Idee
23/05/2019

Phubbing è un neologismo inglese formato dalle parole phone (telefono) e snubbing (snobbare) ed è la forma di disinteresse e disattenzione più subdola e pericolosa di questi tempi. Anche in ambito professionale e lavorativo. Secondo la definizione data dallo studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” condotto da James Roberts e Meredith David e pubblicato su Computers in Human Behavior, il phubbing è quell’atteggiamento, il phubbing è un atteggiamento di disinteresse al limite della maleducazione, che consiste nel trascurare gli altri controllando continuamente lo schermo dello smartphone. Una barriera fisica, quella del cellulare, e un motivo di distrazione che si frappone in qualunque situazione sociale – da una cena con gli amici alla camera da letto e ovviamente le situazioni professionali – e che è stata provata sulla propria pelle dal 43% delle persone intervistate nello studio citato.

Ciò che è emerso (inevitabilmente, verrebbe da dire) è che ignorare chi ci sta di fronte prestando attenzione solo al nostro smartphone genera inevitabilmente conflitti tra le persone: notifiche, chat, messaggi e tutto quanto appare sul display dello smartphone diventano più importanti della relazione diretta con chi ci sta intorno, e questo diventa devastante quando ci si trova all’interno di relazioni di lavoro. Il collega che passa e non degna di uno sguardo perché concentrato sul cellulare, la riunione che diventa improduttiva perché tutti impegnati a gestire altre cose tramite lo smartphone, il cliente che non si sente valorizzato perché stiamo nel frattempo rispondendo a messaggi sul telefono: sono solo 3 degli infiniti esempi del modo in cui la pervasività degli smartphone può generare conflitti sociali e relazionali anche laddove i sentimenti dovrebbero non influire minimamente. E quando si creano tensioni personali, dovute anche alla scortesia che il phubbing comporta, all’interno del team di lavoro, è il momento in cui le cose cominciano ad andare davvero male, la produttività cala, l’azienda perde competitività e diventa difficile invertire il trend.

Che fare allora contro il phubbing? Di ricette infallibili non ne esistono, però già vietare i cellulari durante le riunioni è una buona prassi che i manager dovrebbero favorire, così come quella di creare momenti di interazione personale, dalla quale sono esclusi i telefonini, all’interno dei quali i dipendenti possono e devono sviluppare innovate relazioni personali.

Idee
21/05/2019

Andare in vacanza a giugno ha i suoi vantaggi. Certo 1 italiano su 3, più o meno, stando alle statistiche, farà ancora una volta le vacanze ad agosto, molti non per scelta ma perché possono godere delle ferie solo quando l’azienda chiude. Ma per fortuna ci sono anche persone che possono scegliere e decidere di fare le vacanze a giugno, anticipando quel salutare break nei ritmi frenetici di un anno di lavoro e potendo godere di numerosi vantaggi, non solo economici.
5 vantaggi dell’andare in vacanza a giugno
Sono almeno 5 i vantaggi dell’andare in vacanza a giugno

1. Costa meno

Sì, inutile negarlo, a giugno non è ancora altissima stagione e in molte località non è nemmeno alta stagione. Conseguenza inevitabile? I prezzi sono decisamente più bassi, spesso addirittura della metà per quanto riguarda le sistemazioni.

2. C’è meno gente

Non bisogna svelare troppo il segreto, ma in vacanza a giugno si vive decisamente meglio. Meno traffico di villeggianti, meno folla in spiaggia, meno gente in giro in montagna, meno code nei musei. Sì, ci sono in giro principalmente stranieri, in particolare tedeschi, austriaci e francesi.

3. I bambini si rilassano subito

Chi ha figli lo sa: finisce la scuola e i bambini hanno bisogno di tempo libero, relax, stare con i genitori, divertirsi, svagarsi. Insomma, cambiare aria e ritmi: certo ci sono i vari camp estivi, ma una bella vacanza in famiglia è in fondo quello che i bambini desiderano di più dopo aver fatto il loro dovere negli studi.

4. Il tempo (dovrebbe) essere ottimo

Giugno non è ancora così caldo come luglio, ma non dovrebbe nemmeno più essere temporalesco come maggio o come la fine di agosto. Insomma, il tempo perfetto per una vacanza sia al mare che in montagna e ovviamente nelle città d’arte. Se poi si punta a sud, dal sud Italia alle regioni equatoriali, è anzi il momento migliore dal punto di vista delle temperature.

5. Si lavora ad agosto

Sì, c’è poi la conseguenza che si lavora ad agosto. Ma quando tutti sono in vacanza, le città si sono svuotate, e c’è molto meno da fare, anche i ritmi di lavoro sono decisamente più rilassati e si può vivere meglio anche quel paio di settimane in cui tutti gli altri sono in vacanza.

Idee
17/05/2019

Sono numerosi gli aspetti che entrano in gioco quando cerchiamo un lavoro o desideriamo una promozione all’interno dell’azienda in cui svolgiamo la nostra professione. Uno strumento che può senz’altro aiutarci nella progressione che vorremmo è il networking. In passato, abbiamo già affrontato la tematica fornendoti dei consigli su come svolgere le attività di networking con efficacia. Avevamo sottolineato quanto sia importante a volte – oltre alle competenze acquisite – conoscere personalmente qualcuno in grado di offrirci un aiuto concreto a livello lavorativo. Oggi, vogliamo affrontare un altro aspetto legato al networking e in particolare, come eseguirlo in base alle diverse fasi in cui ci troviamo nel nostro percorso professionale.
Perché differenziare il networking in funzione delle diverse fasi della carriera?
Ci potrà sembrare che il networking sia un’attività in cui si incontrano semplicemente persone con cui discutere del proprio percorso professionale. In realtà, non tutti i tipi di networking sono uguali. Oltre a modalità completamente diverse di svolgerlo, esistono anche approcci e tecniche diverse in base al risultato che si vorrebbe raggiungere. Dall’ottenere il primo lavoro fino a ricoprire ruoli di più elevato livello all’interno di un’organizzazione, il networking è una parte essenziale della carriera professionale e in ogni fase, deve possedere obiettivi diversi e di conseguenza, tecniche adatte. Ad esempio, la capacità di lavorare sodo per acquisire esperienza può essere una modalità appropriata all’inizio della nostra carriera ma non necessariamente ciò che ci consentirà di ottenere una promozione in una fase successiva. Per questo, il networking richiede una serie di abilità distinte. Vediamo quindi nel dettaglio quali sono per riuscire a padroneggiarle a dovere.
Il networking nei primi anni
Quando siamo alla ricerca del nostro primo impiego, è bene farlo sapere a quante più persone possibili. È importante crearsi una solida rete partendo dalle persone che conosciamo: amici, parenti, professori universitari, responsabili che ci hanno seguito nel corso di uno stage e così via. È inoltre cruciale che sappiano il percorso di studi che abbiamo seguito, il settore in cui vorremmo lavorare e la posizione ricercata in modo che se ne ricordino in successive conversazioni con terzi o qualora stiano scorrendo eventuali annunci di lavoro. Il fattore età può essere un altro importante aspetto da sottolineare. Spesso le aziende sono alla ricerca di nuove leve mosse da entusiasmo e a cui offrire formazione e crescita. È importante quindi sforzarsi per creare una rete estesa, facendosi conoscere e ponendo in risalto le caratteristiche per le quali potremmo offrire un contributo positivo a un’eventuale azienda.

Come ottenere una promozione con il networking
Sono ormai diversi anni che ricopriamo il ruolo per il quale siamo stati assunti. Abbiamo imparato molto, siamo cresciuti e ci sentiamo sicuri nello svolgere le attività di cui siamo responsabili. Desideriamo metterci in gioco, continuare a crescere e ottenere una posizione di maggior livello. In poche parole, siamo pronti a chiedere una promozione. Il networking rappresenta sempre un ottimo strumento per aumentare la propria visibilità. In fondo, sono sempre persone quelle che ti accorderanno una promozione e la comunicazione della tua volontà può già essere un’ottima tecnica in tal senso. Il tuo desiderio potrebbe essere esaudito già dopo una conversazione alla stampante laser! Il networking può anche aiutarti ad acquisire quelle competenze necessarie al ruolo che speri di ottenere. Ad esempio, puoi venire a conoscenza di corsi di formazione da seguire o di conferenze a cui partecipare per approfondire le tue competenze attingendo direttamente da esperti del settore. Inoltre, il networking è una tecnica in grado di sviluppare profondamente le soft skill, ossia quelle competenze trasversali necessarie nel mondo del lavoro al pari di quelle tecniche. Se vorresti, ad esempio, ricoprire una posizione da team leader, il networking può aiutarti a rafforzare l’abilità nel rapportarti con gli altri.
Il networking negli stadi avanzati della carriera
Anche qui, il networking è essenziale per comunicare il tuo desiderio di avanzamento. Ad esempio, potrebbe essere arrivato il momento di ricoprire un ruolo manageriale: in questo caso, è importante svolgere il networking anche con persone al di fuori dell’azienda, con addetti all’assunzione di personale con competenze di leadership e con persone influenti all’interno del tuo settore. Il networking è inoltre fondamentale qualora tu decida di voler metterti in proprio. Uno degli aspetti con cui fare i conti se si lavora in maniera indipendente è proprio l’isolamento che porta spesso a essere lontano da colleghi e potenziali opportunità. Il networking, in questo caso, non solo ci offre un ottimo strumento per creare una solida rete di persone con le quali confrontarci ma ci consente di far conoscere la nostra azienda o attività suscitando l’interesse di potenziali clienti.

L’importanza dell’interazione umana
In un’era sempre più focalizzata sull’intelligenza artificiale, l’interazione umana può veramente fare la differenza nel creare dei rapporti solidi che possano aiutarci nel percorso lavorativo che vorremmo crearci. Siamo inoltre in un’era sempre più social. Interagire con altre persone e potenziali clienti su piattaforme come LinkedIn può essere un ottimo modo per raggiungere i nostri obiettivi. Per cui, vale la pena uscire, farci conoscere e comunicare la nostra volontà perché come dice uno dei motti del networking, non si sa mai con chi potremmo trovarci a parlare!

————————————————————————————————————————————————————————————————————————

Speriamo che questo articolo ti abbia offerto spunti interessanti per applicare le tecniche di networking in base alle diverse fasi della tua carriera. Utilizzi il networking per l’avanzamento professionale? Raccontaci come sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
17/05/2019

Le cene di lavoro, ma anche i pranzi, sono ottime occasioni per fare affari, discutere di nuovi progetti, facilitare relazioni e anche, perché no, fare carriera. Ma non è detto che una cena di lavoro sia sempre un successo e, esattamente come per un colloquio di lavoro, ci sono cose da fare e altre assolutamente da evitare, argomenti che si possono toccare e altri che sono assolutamente tabù, comportamenti che possono facilitare la relazione e altri che invece portano necessariamente a irrigidirsi e alzarsi presto dal tavolo.
Cene di lavoro: come comportarsi
Scegliere il locale giusto
Banale, ma non così tanto. Non necessariamente un ristorante stellato va sempre bene: potrebbe anche mettere a disagio il proprio interlocutore; analogamente non è sempre da escludere la trattoria informale. Scegliere il locale giusto è una piccola arte, che dipende da chi si invita, dal tipo di discorsi che si vuole fare, dal tempo a disposizione e dal ricordo che si vuole lasciare di sé.
Indossare l’abbigliamento adeguato
No al troppo sexy (per lei), no al troppo informale (per lui) e insomma, no agli eccessi, per entrambi: è una cena di lavoro, non una serata romantica e nemmeno una rimpatriata tra amici. Se l’abito da ufficio è troppo anonimo si può optare per il casual elegante, una invenzione tutta italiana che va sempre bene e non stona mai (a meno appunto di aver scelto un ristorante stellato, dove un ’bout di forma è sempre necessaria).
Clima cordiale sempre
Stare a tavola è un piacere, e questo noi italiani l’abbiamo insegnato a tutto il mondo. E quindi anche sul clima da instaurare vale la regole di niente eccessi: si può essere un ’bout più rilassati rispetto a una riunione in ufficio, ma non così tanto da lasciarsi andare a pettegolezzi, discussioni animate, prese di posizione nette, polemiche o altro. Stare leggeri sugli argomenti generali e sintetici ma chiari su quelli oggetto della cena è il modo migliore per fare centro.
Aprirsi un ’bout
Una cena di lavoro è l’occasione perfetta per farsi conoscere meglio, e quindi sì, è utile aprirsi un ’bout, anche per creare relazioni più forti e migliori con potenziali clienti, partner, colleghi o capi. Un ’bout, ma non troppo: accennare ai propri hobby e alle proprie passioni crea curiosità ed empatia, ammorbare i commensali con un monologo sulla travagliata storia di litigi tra i vostri parenti crea disagio e fastidio.
Poco alcol, niente flirt
Un bicchiere di vino in tavola è d’obbligo in qualunque ristorante e, a meno che non si sia assolutamente e drasticamente astemi, va bene sorseggiarne un ’bout durante il pasto. Un ’bout significa non travalicare quella linea che potrebbe mettere in imbarazzo chi siede a tavola con noi. Flirtare invece assolutamente no: se proprio c’è la tentazione, ci sono altre occasioni per farlo, ma una cena di lavoro con colleghi, clienti e capi flirtare è visto da tutti in maniera assolutamente disdicevole.
Sì al networking
Le cene di lavoro servono anche, se non soprattutto, a quello: fare networking. Scambiarsi i biglietti da visita, lasciarsi con la promessa di un messaggio email o di un contatto sui social network professionali è lecito e giusto. È peggio salutarsi dando l’impressione di non avere interesse a continuare la relazione.
Argomenti tabù
Ci sono argomenti tabù che portano sempre, inevitabilmente, a discussioni, opposizioni e critiche: politica, religione, sesso, vaccini e ovviamente precedenti esperienze di lavoro negative sono tutti topics da cui girare ampiamente alla larga. Anche lasciando cadere l’argomento qualora fossero gli altri a introdurli.

Ufficio
16/05/2019

Rifiutare un’offerta di lavoro può sembrare assurdo, soprattutto di questi tempi in cui la ricerca di lavoro è invece spasmodica. Eppure, soprattutto se un lavoro lo si ha, ci sono casi in cui si deve rifiutare un’offerta di lavoro. Anche quando la pancia dice che non si dovrebbe chiudere quella porta e lasciare qualcosa di certo, e conosciuto, per qualcosa di incerto e ignoto. In un mercato del lavoro veloce, competitivo e complesso non è facile capire quando declinare un’offerta di lavoro, e altrettanto difficile è farlo con i modi e i tempi giusti.
Rifiutare un’offerta di lavoro: avere le idee chiare sulla propria carriera
La cosa più importante per riuscire a declinare un’offerta di lavoro è avere le idee chiare sulla propria carriera. Ogni età ha i suoi tempi e i suoi modi per fare carriera, e le proprie priorità: rifiutare più soldi per cercare più esperienze ha senso a 20/30 anni, magari non lo ha a 40/50; rimanere al proprio posto può aver senso quando la priorità è anche la famiglia, e averne meno da giovani quando si può decidere di lasciare il proprio Paese per fare un’esperienza all’estero. I casi sono infiniti, ma il minimo comun denominatore è avere chiaro il proprio percorso professionale.
Captare le sensazioni durante il colloquio di lavoro
Un colloquio di lavoro è già di per sé un momento stressante, ma nel caso di cattive sensazioni, di disagio, di imbarazzo, di poca sintonia può valer davvero la pena riflettere se quella posizione di lavoro fa davvero per noi. E nel caso declinare, perché certi campanelli d’allarme non sono da sottovalutare.
Scegliere il tempo giusto
Declinare di botto no, non è professionale e non lascia una buona immagine di sé (non è detto che quel posto di lavoro non possa diventare interessante in futuro); aspettare troppo tempo è altrettanto poco professionale, perché dall’altra parte c’è un datore di lavoro che ha bisogno di una risorsa. Quando declinare quindi un’offerta di lavoro? Dipende dalla lunghezza del processo di selezione ma insomma, tra le 2 settimane e il mese di tempo può essere un tempo ragionevole.
Sì alla sincerità, no ai sensi di colpa
Offrire è lecito, declinare altrettanto. Quindi se dovete rifiutare un’offerta di lavoro, non sentitevi in colpa e spiegate, chiaramente e sinteticamente, perché dite no grazie. Essere coerenti e sinceri è sempre più visto come un plus da parte dei selezionatori, quindi si ringrazia, si declina e si ammette serenamente che al momento si hanno altri obiettivi di carriera o priorità.
No alle e-mail, sì al contatto diretto
Rifiutare un’offerta di lavoro via e-mail sarebbe da evitare nel limite del possibile. Se non si può avere un incontro di persona può andar bene anche una telefonata, ma l’importante è stabilire un contatto diretto, caldo, sincero e onesto. Lascerà un buon ricordo e farà in modo che quella porta che si chiude non venga anche sigillata. Poi sì, a seguire, si può mandare una e-mail formale, ma solo in seguito.

Idee
15/05/2019

Poca voglia di alzarsi. Umore pessimo. Energie al minimo. “Odio i lunedì” cantava Vasco Rossi, e in fondo un ’bout tutti odiamo i lunedì. Già, ma perché? “Non lo so ma è così” era la risposta del Vasco nazionale, ma forse forse qualche buon motivo per odiarli (e qualche trucchetto per farseli piacere, almeno un ’bout di più) c’è.
Perché odiamo i lunedì?
Il primo colpevole del fatto che odiamo i lunedì è… la domenica! Non è solo per il fatto che la domenica – generalmente – facciamo cose più piacevoli, gratuite e gratificanti come alzarsi con calma, dedicarsi a hobby e passioni, stare con gli amici o la famiglia, decidere i propri tempi. È che è l’aspettativa a gettare un’ombra sul lunedì, come se già la domenica fosse il prequel di qualcosa che non ci piace. È un ’bout, a ruoli invertiti, come per il venerdì, che si pensa “grazie a dio è venerdì” / “Thank God It’s Friday” già il venerdì mattina, quando comunque c’è davanti una intera giornata di lavoro / studio e però, l’attesa del weekend è già essa stessa il weekend.

Certo, se il lavoro che si fa non piace, lo si vive come una costrizione, i colleghi sono solo delle persone anonime con le quali lavorare e non c’è vero spirito di team, il capo è un tiranno da cui scappare  e non un leader, o ogni altro motivo per cui andare al lavoro non è in alcun modo un investimento personale, ci sono problemi ben più grossi da risolvere (oppure è proprio un fatto di ritmi di vita e cicli circadiani per cui si è gufi o allodole). Ma in questo caso lunedì o mercoledì o venerdì non fa differenza.

Se invece, tutto sommato e ragionevolmente, il lavoro è gratificante, ma il problema è il lunedì in sé, allora forse un cambio di mindset potrebbe aiutare a vivere in modo meno traumatico il primo giorno della settimana. Per esempio considerando la domenica come la fine vera della settimana, senza proiettare aspettative sui giorni a seguire. Per esempio vedendo il lunedì come l’inizio di qualcosa di nuovo e per ciò più eccitante. Per esempio dandosi delle prospettive a medio termine, per esempio organizzando qualcosa per il mercoledì (basterebbe ritagliarsi del tempo per la palestra, per il cinema, per un aperitivo con amici o amiche).

Idee
11/05/2019

Le 17 regole di leadership del fondatore della Ferrero è un documento scritto oltre 40 anni fa da Michele Ferrero, il fondatore dell’azienda, ai responsabili da lui incaricati – oggi diremmo manager – come linee guida per la gestione del personale. Il documento è stato ritrovato dalla Gazzetta di Alba, la città dove ha sede la Ferrero, e si intitola “Massime da seguire nei contatti con il personale“. Si tratta di un documento straordinario per lungimiranza, modernità e consapevolezza del ruolo di manager e leader che è assolutamente ancora attuale anche oggi.
Le 17 regole di leadership del fondatore della Ferrero
Massime da seguire nei contatti con il personale: “Quando parli con un individuo ricorda: anche lui è importante”

1- Nei vostri contatti mettete i vostri collaboratori a loro agio:
-Dedicate loro il tempo necessario e non le “briciole”
-Preoccupatevi di ascoltare ciò che hanno da dirvi
-Non date loro l’impressione che siate sulle spine
-Non fateli mai sentire “piccoli”
-La sedia più comoda del vostro ufficio sia destinata a loro

2- Prendete decisioni chiare e fatevi aiutare dai vostri collaboratori, essi crederanno nelle scelte a cui hanno concorso

3- Rendete partecipi i collaboratori dei cambiamenti e discutetene prima della loro attuazione con gli interessati

4- Comunicate gli apprezzamenti favorevoli ai lavoratori, quelli sfavorevoli comunicateli solo quando necessario, in quest’ultimo caso non limitatevi a una critica, ma indicate ciò che dovrà essere fatto nell’avvenire perché serva a imparare

5- I vostri interventi siano sempre tempestivi: “Troppo tardi” è pericoloso quanto “Troppo presto”

6- Agite sulle cause più che sul comportamento

7- Considerate i problemi nel loro aspetto generale e non perdetevi nei dettagli, lasciate ai dipendenti un certo margine di tolleranza

8- Siate sempre umani

9- Non chiedete cose impossibili

10- Ammettete serenamente i vostri errori, vi aiuterà a non ripeterli.

11- Preoccupatevi di quello che pensano di voi i vostri collaboratori.

12- Non pretendete di essere tutto per i vostri collaboratori, in questo caso finireste per essere niente.

13- Diffidate di quelli che vi adulano, a lungo andare sono più controproducenti di quelli che vi contraddicono.

14- Date sempre quanto dovete e ricordate che spesso non è questione di quanto, ma di come e di quando.

15- Non prendete mai decisioni sotto l’influsso dell’ira, della premura, della delusione, della preoccupazione, ma demandatele a quando il vostro giudizio potrà essere più sereno

16- Ricordate che un buon capo può far sentire un gigante un uomo normale, ma un capo cattivo può trasformare un gigante in un nano

17- Se non credete in questi principi, rinunciate ad essere capi

Ufficio
10/05/2019

E così hai deciso di metterti in proprio? Non se l’unico visto che a febbraio 2019 le partite IVA sono aumentate di 30.000 unità rispetto a gennaio (e di 71.000 rispetto allo stesso mese del 2018). Lavorare come freelance sembra essere la risposta alle nuove regole sui rapporti di lavoro (lo dice Il Sole 24 Ore) ma tra il dire e il fare c’è come sempre un abisso.
Cosa serve per lavorare come freelance
Cosa serve per lavorare come freelance è la prima domanda che uno si pone quando pensa di mettersi in proprio. Come prima cosa, ovviamente, occorre aprire una partita IVA, cioè crearsi una posizione fiscale, e qui si entra in un ginepraio burocratico che puoi approfondire con questo nostro articolo. Aprire la partita IVA significa ovviamente avere già in mente che cosa vorrai fare, ma a questo – purtroppo – ci devi pensare da solo. Ma una volta che hai deciso l’attività nella quale ti vuoi buttare ti serviranno anche un ’bout di strumenti di lavoro, e su questo possiamo darti qualche consiglio.

Come prima cosa ti serve uno spazio dove lavorare. Sì, lavorare in mobilità è il nuovo trend e dicono tutti che è bellissimo, ma se non vuoi farti un vero e proprio ufficio personale (acquistandolo o in affitto) devi almeno ritagliare uno spazio di lavoro in casa (e qui puoi trovare qualche utile spunto) oppure affidarti a un coworking. Non sai cosa sono i coworking? Prima leggi qui e poi appuntati che potresti anche farti regalare un abbonamento a uno di questi spazi di lavoro condiviso.

Trovato il tuo “bunker di lavoro” ti serve almeno un ’bout di dotazione tecnologica: un computer notebook convertibile (quando stai in giro tutto il giorno per appuntamenti apprezzerai la sua leggerezza e versatilità), uno smartphone (come si fa a vivere senza al giorno d’oggi?) e un sistema di backup per tutti i tuoi dati: perdere file, documenti e informazioni è il peggior incubo di un freelance e dagli hard drive esterni ai NAS e fino al cloud sono molteplici le possibilità di fare una copia sicura dei propri documenti importanti (ne abbiamo parlato approfonditamente qui).

Uno spazio di lavoro e qualche strumento tecnologico è il minimo sindacale di quello che ti serve per lavorare come freelance. Da qui in poi si apre un mondo fatto di pro e contro: assenza di orari certi che mettono a dura prova il work-life balance, per le donne le incertezze legate al periodo della maternità (ma ci sono alcune novità interessanti spiegate qui), lo sviluppo di una particolare forma mentis per cui se il tempo è denaro ogni momento della tua giornata diventa tendenzialmente produttivo (è il problema psicologico dei freelance, ne abbiamo parlato qui) e la necessità di darsi delle regole certe come queste per non soccombere a una vita senza reti di protezione.

Uncategorised
07/05/2019

Maternità e partita IVA: ci sono alcune interessanti novità per le mamme freelance, in particolare per il periodo della gravidanza. Con lo Statuto del Lavoro autonomo del 2017 e con il Testo Unico della Maternità, aggiornato con la recente legge di bilancio 2019, sono state infatti introdotte più tutele per le donne libere professioniste che affrontano il periodo della maternità.
Maternità e partita IVA: più tutele per le libere professioniste in gravidanza
Sono poco meno di 2 milioni le donne lavoratrici con partita IVA al momento in Italia, e a loro sono recentemente stati riconosciuti alcuni diritti che prima erano esclusivo appannaggio delle lavoratrici dipendenti. L’allargamento delle tutele alla maternità riguarda sia le freelance iscritte alle casse previdenziali di categoria o degli ordini professionali che a quelle iscritte alla gestione separata dell’Inps.
Indennità di maternità per le libere professioniste
L’indennità di maternità per le libere professioniste iscritte alle casse previdenziali degli ordini professionali era già garantita a chi avesse versato almeno 2 anni di contributi previdenziali, ed quivale all’80% di 5/12 del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali nel penultimo anno a quello della domanda. In pratica: 5 mesi all’80%, calcolati sul penultimo reddito dichiarato. Per le mamme professioniste iscritte alla gestione separata dell’Inps il requisito è invece aver versato almeno 3 mesi di contributi e l’indennizzo equivale all’80% della retribuzione giornaliera stabilita per legge per la tipologia di attività, per la durata stabilita dalla legge.
Tutele alla maternità per le libere professioniste
Oltre all’indennità di maternità ci sono altre tutele alla maternità per le libere professioniste ora equiparate alle lavoratrici dipendenti. In particolare anche le mamme freelance possono far richiesta per l’assegno di natalità, o Bonus Bebè, (se con ISEE non superiore a 25mila euro / anno); possono ricevere il contributo Bonus Mamma Domani, di 800 euro una tantum, erogato dall’Inps all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza, e il Bonus Asilo Nido, in alternativa al congedo, fino a un massimo di 1500 euro per coprire le spese di asilo nido e baby sitter. Inoltre anche le mamme libere professioniste iscritte alla gestione separata possono richiedere il congedo parentale, o maternità facoltativa, fino a 6 mesi ed entro i 3 anni di vita del bambino (per le lavoratrici autonome e le imprenditrici si tratta di 3 mesi, anche frazionabili, ed entro solo il primo anno di vita del bambino). Infine da aprile anche le mamme freelance possono fare richiesta degli Assegni Nucleo Familiare (ANF), speciali assegni mensili corrisposti a fronte di determinati e specifici requisiti a supporto della famiglia.