Notizie
13/01/2022

Dal 14 gennaio 2022 entra in vigore la direttiva europea antiplastica Sup che mette uno stop alla plastica monouso non biodegradabile e non compostabile. Questo non significa che chi ha in casa o in ufficio piatti o bicchieri di plastica non può più usarli da questa data ma che questi prodotti non potranno più essere venduti, salvo esaurimento scorte, pena sanzioni che possono andare da 2500 a 25000 euro.

L’elenco dettagliato dei prodotti in plastica monouso di cui verrà vietata la vendita si trova sul sito della Commissione Europea, ma sostanzialmente si tratta di posate, bicchieri, piatti, cannucce, agitatori per bevande, contenitori per il cibo e altri prodotti di uso molto comune e quotidiano e che, secondo le stime, rappresentano circa il 50% di tutti i rifiuti dispersi sulle spiagge europee. Prodotti per i quali peraltro esistono già in vendita alternative “eco & green” come bicchieri e piatti di carta, palette in bambù, posate biodegradabili, contenitori per alimenti riutilizzabili, e così via.

Il divieto invece non si applica ai prodotti biodegradabili e compostabili con percentuali di materia prima rinnovabile uguali o superiori al 40% e, dal 1° gennaio 2024, superiori almeno al 60%, come indicato dall’art. 5 del decreto legislativo 196/2021 che attua la direttiva Ue 2019/904.
Il senso del decreto è chiaramente quello di “prevenire e ridurre l’incidenza di determinati prodotti di plastica sull’ambiente” e promuovere la transizione verso l’economica circolare.

Ufficio
10/01/2022

C’è chi è tornato in ufficio, con tutte le difficoltà del momento. C’è chi è in smart, con tutte le difficoltà del momento. Ci sono quelli che devono andare in ufficio e non sono contenti, e quelli che devono lavorare in smart e non sono contenti. E parimenti ci sono quelli che sono felici di lavorare da casa e quelli che lo sono di lavorare in ufficio. Insomma, la ricerca della felicità al lavoro è una strada tortuosa, ma non è il caso di abbandonarsi alla depressione: ecco 5 strategie semplici e immediate per rendere un po’ più felici ed empatiche le nostre giornate lavorative.

Aiutare a cementare lo spirito di squadra
Basta pensarci: passiamo 8 ore al giorno con i colleghi, quasi quante ne passiamo con la famiglia o gli amici. Nessuno pretende di essere amici dei propri colleghi (anche se un po’ di complicità a volte aiuta, come puoi leggere qui) ma saper ascoltare senza pregiudizi e saper collaborare alla formazione di un team coeso è il modo più semplice per sgorgare incomprensioni e problemi e filare spediti verso gli obiettivi professionali.

Usare l’empatia e la gentilezza
Certo, ci sono i giorni con i nervi a fior di pelle, nostri e degli altri, ma non si può vivere tutte le giornate lavorative sul filo della tensione. Ecco perché abituarsi a comunicare in modo efficace ed empatico, usando la gentilezza come strumento per far capire le nostre necessità, è un modo per rendere le relazioni meno conflittuali.

Rispettare le proprie idee
Essere empatici e prestare ascolto non significa azzerare le proprie opinioni Anzi: chi è intimamente convinto delle proprie idee è giusto che le porti come contributo al lavoro della squadra, senza fingere di essere sempre d’accordo con gli altri e sapendo anche riconoscere quando ci sono idee e strategie migliori.

Usare un tono costruttivo
“Non mi piace” non è un feedback costruttivo, ed è il modo più veloce per alzare una barriera. Allo stesso modo ogni frase che denota chiusura (“Sei un incapace”, “Non capisci”, “Non serve a niente”: le tipiche frasi da non pronunciare mai in ufficio). Tutto può essere criticato o almeno rivisto, basta farlo in modo costruttivo, apportando del valore aggiunto.

Fare autocritica
Non c’è nessuno che non sbaglia mai, e saper accettare un consiglio, una critica o anche solo ammettere di aver sbagliato è la strada giusta per consolidare relazioni basate sulla fiducia reciproca.

Idee
07/01/2022

Viviamo tempi incerti, mutevoli e veloci. La pandemia ha infatti indubbiamente stravolto il mondo del lavoro, nei suoi riti e nelle sue dinamiche, e sono ormai molti i segnali che non torneremo più al mondo di prima. Fare previsioni quando siamo ancora in balia delle varie ondate della pandemia è davvero difficile, ma ci sono alcune tendenze che sono già in atto e che ragionevolmente si consolideranno nel corso del 2022. Motivo per cui è bene tenerle d’occhio: che si sia lavoratori, liberi professionisti o imprenditori, inevitabilmente toccherà averci a che fare.

1. Il lavoro ibrido
Per tutto ciò che non è produzione o vendita diretta, sarà inevitabile. Non il remote working duro e puro, non il lavoro in presenza full, ma una forma agile, o ibrida, di lavoro. Con una quota in presenza, variabile, e una smart, da gestire da parte del lavoratore in base a obiettivi e scadenze. Il futuro sembra essere questo.

2. La Great Resignation
Già in atto, partita dagli States, arrivata anche da noi: è la grande ondata di dimissioni. In parte di chi aveva già maturato questa scelta ma era stato bloccato dalla pandemia, in parte di chi durante questi lunghi e difficili mesi ha deciso di rivedere le priorità della propria vita. Un trend che porta con sé problemi e opportunità tutte da esplorare.

3. I Green Job
Il PNRR ha già cominciato a erogare la sua potenza di fuoco economica nei territori. E punto centrale del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza sarà sempre più la transizione ecologica, in tutte le sue declinazioni. Nei prossimi anni, dentro e fuori le aziende, ci sarà un grande bisogno di esperti “green”: mobility manager, progettisti, ingegneri ambientali e così via.

4. Formazione e sviluppo
Cambia il lavoro, cambiano le sue modalità e i suoi ambiti fisici, e ci sarà bisogno di nuove competenze. Pratiche, soprattutto nella declinazione digitale, ma anche gestionali e manageriali, soprattutto per quanto riguarda le nuove forme di leadership. Una sfida non da poco per chi deve gestire i team di lavoro.

5. Work-life balance
Per molto tempo è stato un concetto difficile da inquadrare nelle sue implicazioni pratiche. Ma tutto ciò che ha comportato e comporta la pandemia lo ha reso molto, molto concreto: lo smart working ha anche i suoi vantaggi, ma per molti ha comportato isolamento, stress e un aumento dei carichi di lavoro, con la difficoltà a mettere un limite tra il tempo di lavoro e quello off. Ecco perché l’attenzione al work-life balance diventerà sempre più importante.

Notizie
03/01/2022

La pandemia ha davvero dato uno scossone al modo in cui ci relazioniamo con il nostro lavoro. E tra le priorità che stanno scalando l’interesse dei lavoratori tornano a fare capolino i benefit. Roba che sembrava essere stata travolta dall’attenzione spasmodica verso il work-life balance che tanto piace ai Millenial, e che invece complice anche i lockdown, lo smart working e le incertezze sul futuro sta prepotentemente tornando alla ribalta. Soprattutto quando si tratta di contrattazione e attrazione dei talenti.

Lo certificano alcune ricerche appena uscite. Secondo quella di Forrester per HRO Today (testata USA specializzata) 8 dipendenti su 10 vorrebbero (o si aspettano) un allargamento dei benefit aziendali. Quella di Harris Interactive ha scavato nel dettaglio e ha scoperto che piacciono molti i premi immediati (36%) seguiti da buoni pasto (30%), bonus a obiettivi a lungo termine (24%), assicurazione medica (23%), mensa aziendale (23%) e fondi pensione o assicurazione sulla vita (22%). Curiosamente all’ultimo posto risulta l’auto aziendale (17%), evidentemente non più un benefit così importante in tempi di smart working e nuova mobilità.

Digitalizzazione, smart working, flessibilità, sostenibilità stanno cambiando il mondo del lavoro e così i benefit diventano strumento di attrazione dei talenti, di incentivo e fidelizzazione dei collaboratori, ma anche di contrasto alla Great Resignation.

Idee
22/12/2021

Che la pandemia abbia stravolto il mondo del lavoro nei suoi ritmi, nelle sue organizzazioni e nelle sue modalità è ormai un dato di fatto. E tra ascesa del lavoro agile (ma anche di quello banalmente da remoto), great resignation e ogni altra novità con cui abbiamo a che fare di questi tempi pandemici, è arrivato anche il momento della YOLO Economy.

YOLO è l’ennesimo acronimo inglese che sta per “you live only once”, cioè si vive una volta sola (e quella volta sola non è fatta solo per lavorare è il sottotesto). E se su Reddit uno dei gruppi più attivi è quello chiamato AntiWork (disoccupazione per tutti, non solo per i ricchi è lo slogan) la YOLO economy è il fenomeno di cui più ci si occupa in questo momento, con posizioni anche diametralmente opposte.

A parlarne per primo il New York Times (Welcome to the YOLO Economy: Burned out and flush with savings, some workers are quitting stable jobs in search of postpandemic adventure il titolo inequivocabile) ma anche in Italia il dibattito sta montando.

In primis ClickLavoro, il luogo di incontro tra cittadini, aziende e operatori (pubblici e privati) che possono informarsi su tutto ciò che accade in materia di lavoro del Ministero del Lavoro, che definisce la Yolo Economy come:
una vera e propria forma mentis, una scelta volontaria di cambiamento, il desiderio di rischiare per ampliare i propri orizzonti e costruire un futuro migliore, alla portata delle proprie necessità e desideri.
Econopoly del Sole24Ore non vede la YOLO Economy come una buona notizia (La YOLO economy distruggerà più aziende del Covid):
Il rischio è un gap nel cambio generazionale essenziale in ogni azienda. Se i millennials preferiscono la YOLO e la generazione x è troppo giovane, chi guiderà e lavorerà con ardore nelle imprese nei prossimi 10 anni? Un management non digitale che non riesce a capire clienti, processi e mercati? Un management di teenager alle prime esperienze lavorative? Gli unici che possono farlo, per ragioni anagrafiche e culturali sono i millennials. Spero che si trovi, rapidamente per la nostra economia, un vaccino contro la YOLO.
Il mensile Vita (dedicato al racconto sociale, alla sostenibilità e al volontariato) racconta alcune storie italiane di millenials che hanno mollato lavoro e certezze in favore del downshifting, guardandoli con un occhio di favore:
Scegliere una nuova strada non è sempre semplice ma, alcune volte, è la decisione migliore
Forbes la vede più come una scelta anche imprenditoriale delle generazioni Z e millenials, e quindi non necessariamente negativa per l’economia:
Una tendenza che ha come mantra il rischio, il fatto di buttarsi nel vuoto perché se si vive una volta sola – e la pandemia ce l’ha insegnato – allora tanto vale tentare subito.
E Money snocciola alcuni consigli utili per abbracciare la YOLO Economy (come se appunto fosse una nuova fede)

Rimanere sempre aggiornati sui nuovi trend nei settori con la più alta crescita, quali ad esempio le vendite online, la consulenza per la digitalizzazione delle imprese e l’automazione dei settori della logistica;
Creare un network solido e affidabile, sfruttando soprattutto gli spazi di coworking nei quali possono incontrarsi professionisti di vari settori;
Analizzare attentamente la situazione nel mercato nel quale si intende operare, con riferimento all’analisi SWOT (punti di forza, punti di debolezza, opportunità e minacce);
Acquisire sempre più competenze complementari e saperle applicare al settore in cui si opera.

Idee
14/12/2021

Prima ancora di chiedersi quanto lavoriamo davvero in 8 ore ci sarebbe da chiedersi perché lavoriamo 8 ore al giorno. E questo non ha nulla a che fare con la società odierna e moderna né con la biologia. Le 8 ore canoniche di praticamente ogni contratto di lavoro (escluse le eccezioni, e ovviamente gli straordinari, retribuiti o meno) sono un retaggio Ottocentesco. Di quando cioè gli operai lavoravano in fabbrica anche 14 ore al giorno. Poi sciopero dopo sciopero riuscirono a ridurre l’orario di lavoro fino alle attuali 8 ore. Che fu considerata una quantità di lavoro ragionevole non tanto per la capacità di rimanere concentrati e produttivi (la biologia non c’entra nulla) ma perché si trattava di una società ancora arcaica in cui uno andava a lavorare (tipicamente il maschio della famiglia) e l’altro stava a casa ad accudire focolare e figli (tipicamente la donna della famiglia). E l’equilibrio sembrava ragionevole (almeno a maschi e padroni imprenditori).
Quanto lavoriamo davvero in 8 ore?
Oggi invece le cose sono ben diverse, in molte famiglie e coppie si lavora entrambi, il tempo per gestire casa & figli è sempre meno e sempre più di pessima qualità, e in più ci si è messo anche lo smart working a scombussolare le vecchie convinzioni. Fino a farci chiedere quanto lavoriamo davvero in 8 ore.

No, la risposta è che ovviamente in 8 ore non lavoriamo 8 ore. È fisiologicamente impossibile essere produttivi per 8 ore, sia per i lavori cognitivi che per quelli fisici. Poi per molti lavori fisici è decisamente più difficile ritagliarsi dei momenti off, mentre per quelli da ufficio il tempo perso è sicuramente di più. Decisamente di più.
La ricerca e il sondaggio
Una ricerca e un sondaggio hanno dato esiti per certi versi incredibili. Da un sondaggio del 2016 condotto in UK è risultato che gli impiegati lavorano effettivamente poco meno di 3 ore al giorno. Una una ricerca dell’Università della California, Irvine, che ha raccolto i dati da telefoni e computer, ha stimato che il tempo effettivo di lavoro continuativo non supera mai i 2 minuti e una manciata di secondi, dopo i quali c’è una pausa o una distrazione. E un sondaggio del 2018 su 1.000 impiegati americani ha stabilito che il 36% dei Millennial e dei Centennial passa almeno 2 ore delle 8 di “lavoro” a fare altro, di personale, al computer o allo smartphone.

Tutto il contrario della sensazione di lavorare molto di più, e molto più intensamente, quando si è in smartworking a casa. Con buona pace dei manager e dei datori di lavoro. Ma allora quanto siamo produttivi? Difficile se non impossibile quantificarlo davvero, soprattutto per quei lavori la cui misura è il risultato finale più che l’effettivo tempo operativo. Ma due cose sono certe: 8 ore in ufficio non sono 8 ore produttive, e aumentare le ore di “lavoro” ha la sola conseguenza di farne scadere la qualità e la produttività.

Notizie
09/12/2021

Dopo tante ore di ricerca, un’infinità di curriculum inviati e qualche colloquio è giunto il fatidico momento: il primo giorno di lavoro.
Puoi concederti un mini applauso, ma il bello arriva proprio adesso. Se da un lato potrebbe sembrarti di avercela fatta, dall’altro hai ancora tutto da dimostrare!
Le emozioni sono tante e la preoccupazione di non soddisfare le aspettative non son da meno.

Ecco qualche consiglio per riuscire ad esprimerti al meglio e far sì che sia un gran primo giorno di lavoro. Prepara foglio e penna per prendere appunti!
Consigli su cosa fare il primo giorno di lavoro
Indipendentemente da quale ruolo andrai a ricoprire all’interno dell’azienda ci sono alcune accortezze che sarebbe meglio seguire per iniziare al meglio questa nuova avventura.
Arriva puntuale
Come sicuramente avrai fatto per il colloquio, devi assicurarti di arrivare puntuale anche il primo giorno di lavoro. Ancora meglio se arrivi qualche minuto prima così da poter studiare la zona circostante e prendere confidenza con il nuovo ufficio.
Calcolando di arrivare in anticipo potrai, per di più, goderti senza ansie il tragitto e capire effettivamente quando ci si impieghi a raggiungere il posto di lavoro.
Scegli l’abbigliamento più adatto
Sembra brutto dare una raccomandazione di questo tipo, ma purtroppo o per fortuna anche questo dice qualcosa di te. Per fare la scelta giusta vestiti in base al dress code dei collaboratori che hai incontrato durante i colloqui.
Presta attenzione
Altro fattore molto importante è saper ascoltare e osservare, così da capire al meglio i meccanismi e le dinamiche all’interno dell’azienda ed entrare a farne parte nella maniera meno aggressiva possibile. É altrettanto rilevante farsi vedere disponibili e aiutare nel caso qualcuno abbia bisogno.
Sorridi
Non è importante solo la comunicazione verbale, ma anche quella paraverbale e non verbale. Un bel sorriso comunica entusiasmo e voglia di abbracciare la nuova realtà lavorativa.

Seguendo questi piccoli accorgimenti, potrai goderti il primo giorno di lavoro nel migliore dei modi e senza avere inutili timori.

Ufficio
02/12/2021

Freddo in ufficio: un’esperienza che purtroppo capita a molti, vuoi perché il riscaldamento è rotto, vuoi perché l’ufficio non è ben isolato dagli spifferi di aria fredda che entrano dall’esterno, vuoi perché l’ufficio si trova isolato da altri ambienti riscaldati, vuoi perché il datore di lavoro non bada a tutte queste cose. Cosa fare se si è costretti a lavorare in ufficio al freddo? Intanto conoscere i propri diritti e doveri, nonché la normativa in fatto di tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
Freddo in ufficio: cosa dice la legge
La legge in materia di tutela della salute sul lavoro stabilisce che il datore è tenuto a garantire la conformità dei luoghi di lavoro ai requisiti minimi prescritti dalla legge. Una espressione vaga che però nei termini conformità e idoneità riguarda anche il riscaldamento. Quindi se c’è freddo in ufficio e il datore di lavoro non provvede a creare le condizioni conformi e ideali per preservare l’integrità psicofisica e la salute dei lavoratori, la responsabilità è dell’azienda, anche qualora si procedesse con una causa. Però, se ci sono delle condizioni oggettive che rendono gli ambienti di lavoro non conformi e non idonei (per esempio un sottoscala buio e senza areazione) sulla temperatura ci sono invece vaghe indicazioni che riguardano anche l’umidità degli ambienti.

C’è in particolare un decreto (D.lgs. n. 81/2008) che stabilisce i criteri generali sul microclima all’interno del posto di lavoro in fatto di areazione, umidità e temperatura ma, per le ultime due caratteristiche, questi sono abbastanza vaghi: si stabilisce infatti che la temperatura nei locali di lavoro deve essere “adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori”, il che lascia spazio a numerose interpretazioni, considerati anche l’umidità e il movimento dell’aria all’interno degli uffici.
Freddo in ufficio: temperatura minima per lavorare
Tuttavia, in generale, la temperatura minima per lavorare è normalmente individuata a 19°C (mentre la massima a 24°C, nel caso di caldo estivo) e l’umidità deve essere tra il 40% e il 60%.
Freddo in ufficio: cosa fare?
Cosa fare quindi se fa freddo in ufficio? In teoria, secondo una recente sentenza della Cassazione (20 gennaio-1 aprile 2015 n.6631) il lavoratore potrebbe anche assentarsi dal posto di lavoro, anche senza la proclamazione di uno sciopero, e senza subire decurtazione dello stipendio, che anzi andrebbe pagato integralmente. Però la sentenza della Cassazione è un caso particolare e in generale, prima di assentarsi dal lavoro per il freddo in ufficio, è necessario che ci sia una proporzione tra l’inadempimento del datore e la reazione del dipendente, verificando se le condizioni di lavoro sono davvero tali da giustificare l’azienda. Per una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al lavoratore ce n’è infatti un’altra (10 agosto 2012, n. 14375) che ha invece ritenuto legittimo il licenziamento di una lavoratrice di una casa di cura che si era assentata dal lavoro a causa di supposti inadempimenti da parte del datore di lavoro: in questo caso la Cassazione ha ritenuto esorbitante il comportamento della lavoratrice rispetto alle reali condizioni di lavoro.

Notizie
01/12/2021

La pandemia ha scombussolato la vita e il lavoro un po’ di tutti. Secondo i sondaggi 3 italiani su 10 vogliono cambiare lavoro ed è anche boom di dimissioni con numeri mai visti (tanto che è già chiamata Great Resignation) con sempre più persone che pensano di aprire la partita IVA nella speranza di poter avere più libertà, lavorare in qualche modo “agile” e riuscire nel vero work-life balance.

Ora, detto che non è così automatico, che il passaggio da dipendente a freelance è una vera e propria mutazione di specie, che lo stress c’è eccome anche da libero professionista e che prima di fare questo passaggio ci sono parecchie cose a cui pensare bene bene bene, la prima domanda veramente da farsi è: quando è obbligatorio aprire la partita IVA?
Quando è obbligatorio aprire la partita IVA
La legge da questo punto di vista è molto chiara: serve una partita IVA ogni volta che l’attività è finalizzata a produrre reddito ed è svolta in modo abituale benché non esclusiva o continuativa (per esempio nel caso dei stagionali).
Quindi se ci si licenzia dal proprio lavoro dipendente e ci si mette sul mercato come consulente freelance libero professionista, qualunque sia la professione, è obbligatorio aprire la partita IVA, e questo è pacifico.
Anche aprire un e-commerce per vendere obbliga ad aprire la partita IVA: ovviamente nel caso di acquisto e rivendita di prodotti, ma anche nel caso in cui si volessero vendere proprie creazioni – per esempio borse, grembiuli, manufatti artigianali – con il solo obiettivo di arrotondare il reddito. Il solo fatto che il sito di e-commerce sia online è sufficiente a giustificare l’attività continuativa.

Non è obbligatorio aprire la Partita IVA se si decide di vendere oggetti usati o nuovi saltuariamente: l’abito smesso sulle App che oggi vanno per la maggiore, l’auto su un sito specializzato ma anche oggetti ritrovati in soffitta in cantina, che si vendano online o al mercatino dell’usato. Diverso invece il caso in cui si voglia vendere al mercato o online il miele prodotto nel proprio giardino, o le confetture di marmellata fatta in casa: se ci si posiziona con una bancarella in un mercato o fiera, o si ha un punto vendita, o ancora si vende online allora serve la partita IVA.

Infine anche il volume d’affari è irrilevante: che si vendano vasetti di miele per 1000 euro l’anno (nelle forme sopra descritte) per arrotondare, o si facciano consulenze per centinaia di migliaia di euro l’anno non fa differenza. Il limite del volume d’affari a 5000 euro / anno serve solo per distinguere il lavoro autonomo occasionale che non prevede gli obblighi previdenziali, cioè il versamento dei contributi all’Inps o ad altro ente previdenziale. Quindi nel solito esempio dei vasetti di miele, se il volume d’affari annuo è di 4999 euro ci vuole la partita IVA e si pagano le tasse ma non si versano i contributi previdenziali.