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Ufficio
15/10/2018

Nel lavoro si viene selezionati per le proprie competenze professionali ma poi, ovviamente, bisogna lavorare fianco a fianco con altre persone e inevitabilmente sono i rapporti personali a fare la differenza. A volte c’è sintonia, e il clima positivo che si crea aiuta anche ad aumentare la produttività, a volte invece la sintonia manca, o c’è proprio antipatia reciproca, e questo genera un ambiente di lavoro tossico. C’è poco da fare, perché non si può non lavorare con i colleghi antipatici, e bisogna quindi trovare un modo per convivere con un collega insopportabile. Ma come fare?
Come convivere con un collega insopportabile
Per capire come convivere con un collega insopportabile bisogna prima di tutto capirne la personalità: ci sono quelli a cui non va mai bene niente, quelli che sono troppo invadenti rispetto alla vita privata degli altri, quelli che pensano di essere sempre al centro di ogni cosa e di avere capacità superiori alla media, quelli che non riescono a organizzare il proprio lavoro anche in funzione degli altri e quelli che, a tutti gli effetti, dovrebbero lavorare da soli per evitare scenate isteriche. Per ciascuno ci sono alcuni rimedi che si possono mettere in atto per depotenziarne l’effetto negativo sull’ufficio.
Il collega a cui non va mai bene niente
Per esempio, quelli a cui non va mai bene niente possono mandare in frantumi qualunque team di lavoro: per loro è sempre tutto sbagliato, ma non propongono mai una soluzione alternativa, e questa loro negatività è frutto dell’ansia, un sentimento che può contagiare anche gli altri. Che fare? La cosa ideale sarebbe che gli ansiosi lamentosi si rivolgessero a uno specialista, ma se così non è e nemmeno un ’bout di positività cambia il loro umore, l’unica soluzione è alzare una barriera di protezione e diventare impermeabili alla loro negatività.
Il collega pettegolo
Un altro rivolo d’acqua che può distruggere un ufficio con i suoi atteggiamento è il collega pettegolo. No, non parla delle trasmissioni Tv e dei Vip, parla dei colleghi e delle colleghe d’ufficio, raccontando in giro presunte relazioni, aumenti di stipendio, bonus, favoritismi e quant’altro possibile e immaginabile. Il problema è che spesso se non sempre nulla di ciò che parla è vero, ma ciononostante può fare danni enormi. Che fare? Intanto rimanere abbottonati sulle proprie cose, dalle informazioni famigliari e personali a quelle professionali, e poi davanti a ogni insinuazione far scattare il livello superiore, cioè dirgli che quell’informazione dovrebbe conoscerla anche il vostro responsabile: se è gossip, sentito dire, ma non c’è nulla di concreto, è l’unica soluzione per fermare la valanga di insinuazioni.
Il collega che si ritiene migliore degli altri
So tutto io: tecnicamente, sarebbe narcisista, praticamente è un collega che non vede oltre il proprio naso, non accetta critiche, probabilmente fa sempre a modo suo e alla fine produce solo critiche. Che fare? Se è possibile, girargli alla larga, se è il proprio capo evitare in ogni modo di scatenare la sua suscettibilità, anticipandone mosse e richieste e prevedendo le possibili tempeste. Dura? Sì, sicuramente, ma l’alternativa è trovare un altro posto di lavoro…
Il collega che urla e offende
C’è poi il dittatore, quello che urla, che comanda, che non ammette repliche né suggerimenti e che impronta le relazioni professionali interne all’ufficio solo sul sentimento della paura. Siamo al livello della psicopatia e l’unica soluzione sarebbe cambiare aria il prima possibile perché non c’è nulla di ragionevole che possa funzionare. A meno che l’azienda non abbia attivato forme di contrasto a questo genere di mobbing (succede nelle multinazionali, meno nelle piccole imprese) e allora quella è la strada da intraprendere, con coraggio e fiducia.

Ufficio
26/09/2018

Office romance, così è definita in inglese la situazione in cui due lavoratori della stessa società intraprendono una relazione dal legame romantico. Si tratta di un tema sempre molto dibattuto ma di cui non esistono per il nostro paese recenti statistiche che possano darci un’idea concreta della portata di questo fenomeno.

Qui alla Viking abbiamo promosso un’indagine che ha visto coinvolti 3.000 lavoratori distribuiti tra alcuni dei principali paesi Europei tra cui l’Italia.

Vediamo cosa accade in Italia quando si tratta di storie d’amore che nascono tra scrivanie, fotocopiatrici e raccoglitori.
1 su 2 ha avuto un appuntamento galante
I dati parlano chiaro, i flirt in ufficio sono una realtà consolidata e molto più diffusa di quello che si potrebbe pensare. In Italia quasi la metà degli intervistati (48%) ha avuto un appuntamento galante con un/una collega. Il dato si fa ancora più sorprendente quando si osserva che 1 su 3 ha baciato un/una collega e addirittura un quarto dei rispondenti (26%) ha avuto un rapporto occasionale con un/una collega di lavoro.

Le sorprese non finiscono qui. 1 su 5 dorme in modo ricorrente con una persona che lavora per la stessa azienda e il 18% dichiara di avere o aver avuto una relazione di lungo termine.
Giovani avventurosi
Un ulteriore suddivisione per età e per genere da dei risvolti interessanti:

Gli uomini sembrano più propensi a vivere delle avventure, 1 uomo su 3 ha avuto un rapporto occasionale (per le donne il dato è di 1 su 5) e il 22% ha dormito più di una volta con una collega.
In termini di età, i rapporti occasionali sono più frequenti nella fascia 18-24 (42%).
Gli over 45 sono i più morigerati, il 41% non ha mai avuto un flirt sul lavoro (solo il 24% under 45).
In termini di fedeltà vince la fascia d’età over 35 dove 1 su 2 ha avuto una relazione a lungo termine con un/una collega (dato che diventa 1 su 10 per gli over 55)

Italiani passionali
Alla domanda “quale è stata la sfida più importante”, il 44% degli intervistati ha scelto “mantenere il segreto” mentre al secondo posto, con il 41% delle preferenze, troviamo “affrontare l’attrazione fisica durante l’orario di lavoro”. È chiaro che, se da una parte l’attrazione è molto forte, si cerca di mantenere il flirt segreto e lontano dalle lingue che senza pudore battono sul tamburo.
Difficile non mischiare lavoro e sentimenti
In un confronto di genere ed età emerge che:

Quasi 1 lavoratrice su 3 trova difficile il tornare a lavorare insieme dopo un litigio o una rottura, inoltre le donne danno particolare peso alle percezioni/pettegolezzi dei colleghi (32%).
Per gli uomini la sfida più grande è invece non mescolare la vita privata con quella professionale (43%).

1 storia su 4 sboccia al di fuori dell’orario lavorativo
1 su 7 è coinvolto sentimentalmente con un superiore (diretto superiore, dirigenza o amministratore delegato) e il 45% inizia una relazione sentimentale con un’altra persona che lavora nello stesso team. Il lavoro è un ambiente molto fertile per cupido: non solo l’ufficio, per 1 su 3, è il luogo in cui nascono le relazioni, ma anche l’orario extra lavorativo contribuisce, per 1 persona su 4, a far nascere delle relazioni amorose a conferma del fatto che chi si conosce in ufficio tende a trascorrere del tempo socializzando anche al di fuori delle mura aziendali.
Millennials fuori sede
Per i millennials le situazioni più frequenti in cui nascono le relazioni amorose sono tutte al di fuori delle mura aziendali. Le tre occasioni più votate sono:

14% durante un viaggio di lavoro;
12% ad una festa aziendale;
19% al di fuori dell’orario lavorativo.

Segretarie tra le più “desiderate” insieme al capo
Che siano coinvolti o meno un una relazione sentimentale, i lavoratori e le lavoratrici italiane ammettono di sviluppare delle fantasie verso le persone con cui condividono gli spazi di lavoro: 8 italiani su 10 dichiarano di aver avuto delle fantasie per qualcuno che lavora nella stessa azienda. Alla domanda “Per quali persone ha sviluppato delle fantasie”, i lavoratori intervistati hanno assegnato il primo posto ai colleghi, considerato che molti flirt iniziano proprio tra colleghi dello stesso team. Il secondo e il terzo posto sono rispettivamente di un diretto superiore e della segretaria. La segretaria è stata scelta da 1 su 10 dietro al diretto superiore che è stato scelto da 1 su 5.
Fantasie erotiche più frequenti per gli uomini
Anche in questo caso il dettaglio per genere ed età è interessante:

Tra le donne lavoratrici intervistate, 1 su 3 ha sviluppato delle fantasie per un superiore.
Gli uomini sono più propensi in genere a sviluppare fantasie rispetto alle donne: solo il 16% dichiara di non averle mai avute mentre tra le donne la percentuale sale al 25% (1 su 4).

Scappatelle da ufficio: incontro amoroso segreto sul lavoro per 2 lavoratori su 5
2 lavoratori su 5 dichiarano di aver avuto una scappatella segreta sul luogo di lavoro e di questi 3 su 5 dichiarano anche che potrebbe farlo nuovamente in futuro.
Ufficio a luci rosse
Uno sguardo alle statistiche per età e genere mostra che:

Il 40% delle donne ha avuto un incontro amoroso top secret sul luogo di lavoro ma circa la metà di queste non lo rifarebbe in futuro.
I millennials si rivelano passionali dato che il 42% ha ammesso di avere avuto una scappatella segreta in ufficio e il 54% del totale dichiara di poterla avere in futuro.

Relazioni in ufficio: l’impatto negativo
La metà dei lavoratori è d’accordo nell’affermare che una relazione sentimentale in ambito lavorativo riduce la produttività (50%) e aumenta i livelli di stress (47%).

A conferma delle conseguenze negative, più di metà dei lavoratori intervistati è d’accordo nell’affermare che le relazioni amorose sul lavoro distraggono (57%) e possono incidere negativamente sulla carriera (43%).
Giovani più positivi
L’effetto negativo è mitigato se si osservano i risultati per fasce di età:

Per i lavoratori nel range 18-24 una relazione amorosa sul lavoro aumenta la produttività (69%) e rafforza il lavoro di squadra (58%).
I millennials pensano che possa influire positivamente sulla carriera (43%). La percentuale di millennials che concorda sugli effetti negativi sul benessere è inoltre inferiore rispetto agli over 35 (33% contro 40%).
A differenza delle donne, per i lavoratori uomini una relazione amorosa sul lavoro riduce lo stress (51% contro appena il 37% delle lavoratrici).

1 su 2 lo rifarebbero ma non c’è lieto fine
Quanti italiani vivono felici e contenti dopo aver iniziato una relazione con un/una collega? Secondo la nostra indagine solo il 3% circa finisce con il mettersi l’anello al dito. Il 40% degli intervistati che hanno avuto una relazione amorosa sul lavoro è finito per separarsi, solamente il 19% è ancora insieme

1 lavoratore su 2, tra chi ha avuto una relazione in passato, dichiara di poter prendere in considerazione un’altra relazione.
Uomini recidivi

Trai i lavoratori uomini, in quasi 4 su 10 dichiarano di aver avuto una relazione con una collega e di volerlo rifare in futuro mentre solo 2 lavoratrici su 10 dichiarano la stessa cosa.
Il 31% sul totale delle lavoratrici dichiara di aver avuto una relazione e di non considerare un’esperienza simile per il futuro
Il 51% di una relazione in futuro e il 31% nella fascia 18-24 lo farebbe anche se non l’ha mai fatto in passato.

 

Per ricevere i dati completi dell’indagine scrivi a italianpr@searchlaboratory.com.
Se voi contribuire raccontando la tua esperienza, scrivici sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
16/07/2018

Oltre a fornire gli strumenti necessari per lavorare, dalla cancelleria alla carta per fotocopie fino ai supporti informatici, l’azienda che vuole curare la qualità dell’ambiente di lavoro deve fare leva soprattutto sugli aspetti immateriali. Un’ambiente di lavoro sereno e motivante è un ingrediente fondamentale per migliorare le performance sia del team che del singolo lavoratore. Sempre più aziende mettono in primo piano il benessere psico-fisico dei propri dipendenti e negli ultimi anni si sono susseguiti moltissimi studi che trattano di questi aspetti mettendo in evidenza tutti i benefici che l’azienda nel suo insieme ne può trarre.

Anche qui alla Viking abbiamo intrapreso iniziative mirate a creare un clima di lavoro positivo come l’esperimento del distributore automatico di felicità. Un lavoratore felice è più produttivo e svolge con più dedizione il suo lavoro. Per questo abbiamo raccolto alcuni metodi utili a facilitare il benessere e la soddisfazione in ufficio.

Ogni traguardo va celebrato
Uno dei modi più semplici ed efficaci per motivare una persona è riconoscerne i meriti e l’impegno. Sotto questo aspetto molte aziende istituiscono delle iniziative per celebrare i risultati raggiunti sia dal team che a livello personale. Spesso vengono organizzati dei meeting con cadenza regolare per festeggiare i risultati economici raggiunti, l’apporto di un team al risultato e singoli lavatori che si sono distinti durante quel periodo. Riconoscere il lavoro svolto al raggiungimento di determinati obbiettivi è di certo importante ma altrettanto fondamentale è riconoscere l’impegno e la dedizione quotidiana per creare un ambiente motivante e positivo. Basta poco, da una semplice e-mail per ringraziare del lavoro svolto ad una stretta di mano per di persona, per quanto banale possa sembrare il gesto in realtà può significare molto per chi lo riceve.
Lavoro di squadra

Oltre a ricevere il giusto riconoscimento dai propri superiori, è molto importante avere il supporto da parte di tutti i membri del team. L’opinione dei colleghi conta molto ed ha lo stesso effetto stimolante delle parole spese dal management o dal proprio capo. Supportarsi a vicenda favorisce il formarsi di un sano spirito di squadra e rafforza il legame tra colleghi, cosa che può portare anche a migliorare la qualità dei risultati e l’efficienza. Un ambiente sereno e informale favorisce anche la nascita di legami di amicizia, fattore questo che aiuta a stare meglio in ufficio e a condividere in modo sincero opinioni e punti di vista.
Flessibilità sul lavoro
Un altro tema molto sentito è la conciliazione tra vita e lavoro. Sempre più aziende adottano uno schema di orario flessibile per cui il lavoratore può, in alcuni casi, personalizzare l’orario di lavoro in base alle sue esigenze. A volte questa flessibilità può giovare molto alla persona che è così in grado di coniugare impegni personali e lavorativi. Diventa così possibile curare gli aspetti familiari senza rinunciare alla vita lavorativa e l’azienda ottiene anche in questo caso un lavoratore più motivato e con un benessere psico-fisico più elevato.
Condividere gli obbiettivi
Per creare un’ambiente sereno e motivante non va dimenticata l’importanza del coinvolgimento. Condividere le informazioni con tutti i membri del team è fondamentale per farli sentire parte di un unico gruppo e renderli partecipi degli obbiettivi finali. Ad esempio, la creazione di una newsletter aziendale è un mezzo semplice ma efficace per aggiornare tutti sulle ultime novità e sviluppi avvenuti in azienda. Per creare questo coinvolgimento, ogni dipendente deve sentirsi parte integrante dell’organizzazione e avere la sensazione che, nel proprio piccolo, sta lavorando per il raggiungimento di un obbiettivo comune, in linea con il la strategia complessiva dell’azienda.

Fare formazione
Quando un lavoratore è felice è molto più coinvolto e produttivo. Per motivare un lavoratore in questo senso, uno dei metodi più efficaci è investire nella sua formazione e nell’acquisizione di nuove skills per favorire il naturale sviluppo delle proprie capacità e competenze. Se un lavoratore mostra interesse verso un particolare ambito o per un determinato ruolo aziendale, l’azienda dovrebbe incoraggiarlo e supportarlo nel percorso professionale. Fare quello che ti piace, anche in ambito lavorativo, rende il lavoro meno pesante e accresce la produttività. Per questo ognuno dovrebbe essere portato, con il supporto dell’azienda, a intraprendere un percorso in base ai propri interessi e alle proprie inclinazioni.
Piccoli riconscimenti
Infine, ricordiamo l’efficacia di piccoli riconoscimenti, anche materiali, dati regolarmente ai lavoratori. Offrire qualcosa da bere il venerdì, organizzare degli eventi social, mettere a disposizione il caffè o la colazione gratuitamente, organizzare dei training o sessioni di yoga, sono tutti esempi di come si può migliorare l’ambiente di lavoro e il benessere dei lavoratori.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come migliorare la felicità sul posto di lavoro possano tornare utili e siano fonte di ispirazione per aziende e datori di lavoro che mirano a curare il benessere del lavoratore.
Vuoi suggerirci qualche altro consiglio che trovi particolarmente efficace? Raccontaci la tua esperienza sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
30/04/2018

In un precedente articolo abbiamo parlato di come perfezionare il networking specialmente per quanto riguarda il primo approccio. Una delle situazioni più comuni, in cui tutti ci siamo imbattuti, è di conoscere nuove persone il cui nome, dopo le presentazioni iniziali, si cancella dalla nostra mente come se venissimo irradiati dal mitico sparaflash di Man In Black.

Per creare subito una relazione e coinvolgimento è importante chiamare le persone per nome e, oltretutto, quando si tratta di relazioni professionali, ricordare il nome può favorire un fruttuoso legame di lavoro, oltre che personale.

Quando non ci ricordiamo le proviamo tutte: proviamo a fare in modo che la persona o qualcun altro ripeta il nome o con un sorriso stampato in faccia salutiamo eludendo in grande stile il deficit di memoria.

In inglese lo chiamano il paradosso Baker/baker. Deriva da studi psicologici in cui durante alcuni esperimenti hanno sottoposto ai partecipanti delle immagini di persone con sotto riportato in alcuni casi il cognome e in altri casi la professione. Nonostante i cognomi fossero appositamente scelti per essere anche delle professioni (ad esempio Baker era usato sia come cognome sia come professione essendo il termine inglese per indicare il fornaio o panettiere) i risultati hanno mostrato che i partecipanti ricordavano meglio le professioni rispetto ai cognomi. Questo è stato attribuito al fatto che le professioni sono più facilmente associabili con qualcosa di concreto, a cui possiamo ricondurre la nostra esperienza, mentre i cognomi non hanno riferimenti e sono per noi solo un insieme di lettere senza alcun significato preciso.

Certo, si potrebbe girare con un bel faldone con i nomi delle persone che conosciamo da consultare all’occorrenza. Se questa idea non ti esalta, ci sono alcuni stratagemmi che aiutano a memorizzare i nomi e di seguito abbiamo raccolto i metodi secondo noi più efficaci.
Ripeti

Quando una persona si presenta o ti viene presentata, prova a ripetere subito il nome, non nella mente ma ad alta voce, usandolo in modo naturale all’interno della conversazione. Ad esempio, se abbiamo appena conosciuto Luca, potremmo dire qualcosa tipo “Non ti avevo mai visto da queste parti Luca” oppure semplicemente “piacere di conoscerti Luca”.

Anche in latino esiste il famoso detto repetita iuvant che ci ricorda appunto quanto l’apprendimento diventi spontaneo con la ripetizione.

Non bisogna ovviamente ripetere eccessivamente il nome ma farlo in modo naturale e in modo coerente con la conversazione. Anche nel momento di salutarsi, alla fine, è bene ripetere per un’ultima volta il nome associandolo al volto della persona, utilizzando una frase del tipo “è stato un piacere conoscerti…”.
Scandire
Può capitare che la persona a cui ti stai presentando abbia un nome inusuale, straniero o semplicemente non sei riuscito a coglierlo la prima volta. In questi casi una tecnica che aiuta molto è chiedere alla persona di scandire nuovamente ogni lettera e poter così aiutare la nostra mente a memorizzare. È una soluzione particolarmente efficace per chi ha una buona memoria visiva e riesce a raffigurare un’immagine del nome che rimane più facilmente impressa.

In alternativa, puoi chiedere un bigliettino da visita, elemento di cui al giorno d’oggi dispongono molti professionisti e che torna utile anche in incontri informali. Con un bigliettino sotto mano è anche più facile creare l’associazione tra nome e persona. Infatti, se mentre si sta interloquendo ci si dimentica il nome, è sufficiente dare un’occhiata al bigliettino senza farsi notare.
Associazioni

É un modo molto simpatico per memorizzare i nomi e, a differenza degli altri metodi, è anche molto divertente da mettere in pratica.

Se disponi di buona memoria visiva puoi sfruttare questa tecnica per visualizzare delle immagini da associare al nome e alla persona. A volte, durante gli eventi, o in alcuni ambienti di lavoro, le persone indossano un cartellino con nome, supporto molto valido per aiutare a fare le giuste associazioni. Per questo è sempre consigliabile realizzare i cartellini quando si mettono in contatto molte persone che non si conoscono l’un l’altra. Del resto, si possono facilmente creare con della carta per fotocopie e una stampante.

Tuttavia, quando non vi sono cartellini e devi affidarti solamente alla tua memoria, ecco che questo metodo può tornare utile.

Consiste in una sorta di gioco in cui devi associare il nome ad un elemento che abbia un legame con quella persona. Può essere una allitterazione tra nome e una caratteristica, ad esempio Veronica da Verona o Vincenzo da Vicenza se pensiamo alla provenienza, oppure Marco immaginato come un arco a forma di “M” o, ancora, Davide immaginato in posa come la statua di Michelangelo e così via. Puoi fare le associazioni come meglio preferisci incrociando una caratteristica della persona con un’immagine che ti è facile ricordare.

Lo scrittore Dale Carnegie, autore di diversi libri di training, suggerisce di dipingere nella mente un’immagine della persona mentre sta compiendo delle azioni che ti ricordano il suo nome.  Chi è dotato di buona fantasia può sbizzarrirsi nelle associazioni più creative. Giusto per fare un esempio, se conosci un tizio chiamato Mario Bianchi puoi provare a immaginarlo come il personaggio Super Mario tutto vestito di bianco o che imbianca una parete.
Connessioni

Meno divertente delle associazioni mentali per immagini ma molto efficace è la tecnica delle connessioni. Quanto incontri una persona, e questa si presenta dicendoti il suo nome, prova a pensare immediatamente ad una persona o un personaggio conosciuto che hanno lo stesso nome e che ti ricordano colui con cui ti stai presentando. Se la persona che hai davanti ha lo stesso nome di un calciatore o di un attore e condivide anche dei tratti somatici o degli atteggiamenti che ti ricordano quel calciatore o quell’attore, avrai gioco facile nell’effettuare la connessione e ricordare il nome la prossima volta che lo vedi.

Può essere che la persona che hai davanti si chiami come un tuo parente o un tuo conoscente stretto: in questo caso la connessione sarà ancora più facile.

Questa tecnica, se esercitata, è abbastanza veloce e permette di memorizzare al volo dei nomi anche di più persone allo stesso tempo. Pensa al caso in cui ti venga presentato un gruppo di una decina di persone e tu riesca a ripetere subito i nomi con precisione, li lascerai tutti a bocca aperta!
Impegnati
È il consiglio più scontato eppure è forse l’aspetto che più ignoriamo. Se ci pensi, puoi utilizzare tanti fantastici trucchi per memorizzare i nomi ma c’è una cosa da cui non puoi prescindere. Se non sei concentrato e non parti con l’intenzione di ricordarti una cosa, è molto probabile che avrai molta difficoltà nel riuscire a memorizzarla anche usando le tecniche di cui abbiamo parlato.

Pensaci bene, quante volte ti è capitato di ascoltare i nomi delle persone e di rimuoverli all’istante. Magari i tuoi occhi percepivano solo il labiale tanto eri disinteressato verso ciò che ti veniva detto. È normale. Quando siamo in mezzo ad altra gente dobbiamo concentrarci su molti fattori. Quello che diciamo, quello che percepiamo, quello che gli altri pensano, le persone che abbiamo intorno e mille altri particolari. Per questo è importante, in quei pochi istanti in cui ti stanno comunicando il nome, concentrarsi e dedicare quanta più attenzione possibile per poi applicare una delle tecniche che abbiamo visto.

Quando entri nell’ufficio e ti prepari a conoscere i nuovi colleghi, oppure sei ad un evento in mezzo a persone che non conosci, devi innanzitutto metterti nell’ordine delle idee che vuoi e devi ricordare i loro nomi. Vuoi perché ci tieni a farlo, vuoi perché quelle persone rappresentano una risorsa per te e ricordare il loro nome facilita le relazioni e quindi le opportunità che ne possono derivare.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come memorizzare i nomi possano tornarti utili in molte occasioni, ad esempio quando conosci nuovi colleghi o stringi nuove amicizie. Ci sono dei metodi personali che utilizzi e che vuoi segnalarci? C’è un argomento in particolare di cui vorresti che parlassimo? Contattaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
16/04/2018

Abbiamo visto in un altro articolo 4 tecniche ideate dalla PNL per aiutare a parlare in pubblico. Si tratta di “trucchi” presi in prestito dalla psicologia che possono aiutare ad allontanare l’ansia, aiutando ad affrontare una situazione che ci sembra fuori controllo e a cui il nostro corpo o la nostra mente non rispondono come vorremmo.

La programmazione neuro linguistica, nata negli Stati Uniti, è una disciplina poliedrica che coniuga aspetti del linguaggio, della psicologia e del comportamento al fine di migliorare e potenziare la comunicazione.

Come abbiamo chiarito nel precedente articolo non si tratta di una scienza e il riscontro di tali tecniche non è assicurato nella totalità dei casi. Tuttavia, avendo acquisito grande popolarità negli anni, tanto da essere presente anche in alcuni ambienti accademici, riteniamo che valga la pena soffermarci su alcune delle teorie più conosciute.

Dopo aver trattato di anchoring, future pacing, swish e dissociazione, vediamo insieme in questo articolo altre tre tecniche interessanti. Con questo articolo il materiale sulle buone pratiche di comunicazione e per parlare in pubblico inizia ad essere consistente, per questo consigliamo di stampare i contenuti oppure di prendersi qualche nota e di raccogliere il tutto in una busta trasparente da tenere a portata di mano.
Reframing
Il reframing è una tecnica di PNL, che si pone obbiettivi simili alla dissociazione e allo swish, volta a trasformare una situazione per renderla più utile e positiva rispetto a quello che è o che viene percepita. Più che una tecnica per la comunicazione, si può intendere in senso lato come un modo per porsi in un atteggiamento mentale positivo.

Il reframing è il processo con cui puoi cambiare il modo in cui percepisci una situazione e quindi il suo significato. Si parte dal presupposto che è possibile separare le intenzioni dal comportamento andando a ricercare quelle intenzioni positive che derivano da una lettura ottimistica e che rimpiazzano quelle negative derivanti da un approccio più pessimistico.

Prova a pensare ad un amico che ha un’attitudine ottimista: non fa altro che inquadrare le esperienze che vive in un contesto diverso oppure in un’ottica migliorativa. Le persone ottimiste cercano sempre la parte positiva nelle situazioni quotidiane e riescono così ad inquadrare in questo significato ogni situazione che vivono. I pessimisti fanno esattamente il contrario. Inquadrano ogni situazione nello scenario più negativo andando ad amplificare le parti negative.

Il reframing ti fornisce uno strumento per avere una prospettiva alternativa da cui osservare ciò che ti accade. È il famoso principio del bicchiere mezzo vuoto e mezzo piena. Il reframing consente di vederlo sempre mezzo pieno. La cornice degli eventi è quindi essenziale per percepirli in modo positivo piuttosto che negativo. Per attuare il reframing occorre domandarsi: “in quale cornice alternativa questo comportamento sarebbe utile?” oppure “esiste un altro contesto in cui questa esperienza sarebbe utile?”.

Scovando il contesto o la cornice positiva si possono inquadrare molte situazioni che ci sembrano negative in un significato che è invece più utile, favorevole e vantaggioso.
Convinzioni o credenze

Le convinzioni influenzano il modo in cui agiamo. Possono derivare dalla nostra esperienza oppure provenire da quello che gli altri dicono. Le convinzioni, o credenze, possono essere potenzianti oppure limitanti. Spesso siamo convinti di non riuscire a fare una cosa solamente perché abbiamo la convinzione sbagliata di non esserne in grado. Quante volte ti è capitato di pensare: “non ci riuscirò mai…” oppure “non c’è soluzione a questo problema”. In questi casi è sufficiente mettere in dubbio la convinzione sbagliata per intaccarne la sua solidità.

Se, ad esempio, devi parlare in pubblico ma sei convinto di non esserne capace, inizia a chiederti perché hai sviluppato questa convinzione e se sia veramente fondata. È sufficiente pensare che moltissime altre persone lo hanno fatto prima di te, che magari hai già parlato di fronte a molta gente in altri contesti, che forse la tua paura deriva da un episodio in particolare che si è verificato una volta o, ancora, è frutto di qualcosa che ti è stato detto da altri. Molte volte ci blocchiamo solamente perché qualcun altro ha espresso una sua opinione negativa su di noi o un nostro comportamento.

A volte, abbiamo talmente paura di non riuscire a fare una cosa che non ci proviamo nemmeno. Prova sempre ad essere critico nei confronti dei tuoi dubbi e delle tue paure, smontando quelle convinzioni o credenze infondate che ti limitano.
Rapport

Il rapport è una condizione, più che una tecnica, che in contesto psicologico consiste in un contagio sul piano emotivo” e che, nel linguaggio della PNL, viene chiamato, appunto, rapport.

Questa tecnica si basa sul funzionamento dei neuroni specchio, un tipo di neuroni che “copiano”, anche senza che noi ce ne rendiamo conto, le espressioni e i movimenti delle persone che abbiamo di fronte e con cui stiamo parlando.

La prossima volta che avrai una conversazione sufficientemente lunga con una persona prova a fare caso a questo tipo di adattamento. Il volume della voce, il modo di parlare, le espressioni, tendono ad allinearsi e ad essere simili alla persona con cui si dialoga. Anche la postura e i gesti tendono a corrispondere.

Il fatto che due persone che interagiscono tendano ad assumere simili espressioni e ad allineare i comportamenti non verbali favorisce naturalmente un’empatia reciproca che

Dato che il linguaggio dell’interlocutore, verbale e non verbale, riflette la sua visione personale dell’esperienza, il fatto di allinearsi al modo di parlare e alla postura permette di allinearsi sulla sua psicologia e di stabilire un rapport. Per questo, una delle tecniche che spesso vengono menzionate per rendere la comunicazione più efficace è proprio quella di ricalcare, ovviamene non in maniera vistosa, i movimenti dell’interlocutore.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come migliorare la comunicazione e affrontare l’ansia di parlare in pubblico possano tornarti utili nella vita lavorativa.
Hai dei dubbi e vuoi scriverci? Vuoi segnalarci altre pratiche di PNL di cui vorresti che parlassimo? Contattaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
23/01/2018

Come tra le pagine di un poema cavalleresco, ogni ufficio custodisce tra le quattro mura le gesta eroiche e quelle malvagie dei sui protagonisti.

Nei panni di comuni lavoratori e lavoratrici, celati dietro ordinarie mansioni, gli eroi d’ufficio non danno nell’occhio e compiono le loro gesta valorose senza ambizioni e secondi fini se non quello di aiutare il prossimo. Accorrono all’istante al verificarsi di un guasto al computer, sono sempre disponibili a prestare aiuto e pronti a risollevare l’ufficio dal torpore pomeridiano offrendosi liberamente di preparare il caffè per tutti.

É arrivato il momento di narrare le loro e gesta e cantarne le audaci imprese.
Abbiamo chiesto, con un sondaggio, a lavoratori e lavoratrici di indicarci quali aspetti e comportamenti prediligono maggiormente nei loro colleghi. Abbiamo così ricavato per voi la top list delle figure eroiche che popolano I nostri uffici. Mettetevi comodi sulla vostra sedia o poltrona e sfogliate con noi questa avventurosa ricerca.
Ecco i profili più apprezzati dei colleghi buoni:

Vitalità e spirito positivo. Sprona e incoraggia gli altri. 79,5%
Sempre pronto a dare una mano in caso di difficoltà. 75,2%
Spiega le cose con grande disponibilità/aiuta i nuovi arrivati. 55,1%
Aiuta a risolvere i problemi tecnici del computer. 45,1%
Prende le difese dei colleghi criticati. 42,2%
Ha sempre la battuta giusta per rallegrare le giornate. 32,8%
Ci tiene a pulire e tenere in ordine le aree comuni. 32,6%
Porta sempre qualche delizia da gustare con i colleghi. 16,7%
Spesso si offre per preparare il caffè per tutti. 15,6%
Tiene gli altri informati sulle ultime novità. 15,6%
Una spalla su cui piangere, è la persona con cui confidarsi. 14,7%
Organizza i momenti di svago, dal calcetto al drink. 12,5%
Concede regolarmente uno strappo in macchina da e per l’ufficio. 3,1%
Presta soldi o ha da cambiare nel momento del bisogno. 2,5%

 

L’attitudine positiva e la capacità di incoraggiare gli altri svetta tra le prime posizioni, del resto tutti abbiamo bisogno di una parola di conforto il lunedì mattina o quando dobbiamo affrontare dei lavori impegnativi. Tra i primi posti troviamo anche la disponibilità ad aiutare i colleghi in difficoltà ed i nuovi arrivati, sintomo che le doti di tutor/mentore sono molto apprezzate negli ambienti di lavoro.

Tra i profili eroici preferiti, non poteva mancare il mago del computer: con la tecnologia informatica ormai predominante, è fondamentale l’aiuto del collega smanettone che riesce a risolvere anche i più misteriosi malfunzionamenti del pc.

Se c’è un eroe allora ci deve essere anche un cattivo. Per completare il racconto abbiamo indagato anche su quali fossero le abitudini e i comportamenti più fastidiosi e che meno riusciamo a sopportare in ufficio. Questo ci ha permesso di avere un quadro narrativo chiaro e di individuare anche i profili malvagi più diffusi.
Non sopportiamo quel collega che:

É sempre in ritardo. 28,5%
Sta sempre a lamentarsi. 27,8%
Mangia cibi puzzolenti. 24,3%
Consuma tutto (carta stampante, carta igienica ecc.). 20,9%
Procrastina in continuazione, impiega secoli per fare qualcosa. 21,8%
Prende troppe pause sigaretta. 23%
Ha una scarsa igiene personale. 19,7%
Parla al telefono urlando. 20,6%
Fa gossip su tutti. 17,7%
Si mette deodorante e profumo mentre è alla scrivania. 15,3%
Viene al lavoro anche quando è molto malato. 13,4%
Sta tutto il giorno a messaggiare al telefono. 13%
Ha la scrivania disordinata. 11,8%
Produce rumori fastidiosi. 7,3%

 

Le risposte ci dicono che, se da una parte colui che porta cibo in ufficio da condividere con i colleghi è un eroe, vi è poi il cattivo che porta sì del cibo, ma con il malaugurato effetto di riempire la cucina e gli uffici di odori poco piacevoli sprigionati dalle cibarie di cui si nutre. Insomma, per ogni collega buono ce n’è sempre uno cattivo e così, risultati alla mano, abbiamo chiesto a Julia Bereciartu, un’illustratrice spagnola, di aiutarci con il suo talento a raffigurare alcuni tra gli eroi e i cattivi più popolari che si destreggiano tra le scrivanie.
Eroi d’ufficio

Cattivi d’ufficio

 

C’è un collega di cui non puoi fare a meno? Cosa lo rende così speciale? Ci sono comportamenti che invece non riesci proprio a sopportare? Raccontacelo su Facebook Viking Italia