Idee
28/12/2018

Per svolgere bene un lavoro o ricoprire un nuovo incarico in azienda, sappiamo quanto siano importanti le competenze tecniche e manuali di quel determinato lavoro – le cosiddette hard skill: sarebbe impensabile per un programmatore svolgere la propria professione senza avere alcuna conoscenza informatica. Tramite esami, certificazioni ed esperienza sul campo, sviluppiamo infatti quelle nozioni che ci permettono di ricoprire la posizione a dovere. Esistono però altre competenze che maturiamo nel corso della nostra esistenza, ad esempio dedicandoci a un hobby per migliorare sul lavoro: le soft skill – ossia, le competenze trasversali o interpersonali. Cosa sono? Scopriamolo insieme!
Cosa sono le soft skill?
Le soft skill sono competenze non specifiche al ruolo; si tratta infatti di caratteristiche emotive e sociali, intrinseche e tipiche della personalità e dell’agire di ciascuno. Sono definite anche “trasversali” o “interpersonali” perché possono essere richieste e utilizzate in contesti lavorativi molto diversi in modo complementare alle hard skill in relazione alle persone con cui ci interfacciamo, siano essi clienti o colleghi. Figure professionali che non sembrano avere all’apparenza nulla in comune, come ad esempio un manager aziendale di una ditta high-tech e il responsabile di un’officina meccanica, disporranno di hard skill molto diverse ma saranno accumunati da soft skill similari come la capacità di leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti. Ma vediamo più nel dettaglio alcune delle soft skill più richieste e come svilupparle a nostro vantaggio.
Comunicazione, negoziazione e motivazione
Un addetto alle vendite, per esempio, oltre ad aver sviluppato buone conoscenze del settore e della gamma di prodotti o servizi in vendita, dovrà anche essere dotato di ottime capacità comunicative. Un abile comunicatore infatti è in grado di adattare il proprio tono e stile in base al pubblico con cui si interfaccia. Saprà spiegare al meglio problematiche complesse ai clienti e se ricopre un ruolo manageriale, la buona capacità comunicativa sarà essenziale per delegare i compiti in maniera chiara ed efficace, nonché per rivolgersi ai colleghi in modo più incisivo. Dovrà anche dimostrare, ad esempio, di saper padroneggiare le tecniche di negoziazione in modo da essere persuasivo ed esercitare influenza: sappiamo tutti quanto questo sia essenziale nel convincere un cliente ad acquistare un prodotto! Anche la motivazione è una dote importante: mantenere un atteggiamento positivo è infatti un elemento fondamentale di un processo di vendita.

Leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti
La leadership è una soft skill che include diverse competenze, generalmente espressa nella gestione diretta dei propri sottoposti. Sviluppare capacità di leadership è quindi essenziale per ricoprire ruoli manageriali di più alto livello. Anche la leadership prevede buone dosi di comunicatività, un atteggiamento positivo e la capacità di saper motivare se stessi ma soprattutto gli altri. Altra soft skill basilare nell’odierno contesto lavorativo, molto ricercata e ampiamente apprezzata dalle aziende, è il problem solving. Questa soft skill richiede lo sviluppo del pensiero analitico, della creatività e di una mentalità innovativa: è necessario infatti riuscire a gestire i problemi con calma e attenzione in modo da poter trovare la soluzione più efficace. È una competenza spesso associata al lavoro di squadra in quanto, in presenza di un problema, è fondamentale sapere a chi rivolgersi per poter affrontarlo al meglio. In tale ottica, è ovviamente anche molto importante maturare una buona capacità di gestione dei potenziali conflitti con colleghi e fornitori.
Etica, organizzazione e flessibilità
Una delle soft skill più apprezzate è sicuramente l’etica professionale, ossia l’integrità dimostrata sul luogo di lavoro ad esempio presentandosi in ufficio puntuali o svolgendo compiti e mansioni al meglio delle nostre possibilità nel rispetto delle scadenze concordate. Le scadenze sono infatti le date che animano le nostre giornate in ufficio e dimostrare un’ottima organizzazione è essenziale per la felicità dei clienti, la gestione ottimale dei nostri sottoposti e la serenità del capo. Se unita a comunicazione e lavoro di squadra, può essere il mix vincente per riuscire a gestire con efficacia un team e proporre il risultato ottenuto come carta da giocarsi durante la richiesta di una promozione. Infine, un’ultima competenza che desideriamo citare come ottimo trampolino per progredire in azienda è la flessibilità: molte persone preferiscono non esporsi a novità e cambiamenti; tuttavia – oltre ad essere sinonimo di mentalità aperta a nuove sfide e mansioni – la flessibilità è anche ideale per sviluppare nuove hard skill ed è quindi una delle competenze maggiormente in grado di infondere un flusso continuo alla nostra crescita.

Come sfruttare le soft skill a nostro vantaggio?
Se stiamo cercando un nuovo lavoro, ricordarsi di inserire le soft skill nella stesura di un curriculum che sia a prova di distruggi documenti, meglio se nella sezione riservata all’esperienza maturata dove – accanto alle hard skill acquisite – possiamo elencare anche le competenze interpersonali sviluppate. Il colloquio rappresenta un altro momento importante per dimostrare le abilità trasversali: al pari delle hard skill, il modo di porsi, la capacità di saper ascoltare e l’atteggiamento aperto e positivo sono infatti caratteristiche caratteriali che riusciranno a convincere gli esaminatori che non siamo il candidato adeguato ma quello ideale! Durante un colloquio, inoltre, capitano spesso quelle domande “trabocchetto” su come abbiamo reagito in determinate circostanze passate. È bene ricordarsi quindi di fare esercizio anche su questo prima di affrontare la sala riunioni. E se desideriamo sviluppare maggiormente una determinata soft skill? Sono presenti numerosi corsi in merito, ma riteniamo che l’esperienza e la pratica siano la soluzione migliore.

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento per mettere in risalto le tue soft skill e utilizzarle al meglio per progredire in azienda. Quali sono le competenze interpersonali che più ti caratterizzano? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
27/12/2018

Le password da non usare mai sono proprio quelle che almeno una volta nella vita tutti abbiamo usato. Il che significa le più veloci da digitare e facili da ricordare. A stilare la classifica delle 10 password più facili da violare ci ha pensato SplashData, una tech firm specializzata nella sicurezza informatica che purtroppo, troppo spesso, deve intervenire quando gli investimenti economici delle aziende (o peggio ancora i dati personali, dalle foto al banking online) sono già stati vanificati e violati. È difficile a credersi ma il 3% della popolazione mondiale usa come password per il proprio computer, smartphone o tablet e per i propri account online la sequenza numerica 123456. Sì, davvero: siccome la password spesso deve essere di almeno 6 caratteri, c’è purtroppo ancora chi usa i primi 6 numeri della tastiera.
Le password da non usare mai
Non che gli altri brillino per originalità se è vero che nella Top 10 delle password da non usare mai ci sono anche le altre sequenze numeriche dall’1 al 9. Addirittura c’è chi per pigrizia totale come password usa 111111 (la sesta più usata tra le peggiori 10) e chi proprio non riesce ad andare oltre un banalissimo “password” o un altrettanto pigro “qwerty”, le prime 6 lettere partendo da in alto a sinistra nella tastiera. Meno banali ma altrettanto deboli e facili da violare “sunshine” (per gli utenti di lingua inglese) e lo sdolcinato “iloveyou”.
Come scegliere una password sicura
Gli specialisti di SplashData hanno fornito anche qualche utile suggerimento su come scegliere una password sicura. Intanto non usare mai nulla di personale, dal nome del cane alla squadra del cuore all’indirizzo di casa e fino alla data di nascita: quante volte infatti abbiamo condiviso queste informazioni sensibili sui social network? Per un ‘cyberladro’ sarebbe un gioco da ragazzi scrutare nei nostri profili social e cominciare proprio da quelle. Poi una password “sicura” dovrebbe contenere lettere, numeri e simboli come &, %, ! o ? in egual misura, e qui arriva l’ultimo consiglio: una password sicura sicura dovrebbe essere lunga dai 15 ai 20 caratteri. Il che la rende sicuramente difficile da ricordare e digitare ma è il minimo suggerito per dormire sonni sereni. Ah, e infine, meglio usare password diverse e non impigrirsi a usare sempre la stessa, perché poi diventa come un passepartout che apre tutte le porte.

Idee
21/12/2018

I coworking sono degli spazi di lavoro, sul modello open space, all’interno dei quali liberi professionisti e freelance condividono ambienti e servizi per sviluppare la propria attività. Non sono certo una novità ormai, ma ci sono anche delle criticità, come evidenziate dalla Global Coworking Survey: 6 coworkers su 10 cambiano sede di anno in anno, nonostante i tangibili miglioramenti in termini di fatturato, ordini, contatto e work-life balance. Insomma, i coworking funzionano, almeno per la platea di professionisti per cui sono pensati, a patto di riuscire a lavorare come si desidera.
5 consigli per riuscire a lavorare in un coworking
Vediamo allora alcuni consigli pratici per riuscire a lavorare in un coworking e trarre tutte le migliori potenzialità di questi moderni spazi di lavoro.
Non pretendere il silenzio assoluto
Sì, per concentrarsi serve il silenzio, ma non è pensabile chiedere il silenzio assoluto. Anzi, una delle forze dei coworking è proprio quella di mettere in contatto competenze e intelligenze diverse e i momenti di pausa, in cui scambiarsi opinioni e condividere esperienze, sono insiti in questo moderno modo di lavorare.
Usa delle cuffie
Se proprio c’è bisogno di isolarsi e concentrarsi ci sono ottime cuffie e auricolari con le quali ascoltare quelle playlist per concentrarsi che si trovano per esempio su Spotify. Ah, le cuffie sono “obbligatorie” anche per le telefonate: niente vivavoce e attenzione anche allo speaker del telefono, dal quale spesso si sente tutto o quasi.
Rispetta gli spazi
Ciclicamente gira sui media un articolo che decanta le lodi del caos creativo. Sarà anche vero, ma non funziona in un coworking: è buona norma ed educazione tenere in ordine la propria scrivania, gli spazi condivisi come le sale riunioni, non lasciare documenti sulle stampanti, e in generale osservare le regole stabilite da ciascun coworking, che sono finalizzate a permettere a tutti di lavorare con profitto.
Condividi
È l’essenza dei coworking: condividere. Non solo gli spazi e gli strumenti ma soprattutto le idee e le esperienze. Sì, la tentazione alla gelosia del proprio business è forte, ma se c’è un motivo per cui i coworking stanno dimostrando di funzionare è proprio il fatto che il matching delle idee e delle esperienze apporta valore aggiunto ai coworkers. È il principio delle licenze Creative Commons e del condividere allo stesso modo: serve un salto di mentalità, ma poi funziona.
Approfitta delle pause
È la conseguenza, o la premessa, del punto precedente: pausa caffè, pausa pranzo e ogni momento in cui stacchi dal tuo lavoro e condividi spazi e tempi con gli altri è un’ottima occasione di confronto, di condivisione e di conoscenza. A volte non ne nasce nulla, altre un amicizia o conoscenza interessante, altre ancora opportunità per il proprio lavoro. Ne vale la pena.

Idee
19/12/2018

Lasciare il lavoro per fare carriera può sembrare un paradosso e però secondo alcuni recenti studi pare funzioni. Ne parla il New York Times in un articolo intitolato Sometimes You Have to Quit to Get Ahead da cui emerge la tesi secondo la quale mollare intenzionalmente è un modo per andare più lontano.

Tutto parte da un piccolo e fortunato libro di Seth Godin, “Il vicolo cieco. Il piccolo libro che vi insegna a comprendere se insistere o rinunciare” la cui tesi è molto semplice: quando non si ottengono i risultati sperati, anziché ostinarsi meglio abbandonare. Varrebbe per ogni cosa della vita, dall’appendere un quadro al muro al leggere un libro e finanche alla carriera: se non ci sono gli sbocchi sperati, se non arriva la promozione auspicata, se la strada professionale intrapresa devia dal percorso immaginato, meglio dire stop, abbandonare la nave, fermarsi e riorganizzarsi. Dice Godin che i maestri in questa arte dell’abbandono strategico (così lo chiama nel libro) sono proprio i vincenti, quei businessman e imprenditori (soprattutto USA dal suo punto di vista) che hanno avuto successo. Le loro storie raccontano della capacità di capire quando è il momento di chiudere un’esperienza, uscirne, prendere il tempo per riorganizzare idee ed energie e ripartire da capo in nuovi progetti.
Fare un passo indietro è il segreto di fare un balzo in avanti.
Semplice a dirsi, difficile a farsi, soprattutto quando le condizioni materiali (leggi: uno stipendio necessario) ti vincolano a quella posizione. E però, dal punto di vista teorico e psicologico, accettare il fallimento e passare oltre sarebbe la chiave per crescere: lo dimostra uno studio della Northwestern University secondo il quale abbandonare, fisicamente e psicologicamente, i progetti e gli obiettivi non realistici né realizzabili migliora le condizioni psicofisiche. Mollare rende più felici, meno stressati, fisicamente più in forma.

Psicologicamente tuttavia non è semplice: significa accettare il fallimento, il che ha a che fare con l’ego, l’autostima e l’immagine di sé. E altrettanto difficile è riuscire a capire il momento di lasciare, visto che la tentazione e la speranza di sistemare le cose sono sempre dure a morire. E però servirebbe riuscire a guardare le cose dall’esterno, come facciamo quando diamo un buon consiglio a un caro amico. Quante volte ci siamo trovati a dire a un amico di non comprare quella casa o quell’auto, di non fare quell’investimento, di non sposare quella persona, e poi abbiamo avuto ragione? È il punto di vista esterno che fa capire meglio le cose, e riuscire ad averlo anche su se stessi è il segreto per lasciare al momento giusto.

Già, ma quando è il momento giusto per lasciare? Quando ci si rende conto che si sono tentate tutte le strade e le strategie, quelle ortodosse e quelle eterodosse, quelle canoniche e quelle rivoluzionarie e apparentemente infruttuose, e ci si rende conto che il prezzo da pagare per abbandonare non è poi così alto. Perché sì, mollare significa pagare un prezzo: in denaro, in tempo, in autostima, in relazioni, in mille cose che prima o poi ci si rende conto non essere più così importanti. Ecco, quando ci si alza un mattino e ci si rende conto che il prezzo da pagare non è poi così alto, allora è il momento di lasciare, fermarsi, guardare le cose dall’esterno e ricaricare le pile per ripartire.

Ufficio
17/12/2018

Solo le donne fanno i regali di Natale ai colleghi e solo il 22% dei lavoratori pensa a un regalo di Natale per i colleghi: lo dice una indagine di una nota piattaforma di recruiting che svela tanti aspetti curiosi del Natale in ufficio.
I regali di Natale ai colleghi
Intanto, come detto, praticamente solo 1 lavoratore su 5 pensa di donare qualcosa ai vicini di scrivania, e per lo più si tratta di donne: gli uomini che non fanno regali ai colleghi sono ben l’80%, a fronte del 62% di donne. Poi c’è la natura del regalo: per il 36% si tratta di pensierini, piccoli oggetti di basso costo che però, almeno nel caso delle donne, rispecchiano la personalità di chi li riceve (54%). Insomma, poca spesa ma grande attenzione. Per gli uomini gettonati sono i prodotti gastronomici mentre per le donne soprattutto gadget e oggetti da scrivania. Ciò che nessuno invece vorrebbe ricevere sono i regali troppo costosi o troppo personali.

Quando si scambiano i regali di Natale in ufficio? Per il 61% dei casi l’ultimo giorno di lavoro prima delle vacanze natalizia, per lo più scambiandosi gli auguri di persona (40% dei casi) o durante la festa di Natale dell’ufficio (16%)

Idee
14/12/2018

Tempo fa, ti abbiamo fornito alcuni consigli su come stilare una to-do-list efficace per aumentare la produttività al lavoro. Oggi vogliamo invece proporti un secondo strumento che può aiutarti a organizzare meglio il tempo e a liberare la mente, focalizzandola al massimo sugli impegni e sulle attività lavorative da portare a compimento: il Bullet Journal. Vediamo insieme cos’è e come può aiutarti!

Che cos’è il Bullet Journal?
Il Bullet Journal è un metodo flessibile, personalizzabile e altamente efficace ideato da Ryder Carrol per organizzare la propria vita, professionale e privata. Con un’accurata e precisa metodologia, ci insegna a registrare eventi, note e attività con lo scopo di liberare la mente, portare a compimento ciò che ci eravamo prefissati e di conseguenza, diventare più produttivi. Si tratta di uno strumento in grado non solo di organizzare ciò che dobbiamo svolgere nell’arco della giornata al lavoro, ma che ci permette anche di pianificare progetti a medio-lungo termine.
Com’è strutturato un Bullet Journal?
Il Bullet Journal può essere realizzato partendo da semplici fogli di carta da organizzare in raccoglitori documenti oppure servendosi di un quaderno che non abbia già la pianificazione impostata di un’agenda. Se decidi di utilizzarlo solamente in ufficio, il formato è perfetto perché ti permetterà di disporre di tutto lo spazio necessario per la massima personalizzazione. La prima parte del Bullet Journal va riservata all’indice, ossia circa 4 pagine in cui andrai a inserire tutte le sezioni successive con relativo numero di pagina. Segue quindi la pianificazione futura, il cosiddetto future log: una sezione con 3 mesi per pagina (da suddividere quindi in 3 riquadri) riservata a tutto ciò che devi o desideri portare a termine nei prossimi mesi. Ricordati di inserire i numeri di pagina e di segnarli nell’indice. A questo punto, sei pronto per la pianificazione mensile: il monthly log. Su due pagine, scrivi in alto il nome del mese. La prima pagina sarà costituita dal calendario: in verticale, inserisci i giorni con numero e prima lettera del giorno e riserva la seconda pagina per tutte le attività che devi svolgere in quel mese. Dovranno essere sotto forma di elenco puntato, scritte a mano in modo chiaro e conciso. Il Bullet Journal si basa infatti su ciò che in gergo viene denominato Rapid Logging – ossia la registrazione veloce delle mansioni in poche parole – e su quanto emerso da diversi studi: la scrittura a mano è più incisiva per fissare nella mente l’organizzazione della giornata. Come per la pianificazione futura, inserisci i numeri di pagina anche al monthly log e aggiungilo all’indice. Quarta sezione: il daily log per l’organizzazione giornaliera, dove andrai a includere la data seguita dalle attività lavorative da svolgere in giornata. Ultima sezione: le raccolte, ossia elenchi di cose da fare, da monitorare e da ricordare oppure da riservare a progetti che richiedono diverse attività come, ad esempio, la ricerca di un nuovo lavoro. Anche qui, ricordati sempre di aggiungere il tutto all’indice.

I simboli del Bullet Journal
Le voci da inserire sono suddivisibili in tre categorie: le attività rappresentate da un pallino, gli eventi da un cerchietto e le note da una linea. Si tratta quindi di compiti da svolgere, impegni da mantenere (come riunioni o conferenze) e idee da ricordare. Se uno di questi è particolarmente importante, contrassegnalo con un asterisco ad indicarne la priorità. Ricordati di utilizzare gli asterischi con parsimonia perché se tutto diventa una priorità, niente lo è più. Il punto esclamativo viene usato invece per tutto ciò che è fonte di ispirazione, mentre il disegno di un occhio indica la necessità di ulteriori ricerche e approfondimenti.
Il Bullet Journal come nostro alleato
Al termine di ogni mese, compila la pianificazione per il mese successivo. Dai un’occhiata alle attività da eseguire in giornata o nel mese che sta per finire e apponi una crocetta su tutto ciò che hai completato. Rifletti quindi sulle attività non portate ancora a termine e decidi se siano realmente necessarie. Se non lo sono, eliminale barrando la rispettiva riga. Se invece devono essere svolte a breve, inserisci il simbolo maggiore (>) di fianco alla relativa voce, che andrai quindi a copiare nella seconda pagina di pianificazione per il mese prossimo. Per gli eventi, attività o note che invece possono aspettare qualche mese, inserisci il simbolo minore (<) e sposta la voce nel rispettivo mese. In gergo, quest’ultima operazione viene denominata migrazione: si tratta di un’importante attività di analisi delle giornate per dedicare tempo a ciò che è realmente essenziale. Lontano dall’idea di procrastinare, ci aiuta a svolgere quello che nella nostra giornata lavorativa ha una maggiore rilevanza. E questo si tradurrà in un incremento immediato della produttività!

Suggerimenti per una maggiore efficacia
I colori possono venirci in aiuto non solo per dare un tocco di personalizzazione al nostro Bullet Journal, ma anche per unire diverse voci insieme. Per esempio, se dobbiamo svolgere una presentazione, possiamo inserire questo evento in blu contrassegnandolo con un cerchietto e riportare sotto in grigio tutte le voci associate all’evento in questione: ad esempio, organizzare una riunione con il capo per l’approvazione dei punti da discutere o lettura di determinati articoli per approfondire il tema. Essendo un sistema flessibile e molto personalizzabile, consigliamo inoltre di creare sezioni ad hoc per prefiggersi obiettivi lavorativi, delineare la giornata di lavoro ideale per ottimizzarne i tempi, fissare su carta tutte le idee emerse durante una riunione o monitorare le metriche aziendali, dalle spese ai clienti prenotati. Basta iniziare con un approccio semplice per poi lasciare spazio alla creatività!

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Speriamo che questo articolo ti abbia convinto ad adottare il Bullet Journal come valido metodo per incrementare la produttività. Quali altri trucchi o strumenti hai già utilizzato? Raccontaceli sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
13/12/2018

La luce in ufficio è un argomento che riguarda tre aspetti delle giornate lavorative: quello della sicurezza, chiaramente, ma anche quello della salute dei lavoratori e quello del rendimento visivo, che ha a che fare con la produttività. In Italia infatti l’illuminazione nei luoghi di lavoro dipende dal punto di vista normativo dal Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (DM 81/2008) che a sua volta demanda gli aspetti attuativi alla normativa europea UNI-EN 12464-1 aggiornata al 2011, ed è qui che si trovano le indicazioni per disporre nel modo corretto la luce in ufficio.
Luce in ufficio: come deve essere l’illuminazione nei luoghi di lavoro
Se una volta il criterio utilizzato per l’illuminazione nei luoghi di lavoro era sostanzialmente se non esclusivamente quello della quantità di luce garantita per legge, oggi le cose sono sensibilmente cambiate e c’è sempre più attenzione al comfort degli addetti, alla qualità dell’illuminazione che influisce sulla produttività, e chiaramente alla questione della sicurezza, che però è la meno percepita da chi usa quegli ambienti.
Come disporre la luce in ufficio
Su come disporre la luce in ufficio ci sono due cose tassativamente da evitare: l’abbagliamento e la scarsa luminosità. Entrambe nascondono nella loro semplice definizione numerosi dettagli tecnici che possono fare la differenza tra un ambiente di lavoro confortevole e uno che invece affatica la vista procurando malessere a breve e lungo termine.

Il primo compito di chi progetta l’illuminazione in ufficio è calcolare nel modo corretto la quantità di luce necessaria nella cosiddetta task area, o zona di compito visivo (nel caso di un ufficio, la scrivania per esempio), quella per l’area circostante in una fascia di 50 cm, e quella nell’area di sfondo. Questo però da solo non basta perché la norma, e la capacità di chi progetta l’illuminazione in un luogo di lavoro, dicono anche che è necessaria una sufficiente quantità di luce naturale (salvo casi particolari) che si armonizzi con quella artificiale in modo tale da tutelare sicurezza, salute e benessere dei lavoratori. E qui entra in gioco l’altro aspetto, quello dell’abbagliamento.

L’abbagliamento è quando c’è troppa luce (o livelli eccessivi di luminanza, come recita la norma) all’interno del campo visivo, il che provoca problemi immediati come difficoltà di visione, e prolungati, come mal di testa o malessere. L’abbagliamento può essere di due tipi: diretto o riflesso, sul piano di lavoro oppure sullo schermo del monitor.

La presenza di un videoterminale, cioè il monitor del computer, complica ulteriormente le cose per quanto riguarda abbagliamento e riflessi, e la norma UNI 12464-2011 introduce ulteriori specifiche proprio per questo aspetto, in particolare per quanto riguarda la corretta ripartizione della luce secondo le diverse direzioni e in base agli angoli con cui arriva allo schermo del computer.

Infine bisogna tener conto della luce naturale ambientale: è sicuramente fattore di benessere psicofisico, motivo per cui nella progettazione di uno spazio di lavoro sarebbe importante prevedere ampie finestre, ma occorrono anche sistemi di schermatura e oscuramento che limitino i fenomeni di riflessione e abbagliamento, il tutto considerando che le condizioni di luce naturale ambientale durante la giornata cambiano continuamente e anche in modo sostanziale.

Idee
12/12/2018

Mettersi in proprio è un passo importante da fare nella vita professionale. Sia lasciare un posto fisso da dipendente per avviare un’attività propria che aprire una partita IVA per offrire beni e servizi significa diventare protagonisti della propria esistenza lavorativa, con tutti i pro e contro del caso: se le cose andranno bene si sarà premiati sia dal punto di vista economico che motivazionale, se le cose andranno male si sarà soli davanti alle difficoltà economiche e psicologiche. Per questo mettersi in proprio è prima di tutto una questione di mindset e, per capire se si ha la mentalità dell’imprenditore, ci sono alcune cose da fare prima di mettersi in proprio.
Cosa fare prima di mettersi in proprio
La prima cosa da fare prima di mettersi in proprio è non avere fretta, prendersi del tempo, sedersi a tavolino e valutare alcuni aspetti economici, personali, psicologici, di mercato, pratici e logistici nonché burocratici. Fatta la lista dei vantaggi e degli svantaggi del mettersi in proprio sarà il momento di passare alle cose pratiche.
Fare ricerche di mercato prima di mettersi in proprio
L’entusiasmo è contagioso ma anche la delusione, per cui la prima cosa da avere in mente prima di mettersi in proprio è che un’impresa funziona e premia economicamente se offre prodotti o servizi richiesti dal mercato. Oggi, grazie a Internet e al digitale, non è così difficile recuperare informazioni su trend di mercato, propensione alla spesa, statistiche di commercio, pubblico potenziale e ogni altra informazione necessaria a capire se c’è una richiesta per ciò che si vuole offrire e di quale entità. Per banalizzare: inutile vendere stufe ai touareg e frigoriferi agli eschimesi, anche se si tratta della miglior stufa e del miglior frigorifero al mondo.
Studiare i potenziali concorrenti
Già, è la legge di mercato: ci sei tu, con il tuo prodotto o servizio, e ci sono i tuoi concorrenti, con prodotti simili, e tutti cercate di venderli nel miglior modo possibile. Cosa fanno i tuoi concorrenti? Come si fanno conoscere? Attraverso quali canali vendono i loro prodotti e servizi? Quali strategie di promozione hanno? A che prezzo si propongono sul mercato?

Non è necessario essere una multinazionale per farsi queste domande e trovare delle risposte: sono indispensabili anche se pensi di aprire un centro estetico o un laboratorio di pasticceria nel tuo piccolo comune. Ci sono altre attività di questo genere? Fanno sconti, promozioni o altre iniziative? Usano i social network o i volantini nella cassetta della posta? Hanno qualcosa di unico e irripetibile nella loro offerta? Lo puoi avere anche tu? Intendi posizionarti a un livello più alto o più basso rispetto a loro? Domande semplici ma fondamentali che richiedono risposte chiare ben prima di aprire la tua partita IVA.
Fai un business plan
Business plan: sembra un parolone ma in pratica è fare un piano per capire che idea hai in mente (e deve essere la più precisa e circostanziata possibile), in che mercato andrai a competere, come intendi entrare e posizionarti in questo mercato, quanti soldi ti servono per cominciare, quando comincerai ragionevolmente a guadagnare, quali saranno i costi più o meno fissi mensili, quanto pagherai di tasse, quanto ragionevolmente può rendere la tua impresa, se avrai bisogno di collaboratori, etc. Un business plan significa sostanzialmente immaginare da subito la vita della tua attività imprenditoriale: serva fantasia e concretezza allo stesso tempo, e non è semplice.
Trova i soldi
Purtroppo per metterti in proprio e cominciare a guadagnare ti servono prima dei soldi. È un cane che si morde la cosa ma è così, e nel tuo business plan ci deve anche essere ben chiaro il modo in cui pensi di finanziare l’avvio della tua attività. Hai da parte un piccolo capitale? Te li farai prestare dai parenti? Pensi di rivolgerti a una banca? Hai intenzione di rivolgerti a degli investitori? Le opzioni sono molte ma parti da una semplice domanda: tu presteresti dei soldi a qualcuno che ha la tua stessa idea? Se la risposta è sì, è il momento di cominciare a telefonare e fissare appuntamenti per trovare i finanziamenti necessari ad avviare la tua impresa.
C’è anche la burocrazia
Dal punto di vista della burocrazia mettersi in proprio significa sostanzialmente aprire una partita IVA. La cosa è ragionevolmente semplice, veloce ed economica ma ci sono alcune cose che devi capire e decidere prima: sarai una ditta individuale? Una società di persone? Una società di capitali? Ogni opzione ha le sue conseguenze pratiche e burocratiche (adempimenti fiscali e contributivi, commercialista, costi fissi, etc) da avere ben chiari.
Fai network
Bella espressione che però spesso rischia di rimanere vuota. Fare network significa contattare chiunque pensi possa darti una buona idea o un utile suggerimento per l’avvio della tua impresa. Hai un amico che già lavora in proprio? Offrigli una cena e fatti raccontare come funziona. Il tuo dentista parla bene del suo commercialista? Chiedigli il numero e contattalo, ti servirà sicuramente. I genitori di un compagno di classe dei tuoi figli hanno un’agenzia immobiliare? Contattali per avere consigli su come trovare la sede della tua impresa. Non siate timidi: lo spirito imprenditoriale è anche questo e le sorprese si nascondono dove meno le si aspetta.
Usa Internet
Internet è ormai uno straordinario strumento di promozione anche se hai intenzione di aprire un bar nella piazza centrale dei tuo paese. Per esempio una pagina Facebook ben fatta per promuovere aperitivi speciali, colazioni nel weekend, merende per i bambini che escono da scuola, dolci natalizi o nuovi gusti di gelato in estate può essere davvero utile.

Idee
10/12/2018

Il 92% dei buoni propositi per l’anno nuovo fallisce miseramente nel giro di pochi mesi. E non è una percentuale a caso: ci ha pensato l’Università di Scranton, in Pennsylvania, a condurre uno studio sull’esito della falsa sindrome della speranza, quel mix di ottimismo e determinazione che verso la fine dell’anno porta tutti, più o meno, a fare buoni propositi per l’anno a venire. Mangiare più sano, chiedere un aumento di stipendio, fare sport, tenere in ordine la casa sono solo alcune, e le più banali, buone risoluzioni che si fanno sotto Capodanno e che si dimenticano già all’Epifania. Il motivo per cui i buoni propositi rimangono tali solo sulla carta? Principalmente perché gli obiettivi non sono realistici, perché si sottostima la difficoltà del compito e perché si sottovaluta il tempo necessario per farcela.

Trucchi per riuscire a mantenere sicuramente le promesse per l’anno a venire non ce ne sono, però alcuni semplici consigli su come mantenere i buoni propositi possono aiutare a passare dal 92% fallimentare all’8% di chi invece ce la fa.
Solo buoni propositi che si possono tenere sotto controllo
Inutile puntare a un obiettivo che non dipende da noi. Per esempio: ottenere una promozione sul posto di lavoro. Ok, hai fatto tutto quello che dovevi, sei in azienda da tempo, sei bravo, lavori con impegno, il tuo capo ti stima, i colleghi pure ma purtroppo una promozione non dipende da te: magari non si libera quel posto; magari ci sono problemi di budget; magari è in vista una ristrutturazione di cui si discute ai vertici ma che non è ancora stata comunicata. Insomma, troppe variabili fuori controllo non aiutano a mantenere i buoni propositi.
Solo buoni propositi raggiungibili
Per esempio: se non hai mai corso non puoi porti l’obiettivo di una maratona in 6 mesi. Certo, c’è chi ci riesce, ma sono le eccezioni alla regola. In 6 mesi potresti arrivare a una mezza maratona, o a 10 km, e così vale per ogni ambito, compreso il lavoro. Fai un’analisi del contesto: se hai famiglia, figli e una routine che ti assorbe quasi completamente, pensare di seguire un corso di formazione quotidiano di 4 ore è una chimera, a meno di non apparecchiare prima tutte le condizioni ideali. Forse è meglio preferire qualcosa che ti occupa alcune ore nel weekend: servirà comunque costanza ma non rischi di rimanere travolto dai tuoi impegni inderogabili.
Dividi i buoni propositi nella politica dei piccoli passi
Sì, tutti abbiamo un obiettivo a lungo termine ma chi ci arriva è solo perché si è posto tanti obiettivi intermedi. Se per esempio l’obiettivo è leggere, capire e acquisire le nozioni di un libro da 500 pagine importante per il tuo lavoro, finirlo in un weekend è utopia: la visione macro è ovviamente finirlo, quella micro è imporsi di leggere 5 pagine a sera, in orario decente per avere la necessaria attenzione e lucidità.
Datti un tempo realistico
La maggior parte dei buoni propositi naufraga perché non si stimano i tempi in modo realistico e si finisce a procrastinare. Serve invece: fissare una data precisa, che sia realistica e a medio termine, e poi suddividere il tempo in step precisi, raggiungibili, misurabili e concreti. L’esempio del libro da leggere è perfetto: 5 pagine a sera, lette e capite, significano 3 mesi e una settimana per un libro di 500 pagine. Tanto? No, se ciò che si legge è ben acquisito.
Solo buoni propositi importanti
10 buoni propositi banali, poco importanti o non decisivi sono peggio di un solo buon proposito importante: i primi finiscono in coda alle cose importanti, e si dimenticano dopo breve tempo; quello importante, decisivo per sé, per la propria carriera, per la propria famiglia, è quello che può dare la vera motivazione.