Categoria: Ufficio

Consigli, curiosità e notizie sulla vita di ogni giorno in ufficio

Ufficio
16/01/2019

Qui alla Viking poniamo sempre molta attenzione a coltivare gli aspetti ludici e creativi, coscienti che il benessere del lavoratore è un aspetto fondamentale per migliorare gli aspetti relazionali, la qualità del lavoro e anche le performance. Tra le opere d’arte più recenti realizzate nei nostri uffici merita una menzione particolare il murale dedicato al mitico personaggio dei videogiochi Super Mario creato utilizzando solamente post-it. 

Secondo una nuova ricerca ben il 75% degli italiani può godere di opere d’arte in ufficio. L’arte offre una serie di vantaggi legati, ad esempio, al miglioramento della creatività e alla riduzione dello stress. Abbiamo voluto esplorare quali forme d’arte le aziende in Italia utilizzano per arricchire i propri ambienti di lavoro e quali sono quelle che i lavoratori vorrebbero vedere maggiormente. 

Per fare luce su questi aspetti abbiamo svolto un sondaggio in diversi paesi europei utilizzando per la precisione dei campioni di lavoratori così suddivisi: 1.500 in Gran Bretagna, 500 in Italia, 500 in Austria, 1000 nei Paesi Bassi e 1000 in Germania, per un totale di 4500 lavoratori Europei.  

Obbiettivo dell’iniziativa, oltre ad analizzare la situazione attuale sulla presenza di opere d’arte negli uffici attraverso il sondaggio, era anche quello di commissionare, collaborando con accademie e artisti, la realizzazione di creazioni artistiche utilizzando prevalentemente materiale da ufficio come carta per fotocopie, penne, graffette, cartucce per stampanti e tutto ciò che si può comunemente trovare su una scrivania. 

Vediamo di seguito i risultati emersi per l’Italia e l’interessante confronto di alcuni dati tra Italia e altri Paesi.

IL VALORE DELL’ARTE PER L’AZIENDA 
L’arte, in variegate espressioni artistiche, ha preso piede in tempi recenti anche nelle imprese italiane e i primi studi effettuati a riguardo mostrano che l’arte fa bene al business contribuendo a migliorare le performance degli indicatori economico-finanziari e a dare un’immagine positiva di un’azienda ai potenziali clienti e futuri dipendenti. 

I benefici dell’arte in azienda non si limitano tuttavia al solo aspetto economico e finanziario ma sono ascrivibili anche all’ambito psicologico e al benessere della persona contribuendo a motivare e coltivare la creatività e la socialità. 

In Italia, il 90% degli intervistati ritiene che l’arte debba essere rappresentata in tutti i posti di lavoro. Questo dato si mostra consistente anche negli altri Paesi tra cui la Gran Bretagna dove il 54% ritiene importante che ogni luogo di lavoro disponga di rappresentazioni artistiche per i propri dipendenti. Anche nei Paesi bassi, dove questa percentuale è tra le più basse, il dato indica che circa metà dei lavoratori (47,6%) è d’accordo con i colleghi europei.  

Il motivo per cui i lavoratori tengono molto ad avere delle forme d’arte in ufficio risiede negli effetti a queste attribuiti. L’83% pensa che l’arte riduca lo stress sul luogo di lavoro (contro il 47% dei Paesi Bassi) e il 79% ritiene che l’arte aumenti il livello di felicità (rispetto alla percentuale più bassa segnata anche in questo caso nei Paesi Bassi,46,8%) e infine ben l’81% è d’accordo che l’arte stimoli la produttività e creatività.  

Il legame con la riduzione dello stress è molto importante considerando che questo influisce pesantemente sulle performance lavorative. Uno studio dell’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro dal titolo “Healthy Workplaces Manage Stress” pubblicato nel 2014 parla di un lavoratore europeo su quattro affetto da stress, elemento che influisce negativamente sulla salute e che rappresenta quindi un problema rilevante anche per l’azienda stessa. 
GLI ITALIANI SANNO RICONOSCERE LE OPERE D’ARTE? 
In Italia l’arte è particolarmente apprezzata e ciò è sicuramente dovuto alla grande tradizione artistica del nostro Paese. Abbiamo chiesto agli intervistati di abbinare un’immagine al relativo artista e i risultati mostrano che i lavoratori italiani e quelli olandesi sono i più virtuosi. In Italia, un dipinto di Kandinskij è stato abbinato correttamente da circa il 25,8% dei rispondenti (contro il 12,7% della Gran Bretagna), Cezanne dal 24,4% e Munch dal 55,4%.  

In generale i lavoratori italiani riconoscono i benefici dell’arte molto più dei lavoratori dei restanti Paesi presi in considerazione. Infatti, le percentuali di rispondenti che concordano sulle ricadute benefiche delle forme d’arte sul luogo di lavoro sono sempre le più alte in Italia mentre toccano il minimo nei Paesi Bassi.  

LA SITUAZIONE ATTUALE IN EUROPA 
Nonostante questo chiaro segnale dell’importanza che l’arte in ufficio ha per i lavoratori, vi sono degli ostacoli da parte dell’azienda ad investire maggiormente in opere d’arte. 

IL 37% dei rispondenti ritiene che il proprio datore di lavoro non dia la giusta importanza alle forme d’arte in ufficio e secondo il 48,6% le limitazioni ad investire in forme d’arte provengono da restrizioni di budget.  

Le piccole aziende (meno di 50 dipendenti) fanno più fatica ad investire in questa direzione, mentre le aziende più grandi sono più virtuose nonostante una su 4, tra quelle con più di 250 dipendenti, non disponga di nessuna forma d’arte.  

Considerando tutti i Paesi, l’Italia si piazza al primo posto come percentuale di lavoratori che dispongono di almeno una forma d’arte in ufficio dato che solo il 24,8% dei rispondenti dichiara di non averne alcuna sul proprio luogo di lavoro. In questo senso, la Gran Bretagna si ferma a circa due terzi degli intervistati e l’Austria si piazza sul gradino più basso con il 43% dei rispondenti che dichiara di non avere forme d’arte sul lavoro. 
CHE TIPO DI ARTE È LA PREFERITA? 
Dalla nostra indagine emerge che le forme d’arte che vanno per la maggiore negli uffici italiani sono quelle considerate classiche come la fotografia (presente per il 49% degli intervistati), la pittura (36,20%) e le stampe (41,80%). 

Queste forme d’arte ottengono le percentuali più elevate anche negli altri Paesi in cui è stata eseguita l’indagine. Il risultato è particolarmente incoraggiante per quelle aziende che volessero incrementare o iniziare ad utilizzare delle forme d’arte per arricchire l’ambiente di lavoro. L’utilizzo di stampe, dipinti o fotografie è infatti più immediato e meno dispendioso rispetto all’utilizzo di atre tipologie come ad esempio scultura o arte murale.  

Rispetto alle tipologie e stili che i lavoratori vorrebbero vedere maggiormente in ufficio, la pittura e la fotografia ottengono le percentuali più alte nonostante siano già largamente impiegate. Mentre lo stile d’arte più richiesto è quello contemporaneo (45,6%). 

Negli altri Paesi la fotografia è il tipo di arte più richiesto (Austria 44%, Germania 49,3% e Paesi Bassi 34,5%) mentre per gli stili abbiamo una prevalenza dello stile umoristico in Austria, classico in Germania, contemporaneo in Austria e Gran Bretagna. 

In Italia i soggetti favoriti sono i giardini (33%), i paesaggi costieri (35%) e quelli alpini (31,2%). Il nostro Paese è, per altro, quello con più varietà per quanto riguarda gli interessi artistici facendo segnare le percentuali di preferenze più elevate su una grande varietà di stili. 
L’OPERA D’ARTE DI VIKING ITALIA
Sulla base dei risultati emersi Viking ha commissionato un’opera d’arte da poter appendere in ufficio. L’idea è nata come un pezzo che può effettivamente essere utilizzato dai lavoratori, oltre che ammirato nella sua bellezza. Essendo l’opera studiata per un ufficio italiano, ci siamo attenuti ai risultati del sondaggio e perciò abbiamo scelto di creare un paesaggio marittimo di un tipico paesino costiero italiano. L’artista italo-spagnola Patrizia Perera ha reso il tutto possibile grazie alla sua creatività e al suo occhio esperto.  

Patrizia, nata in Spagna, la sua educazione artistica e la sua vita si sono alternate tra spagna e Italia. Laureata in belle arti, specializzata in pittura, attualmente Patrizia alterna tra la sua casa in Italia e in Portogallo dove crea progetti artistici di pittura e disegno in entrambi i paesi. 

Il quadro chiamato “Costa del Castello” è un progetto ispirato alla tipica costa italiana. Le strade costiere in Italia sono famose per una ricca gamma cromatica e conosciute tra le coste più belle d’Europa. L’artista ha tratto ispirazione dagli innumerevoli viaggi estivi al mare e dai colori, ricreando con la sua memoria un paesaggio estivo, caldo e accogliente.  

Patrizia ha utilizzato soltanto articoli di cancelleria disponibili sul sito Viking e ha voluto lasciare libera la metà superiore della “tela” – o meglio “bacheca” – così da rendere l’opera non solo esteticamente bella ma anche realmente utilizzabile. Il risultato è un bellissimo quadro in 3D composto da carta, bacheca di sughero, colori di evidenziatori e luci fatte con correttori a nastro. Di seguito le immagini step by step del quadro.

COSA HANNO PRODOTTO GLI ALTRI PAESI? 
Come già citato questa indagine è stata svolta in altri 5 paesi Europei ed altrettante opere d’arte sono state effettuate da artisti locali. Tutte rigorosamente create utilizzando cancelleria d’ufficio ecco di seguito i pezzi finiti delle altre nazioni.  
INGHILTERRA 
I risultati inglesi hanno evidenziato una preferenza per opere rappresentanti animali e in forma di pittura. Di seguito il risultato finale. 

AUSTRIA 
Gli austriaci prediligono un quadro umoristico e leggero, con forme geometriche e animali. Ecco cosa è venuto fuori. 

OLANDA 
Gli olandesi invece preferiscono un’opera più astratta, composta da materiali riciclati. Il risultato è una futuristica spiaggia. 

GERMANIA  
Infine, la Germania sogna il mare. Un mare blu, bagnanti sotto il sole ed un aereo all’orizzonte sono gli elementi principali di questo pezzo.  

Vuoi raccontarci della tua esperienza? Hai un esempio virtuoso di valorizzazione di forme d’arte in ufficio che conosci e che vuoi portare alla nostra attenzione? Scrivici sulla pagina Facebook Viking Italia. 

 

Ufficio
14/01/2019

E’ indubbio che la maggior parte dei lavori d’ufficio di oggi vedono i lavoratori seduti per ore alla loro scrivania. Tra cubicoli, desks, sedie e poltrone, il turno di lavoro tipico è almeno di 8 ore, il che nella stragrande maggioranza dei casi significa 8 ore seduti con una pessima postura su una sedia probabilmente regolata male. La scrivania tradizionale può diventare quasi una seconda casa e accomodare oggetti personali, foto e tanti altri gadget. Basti pensare alla miglior scrivania del mondo, l’Omnidesk, con così tante funzioni che quasi verrebbe di non alzarsi mai. Tuttavia, ci sono modi alternativi di lavorare in ufficio che non solo aiutano la salute fisica ma anche la produttività. Uno di questi è lo standing desk. Vediamo insieme quali sono i pro e i contro di questo tipo di scrivania in paragone con quella tradizionale.

 
Cosa è uno standing desk?
Lo standing desk è, come dice il nome, una scrivania per stare in piedi. Può essere sia una scrivania tradizionale che può essere alzata e abbassata oppure un desk più alto posizionato in ufficio, dove si può andare a lavorare col proprio laptop. Nei paesi del nord Europa lo standing desk già è arrivato in molte compagnie, ben il 90%, mentre in Italia ancora pochi ne possono usufruire. L’idea dietro questo tipo particolare di scrivania è che variare tra una posizione seduta e una in piedi beneficia il lavoratore a livello fisico, alleggerendo i danni causati dalla sedentarietà.

Quali sono i benefici?
Uno dei pro più evidenti è la possibilità di cambiare postura durante le ore di lavoro. Stare seduti per ore porta spesso a una posizione scorretta di collo e spalle che a lungo termine può causare problemi come dolori e cervicale. Stare ogni tanto in piedi a lavorare permette di scaricare la tensione e il peso su altre parti del corpo, così da alleviare eventuali dolori e ridistribuire il carico di lavoro su altri muscoli. Ma lo standing desk non ha soltanto benefici fisici. Numerose ricerche hanno dimostrato che lavorare in piedi aiuta la creatività e la produttività. Questo fenomeno può essere attribuito alla maggiore circolazione sanguigna e al muoversi continuamente che stimolando il corpo, stimola anche la mente. Non a caso uno dei più innovativi modi di fare una riunione è farla in piedi, così da stimolare nuove idee nel team.

Quali possono essere invece le controindicazioni?
Come ogni cosa lo standing desk ha dei pro e dei contro. È certamente vero che alternare tra una posizione seduta e una in piedi ha dei benefici, ma bisogna stare attenti a non esagerare sul lato opposto e stare in piedi 8 ore di fila. Una posizione eretta tenuta per troppo tempo potrebbe portare ad una sbagliata postura e quindi ad un sovraccarico sulla schiena e le gambe. Un altro punto da considerare, anche se non strettamente correlato al benessere fisico, è il rischio che uno standing desk ci isoli dal resto dei colleghi. Questo è possibile principalmente per quelle scrivanie alte posizionate in una parte diversa dell’ufficio rispetto al resto delle postazioni. Non è certo la fine del mondo assentarsi per qualche ora per lavorare in piedi, ma è comunque un fattore da considerare, specialmente per lavori che fanno molto affidamento sul team-work o sui brainstorms tra colleghi. Infine, stare seduti alla scrivania permette di scegliere qualsiasi abbigliamento, mentre stare in piedi è probabilmente molto faticoso per chi sceglie un outfit più formale come ad esempio le scarpe coi tacchi.
Quindi che scegliere?
Come per molte altre questioni, la risposta sta nella via di mezzo. Sarebbe ideale avere la possibilità di lavorare sia da seduti che in piedi, o tramite una scrivania regolabile o avendo accesso ad entrambe. Certo è che qualche ora in piedi ogni giorno può aiutare la postura, sgranchire le gambe, e magari anche stimolare nuove idee e soluzioni. Come si suol dire, tentar non nuoce!

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sui benefici di uno standing desk. Ne hai mai provato uno? Raccontaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
17/12/2018

Solo le donne fanno i regali di Natale ai colleghi e solo il 22% dei lavoratori pensa a un regalo di Natale per i colleghi: lo dice una indagine di una nota piattaforma di recruiting che svela tanti aspetti curiosi del Natale in ufficio.
I regali di Natale ai colleghi
Intanto, come detto, praticamente solo 1 lavoratore su 5 pensa di donare qualcosa ai vicini di scrivania, e per lo più si tratta di donne: gli uomini che non fanno regali ai colleghi sono ben l’80%, a fronte del 62% di donne. Poi c’è la natura del regalo: per il 36% si tratta di pensierini, piccoli oggetti di basso costo che però, almeno nel caso delle donne, rispecchiano la personalità di chi li riceve (54%). Insomma, poca spesa ma grande attenzione. Per gli uomini gettonati sono i prodotti gastronomici mentre per le donne soprattutto gadget e oggetti da scrivania. Ciò che nessuno invece vorrebbe ricevere sono i regali troppo costosi o troppo personali.

Quando si scambiano i regali di Natale in ufficio? Per il 61% dei casi l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze natalizia, per lo più scambiandosi gli auguri di persona (40% dei casi) o durante la festa di Natale dell’ufficio (16%)

Ufficio
13/12/2018

La luce in ufficio è un argomento che riguarda tre aspetti delle giornate lavorative: quello della sicurezza, chiaramente, ma anche quello della salute dei lavoratori e quello del rendimento visivo, che ha a che fare con la produttività. In Italia infatti l’illuminazione nei luoghi di lavoro dipende dal punto di vista normativo dal Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (DM 81/2008) che a sua volta demanda gli aspetti attuativi alla normativa europea UNI-EN 12464-1 aggiornata al 2011, ed è qui che si trovano le indicazioni per disporre nel modo corretto la luce in ufficio.
Luce in ufficio: come deve essere l’illuminazione nei luoghi di lavoro
Se una volta il criterio utilizzato per l’illuminazione nei luoghi di lavoro era sostanzialmente se non esclusivamente quello della quantità di luce garantita per legge, oggi le cose sono sensibilmente cambiate e c’è sempre più attenzione al comfort degli addetti, alla qualità dell’illuminazione che influisce sulla produttività, e chiaramente alla questione della sicurezza, che però è la meno percepita da chi usa quegli ambienti.
Come disporre la luce in ufficio
Su come disporre la luce in ufficio ci sono due cose tassativamente da evitare: l’abbagliamento e la scarsa luminosità. Entrambe nascondono nella loro semplice definizione numerosi dettagli tecnici che possono fare la differenza tra un ambiente di lavoro confortevole e uno che invece affatica la vista procurando malessere a breve e lungo termine.

Il primo compito di chi progetta l’illuminazione in ufficio è calcolare nel modo corretto la quantità di luce necessaria nella cosiddetta task area, o zona di compito visivo (nel caso di un ufficio, la scrivania per esempio), quella per l’area circostante in una fascia di 50 cm, e quella nell’area di sfondo. Questo però da solo non basta perché la norma, e la capacità di chi progetta l’illuminazione in un luogo di lavoro, dicono anche che è necessaria una sufficiente quantità di luce naturale (salvo casi particolari) che si armonizzi con quella artificiale in modo tale da tutelare sicurezza, salute e benessere dei lavoratori. E qui entra in gioco l’altro aspetto, quello dell’abbagliamento.

L’abbagliamento è quando c’è troppa luce (o livelli eccessivi di luminanza, come recita la norma) all’interno del campo visivo, il che provoca problemi immediati come difficoltà di visione, e prolungati, come mal di testa o malessere. L’abbagliamento può essere di due tipi: diretto o riflesso, sul piano di lavoro oppure sullo schermo del monitor.

La presenza di un videoterminale, cioè il monitor del computer, complica ulteriormente le cose per quanto riguarda abbagliamento e riflessi, e la norma UNI 12464-2011 introduce ulteriori specifiche proprio per questo aspetto, in particolare per quanto riguarda la corretta ripartizione della luce secondo le diverse direzioni e in base agli angoli con cui arriva allo schermo del computer.

Infine bisogna tener conto della luce naturale ambientale: è sicuramente fattore di benessere psicofisico, motivo per cui nella progettazione di uno spazio di lavoro sarebbe importante prevedere ampie finestre, ma occorrono anche sistemi di schermatura e oscuramento che limitino i fenomeni di riflessione e abbagliamento, il tutto considerando che le condizioni di luce naturale ambientale durante la giornata cambiano continuamente e anche in modo sostanziale.

Ufficio
03/12/2018

Di recente, abbiamo proposto un articolo su quali approcci adottare per fare carriera al lavoro in base alle fasce di età o alla fase in cui ci si trova nel percorso professionale. Abbiamo discusso di sponsor e coaching; ed è proprio sull’argomento del coaching che vorremmo soffermarci oggi, approfondendone il significato per capire come svolgerlo efficacemente al fine di progredire nel proprio cammino lavorativo. Per prima cosa, vediamo insieme cosa si intende esattamente per coaching.
Che cos’è il coaching?
Il coaching è un dialogo tra coach e coachee – ossia, tra la persona responsabile dello svolgimento di questa tecnica e quella che riceve assistenza. L’obiettivo è di consentire al coachee di acquisire consapevolezza, maggiore autonomia e di adottare scelte per il raggiungimento del proprio pieno potenziale. Non si tratta di comunicare il percorso da intraprendere. Non si tratta di fornire delle risposte. Il ruolo del coach è di aiutare il coachee ad arrivare da solo alle proprie personali soluzioni. In tal modo, pur nella complessità che caratterizza l’attuale mondo del lavoro e le realtà aziendali odierne, i leader possono mantenere l’efficacia dirigenziale di un tempo e i dipendenti possono ancora far leva sulle conoscenze del manager per ottenere risultati più personalizzati.
Perché il coaching è importante?
Se svolto utilizzandone le metodologie e le tecniche nella giusta direzione, il coaching può rappresentare un’attività molto stimolante sia per il manager che lo effettua, sia per il dipendente che lo riceve. Ad esempio, può essere utilizzato per aiutare quei dipendenti che non riescono a ottenere i risultati attesi: attraverso il coaching, il dipendente può maturare consapevolezza delle proprie lacune e trovare metodi per porvi rimedio prima che diventino grosse problematiche che incidano seriamente sul rendimento complessivo. L’obiettivo qui non è di scoraggiare il dipendente ma, al contrario, di aiutarlo a risolvere i problemi per migliorare il suo lavoro e quello del relativo team o reparto.

Il coaching può però essere effettuato anche in caso di dipendenti che già dimostrano buoni livelli di rendimento per svilupparne ulteriormente competenze, abilità ed esperienza, facendo leva sui relativi punti di forza. In tal senso, può essere interpretato come 4un’attività volta allo sviluppo professionale sia del dipendente sia del manager – l’insegnamento in fondo è uno dei più efficaci metodi di apprendimento – incrementando le opportunità di promozione e copertura di ruoli di maggior rilievo. Per ottenere il massimo dal coaching, è importante instaurare un dialogo basato su diverse tecniche e fasi. Vediamo quali!
Lascia spazio
Uno degli aspetti essenziali del coaching è la capacità di lasciare al dipendente uno spazio che lui stesso andrà a riempire. Generalmente, l’attività viene avviata con una domanda a risposta aperta. È importante che il manager non si imponga eccessivamente né limiti troppo la conversazione, in modo che il dipendente si senta libero di sollevare dubbi, incertezze e in generale, discutere di questioni a lui importanti. Da una semplice domanda come “Da dove vorresti iniziare?”, si può poi passare ad altre che focalizzino l’attenzione del dipendente su aspetti specifici, su emozioni e reazioni, su cause, motivi o azioni intraprese; ad esempio: “È un obiettivo ambizioso. Come pensi di raggiungerlo?”. Un passo successivo nel dialogo di coaching può essere rappresentato dal mettere in discussione alcuni aspetti di quanto raccontato dal dipendente, introducendo nuove idee e ipotesi. Ad esempio: “La pianificazione prevista per il raggiungimento dell’obiettivo è interessante ma ci sono alcune incognite. Come ti comporterai nel caso in cui dovessi rimanere indietro con il lavoro?”. Le domande che iniziano con “cosa” o “come” sono le migliori per lasciare al dipendente spazio di elaborazione.
Ascolta
Si consiglia di sfruttare al massimo le fasi iniziali dell’attività di coaching, rimanendovi quanto più tempo possibile per spronare il dipendente a trovare da solo le proprie personali soluzioni grazie alla maggiore consapevolezza acquisita dall’analisi del problema. In tale dialogo, la capacità di ascolto è basilare. Cercare il contatto visivo per cogliere emozioni ed espressioni mostrando un reale interesse e adottando uno stile più profondo di quello che si potrebbe trasmettere in una conversazione casuale, è fondamentale per un coaching efficace. Altro aspetto importante: l’attenzione deve essere totale. Vanno quindi evitate distrazioni e interruzioni, che impedirebbero al dipendente di sentirsi veramente ascoltato. È possibile prendere qualche appunto su un foglio di carta per fotocopie in modo da annotare i punti essenziali e rifletterci dopo la riunione.
Empatia e fiducia
La capacità di comprendere il punto di vista di una persona è importante. Nel coaching, tuttavia, riuscire a cogliere le emozioni di chi ci è seduto di fronte lo è altrettanto. Perché? Per consolidare la fiducia: aspetto basilare di una conversazione di coaching efficace. L’abilità di comprenderne lo stato d’animo può favorire moltissimo l’eliminazione di blocchi che impediscono al dipendente di esprimersi liberamente. Situazioni che aiutano a stimolare la fiducia sono, ad esempio: un manager che ammette alcuni suoi punti deboli per creare vicinanza, il mantenimento di una posizione centrale rispetto agli opposti di rabbia e noncuranza, essere un manager che dà l’esempio ricevendo lui stesso coaching dai suoi superiori per comunicare il messaggio “Io ne ho tratto vantaggio e vorrei che ora lo sperimentassi tu”. Crediamo che il coaching vada vissuto come un’esperienza positiva di connessione per aiutare le persone a raggiungere il pieno potenziale che, nell’ottica aziendale, rappresenta una strategia estremamente efficace.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare ad adottare il coaching per progredire in azienda. Ma vogliamo sapere anche la tua opinione: qual è la tua esperienza in merito? Hai mai svolto sessioni di coaching? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
30/11/2018

È il momento di parlare di stipendio con il capo: vorresti un aumento, pensi di meritarlo, altri colleghi l’hanno avuto ma a te nessuno l’ha prospettato e soprattutto non sai come fare. Puoi consolarti pensando che quasi la metà dei dipendenti non ha mai parlato di stipendio con le risorse umane (e con una netta differenza di genere: il 57% degli uomini l’ha fatto, e solo il 7% delle donne) e che per la stragrande maggioranza dei lavoratori è un argomento che mette un ’bout di disagio, ma questo non è un buon motivo per non affrontare il tema stipendio con i tuoi responsabili.
Come parlare di stipendio in azienda
Vediamo allora come parlare di stipendio in azienda facendo valere le proprie capacità e competenze, dando peso al proprio contributo all’attività aziendale, e trovando gli strumenti giusti per riuscire a guadagnare i soldi che pensi di meritare.
Dai un valore preciso al tuo ruolo
Con qualche ricerca (anche online, nei siti di recruiting per esempio) non è difficile scoprire la forbice salariale all’interno della quale si trovano persone che fanno il tuo stesso lavoro: si tratta sostanzialmente di dare un valore preciso al tuo ruolo e di capire se ti trovi nella parte alta o bassa del range di stipendio per le tue funzioni. Questa è la base di partenza della negoziazione.
Lascia dire a loro la prima cifra
È la regola d’oro di ogni negoziazione: il primo che dice una cifra ha “perso”. Se la dici tu, l’abbasseranno, se la dice il tuo capo puoi chiedere di più. Quindi quando ti chiedono quanto vorresti, o a quale cifra stavi pensando, ributta la palla nel campo delle tue risorse umane parlando di range di salari per la tua funzione, assumendo il tuo come floor, punto di base della negoziazione, e indicando il massimo attuale di mercato per il tuo ruolo.
Presentati con una cifra precisa in mente
È la conseguenza del primo punto: avere in testa il range salariale per il tuo ruolo ti aiuta a rilanciare, come conseguenza del secondo punto, su una cifra ben precisa: serve a dare l’impressione, sostenuta dai fatti, che conosci il tuo valore sul mercato del lavoro.
Fissa un minimo sotto il quale non andare
Fissata l’asticella verso l’alto, serve anche fissare un minimo sotto il quale non sei disposto ad andare. Se attualmente prendi una cifra X, e vorresti X + 5, puoi accettare X + 4 ma devi anche essere disposto a non accettare X + 1. Rimani come prima? Sì ma no: se hai dato l’impressione di conoscere il tuo valore di mercato, avrai messo in circolo l’idea che puoi anche andare altrove.
Scegli il momento giusto
Il tempismo è fondamentale, anche in una negoziazione salariale. Se i budget si decidono a dicembre, per esempio, chiedere l’aumento a gennaio è inutile perché sarebbe tutto rimandato di almeno un anno; il momento buono potrebbe essere ottobre, per avere il tempo di gestire una trattativa in più momenti e permettere di prevedere il tuo adeguamento nel budget discusso a dicembre.
Allenati a discutere la tua posizione
Il che non significa ripetere il discorso allo specchio. Anche se non hai intenzione di cambiare azienda, un occhio alle proposte di lavoro che fanno per te è sempre utile darlo, e anche candidarsi e sostenere dei colloqui: ti abitui a negoziare con figure diverse, raccogli informazioni utili (anche relativamente al primo punto) e quando ti siederai di fronte al tuo capo sarai animato da maggior fiducia e consapevolezza.