Mese: December 2015
Idee
08/12/2015

Basta commiserarsi, lamentarsi (del salario, della posizione lavorativa e in generale delle difficoltà quotidiane) e vivere il tutto come un piccolo, grande fallimento della vita: in fondo migliorare l’autostima è più semplice di quanto si creda, e bastano pochi, piccoli cambiamenti nelle nostre routine quotidiane per credere di più in se stessi e trovare ogni giorno qualcosa di bello di cui essere grati.

Ecco 6 semplici trucchi per migliorare l’autostima e mantenere i buoni propositi per l’anno nuovo.
Porsi piccoli obiettivi a breve termine
I grandi obiettivi a lungo termine sono spesso fonte di frustrazione e insoddisfazione, e per raggiungere i grandi obiettivi ci sono molti piccoli traguardi da tagliare: il segreto è porseli uno alla volta, facili e ravvicinati nel tempo, e raggiungerli uno alla volta.

Per approfondire: Lavorare a ore o a obiettivi?
Fare la lista delle cose positive
Ne basta una al giorno, da segnare su un diario (o mandare a mente prima di spegnere la luce e dormire) per trovare del buono, esserne grati e migliorare la considerazione di se stessi.
Informarsi
Leggere e informarsi è il motore delle nuove idee, e più idee si hanno più progetti si realizzano, e più progetti si realizzano e più cresce l’autostima.

Per approfondire: Probabilmente il tuo capo non legge nemmeno un libro all’anno
Cambiare abitudini
I cambiamenti radicali sono affascinanti ma anche difficili da affrontare. Ma cambiare poco a poco con piccole abitudini da modificare pian piano (per esempio muoversi di più durante la giornata, o prestare più attenzione ai colleghi, o ancora ritagliarsi del tempo per i figli) è il primo passo per un cambiamento radicale.

Per approdondire: Le abitudini da ufficio pericolose per la salute
Mantenersi in forma
Gli anni passano, il fisico perde lo smalto della gioventù e non ci si sente più adatti a nulla. Basta qualche ora la settimana per rimettersi in forma e ritrovare motivazione e determinazione. Ed è un circolo virtuoso che si autoalimenta.

Per approfondire: 3 sani motivi per fare la pausa pranzo all’aperto
Non rimandare più
Il procrastinare è l’anticamera della frustrazione. Smettere di rimandare stimola invece la soddisfazione verso ciò che si riesce a fare.

Idee
03/12/2015

Ok, la ricerca è stata condotta da Ipsos Mori per conto di Microsoft, interpellando 5.500 dipendenti di piccole e medie imprese di 15 paesi europei, ma in tempi di dibattito su smart working e orario di lavoro, la fotografia dei bisogni dei dipendenti delle PMI italiane è senza dubbio interessante: gli italiani sono quelli a cui più interessa la tecnologia come strumento per migliorare il proprio lavoro.
Per 6 dipendenti su 10 delle PM la tecnologia mobile è fondamentale per ottimizzare i tempi e migliorare la produttività.
Gli italiani sono anche i dipendenti di piccole e medie imprese che più usano lo smartphone personale anche per lavorare (40%, e 51% per i dipendenti che lavorano fuori sede).
Ma cosa vogliono soprattutto i dipendenti delle PMI in fatto di hi-tech?
La parola magica pare essere cloud: laptop, smartphone e tablet sarebbero il modo ideale per ridurre i costi, aumentare la produttività e crescere nel business.

Sarà vero? Intanto le aziende italiane sembrano ascoltare questo appello all’innovazione se è vero che il 66% ha rinnovato o sta rinnovando i propri processi IT.

Idee
02/12/2015

«Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro». Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti durante un convegno sul Jobs act alla Luiss e si è scatenato il putiferio.

La prima reazione è stata quella del segretario della CGIL Susanna Camusso.
Bisogna smettere di scherzare quando si parla di temi del lavoro. Bisogna ricordarsi che la maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso: nelle catene di montaggio, le infermiere negli ospedali, la raccolta nelle campagne, dove il tempo è fondamentale per salvaguardare la loro condizione.
E dal ping pong tra il responsabile del dicastero del lavoro e quello del maggior movimento sindacale italiano è derivato un profluvio di distinguo, analisi e prese di posizione.

Per esempio Francesco Rotondi su Formiche.net, seguitissima testata di analisi su politica, economia, geografia, ambiente e cultura, plaude alla dichiarazione del ministro.
Oggi ci si accorge che l’”orario di lavoro” forse è tema centrale nel mutato assetto organizzativo delle imprese; ci si è accorti che l’orario di lavoro forse non è più né gestibile né misurabile come una volta; ci si è accorti che vi sono spazi infiniti di regolazione diversa offerti dalla tecnologia e dalle diverse prestazioni alle quali sono chiamati i lavoratori.
Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, non è totalmente in disaccordo con il ministro Poletti (lo riporta Il Diario del Lavoro).
Solo chi gira a largo delle fabbriche non sa che per molti lavoratori italiani la dimensione spazio temporale di quella che si chiamava ‘prestazione lavorati’twill è già radicalmente cambiata. C’è stata un’alzata di scudi che per me non ha senso, perché così si perpetua solo una sensazione di stato d’assedio al limite del ridicolo. Quanto al contratto nazionale è chiaro che rischia di difendere solo pezzi residuali del lavoro, mentre tutto il lavoro è cambiato, sarebbe un errore non modificarlo. In questa situazione le 8 ore rischiano di essere più un problema per il lavoratore, anziché una tutela.
Critico invece Carlo Clericetti nel blog di Repubblica.it Soldi e Potere.
Forse l’idea è che “l’apporto dell’opera” si misura per ogni singolo lavoratore, e quindi bisogna lasciare spazio a una retribuzione diversa per ciascuno. E dunque, dopo lo sforzo tuttora in corso per spostare il baricentro dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, si arriverebbe a chiudere il cerchio, arrivando alla contrattazione individuale. Un ritorno non più agli anni ’50, ma direttamente all’800, quando organizzarsi in sindacati era considerato un atto sovversivo. Un processo alle intenzioni? Esatto, proprio così, legittimato dal fatto che le intenzioni di questa classe dirigente appaiono chiare da tempo. Continuando così, una “novità” dopo l’altra, ci ritroveremo indietro di più d’un secolo.
Così come Alessandro Robecchi su Il Fatto Quotidiano.
Una cosa modernissima che si chiama “cottimo”. Nel caso, cottimo e abbondante. Una prassi che cambierà le nostre vite, il linguaggio, i rapporti interpersonali. “A che ora torni, caro?”. “Uh, come sei antica! Ancora legata alle ore! Arrivo quando ho raggiunto il risultato, come impone la nuova etica del lavoro”. “Quindi?”. “Boh, facciamo un giovedì di dicembre, ma non so quale
Il giuslavorista Roberto Pessi (come riporta Libero Quotidiano) è invece d’accordo con il ripensamento del modo di valutare il lavoro al giorno d’oggi
Quello che il ministro Poletti ha detto non è una rivoluzione, ma un ragionamento coerente con la scomparsa dei cocopro, la valorizzazione del lavoro subordinato a tempo indeterminato, anche etero-organizzato e l’affermazione di un modello imprenditoriale in cui la collaborazione tra capitale e lavoro garantisca la coesistenza tra solidi statuti protetti ed incisive competitività sul mercato internazionale.
E se poi dell’argomento se ne occupa anche La Gazzetta dello Sport con Giorgio Dell’Arti allora l’argomento è davvero caldo
L’orario di lavoro è funzionale a un sistema produttivo diverso da quello di oggi. È evidente che possono esserci situazioni in cui dell’orario non si può fare a meno (la catena di montaggio, peraltro sempre più automatizzata, l’assistenza degli infermieri in ospedale, i turni della polizia, eccetera), ma è pure chiaro che è sempre maggiore la quota di produttività che non dipende affatto dall’orario
Insomma, nell’epoca dello smart working e mentre in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro giornaliero, ha ancora senso ragionare in termini di ore-lavoro oppure queste sono – per usare l’espressione del ministro – “un attrezzo vecchio”?

Idee
01/12/2015

“Ti aspetto fuori”: quante volte l’abbiamo detta (da bambini) e pensata (da adulti) questa frase? Be’, ora, per tutti quelli che hanno pensato anche solo una volta di risolvere qualche controversia da ufficio in maniera rude e cavalleresca, c’è un nuovo format Tv che trasforma in realtà anche questo più recondito impulso.

La serie si chiama appunto “Ti Aspetto Fuori”, è in onda la domenica sera alle 23:00 su Cielo e riprende il format americano White Collar Brawlers di NBC: due colleghi ai ferri corti decidono di dirimere la questione su un ring di pugilato, e arrivano a scazzottarsi dopo un training di 6 settimane sotto la guida di due leggende della boxe made in Italy: il campione del mondo Rocco Mattioli, detto Rocky, e Maurizio Zennoni, conosciuto anche come Il Profeta del Ring.

A mettere da parte falsi sorrisi e frasi di circostanza per cercare di risolvere una volta per tutte le incompatibilità lavorative saranno manager, operai, magazzinieri, impiegati, venditori e quasi tutte le categorie di lavoratori italiani. La speranza, al termine dell’incontro, è che l’ultimo colloquio chiarificatore vada davvero a buon fine riportando pace e armonia.

Funzionerà davvero chiarirsi a suon di guantoni e in Tv?