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08/10/2018

Nonostante la forte tendenza verso il paperless office, in ogni ufficio ci sono ancora numerosi documenti che per legge devono essere conservati in formato cartaceo per un numero variabile di anni. Ecco che allora si pone il problema di un metodo di archiviazione e catalogazione per organizzare un archivio che sia pratico e funzionale: pratico nel senso di permettere di registrare, catalogare e archiviare i documenti cartacei in modo veloce e semplice, evitando errori spesso irrimediabili; funzionale nel senso che deve permettere a chiunque di ritrovare un documento anche a distanza di anni, e anche qualora lo avessero catalogato altre persone.

Trovare un filo logico semplice ed efficace non è facile, e purtroppo non esistono nemmeno regole univoche e infallibili perché ogni ufficio, ogni azienda, ogni attività è diversa dalle altre e ha proprie e specifiche esigenze. Tuttavia alcuni consigli e buone pratiche come quelli di questa guida all’archiviazione e catalogazione possono essere utili, anche solo come spunto, per conservare i documenti cartacei dell’ufficio.
Guida all’archiviazione: come conservare i documenti cartacei dell’ufficio
Per archiviare i documenti cartacei dell’ufficio servono sicuramente e prima di tutto degli strumenti adatti: uno scaffale, una libreria, un armadio chiuso (nel caso si volesse impedire l’accesso a documenti riservati) e dei classificatori per cartelle sospese; dei raccoglitori ad anelli, delle buste di plastica e sicuramente dei fogli divisori con buchi, tutti prodotti cosiddetti da archivio; etichette e pennarelli, e magari un’etichettatrice.

Oltre che alla logica della archiviazione è importante pensare anche al flusso di lavoro quotidiano e/o settimanale che sia più funzionale alla catalogazione. Con relativamente pochi documenti da gestire a settimana li si può dividere in due “vaschette” chiamate tipicamente “da fare” e “fatti” e poi smistare e archiviare il tutto una volta a settimana; con molti documenti cartacei che passano ogni giorno sulla scrivania può invece essere più pratico suddividere da subito i fogli in base al tipo (fatture emesse; fatture ricevute; preventivi; ordini; etc) e archiviare ogni giorno, al pomeriggio o la mattina successiva (no, archiviare subito ogni documento è una perdita di tempo enorme).
Consigli per organizzare l’archivio dei documenti di carta in ufficio
Pensato al flusso di lavoro, si tratta di pensare alla logica con cui catalogare e archiviare i documenti cartacei. Come prima cosa si può far ricorso ai colori: tutti i faldoni raccoglitori rossi sono per le fatture emesse; quelli gialli per quelle ricevute; quelli verdi per gli ordini emessi; quelle azzurre per gli ordini ricevuti; e così via.

La prima categorizzazione ulteriore non può che essere quella per anno, di modo da trovarsi tutti i raccoglitori rossi per le fatture emesse in ordine in annate progressive da sinistra a destra e dal ripiano più alto dello scaffale in giù (o viceversa: l’importante è che i meno usati siano nei punti più scomodi e che man mano che si eliminano i documenti si crei nuovo spazio in modo consequenziale).

Se si gestiscono relativamente pochi documenti può essere comodo organizzare il tutto in ordine cronologico, dal 1° gennaio al 31 dicembre di ogni anno. Lo stesso criterio può essere funzionale se si gestiscono molti documenti di altrettanti, o quasi, interlocutori: non ha senso una cartella con il nome di un cliente o fornitore se questo emette una sola fattura l’anno.

Diverso il caso in cui ci sia un certo numero di fornitori ciascuno dei quali emette numerosi documenti ogni anno, o ogni mese, o ogni settimana: in questo caso può essere più pratico usare dei fogli divisori, gestire il tutto prima in ordine alfabetico e poi temporale. Attenzione che normalmente l’ordine alfabetico crea conflitti con gli acronimi, tanto usati per le denominazioni delle società: il criterio deve essere univoco, o si usano sempre gli acronimi o la loro esplicitazione, perché la BM Impianti di Brambilla Marco potrebbe finire dispersa in chissà quale meandro dell’archivio in base a come la si archivia, se come BM o come Brambilla.

Purtroppo la carta tende a deteriorarsi e strapparsi, per cui davanti all’esigenza di conservare per anni i documenti stampati può essere utile e rassicurante usare le buste di plastica trasparente per raccoglitori: preservano dalla polvere, dalle operazioni maldestre e sono pratiche da sfilare e spostare, alla bisogna.
Errori da non commettere nell’archivio dell’ufficio
Fatto il quadro generale per organizzare l’archivio di carta dell’ufficio, ci sono anche degli errori da non commettere per nessun motivo. Il primo è usare i Post-It per nominare raccoglitori e cartellette: i Post-It sono fantastici e utili, ma purtroppo tendono a staccarsi se non li si usa correttamente, e il pasticcio è sempre in agguato. Anche scrivere in corsivo è da evitare: meglio uno stampatello chiaro per tutti che un corsivo elegante ma con una grafia da dentista. Niente acronimi, abbreviazioni, sigle o altro: se in un raccoglitore ci sono le fatture in entrata del 2017, scrivere “Fatture in Entrata 2017” (F.E. 17 a distanza di anni può dire tutto e il suo contrario). Mai, per nessun motivo, lasciare documenti in giro sullo scaffale: li si consulta e si ripongono al loro posto, altrimenti nel giro di poche settimane ci saranno montagne di fogli disordinati. E infine, quando è il momento di eliminarli, usare un distruggidocumenti è la soluzione più sicura per la privacy e la tutela dell’azienda.

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02/10/2018

Lo smaltimento del toner della stampante è un obbligo di legge per tutti i titolari di partita IVA, quindi società e professionisti, che ne hanno la piena responsabilità fino al termine del corretto ciclo di smaltimento. Se infatti i privati cittadini hanno l’obbligo di legge, all’interno della più generale normativa nazionale sulla raccolta differenziata, di conferire i toner esausti negli specifici punti di raccolta predisposti dai comuni nelle isole ecologiche o in altri punti del territorio, o in alternativa di portarli nei cosiddetti Eco Store, quei negozi che consentono di portare le vecchie cartucce e comprarne di nuove, aziende e professionisti hanno l’obbligo e la responsabilità di seguire un ben preciso iter che termina solo con la documentazione che comprova il corretto smaltimento di toner e cartucce inkjet delle stampanti.
Come smaltire a norma di legge toner e cartucce inkjet delle stampanti
Toner e cartucce inkjet, concluso il loro ciclo di funzionamento, quando cioè diventano esauste, sono considerati rifiuti speciali e possono essere pericolosi o meno in base alla loro composizione e al codice identificativo CER segnalato dal produttore.

La prima cosa da fare per smaltire toner e cartucce inkjet esausti, pericolosi o meno, è quella di predisporre gli appositi contenitori, detti ecobox, in prossimità delle stampanti o in altra posizione dell’ufficio, nei quali riporre e conservare fino a un massimo di tempo di un anno toner e cartucce esauste fino al conferimento alla ditta specializzata che si occupa del loro smaltimento.
Gli obblighi di legge per lo smaltimento di toner e cartucce delle stampanti
Conservare negli ecobox e conferire alla ditta specializzata toner e cartucce però può non bastare: nel caso di toner e cartucce inkjet considerati pericolosi in base al loro codice identificativo occorre anche che il titolare della partita IVA, società o professionista, sia iscritto al Sistri (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti), richieda il registro di carico e scarico presso la Camera di Commercio competente per territorio per annotare i movimenti dei rifiuti speciali pericolosi prodotti, e conservi una delle copie del FIR, il formulario identificativo del rifiuto compilato insieme alla ditta specializzata che si occupa dello smaltimento dei toner e cartucce considerati pericolosi. Inoltre il produttore del rifiuto deve compilare il MUD (modello unico di dichiarazione ambientale) in cui tiene traccia dei movimenti dei rifiuti prodotti, e lo deve presentare alla Camera di Commercio entro il 30 aprile di ogni anno.
Che errori non commettere nello smaltimento del toner della stampante e delle cartucce inkjet esauste
Il primo errore da non commettere nello smaltimento di toner e cartucce esausti delle stampanti è quello di portarli nelle discariche comunali che per legge (D.Lgs 152/06 ex D.Lgs 22/97, Decreto Ronchi) non sono tenuti a smaltirli.

L’altro errore da non commettere nello smaltimento del toner della stampante è pensare che con le stampanti a noleggio non si sia responsabili fino al termine dell’intero ciclo di smaltimento delle cartucce: sempre secondo la legge il responsabile della gestione del rifiuto è “chi lo genera con la sua attività produttiva”. E la responsabilità di legge termina solo quando si ottiene la 4° copia del formulario FIR firmata dall’impianto di smaltimento toner che ne certifica il corretto smaltimento e la si unisce alla 1° copia in nostro possesso.

Anche restituire i toner e le cartucce a chi ci vende le ricariche nuove è un errore, a meno che chi vende le cartucce non abbia anche tutte le autorizzazioni per gestire i rifiuti, e rilasci adeguata documentazione al termine del ciclo di smaltimento.
Servizi di smaltimento toner a norma di legge: ZeroZero Toner
Se si vogliono evitare tutte queste incombenze burocratiche e gli eventuali rischi di uno scorretto smaltimento del toner della stampante e cartucce per stampanti ci si può rivolgere a un servizio a pagamento che permette di trasferire gli obblighi inerenti alla gestione dei toner esausti ad un diverso soggetto giuridico. Il soggetto si chiama ZeroZeroToner, è offerto anche da siti di e-commerce di prodotti per ufficio come Viking Italia, e di fatto trasferisce a Berg Phi srl, una società che ha sviluppato e brevettato un impianto che ricicla il 100% dei materiali esausti di cui è composto il toner, la paternità del rifiuto e tutti gli obblighi amministrativi e burocratici derivanti dalla gestione dei toner esausti oltre alle responsabilità penali.

Solo in questo modo il produttore del rifiuto, titolare di partita IVA; è certo di essere completamente esonerato da ogni incombenza e rischio derivante da possibili errori di compilazione.

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27/09/2018

Gli Stabilo Boss sono probabilmente gli evidenziatori più usati al mondo, non solo negli uffici ma anche a scuola e a casa. Hanno sicuramente una grande qualità, la tecnologia Anti-Dry-Out che li fa resistere fino a 4 ore senza tappino, oltre alla lunghissima durata del loro inchiostro atossico a base di acqua. Ma ciò che li contraddistingue di più, e sicuramente da ogni altro, evidenziatore è la loro caratteristica forma che racconta un simpatico aneddoto su chi ha inventato gli Stabilo Boss.
Come è stato inventato lo Stabilo Boss
Pare infatti che, quando tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta alla Schwan-Stabilo stavano cercando di inventare un nuovo evidenziatore, uno dei signori Schwanhäusser, Gustav o August pronipoti di Gustav Adam che aveva comprato la fabbrica nel 1864, insoddisfatto per l’ennesimo prototipo sbagliato diede una manata alla plastilina schiacciandola più o meno nella forma diventa poi iconica. E così, nel 1971, un ’bout per caso come per altri prodotti da ufficio come Post-It, fermagli fermacarte e anche la penna Bic, è nato lo Stabilo Boss, il pennarello evidenziatore più famoso del mondo destinato a essere venduto al ritmo di due pezzi al secondo.

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18/09/2018

Paese che vai, usanza che trovi: era già chiaro dal Galateo in ufficio all’estero, post che ha riscosso notevole successo. Abbiamo quindi deciso di approfondire ulteriormente il tema della diversità linguistica e culturale con un argomento, in particolare, che è spesso causa di fraintendimenti tra colleghi e partner commerciali di origini diverse: le espressioni idiomatiche, ossia quelle frasi che adoriamo utilizzare per arricchire il linguaggio o per dare maggior peso alle parole, ma il cui significato rimane spesso un mistero per chi ci è di fronte.
Tutte le lingue si servono di frasi, ma non tutte le espressioni idiomatiche risultano traducibili… almeno non letteralmente: un aspetto a cui il nostro team internazionale è ben avvezzo. Ogni giorno, infatti, sentiamo modi di dire per la prima volta senza riuscirne a carpire il significato (corretto!) o vorremmo utilizzare quell’espressione idiomatica che tanto amiamo nella nostra lingua madre ma che non abbiamo un corrispettivo in un’altra lingua. Avete mai provato a tradurre un’espressione idiomatica? Vi siete trovati anche voi davanti a volti sui quali era dipinta la totale confusione? È a queste espressioni che vogliamo rendere omaggio con questo post: abbiamo quindi chiesto ai nostri colleghi provenienti da altre parti del mondo di elencare le loro espressioni preferite nella propria lingua madre.
Per offrirvi un risultato visivo di alcune divertenti espressioni idiomatiche tradotte letteralmente, abbiamo collaborato con Paul Blow, premiato illustratore britannico al quale abbiamo inviato undici frasi in undici diverse lingue presenti all’interno della nostra azienda e raccolte dal team internazionale di Viking. Paul, le cui illustrazioni appaiono regolarmente sul Guardian e sul New York Times, ha trasformato in immagine la traduzione letterale di queste undici espressioni idiomatiche. Ed ecco il risultato!

INGLESE: As cool as a cucumber

 
TEDESCO: Jemandem einen Bären aufbinden

 
OLANDESE: Hair op per tanden hebbe

 
ITALIANO: Non tutte le ciambelle escono col buco

 
POLACCO: Musztarda po obiedzie

 
SVEDESE: Glida in på en räckmacka

 
ARABO: أصوم وأفطر على بصلة

 
ISLANDESE: He Það pylsuendanum rúsínan í

 
NORVEGESE: Å svelge noen kameler

 
FRANCESE: Quand les poules auront

 
GIAPPONESE: ほっぺたが落ちる

Le immagini offrono una chiara testimonianza dei meccanismi alla base di altre lingue e culture, illustrando – ancora una volta – quanto sia essenziale assumere personale madrelingua con buona padronanza linguistica e culturale invece di affidarsi ciecamente a programmi di traduzione automatica come Google Translate.

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13/09/2018

Uffici open space o tradizionali con stanze chiuse? Il dibattito sui pro e contro delle due organizzazioni dello spazio di lavoro dura da decenni ma ora una ricerca scientifica pubblicata su ‘Occupational & Environmental Medicine’ sembrerebbe mettere un punto fermo almeno su fatto che gli uffici open space sono meglio dal punto di vista della salute e della gestione dello stress.
Gli uffici open space riducono lo stress
Secondo la ricerca gli uffici open space riducono lo stress perché richiederebbero un maggior impegno fisico durante le ore passate al lavoro. L’esperimento è stato condotto negli Stati Uniti, dividendo 231 lavoratori tra uffici open space, cubicoli alti e uffici privati tradizionali e facendo indossare loro dei sensori per monitorare attività fisica e cardiaca sia di giorno che di notte. Inoltre ogni ora era loro richiesto di rispondere ad alcune domande circa il loro stato d’animo attuale.

I risultati dell’esperimento hanno dimostrato come chi lavorava negli uffici open space con scrivanie libere si era mosso di più e aveva livelli di stress al di fuori dell’orario e del luogo di lavoro del 14% inferiori rispetto a chi aveva lavorato nei cubicoli con pareti alte o negli uffici privati. Inoltre i livelli di stress erano più elevati tra gli impiegati più anziani e tra le donne che tra i giovani uomini.

Se stai pensando di riorganizzare l’ufficio e magari trasformarlo in un open space puoi trovare consigli e soluzioni per organizzare gli spazi di lavoro qui.

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04/09/2018

Dal 1° settembre 2018 è scattato il divieto per le lampadine alogene: è il risultato di una direttiva comunitaria, la 244 del 2009, che era prevista per il 2016 ed è poi stata posticipata al 2018. La direttiva vieta la produzione e vendita di prodotti ad alto consumo energetico tra cui rientrano appunto anche le lampadine alogene che dovranno essere sostituite da quelle a LED.
Divieto lampadine alogene: cosa fare
Il divieto per le lampadine alogene non significa che bisogna sostituirle immediatamente: chi le ha in casa o in altri spazi può tranquillamente tenerle fino a fine del loro ciclo di vita, e così non significa che nei punti vendita e negli e-commerce non se ne troveranno più: semplicemente c’è un periodo di transizione nel quale si possono continuare a vendere le scorte a magazzino fino al loro esaurimento così come si possono continuare a usare le lampadine alogene fino alla loro rottura. Ma una volta terminate le scorte o qualora si dovesse cambiare lampadina, sarà necessario acquistare una lampadina a LED.
Vantaggi delle lampadine a LED: meno consumi e più luce
Del resto le lampadine a LED comportano alcuni indiscutibili vantaggi, in particolare dal punto di vista dell’impatto ambientale: durano più a lungo (in teoria fino a 20 anni) e consumano meno a parità di luce (anche fino a 115 euro l’anno, a parità di utilizzo). Quindi il divieto delle lampadine alogene imposto dalla direttiva europea potrebbe trasformarsi in un vantaggio a favore dei cittadini e delle imprese attente ai consumi e all’impatto ambientale della propria attività.
Divieto lampadine alogene: quali modelli?
Burocraticamente il divieto riguarda le “lampade non direzionali senza trasformatore con efficienza energetica inferiore a B” e dal punto di vista del consumato sono facilmente riconoscibili dalla dicitura del loro attacco a vite riportata sulla confezione del prodotto (E14, E27, B15d, G4 e GY6,35; la cifra che segue le lettere indica la grandezza della vite espressa in millimetri). Tuttavia alcune alogene potranno ancora essere prodotte e commercializzate, come le Haloline, Halopin, Halolux T con attacco R7s, G9 ed E14 (per lampade da tavolo e proiettori), ma solo se di classe energetica almeno C, e le GU10 e le GZ10, quelle usate nei forni e nei frigoriferi.