Idee
30/05/2020

Il futuro del lavoro sarà da casa? A giudicare dalle notizie che si rincorrono sui colossi del tech che intendono lasciare libertà ai propri dipendenti parrebbe proprio di sì. Jack Dorsey, Ceo di Twitter, ha già detto che chi vorrà potrà lavorare per sempre da casa. Google riaprirà solo il 6 luglio, ma per pochissimi dipendenti. Idem Microsoft e tante altre realtà hi-tech: Mark Zuckerberg di Facebook ha affermato che nei prossimi 10 anni la metà dei dipendenti di Menlo Park potrebbe serenamente lavorare da casa (e parliamo di oltre 20mila persone) E pure alcuni gruppi da noi – Fastweb, Enel sembrano orientati a consolidare il ricorso allo smart working come regola di base anche quando (e se) l’emergenza Coronavirus sarà rientrata.

Ma attenzione alle distorsioni: dici smart working e pensi alla California, a correre all’alba sull’Oceano, a fare surf in pausa pranzo e a case con vista sulla Napa Valley, ma la realtà delle cose non è per tutti questa. Per molti il lockdown ha significato anche difficoltà materiali, dal punto di vista della dotazione tecnologica e della connessione, per poter svolgere efficacemente il proprio lavoro. Per tutti o quasi è stato necessario un ripensamento delle modalità e dinamiche del lavoro, da chi deve gestire il proprio team da remoto a chi deve svolgere i propri compiti in un ambiente diverso.

Ma poi ci sono le dinamiche specifiche del lavoro da prendere in considerazione. Come valutare davvero le prestazioni professionali ed eventualmente la carriera dei dipendenti? Come gestire l’orario di lavoro? Per molte organizzazioni lo smart working ha significato semplicemente timbrare il cartellino da casa, pochi fortunati hanno potuto e saputo gestire i propri compiti risparmiando tempo (e denaro) rispetto al pendolarismo casa – lavoro, ma molti si son ritrovati a lavorare di più, più ore, in condizioni peggiori. Per non parlare di ciò che potrebbe accadere: se lavori da casa puoi accettare uno stipendio inferiore e magari qualche benefit o servizio in meno (ticket, mensa, etc). Insomma, lo smart working era una tendenza in crescita già prima del Coronavirus, ma il lockdown ha dato una accelerata improvvisa che domani potrebbe mettere aziende, lavoratori, sindacati e ministeri davanti a uno scenario tutto nuovo e tutto da gestire.

Idee
28/05/2020

Una delle conseguenze del post-Coronavirus potrebbe essere l’addio alle trasferte di lavoro. Sì, quei viaggi in giornata in aereo tra le capitali europee – Milano-Roma-Parigi-Londra-Berlino-Madrid – ma anche quell’avanti e indietro in auto e treno su distanze più modeste, per fare un incontro, un meeting, una riunione: ecco, tutto questo potrebbe essere il passato, e un passato che non tornerà più. Lo smart working, il lavoro agile, l’idea che alcuni hanno (Jack Dorsey, CEO di Twitter su tutti) che comunque, domani, lavoreremo tutti e per sempre da casa, ci hanno fatto scoprire che tutto sommato, anziché un Roma-Milano-Roma in giornata per partecipare a una riunione di 2 ore, va benissimo anche una videocall su Zoom, Meeting, Skype o qualsiasi altro programma di remote meeting.

È un bene? È un male?

Difficile dirlo oggi, quando la situazione è ancora fluida e solo si possono intuire i pro e i contro. Tra i contro c’è sicuramente quello che il settore dei viaggi di lavoro è uno di quelli trainanti: aerei, treni, taxi, ristoranti, alberghi e servizi correlati vivono anche, se non soprattutto, sui viaggi di lavoro (e c’è chi ha già calcolato che la perdita di fatturato sarà per il 2020 di 820 miliardi di dollari, 190 solo per l’Europa). E questa perdita di fatturato significa anche perdita di posti di lavoro, inutile negarlo.

Poi però ci sono anche i Pro, almeno per chi è sensibile al tema: meno inquinamento, meno consumo di risorse – e si è visto come l’aria e l’acqua durante il lockdown siano state resilienti e tornare a essere pulite – ma anche meno tempo perso per gli spostamenti e più tempo da dedicare a se stessi e alle cose importanti.

E poi c’è l’aspetto economico- finanziario per le aziende: se è vero che i viaggi di lavoro sono un settore importante, lo sono anche in termini di spesa per le aziende, che per la maggior parte usciranno / stanno uscendo dal lockdown e dalla fase acuta dell’emergenza Coranavirus con grosse difficoltà.

Sarà davvero così, o non appena passata la paura e le restrizioni torneremo a viaggiare anche – se non soprattutto – per lavoro?

Idee
26/05/2020

LinkedIn ha appena pubblicato alcuni insight che mostrano come il lavoro da casa durante la pandemia stia avendo un impatto sulla salute mentale dei professionisti italiani. Questa è naturalmente stata una sfida per molti, e numerosi professionisti hanno dichiarato che la propria salute mentale ha subito un impatto negativo.

Il 46% dei professionisti italiani si sente più ansioso o stressato da quando lavora da casa.
Il 18% ha riscontrato un impatto negativo sulla propria salute mentale.
Il 26% dei professionisti trova più difficile concentrarsi.
Il 45% dei professionisti fa meno esercizio fisico.
Il 63% dei professionisti ha dichiarato di non ricevere sostegno da parte della propria azienda per il proprio benessere fisico mentre lavora da casa.

Nonostante le restrizioni del lockdown si siano allentate, è improbabile che questo nuovo ambiente di lavoro da casa cambi nel breve periodo. Abbiamo quindi voluto fornire il commento di uno degli esperti di LinkedIn, Cameron Veasey, su alcune best practice da prendere in considerazione se ti senti stressato o ansioso mentre lavori da casa, commentate a sua volta dall’Ordine degli Psicologi.
1. Stabilisci dei confini
Una delle cose più importanti che si possono fare in questo periodo è fissare dei confini. Questo risulterà incredibilmente utile a te, alla tua famiglia e ai tuoi colleghi. Quelli di noi che lavorano da casa a causa dell’attuale pandemia hanno visto i confini tra vita personale e professionale in qualche modo confondersi, con molti professionisti che hanno ammesso di lavorare per ore extra da quando hanno iniziato a lavorare da casa. Un modo semplice per iniziare a stabilire dei confini è quello di fissare un inizio e una fine chiara ogni giorno. Questo ti impedirà di accumulare ore extra sul lavoro, e ti darà più tempo per staccare la spina – prevenendo il burnout. Ti sarà utile, inoltre, a gestire le aspettative sul lavoro, in quanto ti permetterà di comunicare chiaramente ai tuoi colleghi quando possono aspettarsi che tu sia online.
2. Prenditi delle pause
Questo nuovo ambiente professionale ci ha reso facile lasciarci trasportare dal lavoro, senza mai fermarci per fare una pausa. Tuttavia, è importante che ci prendiamo un ’bout di tempo della giornata per allontanarci dallo schermo. Il modo più semplice per inserire una pausa nella tua giornata è utilizzare la pausa pranzo. Se ti è stata assegnata un’ora di pausa pranzo prima della chiusura, allora dovresti comunque approfittarne mentre lavori da casa – preferibilmente stando lontano dallo schermo. Questo darà alla tua mente un ’bout di tempo per ricaricarsi e concentrarsi, prima di affrontare le prossime voci sulla lista delle cose da fare.
3. Ricordati di trovare del tempo per te stesso (prendere una boccata d’aria fresca)
Questo periodo ci ha reso più propensi a restare in contatto con gli amici, la famiglia e i colleghi, ma ci ha anche reso meno inclini a trovare il tempo per noi stessi. Tuttavia, includere del tempo per noi stessi nella routine quotidiana è davvero importante… Ora che le misure di isolamento sono state alleggerite, uno dei modi migliori per farlo è iniziare la giornata con una passeggiata di 30 minuti all’aperto. Questo ti permetterà di fare un ’bout di esercizio, dandoti anche un ’bout di tempo per riflettere e rilassarti prima di iniziare la giornata. Tuttavia, se non ti senti ancora a tuo agio ad andare all’aperto, puoi sederti vicino a una finestra aperta e praticare 30 minuti di meditazione e/o mindfulness. Questo ti darà l’opportunità di schiarirti la mente e di stare un ’bout di tempo da solo con i tuoi pensieri, lontano da ogni distrazione.
4. Tieni a mente cosa c’è nella tua zona di controllo
È normale sentirsi in ansia per il futuro, specialmente in tempi come questi, dove c’è molta incertezza. Tuttavia, è importante per tutti noi fare un passo indietro e ricordare ciò che è sotto il nostro controllo. Ci sono eventi che abbiamo il potere di influenzare, mentre ci sono altri eventi che purtroppo non possiamo controllare. Cionondimeno, è importante conoscere e capire la differenza. Se ti senti in ansia o stressato per un evento futuro, fai un respiro profondo e chiediti se è qualcosa che puoi controllare. Se la risposta è no, allora è importante che accetti il fatto che non avrai il potere di cambiarne il risultato. Questo ti aiuterà a darti un ’bout di pace, togliendoti un ’bout dello stress e dell’ansia che deriva dalla preoccupazione causata da eventi che non potrai controllare.
5. Utilizza le risorse gratuite attualmente disponibili
Ci sono tonnellate di risorse che sono state rese disponibili gratuitamente durante la pandemia, per aiutarci a connetterci con i nostri amici e la nostra famiglia, così come a prenderci cura della nostra salute fisica e mentale.

Aziende come Microsoft (Teams) e Zoom hanno esteso le funzionalità dei loro abbonamenti gratuiti, in modo che le persone possano rimanere in contatto con i loro amici e familiari durante questo periodo di quarantena. Ci sono diversi corsi gratuiti su YouTube, che puoi utilizzare per raggiungere i tuoi obiettivi di fitness mentre lavori da casa. Che si tratti di iniziare il tuo percorso di yoga, o di irrigidire gli addominali per un perfetto corpo da spiaggia, puoi trovare video che ti aiuteranno a mantenerti in forma. Headspace ha reso i propri servizi gratuiti per tutti coloro che sono stati congedati a causa di COVID19, dando alle persone l’opportunità di introdurre la mindfulness nella loro vita come modo per affrontare lo stress e l’ansia. LinkedIn ha messo a disposizione di tutti i membri oltre 275 dei suoi corsi LinkedIn Learning. Ora è possibile seguire liberamente corsi come “gestire lo stress per un cambiamento positivo”, “costruire resilienza” e persino tre corsi gratuiti su come introdurre la mindfulness nella vita di tutti i giorni. Questi corsi non solo ti aiuteranno ad apprendere nuove competenze utili alla tua vita professionale, ma ti permetteranno anche di apprendere nuove abilità con cui arricchire la tua vita personale.

Secondo Laura Parolin, Vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi, “La letteratura scientifica ci dice che gli effetti psicologici delle emergenze sanitarie persistono ben oltre la durata effettiva della crisi. Lavorare da casa mantenendo un buon equilibrio tra lavoro e vita privata è solo uno degli aspetti che influisce sul nostro benessere e sui crescenti livelli di stress. Può risultare difficile, infatti, mantenere la concentrazione sul lavoro quando si hanno bambini piccoli a casa, mentre altri sono preoccupati per le condizioni di salute dei propri familiari. LinkedIn ha pubblicato alcuni consigli molto utili per gestire lo stress e l’ansia quando si lavora da casa, così come per imparare a lavorare da casa quando si hanno figli o si condivide il proprio spazio con gli altri. Tuttavia, se benessere del lavoratore pesa qualche altro elemento o risulta difficile identificare la fonte dello stress, suggeriamo di chiedere consiglio a psicologi professionisti. Ci sono molte applicazioni della psicologia che operano sulle capacità di problem-solving, sull’adattamento, sulla gestione dello stress e la promozione del rilassamento, e che possono quindi favorire il raggiungimento del benessere perduto”.

Idee
23/05/2020

Gestire gli spazi comuni in azienda ai tempi del Coronavirus, con la Fase 2 che ha dato via di fatto al ritorno di tutte le attività produttive e lavorative, è uno dei grandi problemi che stanno cercando di risolvere aziende e datori di lavoro che non possono ricorrere allo smart working. Le situazioni di convivenza negli stessi spazi sono moltissime e difficilmente inquadrabili in prescrizioni di legge. Certo ci sono gli ambiti strettamente di lavoro, sia in ufficio che in fabbrica, ma poi ci sono moltissime situazioni in cui le persone, i lavoratori, condividono spazi e momenti: la mensa, per esempio, uno dei grandi problemi di questo frangente, ma anche le aree snack con i distributori di caffè e bevande, e ancora gli spogliatoi, per quelle aziende che li prevedono, e senza dimenticare le aree fumatori. Le parole d’ordine per gestire questi spazi e questi momenti sono essenzialmente 2: contingentare e sanificare. E sono proprio le norme contenute nei diversi Decreti del Governo a specificarlo.

1. Contingentare

Se il principio è il distanziamento sociale, anche in azienda, contingentare gli accessi agli spazi comuni è l’unica soluzione. Per la mensa si è visto che si sta anche tentando di ricorrere a soluzioni alternative (dal delivery alla consegna dei pasti alla postazione di lavoro) e il numero massimo per rispettare le distanze è stabilito anche per aree snack o fumatori. Ma per gli spogliatoi oltre al numero massimo è prevista anche una norma sulla ventilazione continua e una tempistica tale da garantire un flusso rapido e omogeneo e la possibilità di sanificare oggetti e superfici.

2. Sanificare

Sanificare, appunto. Se lavare spesso le mani con sapone o gel è una prescrizione individuale, l’azienda o il datore di lavoro devono assicurare la sanificazione periodica degli spazi comuni. Quindi non solo la scrivania o la propria postazione di lavoro, e degli oggetti compresi, ma anche la sanificazione regolare, più volte al giorno, degli spazi comuni (che poi è quanto accade nei ristoranti o nei negozi, per esempio dopo l’uso del camerino), e una pulizia e sanificazione approfondita a fine giornata.

Idee
20/05/2020

Coordinare un team da remoto è una delle più grandi sfide davanti alle quali si sono trovati manager e imprenditori con l’emergenza Coronavirus. Il ricorso massiccio allo smart working, imposto dai DPCM come misura di contenimento del contagio prevista nel più generale lockdown, ha imposto repentinamente ad aziende, uffici, studi e gruppi di lavoro di ripensare le modalità di lavoro. Ripensare dal punto di vista materiale, fornendo gli strumenti necessari al lavoro da casa – computer, hardware, ma anche programmi e software – ma ancor più ripensare dal punto di vista gestionale. Di colpo sono spariti le riunioni fisiche, i colloqui di persona, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i ragionamenti in pausa pranzo e tutto quanto attiene alla dimensione sociale del lavoro. Una rivoluzione copernicana di cui ci si è resi conto giorno dopo giorno, che probabilmente ha trovato pronto chi già da tempo faceva ricorso allo smart working – con i suoi pro e contro – e che altrettanto probabilmente ha generato dubbi, insicurezze, frustrazione e difficoltà in cui si è trovato di colpo a dover nuotare in questo nuovo mare sconosciuto.

E allora come coordinare un team da remoto, considerando che lavorare da casa sembra essere le prospettiva ancora per molto tempo e comunque finché la pandemia da COVID-19 non sarà ridotta a fenomeno gestibile?

Ripensando al modo in cui si comunica,
Mantenendo il contatto con il team,
Delegando e responsabilizzando più di quanto non si facesse prima,
Tenendo presente l’aspetto umano delle nuove modalità di relazione,
Avendo il coraggio di cambiare.

Se tutto ciò sarà tenuto presente in questi tempi incerti e inediti che ci aspettano, allora forse la pandemia, il lockdown e tutto quello che hanno comportato si saranno rivelate come una grande occasione di crescita, miglioramento e innovazione.

1. Ripensare a come si comunica

Il mezzo è il messaggio, e la stessa cosa detta a voce o scritta in una mail o in un messaggio in chat può avere diverse sfumature di significato. La messaggistica è la grande rivoluzione dello smart working, ma scrivere perde una porzione enorme di empatia tra le persone, per cui ricordarsi di prendere il tempo per una telefonata one-to-one (o una videochiamata), chiarirsi bene i punti salienti prima di comunicare decisioni e cambiamenti, essere diretti ma non bruschi, tempestivi ma non affrettati, e imparare a usare l’intero ventaglio di strumenti a disposizione – compresi i sistemi di videomeeting – è necessario per riuscire a gestire bene un team atomizzato.

2. Mantenere il contatto con il team

Banalmente: programmare meeting regolari con il team. Può essere ogni mattina con il gruppo ristretto, a inizio e fine settimana con quello allargato, a metà settimana con l’intera azienda: ciascuno conosce meglio di ogni altro la propria azienda, il proprio team, i propri collaboratori e, man mano, riuscirà a trovare il ritmo giusto. Ma avere uno scadenziario regolare, con riunioni brevi e focalizzate su pochi essenziali punti, può davvero fare la differenza. E se di tanto in tanto ci si butta dentro un aperitivo virtuale, per chiudere la giornata o la settimana, o un caffè tutti assieme, per cominciarle, lasciando anche un ’bout di libertà a tutti di allentare la tensione, può solo fare del bene.

3. Delegare e responsabilizzare

Il tempo in cui “se non controllo il dipendente, il dipendente non lavora” è ormai ampiamente superato. La supervisione eccessiva, nello smart working, è un boomerang che porta via più tempo ed energie di quanti benefici apporti. Fornire informazioni chiare, essere disponibili al confronto e al contatto, ma poi delegare, ragionando per compiti da svolgere più che sul tempo necessario a farli è la strada maestra del lavoro agile. Che poi, delegare è anche motivare. E se proprio si fatica a gestire i tempi del lavoro si può provare con la tecnica del pomodoro.

4. Tener conto delle persone

La pandemia, il virus, il lockdown hanno avuto anche risvolti psicologici, impaurito le persone, generato insicurezze, sia legate al virus che alle conseguenze economiche e sullo stile di vita. E questo vale per tutti, dipendenti e amministratori delegati, manager e operai. Ma chi gestisce ne deve tener conto, perché ora il mondo non è quello di prima, e non è detto che tornerà ad esserlo a breve. Ecco perché per gestire un team da remoto bisogna tener conto delle persone, prendersi del tempo per farle sentire importanti benché lontane e non dimenticare che dietro a un titolo professionale c’è una persona con le sue reazioni emotive. La sicurezza sociale ed emotiva del proprio team è una lezione che molti manager USA hanno imparato con l’11 settembre, e questa pandemia, dal punto di vista emotivo, non è molto lontana da quello shock.

5. Avere il coraggio di cambiare

Che poi è la somma dei 4 punti precedenti: fare come si faceva prima non è la soluzione. Il lockdown ha imposto una situazione diversa, e adattarsi, cambiando e dimostrando resilienza, è il modo per andare alla scoperta di nuove opportunità.

Idee
18/05/2020

Con la Fase 2 e il quasi ritorno alla normalità per molti lavoratori si pone ora il tema della pausa pranzo in ufficio. Un momento che in epoca pre-Coronavirus era sinonimo di relax e convivialità e che ora potrebbe presentare non pochi problemi e diventare fonte di stress: le regole di distanziamento sociale e quelle di contenimento del contagio infatti potrebbero mettere a dura prova la gestione dei momenti dedicati al pasto, dalla mensa aziendale a ristoranti e bar esterni, dal delivery alla schiscetta portata da casa. Allora proviamo a vedere come sarà la pausa pranzo in ufficio nella nuova fase della convivenza con il COVID-19.
Pausa pranzo in ufficio: il ritorno in mensa
Le mense riapriranno, ma poco o nulla sarà come prima. Intanto il distanziamento ai tavoli, per chi consumerà il pasto nella sala mensa: potrebbero comparire i divisori in plexiglass ma anche essere prevista una riduzione della capienza del locale, per esempio prevedendo un posto a sedere ogni 3, con un andamento a scacchiera. Questo ovviamente dilaterà i tempi per l’accesso alla mensa e la fruizione del pasto, motivo per cui l’orario di pausa potrebbe diventare flessibile o prevedere dei meccanismi di prenotazione. Alcune società che si occupano di ristorazione collettiva stanno implementando App tramite le quali prenotare il proprio orario e il proprio menu in modo da ridurre le code in attesa e rendere tutto più snello e veloce. Anche posate, tovaglioli, condimenti e pagamenti saranno rivisti, nell’ottica delle porzioni monouso e dei pagamenti contact-less. Il tutto partendo dal presupposto che i lavoratori della ristorazione siano i primi a cui sono garantite le prescrizioni per il contenimento del contagio e che quindi pasti e oggetti siano ragionevolmente sicuri. In conseguenza di ciò potrebbero nascere nuove figure professionali, come il Covid-Manager, una specie di maitre di sala per le mense esperto in tematica di COVID-19 e in grado di dirimere le situazioni impreviste che dovessero presentarsi.
Il pasto in ufficio alla scrivania
Siccome non è possibile mangiare indossando la mascherina, potrebbero esserci dei casi in cui sia consentito consumare il pasto alla propria scrivania, e allora tramite App o qualche altra forma di prenotazione si comunica il menu desiderato e l’ora di ritiro (oppure di consegna alla propria postazione). Però il pasto alla scrivania è anche la normalità per tantissimi lavoratori, soprattutto nelle aziende e negli uffici meno organizzati, e tra schiscetta portata da casa, delivery o acquisto negli esercizi di zona si potrebbero creare non pochi problemi. Il primo ovviamente è quello della condivisione degli spazi: in molto uffici c’è (o c’era…) un’area kitchen in cui consumare il pasto in compagnia (peraltro, era anche un ottimo momento di brainstorming e socializzazione) ma ora sarà necessario mantenere le distanze e prevedere la sanificazione di ogni posto (dalla sedia al tavolo e fino a microoonde e altri oggetti) dopo ogni uso. E se la schiscetta da casa l’abbiamo già a portata di mano, diverso è il caso di chi deve comprare il pasto giorno per giorno. Ma come sempre dai problemi nascono anche le opportunità e per esempio sono già comparse delle start-up come Streeteat con Delò che installano dei locker negli uffici e consegnano i pasti, sempre prenotati online, all’ora desiderata e all’interno di uno specifico locker, di modo da azzerare l’interazione tra le persone. Una tendenza a cui potrebbero adeguarsi anche gli esercenti di prossimità prevedendo dei veri e propri lunchbox da consegnare negli uffici.
Pausa pranzo all’aperto durante il Coronavirus
In tutto ciò è anche primavera, e davanti a noi c’è l’estate, e la pausa pranzo al parco o al giardinetto è il grande classico di tantissime persone: ma su questo saranno i sindaci, con le loro disposizioni, a dire cosa sarà possibile fare da qui in avanti.

Notizie
16/05/2020

Sul contagio da Coronavirus come infortunio sul lavoro è stato necessario un chiarimento da parte dell’Inail. La norma infatti aveva sollevato non poche preoccupazioni tra i datori di lavoro per le potenziali ricadute penali: equiparare il contagio sul posto di lavoro a un infortunio sul lavoro poteva infatti portare l’imprenditore o datore di lavoro a essere accusato per i reati di lesione o omicidio colposo nel caso, malaugurato, di successivo decesso del lavoratore contagiato. Un rischio troppo grande, in vista della riapertura delle attività, a fronte di un “nemico” che è invisibile e – per certi aspetti – incontrollabile. A fronte infatti di tutte le norme di contenimento e protezione individuale e collettiva prescritte in vista della riapertura, potrebbe darsi il caso in cui avviene il contagio ma il datore di lavoro ha adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti, e quindi la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, o quello in cui non sia dimostrabile dove sia avvenuto realmente l’eventuale contagio. Da qui il chiarimento dell’Inail, con una nota apposita:
In riferimento al dibattito in corso sui profili di responsabilità civile e penale del datore di lavoro per le infezioni da Covid-19 dei lavoratori per motivi professionali, è utile precisare che dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro. Sono diversi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail per la tutela relativa agli infortuni sul lavoro e quelli per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del datore di lavoro che non abbia rispettato le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Queste responsabilità devono essere rigorosamente accertate, attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro, con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative Inail.
In pratica, dal chiarimento dell’Inail, discende che l’imprenditore è ritenuto responsabile solo per dolo o colpa qualora non abbia dotato i propri dipendenti di protezioni individuali, mantenuto i luoghi di lavoro sanificati, vigilato sulle distanze interpersonali e assicurato il contingentamento, così come previsto dalla normativa nazionale. Se tutto ciò è invece stato rispettato ed è dimostrabile nei fatti non scattano le implicazioni civili e penali.

Notizie
13/05/2020

Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha mandato una mail in cui dice a tutti i dipendenti che possono lavorare da casa per sempre. Anche una volta finita l’emergenza Coronavirus e le conseguenti misure di distanziamento sociale e contenimento del contagio. Non è un’obbligo, è un’opportunità, e di sicuro è una notizia per qualunque organizzazione lavorativa nel mondo. Anche Twitter, ovviamente, a inizio pandemia aveva imposto a tutti i dipendenti lo smart working, e a inizio marzo l’azienda aveva annullato o cancellato ogni evento fisico o incontro, se non strettamente necessario. Ora un passo in avanti ulteriore: a fine pandemia gli uffici riapriranno ma i dipendenti non saranno obbligati a farci ritorno, o comunque potranno scegliere tra smart working e modalità classica. E per chi opterà per lo smart working è prevista anche un’indennità di 1000 dollari per dotarsi di strumenti adeguati alla nuova modalità di lavoro.

Il tema smart working all’interno di Twitter è già stato in passato oggetto di punti di vista discordanti. Se lo stesso Dorsey stava programmando di passare dai 3 ai 6 mesi l’anno in Africa e di guidare la compagnia da remoto, Jennifer Christie, capo delle risorse umane della società di San Francisco aveva confessato a Buzzfeed che non erano pochi tra dipendenti e manager quelli reticenti al lavoro da remoto. Ma il Coronavirus evidentemente ha fatto ciò che l’HR non era ancora riuscito a fare: convincere più o meno tutti che lavorare da casa si può e può funzionare.

In generale la flessibilità oraria e l’orientamento al risultato è uno dei capisaldi delle aziende hi-tech, ma il connubio smart working e Silicon Valley non è mai stato tutto rose e fiori. Come nel caso di Yahoo!, che aveva già tentato la via del lavoro agile nel 2013 salvo poi fare marcia indietro repentinamente. Ora però, volenti o nolenti, le cose sono cambiate, e anche altri big tecnologici come Google, Facebook e Amazon hanno già anticipato ai dipendenti che la modalità di lavoro da remoto proseguirà almeno fino all’autunno, anche qualora gli uffici dovessero aprire prima di quella stagione.

In Italia sarebbe possibile una scelta come quella di Dorsey? L’inquadramento di legge non manca (dal 2017), il decreto del 17 marzo per l’emergenza Coronavirus ha dato una accelerata notevole (e le necessità impellenti hanno fatto il resto) ma più ancora che una vera legge quadro, con norme e tutele per tutti, serve uno scatto di mentalità che forse avverrà se e solo se Dorsey dimostrerà di aver avuto ragione.

Idee
11/05/2020

Volenti o nolenti il Coronavirus ci ha obbligato ad aver a che fare con lo smart working, e senza nemmeno troppi preamboli. Chi lo sognava da anni e chi da pari tempo lo osteggiava si son dovuti confrontare di colpo con questa diversa, se non proprio nuova o inedita, modalità di lavoro. Che, lockdown o meno, non è certo quella da cartolina di un computer portatile su una spiaggia caraibica ma qualcosa di più complesso, profondo e, per certi aspetti, inaspettato. Ora, dopo 2 mesi di lockdown e con la prospettiva di altri mesi di distanziamento sociale, possiamo già fare un primo temporaneo, ma credibile, bilancio: cosa abbiamo imparato dallo smart working durante il Coronavirus?

1. Il telelavoro non è smart working

Già, aver trasferito le stesse modalità del lavoro in ufficio a casa non è vero smart working ma più semplicemente telelavoro. Termine oggi desueto e che però significa avere orari fissi, strumenti tecnologici prestabiliti, vincolo del luogo (nel caso del lockdown senza alterativa).

2. Lo smart working richiede un cambio di mentalità

Flessibilità, responsabilizzazione e autonomia sono le parole d’ordine dello smart working, sia lato dipendente che lato manager / datore di lavoro. Passare dal telelavoro allo smart working significa passare dal ruolo di dipendenti controllati e valutati in base al tempo e “professionisti” responsabili dei propri progetti all’interno dell’organizzazione. Non facile né immediato.

3. Smart working non significa lavorare meno

Ok, le condizioni del lockdown erano e sono estremamente particolari, ma smart working non significa lavorare meno, anzi: ci sono un sacco di ricerche che dimostrano come la produttività in realtà aumenti, ma è esperienza comune anche il fatto che si finisce a lavorare di più in termini di ore.

4. Lo smart working non piace a tutti

Secondo un sondaggio di GlobalWebIndex piace soprattutto ai più “giovani” (Generazione Z e Millenials) e meno a quelli più “anziani” (Generazione X e Baby Boomers). Piace di più agli uomini e meno alle donne. Piace di più allo staff e meno ai manager. Il problema? Quando gli uni devono aver a che fare con gli altri.

5. Più l’azienda è grande, meglio è

Sembra paradossale, ma è così: più l’azienda è grande e più c’è supporto, anche solo in fatto di strumentazione. Più l’azienda è piccola o famigliare e meno aiuto c’è, anche solo nel concedere questa modalità di lavoro.

6. Si dorme di più e si ha più tempo

Banale, ma alla prova dei fati è così: tolto il tempo del viaggio casa – lavoro, c’è più tempo per svegliarsi con calma e per fare altre cose. Che poi tutto ciò si sia limitato alle mura di casa è l’inconveniente del momento, ma togli il Coronavirus e il work life balance è dimostrato.

7. Si mangia meglio

Il classico effetto collaterale: più tempo a disposizione e più possibilità di cucinare e mangiare meglio. Ok, il lockdown ha spinto ai fornelli metà Paese (e l’altra metà era seduta a tavola ad aspettare…), ma è indubbio che non tornare a casa a un’ora indecente, potersi preparare anche il pranzo e avere modo di fare colazione dovrebbero essere condizioni per cui ci si nutre meglio e in modo più sano.

8 Le mail non sono smart working

Mandarsi mail non significa fare smart working. Anzi, chi apprezza il lavoro agile mal tollera le mail e – sempre secondo il sondaggio GWI – predilige altri strumenti di comunicazione come chat e condivisione di documenti.

9. Lo smart working? Bello, ma a piccole dosi

E sì, il risultato più sorprendente del sondaggio di GWI è che la metà degli intervistati dice che sì, lo smart working è bello, ma quando si tornerà alla normalità vorrà farlo meno di quanto l’abbia fatto in questo periodo. Anzi, meno rispetto al tempo di lavoro tradizionale in ufficio.