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Idee
19/11/2018

In un recente articolo, abbiamo parlato di come imparare a delegare. Questa sembra essere infatti una delle attività più difficili da svolgere al lavoro: in parte perché quando si ricopre un ruolo da tempo, si può far leva sulle conoscenze e competenze maturate con la consapevolezza di saper eseguire quel compito o mansione a dovere; in parte perché non è sempre facile abbandonare attività che si sa svolgere al meglio per lasciarle ad altri. Eppure, in un’ottica di crescita aziendale e professionale nel ruolo ricoperto, acquisiamo nuove mansioni che ci mettono alla prova, ci consentono di imparare nuove abilità e ci permettono di progredire. Per poterci quindi concentrare su queste nuove attività, svolgerle al meglio e in maniera produttiva, è molto importante riuscire a delegarne altre. Prima di delegare però, è essenziale fermarsi a pensare se qualche attività non possa essere eliminata.

Concentrati sull’essenziale
Come ci insegna Tim Ferriss, la gestione del tempo è un argomento spinoso. Da alcuni viene infatti interpretata come un’ottimizzazione dei tempi volta a inserire una maggior quantità di compiti nell’arco della giornata e viene attentamente monitorata, misurata e di conseguenza monetizzata per imparare a svolgere una data mansione in minor tempo. Una delle domande che però riteniamo sia indispensabile porci è: l’attività in questione è assolutamente necessaria? Per questo motivo, prima di delegare un compito a un altro dipendente – dove dovremo dedicare tempo anche a formazione e supervisione – è importante eliminare quelle attività che ci tengono occupati ma che magari non sono effettivamente così necessarie, evitando di delegare ad altri compiti che non servono in un’escalation di (ahimè) perdita di tempo.
Efficienza ed efficacia
Spesso tendiamo a non ricordarci la differenza tra questi due termini quando applicati a livello lavorativo. L’efficacia si manifesta in quelle attività che consentono a noi o all’azienda di progredire e di raggiungere i rispettivi obiettivi. L’efficienza è lo svolgimento corretto di una data mansione. A chi non è capitato, ad esempio, di controllare le email anche 20 volte al giorno e costruire un elaborato sistema di cartelle, se non di raccoglitori documenti, per poterle gestire bene e vedere la posta in arrivo finalmente vuota? Sicuramente, si tratta di un’attività dove regna ordine e dedizione. Sicuramente è efficiente. È altrettanto importante però chiederci se tale sistema sia efficace: ossia, è un’attività che consente a noi e all’azienda in cui lavoriamo di raggiungere i rispettivi obiettivi e di migliorare la produttività? Con questo esempio, non intendiamo spronare nessuno a non leggere più le email, ma a imparare a riconoscere le proprie inefficienze per cercare di eliminarle lasciando spazio a ciò che realmente serve e soprattutto allo sviluppo dei propri punti di forza.

Esercizi da compiere
Per aiutarci a individuare quelle attività da eliminare che magari ci rendono efficienti ma non efficaci e produttivi, può venirci in aiuto qualche semplice esercizio. Ad esempio, potremmo chiederci quali attività compieremmo se, per qualche motivo, fossimo costretti a lavorare solamente tre ore al giorno. In tal modo, riusciremmo a individuare immediatamente ciò che dobbiamo portare a compimento: quelle mansioni essenziali, da svolgere nelle prime ore di lavoro e che, se completate, ci consentiranno di avere una sensazione di appagamento a fine giornata. Oppure, potremmo mettere un promemoria sulla scrivania per ricordarci di NON eseguire quelle attività che invece ci occupano del tempo a scapito di ciò che è realmente importante. Anche evitare il multitasking è un consiglio che viene spesso proposto perché focalizzando l’attenzione su una sola mansione, la si svolgerà meglio, con maggiore dedizione e con conseguente maggiore gratificazione.
Delegare e automatizzare
Come abbiamo detto, senza stancarci di ripeterlo, prima di delegare e anche automatizzare un’attività, è importante capire se tale compito sia essenziale o se possa invece essere eliminato. Come ci suggerisce lo stesso Tim Ferriss nelle sue pubblicazioni sul tema, mai automatizzare qualcosa che può essere eliminato e mai delegare qualcosa che può essere automatizzato. Prima di aggiungere altre persone nel flusso di lavoro per consentirci di aumentare e ottimizzare la nostra produttività, liberando tempo da dedicare a ciò che mette in risalto i nostri punti di forza, è necessario ridefinire regole e procedure.

Regole d’oro
Per prima cosa, ogni compito da delegare deve essere un’attività che richiede tempo e che sia ben definita. È importante essere specifici e dare istruzioni precise, chiarendo da subito possibili dubbi per non lasciare spazio a diverse interpretazioni dell’attività da svolgere. È essenziale verificare e supervisionare il lavoro in fase di avanzamento richiedendo un aggiornamento e impostando una scadenza, possibilmente con largo anticipo in modo da “aggiustare il tiro”, rimediare a eventuali errori e mantenere la tabella di marcia se l’attività fa parte di un progetto con scadenze verso terzi. La procedura del delegare va quindi ben studiata con un’attenta riflessione volta a eliminare ciò che è superfluo semplificando e ottimizzando i compiti che svolgiamo prima di delegarli a un nostro collega in un’ottica di efficacia, rendimento aziendale e maggiore produttività complessiva.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare a capire cosa fare prima di delegare uno dei compiti che svolgi quotidianamente. Ma vogliamo anche sapere la tua opinione in merito: hai applicato alcune di queste raccomandazioni o ne hai altre da proporre? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
16/07/2018

Oltre a fornire gli strumenti necessari per lavorare, dalla cancelleria alla carta per fotocopie fino ai supporti informatici, l’azienda che vuole curare la qualità dell’ambiente di lavoro deve fare leva soprattutto sugli aspetti immateriali. Un’ambiente di lavoro sereno e motivante è un ingrediente fondamentale per migliorare le performance sia del team che del singolo lavoratore. Sempre più aziende mettono in primo piano il benessere psico-fisico dei propri dipendenti e negli ultimi anni si sono susseguiti moltissimi studi che trattano di questi aspetti mettendo in evidenza tutti i benefici che l’azienda nel suo insieme ne può trarre.

Anche qui alla Viking abbiamo intrapreso iniziative mirate a creare un clima di lavoro positivo come l’esperimento del distributore automatico di felicità. Un lavoratore felice è più produttivo e svolge con più dedizione il suo lavoro. Per questo abbiamo raccolto alcuni metodi utili a facilitare il benessere e la soddisfazione in ufficio.

Ogni traguardo va celebrato
Uno dei modi più semplici ed efficaci per motivare una persona è riconoscerne i meriti e l’impegno. Sotto questo aspetto molte aziende istituiscono delle iniziative per celebrare i risultati raggiunti sia dal team che a livello personale. Spesso vengono organizzati dei meeting con cadenza regolare per festeggiare i risultati economici raggiunti, l’apporto di un team al risultato e singoli lavatori che si sono distinti durante quel periodo. Riconoscere il lavoro svolto al raggiungimento di determinati obbiettivi è di certo importante ma altrettanto fondamentale è riconoscere l’impegno e la dedizione quotidiana per creare un ambiente motivante e positivo. Basta poco, da una semplice e-mail per ringraziare del lavoro svolto ad una stretta di mano per di persona, per quanto banale possa sembrare il gesto in realtà può significare molto per chi lo riceve.
Lavoro di squadra

Oltre a ricevere il giusto riconoscimento dai propri superiori, è molto importante avere il supporto da parte di tutti i membri del team. L’opinione dei colleghi conta molto ed ha lo stesso effetto stimolante delle parole spese dal management o dal proprio capo. Supportarsi a vicenda favorisce il formarsi di un sano spirito di squadra e rafforza il legame tra colleghi, cosa che può portare anche a migliorare la qualità dei risultati e l’efficienza. Un ambiente sereno e informale favorisce anche la nascita di legami di amicizia, fattore questo che aiuta a stare meglio in ufficio e a condividere in modo sincero opinioni e punti di vista.
Flessibilità sul lavoro
Un altro tema molto sentito è la conciliazione tra vita e lavoro. Sempre più aziende adottano uno schema di orario flessibile per cui il lavoratore può, in alcuni casi, personalizzare l’orario di lavoro in base alle sue esigenze. A volte questa flessibilità può giovare molto alla persona che è così in grado di coniugare impegni personali e lavorativi. Diventa così possibile curare gli aspetti familiari senza rinunciare alla vita lavorativa e l’azienda ottiene anche in questo caso un lavoratore più motivato e con un benessere psico-fisico più elevato.
Condividere gli obbiettivi
Per creare un’ambiente sereno e motivante non va dimenticata l’importanza del coinvolgimento. Condividere le informazioni con tutti i membri del team è fondamentale per farli sentire parte di un unico gruppo e renderli partecipi degli obbiettivi finali. Ad esempio, la creazione di una newsletter aziendale è un mezzo semplice ma efficace per aggiornare tutti sulle ultime novità e sviluppi avvenuti in azienda. Per creare questo coinvolgimento, ogni dipendente deve sentirsi parte integrante dell’organizzazione e avere la sensazione che, nel proprio piccolo, sta lavorando per il raggiungimento di un obbiettivo comune, in linea con il la strategia complessiva dell’azienda.

Fare formazione
Quando un lavoratore è felice è molto più coinvolto e produttivo. Per motivare un lavoratore in questo senso, uno dei metodi più efficaci è investire nella sua formazione e nell’acquisizione di nuove skills per favorire il naturale sviluppo delle proprie capacità e competenze. Se un lavoratore mostra interesse verso un particolare ambito o per un determinato ruolo aziendale, l’azienda dovrebbe incoraggiarlo e supportarlo nel percorso professionale. Fare quello che ti piace, anche in ambito lavorativo, rende il lavoro meno pesante e accresce la produttività. Per questo ognuno dovrebbe essere portato, con il supporto dell’azienda, a intraprendere un percorso in base ai propri interessi e alle proprie inclinazioni.
Piccoli riconscimenti
Infine, ricordiamo l’efficacia di piccoli riconoscimenti, anche materiali, dati regolarmente ai lavoratori. Offrire qualcosa da bere il venerdì, organizzare degli eventi social, mettere a disposizione il caffè o la colazione gratuitamente, organizzare dei training o sessioni di yoga, sono tutti esempi di come si può migliorare l’ambiente di lavoro e il benessere dei lavoratori.

 

Qui alla Viking speriamo che questi consigli su come migliorare la felicità sul posto di lavoro possano tornare utili e siano fonte di ispirazione per aziende e datori di lavoro che mirano a curare il benessere del lavoratore.
Vuoi suggerirci qualche altro consiglio che trovi particolarmente efficace? Raccontaci la tua esperienza sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
12/04/2018

Il mondo del pallone appassiona moltissimi tifosi per le prodezze tecniche dei calciatori e gli esempi di sportività e gioco di squadra di cui ci rende spettatori. Ma è anche è un mondo fatto di episodi meno nobili e, se vogliamo, un ambiente di lavoro che concede ai suoi dipendenti qualche libertà in più rispetto alle stringenti regole a cui sono sottoposti i lavoratori in ufficio. Con i mondiali di Russia alle porte, abbiamo voluto ripercorrere alcuni degli episodi più sensazionali con protagonisti gli allenatori.

Anche se sono i giocatori ad essere sovente nel mirino dei media, per comportamenti discutibili dentro o fuori dal campo, alcuni degli episodi più eclatanti della storia di questo sport sono avvenuti a bordocampo. Sono proprio gli allenatori che sotto il peso della responsabilità per il risultato, dovendo rendere conto ai tifosi da una parte e alla dirigenza dall’altra, spesso perdono le staffe esibendosi in comportamenti bizzarri.

Vi ricordate l’audace corsa di Mazzone o la furia di Delio Rossi? Qui alla Viking abbiamo raccolto alcuni degli episodi più famosi avvenuti nei campionati europei e ci siamo chiesti come sarebbero gli allenatori, con gli stessi atteggiamenti estremi che adottano in campo, nei panni di manager d’azienda in un ambiente di lavoro con regolamenti molto più rigidi. Chissà quanti fascicoli interni le risorse umane dovrebbero aprire, stipando il classificatore per cartelle di procedimenti disciplinari per i comportamenti non idonei all’ambiente di lavoro.

Dato che le illustrazioni ci piacciono molto, dopo le recenti vignette realizzate per noi da Julia Bereciau, abbiamo chiesto a Emanuel Wiemans, celebre illustratore olandese già autore di lavori per Heineken, Philips, Ben & Jerry’s (solo per citarne alcuni), di illustrare per noi questi episodi.
Osvaldo Danzi, recruiter ed esperto di risorse umane, fondatore del magazine SenzaFiltro e della Business Community FiordiRisorse, già collaboratore di Wired Italia, ha commentato con noi questo divertente parallelismo tra panchina e ufficio.
SERIE A
ROSSI – LJAJIC
Delio Rossi e Ljajic si azzuffano © Viking

Al 32’ minuto di Fiorentina-Novara, il 2 maggio del 2012, l’allenatore dei viola Delio Rossi, che sta perdendo 2-0 in casa, decide di sostituire Ljajic con Olivera. Il trequartista serbo, mentre raggiunge la panchina, si lascia scappare un applauso ironico rivolto al tecnico. Rossi gli si scaglia contro mettendogli le mani in faccia. I suoi collaboratori cercano di trattenerlo ma Delio Rossi è incontenibile, colpisce Ljajic e, tra pugni e sberle, da inizio ad uno scontro degno di un ring. Delio Rossi viene esonerato e squalificato per 3 mesi.
Abbiamo immaginato il tecnico come un manager d’azienda, che dopo un commento di un dipendente gli si scaglia contro generando una rissa tra le scrivanie dell’ufficio. Sappiamo che solitamente il contratto collettivo sanziona, con il licenziamento, infrazioni gravi come la rissa in azienda. Al di là del deplorevole comportamento, una reazione di questo tipo non si addice al ruolo professionale del manager che deve essere una figura carismatica capace di gestire anche gli aspetti più complicati delle relazioni che intercorrono in azienda.
CARLO MAZZONE
Carlo Mazzone corre imprecando © Viking

È il 30 settembre 2001. Carlo Mazzone nel corso di un vivace derby Brescia-Atalanta si lancia in una cavalcata verso la curva avversaria insultando i tifosi che nel corso della partita lo avevano provocato. Il giudice sportivo punì Mazzone con 5 giornate di squalifica.
Eccolo Mazzone, nei panni di un marketing manager, che corre come un pazzo verso il reparto produzione per sbraitare contro il collega forse responsabile di aver creato un prodotto difettoso.
In un ambiente di lavoro è normale che vi siano momenti di tensione e incomprensioni tra colleghi. Nel caso dei manager, che rappresentano figure con più esperienza e con un grado di responsabilità maggiore, ci i aspetta però un comportamento adeguato alla carica che ricoprono, compresa la capacità di controllo dello stress, proprio per fare da esempio al personale gestito.
LIGUE
DAVID LE FRAPPER
David Le Frapper rivolge un commento sessita © Viking

Era il 2015, dopo la partita Valenciennes-Laval, David Le Frapper fece un commento sessista verso l’arbitro donna Stephanie Frappart che non aveva assegnato un rigore secondo lui valido, dicendo: “…una donna che viene ad arbitrare uno sport maschile…è complicato…non dovresti svolgere una professione non adatta a te…”. Le Frapper venne sanzionato con due giornate di squalifica per questa dichiarazione.

Non è la prima volta che il campionato francese vede uno dei suoi protagonisti esporre commenti discriminatori. Nel 2014 l’allenatore del Bordeaux Willy Sagnol fece un commento di stampo razzista riguardo i calciatori africani. Sagnol affermò “…Il vantaggio dei giocatori africani è che sono più economici e pronti per combattere in campo. Ma il calcio vuole anche tecnica, intelligenza e disciplina. Devi avere tutte queste caratteristiche”.
Dopo le molte battaglie per la parità dei sessi e l’uguaglianza di trattamento, soprattutto per quanto riguarda il mondo del lavoro e le opportunità di carriera, comportamenti di questo tipo non dovrebbero fare parte dello stile manageriale e, anzi, dovrebbero essere sempre combattuti e deprecati.
ALLENATORI OLANDESI
Nel caso dell’Olanda abbiamo analizzato due episodi che hanno visto come protagonisti allenatori olandesi che lavorano in campionati esteri.
GUUS HIDDINK
Hiddink con atteggiamento avaro in ufficio © Viking

L’allenatore della Russia Guus Hiddink, fu condannato da un tribunale olandese a 10 mesi di reclusione con la condizionale a ad una multa di 45.000 euro per evasione fiscale. Hiddink aveva evaso il fisco per 1,4 milioni di euro tra il 2002 e il 2003.
Hiddink è rimasto nella memoria dei tifosi italiani per il famigerato ottavo di finale degli azzurri contro la Corea del Sud, di cui era allenatore. Era il 2002 e l’incontro arbitrato da Byron Moreno costituirà uno degli episodi più eclatanti del presunto pilotaggio di quel mondiale.

Eccolo come manager d’azienda, con aria avara si guarda bene dal versare la propria quota nella raccolta soldi per il regalo di un collega.
LOUIS VAN GAAL
Louis van Gaal infligge una multa per il ritardo a pranzo © Viking

Marouane Fellani, giocatore del Manchester United, dichiarò nel 2015 che l’allenatore Louis van Gaal aveva multato alcuni giocatori per essere arrivati a pranzo con un ritardo di un solo minuto. Van Gaal è sempre stato al centro dell’attenzione di molti giornalisti  sportivi per gli atteggiamenti piuttosto originali. Ad esempio, dopo le partite era solito mandare delle mail ai giocatori allegando video e immagini degli errori che avevano commesso in partita. Secondo Luca Toni, durante il periodo al Bayer Monaco, l’allora allenatore Van Gaal si calò addirittura i pantaloni davanti ai giocatori come gesto autoritario.
Nei panni di un manager, immaginiamo van Gaal che sanziona i dipendenti che si presentano in ritardo alla mensa aziendale. Comportamento alquanto insolito e che di sicuro muoverebbe moltissime lamentele da parte dei poveri lavoratori.
BUNDESLIGA
NORBERT MEIER
Norbert Meier stramazza al suolo dopo aver tirato una testata © Viking

Era il 2005 quando Norbert Meier allenatore del Duisburg scagliò una testata al calciatore avversario del Colonia Albert Streit prima di lasciarsi cadere al suolo simulando di aver subito un’aggressione. Il tecnico fu squalificato per 3 mesi e multato per 12.500 euro. Immaginiamo Meier che nel corridoio degli uffici stramazza al suolo dopo aver dato una testata ad un collega. Il bizzarro siparietto, alquanto improbabile e inaspettato per un manager, verrebbe sanzionato molto severamente dai vertici di una società.

Il campionato tedesco ha vissuto un altro momento saliente di follia sul campo nel maggio del 2000: l’allenatore Eugen Hach della Alemannia Aachen mise le mani al collo all’attaccante brasiliano Franklin nella partita contro Energie Cottbus. Venne squalificato per tre mesi e multato di 15.000 Marchi.
LA LIGA
MOURINHO – VILANOVA
Mourinho infila le dita negli occhi a Vilanova © Viking

In questo episodio passato alla storia, Jose Mourinho mise le dita negli occhi dell’assistente allenatore del Barcellona, che reagì spintonandolo, durante un incontro della Supercoppa di Spagna. L’allenatore portoghese perse il controllo dopo un brutto intervento del difensore del Real Madrid Marcelo su Cesc Fabregas, giocatore del Barcellona. Mourinho e Vilanova furono multati dalla federazione di calcio spagnola per la somma di 600 Euro cadauno, a cui si aggiunsero le multe inflitte dalle società ai due allenatori: 180 euro per Mourinho e 90 euro per Vilanova.
FRANK RIJKAARD
Frank Rijkaard sfonda il vetro con un pugno © Viking

Nel 2007, durante lo scontro contro l’Espanyol, finito con una sconfitta 3-1, Frank Rijkaard, che allenava il Barcellona, sfondò con un pugno la panchina con una reazione stizzita al secondo gol degli avversari.

Osvaldo Danzi, specialista HR e con una lunga esperienza nel settore, ha commentato con noi questi episodi.
A COSA ANDREBBE INCONTRO UN MANAGER COMPIENDO QUESTE AZIONI IN AMBIENTE DI LAVORO?
Questi esempi sono la dimostrazione che anche nello sport, come nelle aziende, non sempre i comportamenti sono virtuosi e che continuare a prendere come riferimento lo sport per promuovere lo spirito di squadra, il fair play, l’attenzione alle regole è poco più di una moda che HR manager poco fantasiosi si tramandano di stagista in stagista. Da Mourinho a Mazzone al più recente episodio capitato a Valentino Rossi o in tempi ancor più lontani la testata di Zidane a Materazzi, o ancora la famosa “mano de Dios” di Maradona evidenziano che la competizione a livelli professionali è fortemente caratterizzata da episodi deplorevoli e da manager vincenti sul campo ma perdenti eticamente. Atteggiamenti di questo tipo in aziende strutturate non sarebbero mai accettati e anzi, sarebbero sanzionati pesantemente. In questo mi sento di dire che l’azienda è molto più rigorosa dei campi da gioco.
COME SI PUÒ PROMUOVERE LA RISOLUZIONE DEI CONFLITTI?
Non si dovrebbe mai arrivare a questo livello di tensione in azienda. Un capo deve saper gestire i propri collaboratori con grande obbiettività. Là dove il carattere non aiuta, vengono in soccorso corsi di formazione (ormai tantissimi), coaching personale e attività di team building per insegnare alle persone a lavorare insieme. Certo, se a questi corsi i capi sono sempre assenti (come spesso accade) il risultato non può che essere inadeguato.
RICORDA DI EPISODI SIMILI DI CUI SEI VENUTO A CONOSCENZA NELLA TUA CARRIERA?
A parte qualche episodio di mobbing che in certe aziende è piuttosto frequente quando non si ha la capacità di gestire collaboratori non più graditi, mi viene da pensare a tutti quei Top Manager che hanno la necessità di farsi accompagnare da propri collaboratori fidati quando cambiano azienda, facendo licenziare tutti coloro che magari avevano competenze ma sicuramente una conoscenza migliore dell’azienda mutuata magari da tanti anni di militanza. Ecco, quel tipo di manager lo trovo piuttosto penoso perché evidenzia una chiara incapacità di adattamento, ha la necessità di replicare all’infinito il suo modello in tutte le aziende in cui viene chiamato a collaborare, ma soprattutto sente la necessità di non dover rispondere ad obiezioni, circondandosi di collaboratori con cui l’accordo è chiaro fin da principio.
CHE PROBLEMI AVREBBE UN MANAGER CHE COMPIE QUESTE AZIONI A TROVARE UN NUOVO LAVORO?
Probabilmente fino a qualche anno fa difficilmente si sarebbe venuto a sapere di comportamenti poco leciti nel percorso di un manager. Oggi i social e i canali di comunicazione sempre più alla portata di tutti, permettono di verificare referenze e di far circolare le notizie in modo veloce e molto diretto. Credo che convenga a tutti i manager lavorare molto attentamente sulla propria reputazione.

Ringraziamo Osvaldo Danzi per l’opinione esperta ed Emanuel Wiemans per le bellissime illustrazioni. Hai mai assistito ad episodi simili nella tua vita lavorativa? Vuoi raccontarci di un avvenimento in particolare che ti è rimasto impresso? Puoi scriverci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
01/02/2018

Viking, da start-up ad azienda globale
Molti non sanno che Viking affonda le sue radici nel lontano 1960 quando, il 7 gennaio per la precisione, Rolf Ostern fonda la società a Los Angeles in California. Viking all’inizio è una piccola impresa che vende prodotti per ufficio prendendo ordini per posta, senza nessuno store fisico e operando principalmente nella costa occidentale degli Stati Uniti. Successivamente si espande a Dallas (in Texas) e a Concinnati (Ohio). In poco tempo l’attività prende piede e si sviluppa fino a raggiungere lo storico traguardo di 10 milioni di Dollari di fatturato. Da quel momento, dopo aver capito che l’attività aveva un ottimo potenziale, Rolf vuole dare una svolta al business portando nella società una figura esperta di marketing, con competenze nel settore delle forniture per ufficio. Vuole una persona che sia un leader oltre che un manager. Si rivolge così a Irwin Helford, di Chicago (Illinois), all’epoca general manager e vice presidente di un’altra società, la Reliable Office Product. Dopo un lungo confronto Rolf riesce a persuadere Irwin ad affiancarlo nella conduzione di Viking in qualità di presidente e direttore operativo. Era il 1984 e da lì a poco si sarebbe toccato il nuovo traguardo dei 12 milioni di Dollari di vendite.

Viking cresce sempre di più espandendosi per tutti gli Stati Uniti e nel 1989 Irwin e il suo team decidono che è il momento di espandersi in Europa. Il primo paese in cui approdano è il Regno Unito. Successivamente Viking si espande nei Paesi Bassi, Irlanda, italia, Francia, Belgio, Germania e Spagna. La rapida crescita e il grande successo di Viking sono da ascrivere all’utilizzo del mitico catalogo, che diventerà poi uno dei simboli di marketing dell’azienda, ad un servizio clienti fatto di attenzione maniacale ai dettagli e incredibile dedizione, prezzi competitivi, consegne in giornata e un personale sempre pieno di passione per il proprio lavoro. La sede principale a Torrance, Los Angeles, aveva addirittura una scritta appesa all’entrata: “attraverso questa porta passa il miglior personale del settore”. Negli anni successivi Viking continua stupire i clienti andando addirittura oltre le loro aspettative assicurandosi che tutti i momenti di contatto con il cliente siano impeccabili.

Arriva la quotazione al Nasdaq e le azioni vanno subito alla grande. Nel 1998, Viking è una delle società più grandi del settore con più di mille negozi e un team specializzato nella vendita “B2B” alle aziende. All’epoca, un’altra società di prodotti per ufficio, Office Depot, la quale non era presente nel panorama europeo, comincia ad ammirare la capacità con cui Viking si stava imponendo in questo mercato. Ad un certo punto una cosa è chiara: l’unione, come si dice, avrebbe fatto la forza.

Così le due società si fondono dando vita al più grande rivenditore di prodotti per ufficio al mondo. Anche se le cose da allora sono cambiate e il mercato ha attualmente delle dinamiche differenti, Irwin Helford, che è ora in pensione, continua ad essere un attivo sostenitore dello stile aziendale a cui ha improntato Viking negli anni: “fanatical service” come la ama definire lui ovvero l’eccellenza nel servizio al cliente e una cura dei dettagli quasi fanatica per quanto è portata avanti con dedizione.
La storia di Viking italia
Alcuni dei primi cataloghi stampati da Viking Italia

Abbiamo rivissuto fino a qui la storia di Viking a livello internazionale e accennato all’espansione europea; ma quando nasce esattamente Viking Italia?

Siamo nel febbraio del 1998 e il primo ufficio di Viking Italia conta 5 persone. I clienti potevano effettuare l’ordine via posta mandando una busta: oggi le cose sono un po’ diverse e la diffusione delle e-mail, dei pc e degli smartphone, lo sappiamo, ha cambiato totalmente il mondo degli acquisti. Sempre nel 1998 viene rilasciato il primo catalogo che permette di vendere circa 3.000 prodotti: un successo per l’epoca ma nulla in confronto ai 30.000 articoli venduti nel 2017!

Come la sorella maggiore, anche Viking Italia cresce velocemente e l’organico di conseguenza. L’ambiente di lavoro, a cui Viking ha sempre dedicato molta attenzione, è caratterizzato da un clima informale, spirito di squadra e voglia di imparare e mettersi in gioco. Grazie all’ottima atmosfera lavorativa il team consegue fin da subito grandi risultati. Anche se la sede principale rimane negli Stati Uniti, il presidente della società Irwin Helford si mette spesso in viaggio per visitare le filiali europee, tra cui l’Italia, e stringere la mano a tutti i dipendenti. Anche se l’atmosfera è amichevole non si perde mai di vista la professionalità. Tutto viene pianificato con attenzione. Il catalogo ufficiale dei prodotti e la sua distribuzione vengono programmati con un anno di anticipo e nulla è lasciato al caso.

La teoria del “Fanatical Customer Service”, di cui abbiamo parlato in precedenza, viene applicata fin da subito in Italia e i clienti sono stupefatti dell’attenzione e dell’assistenza che ricevono in fase di acquisto e post-acquisto. Nel 2002 è pronto il sito web: si tratta di uno dei primi portali di e-commerce dato che allora poche società vendevano prodotti online. Il portale online aggiungeva un canale di vendita importante a quelli già utilizzati fino a quel momento ovvero telefono, fax e posta. Sempre in quell’anno viene lanciato in Italia anche il brand Office Depot specializzato nelle forniture alle aziende più grosse alle quali Viking da sola non riesce a far fronte.

Arriviamo così al giorno d’oggi, vent’anni dopo, testimoni dei molti cambiamenti che il settore del materiale per ufficio ha subito in questi anni ma consapevoli che una cosa non è mai cambiata: la cura e la premura che Viking ripone nel servizio al cliente, perno fondamentale del suo progresso e del suo successo.

 

Siamo sempre entusiasti di ricevere le opinioni dei nostri clienti e come abbiamo raccontato nell’articolo, Viking ci tiene a mantenere uno standard elevato di servizio al cliente. Se hai acquistato da noi e vuoi suggerirci dei miglioramenti o semplicemente parlarci della tua esperienza d’acquisto, contattaci sulla nostra pagina Facebook Viking Italia

Idee
01/04/2015

Pensiamo (quasi) sempre che il lavoro sia quell’attività che inizia e finisce quando ‘timbriamo il cartellino’, e invece sempre più head hunter e responsabili del personale delle aziende cercano nei curricula esperienze e passioni in grado di raccontare chi siamo, come ci comportiamo nelle situazioni di stress, se abbiamo doti di leadership, se siamo potenzialmente buoni manager o se semplicemente siamo degli ottimi, disciplinati membri di una squadra (qui intanto i 6 consigli per scrivere un CV ottimale).

Perché vi raccontiamo questo? Perché recentemente ci siamo imbattuti in un post interessante scritto da Maurizio Napolitano su Che Futuro, il blog che parla di innovazione e sviluppo digitale in Italia. Maurizio Napolitano è un ricercatore nel settore degli Open Data e dei beni digitali, ed è anche un allenatore. Di giorno è in ufficio, la sera si mette in tuta e allena squadre di pallavolo, e nel post traccia un interessante parallelo tra le doti e le competenze richieste a un allenatore e quelle necessarie per essere un buon leader e manager in azienda.

Ecco alcuni quote (il post completo si può leggere qui)
Alla pallavolo devo molto, da giocatore mi ha insegnato lo spirito di sacrificio, a sapere apprendere dalle sconfitte e a confrontarmi con i miei limiti e collaborare con le persone.

Allenare vuol dire essere leader e gestire persone. Non è semplice e si hanno grandi responsabilità.

Da allenatore ho imparato che, per essere un leader, devi essere prima di tutto te stesso.

Acquisire consapevolezza del proprio potenziale è una caratteristica importante quando si riveste un ruolo di leadership.

La leadership porta poi ad avere potere, e da qui la necessità di imparare a gestirlo.

Sottolineare gli errori non è sicuramente il modo migliore per aiutare nella crescita individuale, anzi, spesso diventa l’alibi migliore per credere di aver risolto problemi.

Un leader deve essere in grado di gestire e valorizzare le caratteristiche e i ruoli di ogni singolo componente di un gruppo.

Ufficio
20/01/2015

In un clima economico sempre più competitivo e veloce, per manager e aziende diventa sempre più importante capire le dinamiche delle relazioni interpersonali e il modo in cui incidono sulla produttività e sull’efficienza delle organizzazioni. In questo sono spesso aiutati da studi psicologici come quello condotto da Edgar H. Schein, psicologo, professore della MIT Sloan School of Management e autore di “L’arte di fare domande. Quando ascoltare è meglio che parlare” (Guerini edizioni, pp. 138, 16 euro) intervistato da Alice Facchini per Repubblica.
Come si può far sì che la comunicazione funzioni?
“In una cultura che privilegia l’affermazione rispetto alla domanda, dobbiamo imparare a chiedere di più. In un mondo sempre più complesso, interrelato e culturalmente diversificato, non possiamo illuderci di comprendere persone di cultura professionale, lavorativa e nazionale diversa, se non sappiamo fare domande e costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco”

Il libro di Schein è particolarmente utile a chi occupa posizioni di leadership, perché la difficoltà nel domandare cresce di pari passo con l’aumentare del livello gerarchico. “Quello che scegliamo di domandare, quando lo domandiamo, con quale atteggiamento lo facciamo, sono tutti elementi chiave per la costruzione della relazione, per la comunicazione e per l’efficacia nel raggiungimento degli obiettivi”.

L’autore fornisce anche alcuni consigli concreti. Innanzitutto, è meglio fare domande aperte, che non presuppongono un semplice “sì” o “no” come risposta. Conviene essere sempre sinceri, senza tenere nascosta nessuna informazione. Chiedere all’interlocutore di fornire un esempio a ciò che dice è inoltre un modo efficace per mostrare curiosità e anche per chiarirsi le idee riguardo a un’affermazione troppo generica. Se si fa una domanda in un contesto di gruppo è importante consentire a ciascuno di prendere la parola.

E quando, invece, siamo noi ad essere interrogati? Prima di rispondere, suggerisce Schein, è bene informarsi su cosa l’altra persona voglia effettivamente sapere, senza dare per scontato nulla.