Ufficio
14/11/2018

Prendere l’influenza in ufficio è quasi inevitabile: molte persone che frequentano lo stesso ambiente per molte ore al giorno, spesso senza ricircolo di aria dall’esterno, venendo a contatto con gli stessi oggetti come stampanti, scrivanie, maniglie e macchinette del caffè, sono le condizioni ideali per il proliferare dei virus influenzali. Con in più un’aggravante; che spesso, per la pressione indotta dal dover essere presenti anche se malati, si viene in ufficio comunque e si moltiplicano le probabilità che altri siano contagiati dall’influenza.
Come non prendere l’influenza in ufficio
Ci sono alcuni comportamenti che si possono mettere in atto dall’autunno alla primavera per cercare di non ammalarsi in ufficio.
Stare a casa con i primi sintomi dell’influenza
Se il capo non capisce, lo capirà e apprezzerà: stare a casa con i primi sintomi dell’influenza e lavorare da remoto, in modalità smart working, è la miglior cosa che si possa fare per evitare il proliferare dell’influenza in ufficio. Evitare di essere la fonte del contagio riduce il rischio di trasmissione agli altri ed è un vantaggio, e non un costo, per l’azienda.
Come non prendere l’influenza in ufficio: lavare spesso le mani
Le mani sono la primaria fonte di diffusione di germi, batteri e virus: durante il giorno toccano di tutto, dai copriwater a tastiere e mouse, dalle scrivanie alle mani di altre persone e innumerevoli oggetti che passano di mano in mano. Per evitare di prendere l’influenza o di contagiare i colleghi è bene lavarsi spesso le mani: si può andare in bagno, oppure utilizzare igienizzanti in flacone, pratici da tenere accanto a sé sulla scrivania.
Influenza in ufficio: evitare la promiscuità
Evitare la promiscuità è il miglior modo per abbassare il rischio di prendere l’influenza in ufficio: usare sempre e solo la propria penna per scrivere (ed evitare di metterla in bocca…), non utilizzare tazze o bicchieri comuni dell’area ristoro, pulirsi le mani dopo aver utilizzato strumenti di uso comune come le stampanti, portarsi eventualmente la propria bottiglia di acqua se non c’è un distributore comune sono tutti piccoli accorgimenti che evitano la promiscuità e abbassano il rischio di prendere l’influenza.
Curare l’igiene e mantenere pulito
Curare l’igiene e mantenere pulito il posto di lavoro è un altro prerequisito per evitare la diffusione di germi, batteri e virus ed evitare di prendere l’influenza in ufficio. Se la pulizia è effettuata giornalmente si può stare relativamente tranquilli, ma se questo non avviene dotarsi di prodotti per una rapida pulizia della propria scrivania e di computer, tastiere, mouse ed eventualmente delle parti comuni (in molti uffici esiste una zona ristoro con tavolo e suppellettili di uso comune) può essere un piccolo impegno che preserva dal rischio influenza.

Idee
09/11/2018

Ci sono ben 5 milioni di italiani che lavorano all’estero, un numero aumentato del 50% dall’inizio della crisi nel 2007 e composto per lo più da giovani dai 18 ai 35 anni anche se pure la fascia 35-49 è cresciuta notevolmente in questo periodo. Se loro ce l’hanno fatta, e se anche tu vuoi andare a lavorare all’estero, ecco 9 modi per trovare lavoro all’estero.
Consigli per trovare lavoro all’estero
Usa i motori di ricerca
Sì, sono i siti di annunci di lavoro ma la cosa importante da sapere è che ce ne sono alcuni che guardano al mercato globale del lavoro. Ovviamente devi avere le idee abbastanza chiare su cosa vuoi / puoi fare e su dove vuoi / puoi andare, come vedremo nei prossimi punti. Ma la cosa interessante da sapere è che all’estero questi motori di ricerca funzionano, e le aziende ti rispondo (se hai i requisiti, ovviamente).
Usa i social network
In primis Linkedin, che è il social network professionale per eccellenza: ti serve per mettere ordine a competenze ed eventuali esperienze di lavoro, a fare networking contattando direttamente i responsabili delle risorse umane delle aziende che ti interessano, a seguire gli annunci di lavoro (vedi punto sopra). Poi per alcune professioni creative anche un Instagram o un Facebook interessanti e originali possono aiutare.
Sfrutta la scuola
Ok, quello che aveva da insegnarti probabilmente l’ha già fatto, ma la scuola non smette di aiutarti non appena ne esci: le Università spesso hanno degli sportelli Career, o almeno delle bacheche dove si possono trovare annunci dall’estero, oppure possono aiutarti a trovare uno stage, in Italia ma anche all’estero.
Contatta le aziende italiane all’estero
Parlare italiano per la filiale estera di un’azienda italiana potrebbe essere un vantaggio: anziché passare dall’HR della sede italiana manda la tua candidatura direttamente alla sede estera. Se hai le competenze giuste il fatto di essere italiano potrebbe essere un punto di merito e di vantaggio.
Contatta direttamente le aziende estere
Non è facile né sicuro, ma: se hai delle competenze specifiche molto forti e comprovate; se parli la lingua locale (oltre ovviamente all’inglese, ormai dato per scontato); se hai già un ’bout di esperienza nel settore; se conosci le realtà aziendali di quel determinato settore; allora rivolgerti direttamente alle aziende all’estero può essere una strada più rapida verso un’assunzione oltre frontiera.
Bussa direttamente alla porta
No, non partire allo sbaraglio, ma spesso capita durante le vacanze di vedere annunci di lavoro che sembrano fatti apposta per sé: le bacheche degli ostelli della gioventù ne sono spesso piene, i giornali locali idem, e le agenzie di lavoro pure. Serve intraprendenza e la voglia di andare a suonare il campanello direttamente: spesso i primi lavori come addetti alla ristorazione o nell’ospitalità, ma anche nella grande distribuzione o nell’agricoltura, si trovano proprio così. È anche questo un modo per cominciare.
Fai la tesi di laurea presso un’azienda all’estero
Questa è un’idea molto furba che bisogna preparare per tempo: costruire un percorso di studi per arrivare a fare la propria tesi di laurea presso un’azienda all’estero è il modo migliore per cominciare a uscire di casa, mettere piede in azienda, farsi conoscere, costruire un network di relazioni e, ragionevolmente, conquistarsi un contratto di lavoro.
Carica il CV sui siti di recruiting locali
Be’ sì, come esistono in Italia esistono anche all’estero: siti di recruiting specializzati sul mercato del lavoro domestico. Ovviamente serve un CV quantomeno in inglese ma meglio ancora nella lingua locale, e la disponibilità a sostenere un colloquio “virtuale”, per esempio una videochiamata online.
Vai a lavorare come ragazza/o alla pari
Sì, è un sistema che funziona ancora, fare qualche mese come ragazzo/a alla pari in una famiglia è un buon modo per perfezionare la lingua, accedere agli annunci “locali” (vedi sopra), conoscere persone che possono dare utili informazioni, fare networking, etc. Una estate lo si può fare, e sarà tempo ben speso in ogni caso.

Idee
07/11/2018

Secondo una recente ricerca dell’University College London l’82% dei dipendenti al mondo non si fida del proprio capo, il 50% dichiara di aver lasciato (o di volerlo fare) il proprio lavoro per colpa del proprio superiore, e circa il 70% dei dipendenti non si sente coinvolto nel lavoro che svolge. Numeri (drammatici) che dicono una cosa: c’è un problema di leadership. Quando il capo non ispira fiducia e demotiva i dipendenti al punto da indurli a lasciare il posto di lavoro, è chiaro che non può essere considerato un buon leader. Ma come fare per diventare un leader positivo e utile alla propria azienda? Cominciare a porre, sempre e a tutti, una semplice domanda: “Tu cosa ne pensi?”.
La domanda che può trasformare un capo in un leader
“Tu cosa ne pensi?” è la domanda che può trasformare un (semplice) capo in un (vero) leader perché ha in sé numerose conseguenze che vanno oltre la risposta che si ottiene.
Avere feedback sinceri e utili
I capi sono spesso soli, o meglio isolati. Non tanto nel senso che devono prendere da soli decisioni importanti quanto nel senso che non hanno vere e concrete possibilità di confronto. Anzi, è piuttosto naturale che al capo si dia sempre ragione, che gli si forniscano le risposte che vuole sentire, che nei suoi confronti si sia compiacenti a dismisura (salvo poi magari contestarne di nascosto le scelte…). Chiedere apertamente “Tu cosa ne pensi?” a qualunque collaboratore significa rompere quell’isolamento e riuscire a ottenere davvero feedback sinceri e utili, risposte che possono aiutare a prendere le decisioni giuste.
Dare importanza alla squadra
In un’organizzazione grande e complessa ci sono infiniti dettagli che necessariamente sfuggono ai capi. Inutile quindi pensare che il capo possa prendere la decisione giusta da solo, perché inevitabilmente ci sarà qualcosa che gli sfugge, non conosce e non considera. Porre la domanda “Tu cosa ne pensi?” significa dare importanza alla squadra, farla funzionare dando a tutti la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, le proprie competenze e conoscenze, far fruttare il proprio talento. È una forma diversa e utile di umiltà, l’umiltà di non sapere tutto.
Motivare tutti
Chiedere “Tu cosa ne pensi?” significa squarciare il velo su un aspetto che, nella stragrande maggioranza dei casi, aspetta solo di essere portato in superficie: tutti hanno interesse che le cose funzionino al meglio, che si possa lavorare bene, in modo profittevole, limitando i problemi e creando il successo dell’azienda e dell’organizzazione. Coinvolgere significa motivare, e motivare significa far crescere.

Notizie
06/11/2018

Fatturazione elettronica 2019 significa che dal 1° Gennaio 2019 è obbligatoria l’emissione della fattura elettronica tra privati titolari di partita IVA residenti in Italia: in pratica qualunque fattura tra imprese, professionisti, artigiani o comunque qualunque altro soggetto con partita IVA residente in Italia dovrà essere emessa con un file XML (eXtensible Markup Language) come già avviene per il formato FatturaPA già utilizzato per la fatturazione verso la Pubblica Amministrazione. Chi non si adeguerà alla nuova normativa incorrerà in sanzioni comprese tra il 90% e il 180% dell’imposta relativa all’imponibile non correttamente documentato.
Fatturazione elettronica 2019: come fare a emettere e ricevere le fatture elettroniche
Ci sono diversi modi per emettere e ricevere le fatture elettroniche a partire dal 1° gennaio 2019, utilizzando il Sistema di Interscambio (SdI). Il primo è essenzialmente tramite quello che viene chiamato web service, in pratica un sito web attraverso il quale inviare singoli file fino a un massimo di 5MB di “peso”; il secondo è l’FTP, o File Transfer Protocol, un applicativo che permette di inviare più file – quindi più fatture contemporaneamente – fino a un massimo di 150 MB di “peso”; l’ultimo è la PEC, Posta Elettronica Certificata, tramite la quale inviare più file – quindi più fatture – fino a un massimo di 30 MB di “peso”. Per i primi due sistemi è necessario accreditarsi presso SOGEI, che gestisce il Sistema di Interscambio (SdI) per conto dell’Agenzia delle Entrate; nel caso della PEC questo non è necessario.

Per le imprese è importante sapere che sarà possibile (quindi facoltativo) utilizzare un portale pubblico reso disponibile dall’Agenzia delle Entrate dove indicare come si preferisce ricevere le fatture elettroniche oppure accedere direttamente al proprio “cassetto fiscale” dove trovare le fatture di propria competenza. Per ogni file elaborato – quindi ogni fattura emessa e inviata – il SdI calcolerà un codice alfanumerico univoco e lo riporterà dentro le ricevute.

Dal 1° gennaio 2019 qualsiasi altra di fattura non in formato elettronico non deve essere pagata.
Fatturazione elettronica 2019: chi è esentato?
Gli unici soggetti esentati dall’emissione della fattura elettronica sono quelli che rientrano nel regime di vantaggio (art. 27, comma 1 e 2, del D.L. n. 98 del 6 luglio 2011, conv. dalla Legge n. 111 del 15 luglio 2011), e quelli che rientrano nel regime forfettario o “dei minimi” (art. 1, comma da 54 a 89, della Legge n. 190 del 23 dicembre 2014).
Fatturazione elettronica 2019: quali vantaggi?
Se è chiaro l’intento dell’Agenzia delle Entrate di contrastare l’evasione fiscale, meno chiari sono i vantaggi per le aziende della fatturazione elettronica a partire dal 1° gennaio 2019. Al netto di tutte le procedure da implementare e che inevitabilmente all’inizio creeranno qualche dubbio o problema, secondo alcune società di consulenza del lavoro i processi di dematerializzazione dei documenti fiscali, per una PMI di medie dimensioni che emettete e/o riceve un totale di circa 3 mila fatture l’anno, i risparmi potrebbero variare tra i 7 e i 12 euro a fattura.
Fatturazione elettronica 2019 Viking
Anche noi di Viking ci siamo adeguati alla Fatturazione Elettronica 2019 con un sistema gratuito di fatturazione elettronica già disponibile in modalità “demo” sul nostro sito a questo indirizzo.

Idee
29/10/2018

Ci sono segnali che dicono subito che un colloquio di lavoro è andato male. Certo serve fare buona impressione e prepararsi scrupolosamente come abbiamo spiegato qui, prestare massima attenzione al linguaggio del corpo, prepararsi al follow up post intervista, ma ma ci sono anche situazioni in cui un colloquio prende una brutta piega, come queste 8, e dei segnali che dovrebbero farcelo capire al volo.
I segnali per cui un colloquio di lavoro sta andando male
Tra tutti i segnali che fanno capire per cui un colloquio di lavoro sta andando male ci sono senza dubbio quelli in cui il selezionatore fa di tutto per far sembrare la posizione ricercata poco appetibile. Per esempio quando il selezionatore fornisce poche informazioni sull’azienda o è evasivo sul tipo di posizione ricercata, un atteggiamento che può far pensare che ci sia qualcosa da nascondere e che infastidisce il 43% dei candidati. Anche l’essere guardati con aria di superiorità è un brutto segno (per il 40% dei candidati) più ancora che l’avere a che fare con un selezionatore che guarda il cellulare (35%), fa strane espressioni con il viso o è sempre inespressivo rispetto a ogni risposta (27%): tutti segnali del linguaggio corporeo che devono far capire che si è la persona sbagliata nel posto sbagliato.

Altre spie del disinteresse dei selezionatori verso la propria candidatura, e del fatto che il colloquio non è su un binario positivo, sono gli esaminatori impreparati sul curriculum vitae e lo leggono per la prima volta in sede di colloquio (26%) l’arrivare in ritardo (22%) e le domande legate alla sfera personale (14%).

Idee
29/10/2018

Abbiamo spesso preso in considerazione diverse tecniche e strategie per crescere professionalmente, fornendoti consigli ad esempio su come ottenere una promozione al lavoro. Ma quali sono le attività che puoi concretamente intraprendere nel tuo percorso professionale per progredire e migliorare? Tradizionalmente, tali attività possono essere suddivise in base alla fascia d’età o meglio al grado di esperienza maturato all’interno dell’azienda. Vediamo quindi quali sono alcune azioni concrete che puoi adottare in ogni fase del tuo percorso lavorativo.

Trovati uno sponsor
Se sei all’inizio del tuo percorso professionale, un modo per migliorare, progredire e fare carriera è di ottenere uno sponsor che ti incoraggi e ti sostenga. Uno sponsor può essere un senior leader o un individuo capace di influenzare le decisioni, dotato di una profonda comprensione dell’organizzazione, della cultura aziendale e del settore in cui eserciti, in grado di aiutarti a valutare i tuoi punti deboli e di forza nonché di sostenerti perché tu possa ricoprire ruoli che ti consentano di estendere a più ampio respiro le tue competenze. Come un mentor, anche lo sponsor può offrirti consigli, suggerimenti e quella consulenza necessaria per sviluppare il tuo percorso professionale ma si focalizza maggiormente sull’azione. Un mentor può guidarti verso le porte giuste, ma lo sponsor ti aiuterà ad abbatterle e ad aprirne anche alcune per te perché tu possa ricevere una di quelle buste tanto attese dal tuo capo. Lo sponsor ideale non è necessariamente qualcuno con il quale si condivide una visione similare e si ha una buona affinità, ma un alleato strategico in grado di aiutarti a infondere un cambiamento e una spinta positiva alla tua carriera professionale.
Dedicati al coaching
Se invece ricopri già una posizione più alta e senior all’interno dell’azienda, potresti ulteriormente rafforzare il tuo ruolo dedicandoti al coaching. In passato, i leader aziendali raggiungevano posizioni ai vertici grazie all’esperienza maturata sul lavoro e alla profonda conoscenza acquisita. Erano generalmente in grado di fornire risposte ai loro dipendenti su cosa fare in determinate situazioni. Oggi, pur vantando una profonda comprensione dell’azienda, i leader si ritrovano a lavorare in ambienti molto più complessi dove risulta irrealistico aspettarsi che abbiano tutte le risposte. È qui che entra in gioco il coaching, quale metodo efficace per spronare la crescita dei propri subordinati senza fornire risposte dirette ma aiutando ciascuno di loro ad arrivare alle proprie personali soluzioni. Nel coaching, è quindi molto importante impostare un dialogo basato su domande aperte e capacità di ascolto. Per il manager che lo svolge, è necessario saper creare quello spazio che il dipendente andrà a colmare, individuando i problemi alla base, ponendo domande efficaci per chiarirli e mettendo alla prova quanto dichiarato con nuove idee ed ipotesi.

Obiettivi ad ogni età
Qualsiasi sia il tuo percorso lavorativo e il ruolo da te attualmente ricoperto in azienda, può risultare stimolante fermarsi un attimo a riflettere su ciò che ci viene suggerito da un imprenditore di successo del calibro di Jack Ma. In una delle sue interviste, Jack Ma sostiene quanto sia importante, all’età di 20-30 anni, entrare a far parte di una buona azienda in cui si possa imparare a svolgere una professione a dovere. Ritiene che questo sia un periodo ideale perché contrassegnato dalla possibilità di imparare e di mettersi in competizione con se stessi creando una visione di ciò che si desidera raggiungere in un arco temporale di 10 anni. I 30-40 anni sono per lui il momento della sperimentazione con potenziale avviamento di un’impresa in proprio; i 40-50 l’età per concentrarsi su ciò che riusciamo a svolgere al meglio e i 50-60 il momento da dedicare alla formazione e allo sviluppo delle nuove leve.
Aiutare gli altri
Proprio lo sviluppo delle nuove leve può risultare uno dei modi migliori per promuovere la crescita del nostro individuale percorso professionale ma anche personale. Riuscire a insegnare agli altri alcune delle grandi lezioni che noi stessi abbiamo imparato può essere non solo molto utile per lo sviluppo dei dipendenti nuovi o più giovani ma anche molto stimolante per noi stessi che ci troveremo a riflettere sugli obiettivi raggiunti e sul percorso intrapreso per l’ottenimento degli stessi. In fondo, anche il leader aziendale di maggior successo è arrivato dov’è oggi grazie all’aiuto ricevuto da altri. Ed è l’esperienza il valore aggiunto che può offrire a chi è alle sue dipendenze per favorirne la crescita professionale.

Non è mai troppo tardi
Pur credendo nell’importanza di creare percorsi professionali strutturati, di promuovere una crescita costante con obiettivi mirati volti allo sviluppo e all’ottenimento di una promozione di ruolo in azienda, l’esperienza ci insegna che non è mai troppo tardi. Addirittura per avviare un’azienda di successo – con le idee, la motivazione e la strategia giusta. Qualche tempo fa, ti avevamo proposto un articolo in merito all’età in cui fondare un’azienda con un’infografica elencante le età in cui diversi imprenditori hanno avviato la loro. Il nostro consiglio è quindi di crearti una vision, di fissare obiettivi strategici ma anche di assumerti dei rischi e seguire un’idea o un’intuizione che può portarti a qualsiasi età alla realizzazione di un tuo sogno!

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare a trovare la tecnica o l’attività ideale a cui dedicarti nella fase professionale in cui ti trovi. Ritieni che una in particolare sia stata per te efficace nel tuo percorso lavorativo? Raccontacela sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
29/10/2018

Non è carnevale, che ogni scherzo vale, ma il “dolcetto o scherzetto” di Halloween può indurre a fare qualche – innocuo e rimediabile – scherzo anche in ufficio. Un clima più rilassato e informale può aiutare a creare legami più forti tra colleghi e anche qualche simpatico scherzetto, ovviamente avendo come “vittime” i colleghi più disposti ad accettarli, possono far partire la giornata con maggior buonumore.
Scherzi di Halloween da fare in ufficio
Sono molti gli scherzi di Halloween che si possono fare in ufficio, e tutti più o meno hanno a che fare con computer, tastiere, mouse e smartphone. L’importante, dopo l’inevitabile sorriso, è stemperare il tutto sdebitandosi con un caffè offerto al malcapitato.
Scherzi di Halloween al computer
Tra gli scherzi di Halloween al computer ci sono soprattutto quelli che si possono fare manomettendo lo screensaver o la schermata principale: prendere un jpg di un messaggio di errore di Windows (o di qualsiasi altro sistema operativo utilizzato) e aprirlo con il visualizzatore di immagini, far sparire le icone dalla scrivania (no, non cancellandole, ma selezionandole e poi, col tasto destro del mouse, selezionando l’opzione “Mostra icone sul desktop”) o cambiare la risoluzione e/o l’orientamento dello schermo sono tutti scherzetti che possono mandare fuori dai gangheri per pochi minuti il malcapitato (e a cui si può porre rimedio in pochi secondi).
Scherzi di Halloween da fare con la tastiera del computer
Anche la tastiera del computer è un catalizzatore di scherzi di Halloween in ufficio: per esempio si può collegare una tastiera al computer del vicino di scrivania, e viceversa, o cambiare la lingua della tastiera di modo che i tasti non corrispondano più alle lettere (da italiano a francese o tedesco, che non usano la qwerty come noi) sono tutte cose veloci e divertenti da fare.
Scherzi di Halloween con il mouse del computer
Anche il mouse del computer è una fonte di ispirazione di scherzetti di Halloween. Uno semplice e banale è mettere un pezzettino di scotch o nastro trasparente sotto il lettore ottico (di modo che il mouse sembri non funzionare più). Un altro altrettanto semplice consiste nel cambiare l’impostazione a mancino (o destro, nel caso di un collega mancino) invertendo le funzioni di tasto destro e tasto sinistro del mouse. Oppure, come per la tastiera, attaccare il mouse a un computer diverso, invertendo mouse, tastiere e magari anche schermi tra più colleghi, per esempio se seduti in un’isola di 3 o più scrivanie.

Ufficio
26/10/2018

Ci sono dei comportamenti che ti mettono in cattiva luce al lavoro e possono mettere a repentaglio la carriera e deteriorare l’ambiente di lavoro, influendo inevitabilmente anche sull’efficienza. Certo è compito dei manager e capi motivare i dipendenti ma questi possono e devono fare la loro parte per conquistare la fiducia degli altri, lavorare in ufficio in armonia e provare a essere felici in ufficio, anche quando si tratta di convivere con un collega insopportabile. Per riuscirci è importante evitare questi 5 comportamenti che mettono in cattiva luce al lavoro.
I comportamenti che mettono in cattiva luce al lavoro
Non riconoscere i propri errori
Gli errori si fanno, volenti o nolenti. E nessuno, dallo stagista all’amministratore delegato, ne è esente. Certo sono livelli di importanza diversi, ma c’è una cosa che li accomuna: non riconoscere i propri errori mette davvero in cattiva luce, sia verso i colleghi che verso i capi. Si è sbagliato? Si ammette e magari si propongono soluzioni per rimediare. Ma no, lo scaricabarile, il non riconoscere i propri errori e lo spostare le responsabilità altro non è un buon modo per vivere bene al lavoro.
Pretendere la perfezione
Pretendere la perfezione è, in linea di principio, anche giusto. Ma nessuno è perfetto (vedi punto sopra sugli errori) e gli ambienti di lavoro funzionano molto e bene sulla collaborazione: offrirla non significa interferire o umiliare, e chiederla non fa sembrare deboli o impreparati. Anzi: collaborare e chiedere collaborazione è il viatico contro la frustrazione e lo stress, che portano a rendersi antipatici agli occhi degli altri.
Lamentarsi continuamente
Il collega lamentoso prima o poi stanca. Lamentarsi continuamente rende antipatici, pesanti, mal sopportati e, in una parola, mette in cattiva luce. Certo le critiche costruttive servono e sono utili, ma non può essere sempre e solo una critica a tutto e tutti: in questo modo si finisce isolati, non ci si vede assegnare compiti e responsabilità che potrebbero preludere a una crescita professionale, si diventa quelli che fanno circolare cattive voci e malelingue e, in una parola, si diventa il collega insopportabile. Ci sono davvero cose che non vanno? Prima di tutto proviamo a spersonalizzarle (non è “il capo che è un incapace” ma “la procedura che si potrebbe migliorare”) e poi a proporre soluzioni concrete nelle sedi opportune.
Non mantenere le promesse
Gli uffici sono una catena di compiti e responsabilità e non mantenere le promesse può scatenare un domino di problemi. Non mantenere le promesse a volte dipende dal voler essere perfetti (vedi sopra) e non riconoscere i propri errori (idem) o limiti, ma in ogni caso se si garantisce che si farà qualcosa entro una certa data, prima di ritrovarsi ad accampare scuse o lamentarsi si può provare a chiedere aiuto. Meglio chiedere aiuto che presentarsi in sala riunione senza i compiti fatti. Una volta, a scuola, per questo c’erano le note sul diario e la punizione dei genitori a casa, e in fondo il meccanismo non è diverso.
Dar fuori dai gangheri
Sì, le giornate storte capitano a tutti, ma scaricare i propri problemi (interni o esterni all’ambito professionale) sui colleghi è stressante, sfibra i rapporti e finisce per farci sembrare un sociopatico. Ok, se si è di umore nero non si può fingere di essere dei buontemponi, ma al lavoro si è tra adulti e la professionalità è il primo requisito: da un adulto ci si aspetta che metta da parte il pessimo umore almeno per il tempo in cui il suo stato d’animo influisce su quello degli altri.

Ufficio
23/10/2018

In tema di privacy e sicurezza informatica in pochi sanno che si possono rubare dati sensibili dalla stampante dell’ufficio. Anzi, le stampanti aziendali, quelle connesse alla rete informatica dell’ufficio, sono diventate negli ultimi pochi anni il principale obiettivo degli hacker e la porta d’accesso facile alla rete informatica aziendale per sottrarre informazioni rilevanti. Di più: ormai il vero problema informatico delle aziende, in particolare delle PMI, non sono più i virus, dal phishing al malware, e le frodi online, e i dispositivi più vulnerabili non sono più solo i soliti conosciuti, come smartphone, PC e server. Secondo recenti sondaggi di settore solo il 16% dei titolari di aziende PMI è consapevole del fatto che tramite le stampanti potrebbero essere sottratti dati sensibili come numeri e codici di carte di credito, cartelle mediche, informazioni aziendali strategiche, bilanci, progetti e altri dati personali e aziendali. Addirittura, a livello globale, il 61% delle organizzazioni aziendali ha segnalato nel 2017 almeno una violazione dei dati avvenuta attraverso le stampanti, e se si considera che al mondo ci sono centinaia di milioni di stampanti connesse in rete e che solo il 2% di queste è davvero protetta, è facile intuire come qualunque informazione rilevante può essere rubata e utilizzata per fini criminali.
Come funziona la sicurezza informatica dei dati nelle stampanti
Se tutto questo sembra fantascienza occorre capire come funziona la sicurezza informatica dei dati nelle stampanti. Le stampanti moderne infatti non sono solo un ulteriore dispositivo connesso alla rete aziendale, come lo sono i computer e i server, includendo anche funzionalità per la scansione e la stampa da remoto, ma sono anche dotate di hard disk e sistemi di memoria che salvano e conservano copie digitali di ogni documento scansionato, copiato, stampato o inviato via email direttamente dalla stampante. Praticamente ogni informazione sensibile di qualunque azienda.

Se nessun responsabile della sicurezza IT aziendale lascerebbe mai che un computer non protetto potesse accedere alla rete aziendale, relativamente alle stampanti questo avviene ancora in rarissimi casi. Tipicamente i casi più frequenti sono quelli in cui la stampante è stata configurata all’esterno del firewall, la barriera di protezione della rete aziendale; alcuni dispositivi tra quelli connessi alla rete non hanno sufficienti impostazioni di sicurezza e sono vulnerabili, principalmente appunto le stampanti; non vengono eseguiti regolarmente e come raccomandato gli aggiornamenti per la protezione dei dati; non viene attivata assolutamente la protezione della stampante, lasciando che hacker e malintenzionati possano controllarla da remoto intercettando ogni documento aziendale.
Cosa si rischia con una stampante non protetta da attacchi informatici
Il rischio maggiore che si corre con una stampante non protetta è la sottrazione dei dati sensibili aziendali, e chiunque può facilmente immaginare cosa significa se dati di bilancio, progetti, offerte commerciali, informazioni bancarie, informazioni personali sulla salute e ogni altro dato sensibile cadono in mani sbagliate. Ma non solo: dalla primavera 2018 il Regolamento generale sulla protezione dei dati (General Data Protection Regulation) dell’Unione Europea ha stabilito sanzioni elevate – fino al 4% del fatturato e/o 20 milioni di euro – per le aziende che non saranno in grado di garantire la sicurezza dei dati personali dei cittadini europei.
Cosa fare per proteggere le stampanti dagli attacchi informatici
Cosa fare per proteggere le stampanti dagli attacchi informatici lo ha detto l’Agenzia per L’Italia Digitale, AGID, nelle sue Misure Minime di Sicurezza ICT per le Pubbliche Amministrazioni: la prima cosa da fare per proteggere i dati sensibili è la mappatura di ogni dispositivo connesso, comprese quindi le stampanti, e la valutazione delle sue configurazioni di sicurezza. In particolare, per quanto riguarda le stampanti, queste devono trovarsi all’interno del firewall aziendale, non devono essere accessibili per la stampa da dispositivi non autorizzati dal responsabile informatico dell’azienda e comunque non adeguatamente sicuri, devono essere aggiornate e configurate dal punto di vista della sicurezza con regolarità e comunque a ogni notifica di un aggiornamento del software.
Come gli hacker accedono alle reti aziendali tramite le stampanti
C’è un bellissimo video di HP, sul canale Youtube di Viking Italia, con protagonista Christian Slater, che spiega benissimo come gli hacker accedono alle reti aziendali tramite le stampanti.