte cose, ma non proprio tutto. Perché alcuni dati sono sensibili, o perché semplicemente non rilevanti ai fini di una valutazione professionale.

1. Nazionalità
C’è un decreto (il DL 215 del 2003) che attuando una direttiva della Comunità Europea stabilisce la parità di trattamento tra le persone indipendentemente da razza o origine etnica.

2. Sindacato
È scritto nello Statuto dei Lavoratori: non si può chiedere a un candidato se è iscritto a un sindacato, né chiaramente a quale sindacato.

3. Orientamenti personali
Cosa pensa del tal politico? Cosa pensa di questa legge? Cosa pensa di cosa sta accadendo in questo fatto di attualità? Tutte domande apparentemente ingenue e che però indagano le opinioni personali dei candidato. E quindi non possono essere poste.

4. È religioso? Quale religione professa?
È sempre parte del punto 3 e del punto 1: orientamento religioso, opinioni politiche, opinioni personali non devono rientrare tra le domande per un colloquio di lavoro. È scritto nello Statuto dei Lavoratori.

5. Figli
Ha figli? Vuole avere figli? Chi si occupa dei figli? Tutte domande proibite dall’articolo 27 delle Pari Opportunità.

6. Stato affettivo o civile
Cioè: è sposato/a, fidanzato/a, convivente, etc? Anche qui ricadiamo nell’articolo 27 del Codice delle Pari Opportunità. E riguarda ogni livello di impiego e retributivo, così come ogni forma di collaborazione.

7. Condizioni di salute
Fisica o psichica non fa differenza: come per la questione Covid e Vaccino, il datore di lavoro – anche potenziale – non può porre domande su aspetti che attengono l’area personale. Lo stabilisce il Garante sulla Privacy.

Idee
12/11/2021

Il tema della leadership è antico quanto il mondo, ed è sempre stato presente nel mondo del lavoro. Ma è indubbio che in una fase di profondi cambiamenti organizzativi e sociali come quella che stiamo vivendo dentro e dopo la pandemia, il ruolo dei leader assume ancora più importanza. Il lavoro si sta atomizzando, nello spazio e nel tempo, lo smart working o il lavoro agile impongono de facto nuovi paradigmi organizzativi, funzionali e anche manageriali. E gli stili di leadership che andavano bene (più o meno) ieri, oggi potrebbero risultare obsoleti.
Stili di leadership
Degli stili di leadership abbiamo già parlato. Solitamente la classificazione prevede il visionario, il coach, l’affiliativo, il democratico, il “battistrada” e l’autoritario. O comunque sinonimi di queste diciture.
Ma qualunque sia la classificazione, la definizione e lo stile di leadership, quali sono le caratteristiche in comune tra questi? Quali quelle imprescindibili per un bravo leader, a prescindere dal suo stile?
Le caratteristiche immancabili in un bravo leader
Non basta avere un job title o una posizione in un organigramma per risultare, o essere, un leader. Ci sono alcune caratteristiche immancabili in un bravo leader che prescindono dalla sua posizione “gerarchica” all’interno dell’azienda.

Saper comunicare: il modo giusto per comunicare all’interno – con ciascuna persona interna all’azienda – e all’esterno
Sapere le cose: la competenza, che non significa una competenza operativa su ciascun aspetto di ciascuna mansione, ma sicuramente essere informato e aggiornato su ciò che si sta facendo
Saper decidere: alla fine serve una sintesi, una decisione, e quella la deve prendere il leader
Saper motivare: le persone non lavorano solo per il salario, e la motivazione gioca un ruolo fondamentale tra il successo e l’insuccesso. Soprattutto quando si lavora in team
Saper valorizzare: che può significare tante le cose, da un po’ di attenzione per tutti al dare i giusti meriti individuali al condividere i successi con il team
Essere ottimista: non si è leader se si è pessimisti, lapalissiano
Essere consapevole: del proprio ruolo, del fine delle proprie azioni, di ciò che è il bene a cui tendere

Idee
09/11/2021

Oggi più di ieri, e meno di domani, lavorare green diventa un imperativo. Si è appena conclusa Cop26, la conferenza sul clima che ha ricordato una volta in più quando sia importante mettere in campo azioni concrete a favore del nostro pianeta. E se le aziende possono, e devono, fare la loro parte, anche le persone che vi lavorano possono, e devono, fare la loro. Ma come? Cominciando come sempre dalle piccole cose.

1. Be smart
Indubbiamente lo smart working si è dimostrato un risparmio di tempo e risorse per le persone e l’ambiente. Tanto che molte aziende l’hanno reso strutturale, almeno per qualche giorno a settimana. Vero che si alzano i consumi elettrici di casa, ma se questo significa evitare di prendere l’auto per andare in ufficio, allora approfittane anche tu.

2. Usa mezzi di trasporto green
Non necessariamente quelli pubblici, perché con la pandemia ancora tra noi anche qualche timore a salire su un treno pendolari o un autobus affollati può avere la sua ragionevolezza. Ma se ti è possibile, se la distanza da coprire è contenuta, se vivi in città o comunque nei dintorni, ci sono anche le biciclette, quelle elettriche, i monopattini o il car sharing elettrico. Non ci sono mai state così tante soluzioni come oggi per evitare di inquinare. Ed è anche risparmioso.

3. Spegni la luce
O meglio: evita gli sprechi elettrici. In quanti uffici ci sono luci e dispositivi accesi anche quando non serve che lo siano? La sera, quando esci, spegni computer e dispositivi collegati. Quando vai in bagno po ricordati di spegnere la luce. Se hai una macchinetta del caffè a capsule, ricordati di spegnerla. Piccole cose che sommate fanno la differenza.

4. Tara il riscaldamento
La temperatura in ufficio è stabilita per legge tanto in estate quanto in inverno (per legge tra i 18°C e i 22°C). Ma insomma, al netto del continuo dibattito tra chi ha caldo e chi ha freddo, si può anche pensare di risparmiare 1°C e coprirsi con un maglioncino un poco più pesante. È un risparmio economico e ambientale che fa bene a tutti.

5. Differenzia
Chissà perché a casa differenziamo tutto ma poi in ufficio i cestini sembrano quelli dei rifiuti per strada, pieni di tutto e di più senza alcun criterio. E considerando quanto tempo passiamo in ufficio o al lavoro, e quanti rifiuti potenzialmente possiamo produrre, ecco, sarebbe un bel salto di qualità nell’impatto ambientale e verso il lavoro green.

Idee
08/11/2021

La pandemia ha costretto molti a creare un business online. E del resto non c’erano alternative: dalla DAD allo smart working, ma anche la spesa al supermercato, in quei lunghi mesi (quasi) tutto è migrato dal fisico al digitale. E sempre negli stessi mesi in molti hanno pensato che creare un business online fosse la chiave per rilanciare la propria attività. O per dare una svolta alla vita.
Ma diventare un imprenditore digitale è più facile a dirsi che a farsi, e non basta certo mettere online un sito Internet o aprire u profilo social. Anzi, per lanciare un business online che abbia qualche prospettiva di funzionare (bene) a lungo termine servono almeno 5 passaggi preliminari.

1. Pensa a un servizio
Che sia ordinare la pizza, tenere corsi di musica per bambini o fare consulenza aziendale, individua un servizio che, grazie alla transizione digitale, potrebbe funzionare meglio di ora. Non tutto e non sempre può passare dal fisico al digital, ma abbiamo scoperto che può accadere per più ambiti di quelli che avremmo mai immaginato. L’importate, come sempre, è che ci sia un mercato almeno potenziale.

2. Dai un valore aggiunto
Risparmio di tempo o denaro, facilità di accesso, flessibilità: per cambiare le proprie abitudini le persone hanno bisogno prima di tutto di percepire un vantaggio per sé. Se per ordinare la pizza a domicilio tramite App ci vuole più tempo che al telefono, non è la soluzione giusta. Ma se così facendo ho uno sconto, allora le cose cambiano.

3. Scegli la soluzione tecnologica più adatta
Questa è la parte più difficile, perché ragionevolmente ti devi affidare a qualcuno che ne sappia. No, far fare il sito al cugino smanettone non è la soluzione. La tecnologia è utile quando funziona, e ci deve essere il giusto equilibrio tra investimento e funzionalità.

4. Fatti conoscere
La cara, vecchia lezione della pubblicità continua a funzionare. Anche perché la competizione online, tra i motori di ricerca e gli algoritmi social, è spietata. E non basta la presenza per farsi notare. Tradotto: bisogna spendere un po’ di budget per farsi conoscere e farsi trovare dai potenziali clienti. Almeno all’inizio.

5. Non dimenticarti della nuova dimensione digitale
È un errore abbastanza comune: metto online un sito, apro il profilo social, poi me ne dimentico. Qui la lezione sempre valida è quella del Tamagotchi: magari poche attenzioni, ma ogni giorno, servono a tenere in vita il proprio business online.