Tag: leadership
Idee
07/11/2018

Secondo una recente ricerca dell’University College London l’82% dei dipendenti al mondo non si fida del proprio capo, il 50% dichiara di aver lasciato (o di volerlo fare) il proprio lavoro per colpa del proprio superiore, e circa il 70% dei dipendenti non si sente coinvolto nel lavoro che svolge. Numeri (drammatici) che dicono una cosa: c’è un problema di leadership. Quando il capo non ispira fiducia e demotiva i dipendenti al punto da indurli a lasciare il posto di lavoro, è chiaro che non può essere considerato un buon leader. Ma come fare per diventare un leader positivo e utile alla propria azienda? Cominciare a porre, sempre e a tutti, una semplice domanda: “Tu cosa ne pensi?”.
La domanda che può trasformare un capo in un leader
“Tu cosa ne pensi?” è la domanda che può trasformare un (semplice) capo in un (vero) leader perché ha in sé numerose conseguenze che vanno oltre la risposta che si ottiene.
Avere feedback sinceri e utili
I capi sono spesso soli, o meglio isolati. Non tanto nel senso che devono prendere da soli decisioni importanti quanto nel senso che non hanno vere e concrete possibilità di confronto. Anzi, è piuttosto naturale che al capo si dia sempre ragione, che gli si forniscano le risposte che vuole sentire, che nei suoi confronti si sia compiacenti a dismisura (salvo poi magari contestarne di nascosto le scelte…). Chiedere apertamente “Tu cosa ne pensi?” a qualunque collaboratore significa rompere quell’isolamento e riuscire a ottenere davvero feedback sinceri e utili, risposte che possono aiutare a prendere le decisioni giuste.
Dare importanza alla squadra
In un’organizzazione grande e complessa ci sono infiniti dettagli che necessariamente sfuggono ai capi. Inutile quindi pensare che il capo possa prendere la decisione giusta da solo, perché inevitabilmente ci sarà qualcosa che gli sfugge, non conosce e non considera. Porre la domanda “Tu cosa ne pensi?” significa dare importanza alla squadra, farla funzionare dando a tutti la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, le proprie competenze e conoscenze, far fruttare il proprio talento. È una forma diversa e utile di umiltà, l’umiltà di non sapere tutto.
Motivare tutti
Chiedere “Tu cosa ne pensi?” significa squarciare il velo su un aspetto che, nella stragrande maggioranza dei casi, aspetta solo di essere portato in superficie: tutti hanno interesse che le cose funzionino al meglio, che si possa lavorare bene, in modo profittevole, limitando i problemi e creando il successo dell’azienda e dell’organizzazione. Coinvolgere significa motivare, e motivare significa far crescere.

Idee
02/04/2018

In precedenti articoli abbiamo già avuto modo di trattare i temi relativi al parlare in pubblico e alla preparazione di una presentazione. Abbiamo toccato diversi aspetti inclusi consigli su come prepararsi efficacemente prima di una esposizione di fronte ad una platea, sia dal punto di vista mentale che pratico, come affrontare l’ansia di parlare in pubblico e abbiamo visto quali skill è necessario esercitare per migliorare il public speaking.

Cosa possiamo dire di nuovo quindi su un tema già così tanto dibattuto?

Quello che presentiamo in questo articolo è una sfumatura di tale argomento che non abbiamo ancora avuto modo di delineare ma che rappresenta un elemento molto importante nella comunicazione.

Quando prepariamo una presentazione, ci focalizziamo spesso sul discorso o la traccia scritta che abbiamo preparato e su come modulare la voce durante l’esposizione. Sappiamo tuttavia che gli aspetti non verbali hanno un peso maggiore nell’economia della comunicazione. Il noto psicologo Alber Mehrabian afferma che i movimenti del corpo pesano addirittura per il 55% nel messaggio che stiamo trasmettendo.

Il Centro per il Linguaggio del Corpo, un istituto belga che si occupa di studiare gli aspetti legati al linguaggio non verbale, ha descritto molto bene, con alcune figure rappresentative della postura e del modo in cui ci muoviamo, quali sono le posizioni che dovremmo tenere presente quando comunichiamo. Abbiamo quindi voluto raccogliere 7 segnali non verbali che possono trasmettere sicurezza e autorevolezza al pubblico.

Stiamo per tenere il nostro discorso. Abbiamo abbozzato lo schema che dovremo seguire, lo abbiamo messo in una busta trasparente per evitare che nel nervosismo del momento una tazzina da caffè rovesciata possa obbligarci ad andare a braccio, ci prepariamo a parlare e ad essere osservati da molte persone. Ecco 7 consigli su come utilizzare efficacemente il linguaggio non verbale.
La scatola

Immagina che davanti a te, dal bacino fino più o meno all’altezza delle spalle, tu abbia una scatola. La superficie di questa scatola deve coprire all’incirca l’area del petto e della pancia. Ora fai finta che tu debba contenere i movimenti delle mani all’interno di questa scatola. Segui questa regola per evitare di eseguire movimenti troppo plateali con le mani e circoscrivere invece i gesti ad un perimetro ristretto, la scatola appunto.

Questa tecnica fu ideata dai consulenti di Bill Clinton per aiutarlo a controllare i movimenti ampi che era solito eseguire con le mani durante i suoi discorsi e che potevano trasmettere nel pubblico un senso di inaffidabilità.
La sfera

Divarica leggermente le dita della mano e fai finta che stai reggendo una sfera o un pallone davanti a te. Questa tecnica era molto usata da Steve Jobs e, nella teoria elaborata dal Centro per il Linguaggio del Corpo, serve per esprimere una posizione dominante e autoritaria di fronte all’interlocutore.
La piramide

Questa posizione è molto semplice: posiziona le mani a forma di piramide facendo in modo che i polpastrelli delle dita si tocchino. Questa postura rappresenta l’esatto opposto di ciò che si fa quando si è nervosi ovvero gesticolare e muovere le mani di continuo. Grazie alla posizione fissa e stabile, questo gesto comunica sicurezza di sé e rilassamento. Attenzione però a non assumere una espressione del viso arrogante o potresti sembrare spocchioso ottenendo così un effetto controproducente.
Posizione di controllo
Se non sei seduto ma devi stare in piedi mentre tieni la tua presentazione, questa postura potrebbe tornarti utile. Ancora una volta, serve a comunicare sicurezza e controllo della situazione. Consiste nel divaricare leggermente le gambe fino a raggiungere più o meno la stessa larghezza delle spalle.
Palmi verso l’alto

Per comunicare un senso di onestà e apertura verso l’interlocutore posiziona i palmi delle mani verso l’alto. La celebre conduttrice Oprah Winfrey utilizza spesso questa Tecnica per creare connessione ed empatia con il pubblico.
Palmi verso il basso

Se, invece, voltiamo i palmi verso il basso, ecco che il significato trasmesso a livello non verbale diventa di forza e assertività. È un gesto tipicamente usato in situazione di panico, quando occorre calmare le persone con un messaggio forte ed efficace, oppure, come spesso da Obama, per quietare la folla dopo un inarrestabile applauso.
Piedi stabili
Che tu voglia tenere i piedi in posizione di controllo oppure camminare, tieni presente che è opportuno tenere una postura composta. Non intrecciare le gambe e non giocherellare con i piedi assumendo posizioni poco stabili, rischi infatti di minare l’autorevolezza con cui stai trasmettendo il messaggio.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come utilizzare la comunicazione non verbale a tuo vantaggio, per comunicare sicurezza e autorevolezza, possano tornarti utili la prossima volta che dovrai parlare in pubblico. Hai già sperimentato queste tecniche e vuoi darci un tuo parere? Hai domande o dubbi? Contattaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
19/03/2018

Parlare in pubblico è forse una delle ansie maggiori che abbiamo. Alcuni nascono con una dote innata da comunicatori, altri iniziano a sudare freddo e ad avere palpitazioni al solo pensiero di dovere parlare di fronte a più di una o due persone. Come in molti casi, la pratica e il ricorso a specifiche tecniche può aiutare molto a migliorare degli aspetti in cui siamo carenti. Ci sono delle tecniche che è possibile seguire per migliorare il public speaking e, seppure non saremo mai alla stregua di Martin Luther King, potremo evitare quelle fastidiose sensazioni di azzeramento della saliva e voce tremolante che ci colgono regolarmente quando ci rivolgiamo a più persone.

Abbiamo trattato in passato di alcune tecniche utili a comunicare in pubblico raccontando una storia. Ci sono poi diversi trucchi che si possono usare per allontanare l’ansia, compresi esercizi per rilassare il corpo o esercizi mentali che ci aiutano psicologicamente ad affrontare questa situazione.

Quello su cui vogliamo soffermarci in questo articolo sono invece delle tecniche di comunicazione in pubblico legate alla PNL (programmazione neuro linguistica). Si tratta di una disciplina nata negli Stati Uniti che lega tratti del linguaggio, della psicologia e del comportamento per rendere la comunicazione più efficace. Chiariamo subito: non si tratta di una scienza e pertanto sono tecniche che in alcuni casi possono non avere un riscontro; il fatto che abbia avuto un’enorme diffusione e che venga insegnata anche in alcuni ambienti accademici è sufficiente tuttavia a destare curiosità a riguardo e farci spendere del tempo per capire meglio di cosa si tratta.

Con questa guida avremo quindi del nuovo materiale da aggiungere al nostro raccoglitore di documenti dedicato al public speaking.
Anchoring

La prima tecnica che vogliamo affrontare si chiama Anchoring che possiamo tradurre come ancoraggio. Il nome è evocativo del significato di tale tecnica: consiste infatti nel stabilire degli ancoraggi che riescano a legare degli stati d’animo positivi con una particolare frase o sensazione. Il trucco consiste in pratica nell’associare un pensiero o un’emozione positiva con una frase o sensazione. In questo modo saremo in grado, secondo questa tecnica, di attivare questo ancoraggio ogni qualvolta vogliamo risvegliare quella sensazione positiva.

Ecco alcuni passaggi esemplificativi del funzionamento dell’ancoraggio:

Identifica il tipo di sensazione a cui vuoi ancorare un segnale. Può essere una sensazione di gioia, di rilassamento o di fiducia in sé stessi etc.
Cerca di rivivere un momento della tua vita in cui hai provato quella determinata sensazione pensando intensamente a quella circostanza.
Concentrati per rendere quel ricordo vivido e intenso quasi come se lo stessi vivendo nuovamente.
Scegli un ancoraggio. Può essere una frase oppure un gesto, l’importante è che sia un segnale con cui ti senti a tuo agio e che tu riesca a ricollegarlo efficacemente alla sensazione che stai ricordando.
Prova a ripetere questi passaggi anche giornalmente finché non vedrai l’ancoraggio scelto rievocare con naturalezza quella sensazione.
Utilizza l’ancoraggio per richiamare quella sensazione quando pensi che si renda necessario. Ad esempio, se riesci ad associare con successo un gesto con cui ti tocchi il gomito alla sensazione di calma e tranquillità, potrai provare a richiamare questa sensazione quando ti sentirai in ansia facendo lo stesso gesto.

Future pacing

La tecnica chiamata future pacing aiuta il tuo pubblico a sintonizzarsi sulla tua stessa visione del futuro. Con futuro intendiamo lo scenario di cui stai parlando. Pensiamo ad esempio che tu debba fare un discorso che parli di cambiamento o sull’implementazione di alcune azioni che porteranno secondo te a dei cambiamenti. Con questa tecnica aiuterai il pubblico a vivere direttamente quello che stai loro raccontando. Vediamo alcuni passaggi esemplificativi per metterla in pratica:

Occorre innanzitutto riconoscere i risultati e lo status quo attuale. Se si sta comunicando un cambiamento si dovrà innanzitutto esprimere riconoscimento per quanto si è fatto fino ad ora, per gli sforzi profusi e per i risultati ottenuti.
Arriva poi la parte centrale di questa tecnica: portare con sé l’audience verso il futuro prospettato. Per ottenere questo effetto occorre utilizzare una forma del linguaggio che porti lo spettatore a immedesimarsi nella situazione futura. Ad esempio, se tu fossi il boss di una società che produce smartphone e vuoi riconvertire la produzione per produrre assistenti vocali, un esempio di come imposterai il discorso alla tua organizzazione può essere il seguente: “Immaginate che tra un anno vogliate fissare un appuntamento, ordinare una pizza oppure regolare il riscaldamento della vostra casa e che possiate fare tutto questo con un semplice comando vocale…”.
La fase finale consiste nel riconoscere quanto importante e migliorativo può essere lo scenario futuro. Per riprendere l’esempio precedente, potrai dire: “sarebbe un passo in avanti incredibile nel modo in cui svolgiamo le nostre mansioni quotidiane…”.

Swish

Lo swish consiste in uno strumento che può mutare i gli schemi mentali e i comportamenti. Fa leva sul processo di apprendimento e cerca di replicare lo stesso meccanismo per cui apprendiamo a svolgere alcune azioni in automatico. Se identifichi uno stato che vuoi cambiare e uno stato desiderato, con questa tecnica puoi innescare lo stato desiderato.

Bisogna innanzitutto ricordare una situazione in cui ti sei sentito a disagio. Pensa, ad esempio, ad una volta in cui dovevi parlare in pubblico e hai avuto un momento di panico. Pensa poi a cosa ha scatenato quella reazione ovvero quale immagine nella tua mente ha fatto sì che ti bloccassi. Per alcuni, ad esempio, il vedere se stessi davanti ad un pubblico annoiato e che non condivide quello che stanno dicendo, piuttosto che il percepire il suono della loro voce e il sentirsi osservati da tutti, sono immagini che possono scatenare delle reazioni negative.

Lo swish prevede che identifichi bene questa immagine che la tua mente si forma e che provoca la reazione che vuoi cambiare. Dopodiché chiudi gli occhi e visualizza in grande questa immagine.

Prova poi a visualizzare un’altra immagine che, all’opposto di quella attuale, inneschi delle reazioni positive (può essere ad esempio l’immagine di te che parli in pubblico e alla fine del discorso scatta un’ovazione). Lascia ora che l’immagine positiva si insinui da un angolo in basso a sinistra fino a prevalere completamente verso l’immagine negativa.

Ripeti sempre più velocemente questo processo di sostituzione dell’immagine negativa con quella positiva fino a creare un automatismo nella tua mente. In questo modo favorirai un meccanismo per cui la prossima volta il tuo cervello utilizzerà spontaneamente l’immagine positiva.
Dissociazione

La dissociazione, molto simile allo swish, serve per prendere le distanze da un evento o una situazione che ci provoca un senso di disagio per superare la fobia e poter quindi affrontare la medesima situazione sentendoci a nostro agio.

L’ansia di parlare in pubblico si presta bene ad essere affrontata mediante questa tecnica. Vediamo quindi in alcuni passaggi come impiegare questa tecnica riferendoci in particolare al public speaking.

Come prima cosa identifica il problema e immagina la scena davanti a te come fosse proiettata in un cinema o su uno schermo. In questo caso può essere un episodio in cui parlando in pubblico hai provato una sensazione di disagio.
Una volta visualizzata la scena con distacco, come fossi uno spettatore, è possibile analizzare la situazione oggettivamente e capire quali elementi ci provocano questo malessere per provare così a ridimensionarli.
Una volta identificati gli aspetti problematici, questa tecnica prevede di modificarli aggiungendo alla scena, se necessario, degli elementi divertenti e che sdrammatizzino la situazione. Se la scena è quella in cui stai parlano in pubblico, puoi aggiungere dei caratteri giocosi come ad esempio far compiere delle azioni bizzarre al pubblico oppure far comparire degli oggetti nella stanza, palloncini ad esempio, o qualsiasi cosa possa aiutarti ad alleggerire la tensione del momento. Questa pellicola da te modificata potrai conservarla con te e proiettarla la prossima volta che ti troverai in quella situazione.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come affrontare l’ansia del parlare in pubblico possano trovare riscontro nel momento in cui ti troverai in tale situazione e vorrai superare il problema. Affronteremo in un prossimo articolo ulteriori tecniche che questa disciplina, chiamata PNL, ha messo a punto per potenziare le capacità di comunicazione individuali. Nel frattempo, se hai dei dubbi o vuoi segnalarci delle precisazioni o altre tecniche che conosci, contattaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
01/02/2018

Viking, da start-up ad azienda globale
Molti non sanno che Viking affonda le sue radici nel lontano 1960 quando, il 7 gennaio per la precisione, Rolf Ostern fonda la società a Los Angeles in California. Viking all’inizio è una piccola impresa che vende prodotti per ufficio prendendo ordini per posta, senza nessuno store fisico e operando principalmente nella costa occidentale degli Stati Uniti. Successivamente si espande a Dallas (in Texas) e a Concinnati (Ohio). In poco tempo l’attività prende piede e si sviluppa fino a raggiungere lo storico traguardo di 10 milioni di Dollari di fatturato. Da quel momento, dopo aver capito che l’attività aveva un ottimo potenziale, Rolf vuole dare una svolta al business portando nella società una figura esperta di marketing, con competenze nel settore delle forniture per ufficio. Vuole una persona che sia un leader oltre che un manager. Si rivolge così a Irwin Helford, di Chicago (Illinois), all’epoca general manager e vice presidente di un’altra società, la Reliable Office Product. Dopo un lungo confronto Rolf riesce a persuadere Irwin ad affiancarlo nella conduzione di Viking in qualità di presidente e direttore operativo. Era il 1984 e da lì a poco si sarebbe toccato il nuovo traguardo dei 12 milioni di Dollari di vendite.

Viking cresce sempre di più espandendosi per tutti gli Stati Uniti e nel 1989 Irwin e il suo team decidono che è il momento di espandersi in Europa. Il primo paese in cui approdano è il Regno Unito. Successivamente Viking si espande nei Paesi Bassi, Irlanda, italia, Francia, Belgio, Germania e Spagna. La rapida crescita e il grande successo di Viking sono da ascrivere all’utilizzo del mitico catalogo, che diventerà poi uno dei simboli di marketing dell’azienda, ad un servizio clienti fatto di attenzione maniacale ai dettagli e incredibile dedizione, prezzi competitivi, consegne in giornata e un personale sempre pieno di passione per il proprio lavoro. La sede principale a Torrance, Los Angeles, aveva addirittura una scritta appesa all’entrata: “attraverso questa porta passa il miglior personale del settore”. Negli anni successivi Viking continua stupire i clienti andando addirittura oltre le loro aspettative assicurandosi che tutti i momenti di contatto con il cliente siano impeccabili.

Arriva la quotazione al Nasdaq e le azioni vanno subito alla grande. Nel 1998, Viking è una delle società più grandi del settore con più di mille negozi e un team specializzato nella vendita “B2B” alle aziende. All’epoca, un’altra società di prodotti per ufficio, Office Depot, la quale non era presente nel panorama europeo, comincia ad ammirare la capacità con cui Viking si stava imponendo in questo mercato. Ad un certo punto una cosa è chiara: l’unione, come si dice, avrebbe fatto la forza.

Così le due società si fondono dando vita al più grande rivenditore di prodotti per ufficio al mondo. Anche se le cose da allora sono cambiate e il mercato ha attualmente delle dinamiche differenti, Irwin Helford, che è ora in pensione, continua ad essere un attivo sostenitore dello stile aziendale a cui ha improntato Viking negli anni: “fanatical service” come la ama definire lui ovvero l’eccellenza nel servizio al cliente e una cura dei dettagli quasi fanatica per quanto è portata avanti con dedizione.
La storia di Viking italia
Alcuni dei primi cataloghi stampati da Viking Italia

Abbiamo rivissuto fino a qui la storia di Viking a livello internazionale e accennato all’espansione europea; ma quando nasce esattamente Viking Italia?

Siamo nel febbraio del 1998 e il primo ufficio di Viking Italia conta 5 persone. I clienti potevano effettuare l’ordine via posta mandando una busta: oggi le cose sono un po’ diverse e la diffusione delle e-mail, dei pc e degli smartphone, lo sappiamo, ha cambiato totalmente il mondo degli acquisti. Sempre nel 1998 viene rilasciato il primo catalogo che permette di vendere circa 3.000 prodotti: un successo per l’epoca ma nulla in confronto ai 30.000 articoli venduti nel 2017!

Come la sorella maggiore, anche Viking Italia cresce velocemente e l’organico di conseguenza. L’ambiente di lavoro, a cui Viking ha sempre dedicato molta attenzione, è caratterizzato da un clima informale, spirito di squadra e voglia di imparare e mettersi in gioco. Grazie all’ottima atmosfera lavorativa il team consegue fin da subito grandi risultati. Anche se la sede principale rimane negli Stati Uniti, il presidente della società Irwin Helford si mette spesso in viaggio per visitare le filiali europee, tra cui l’Italia, e stringere la mano a tutti i dipendenti. Anche se l’atmosfera è amichevole non si perde mai di vista la professionalità. Tutto viene pianificato con attenzione. Il catalogo ufficiale dei prodotti e la sua distribuzione vengono programmati con un anno di anticipo e nulla è lasciato al caso.

La teoria del “Fanatical Customer Service”, di cui abbiamo parlato in precedenza, viene applicata fin da subito in Italia e i clienti sono stupefatti dell’attenzione e dell’assistenza che ricevono in fase di acquisto e post-acquisto. Nel 2002 è pronto il sito web: si tratta di uno dei primi portali di e-commerce dato che allora poche società vendevano prodotti online. Il portale online aggiungeva un canale di vendita importante a quelli già utilizzati fino a quel momento ovvero telefono, fax e posta. Sempre in quell’anno viene lanciato in Italia anche il brand Office Depot specializzato nelle forniture alle aziende più grosse alle quali Viking da sola non riesce a far fronte.

Arriviamo così al giorno d’oggi, vent’anni dopo, testimoni dei molti cambiamenti che il settore del materiale per ufficio ha subito in questi anni ma consapevoli che una cosa non è mai cambiata: la cura e la premura che Viking ripone nel servizio al cliente, perno fondamentale del suo progresso e del suo successo.

 

Siamo sempre entusiasti di ricevere le opinioni dei nostri clienti e come abbiamo raccontato nell’articolo, Viking ci tiene a mantenere uno standard elevato di servizio al cliente. Se hai acquistato da noi e vuoi suggerirci dei miglioramenti o semplicemente parlarci della tua esperienza d’acquisto, contattaci sulla nostra pagina Facebook Viking Italia

Notizie
13/10/2017

Per la rubrica “Successi aziendali”, questo mese vogliamo raccontare una storia imprenditoriale straordinaria. Matterino Musso, fondatore di Baladin, birreria storica acclamata sia nel nostro paese che all’estero, ci farà conoscere meglio questa splendida realtà che vanta oggi la presenza di punti vendita e produzione in tutto il mondo, compresa New York.

Conosciuto come “Teo”, è stato pioniere della birra artigianale in Italia. Negli ultimi anni la birra artigianale ha avuto un’incredibile diffusione e una costellazione di piccoli birrifici si è andata formando nel nostro paese che, seppure tradizionalmente votato al settore vitivinicolo, sta riscoprendo le qualità e le caratteristiche sensoriali uniche di un prodotto antichissimo come la birra. In questo senso, Baladin ha contribuito ad incoraggiare il diffondersi della cultura birraria facendosi oltretutto promotrice di valori importanti come la valorizzazione delle colture impiegate nella produzione, l’impiego di energia pulita e il consumo responsabile.

Se dunque avete avuto una settimana impegnativa che vi ha fatto sudare sette camicie, a parte provare a ridurre lo stress al lavoro quello che potete fare è riporre carte e documenti nel cassetto della vostra scrivania ed uscire per concedervi una gratificante birra con gli amici. Lasciamoci quindi trasportare dagli aromi luppolati e dai caratteristici sentori del malto tostato ascoltando la storia di Baladin raccontata da Teo.
Può farci una panoramica su come è nata l’azienda e sul team che la compone?
Baladin nasce nel 1986 come pub in un piccolo paese – Piozzo – affacciato sulle Langhe. Il nome mi fu suggerito da un’artista circense francese che mi aiutò a rinnovare i locali di una vecchia trattoria. Il suo significato è “cantastorie”. Nel 1996, il locale si evolve e diventa un brewpub con produzione e mescita diretta di birra. Si tratta del primo passo di un lungo percorso che porterà Baladin a diventare attore protagonista della nascita della birra artigianale in Italia. Da subito si evidenzia il suo carattere innovatore. Infatti le birre nascono per essere abbinate al cibo, tema del tutto inesplorato in quegli anni. L’obiettivo si concentra sul creare birre di grande equilibrio e profumate che potessero rappresentare una rivoluzione nell’approccio del pubblico dando di fatto una nuova dignità a questo importante prodotto della natura. Le idee innovative, i prodotti apprezzati da un vasto pubblico consapevole, hanno determinato il successo di Baladin che da piccolo produttore è oggi diventato un artigiano conosciuto in tutto il territorio nazionale e internazionale. Tutto questo senza perdere di vista l’attenzione per la filiera corta tanto da divenire birrificio agricolo impegnandosi direttamente nella coltivazione dei cereali, orzo in particolare e luppolo. Baladin è come un organismo vivente composto da un gruppo di persone che ne condividono prima di tutto il pensiero. Quasi una famiglia che ruota intorno al mio pensiero.

Può descriverci la vostra linea di prodotti e quali sono le caratteristiche che la differenziano in questo settore?
Il birrificio agricolo Baladin produce birre artigianali, non pastorizzate, ad alta fermentazione. La loro principale caratteristica risiede nel pensiero originale di essere ideate pensandole per l’abbinamento con il cibo. Spicca l’equilibrio tra gli elementi che possono in alcuni casi essere anche un complesso mix di spezie.
 Ci spiega il progetto open garden, come è nato e cosa rappresenta?
Il Baladin Open Garden è la sede del nuovo birrificio. È il riassunto della filosofia che si basa sul concetto di condivisione, di contatto con la natura e con la diffusione della cultura riconducibile alla birra artigianale. Si tratta di un luogo dove le persone possono stare assieme, in libertà e rilassarsi. Se lo desiderano possono approfondire dei temi legati al concetto di “Perché la Birra è Terra!”. Nel periodo primavera/estate, la domenica, le porte sono aperte per il picnic. Lungo un grande banco posto nei pressi della cascina storica fulcro del parco, un mercato “rac-Contadino” offre i suoi prodotti che possono essere cucinati su grandi bracieri messi a disposizione del pubblico. Per tutto l’anno, la domenica è dedicata anche alle visite dello stabilimento o più propriamente del mondo Baladin. È sufficiente prenotarsi sul sito www.baladin.it.

Ci sono stati momenti difficili? Se sì, come sono stati superati?
Ogni attività ha momenti difficili ma la filosofia è di trasformarli in opportunità. L’uomo sviluppa un senso di sopravvivenza in questi casi e il cervello ragiona più velocemente. Un esempio su tutti: agli inizi, dovendo trovare il modo di unire il birrificio (installato nel pub) alla nuova cantina di fermentazione posta a 300 metri di distanza, ha generato il primo “birrodotto d’Italia”, scavando la via principale del paese. Un problema si è trasformato in un simbolo di comunicazione fortissimo.
Com’è una sua giornata tipo al lavoro? Come descriverebbe lo stile lavorativo che adotta?
Inizio molto presto al mattino e alle 7:30 sono sempre in birrificio. Ho un programma di base ma lo modulo a seconda delle necessità che mano a mano si vengono a generare. Il nostro lavoro è di tipo flessibile. Ognuno ha un preciso incarico ma le dimensioni dell’azienda e del mio modo di intenderla inducono a impostare l’attività lavorativo in maniera trasversale. Tanta professionalità ma a disposizione di molteplici applicazioni.

Che consiglio darebbe a chi inizia ora il percorso che ha condotto lei dov’è adesso?
Di fare attenzione e di programmare molto bene ogni aspetto legato all’apertura di una nuova attività. Oggi i birrifici in Italia sono circa un migliaio e la concorrenza non manca di certo. Non ci si può improvvisare altrimenti si rischia di avere brutte sorprese lungo il cammino. Suggerisco di dare molto peso alla formazione e di investire del tempo anche per l’apprendistato in birrifici già affermati.
Baladin ha già ricevuto grandi riconoscimenti, è stata premiata come ambasciatore per la “cultura della birra del mondo” ed è, quest’anno, per la quarta volta birrificio dell’anno. partendo da qui, quali sono gli obiettivi futuri della sua attività nel breve, medio e lungo termine?
L’obiettivo primario è creare cultura e aiutare il comparto dei birrifici artigianali a non perdere la loro identità oggi sotto attacco su più fronti. Per fare questo continueremo il processo di evoluzione delle nostre birre con cui comunichiamo il nostro pensiero ai consumatori. Vogliamo nei prossimi anni aumentare le nostre quote di mercato per dare un concreto sostegno a tutto il progetto. La voglia di innovazione e i progetti sono tanti, dobbiamo creare basi solide per portarli avanti.

 

Ringraziamo vivamente Teo Musso per la disponibilità e il tempo dedicatoci. Ci ha permesso di approfondire la conoscenza di questa inebriante realtà, fornendoci dei validi spunti su come affrontare le sfide imprenditoriali.

Gli auguriamo di continuare a ottenere grandi soddisfazioni e di proseguire con successo nel diffondere la cultura della birra artigianale Made in Italy nel mondo.

Se anche voi siete interessati a far parte della nostra rubrica sui successi aziendali, vi invitiamo a contattarci tramite la nostra pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
10/11/2015

Ci sono persone che oltre al successo sono anche in grado di ispirare gli altri: sono gli story maker, per dirla con le parole del World Business Forum 2015, “persone che, trovandosi di fronte agli choc, se ne servono come trampolino di lancio per costruire qualcosa di meglio e come punti di svolta verso un futuro migliore. Sono coloro che superano il contesto” come ha dichiarato Diego Gil, managing director Europe Wobi che organizza il Forum, commentando l’indagine condotta su circa 30mila manager italiani.

Ma chi sono questi visionari story-maker che ispirano le giornate dei manager nostrani? Su tutti, come sempre, lui, Steve Jobs, l’uomo Apple, il mostro sacro universale della visionarietà. Al seguito Richard Branson, il creatore di Virgin, e poi ancora Barack Obama e Papa Francesco, figure di certo non imprenditoriali o manageriali ma non per questo non ispirazionali.

E tra gli italiani? Se si restringe il campo al nostro Paese in cima alle preferenze c’è Sergio Marchionne, l’uomo che ha trasformato Fiat in FCA, e poi Oscar Farinetti, il creatore di Eataly.

Stranieri e italiani sono accomunati da un solo, forte tratto: la visione (per il 72% degli intervistati). Staccato, molto staccato il carisma (11%) mentre fa capolino la curiosità, dote in crescita tra le qualità di un vero capo ispiratore.

E voi, da chi vi fate ispirare?