Idee
26/11/2020

Facebook non assume quelli troppo sicuri di sé. Non importa che siano i più bravi nel loro campo ma, come dichiarato da Janelle Gale, vicepresidente delle risorse umane di Facebook, se sono troppo convinti delle proprie capacità, competenze e potenzialità non troveranno posto nella società di Menlo Park. E quando si parla di Facebook si parla del miglior posto di lavoro al mondo, almeno secondo la classifica del Best Places to Work Tour di Glassdoor.
Secondo Gale c’è solo un modo per essere assunti da Facebook: essere propensi a imparare. Ovvero dimostrare curiosità intellettuale e propensione a mettersi in discussione. Se qualcuno si presenta pensando di essere “una spanna sopra tutti gli altri”, ha già più di un piede fuori dalla porta di Gale.
La spiegazione di questa strategia di recruiting è stata data dalla stessa Gale nel corso del webinar organizzato proprio da Glassdoor: se infatti assumere le persone giuste è importante per qualunque azienda, lo è ancora di più per le società tech che guardano più che altro a un futuro tutto da immaginare, tanto come prodotti quanto come modello di business. Per questo chi si dimostra troppo convinto delle proprie certezze e competenze fa scattare immediatamente un campanello d’allarme
“Cerchiamo chi ha voglia di apprendere, persone che siano abituate a farlo alla svelta, intellettualmente curiose e costantemente vogliose di ampliare la loro conoscenza” ha dichiarato Gale. “Persone che cercano attivamente delle opinioni e sono aperti a riceverle”.
Facebook, come anche le altre società tecnologiche, non ha bisogno di persone molto brave nel loro settore in questo momento, ma persone disposte a diventare le più brave e competenti in un domani ancora da venire. Persone disposte a cambiare mindset, a gestire informazioni nuove e trovare soluzioni nuove.
E la stessa Gale ha ammesso di avere alcune domande trabocchetto per smascherare i saputelli. Domande sulle esperienze passate da cui Gale si aspetta risposte su ciò che si ha imparato, non su ciò che si ha fatto. Perché è la “capacità di incorporare nuove conoscenze e informazioni in tutto quello che stai facendo che consente a Facebook di muoversi più velocemente, perché significa che i nostri dipendenti stanno imparando più velocemente“.

Notizie
23/11/2020

Deutsche Bank vuole tassare di più chi lavora da casa. O meglio: secondo gli analisti dell’istituto tedesco lo smartworking sarebbe un privilegio da tassare (del 5% in più esattamente) come risarcimento alla società. No, non ora che lo smartworking è un obbligo o una soluzione pro-tempore legati alla pandemia da Coronavirus. Ma prima o poi la pandemia finirà, e in molti già dicono che l’ufficio, per come lo conoscevamo, non sarà più lo stesso. Cioè, in molti probabilmente decideranno che lavorare da casa è la nuova normalità e – spiega la nota del team guidato da Luke Templeman – “per questo a nostro parere chi sceglie questa modalità dovrebbe pagare per questo privilegio”. Il tutto per generare sussidi da erogare a favore di quei lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa.
Tutto ciò che ha comportato il COVID per lo smart working è stato analizzato a fondo: minori perdite di tempo nel tragitto casa e lavoro, minor inquinamento, anche minori spese per i lavoratori. Ma anche conseguenze meno positive, dalla difficoltà di coordinare interi team in remoto a quelle legate alla produttività dei team e fino alla percezione di isolamento e perdita di socialità confessata da molti lavoratori. Di fatto oltre il 50% di chi ha dovuto ricorrere allo smart working per via della pandemia dichiara che vorrebbe continuare a lavorare da casa almeno un paio se non tre giorni a settimana. E questo, per i ricercatori della Deutche Bank sarebbe un privilegio: meno spese per gli spostamenti, meno spese per i pranzi e i pasti in genere, meno spese anche per l’abbigliamento e le attività collaterali, dall’aperitivo alla cena di lavoro. In cambio vantaggi come maggiore sicurezza e flessibilità. Tutte cose viste come un plus dai favoreggiatori dello smart working. Però c’è anche un altro lato della medaglia: meno presenze negli uffici significa anche una contrazione dell’economia nel suo complesso. È Il paradosso soprattutto per le metropoli, da Milano a Londra, che lottano da anni contro il congestionamento ma ora che si sono svuotate si rendono conto di non poterne fare a meno.
Ma chi pagherebbe la “tassa smartworking” secondo gli analisti di Deutsche Bank? Il datore di lavoro, se è una scelta aziendale, il lavoratore, se invece è una sua richiesta. E gli introiti andrebbe a formare un fondo per i lavoratori disagiati che durante la pandemia hanno perso il posto di lavoro perché impossibilitati a lavorare da remoto. E, sempre secondo DB, si parla di 48 miliardi di dollari l’anno negli USA e 16 miliardi di euro in Europa. Sarà questa la soluzione?

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Idee
20/11/2020

Cambiare lavoro dopo i 50 anni è qualcosa da far tremare i polsi. Perché molto è già stato fatto, spesso consolidando una posizione professionale. E perché in fondo manca poco alla fine della maratona della propria vita professionale. E sarebbe un ’bout come arrivare al 30° chilometro di una maratona e decidere di prendere un’altra strada, forse più lunga, sicuramente non conosciuta. Ma questa è anche un ’bout un’impostazione “vecchia”, figlia ancora dei tempi in cui il posto di lavoro di una vita era uno, forse due, al massimo tre nei casi più eclatanti. Ma il mondo è cambiato, corre più veloce, e sempre più persone, uomini e donne, pensano di cambiare lavoro dopo i 50 anni. Le motivazioni sono le più diverse: insoddisfazione economica, bisogno di un maggior equilibrio personale o famigliare, priorità modificate, talvolta i figli che ormai sono fuori casa (o quasi), spesso anche perché il lavoro lo si è perso e si vuole uscire da un settore che non garantisce più le prospettive di un tempo. E così si comincia a rimuginare di darci un taglio e cambiare, radicalmente. Sì può fare? Sì, si può fare, gli esempi non mancano. Ma per riuscirci davvero ed evitare un salto nel vuoto senza paracadute bisogna pianificare tutto bene, fuori e dentro di sé. Cominciando da questi 11 punti:

1. Pensa bene ai motivi
Possono essere oggettivi: perdita del lavoro, o fatturato dell’attività crollato perché il mondo è cambiato (per esempio quanto successe a chi noleggiava le videocassette). Oppure soggettivi: stanchezza e repulsione rispetto a un mondo professionale, desiderio di dedicarsi alle proprie passioni (avete presente i concorrenti di MasterChef?) o di trovare un nuovo equilibrio di vita. Qualunque sia la motivazione deve essere ben chiara e soprattutto molto forte. Sognare di lavorare su un’amaca alle Hawaii non è una motivazione nè chiara né forte.

2. Pensa alle conseguenze
Non solo quelle positive che ti spingerebbero a cambiare lavoro a 50 anni subito. Pensa a quelle negative: situazione finanziaria, conseguenze pensionistiche, necessità di cambiare casa, città, frequentazioni, orari.

3. Pensa se vuoi davvero cambiare lavoro
Nel senso di fare totalmente altro, oppure se l’insoddisfazione nasce dalla realtà in cui lavori e basterebbe anche solo cambiare azienda. A volte potrebbe bastare anche questo, e allora le strategie per cambiare lavoro dopo i 50 anni cambiano radicalmente.

4. Non fare tutto da solo
Se hai famiglia parlane con moglie e figli. Se hai ancora i genitori confrontati anche con loro. Parlane anche con gli amici, quelli veri. Ciascuno di loro ti darà un punto di vista diverso, alcuni ti sproneranno, altri cercheranno di dissuaderti: chiedi loro di specificare bene le loro motivazioni, scrivile su un foglio di carta, e poi meditaci sopra a lungo. Scoprirai aspetti a cui non avevi pensato.

5. Interpella un consulente professionale
Se puoi permettertelo, chiedi una consulenza a un mentore. Guidare le scelte di carriera è il loro lavoro, e potrebbero essere soldi spesi bene.

6. Valuta il settore in cui vorresti lavorare
Va bene seguire le proprie passioni e tirar fuori i vecchi sogni dal cassetto, ma devono anche funzionare dal punto di vista economico. Considera che più o meno avrai davanti a te ancora 20 anni di lavoro, e devono essere 20 redditizi per prepararti alla pensione.

7. Fai un bilancio delle competenze
Quelle che hai acquisito e che potrebbero tornarti utili e quelle che invece non hai e che sono indispensabili. Se hai fatto il manager per 25 anni e ora vuoi dedicarti alla ristorazione potrebbero tornarti utili le capacità gestionali, ma se non hai mai nemmeno spadellato ti servirà seguire un corso di cucina.

8. Considera se ti serve della formazione “ufficiale”
Titoli, diplomi, patentini, certificazioni: per molte professioni sono ancora indispensabili e obbligatorie per legge. Se hai sempre sognato di vivere in montagna e vuoi fare la guida turistica potresti dover seguire un corso e ottenere un patentino come accompagnatore di media montagna, o guida turistica certificata. Altrimenti è abusivismo della professione.

9. Considera l’età
Già, non dovrebbe essere così, la selezione del personale non avrebbe avere nessun vincolo discriminatorio. Ma se pensi di fare il Social Media Manager è bene aver chiaro che le aziende di quel settore assumono solo profili giovani. Non lo dicono apertamente, ma quando trovi scritto “candidato dinamico” è quello che intendono: persone giovani. E passare del tempo sui social non è la chiave per trovare lavoro in quel settore.

10. Ricreati un’identità professionale
Dovrai riscrivere da capo il tuo curriculum. Togliendo ciò che non serve, aggiungendo ciò che può interessare. A volte si tratta di competenze specifiche, altre di softskill. Lo stesso vale se decidi di metterti in proprio: pensa a cosa potrebbe farti scegliere dai tuoi ovi, potenziali clienti, e insisti su quello.

11. Fatti conoscere
Un nuovo profilo Linkedin, delle nuove pagine social, un nuovo curriculum, magari un sito Web se decidi di metterti in proprio. Farsi conoscere è l’unico modo per trovare nuove opportunità di lavoro. E ciò che sei stato prima non serve più (o serve molto poco).

12. Cogli le occasioni
Forse la cosa più importante. Mente aperta, sguardo vigile, e capacità di vedere le potenzialità. Era un altro mondo, ma Ray Kroc, l’inventore del McDonald’s, aveva più di 50 anni quando smise di vendere polverine per il frappé. A 63 anni aveva creato il suo impero.

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Idee
17/11/2020

Ci risiamo. In molte regioni è di nuovo lockdown. Non duro e assoluto come in primavera, ma comunque tale da stravolgere le nostre vite sotto ogni punto di vista: relazionale, famigliare, professionale. Chi può è costretto allo smart working, che mette al riparo dai rischi di contagio ma isola le persone, taglia i ponti delle relazioni, comprime le famiglie tra le quattro mura di casa. Chi non può fare smart working continua ad andare al lavoro, fronteggiando ogni giorno il rischio di ritrovarsi positivo. E in più mancano le tradizionali valvole di sfogo: una pizza in famiglia o con gli amici, lo shopping, il cinema, una serata tra amiche, la palestra, la partita di calcio. Provare ansia da lockdown è quindi inevitabile, o quasi, date anche le incertezze, tanto sulla fine della pandemia quanto sulla situazione economica generale. Ma come fare? Qualche indicazione viene dall’OMS, che ha addirittura creato un nuovo termine, pandemic fatigue, o sindrome da iperstanchezza cronica correlata alla pandemia.

1. Prendere il buono che viene dal nuovo lockdown

In tutte le cose c’è qualcosa di buono, basta mettersi nella giusta disposizione d’animo per saperlo riconoscere. I ritmi rallentati, il maggior tempo a disposizione con la famiglia e i figli, la possibilità di leggere finalmente quel libro sul comodino da anni, di prendersi cura di sé, di cucinare meglio, più sano, avendo più tempo a disposizione… Ciascuno può trovare qualcosa di positivo a cui aggrapparsi e farlo diventare un nuovo valore della propria vita, magari con la prospettiva di farlo durare anche dopo il lockdown.

2. Accettare l’incertezza

L’incertezza è di questo mondo, a maggior ragione davanti a eventi come questa pandemia. Non sapere quando finirà, non sapere come finirà, sentire pareri discordanti, dati difformi, informazioni opposte sono tutte manifestazioni di questa incertezza. Razionalizzare sempre tutto non si può, e cercare di farlo compulsivamente leggendo e ascoltando tutto crea solo stress. E dallo stress nasce l’ansia.

3. Spegnere la TV

La TV fa il suo mestiere: catturare l’attenzione. E non c’è nulla al momento che catturi l’attenzione più che le notizie sulla pandemia. Ma essere bombardati tutto il giorno, tutti i giorni, dalle informazioni sulla pandemia può a lungo generare angoscia, che è la paura che tracolla. E allora, anche se siamo chiusi in casa per molte ore al giorno, conviene spegnere la TV, selezionare pochi momenti di aggiornamento al giorno (o poche fonti di aggiornamento) ed evitare di vivere travolti dal flusso delle notizie che si susseguono minuto dopo minuto. Qualche ora di musica, un film, o anche il silenzio non faranno di certo peggiorare le cose nel mondo. Ma le faranno migliorare di sicuro dentro di sé.

4. Muoversi

Il movimento è endorfinico, stimola la produzione degli ormoni del buonumore. Vero, tante cose non si possono più fare, ma l’attività motoria e quella sportiva sono permesse. E fanno bene. Non che si debba cominciare a fare sport proprio in questa situazione, ma infilarsi un paio di pantaloni comodi della tuta e fare una bella camminata intorno a casa, nelle vie meno frequentate o in un angolo si verde se è a portata di mano, può solo fare del bene. Magari al mattino, prima di cominciare la giornata in smart, o in pausa pranzo, durante le ore di maggior luce: sembra poco, ma è tantissimo, e può cambiare le giornate.

5. Concedersi qualche peccato di gola

Sì, i peccati di gola non sono il massimo della salute, ma il comfort food si chiama così proprio perché fa bene all’umore (più che alla salute). Insomma concedersi uno strappo alla regola di tanto in tanto è un modo per coccolarsi, per spezzare la catena della tensione, per ritagliarsi un momento per sé, un piccolo premietto. Nella giusta misura, non sarà quel cioccolatino prima del caffè a far tracollare la situazione. Anzi.

6. Prendersi cura di sé

Sembra in contrasto col punto 5, ma no. Qualche peccato di gola presuppone che tutto il resto sia amore e attenzione per la propria salute. Mangiare sano, acquisire buone abitudini quotidiane, dormire il giusto, fare un ’bout di movimento (vedi punto 4) sono tutte buone azioni nei propri confronti che possono aiutare a rompere la spirale di tensione e dirsi che in fondo la fine della pandemia ci troverà nella nostra forma migliore.

Idee
13/11/2020

Eh sì, anche quest’anno è arrivato il momento dei regali di Natale aziendali. Praticamente non ce ne siamo nemmeno accorti, presi come siamo da tutte le vicende e vicissitudini dell’emergenza Coronavirus, ma il Natale quando arriva, arriva. Come recita una famosa pubblicità. E anche quest’anno siamo qui, a poco più di un mese, a pensare ai regali di Natale aziendali. Con una differenza, sostanziale: quest’anno sarà tutto diverso, se non proprio inedito.
Escluso fare il giro di clienti e fornitori con i cadeaux in mano, un rito forse poco sentito ma fondamentale nella relazione con chi lavora con noi o per noi. Molto difficile anche pensare di confezionare i regali in ufficio, dal classico cesto natalizio di specialità gastronomiche a ogni altro pensiero: se ancora si va in ufficio – e sì, in molti ancora vanno in ufficio – poi sarebbe quantomeno complicato gestirne la spedizione, con tutto quello che comportano le misure anti-COVID.
Per questo la vera risorsa di questo Natale 2020 per i regali aziendali potrebbero essere i siti di e-commerce specializzati in prodotti da ufficio. Scegliere, acquistare e spedire gli omaggi natalizi aziendali direttamente online è un ottimo modo di risparmiare tempo, gestire la flessibilità obbligata dalle norme anti-COVID, tenere sotto controllo il budget e poter sfruttare appieno le potenzialità di marketing di questo momento. Perché diciamo la verità: il Natale è una festività sentitissima, ma i regali di Natale aziendali hanno prima di tutto un obiettivo di marketing. Poi sì, ci sono collaboratori, clienti e partner con i quali il rapporto è qualcosa di più e di oltre una mera relazione professionale, e che talvolta sfiora l’amicizia: ma queste sono le eccezioni alla regola, e come tali vanno trattate.
Detto tutto ciò, cosa regalare a Natale come azienda anche in quest’anno caratterizzato dal Coronavirus? I cesti natalizi vanno sempre per la maggiore, sono sempre graditi, difficilmente si sbaglia (a meno che chi lo riceve non abbia particolari intolleranze o idiosincrasie alimentari) e raramente il pensiero finisce sprecato.
Poi ci sono i cosiddetti gadget, o prodotti da ufficio di uso quotidiano. Non faranno gridare “wow” dalla gioia ma agende, calendari, penne, memorie USB, portapenne da scrivania sono sempre utili e graditi. Con un grande vantaggio: possono essere personalizzati con il logo o il nome dell’azienda, e sono un grande strumento di Pubblicità Tramite Oggetto. E la PTO è uno dei più potenti strumenti di marketing ancora a disposizione. Il tutto con un costo accessibile se non contenuto.
Alla logica della PTO risponde anche l’abbigliamento, sempre con logo e nome dell’azienda. Ovviamente una t-shirt di cotone con il nome della propria PMI è un ’bout troppo cheap, ma cappellini invernali di tessuto tecnico sintetico, guanti, giacche antivento, marsupi e borselli non sono affatto cheap e in qualche modo si usano sempre.
Infine non bisogna dimenticare che con i regali di Natale aziendali si possono comunicare anche i valori della propria azienda. Un messaggio che va oltre la semplice consapevolezza del marchio. Per esempio questo potrebbe essere l’anno dei dispositivi di protezione individuali (dalle mascherine alle visiere in plastica e fino al gel igienizzante): un buon modo per dire che si tiene alla salute dei propri dipendenti e dei propri clienti e fornitori. Oppure, se si è deciso per una svolta green, anche le borracce in acciaio o alluminio potrebbero essere un ottimo regalo di Natale aziendale: ormai tutti ne fanno gli usi più diversi e sono un ottimo modo di comunicare i valori e la responsabilità sociale della propria azienda.

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Idee
12/11/2020

Non tutti e non sempre se ne rendono conto. Non sempre la cosa è esplicita. Ma quando si lavora è un continuo scambiarsi dei feedback. O dei ritorni di informazioni, per dirlo in italiano. “Mi ordini il file per importanza dei clienti per favore?” è un feedback. “Questo lavoro fa schifo” è un feedback, come anche “Ottimo lavoro”. Anche “Ci sono tutte le informazioni che ti avevo chiesto?” è un feedback. Ma seppur di esperienza comune queste frasi possono suscitare diverse se non opposte reazioni: apprendimento, frustrazione, gratificazione, sfiducia. E gli esempi possono essere infiniti. E a complicare le cose bisogna aggiungere che i feedback sono bidirezionali (dall’alto verso il basso e viceversa), espliciti ma anche impliciti (il famoso linguaggio non verbale).

Sempre più nella selezione dei candidati, nella costruzione dei team, e nella gestione delle aziende si presta importanza alle soft skill, e il feedback è proprio una di queste. C’è una vasta letteratura scientifica sul tema del feedback, sulla sua efficacia, e sulle modalità e i tempi in cui fornirlo. Letteratura a cui si aggiunge ora un nuovo libro, “Grazie del Feedback” di Andrea Laudadio e Francesco Nicodemo, da cui si possono estrapolare 8 regole semplici ed efficaci per migliorare la propria capacità di fornire e ricevere i feedback.

1. Il feedack deve essere specifico. Dire: “Questo lavoro fa schifo” non consente di capire in cosa si è sbagliato. Dire: “Questo file è inutile perché mancano i dati sulla popolazione” dice sostanzialmente la stessa cosa (il lavoro è stato inutile) ma con un’informazione specifica sul perché e su ciò che occorre fare.

2. Il feedback deve essere chiaro. Banalmente: troppe informazioni sono peggio che poche informazioni. Se per correggere un lavoro spiegano le decine di passaggi necessari a farlo si ottiene il risultato di perdere l’attenzione di chi ascolta.

3. I feedback non devono essere troppi. La definizione di troppi o pochi è molto variabile, ma insomma non è che si può passare ogni 10 minuti dietro la scrivania a commentare quello che uno sta facendo. Altrimenti è come giocare alla Playstation. Occorre dare indicazioni iniziali, lasciare il tempo di elaborarle e provare a metterle in pratica, e poi intervenire poche volte ma in modo sostanziale.

4. Il feedback deve creare empatia. Un giudizio di valore sul lavoro (“Fa schifo”) o sulla persona (“Non sei capace”) sono feedback che non creano empatia, generano frustrazione, non consentono miglioramento né autonomia. “No, vorrei per favore che ci fossero anche queste informazioni senza le quali è inutile, lo puoi rifare?” è un modo diverso, empatico, di dire comunque che il lavoro è da rifare.

5. Ci sono i momenti giusti per il feedback, e quelli sbagliati. Spiegare all’ultimo minuto prima di uscire dall’ufficio, magari dopo un paio di ore di straordinario, quello che non funziona in un lavoro da rifare il giorno dopo è sostanzialmente inutile. Meglio farlo il mattino successivo presto e subito, a mente lucida, immediatamente prima di rimettersi al lavoro.

6. Per dare e ricevere un feedback occorre avere obiettivi chiari: a cosa serve questo lavoro? Qual è il percorso da compiere? Che miglioramenti ci aspettiamo?

7. I feedback che funzionano sono quelli che pongono domande. “A cosa serve questo documento?”. “Quali informazioni deve contenere?”. “Perché?” sono tutte domande aperte che stimolano il ragionamento, la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità da parte di chi deve eseguire quel compito.

8. Esiste anche il feedback del feedback. Banalmente: “Ti è tutto chiaro?” è una domanda che che stimola una risposta e incita a esprimere i propri dubbi. “Adesso fallo” è un feedback che chiude la comunicazione, senza la certezza che ciò che si è spiegato sia stato davvero capito.

Idee
08/11/2020

Per trovare lavoro serve autostima. Sì, servono anche competenze, un pizzico di fortuna, tenacia, un curriculum scritto come si deve e tutto il resto, Ma lo stato mentale, l’atteggiamento mentale, può fare molto per influire su tutti quei punti. A dirlo è Lorenzo Cavalieri, Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring, in un interessante articolo su Il Sole 24 Ore che parte dal vissuto profondo di chi sta cercando un lavoro. L’assunto è semplice: se cerchi lavoro è perché non ce l’hai, oppure quello che hai non ti soddisfa, sia economicamente che come prospettive di crescita. Nell’uno come nell’altro caso questo si traduce da un lato con un senso di privazione (il vecchio slogan “voglio ciò che mi spetta”?) e dall’altro con un senso di inadeguatezza e sconfitta (“non riesco ad avere ciò che vorrei”).

Privazione e difetto che si rimbalzano tra di loro e si traducono in 3 atteggiamenti:

Scarsa autostima
Risentimento sociale
Pessimismo

Tradotto: se non trovo lavoro è colpa mia, sbaglio e sono un incapace. Anche gli altri però non mi aiutano. È tutto perso, tanto vale lasciar stare.

Ma come influisce questo stato d’animo sulle possibilità di trovare un lavoro? Influisce nella misura in cui, consapevolmente o meno, comunichiamo negatività, sfiducia, scoramento a chi dovrebbe valutarci ed eventualmente assumerci. E nella testa, e negli occhi, dei selezionatori non ci sono solo le hard skill ma anche le soft skill. Anzi, le seconde sono diventate nel tempo sempre più preponderanti nella scelta di un profilo professionale. E a parità di competenze (e forse, se non spesso, anche non a parità di competenze) un selezionatore, un datore di lavoro, un responsabile delle risorse umane propenderà sempre per chi ha un atteggiamento propositivo e ottimista rispetto a chi, nelle parole e negli atteggiamenti, esprime rassegnazione, rabbia, sfiducia.

Idee
04/11/2020

La DAD, la Didattica A Distanza, è tornata tra noi. Con il nuovo DPCM del 3 novembre gli studenti delle scuole secondarie superiori, e probabilmente anche molti delle medie, tornano a fare lezione da casa, davanti allo schermo del computer. Ora, la didattica a distanza non è scuola, questo è pacifico, ma se al primo lockdown ha trovato impreparati molti se non tutti, sia docenti che studenti e famiglie, ora il “primo tempo” di questa partita con le conseguenze del Coronavirus l’abbiamo già giocata, e dobbiamo farne tesoro. Pensare di replicare esattamente ciò che accade in classe nella modalità da remoto non funziona, esattamente come non funziona replicare la vita e le dinamiche da ufficio con lo smart working. Servono strategie nuove, diverse, smart e in qualche modo creative. Come queste 3 idee per sfruttare appieno la DAD.

1. Rivedere gli orari
Nessuno è in grado di seguire con profitto 5 o 6 o più ore di lezione stando seduto davanti allo schermo di unn computer. La scuola ha suoi tempi, compresi quelli di ricreazione, e così deve essere anche per la DAD: se ci sono 2 ore di fila di una stessa materia se ne può dedicare una parte alla spiegazione e una parte al lavoro, anche in autonomia e scollegati.

2. Coinvolgere gli studenti
Chiedere loro di preparare una presentazione multimediale, di cercare un video su un determinato argomento, di esporre un argomento alla classe sono tutti modi per variare il ritmo, il tono e il modo delle lezioni.

3. Mantenere il senso di comunità
Non si può più lavorare fisicamente a gruppi, in aula come a casa, ma bisogna contrastare il rischio di atomizzare gli studenti, isolandoli nella loro solitudine. Gli strumenti per collaborare online esistono, occorre stimolare i ragazzi a trovare nuovi modi per lavorare assieme.

Notizie
03/11/2020

Se c’è una cosa che ha funzionato, almeno dal punto di vista dell’aumento dei volumi e dei guadagni, in questa pandemia, è l’e-commerce: dal lockdown duro di marzo e aprile, durante il quale l’unico modo per ricevere beni anche semplicemente essenziali alla vita di tutti i giorni era ordinarli online, ai nuovi comportamenti della Fase 2, in cui molti hanno rinunciato al giro per negozi e preferito gli acquisti da computer, è senza dubbio l’e-commerce uno dei protagonisti di questi tempi nuovi e inediti. E però se tutti parlano di Bezos, e di quanto ha guadagnato in questo periodo, non tutti pensano che in fondo l’e-commerce può essere un’opportunità a portata di mano. Almeno per chi la vuole implementare.
Non è così però per 8 PMI su 10 in Italia, secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano: il 76% delle imprese italiane di piccole e medie dimensioni non effettua vendite online, e solo il 15% delle aziende ha un proprio sito o una propria App attraverso la quale vendere i propri prodotti.
Un handicap che potrebbe acuirsi in questo inverno 2020/2021 segnato da continue incertezze sulla ripartenza: se davvero ripartirà la stagione dei lockdown, parziali, temporanei o territoriali che siano, chi sarà in grado di raggiungere gli acquirenti a casa anziché aspettare che vengano a sé avrà senza dubbio un vantaggio competitivo da mettere in campo per fronteggiare le difficoltà