Notizie
15/07/2019

Ad oggi sempre più importanza viene data al networking e a come i social media possono facilitare il trovare lavoro e progredire nella carriera. Ma ogni nazione è diversa su molti piani, tra cui quello lavorativo. Pertanto, qui da Viking ci siamo chiesti come fosse il mercato del lavoro in Italia. Le persone trovano lavoro grazie al networking sui social come LinkedIn o più tramite raccomandazioni di persone che conoscono?  

Per rispondere a queste domande abbiamo lanciato una campagna il cui scopo era investigare come gli italiani trovano lavoro e quale sia l’opinione collettiva del mondo del lavoro in Italia. Si affidano al tradizionale CV in carta o preferiscono metodi più moderni? Tramite la compagnai di sondaggi One Poll, abbiamo chiesto a 1000 lavoratori in tutta Italia di rispondere alle nostre domande e i risultati sono stati decisamente interessanti.  
NETWORKING: TUTTI LO AMANO MA NESSUNO LO VUOLE 
Ilo 53% degli intervistati ha dichiarato che fare networking ha avuto importanza nella loro carriera. Tuttavia, quando è stato chiesto cosa fanno per mantenere una rete di networking efficiente in molti hanno risposto che il loro sforzo è minimo. Il 50% aggiorna il CV meno di una volta l’anno ad esempio, mentre quasi 3 su 5 persone ammette di non essersi mai recato a un networking event e il 48% dichiara di aver praticamente perso i contatti con gli ex colleghi, vedendosi per parlare di carriera meno di una volta l’anno. E LinkedIn? La piattaforma più popolare per scopi lavorativi, ma agli italiani piace poco. Il 41% non aggiorna quasi mai il profilo e il 45% non posta aggiornamenti sulla bacheca per interagire con gli altri utenti. Non ne parliamo poi di parlare con i recruiters online, il 48% se ne sta bene alla larga. Ma perché gli italiani dedicano poco tempo al networking? Mancanza di tempo e pochi eventi nelle vicinanze i motivi principali. Tuttavia, un 27% ammette che non c’è niente che li ostacoli e che la mancanza di impegno sia dovuta principalmente a pigrizia.  

L’ITALIA DELLE RACCOMANDAZIONI  
Se LinkedIn e gli eventi di networking non sono il modo preferito degli italiani di trovare lavoro, allora come fanno i nostri connazionali a progredire di carriera? Innanzitutto, siamo partiti dalle basi e abbiamo chiesto quali siano le capacità più desiderabili per trovare lavoro e essere considerati per una promozione. Il 41% pensa che sia fondamentale avere le skills richieste per il lavoro, il che ha senso, il 36% crede che avere esperienza pregressa nel campo sia importante e infine il 38% cita il parlare lingue straniere come fattore fondamentale. Tutto ciò farebbe pensare a un mercato del lavoro equo e giusto, in cui le persone con la maggior esperienza e le capacità necessarie hanno accesso alle giuste opportunità. Purtroppo, però come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Infatti, subito dopo abbiamo chiesto come fosse il mercato del lavoro italiano e le risposte sono state decisamente preoccupanti. Il 61% dichiara che trovare un lavoro in Italia è difficile, il che non è sorprendente visti i dati sulla disoccupazione del paese (10,7%). Il 65% inoltre afferma che anche se il lavoro c’è, è difficile fare carriera, ma un sorprendente 38% ammette che fare carriera è sicuramente più facile se si è attraenti e di bella presenza, il che non è certo un fattore che dovrebbe influenzare il mondo del lavoro. Il 41% è d’accordo che è facile trovare lavoro e fare carriera se si conosce qualcuno all’interno dell’azienda che può aiutare e il 54% trova che non sia lo stesso per gli uomini e per le donne e che i primi siano sicuramente facilitati. Per quanto riguarda l’istruzione invece, il 45% ritiene che sia facile trovare lavoro se si esci da un’università prestigiosa. Ma forse il dato più importante e preoccupante è che il 70% è d’accordo che in Italia nel mondo del lavoro i favoritismi governano sulla meritocrazia. a questo punto non abbiamo potuto fare altro che iniziare la discussione sulle raccomandazioni. Ad oggi è chiaro a tutti che la cultura italiana si basi tantissimo sulle raccomandazioni, ma quello che ha stupito è che dei 1000 intervistati ben 1 su 2 pensa che raccomandare sia giusto. Le ragioni però di questa preferenza sono abbastanza dubbie. Tra le più citate ci sono il fatto che davanti alla possibilità di essere raccomandati o raccomandare gli intervistati non si tirerebbero indietro (16%), il fatto che sia una pratica comune (10%) e che velocizzi il processo di recruiting (10%). Forse più valide le motivazioni del 33% che vede le raccomandazioni come ingiuste. Tra le principali ragioni il fatto che la persona raccomandata potrebbe non avere le skills necessarie (20%), potrebbe non meritarsi il lavoro (21%) e ricevere favoritismi da parte del capo anche dopo in quanto conoscenza (16%). 
A questo punto è sorta spontanea la domanda su come avessero trovato lavoro i partecipanti allo studio. Ebbene, 1 su 2 è stato raccomandato da un amico per una posizione o per un colloquio, il 25% ha ricevuto una spinta da un ex collega e solo il 16% ha sfruttato LinkedIn. E quando invece abbiamo chiesto se considererebbero mai di raccomandare qualcuno il 70% ha risposto di sì. 

GENERE E ETÀ, QUALCHE DIFFERENZA?  
 
Uomini e donne si trovano quasi del tutto d’accordo 
I due sessi si sono trovati quasi del tutto d’accordo sui temi più importanti. Tuttavia, è interessante come, alla domanda su quali siano le capacità migliori da avere per trovare lavoro, il 43% delle donne ha citato il parlare lingue straniere, contro il 34% degli uomini. Gli uomini invece prediligono il networking – 58% contro il 47% delle donne. Ma forse la divisione più interessante c’è stata sulla domanda riguardante il mercato italiano e se fosse facile allo stesso modo per donne e uomini fare carriera. Gli uomini sono in disaccordo con l’affermazione per il 48% mentre le donne per il 60%. Questo denota un problema ben grosso in genarle, ma sicuramente percepito di più sul lato femminile. Una cosa però mette tutti d’accordo: il fatto che in Italia il favoritismo governi sulla meritocrazia.  

 
Giovanissimi e baby boomers, cosa ne pensano?  
Come ci possiamo aspettare i giovanissimi (18-24) danno importanza a fattori diversi rispetto ai baby boomers (55+). Su quali fossero i fattori più importanti per trovare lavoro il 27% dei giovani cita una laurea da un’illustre università. Fattore che però viene considerato importante solo al 9% dai baby boomers. Per quanto riguarda il parlare lingue straniere sono invece i più adulti a vederle come la carta vincente per una carriera soddisfacente (38% vs 23%), il che è strano se si pensa che sono di solito i giovani ad essere più orientati verso esperienze all’estero e l’apprendimento di una lingua diversa dalla propria. Nel gruppo 18-24, 1 su 2 infine pensa che avere capacità relazionali e social skills sia fondamentale per trovare e tenere un lavoro (contro il 41% dei baby boomers).  

 
Giovani tra 18 e 24 anni i più raccomandati d’Italia 
Il gruppo dei giovanissimi si mette su un piedistallo quando c’è da giudicare un raccomandato. Il 44% infatti pensa che sia sbagliato raccomandare qualcuno per una posizione. Ciò però non li trattiene da essere uno dei gruppi più raccomandato d’Italia. Ben il 53% ha ricevuto un’offerta di un posto di lavoro o di un colloquio da un genitore, il 53% da un ex collega e il 42% dal partner. Insomma, potranno anche pensare che raccomandare sia ingiusto ma come si suol dire, tra il dire e il fare…  

Gruppo più propenso all’uso di LinkedIn però, come ci si aspetterebbe dalla generazione social, con il 45% che dichiara di aver avuto offerte tramite la piattaforma. In generale il networking digitale piace ai giovanissimi. Il 74% pensa che sia importante avere una rete di contatti, il 50% aggiorna regolarmente il proprio profilo e il 44% posta regolarmente in bacheca. Ci si aspetterebbe piccoli entrepreneurs pronti a fare conoscenze a un evento per la carriera. E invece no. I giovanissimi sono social ma timidi. Una volta chiesto perché non si buttino alla carica quando si tratta di networking events, un 30% ha detto che non pensa farebbe una buona prima impressione e quindi preferisce rimanere dietro lo schermo di un computer, il 42% cita la mancanza di eventi nelle vicinanze e un 19% ammette di essere spaventato dall’incontrare persone nuove.  

Come sempre però, che si tratti di giovanissimi, baby boomers, millennials e chi più ne ha più ne metta, tutti sono d’accordo sul fatto che in Italia i favoritismi la facciano da padrone.  

In conclusione, l’Italia sembra un paese in cui le raccomandazioni e chi si conosce la fanno da padroni. 1 italiano su due è stato raccomandato per un lavoro o colloquio e il 70% considererebbe di raccomandare qualcuno – di cui un 32% già lo ha fatto. Non mancano differenze tra diverse età su come si preferisce costruire un network di contatti, con i giovanissimi che sfruttano più i social come LinkedIn, ma che allo stesso tempo trovano più spesso lavoro tramite conoscenze intime. Su una cosa però tutti gli intervistati si trovano d’accordo: il favoritismo in Italia vince la gara sulla meritocrazia.  

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sul mercato del lavoro in Italia. Tu cosa ne pensi? Quali sono i fattori più importanti per fare carriera? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

Idee
15/07/2019

Un po’ di tempo fa, abbiamo scritto un articolo sulla generazione di idee. Abbiamo preso in esame delle tecniche che ci consentissero di approfondire la tematica del come sviluppare nuove idee, collaborando al meglio con i colleghi durante le sessioni di brainstorming. Una delle tecniche che avevamo brevemente citato era quella dei “sei cappelli”. Oggi, vogliamo riprenderla per analizzare come possa essere impiegata non solo nella fase di brainstorming ma anche nella risoluzione dei problemi e, in generale, nel rapporto con gli altri membri di un team per creare un ambiente di lavoro più positivo, energico e produttivo.
Cos’è la tecnica dei sei cappelli?
Si tratta di una tecnica il cui obiettivo è di promuovere la creatività, migliorando la capacità di esplorazione per avere un approccio più a tutto tondo di un problema, idea o progetto in modo da focalizzarsi su tutti gli aspetti e prospettive generati dal cervello umano. L’inventore di questa tecnica è Edward De Bono, psicologo, scrittore e inventore maltese nonché responsabile del concetto di “pensiero laterale”. In cosa consiste questa tecnica? Nell’indossare un cappello virtuale di un determinato colore per assumere un particolare approccio al problema, idea o progetto. Normalmente, ognuno di noi è, di natura, incline a una determinata tipologia di cappello ma, all’interno di un team, sono presenti diversi tipi di persone ed è probabile che si possa sfruttare questo aspetto a vantaggio del team stesso esplorando in profondità l’approccio di ciascun componente per avere un’idea d’insieme a più ampio respiro. Oppure, può essere un modo che far esplorare a ogni membro del team stili di pensiero diversi per promuoverne lo sviluppo e l’apertura mentale. Ma vediamo nella pratica cosa comporta ciascuno di questi “cappelli”!
Cappello blu e cappello bianco
A ogni cappello è assegnato un colore che simboleggia una modalità diversa di osservazione della realtà. Il cappello blu è il “capo” dei cappelli, ossia quello che controlla tutti gli altri. Si tratta di un cappello moderatore: chi lo “indossa” – ossia chi decide di assumere il ruolo caratterizzato da questa prospettiva – avrà una posizione gestionale. Osserverà il flusso di pensiero derivante dagli altri cappelli annotandolo su carta per fotocopie, ciò che è necessario per fare evolvere positivamente la discussione, esaminerà quanto discusso e trarrà le conclusioni finali con relativo piano di azione. Il cappello bianco, invece, ci consente di pensare nel modo più obiettivo possibile. Si tratta di un approccio incentrato principalmente sui dati a disposizione con focalizzazione su ciò che deve essere cercato e trovato per dare input positivi alla discussione generata.

Cappello rosso e cappello verde
Il rosso è il colore della passione e, in generale, delle emozioni. Infatti, “indossando” questo cappello (o seguendo questo approccio), saremo liberi di esprimere i nostri sentimenti senza necessità di doverci giustificare. È inoltre il colore dell’istinto e dell’intuizione – perfetto per dare voce alle sensazioni o alla parte più “fisica” del nostro ragionamento. Il cappello verde è molto simile ma meno impetuoso. È il classico approccio derivante dal pensiero laterale. In questa modalità, possiamo offrire alla discussione (ad esempio su come gestire un progetto in maniera efficiente e produttiva) possibili idee e alternative non ancora esplorate.
Cappello giallo e cappello nero
Seguendo ciò che viene generalmente associato a questi colori, è abbastanza semplice capire che il cappello giallo identifica un approccio energetico e positivo. Chi assume questo ruolo sottolineerà gli aspetti a favore della realizzazione di una determina idea, ad esempio. Ne spiegherà i vantaggi dando motivazioni logiche. Osservando una situazione dal punto di vista positivo, possiamo comprendere perché funzionerà e quali benefici ne trarremo. Al contrario, il cappello nero ci consente di focalizzare l’attenzione sulle difficoltà, i punti deboli e i rischi o pericoli. Anche in questo caso, vengono offerte motivazioni logiche a quanto proposto. Si tratta di un ruolo di critica negativa dove andremo a preoccuparci di ciò che può andare storto, prestando attenzione ai possibili risvolti sfavorevoli.

Aspetti positivi di questa tecnica
Come abbiamo visto, questa tecnica offre al team una modalità per pensare in maniera più efficace con una pianificazione più coesa. Aiuta a esplorare un’idea o progetto in modo approfondito tenendo in considerazione tutti gli aspetti per fare scelte ponderate e adeguate, migliorando la produttività generale del team. Offre inoltre un modello di sviluppo personale in quanto ci consente di assumere ruoli che possano farci vedere la situazione da un’ottica totalmente diversa. Se ad esempio indossiamo spesso il cappello nero, può essere interessante provare per un po’ quello giallo! Davanti a un momento di stallo in un progetto, si può rivelare la tecnica azzeccata per esplorare il problema, discutere nuove idee, sviluppare soluzioni e selezionare quella migliore.

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto una tecnica interessante da adottare nel corso di un progetto per migliorarne esito e produttività. La impieghi già con successo? Raccontaci come sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
12/07/2019

Le principali cause di distrazione sul lavoro sono spesso meno, molto meno considerate, di tutti quei fattori che invece puntano ad aumentare la produttività delle nostre giornate lavorative. Non c’è differenza tra essere degli impiegati, dei liberi professionisti con un proprio ufficio o far parte di quella schiera di nuovi lavoratori fluidi che si appoggiano ai coworking e fanno del nomadismo professionale uno stile di vita: le distrazioni ci sono per tutti, a volte servono per fare una pausa, resettare il pensiero e ripartire di slancio, altre volte invece fanno perdere pezzi importanti di lavoro, che causano errori, ritardi, aumento dei costi, sforamento delle tempistiche. Con buona pace della produttività.
Le principali cause di distrazione sul lavoro
A fare la classifica delle principali cause di distrazione sul lavoro ci ha pensato uno studio di Future Workplace commissionato da Poly, che ha scattato una interessante fotografia di quello che succede all’interno degli uffici.

Colleghi che parlano al telefono a voce alta
Festicciole aziendali
Colleghi che parlano nelle vicinanze della propria postazione
Videogame installati sul computer
Suonerie di cellulari o notifiche di smartphone
Animali domestici in ufficio

Ma questo è solo la classifica nuda e cruda che emerge dall’indagine. Poi ci sono tanti dettagli decisamente più interessanti. Per esempio che praticamente tutti i lavoratori (99%) ammettono di essere distratti in qualche modo e da qualcosa mentre stanno lavorando. E la metà di questi (48%) che le distrazioni riducono la loro efficienza sul lavoro e la loro produttività.

La cosa più interessante da notare è che la principale causa di distrazione sono i colleghi, o coworker se i tratta di openspace o coworking: per il 76% dei lavoratori, sono gli altri che parlano, al telefono o nelle vicinanze, a distrarre l’attenzione dal compito che si sta svolgendo (e spesso è proprio una telefonata a essere disturbata).

E quindi è tutta colpa degli uffici aperti e urge un ritorno agli uffici individuali? Ni, sarebbe la risposta. Certo la generazione dei Baby Boomers, quelli prossimi alla pensione, mal sopporta gli open space (vanno bene solo al 38% di loro) ma più si scende nella scala di gioventù dei lavoratori e più gli open space sono ben visti: 47% della Generazione X, 56% di Millenials, 55% di Gen Z. Perché? Perché probabilmente per le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro le relazioni sono produttive e creative e hanno imparato da subito ad aver a che fare con la complessità e il caos. Tanto che il 52% della Gen Z sostiene di essere più produttiva quando lavora nel rumore (al contrario il 60% dei Baby Boomers afferma di essere più produttivo quando è silenzioso).

Idee
10/07/2019

Cambiare lavoro significa anche rompere il ghiaccio con i nuovi colleghi. Che si cambi proprio azienda o settore, o che si viva una promozione a nuove responsabilità, la prima cosa da fare è quella di trovare le modalità per dialogare con i nuovi colleghi. La coesione del team, il senso di appartenenza, il commitment arriveranno in un secondo tempo ma così, dal primo giorno del nuovo lavoro, l’importante è rompere il ghiaccio e cominciare a costruire nuove relazioni.

Ma rompere il ghiaccio con degli sconosciuti, con i quali si intratterranno per lo più solo relazioni professionali, non è per niente facile, e qualche piccolo trucco può aiutare a farsi accettare più in fretta.
Dimostrati responsabile
Fin dal primo giorno ci saranno delle cose da fare, e probabilmente alcune di queste saranno di tua responsabilità. Per quanto tu non abbia ancora capito tutti i meccanismi della nuova realtà lavorativa, dimostrarti responsabile è il miglior modo per conquistare la fiducia: chiedi informazioni, approfondisci le cose che devi fare, non temere di fare domande anche scontate, ma una volta che hai tutto chiaro in mente garantisci che sarà fatto. E fallo per davvero.
Scopri come comunica il team
Ci sono aziende e team che fanno tutto via mail, altri che affidano tutto al telefono, altre ancora che propendono per i documenti condivisi e altri ancora per cui le riunioni sono tutto. Cerca di capire da subito quali sono le modalità di comunicazione adottate principalmente nel nuovo luogo di lavoro e adeguati. Ci sarà tempo in seguito per provare a suggerire delle modifiche più efficienti e funzionali al lavoro.
Sii flessibile
Le vecchie abitudini non valgono più, e in ogni nuovo posto di lavoro ci sono cose che non ti aspettavi. Non è all’inizio della tua nuova carriera che devi tenere il punto, soprattutto se non sei il capo. Essere flessibile, vedendo gli imprevisti come delle opportunità, è un buon modo per conquistare fiducia e rompere davvero il ghiaccio con i nuovi colleghi. Chi dimostra di saper lavorare in team per l’azienda è sempre una risorsa ben accolta.
La puntualità è tutto
Chi arriva in anticipo è in orario, chi arriva in orario è in ritardo, chi arriva in ritardo non c’è. Non c’è bisogno di fare il primo della classe, ma di essere puntuali, ogni giorno e nelle scadenze, sì. È la conseguenza del primo punto, quelle del dimostrarsi responsabili: dominare il tuo tempo ti permetterà anche di gestire le relazioni, costruendone di positive nel tempo.

Notizie
08/07/2019

Si dice Gender Gap e si intende quell’insieme di differenze a livello di condizioni economiche, di accesso al lavoro, di istruzione e conseguentemente sociali che hanno un impatto concreto sulla vita delle persone in base al genere sessuale di appartenenza. E quando si parla di mancata uguaglianza tra le condizioni sociali, economiche e culturali, si intende soprattutto, ma non solo, l’esistenza di penalizzazioni e fattori limitanti per le donne rispetto ai maschi. Questo riguarda molti aspetti della vita quotidiana delle persone e anche, se non soprattutto, le condizioni di lavoro. C’è un report – Il Global Gender Gap Report, stilato ogni anno dal World Economic Forum – che monitora e analizza le condizioni di lavoro delle donne nel mondo e la cattiva notizia è che ancora oggi, nel 2019, in nessun paese del mondo c’è ancora una vera parità di genere: se si considera la percentuale di donne che lavorano, le differenze salariali, la rappresentanza femminile nelle posizioni apicali e nei consigli d’amministrazione, e la tutela della maternità, non c’è un solo paese al mondo in cui i meriti delle donne sono riconosciuti e valorizzati come quelli dei maschi.
I migliori Paesi per le donne che lavorano
Detta la cattiva notizia, passiamo invece a quelle quasi buone. In generale è l’Europa occidentale il miglior posto al mondo per le donne lavoratrici, con il più alto livello di parità di genere (75,8%). Seguono Nord America (72,5%), America Latina (70,8%), Europa dell’Est e Asia centrale (70,7%), Asia orientale e Pacifico (68,3%), Africa sub-sahariana (66,3%), Asia meridionale (65,8%) e infine Medio Oriente e Nord Africa (60,2%). Ma anche nell’Europa Occidentale dove viviamo noi non è tutto oro quello che luccica e le medie nascondono sempre un ’bout meriti e colpe.

Per esempio noi, l’Italia, siamo il fanalino di coda dei Paesi più avanzati. Per dirla in modo spiccio, siamo i peggiori tra i migliori, che è meglio che essere i migliori tra i peggiori ma è una magra consolazione: ora siamo al 72° posto su 149 Paesi considerati, precediamo Grecia (per rimanere in Europa) ma anche Giappone, ma siamo dietro a Honduras e Montenegro.

Ma allora dove deve (o dovrebbe) andare una donna che voglia veder riconosciuti i suoi meriti e diritti? Le nazioni migliori da questo punto di vista sono – nemmeno tanto sorprendentemente – quelle nordiche: Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia, ai primi posti della classifica. Ma subito dopo viene questa volta sì sorprendentemente il Nicaragua, e al sesto il Ruanda, un Paese dell’Africa sub-sahariana. Completano in ordine la Top 10 la Nuova Zelanda, le Filippine, l’Irlanda e dalla Namibia.

Idee
05/07/2019

Dove sedersi in una riunione dice molto delle intenzione che si hanno. E chi ha studiato un ’bout di dinamiche di gruppo e di prossemica, che è la scienza che studia il modo in cui le persone interagiscono nello spazio, sa interpretare già al primo colpo d’occhio chi sarà dalla sua parte e da chi arriveranno gli attacchi più insidiosi. D’altra parte tutti abbiamo fatto i nostri semplici ragionamenti su dove sederci in una situazione nuova, come il primo giorno di scuola: alle elementari volevamo solo stare vicino all’amico/a del cuore, ma già alle medie e superiori probabilmente abbiamo scelto un posto non troppo da secchione (prima fila davanti alla cattedra) o da casinista (ultima fila, possibilmente ben nascosti). E così funziona né più né meno quando si tratta di sedersi intorno a un tavolo per affrontare una discussione.

Il trono del leader

È Il posto che tutti sanno essere per chi comanda in quella situazione, dal manager all’amministratore di condominio. Normalmente è a capo tavola, se si tratta di un tavolo lungo da riunione, o comunque in posizione dominante rispetto agli altri: spalle al muro o alle finestre, occhi sulla porta d’ingresso, tutto sotto controllo.

La postazione d’attacco

L’oppositore principale sceglierà la sua postazione d’attacco esattamente agli antipodi. È il cosiddetto punto focale, ovvero dove si concentra maggiormente l’attenzione del leader. In un tavolo è al capo opposto, in una riunione plenaria nelle prime file (ma non in primissima fila) esattamente davanti al palco, vicino al corridoio centrale. Simbolicamente, e fisicamente, il leader e il suo alter ego sono l’uno contro l’altro, e tutte le altre persone oscilleranno tra i due fuochi. Se siete il leader, guardate subito davanti a voi e avrete già capito il vostro antagonista.

L’alleato

Accanto al leader, a destra e/o a sinistra. Un ’bout come i vassalli dei signori medievali, gli alleati, i fedelissimi, si siedono accanto al leader, a proteggerne i fianchi: c’è chi ne ha lo status per esserlo e chi vorrebbe e si accaparra quei posti per adulare e farsi notare. Conviene sempre non dimenticarlo.

Le sorprese

Le dinamiche umane non sono mai semplici e prevedibili, e oltre all’antagonista bisogna fare attenzione alle sorprese, gli attacchi inattesi, che potrebbero venire dai lati. Anzi, normalmente chi attacca dai lati è più subdolo, attende il momento giusto, non parte a testa bassa e, potenzialmente è quello che può mettere più in difficoltà. In un tavolo a U potrebbe trovarsi nel mezzo dei due bracci laterali, o in un’assemblea intorno alla quarta / quinta fila, in una sedia vicino ai corridoi esterni. Preparatevi a rintuzzare i suoi attacchi o vi colpirà davvero ai fianchi.

Idee
03/07/2019

In ogni azienda ci sono dei tipi di capo da evitare, delle creature mitologiche metà manager e metà aguzzino, che hanno scalato le gerarchie in modi più o meno ortodossi e che ora fanno della propria incompetenza, non solo specifica ma spesso anche di leadership ed empatia, il più grande ostacolo alla crescita dell’azienda. E attenzione: un capo del genere, più o meno inadatto al ruolo, non è solo un problema per l’azienda ma lo è anche per te, che dovrai lavorare nella tempesta dei suoi umori e, nella sventurata ipotesi di una tua promozione, diventarne anche il braccio destro. Ecco, con questi 4 tipi di capo, brillantemente e argutamente elencati da Jo Owen, top manager con il dono della penna e autore di numerosi e gustosissmi libri sul tema della leadership, è decisamente meglio girare al largo.

1. Il finto capo

Sì, è stato nominato capo e leader, ma è debole e permissivo e non è né capo né leader. Certo, lavorare con lui è anche piacevole, perché non ci sono mai temporali e tensioni, ma alla fine è come galleggiare su una barchetta la domenica pomeriggio in un laghetto cittadino: non vai da nessuna parte.

2. Il capo avversario

Ci sono anche le personalità oppositive, e purtroppo a volte arrivano anche nei posti di comando. Sono quelli che intimamente godono se tu sbagli, se il tuo errore procura problemi o danni all’azienda, se le cose non funzionano come dovrebbero e se, insomma, hanno modo di andare a lamentarsi ai piani ancora più alti. Ecco, anche da questi via molto velocemente.

3. Il capo inadatto

Avete presente il concetto di persona giusta nel posto sbagliato? Ecco, lui, totalmente inadatto. Non che sia incapace, perché avrebbe anche delle capacità e notevoli, è che non ha nulla a che fare con l’azienda, il contesto, il business o il momento. Sono i più difficili da riconoscere, perché è difficile metterli a fuoco sullo sfondo complessivo, ma sono anche i più subdolamente pericolosi per la propria carriera.

4. Il capo assolutista

O lui o il nulla. O la squadra o la morte. O il tutto o il niente. È il capo assolutista, che ti vuole al 100%, prima, durante e dopo l’orario di lavoro, una specie di santone al quale prima ti affidi e poi, forse, riesci a razionalizzare. Tutti i grandi condottieri della storia hanno inanellato clamorose vittorie prima di altrettanto clamorose sconfitte: se ne hai la stoffa, seguilo fino a un attimo prima di cadere rovinosamente insieme a lui.

Idee
01/07/2019

Qualche settimana fa, abbiamo preso in esame il networking come utile strumento da utilizzare nel corso della nostra vita professionale per trovare lavoro o avanzare di ruolo, analizzando modi per fare networking nelle diverse fasi della carriera. Sicuramente i social network sono sempre più utilizzati per incontrare persone e scambiare nozioni e informazioni, con un approccio a volte molto simile al networking ma senza la presenza fisica del faccia a faccia. Quest’ultimo può essere un aspetto a vantaggio del networking ma, per abbattere le distanze fisiche, i social hanno senz’altro una marcia in più. Vediamo quindi come utilizzare questo secondo strumento ormai parte integrante della nostra vita adattandolo ai diversi scopi professionali che ci prefiggiamo nel nostro percorso lavorativo.
Social network e networking faccia a faccia
Incontrare qualcuno che possa aiutarci ad avanzare nel nostro percorso professionale può essere molto utile. Soprattutto se di persona. Possiamo instaurare un legame migliore e più profondo e mantenere viva la relazione nel tempo. I social però ci danno accesso a un parco più ampio di potenziali datori di lavoro, collaboratori e clienti. Con la dovuta ricerca e i mezzi adeguati possiamo accorciare le distanze e raggiungere proprio quella persona a cui stiamo pensando che magari, trovandosi a centinaia di chilometri di distanza, sarà difficilmente presente all’evento di networking organizzato nella nostra città. Il networking può inoltre essere considerato come una vera e propria arte, potenzialmente molto efficace una volta affinata. Sicuramente ci sprona a lavorare su noi stessi, a imparare, e a migliorare le nostre lacune anche se a volte (soprattutto i più introversi) si esprimono al meglio con il comfort della tastiera. Per ottenere il massimo beneficio, noi consigliamo di unirli: perché non proporre un incontro di persona dopo aver conosciuto qualcuno online oppure viceversa, cementare un incontro a un evento con regolare contatto sui social?
I social per creare una presenza
Uno dei motivi più importanti per l’utilizzo di social network come LinkedIn, ad esempio, è la ricerca di un lavoro. Oltre a creare un profilo che possa interessare gli addetti alle assunzioni e a rendere privato o a eliminare qualsiasi cosa che non si desideri mostrare, è consigliato pubblicare anche notizie o informazioni a cui invece si vuole dare rilevanza. Ti raccomandiamo di cercare persone che stimi della tua stessa fascia di età e osservare come si comportano online, cosa pubblicano e che immagine proiettano della loro vita professionale. Pensa quindi al ruolo che vorresti rivestire e agli aspetti importanti di tale professione e inizia, in piccolo, a pubblicare in tale direzione per costruirti un’immagine affidabile nel settore. Tramite i social, è inoltre possibile reperire informazioni e ultime novità del campo a cui appartieni, come un vero e proprio strumento di sviluppo professionale.

Come utilizzare i social nelle fasi intermedie
Abbiamo visto che, nelle fasi precoci del tuo percorso professionale, i social network possono essere utilizzati per creare una presenza online. Nelle fasi intermedie, dovresti essere riuscito a consolidare tale presenza e grazie al coinvolgimento creato da interazioni come commenti, condivisioni e like, le persone con le quali sei connesso online dovrebbero avere un’idea generale di chi sei. Ora è importante comunicare cosa fai con informazioni su ciò a cui stai lavorando, riconoscimenti ricevuti che possano mettere in risalto la tua crescita professionale o aggiornamenti di eventi recenti a cui hai partecipato per lavoro. Questa fase è molto importante per consolidare il profilo, per cambiare professione o per avanzare di ruolo; instaurare solide relazioni online – da portare quindi offline – è un ottimo modo per farlo.
I social network come strumento per divulgare la conoscenza
Al contrario di quanto si possa pensare, i social network rappresentano un ottimo strumento anche nelle fasi più avanzate del proprio percorso professionale. Oltre a utilizzare queste piattaforme per mantenere le relazioni che hanno consentito ai dirigenti di arrivare ai vertici della scala lavorativa, i social rappresentano anche un valido modo per formare e reclutare nuove leve. Le posizioni manageriali importanti si caratterizzano per una notevole quantità di conoscenze che possono essere condivise sotto forma di coaching o mentoring. In tal modo, è possibile trovare nuovi e giovani talenti da assumere nella propria azienda per promuoverne il successo e mantenerne la competitività.

Aspetti positivi dei social
Abbiamo visto come, per ogni fase del nostro percorso professionale, i social possano essere sfruttati come piattaforme di formazione, co-apprendimento e coaching per trovare lavoro, migliorare la nostra posizione lavorativa o trasmettere ad altri le conoscenze acquisite. Non dimentichiamo che, anche se usiamo i social da dietro un computer, si basano sempre sull’istaurazione di relazioni sane, positive e solide con altre persone, permettendoci di allargare la nostra cerchia oltre i due minuti di conversazione alla stampante laser! In fondo, è grazie all’aiuto ricevuto e a quello che riusciamo a dare in cambio che possiamo influenzare la nostra ma anche la vita professionale degli altri.

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto spunti interessanti per riflettere su come i social network possano essere essenziali in ogni fase del percorso professionale. I social ti hanno aiutato nella tua vita lavorativa? Raccontaci come sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
28/06/2019

Lavorare con il caldo, per molti o quasi tutti, è quasi peggio che farlo con il freddo. Vuoi perché il caldo peggiora le condizioni di chi soffre di pressione bassa, vuoi perché con il freddo almeno ci si può coprire ma con il caldo, più di tanto, non ci si può scoprire, vuoi perché con il caldo l’aria nei luoghi di lavoro diventa ancora più pesante e irrespirabile, vuoi perché con il caldo, in molti luoghi di lavoro, si abusa dell’aria condizionata e lo sbalzo termico con le temperature esterne è quasi più “pericoloso”. Ma allora come fare a lavorare in questi mesi estivi, soprattutto nelle grandi città e negli uffici affollati? Seguendo alcuni semplici consigli sempre validi.
5 consigli per lavorare con il caldo
Comincia presto e sfrutta le ore più fresche
Se svegliarsi presto e cominciare a lavorare presto può essere un consiglio sempre utile, a maggior ragione lo è in estate: c’è luce fin dalle prime ore del mattino, le temperature all’alba son più fresche, si trova meno traffico e si può pensare di tornare a casa prima, sfruttando le ore serali per rilassarsi. Se l’azienda o il datore di lavoro lo consentono, può essere una soluzione semplice e pratica, magari anche sfruttando l’home working.
Dress code sì, ma estivo
Molte aziende si sono già adeguate: ok al dress code, ma se questo significa poi spendere migliaia di euro in aria condizionata, allora via libera a un abbigliamento meno formale ma più fresco, dal lino per lui agli abiti estivi per lei.
Schermare le finestre
L’aria condizionata può fare molto, ma schermare le finestre come facevano le nonne prima dell’avvento dei condizionatori è un consiglio sempre valido: chiudere le tende (o le tapparelle o le persiane, se l’ufficio ne è dotato) può aiutare ad abbassare le temperature di qualche grado.
Bere e bagnarsi
Bere acqua regolarmente è un consiglio sempre valido, ma per abbassare la temperatura corporea può essere utile anche inumidire i polsi (per esempio lavandosi le mani con dell’acqua fresca) o le tempie a intervalli regolari: è un ottimo trucco anche per chi lavora con i computer portatili che scaldano parecchio.
Mangiare poco e leggero
Non sempre le mense si adeguano alle esigenze di un’alimentazione estiva, e la tentazione è sempre in agguato, ma in estate è il tempo perfetto per le insalatone, i risi e le paste fredde, i frutti di stagione, le carni bianche e tutto ciò che è leggero e facilmente digeribile. Non appesantire la digestione è il modo migliore per essere lucidi e reattivi anche il pomeriggio.