Idee
22/01/2020

Sedersi correttamente alla scrivania può davvero fare la differenza in fatto di comfort e salute. Ore e ore passate alla scrivania, davanti al monitor di un computer, e poi la sera, o col tempo, si comincia a soffrire di mal di schiena e cervicale. Sono le moderne malattie professionali, che costano dolori a chi ne soffre e perdite economiche ai datori di lavoro. Con l’inquietante prospettiva di modificare per sempre la nostra postura. Ma starne alla larga è tutto sommato semplice: basta sedersi nel modo corretto, rispettando alcune indicazioni circa la postura sulla poltrona da ufficio, e le distanze e altezze degli strumenti informatici.

Ecco le principali raccomandazioni:

Appoggiare l’osso sacro allo schienale della sedia, mantenere il rachide ben allineato con la testa allineata al collo – in pratica mantenere la schiena dritta – e appoggiare i piedi a terra con le ginocchia che formano un angolo a 90°.
Appoggiare i gomiti alla scrivania, la cui altezza dovrebbe essere regolabile in un range tra i 65 e gli 80 cm per permettere il posizionamento degli avambracci e dei polsi tale da mantenere le spalle rilassate.
Secondo le indicazioni normative tecniche lo spazio per le gambe sotto il tavolo deve essere almeno di 70 cm in larghezza e 60 in profondità all’altezza delle ginocchia e 80 cm per i piedi.
Anche le dimensioni della sedia contano: il piano di seduta deve essere compreso tra i 40 e i 50 cm di larghezza e dai 38 ai 42 cm di profondità, e l’altezza regolabile dai 38 ai 50 cm. Anche lo schienale deve essere regolabile, in altezza (tar i 20 e i 40 cm) e in inclinazione (tra i 90° e i 110°).
Per evitare torsioni del busto la sedia deve essere girevole, con un basamento a 5 razze più ampio del sedile, per questioni di sicurezza.
Lo schermo o monitor del computer deve essere posizionato a una distanza tra i 35 e i 60 cm dagli occhi dell’operatore, e il raggio visivo che parte dall’occhio dell’operatore e si dirige verso il basso e verso lo schermo deve formare un angolo con l’orizzonte di 15°/20°.

Ufficio
20/01/2020

Mettere in ordine l’ufficio è un ’bout come la tela di Penelope: ciò che si riesce a fare di giorno sembra disfarsi la notte, e la scrivania non è mai davvero in ordine come vorremmo. Siamo da poco tornati dalle vacanze, l’ufficio era perfetto, pulito, con tutti i documenti in ordine e le scrivanie sgombre, come è giusto lasciarlo prima di assentarsi per qualche giorno, ma poi dopo una settimana è di nuovo tornato il solito caos. Caos che diminuisce la produttività (quanto tempo si perde a cercare fogli, faldoni e cartellette finite chissà dove?) e rende meno gradevoli le ore passate sul luogo di lavoro.

Certo, ci sarà sempre qualcuno che sostiene che il caos e il disordine sono creativi, ma a meno che non si lavori in un ambito davvero creativo, un ’bout di ordine aiuta a vivere meglio le giornate in ufficio (e poi c’è sempre chi sostiene che i disordinati sono inaffidabili…).

Ma come fare a mentenere in ordine l’ufficio? Si può provare il metodo (infallibile) di Marie Kondo, quello giapponese delle 5S, o più semplicemente provare a rendere il nostro spazio di lavoro bello, gradevole e famigliare ai propri occhi.

Dal punto di vista pratico i consigli si sprecano, come questi. Ma poi si può acquistare qualche quadro o pannello decorativo, sostituendo la vecchia scomoda sedia con una ergonomica e dai colori che mettono il buon umore, procurandosi un deodorante per ambiente o allestendo un piccolo corner per le brevi pause tra un impegno e l’altro.

Detto dell’hardware, si può fare qualcosa anche per il software: per esempio isolandosi dal rumore ascoltando della musica direttamente dal computer, oppure prendendo piccole pause per fare qualche facile esercizio di allungamento che migliora la postura e scaccia lo stress.

Insomma, prendersi cura di sé e dell’ambiente di lavoro è il modo migliore per evitare che il caos abbia il sopravvento e trasformare l’ufficio in un posto gradevole, ordinato ed efficiente.

Notizie
17/01/2020

Fare impresa, ed essere protagonisti nel mercato del lavoro in modo indipendente, è già difficile per sé. Se poi ci si mette anche il gender gap, che esiste de è concreto in fatto di differenze per quanto riguarda retribuzioni, ruoli apicali e possibilità di carriera, le cose si complicano ancor più per le donne che vogliono fare impresa. Ma non tutto il mondo è uguale e ci sono Paesi più favorevoli di altri per l’imprenditoria femminile. A stabilirlo, su basi oggettive, è il terzo Index of Women Entrepreneurs di Mastercard.
Index of Women Entrepreneurs di Mastercard: dove ci sono le condizioni migliori per le donne imprenditrici
L’Index of Women Entrepreneurs di Mastercard stabilisce dove ci sono le condizioni migliori per le donne imprenditrici sulla base di dati e criteri oggettivi di organizzazioni come l’Organizzazione internazionale del lavoro delle Nazioni Unite, l’Unesco e il Global Entrepreneurship Monitor, che riguardano la presenza di imprenditrici in 58 mercati (e che rappresentano l80% della forza lavoro femminile mondiale)

Sono stati considerati:

i risultati sull’avanzamento di carriera delle donne;
il patrimonio di conoscenze e l’accesso finanziario, inclusa dunque la capacità di garantire finanziamenti;
i fattori a sostegno dell’imprenditoria femminile.

“Ciò che è chiaro attraverso questa ricerca è che la disuguaglianza di genere continua a persistere in tutto il mondo, sebbene si manifesti in modi diversi. Anche nei mercati con le condizioni imprenditoriali più promettenti, l’imprenditoria femminile non ha raggiunto il suo pieno potenziale. Questa emarginazione ostacola l’empowerment delle donne socialmente, professionalmente, economicamente e politicamente – a scapito della società nel suo insieme.” ha dichiarato Julienne Loh, Executive Vice President, Enterprise Partnerships, Asia Pacific, Mastercard
I Paesi per donne che vogliono fare impresa
Ciò che emerge è che le donne hanno livelli di partecipazione imprenditoriale più alti nei mercati aperti e vivaci caratterizzati da sostegno alle PMI e facilità di fare affari. In particolare nei primi 20 Paesi per donne che vogliono fare impresa, per l’80% si tratta di economie ad alto reddito con condizioni imprenditoriali fortemente favorevoli: Stati Uniti in primis (70,3 su un totale di 100 punti), seguiti da Nuova Zelanda (70,2), Canada (69), Israele (68,4), Irlanda (67,7), Taiwan (66,2), Svizzera (65,8), Singapore (65,6), Regno Unito (65,6), Polonia (65,1) e Filippine (65.1).

Se tra i Pesi che hanno avuto i miglioramenti più marcai c’è in testa la Francia (+ 22 punti rispetto all’edizione precedente) e se in fondo alla classifica ci sono Paesi come Egitto, Bangladesh, Algeria e Arabia Saudita, dove le donne non trovano le condizioni favorevoli per fare impresa, l’Italia si trova purtroppo quasi sul fondo della classifica, al 45° posto del Mastercard Index of Women Entrepreneurs.

Notizie
14/01/2020

C’è un post diventato enormemente virale su LInkedin negli ultimi mesi e che parla delle stupide regole della selezione del personale: l’ha scritto Natasha Bowman, fondatrice di una società di recruiting a New York, e ha ottenuto oltre 250mila condivisioni e più di 8mila commenti, anche da utenti italiani.

Il succo del post di Bowman? Eccolo:

“Possiamo per favore buttare tutte quelle stupide supposizioni e regole che abbiamo creato nella nostra testa su ciò che una persona deve essere, sembrare, avere fatto, e fare, per avere successo?”,

“Ho assunto un candidato con quattro figli. Era il più dedito alla carriera. Uno che non mi ha stretto la mano in modo deciso. Era il migliore impiegato. Uno che non aveva la laurea ma era intelligente, creativo, innovativo. Un candidato che da giovane ha avuto precedenti penali, uno con più di 60 anni, che mi ha insegnato alcuni trucchi su Excel che uso ancora oggi”

Insomma, quelle che tutti dicono essere le regole infallibili da osservare quando si affronta una candidatura e/o un colloquio per un posto di lavoro – scrivere un CV impeccabile, gestire il proprio linguaggio del corpo, avere un passato immacolato e un futuro radioso – non sarebbero poi così infallibili. Anzi, forse nemmeno importanti. O meglio: secondo Bowman sarebbero proprio da rivedere. E voi cosa ne pensate?

Idee
13/01/2020

La tecnica e la tecnologia non hanno mai corso così veloce come negli ultimi 20 anni. Basta pensare ai telefonini: all’inizio erano Nokia e Motorola, poi venne il BlackBerry, e dopo una breve stagione l’iPhone e gli smartphone, con l’ascesa dei produttori asiatici, da Samsung a Huawei. Ma per la generazione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale un telefono era un telefono, un giradischi un giradischi, un televisore un televisore (a parte il passaggio dal bianco e nero al colore) e tali sono rimasti per anni, se non per decenni.
9 oggetti che non usiamo più
Negli ultimi 20 anni invece molti di quegli oggetti sono scomparsi, letteralmente estinti, e altri oggetti hanno avuto invece vita breve, se non brevissima (l’iPod, per esempio, come tutti i lettori Mp3). E allora – insieme alle cabine telefoniche; chi ne trova più in giro? – vediamo i 9 oggetti che davvero non usiamo più perché diventati obsoleti nel corso degli ultimi 20 anni.
Fotocamere e rullini fotografici
Oggi fare foto è un’attività per tutti e di tutti, e non c’è limite al numero di immagini che catturiamo con i nostri smartphone (più ancora che con le nostre fotocamere digitali). Eppure appena nel 2000 scattare una foto significava utilizzare un rullino, e le città erano costellate di centri sviluppo e stampa in 1 ora, soprattutto nelle zone di maggior passaggio e nei centri commerciali: portavi il rullino, facevi la spesa e al ritorno avevi la tua busta con le foto stampate (e spesso si trattava anche di immagini di mesi prima, perché non si stampava nulla finché il rullino non era completo).
I floppy disk
Chi si ricorda gli albori dei primi personal computer non può aver dimentica i floppy disk. Si chiamavano “floppy” perché nella loro prima versione erano racchiusi in una guaina flessibile, e contenevano una quantità irrisoria di dati, 1,44MB: all’inizio ci stavano tanto il software quanto i singoli file, ma ben presto entrambi diventarono troppo “pesanti” e il floppy fu sostituito dal CD e dai DVD e poi dalle memorie USB, ancora oggi in uso per trasferire file e documenti (ma Sony ha prodotto floppy disk fino al 2011…).
I PDA
Dove PDA sta per Personal Digital Assistant. In pratica il vorrei ma non posso dei moderni smartphone. Negli anni Novanta erano uno status symbol e anche la prima forma embrionale di mobile computing tascabile: il Palm Pilot è stato per qualche anno simbolo di business man, ma in effetti permetteva di prendere qualche appunto, memorizzare qualche informazione e in alcuni casi far girare qualche applicazione (per lo più giochi, in effetti…). Quando arrivò il primo smartphone, l’iPhone di Apple, si estinsero come i dinosauri.
I proiettori per lucidi
Per quasi 50 anni ce n’è stato praticamente uno in ogni aula universitaria, se non scolastica: prima dei PowerPoint, prima di ogni altro file, per mostrare qualcosa a un uditorio c’erano questi proiettori che utilizzavano fogli trasparenti (o appunto lucidi, come si diceva) sui quali gli insegnanti scrivevano a mano libera. Il resto della tecnologia non era diverso da quello degli attuali proiettori, tanto che 3M ha dismesso la produzione di proiettori per lucidi solo nel 2015.
Le cassette VHS (e i videoregistratori e BlockBuster)
Le cassette VHS hanno dominato il mercato dell’intrattenimento per decenni, dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta. Praticamente ogni famiglia aveva un registratore VHS, e molte noleggiavano le cassette da BlockBuster per godersi una serata in famiglia. Ma le VHS servivano anche come tutorial, lezioni da remoto e molti altri usi anche professionali. Poi vennero i DVD (nel 1997) e dal 2007 lo streaming, che ha definitivamente chiuso un’epoca (anche se Funai si è ostinata a produrre lettori DVD fino al 2016).
Le mappe stradali cartacee
È difficile da immaginare oggi, ma fino ai primi anni Duemila c’era una mappa stradale praticamente in ogni auto. Le mappe cittadine, quelle provinciali, quelle regionali, quelle nazionali e anche quelle continentali: per raggiungere un indirizzo bisognava trovarlo sulla cartina e poi escogitare il percorso, e non era affatto così immediato come oggi con i navigatori satellitari. Ecco, appunto, con il GPS, prima come dispositivo di navigazione stand alone e poi integrato negli smartphone oltre che nelle auto, è scomparsa anche quell’industria cartacea.
Gli MP3 Player
Al contrario di molti degli oggetti precedenti gli MP3 Player, dall’iPod in giù, hanno avuto vita breve ed effimera. Ben più lunga è stata quella del Walkman (nella doppia versione, prima con cassetta musicale, poi con CD) e ben più lunga si prospetta quella dello streaming. Del resto se Apple ha smesso di produrre iPod nel 2014 è perché tutto quel lavoro di trasferire file dal computer al player non era affatto comodo.
Le cabine telefoniche
Solo chi ha provato davvero l’esperienza può ricordarsi cosa fosse fare una telefonata prima dei telefonini: trovare una cabina telefonica, trovarla possibilmente libera, avere a disposizione dei gettoni o le tessere magnetiche e infine, sperabilmente, trovare qualcuno dall’altra parte del filo. Perché si telefonava solo su fisso, a casa o in ufficio o nei bar, e quando la gente usciva non era più raggiungibile. Oggi forse e talvolta si trova ancora qualche telefono a pagamento in vecchi bar di campagna o di montagna, ed è sempre per via del telefonino e degli smartphone che anche l’aspetto delle nostre città è cambiato così rapidamente.
Il ciclostile
Bisogna aver fatto le scuole non dopo gli anni Settanta per ricordarsi del ciclostile, ma il duplicatore stencil altro non era che l’antenato delle fotocopiatrici in un’epoca in cui l’alternativa era la copiatura a mano. Chiunque sia nato fino agli anni Settanta ha passato qualche momento a girare la manovella del ciclostile e ha salutato con gioia l’arrivo delle prime fotocopiatrici.

Idee
10/01/2020

Al primo colloquio è inevitabile pensare a come vestirsi. Sì, dovrebbe contare di più il contenuto del curriculum e le risposte che si danno, ma l’abito continua a fare il monaco anche nel 2020 e pensare a cosa indossare per fare una buona impressione (o almeno non farne una cattiva) con i recruiter continua a essere importante. La buona notizia è che – secondo Glamour UK, ma vale anche per noi latini – come vestirsi al primo colloquio dipende sempre più dal settore di lavoro per il quale si sostiene la selezione. In parole povere: discutere per il ruolo di creativo in una media agency è diverso che farlo per il centro studi di una banca e presentarsi in grisaille per il primo è un autogol tanto quanto in shorts per il secondo.
Primo colloquio: gli errori di abbigliamento da evitare
Di fatto, comunque, qualunque sia il settore, ci sono degli errori di abbigliamento da evitare sempre e comunque in occasione di un primo colloquio. Un conto è essere casual o propriamente creativi, un altro trasandati nel vero senso del termine (e vale per l’outfit ma anche per la cura di sé e l’igiene personale); analogamente un conto è essere formali e un altro eccessivamente eleganti. Un conto è una barba ben curata, un altro far sembrare di aver perso il rasoio, e analogamente un conto è un leggero trucco che dia luce al viso e un altro presentarsi acqua e sapone al punto da risultare pallide e malate o, al contrario, con un trucco da serata in discoteca. Insomma, in medio stat virtus, anche nei posti molto formali o molto creativi, perché bisognerebbe sempre evitare che il proprio aspetto colpisca più delle proprie esperienze e competenze, e se proprio si hanno dubbi, si può sempre fare qualche ricerca online per vedere come si vestono i dipendenti di quella azienda (c’è sempre qualche foto di evento aziendale, qualche immagine nel chi siamo, etc)
Primo colloquio: come vestirsi
Riassumendo, per settori creativi come moda, design, digital ma anche new media, si può senza dubbio osare di più, facendo attenzione agli accostamenti cromatici (bene i toni neutri con accessori colorati pop), bene anche la sovrapposizione di stili e registri (come i jeans con la giacca formale, o l’abito con t-shirt e sneaker) bene anche i dettagli molto personali, come un tocco di colore nei capelli, i tatuaggi (se ben fatti, non modello galeotto…) e gli accessori che dicono qualcosa del gusto e della personalità.

Ben diversi sono invece settori come il bancario, l’assicurativo, ma anche le TLC dove l’outfit formale è di rigore: completo per lui, con camicia e cravatta, tailleur o giacca e pantalone per lei, con scarpe eleganti meglio se décolleté per lei. Il tutto ovviamente su toni neutri e rassicuranti come il grigio, il nero o il blu. E sì, se ci sono tatuaggi, piercing e orecchini è mandatorio nasconderli (o toglierli).

Idee
09/01/2020

Lo smart working, anche in Italia, è una modalità di lavoro sempre più diffusa: secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano gli smart worker in Italia, nel 2019, sono stati 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, e appena il 10% di un bacino potenziale di lavoratori che, per tipologia e modalità di impiego, tocca i 5 milioni. Ovviamente, come in tutte le novità, non mancano i pro e i contro, sia dal punto di vista dei lavoratori che di quello dei responsabili delle risorse umane. Tuttavia è vero che oggi più di ieri la tecnologia permette facilmente la collaborazione da remoto, oggi più di ieri il lavoro è sempre più fluido, oggi più di ieri ridurre l’impatto ambientale è un valore anche per le aziende (al pari di ridurre i costi per sedi e uffici) e oggi più di ieri il work-life balance è percepito come un aspetto fondamentale della vita e della carriera.
«Se pensiamo a un target come quello dei Millennials, il classico modo di lavorare di fronte a una scrivania e con orari definiti non esiste praticamente più e, proprio per questo, lo smart working è uno strumento vincente per restare competitivi anche nell’attrarre i nuovi talenti».
* Benjamin Jolivet, country manager di Citrix Italia, South Eastern Europe e Israele
Smart Working: luci e ombre del lavoro da remoto
Da una ricerca commissionata da Citrix ad Ales Market Research emergono tutte le luci e ombre che aleggiano intorno al tema dello smart working:

Il 66% dei responsabili delle risorse umane intervistati ha dichiarato che la policy per lo smart working è parte della vision futura dell’azienda
Il 64% dei responsabili delle risorse umane intervistati ha detto di incoraggiare attivamente questa nuova modalità di lavoro
Il 52% dei responsabili HR intervistati vede nello smart working un pericolo concreto per la dimensione sociale dell’azienda
Il 57% dei responsabili HR intervistati teme ancora che la mancanza di controllo possa impattare negativamente sulle performance
Il 55% delle aziende interpellate non si sente pronta a supportare lo smart working dal punto di vista tecnologico
Il 48% delle aziende interpellate è preoccupato per tutto ciò che riguarda la sicurezza

Tuttavia ci sono aziende che lo smart working lo stanno sperimentando da tempo con risultati più che positivi: in Microsoft Italia, che l’ha introdotto già 10 anni fa, il 79% degli smart worker dichiara di essere più produttivo e il numero di dipendenti che lavorano in modalità agile per oltre 6 giorni al mese è quintuplicato in un anno (dall’11% al 55%).
Smart Working: 10 regole per farlo funzionare
Alla fine il lavoro smart, o agile, è soprattutto una questione di buone pratiche e comportamenti virtuosi, come quelli compresi nel decalogo stilato dalla società di recruiting PageGroup:

Management orientato al risultato
Dare (da parte del management) e richiedere (da parte dello staff) obiettivi chiari e indicazioni precise in termini di scadenze e risultati. Poi focalizzarsi sul risultato e non sulla presenza.

Comunicazione multicanale
Il segreto dello smart working è una efficiente comunicazione: mail e instant messaging ma anche video e call conference.

Strumenti adeguati
Senza strumenti adeguati lo smart working non può funzionare: strumenti per comunicare, strumenti per condividere, strumenti per lavorare.

Gestire il tempo
Gestire il tempo è l’aspetto più difficile per ogni lavoratore che passa da una modalità tradizionale di lavoro a quella agile e smart: è una forma mentis che si acquisisce con il tempo e non necessariamente in automatico.

Darsi dei limiti
Il rischio del lavoro smart è quello di lavorare sempre, anche oltre il proprio orario di lavoro: lavoro flessibile non significa lavorare h24, e saper porre dei limiti anche alla propria reperibilità è fondamentale.

Attenzione al multitasking
Il rischio del lavoro da remoto è la dispersione, di energie e di tempo. Dal lavorare fianco a fianco al gestire la comunicazione multicanale è un attimo che si finisce preda del peggior multitasking: darsi delle regole è essenziale anche in questo aspetto.

Lavoro smart per tutti
Se lavora smart il capo, dovrebbero poterlo fare anche quelli dello staff: un lavoro smart asimmetrico non funziona ed è controproducente.

Diffondere la nuova cultura del lavoro
Non basta proclamare il lavoro smart e fornire i dipendenti degli strumenti necessari: affinché lo smart working funzioni davvero serve diffondere la nuova cultura del lavoro anche attraverso una formazione specifica.

Organizzare gli spazi fisici
Dentro l’ufficio, dove nella maggior parte dei casi scompare la postazione personale, ma anche fuori dall’ufficio, a casa o negli spazi di co-working: organizzare gli spazi fisici (ed evitare di lavorare sul tavolo ingombro della cucina o a letto) è il primo passo di uno smart worker efficace e felice.

Permettere un approccio personale
Lo smart working funziona ed è soddisfacente se si permette un approccio personale al work life balance: poter accompagnare i figli a scuola o essere flessibili sull’orario di inizio e fine della propria giornata è il segreto della felicità di ogni smart worker.

Notizie
07/01/2020

“Con quali lavori si guadagna di più?” è la classica domanda di quando, a fine anno, si tirano le somme e, a volte, ci si trova insoddisfatti del proprio lavoro e si pensa di cambiare vita. A dare una risposta è l’annuale indagine di Jobpricing, una società specializzata in indagini retributive che oltre a determinare lo stipendio medio generale lordo in Italia (29.278 euro l’anno) ha individuato, in uno scenario di stipendi ristagnante, i 5 settori con gli stipendi più alti:

banche,
farmaceutica e biotecnologie,
oil&gas,
ingegneria,
assicurazioni.

La buona notizia è che in questi settori si guadagna di più sia nelle posizioni apicali di dirigenti e quadri che in quelle per impiegati e operai. Nel dettaglio gli stipendi medi in questi 5 settori ammontano a: banche (42.330 euro), farmaceutica e biotecnologie (39.465 euro), oil&gas (37.816 euro), ingegneria (37.509 euro) e assicurazioni (34.725 euro).
Con quali lavori si guadagna di più come dirigenti e quadri?
Ancor più nel dettaglio, se per i top manager lo stipendio medio è di 101mila euro, con le funzioni meglio retribuite di top management&holding (113mila euro), area legale (107mila euro) e marketing (poco più di 100mila euro), i settori in cui manager e dirigenti sono meglio retribuiti sono quelli di che vanno da moda e banche (in vetta) fino al tessile, mentre i livelli più bassi si riscontrano in ambito It (poco più di 90mila euro), nei servizi alla persona e nella lavorazione del legno (92mila). I quadri, invece, guadagnano di più se specializzati nella funzione vendite (58mila euro l’anno rispetto a una media di 54mila) e nell’auditing (55mila euro), nei settori della moda, del tessile e delle assicurazioni, mentre sotto la media sono i comparti del turismo, della consulenza, dei trasporti e della logistica.
Con quali lavori si guadagna di più come impiegati e operai?
Tra gli impiegati le funzioni meglio retribuite sono quelle specializzate in produzione, vendite, manutenzione, ricerca e sviluppo, che assicurano retribuzioni annue tra i 33 e i 34mila euro, superiori alla media generale di 30.770 euro, in particolare nei settori navale, metallurgia e gomma plastica mentre in fondo alla classifica si trovano i settori di turismo, grande distribuzione e commercio al dettaglio (sui 28mila euro), insieme a hotel, bar e ristoranti (27mila euro).

Gli operai meglio retribuiti si trovano invece nelle funzioni customer care, post vendita, qualità e ricerca e sviluppo, con stipendi lordi tra i 25.550 e i 27mila euro, su una media di 24.780. Scendendo nel dettaglio dei comparti pagano meglio sono oil&gas, ceramica e utilities, mentre sotto media si trovano turismo e viaggi (circa 21mila), hotel e servizi integrati alle imprese (poco più di 22mila).

Ufficio
02/01/2020

Vacanze finite, si torna tutti al lavoro. Spesso, se non sempre, carichi di buoni propositi, per la vita professionale così come per quella personale. Sono le buone intenzioni di Capodanno che però, il più delle volte, svaniscono già all’Epifania, o qualche giorno dopo. Giusto il tempo di riprendere la solita routine e le solite abitudini.

Be’, c’è anche però chi si occupa di studiare le strategie del cambiamento, e di formalizzarle in step e buone pratiche che possono aiutare a raggiungere i cambiamenti desiderati. Da quelli macro – aziendali per esempio – a quelli micro, o personali. Come Meg Baker, direttore programma UAB Employee Wellness all’University of Alabama at Birmingham che ha suddiviso ogni processo di cambiamento in tre passaggi – precontemplazione (resistenza al cambiamento), contemplazione (desiderio di cambiare abitudini), azione (il vero processo di modifica dello stile di vita) – e poi ha stabilito i 5 piccoli, significativi passi che portano davvero a cambiare le cattive abitudini in buone pratiche.

Stabilire piccoli obiettivi realistici a breve termine.
Considerare tutti i vantaggi di quel cambio di abitudini.
Comunicare i propri obiettivi a qualcuno di vicino (famigliari, amici, colleghi) per aumentare il proprio coinvolgimento.
Fare valutazioni quotidiane dei risultati raggiunti.
Essere pronti a cambiare piano e fissare nuovi obiettivi.