Notizie
23/07/2021

Confindustria ha chiesto al Governo di introdurre in qualche modo l’obbligo di Green Pass per entrare al lavoro. In pratica la possibilità di far lavorare solo i dipendenti vaccinati. Il Ministro del Lavoro Andrea Orlando ha frenato (non stoppato) la proposta di Confindustria, giudicandola unilaterale. Ma al di là della schermaglia politica tra le parti il Green Pass per accedere ai locali aziendali sarebbe già possibile imporlo da parte delle aziende. Nonostante il fatto che, secondo il Garante della Privacy, è illecito chiedere a un dipendente se è vaccinato.

La posizione possibilista è quella di Pietro Ichino, giuslavorista, ex sindacalista ed esperto di leggi del lavoro, intervistato dal Corriere della Sera:
«Credo proprio che Confindustria abbia ragione: a ben vedere, proprio perché la misura è efficace e ragionevolissima, gli imprenditori potrebbero già adottarla di loro iniziativa, anzi dovrebbero, anche senza attendere un provvedimento legislativo ad hoc, in forza dell’articolo 2087 del Codice civile, oltre che degli articoli 15 e 20 del Testo Unico per la sicurezza nei luoghi di lavoro (d.lgs. n. 81/2008)».
Che cosa dicono queste norme?
«L’articolo 2087 del Codice obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure consigliate dalla scienza, dalla tecnica e dall’esperienza idonee a ridurre al minimo, se non azzerare, ogni rischio per la sicurezza e il benessere fisico e psichico del lavoratore. L’art. 15 del Testo Unico sulla sicurezza obbliga il datore, dove possibile, a non limitarsi a misure protettive, ma adottare le misure idonee ad eliminare radicalmente il rischio per la sicurezza e la salute del lavoratore. L’art. 20, invece, obbliga il lavoratore a conformarsi alle misure di sicurezza adottate dal datore secondo le due prime norme».
E se un dipendente non volesse – legittimamente – vaccinarsi? Ci sono le norme del decreto legge 44/2021 secondo il quale i renitenti possono essere spostati a mansioni che non prevedono il contatto con altre persone oppure sospesi dal lavoro e anche dalla retribuzione (ma non possono essere licenziati).

Idee
22/07/2021

Quando si pensa al lavoro la felicità (in senso collettivo) è forse l’ultimo dei pensieri. Soprattutto da parte del datore di lavoro o dei manager, decisamente più interessati alla produttività e alla reddività dei propri dipendenti. Al massimo la felicità può essere nella sfera personale, nel senso di felicità di avere (o aver ottenuto) un lavoro. Ma in pochi francamente possono dire di essere felici al lavoro.

Eppure si sta facendo strada una nuova figura manageriale, quella del CHO, o Chief Happiness Officer, che si occupa di felicità sistemica dell’azienda come lo fa il responsabile della sicurezza, quello finanziario e quello della logistica.

Coltivare la felicità in effetti è (potrebbe essere) un prerequisito della produttività e della redditività. Persone felici lavorano meglio, magari anche di più, e sicuramente con più coinvolgimento personale rispetto agli obiettivi. Ma come fare per portare la felicità in ufficio? No, non travestendosi da pagliacci ed esordendo al mattino con un sorrisone. Ma implementando alcune buone pratiche.

1. Spezza gli schemi
L’orario del pranzo, le postazioni di lavoro, anche il dress code: tutte catene che poco hanno a che fare con il risultato finale. Il fine è fare bene il proprio lavoro, non uniformarsi.

2. Crea fiducia
La fiducia si crea, nel tempo e con le relazioni, e non si impone. E parte dall’alto: se il capo è sincero, empatico e leale, la fiducia vien da sé, e chi sente la fiducia sulla propria pelle riesce sempre a dare qualcosa in più.

3. Costruisci squadre non gerarchie
Il dirigismo non funziona più da tempo: troppo complesso, sfaccettato e variegato il business di oggi perché ci sia uno che comanda e gli altri che eseguono. Anche se sei il capo, non sei superiore: sii autorevole, non autoritario.

4. Keep calm
Gli errori capitano ma farne una tragedia non serve a evitarli o rimediare. Quando si sbaglia si ammette, si rimedia, si impara e si va avanti. Keep calm & carry on.

5. Incentiva alla formazione
Lata lavorativa è un lungo viaggio, durante il quale sai con quale bagaglio parti ma non con quale arrivi. Incentiva alla formazione il personale, fai in modo che possano mettere in valigia nuove competenze. Il rischio è che qualcuno parta per altre destinazioni, ma i vantaggi saranno sempre superiori.

6. Premia i successi
Si lavora per il salario, ma anche per piccole o grandi soddisfazioni. E non bisogna mai dare nulla per scontato. Avete acquisito un nuovo, importante cliente? Non c’è bisogno di sganciare l’aumento immediato, ma una mail di complimenti, o 3′ con il team riunito per ringraziare per il lavoro fatto e dare il giusto merito non sono tempo perso.

Ufficio
21/07/2021

I pettegolezzi sui VIP sono tutto sommato divertenti e (generalmente) innocui. Ma è quando i pettegolezzi toccano colleghi, capi e clienti che la domanda sorge spontanea: il gossip al lavoro è lecito oppure no? Ma soprattutto: ci sono anche aspetti positivi dei pettegolezzi tra colleghi, oppure è una pratica da biasimare?

Ha provato a dare una risposta una ricercatrice olandese, Lea Ellwardt del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Groningen, partendo dalla domanda: si spettegola perché si è amici oppure si diventa ‘amici’ (anche al lavoro) perché si spettegola?

Be’ la risposta, dopo 1 anno di monitoraggio e interviste ai lavoratori di un centro sanitario, è in qualche modo sorprendente: ovviamente le persone che si conoscono meglio e che si fidano reciprocamente di più, tendono anche a condividere pettegolezzi anche negativi. Ma la vera sorpresa è data dal fatto che a lungo andare il condividere pettegolezzi porta a cementare i rapporti interpersonali e ad aumentare la coesione tra colleghi.

Ora, questa non è una regola valida in assoluto: se fino a un certo livello spettegolare aumenta anche lo spirito di collaborazione, oltre la soglia cosiddetta ‘boomerang’ si finisce per rimanere isolati, disgregando il patrimonio di fiducia e simpatia da parte di chi ci circonda. Però quello che sembra suggerire Lea Ellwardt è che un po’ di pettegolezzi a bassa tensione possono anche essere tollerati se aiutano a creare legami più stretti tra il personale.

Notizie
16/07/2021

Il 17 luglio è il World Emoji Day, la Giornata Internazionale delle Emoji, segni grafici che arricchiscono le nostre comunicazioni digitali. Adobe a questo proposito ha intervistato 7000 persone provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Giappone, Australia e Corea del Sud per il suo Global Emoji Trend Report 2021.
Oltre al naturale entusiasmo dimostrato dagli intervistati nei confronti delle emoji come mezzo di espressione, è emerso anche un altro aspetto relativo al loro uso nella comunicazione digitale, ed è quello di provare e comunicare empatia.
Questo è il grande potenziale delle emoji: aiutarci a creare un legame più profondo con i sentimenti che si celano dietro i messaggi inviati nei testi digitali.
I risultati principali delGlobal Emoji Trend Report 2021:

Le emoji portano gioia, favoriscono la comprensione reciproca e hanno un impatto positivo sulla salute mentale

A livello globale, le emoji preferite dalle persone sono:  (#1),  (#2), ️ (#3),  (#4),  (#5)
Amore (#1), felicità (#2), tristezza (#3), rabbia (#4) e sorpresa (#5) sono le prime cinque emozioni espresse con le emoji
I tre abbinamenti di emoji preferiti sono: (#1), ️(#2), ️(#3)
Il 91% delle persone usa emoji le emoji per alleggerire l’atmosfera di una conversazione, l’83% per manifestare supporto.
Il 55% degli intervistati concorda sul fatto che l’uso di emoji nelle comunicazioni ha avuto un impatto positivo sulla loro salute mentale.
L’88% degli utenti ha maggiori probabilità di provare empatia nei confronti di qualcuno se usa un’emoji.
Il 67% pensa che le persone che usano le emoji siano più amichevoli, divertenti e cool di quelle che non lo fanno.
All’86% piace che bastino poche emoji per condividere pensieri e idee.
Gli intervistati dicono di utilizzare emoji nei propri messaggi di testo quasi la metà delle volte (46%), mentre 1 volta su 4 scrivono messaggi di sole emoji (25%).

Percentuali che variano leggermente per la GenZ: la Generazione Z include emoji nei messaggi di testo o online la metà delle volte (53%) e usa esclusivamente emoji nei messaggi di testo o online 1 volta su 3 (32%).

 

Le emoji ci aiutano a esprimere le nostre emozioni e ci fanno sentire più connessi con gli altri.

Il 90% di chi utilizza le emoji concorda sul fatto che le emoji rendono più facile esprimersi e l’89% comunicare superando le barriere linguistiche.
Il 74% si sente più connesso con le persone che usano le emoji.
Il 66% si sente più a suo agio nell’esprimere emozioni attraverso le emoji rispetto alle conversazioni di solo testo.
Più della metà del campione si sente più a suo agio nell’esprimere emozioni attraverso le emoji rispetto alle conversazioni telefoniche (55%) e alle conversazioni di persona (51%).
Sentimenti (#1), relazioni (#2), cibo/bevande (#3), animali/natura (#4), oggetti (#5), sono le prime cinque categorie di emoji che gli utenti globali vorrebbero vedere arricchite di nuove icone.

Le persone interpretano le emoji in modo diverso, ma tutti sono d’accordo sulla necessità di una netiquette delle emoji

Il 75% di chi utilizza le emoji si sente sicuro di essere aggiornato sul significato delle ultime emoji introdotte.

Le 3 emoji più fraintese sono: (#1), (#2), (#3),
Il 63% della GenZ dichiara di utilizzare le emoji in modo diverso dal loro significato primario.
Più della metà ha ricevuto l’emoji sbagliata da qualcuno (52%), mentre un terzo ha inviato un’emoji di cui si è poi pentito (33%).
Il 76% afferma che nelle conversazioni si dovrebbero usare solo emoji di cui si comprende appieno il significato.
Il 75% degli intervistati afferma che va bene inviare un’emoji come risposta rapida, invece delle parole, ma l’uso eccessivo di emoji è fastidioso nella conversazione (67%).
In ambito corteggiamento e dating ci sono due tipologie di emoji:

Sono le tre che rendono le persone più piacevoli: (#1), (#2), (#3).
Queste invece le prime tre che rendono l’altra persona meno desiderabile: (#1), (#2), (#3).

L’uso delle emoji al lavoro offre grandi vantaggi per la valorizzazione dei talenti, la collaborazione e la comunicazione.

Il 69% del campione afferma di utilizzare le emoji al lavoro.
Il 66% delle persone apprezza l’uso delle emoji al lavoro, il 71% ritiene che possano avere un impatto positivo sulla simpatia e il 62% sulla credibilità.
(#1), (#2),  (#3) sono le tre emoji più efficaci per motivare le persone al lavoro.
L’uso di emoji al lavoro aumenta la creatività secondo il 50% degli intervistati, fa sentire le persone più connesse (62%) e più ricettive a nuovi compiti quando le emoji vengono utilizzate nelle richieste (51%).
Secondo il 73% del campione, usare le emoji aiuta a condividere rapidamente le idee, per il 63% rende più efficiente il processo decisionale del team mentre per il 51% riduce la necessità di riunioni e call.
Il 51% della GenZ sarebbe più soddisfatta del proprio lavoro se il proprio team, capo o supervisore utilizzasse più emoji nelle comunicazioni sul posto di lavoro
Il 66% afferma che l’uso di emoji al lavoro rende le notizie positive o i feedback più sinceri.

Gli utenti di emoji vogliono che i marchi comunichino con loro usando le emoji.

Il 60% delle persone  afferma di essere più propensa ad aprire mail o notifiche push se queste contengono emoji, percentuale che sale al 63% se l’emoji è quella preferita.

In particolare il 70% dei ragazzi della GenZ e il 63% dei Millennials affermano che è probabile che aprano un’e-mail o una notifica push con un’emoji nella riga dell’oggetto.

Quasi la metà degli utenti – il 47% – ha maggiori probabilità di rispondere a un messaggio se contiene un’emoji (47%).
La metà delle persone si riconosce di più in quei brand che usano le emoji nelle loro campagne di marketing online (51%) ed è più propensa a mettere like, commentare o condividere i post dei brand sui social media se includono emoji (50%).
Quasi la metà degli utenti (46%) ha maggiori probabilità di seguire i brand sui social media se usano le emoji.
Il 42% delle persone ha maggiori probabilità di acquistare prodotti pubblicizzati utilizzando emoji.
I primi tre prodotti che le persone sono disposti ad acquistare con un’emoji includono cibo da asporto (#1), abbigliamento (#2) e servizi di streaming (#3).
Quasi la metà (49%) della Gen Z nel mondo afferma di preferire che i team di assistenza clienti utilizzino emoji in chat o e-mail.

l futuro delle emoji è promettente e ha il potere di innescare un cambiamento positivo.

Il 76% del campione concorda sul fatto che le emoji siano un importante strumento di comunicazione per creare unità, rispetto e comprensione reciproca.
Il 70% concorda sul fatto che le emoji inclusive possono aiutare a stimolare conversazioni positive su importanti questioni culturali e sociali.
La maggior parte degli intervistati (59%) concorda sul fatto che le emoji saranno sviluppate meglio e più progressive nei prossimi cinque anni (59%).

La Gen Z è esperta di emoji e le usa in modi unici per esprimersi.

Le 5 emoji preferite dalla GenZ sono:  (#1), ️ (#2),  (#3),  (#4),  (#5)
La generazione Z include emoji nei messaggi di testo o online la metà delle volte (53%) e usa esclusivamente emoji nei messaggi di testo o online un terzo delle volte (32%).
Il 63% della Gen Z dichiara di utilizzare le emoji in modo diverso dal loro significato primario.
Il 93% della Generazione Z si reputa aggiornato sul significato delle ultime emoji.
Sono più numerosi gli utenti della GenZ che si pentono dell’invio di un’emoji: succede al 50% di loro, contro il 42% dei Millennials, il 30% della GenX e il 19% dei Boomer.
Il 77% concorda sul fatto che le emoji inclusive possano aiutare a stimolare conversazioni positive su importanti questioni culturali e sociali.
Gli utenti della Generazione Z hanno una probabilità maggiore di usare emoji con gli amici (86%) rispetto ai Millennial (80%), Gen X (76%) e Boomer (75%).
La GenZ (75%) e i Millennial (77%) hanno maggiori probabilità di usare emoji al lavoro rispetto ai Gen X (69%) e ai Boomer (52%).
Sono più numerose le persone della GenZ (75%) che ritengono che l’uso delle emoji al lavoro renda più efficiente il processo decisionale del team, vs. il 66% dei millennials, il 58% della GenX e il 59% dei Boomer.
Il 51% della GenZ e il 42% dei Millennials sono più propensi rispetto alla Gen X  ​​(34%) e ai Boomer (33%) a concordare sul fatto che sarebbero più soddisfatti del loro lavoro se il loro team, capo o il supervisore usasse più emoji nelle comunicazioni sul posto di lavoro.
Il 70% degli utenti della Generazione Z e il 63% dei Millennial afferma che è probabile che aprano un’e-mail o una notifica push con un’emoji nella riga dell’oggetto.
La Gen Z ha una probabilità maggiore (62%) dei Millennial (56%), della Gen X ​​(44%) e dei Boomer (31%) di seguire i brand sui social media che usano emoji.

Donne e uomini usano le emoji in modi sorprendentemente diversi per esprimersi.

Uomini e donne usano emoji diverse per esprimere le loro emozioni

Sorpresa:  (M)  (F)
Frustrazione:  (M)  (F)
Orgoglio:  (M) (F)

Uomini e donne differiscono anche rispetto alle loro emoji preferite

#1 (M) e (F)
#2 (M) ️(F)
#3 (M) (F)

A livello globale, sono più numerose le donne che usano le emoji rispetto agli uomini, 52% vs. 40%
Il 92% delle donne le utilizza per alleggerire l’atmosfera delle conversazioni, l’86% per mostrare supporto rispetto agli utenti di emoji di sesso maschile (rispettivamente 89% e 81%).
Il 65% delle donne invece (vs. 56% degli uomini) dice di usare le emoji per rendere le conversazioni più divertenti.
Sono più numerosi invece gli uomini che hanno inviato un’emoji fuori contesto: il 44% vs. il 33% delle donne.
Il 27% degli uomini ha inviato un’emoji che li ha messi nei guai con amici, familiari o un’altra persona importante per loro rispetto al 17% delle donne.
Sono più numerosi gli uomini che si pentono delle emoji inviate: il 38% di loro vs. il 27% delle donne.
Alle donne piace particolarmente che le emoji le aiutino nell’esprimere se stesse (91% contro 88% dei maschi) e che bastino solo poche emoji per condividere i loro pensieri e idee (88% contro 84%).
Gli uomini che preferiscono esprimere le proprie emozione tramite le emoji anziché attraverso una conversazione di persona sono più numerosi rispetto alle donne: 53% rispetto al 49% delle donne.
A livello globale, i maschi hanno una probabilità maggiore rispetto alle femmine (70% vs. 67%) di utilizzare emoji in sostituzione di una parola e oltre la metà degli utenti maschi (51%) è più propenso rispetto alle donne (44%) di rispondere a un messaggio se contiene un’emoji.
L’89% delle donne si sente più comprensiva ed empatica verso qualcuno se utilizza un’emoji rispetto all’ 87% degli uomini.

 

 

 

 

marta grassini

account manager

m: +39 346 9565753

www.bcw-global.com

2021 provoke media emea consultancy of the year

2020 provoke media global agency of the year

 

 

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Idee
14/07/2021

Capita a tutti, praticamente ogni giorno, di dover trovare qualche buona idea per risolvere qualche problema. E tutti sappiamo che ci sono dei momenti della giornata in cui siamo più produttivi: al mondo ci sono le ‘allodole’, quelli che si alzano e son già pimpanti e produttivi, e i ‘gufi’, quelli che invece ci mettono un po’ a carburare e sono più pimpanti a fine giornata.

L’essere allodola o gufo non è semplicemente una moda o una scelta: dipende dai cicli circadiani, che regolano le nostre funzioni vitali, o dipendono anche da abitudini consolidate nel tempo. Ecco allora che – come riporta Wired in un articolo a firma di Giovanni Lucarelli – c’è chi si è messo a studiare il modo per essere più creativi e produttivi sia per le allodole che per i gufi.

Ci ha pensato il Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan che ha riunito 428 studenti, li ha sottoposti a un questionario per individuare ufi e allodole (per la precisione sono risultati 195 “gufi”, 28 “allodole” e 205 “intermedi”) e poi ha chiesto loro di risolvere dei problemi sia logico analitici che creativi sia al mattino che al pomeriggio.

Sorprendentemente è risultato che per trovare soluzioni creative utilizzando il pensiero divergente per le allodole era più propizio l’orario pomeridiano e per i gufi quello mattutino. Insomma, il contrario di quanto ci si sarebbe aspettati.

Perché saremmo più creativi nei momenti meno produttivi secondo i nostri bioritmi? Perché è quando siamo meno focalizzati che riusciamo a cogliere i problemi in più della loro interezza, perdendoci in tutti i rigagnoli e conseguenze dei nostri pensieri e trovando strade insolite e alternative che ci portano a pensare in modo creativo.

Idee
06/07/2021

“Vola il tempo quando ci si diverte”: un modo di dire molto diffuso che ora sembra avere anche una spiegazione scientifica. Secondo alcuni ricercatori del San Raffaele di Milano, della University of Western Australia, dell’Università di Firenze e del CNR di Pisa, non solo esiste una diversa percezione del tempo (quel motivo per cui 10’ a una festa sono diversi da 10’ in coda alla posta) ma anche dei meccanismi mentali di adattamento agli stimoli esterni.

Spieghiamoci meglio: se osserviamo un semaforo lampeggiante, dopo poco ci sembra che lampeggi più velocemente, quando invece mantiene sempre lo stesso ritmo; e così se distraiamo lo sguardo e poi torniamo al nostro semaforo, abbiamo l’impressione che il semaforo sia tornato a lampeggiare più lentamente ma – appunto – il semaforo non ha mai modificato i propri ritmi.

Tutto questo avviene perché nel nostro cervello c’è un meccanismo di adattamento sensoriale: se ci stiamo divertendo un sacco il nostro cervello è continuamente distratto e stimolato, e percepisce il tempo come se scorresse più veloce; se invece siamo in coda in autostrada e davanti a noi abbiamo sempre le stesse auto con le stesse persone e lo stesso panorama, oppure siamo in attesa di una visita medica immobili nella sala d’aspetto del medico, anche solo 1’ ci sembrerà lunghissimo.

Lo stesso vale per il tempo dilatato delle vacanze e quello delle giornate lavorative, per cui una giornata al mare dura sempre meno di 8 ore in ufficio seduti al proprio desk.

Questo perché – secondo i ricercatori – nel nostro cervello ci sarebbero diversi ‘orologi’ in grado di percepire diversamente il tempo in funzione del tipo di stimoli che ricevono.

Idee
05/07/2021

La sindrome da burnout è subdola. Non è tanto la quantità in sé di lavoro che la può scatenare, quanto il lavorare troppo e male. Una spirale che è difficile riconoscere e dalla quale è ancora più difficile uscire. Il burnout è un’espressione inglese che indica una condizione molto precisa: il sentirsi schiacciati ed esauriti dal lavoro. Una condizione che in molti hanno sperimentato e sperimentano ma che non dipende solo dalla quantità (numero di ore) o intensità (ritmi) di lavoro. C’è un aspetto più profondo, di vissuto psicologico, che è importante saper riconoscere e invertire prima che diventi cronico e patologico (anche parlandone con il proprio capo).

1. Condizione di debolezza psicologica
È la prima condizione alla base della sindrome da bornout: porsi in una condizione di sudditanza psicologica, con una sensazione di inadeguatezza, sia per quanto riguarda le proprie capacità specifiche che per l’incapacità di “reggere” certi ritmi.

2. Segnali psicosomatici
Somatizzare è una delle tipiche conseguenze del bornout. Trasformare una situazione psichica inconscia in disturbi esteriori (spesso riguardano la pelle, con sfoghi cutanei o arrossamenti, altre volte sono gastrointestinali, oppure le classiche cefalee e insonnia, o ancora inappetenza) è uno dei segnali più evidenti del fatto che si sta lavorando troppo e male. Notare questi segnali non è difficile, più difficile associarli alla malsana condizione lavorativa.

3. Espressioni verbali
Molte le diciamo quasi per scherzo, o per esorcizzare una giornata o settimana di lavoro più intensa del solito: espressioni come “Se penso a quello che ho da fare sto male” oppure “Oggi non ce la posso fare” le abbiamo sentite migliaia di volte. Ma se questa nascono da vera angoscia, tale da scatenare blocchi mentali o reazioni da stress, non sono più un modo di dire ma l’espressione di un malessere profondo. A cui dare un taglio.

Notizie
02/07/2021

Al lavoro dovremmo stare seduti il meno possibile, e lo dice la scienza: passare molte, troppe ore seduti alla scrivania può danneggiare irrimediabilmente il tuo cervello. Con gravi conseguenze anche a lungo termine. È la scoperta di un gruppo di ricercatori dell’Università della California a Los Angeles (UCLA) che tramite risonanza magnetica ha scoperto che trascorrere troppo tempo seduti alla scrivania riduce lo spessore del loro lobo temporale mediale (MTL), quell’area del cervello che ci consente di formare dei ricordi e tiene allenata la memoria.

Lo studio americano ha coinvolto 35 persone (25 donne e 10 uomini) di età compresa tra i 45 e i 75 anni, registrando tanto le ore di attività durante il giorno quanto quelle passate seduti a lavorare. La scoperta è stata la correlazione diretta tra il tempo passato seduti a lavorare e il progressivo assottigliamento del lobo temporale mediale. Vero è che questa riduzione è fisiologica con l’età, ma al crescere delle ore sedentarie e al diminuire di quelle attive c’era una corrispondente riduzione dello spessore cerebrale. Un fattore che è predisponente per il declino cognitivo e altre conseguenze come Alzheimer e demenza senile

Certo conciliare movimento e orario di lavoro è difficile, e l’ideale sarebbe ritagliarsi del tempo attivo prima o dopo le ore di lavoro. Ma è anche vero che si può aumentare questo tempo attivo, che ha la conseguenza di favorire l’ossigenazione dell’organismo e quindi anche del cervello, anche con piccoli accorgimenti, come per esempio camminare da e per il posto di lavoro, usare la bicicletta se è il posto di lavoro vicino a casa, fare una passeggiata in pausa pranzo, fare le scale anziché prendere l’ascensore o munirsi di uno standing desk per lavorare in piedi. Tutte cose che si possono fare tanto in ufficio quanto in smart working.

Ufficio
30/06/2021

Avete trovato l’azienda dei vostri sogni, il lavoro che avevate sempre desiderato e, finalmente, vi hanno chiamato per un colloquio! Ora, niente panico, perché per non arrivare impreparati davanti al vostro futuro datore di lavoro basterà seguire questi cinque punti:

Rileggete l’offerta di lavoro

Se avete scelto di candidarvi per un posto di lavoro, probabilmente avete già le idee abbastanza chiare. E se un’azienda ha scelto il vostro curriculum tra decine d’altri, avete fatto una buona impressione e l’azienda vuole conoscervi.
Quindi, per non avere brutte sorprese al colloquio, meglio rileggere con attenzione l’offerta di lavoro; potreste trovare tra i requisiti richiesti alcuni sui quali non vi sentite sicuri. È questo il momento per prepararvi al meglio e fare bella figura. Quasi sicuramente chi vi farà il colloquio vi chiederà quanto scritto nell’offerta di lavoro, specialmente se non l’avete menzionato nel vostro curriculum.

Controllate il sito web dell’azienda

Guardate con attenzione il sito dell’azienda e, se notate qualche ambito o riferimento a qualche qualità o conoscenze che, anche se non presenti nell’offerta di lavoro, pensiate possano richiedervi, annotatevele e preparatevi.
Anche questa sarà un’ottima occasione per dare una buona impressione, avendo il massimo risultato con il minimo sforzo.

Vestitevi in maniera adeguata

Sembra banale ma tante volte capita di vedere gente non adeguatamente vestita per un colloquio! Cercate di capire qual è lo standard aziendale in base alla posizione richiesta e cercate di vestirvi di conseguenza.
Per certe aziende il completo elegante sarà d’obbligo, mentre se state facendo richiesta per un lavoro creativo, probabilmente lo stile eccentrico sarà apprezzato e farà quasi parte della valutazione.
Per aiutarvi a capire l’azienda, fatevi aiutare magari da qualcuno che vi lavori all’interno se avete qualche contatto; nel dubbio è comunque meglio arrivare più eleganti, piuttosto che presentarsi in jeans e felpa da casa.

Riposate e mangiate correttamente

Sembra anche questo un punto scontato ma, è tanto ovvio, quanto spesso trascurato. Per il colloquio nel nostro posto dei sogni, è meglio arrivare mostrandoci al 110% delle nostre energie. Quindi la sera niente festa con gli amici, niente notte insonne attaccati a Netflix e niente abbuffata come se fosse Natale.
Fate un pasto leggero ed equilibrato e andate a letto presto.

Arrivate puntuali e da soli al colloquio

Cercate di arrivare al colloquio in anticipo, specie se dovete fare affidamento sui mezzi pubblici. Molto meglio studiarsi il percorso, eventualmente anche provandolo qualche giorno prima; ovviamente, non presentatevi però un’ora prima dicendo che siete già arrivati, visto che la persona che dovrete incontrare probabilmente sarà impegnata in altro: una riunione, un altro colloquio, ecc… State in zona e presentatevi cinque minuti prima dell’orario concordato.
Altra cosa importante: non arrivate mai accompagnati da parenti, amici e/o fidanzate/i. Dovete dimostrare di essere persone mature, adulte e indipendenti a cui non serve alcun supporto per un colloquio. Ultima dritta: anche se il reclutatore probabilmente l’avrà con sé, stampatevi una copia del vostro curriculum, mettetelo in una delle buste che trovate nella nostra gamma, e portatevelo appresso in caso serva.