Notizie
16/05/2022

A chi non è capitato, dopo la sofferta sveglia mattutina e un caffè preso al volo, di ritrovarsi in ufficio, davanti al computer, tentando di assecondare il brontolio dello stomaco che, fino a ora di pranzo, si fa sempre più intenso. Dopo molti caffè e qualche sporadico spuntino arriva finalmente la pausa pranzo. Quale occasione migliore di rifocillarsi e prepararsi ad affrontare il resto della giornata in ufficio? Per questo ci siamo chiesti come si svolge la pausa pranzo nei diversi paesi e nelle diverse culture del mondo.

Immaginiamo di salire su un treno, come in un libro di Jules Verne, per andare a scoprire come trascorrono la pausa pranzo – o meglio, cosa mangiano – i lavoratori di altre nazioni. Dopo una lunga ricerca svolta consultando pubblicazioni e trend di 10 diversi paesi del mondo, abbiamo raccolto per voi i piatti più diffusi durante la pausa pranzo.
ITALIA
Come mangiamo
Partiamo con il nostro giro del mondo “in 10 piatti” cominciando proprio con il nostro Paese.

Le ultime indagini svolte sulle abitudini alimentari di noi italiani ci danno una panoramica molto interessante di come affrontiamo la pausa pranzo. Una recente ricerca di Edenred, in collaborazione con FOOD – il programma europeo che promuove un’alimentazione sana ed equilibrata – che ha coinvolto undicimila lavoratori in tutta Europa oltre a duemila ristoratori, ha messo in luce un’importante tendenza.

In Italia è infatti emerso che il 55% degli intervistati opta per un piatto salutare in pausa pranzo e una grande maggioranza – l’84% – presta attenzione alle qualità nutrizionali di ciò che mangia, preferendo piatti bilanciati. Altro segnale di questa forte attenzione verso il “mangiar sano” viene dal 50% dei rispondenti che dice di evitare snack grassi, salati o con alto contenuto di zuccheri. Anche i ristoranti confermano quanto emerso dai consumatori: il 37% ha visto un aumento della domanda di cibi equilibrati e salutari nell’arco dell’ultimo anno.

Un trend virtuoso quindi, che ci permette di portare alta la bandiera della Dieta Mediterranea, la quale, lo ricordiamo, è stata riconosciuta Patrimonio Culturale UNESCO. Proprio per promuovere la tradizione mediterranea, Edenred si è inoltre fatta promotrice del programma “Pausa Mediterranea” che educa ad un corretto approccio alla pausa pranzo: infatti, una corretta alimentazione influisce non solo sulle prestazioni lavorative, quindi i livelli di concentrazione e attenzione, ma anche, più in generale, sulla salute.
Cosa mangiamo
Veniamo ora alla parte più gustosa: il menu della pausa pranzo. Potremmo chiederci come si coniuga questa attenzione verso un’alimentazione sana con il solito panino o tramezzino mangiato in tutta fretta sulla propria scrivania. In realtà, dai dati emersi da un’altra importante ricerca, organizzata da ANCIT e DOXA, le nostre abitudini in ufficio non sono così drastiche come si potrebbe pensare. Anzi, emerge che 3 italiani su 4 fanno pausa pranzo tutti i giorni. Anche se talvolta, presi dagli impegni e dai tempi piuttosto tirati, dobbiamo accontentarci di uno spuntino, i numeri mostrano che il 51% degli italiani dedica in media almeno un’ora alla pausa pranzo con il 18% che va anche oltre l’ora.

Dove consumano il pasto i 6 italiani su 10 che mangiano fuori casa? Il 24% rimane sul luogo di lavoro, il 20% si reca alla mensa aziendale e il 14% trascorre la pausa pranzo in un bar o tavola calda. Tra chi resta in ufficio, il pranzo portato da casa va per la maggiore con la cosiddetta “schiscetta[1]” che rimane la modalità preferita per l’85% degli italiani. Tra gli alimenti più diffusi troviamo il tonno, i pomodori e le verdure; dato che conferma una crescente attenzione a mangiare piatti che siano buoni ma anche salutari e bilanciati.

Tra i piatti forti nei pranzi in ufficio ci sono il tonno (preparato con insalata di riso oppure con la pasta), i pomodori e le verdure. Abbiamo quindi ricreato un classico quanto gustoso piatto di pasta con tonno, olive e pomodorini. Un altro elemento spesso presente è una sana e leggera insalatina per accompagnare il piatto principale. Per finire non può mancare un buon caffè espresso.

 

Ma non tutti sono così attenti all’alimentazione. Abbiamo chiesto ai membri del nostro team internazionale quale fosse il piatto più diffuso durante la pausa pranzo nel proprio paese di origine. Dopo un’intensa ricerca ne è emerso un menu molto variegato, che presentiamo di seguito, interessante specchio della diversità culinaria – e culturale – dei vari paesi. Riuscireste a mangiare questi piatti prima di affrontare un lungo pomeriggio lavorativo? Quali evitereste?

GRAN BRETAGNA

Gli inglesi non si fanno mai mancare un buono snack e tra i più apprezzati ci sono i cioccolatini Maltesers. Noi italiani sceglieremmo qualcosa di più classico come dessert, come una fetta di torta o un buon dolce al cucchiaio ma questi dolcetti, dopo una bella zuppa e un tramezzino, sono di sicuro un gustoso complemento alla parte salata del pranzo.

GERMANIA

In Germania non ci vanno leggeri quando si tratta di cibo. Uno dei menu più apprezzati a pranzo comprende il celebre Currywurst – unione di curry e bratwurst – che consiste in un wurstel tagliato a rondelle condito con abbondante ketchup ed accompagnato da patatine fritte.

AUSTRIA

Lo Schnitzel, specialità culinaria di cui gli austriaci vanno ghiotti, è molto simile alla nostra cotoletta alla milanese ed è fatto di una fetta di vitello, tagliata sottile, impanata e fritta. Viene spesso accompagnato da un’insalata e delle patate cucinate con erbe e spezie per insaporirle. Negli ultimi tempi si sono diffuse anche versione vegetariane, che sostituiscono la carne con succedanei come la soia, in risposta al diffondersi di questo tipo di dieta.

FRANCIA

In Francia non possono farsi mancare una baguette croccante e farcita con prosciutto e burro: una ricetta semplice e veloce ma da acquolina in bocca assicurata. Non manca neppure il dessert: una appetitosa fetta di torta di mele o “tarte tatin” come viene chiamata la tipica ricetta francese.

OLANDA

In Olanda il pranzo è veloce ma bilanciato, con un panino al tipico formaggio Gouda – molto diffuso nei Paesi Bassi – accompagnato con della frutta fresca come mele ed uva.

STATI UNITI

La cucina americana è molto diversa dalla nostra. Tuttavia non si può dire che sia priva di sapori: il tipico break in ufficio inizia con una pizza pepperoni – salame americano fatto di carne di maiale e manzo condito con paprika e peperoncino – per poi spostarsi sul dessert composto da gelato al cioccolato e Skittles – caramelle simili per forma e colori agli M&M’s. Il tutto servito con una coca-cola che aiuta poi anche nella digestione del variegato pasto.

BRASILE

Feijoada – tipico piatto brasiliano a base di fagioli e carne – accompagnata con riso bianco e acqua o latte di cocco a seconda delle preferenze.

TURCHIA

In Turchia uno dei piatti tipici più consumati a pranzo è il Pide, meglio conosciuto come Pita in italiano, tipico pane piatto turco, servito con feta e spinaci. Per concludere una tazza del caratteristico caffè turco.

INDIA

In India il pranzo è servito nel dabba che è un tipico contenitore utilizzato dai ristoranti per la consegna del cibo. Alcune tra le ricette più diffuse sono il riso con moong dal – fagioli mungo che vengono sgusciati e spezzati – pollo saagwala con curry, patate e piselli. Per accompagnare le pietanze si usa il chapati – un tipo di pane piatto – oppure il Roti. A conclusione del pranzo può esserci una tazza di chai tè, un tè aromatizzato indiano.


[1] Per chi mangia sul lavoro la “schiscetta” è la modalità preferita. Questo termine, nato dal dialetto milanese, indica il cibo portato da casa dentro a un contenitore.

Ufficio
12/05/2022

Il lavoro procede bene, il fatturato sorride, gli ordini continuano ad arrivare e da tuttofare, inizia a essere difficile per un libero professionista gestire la propria attività da solo. Ecco che all’orizzonte si prospetta una domanda che cela numerosi dubbi e timori: è arrivato il momento di assumere il mio primo dipendente? Per molti, il passaggio è pieno di insidie. La burocrazia e le responsabilità aggiuntive rappresentano più spesso un deterrente, soprattutto in Italia, dove le pratiche burocratiche possono tradursi in diversi oneri e ostacoli.

Una volta individuato il ruolo da ricoprire e la persona giusta per tale posizione, è necessario attenersi alle norme legislative in materia di occupazione, fornire servizi e training di base e garantire che la documentazione e l’iter burocratico rispettino quanto previsto dalla legge in vigore. Per questo motivo, abbiamo redatto una guida rivolta a tutti gli imprenditori che si apprestano a compiere questo arduo passo.

Oltre alle tasse e ai contributi da versare per l’assunzione del nuovo dipendente, il datore di lavoro deve inoltre garantire un ambiente consono con regolari corsi di formazione. Dal canto suo, il nuovo assunto deve offrire al proprio capo diligenza, obbedienza e fedeltà, ottenendo in cambio diritti quali malattia, straordinari e vacanze retribuite, rappresentanza sindacale e maternità o paternità.

Se si assume personale proveniente dall’Unione Europea, verranno applicate le stesse condizioni vigenti in Italia. A volte però, è possibile che il dipendente perfetto non si trovi dietro l’angolo ma in un Paese al di fuori dell’UE. In questo caso, si dovrà seguire un iter burocratico diverso. Il datore di lavoro deve richiedere il nulla osta. Dopo averlo ricevuto, il dipendente deve presentarsi a un appuntamento presso l’autorità consolare del proprio Paese, la quale propone il contratto rilasciando il visto di entrata. Entro otto giorni dall’ingresso in Italia, il lavoratore straniero deve recarsi allo Sportello Unico, sottoscrivere il contratto di residenza e richiedere il permesso di soggiorno. Da questo punto in poi, sarà soggetto alle stesse norme che regolano i lavoratori italiani.

Se volete scaricare l’intera infografica in pdf, potete farlo qui!

Ufficio
10/05/2022

Computer e server che ronzano in continuazione. Cellulari che trillano. Audio e video in autoplay sui siti Web. E tutto il resto della tecnologia che ormai pervade qualunque ufficio, studio professionale o comunque realtà aziendale del mondo. Ma se la tecnologia aiuta in molte operazioni quotidiane, può anche essere di disturbo se non proprio un vero fattore di stress, soprattutto quando chi la usa – cioè noi – non pensa alle conseguenze delle proprie azioni.

E allora, esattamente come esiste la netiquette per i comportamento accettabili sul Web, così Mashable, la bibbia dell’hi-tech, ha stilato le 8 regole di comportamento in ufficio per evitare che il/la collega tecnologico diventi anche il/la collega fastidioso/a.

1. Mai scollegare un dispositivo in carica che non sia il proprio
Le batterie durano sempre meno, c’è sempre più bisogno di ricaricare qualche dispositivo, le prese non bastano mai. Tutto vero. Ma insomma, qualunque sia l’esigenza, prima si chiede il permesso, poi si scollega un dispositivo.

2. Mai indossare auricolari lontano dalla scrivania
Al proprio desk può essere consentito, per concentrarsi e isolarsi o anche perché bisogna ascoltare un audio. Ma insomma, gironzolare per l’ufficio con le cuffie nelle orecchie è proprio da screanzati.

3. Non usare il computer altrui
Almeno finché non ne avete chiesto il permesso. Vero che il computer è aziendale, ma ci sono al suo interno anche un sacco di dati personali. E ficcarci il naso è come guardare nel cassetto della biancheria intima in casa d’altri: non si fa.

4. Ricaricare i dispositivi che si usano
Fosse la stampante, fosse la macchinetta del caffè, fosse anche il rotolo di carta igienica in bagno, se finisce, si ricarica, lasciando il tutto pronto all’uso. E se c’è qualcuno addetto a farlo, avvisatelo tempestivamente. Il vostro tempo è prezioso come quello degli altri. (se dovete acquistare risme di carta per stampanti e multifunzione, qui trovate tutti i consigli per scegliere la più adatta).

5. Silenziare la suoneria del telefono (o almeno tenerla a un volume basso)
Non importa che lo smartphone sia privato o aziendale: “The Final Countdown” a tutto volume la prima volta può strappare un sorriso, alla 20^ vi farà strappare il cellulare dalle mani. Soprattutto se suona abbandonato sulla vostra scrivania.

6. Lasciate perdere il laptop durante le riunioni
Vero, laptop o tablet ormai servono per prendere appunti, accedere a informazioni, mandare file, visualizzare presentazioni anche durante i meeting. Ma insomma, anche se la riunione è di quelle interminabili, loggarsi su Facebook e farsi gli affari propri è proprio esecrabile (e non vi mette certo in buona luce coi superiori). Nel caso in cui le riunioni siano davvero, sempre interminabili, tenetele in piedi come vi abbiamo suggerito qui.

7. Limitare le chat
Certo, ormai anche le chat sono state sdoganate come strumento efficace di dialogo tra colleghi. Ma se la questione è davvero importante meglio alzarsi e andare a discuterla di persona: si evitano fraintendimenti, discussioni interminabili e altre spiacevoli conseguenze.

8. Non toccare lo schermo altrui
Ciascuno ha le proprie fissazioni, e quella dello schermo pulito appartiene a molti. Lasciare ditate e impronte sul display di altri può davvero mandarli in bestia: se dovete indicare qualcosa, fatelo senza toccare il monitor (piuttosto tenete tra le dita una matita: qui scoprite come scegliere quella adatta alla vostra attività). E dovesse capitarvi di pulire schermo e tastiera, leggete qui come fare.

Idee
09/05/2022

È frustrante non riuscire a catturare l’attenzione delle persone quando si parla. E le occasioni nelle giornate di lavoro non mancano. L’attenzione del capo, che ci guarda ma non ci vede, quella dei colleghi, che ascoltano il nostro intervento ma non lo tengono in considerazione, o ancor più quella di clienti e partner quando capita di dover fare una presentazione.
Catturare l’attenzione è un po’ un’arte, e c’è chi ha un talento naturale. Ma anche se il talento non ci ha baciato dalla nascita, c’è qualcosa che possiamo fare per non sembrare trasparenti e parlare al vento.

Per esempio applicare il metodo AIDA, che è un grande classico del marketing e si può applicare anche per attirare l’attenzione. AIDA è un acronimo, e contiene le iniziali dei termini Attenzione, Interesse, Desiderio e Acquisto. L’ultimo possiamo anche tradurlo con Azione, che non cambia la sostanza.

Attirare l’Attenzione, il primo step del metodo AIDA, è il passo più importante. Si può usare una domanda (“Vi siete mai chiesti…?”), rivolgersi direttamente a una persona chiamandola per nome o indicandola.

A questo punto sicuramente avremo gli occhi e le orecchie rivolte verso di noi e dobbiamo fare in modo che non si sgancino. E serve creare Interesse. L’Interesse nasce quando forniamo subito una soluzione o una risposta a ciò di cui si discute: “la soluzione a questo problema”, “ciò di cui abbiamo bisogno…”, “il prodotto che stiamo cercando…”. In questo modo si sposta immediatamente il focus da sé a qualcosa che si può visualizzare e considerare.

A questo punto occorre suscitare il Desiderio, suggerendo che ciò di cui si sta parlando è molto più vicino, accessibile, fattibile di quanto si possa pensare: perché è in offerta, perché è già stato fatto da altri e si può seguire la loro esperienza, perché apre scenari positivi per il futuro, perché rappresenta una grande opportunità, e così via.

Infine il passaggio all’Azione, cioè la classica Call to Action del marketing: può essere un “vai al sito” oppure “fissiamo un appuntamento” o ancora “andiamo a vedere di persona”. Tutte frasi che mantengono alta l’attenzione fino alla fine spostandola al next step di azioni da fare.

Tutto ciò può valere per un discorso, nel corso del quale sarà anche evitare la monotonia e tenere un timbro di voce vivo ma non troppo urlato, costante ma non monotono, oppure per una presentazione in powerpoint, dalla quale eliminare le frasi lunghe e descrittive (che distoglierebbero l’attenzione da sé) e lasciare solo i concetti chiave da spiegare a voce.

Idee
04/05/2022

Decidere la posizione delle luci in un ufficio non è solo una scelta estetica: le luci artificiali di uno spazio di lavoro possono influire anche notevolmente sulla qualità dell’ambiente e sulla salute dei lavoratori, soprattutto se si tratta di uffici in cui si passano molte ore al giorno davanti agli schermi dei computer.

Inoltre la scelta e la disposizione delle fonti luminose all’interno degli spazi di lavoro può incidere anche sui costi energetici: se infatti per le abitazioni residenziali l’illuminazione incide normalmente per il 15% della bolletta elettrica, per negozi e uffici la percentuale può superare tranquillamente il 20%. Ecco perché pensare con cura alla disposizione e alla potenza delle luci non è un dettaglio da sottovalutare.

Intanto, come regola generale, un ambiente di lavoro dovrebbe essere illuminato sia da luce naturale che da luce artificiale: la legge infatti stabilisce per motivi di salute e benessere sul posto di lavoro valori minimi e massimi di illuminamento tali da presupporre che gli utilizzatori saranno mediamente soddisfatti delle condizioni di illuminamento. Per esempio se negli ambienti di lavoro utilizzati saltuariamente o semplicemente di passaggio possono bastare dai 100 ai 200 lux, per ambienti in cui si lavora costantemente a monitor sono necessari dai 300 ai 750 lux (e per compiti particolarmente impegnativi si può arrivare anche 1500 lux di media).

Valutati i valori medi di illuminamento occorre poi valutare gli angoli attraverso i quali la luce impatta con gli occhi di chi vi lavora, con le superfici dei mobili o delle pareti (che potrebbero essere lucide e causare effetti di rifrazione) e con gli eventuali dispositivi elettronici e digitali retroilluminati. Tutti questi accorgimenti, che dipendono sempre dalle caratteristiche dell’ambiente, sono utili per evitare un eccessivo affaticamento agli occhi: qui trovate i consigli per evitare gli occhi stanchi e disporre al meglio le fonti luminose in ufficio.

C’è poi da considerare che le luci artificiali di un ufficio rimangono accese per molte ore al giorno, in estate come in inverno, e per questo motivo devono avere caratteristiche di bassi consumi e tonalità di colore calde o neutre (mai fredde: si raccomanda infatti temperatura di colore non superiori a 3-4.000 K).

Nello ‘Speciale illuminazione’ di Viking potete trovare lampade e lampadine a led, lampade a fluorescenza e alogene e altre soluzioni di illuminotecnica per l’ufficio.

Ufficio
03/05/2022

Lavorare in team può essere a volte molto stressante e risulta spesso difficile coordinare persone con background molto diversi tra di loro e farle focalizzare su un progetto comune. Come superare questi ostacoli e sviluppare una comunicazione di successo?

Come comunicare efficacemente nel team di lavoro
È ormai universalmente riconosciuto il ruolo che la comunicazione gioca nel successo o, al contrario, nel fallimento di una relazione: questo concetto si applica anche e soprattutto alle relazioni lavorative. Un team affiatato, infatti, ha di gran lunga più probabilità di portare a termine con successo il proprio lavoro rispetto, invece, ad un gruppo in cui le relazioni tra i membri non sono serene o, semplicemente, in cui la mancanza di una comunicazione efficace mina il coordinamento e la dinamicità del team stesso. Per questo motivo, è di fondamentale importanza ed urgenza capire come poter migliorare l’efficacia della comunicazione all’interno del team, in modo da assicurare ottimi risultati lavorativi ed il benessere dei dipendenti.

Il/la manager

Prima di tutto, è necessario considerare il ruolo giocato dal/dalla manager nei diversi team o dipartimenti. Questa è una figura fondamentale, che costituisce un punto di riferimento per i suoi sottoposti e colleghi e che, per mezzo della sua condotta, può influenzare significativamente l’andamento del team stesso. Non è solamente importante che dia ordini ed indicazioni al team, ma che lui/lei stesso/a si comporti nel modo in cui vorrebbe che gli altri membri del team agissero. Nella maggior parte dei casi, infatti, come in molti campi della vita, un buon esempio vale più di mille parole. Il/la manager, inoltre, ha un ruolo di guida e gestione e deve, quindi:

assicurarsi che ogni membro del team sappia cosa fare;
essere chiaro/a nel comunicare ogni informazione ed essere pronto/a a ripetere, se necessario;
richiedere costanti feedback;
trattare tutti i membri del team allo stesso modo, senza preferenze e discriminazioni;
assumersi la responsabilità nel caso in cui qualcosa nel team non funzioni e collaborare con i vari membri per capire cosa non stia andando;
essere un/un’ abile comunicatore/trice, in grado di coinvolgere il team e renderlo partecipe.

I membri del team

Allo stesso modo, l’atteggiamento tenuto dai membri del team nei confronti dei colleghi è fondamentale per la tenuta del gruppo: quando la comunicazione tra le varie parti non funziona, i risultati ne risentono. Dunque, l’educazione e l’abitudine alla comunicazione sono necessarie perché il gruppo di lavoro funzioni e si raggiungono per mezzo di piccoli step. Quello che ogni singolo membro del team può fare per migliorare la comunicazione con i colleghi è molto semplice:

mostrare la volontà di instaurare una relazione con i colleghi, ad esempio offrendo un caffè per fare una chiacchiera insieme;
sorridere e mostrarsi disponibile;
non prendere le critiche sul personale;
non cercare lo scontro, ma tentare di negoziare;
risolvere insieme gli eventuali problemi.

Le sei regole d’oro

Sulla base di quanto detto finora, dunque, ecco alcuni consigli che possono essere utili per migliorare l’efficacia della comunicazione nel team:

Condividere gli obiettivi: il team deve essere a conoscenza dei suoi obiettivi e degli obiettivi dell’azienda, in modo da poter agire in linea con essi ed avere a disposizione tutti gli strumenti necessari, fisici e non, per far bene il proprio lavoro. Il team deve conoscere le politiche e la cultura dell’azienda, così da poter farle proprie e condividerle con gli altri.

Prestare attenzione alle parole: ognuno di noi utilizza un linguaggio ed uno stile comunicativo diverso a seconda della propria personalità e background. Ciononostante, quando si comunica in un team di lavoro, è necessario esprimersi in un modo che tenga conto delle persone che si hanno di fronte, delle eventuali differenze culturali, del messaggio che si vuole comunicare, del ruolo ricoperto e dello stile dell’azienda. Nel trasmettere un resoconto al manager, ad esempio, non è adeguato fare uso del turpiloquio o aggiungere emoticon; d’altro canto, se stiamo parlando tramite la chat aziendale con un nostro collega che è anche nostro amico, non dovrebbe essere un problema utilizzare un linguaggio meno formale, con abbreviazioni, faccine e magari battute.

Utilizzare un tono di voce pacato: anche se si è arrabbiati o frustrati, è molto importante sapersi controllare e parlare sempre, in ogni situazione, con i propri colleghi, subordinati e superiori, in maniera calma e pacata, senza lasciarsi traportare dalla foga del momento. In questo modo, riusciremo a ridurre i contrasti ed a veicolare il nostro messaggio in modo chiaro e comprensibile, senza creare risentimenti di ogni sorta. Magari, potremmo aiutarci utilizzando il sarcasmo o l’ironia, per stemperare la tensione.

Chiedere e dare feedback: per motivare un team e far sì che tutti i membri sentano di avere voce in capitolo, è necessario instaurare un dialogo bidirezionale. I membri del team devono sì ricevere informazioni, ma allo stesso tempo essere posti nella condizione di darne a loro volta e di esprimere la propria opinione. Molto dipende certamente dalla cultura aziendale ma, in linea di massima, se si vuole instaurare un rapporto di fiducia all’interno del team e dell’azienda in generale è necessario che ci sia una costante richiesta e ricezione di feedback. Ciononostante, richiedere feedback di per sé non è sufficiente: è, infatti, necessario mettere in pratica i suggerimenti ricevuti e dimostrare ai dipendenti che la loro opinione ha un effettivo valore.

Fare esercizi di comunicazione: la comunicazione, come la maggior parte delle attività umane, ha bisogno di esercizio per essere perfezionata e mantenuta ad un livello accettabile. Per questa ragione, è opportuno condurre nel team periodici esercizi di comunicazione, che possono essere sviluppati a seconda delle esigenze e preferenze del team stesso. Si può, ad esempio, decidere di assegnare ad un membro del gruppo a settimana un argomento sul quale preparare una breve presentazione da esporre ai propri colleghi ed a questi di preparare domande a cui la persona di turno dovrà rispondere; si possono organizzare dei pranzi/cene a scadenza mensile per permettere ai membri del team di conoscersi meglio ed instaurare una relazione più affiatata; si possono organizzare giochi di ruolo o semplicemente dei training online o con esperti del settore e coinvolgere il team.

Creare un gruppo con i membri del team sul social network aziendale: l’esistenza di un gruppo riservato ai membri del team, in cui poter scambiare opinioni ed aiutarsi reciprocamente, è un’iniziativa che permette di incrementare la qualità e quantità degli scambi comunicativi nel team. Il social network rappresenta un luogo informale in cui confrontarsi non solo riguardo a tematiche lavorative, ma anche private, senza necessariamente dover condividere le informazioni con l’intera azienda. Permette di connettere persone anche fisicamente lontane, è facile e veloce da usare e favorisce l’interazione anche dei membri generalmente più timidi e riservati.

Se avete qualcosa da suggerirci o volete raccontarci la vostra esperienza, seguite la nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
02/05/2022

Una cosa l’abbiamo capita: dopo 2 anni di pandemia il lavoro d’ufficio non sarà più lo stesso. E forse non si chiamerà più nemmeno lavoro d’ufficio, visto che questo, inteso come spazio fisico, non sarà più centrale nella vita delle persone. Quello che non abbiamo ancora capito è come o cosa sarà il lavoro di domani. E così mentre in Italia si proroga lo smart working fino a fine estate, Airbnb ha appena comunicato che il lavoro da remoto sarà il modello permanente. E insieme a questa decisione il CEO Brian Chesky ha twittato le 5 regole per il lavoro smart del futuro per i dipendenti. Regole molto semplici che consentono una libertà quasi totale di spostamento, programmando però delle riunioni in presenza (non uguali per tutti) e un piano pluriennale con almeno due obiettivi da raggiungere ogni anno.
Le 5 regole per il lavoro smart del futuro
Regola 1: casa o ufficio? Si può lavorare da casa o dall’ufficio, qualunque cosa funzioni meglio. Quindi sono i dipendenti a poter scegliere.

Regola 2: chi cambia luogo guadagna uguale. Quindi ci si può trasferire ovunque nel paese, da San Francisco a Nashville, e il compenso non cambierà.

Regola 3: hai la flessibilità di vivere e lavorare in 170 paesi fino a 90 giorni all’anno in ciascuna località (e non a caso lo stesso Brian Chesky aveva annunciato di voler vivere in Airbnb cambiando “casa” ogni 2 settimane)

Regola 4: Ci saranno delle regolari riunioni di squadra, che per la maggior parte dei dipendenti significa andare di persona in ufficio ogni 3 mesi per circa una settimana.

Regola 5: ci sono dei piani pluriennali, con due obiettivi all’anno, per strutturate un modo di lavoro coordinato e mantenere focalizzati i lavoratori.

Idee
29/04/2022

Mettersi in proprio è un passo importante da fare nella vita professionale. Sia lasciare un posto fisso da dipendente per avviare un’attività che aprire una partita IVA per offrire beni e servizi significa diventare protagonisti della propria esistenza lavorativa, con tutti i pro e contro del caso: se le cose andranno bene si sarà premiati sia dal punto di vista economico che motivazionale, se le cose andranno male si sarà soli davanti alle difficoltà economiche e psicologiche. Per questo mettersi in proprio è prima di tutto una questione di mindset e, per capire se si ha la mentalità dell’imprenditore, ci sono alcune cose da fare prima di mettersi in proprio.
Cosa fare prima di mettersi in proprio
La prima cosa da fare prima di mettersi in proprio è non avere fretta, prendersi del tempo, sedersi a tavolino e valutare alcuni aspetti economici, personali, psicologici, di mercato, pratici e logistici nonché burocratici. Fatta la lista dei vantaggi e degli svantaggi del mettersi in proprio sarà il momento di passare alle cose pratiche.
Fare ricerche di mercato prima di mettersi in proprio
L’entusiasmo è contagioso ma anche la delusione, per cui la prima cosa da avere in mente prima di mettersi in proprio è che un’impresa funziona e premia economicamente se offre prodotti o servizi richiesti dal mercato. Oggi, grazie a Internet e al digitale, non è così difficile recuperare informazioni su trend di mercato, propensione alla spesa, statistiche di commercio, pubblico potenziale e ogni altra informazione necessaria a capire se c’è una richiesta per ciò che si vuole offrire e di quale entità. Per banalizzare: inutile vendere stufe ai touareg e frigoriferi agli eschimesi, anche se si tratta della miglior stufa e del miglior frigorifero al mondo.
Studiare i potenziali concorrenti
Già, è la legge di mercato: ci sei tu, con il tuo prodotto o servizio, e ci sono i tuoi concorrenti, con prodotti simili, e tutti cercate di venderli nel miglior modo possibile. Cosa fanno i tuoi concorrenti? Come si fanno conoscere? Attraverso quali canali vendono i loro prodotti e servizi? Quali strategie di promozione hanno? A che prezzo si propongono sul mercato?

Non è necessario essere una multinazionale per farsi queste domande e trovare delle risposte: sono indispensabili anche se pensi di aprire un centro estetico o un laboratorio di pasticceria nel tuo piccolo comune. Ci sono altre attività di questo genere? Fanno sconti, promozioni o altre iniziative? Usano i social network o i volantini nella cassetta della posta? Hanno qualcosa di unico e irripetibile nella loro offerta? Lo puoi avere anche tu? Intendi posizionarti a un livello più alto o più basso rispetto a loro? Domande semplici ma fondamentali che richiedono risposte chiare ben prima di aprire la tua partita IVA.
Fai un business plan
Business plan: sembra un parolone ma in pratica è fare un piano per capire che idea hai in mente (e deve essere la più precisa e circostanziata possibile), in che mercato andrai a competere, come intendi entrare e posizionarti in questo mercato, quanti soldi ti servono per cominciare, quando comincerai ragionevolmente a guadagnare, quali saranno i costi più o meno fissi mensili, quanto pagherai di tasse, quanto ragionevolmente può rendere la tua impresa, se avrai bisogno di collaboratori, etc. Un business plan significa sostanzialmente immaginare da subito la vita della tua attività imprenditoriale: serva fantasia e concretezza allo stesso tempo, e non è semplice.
Trova i soldi
Purtroppo per metterti in proprio e cominciare a guadagnare ti servono prima dei soldi. È un cane che si morde la cosa ma è così, e nel tuo business plan ci deve anche essere ben chiaro il modo in cui pensi di finanziare l’avvio della tua attività. Hai da parte un piccolo capitale? Te li farai prestare dai parenti? Pensi di rivolgerti a una banca? Hai intenzione di rivolgerti a degli investitori? Le opzioni sono molte ma parti da una semplice domanda: tu presteresti dei soldi a qualcuno che ha la tua stessa idea? Se la risposta è sì, è il momento di cominciare a telefonare e fissare appuntamenti per trovare i finanziamenti necessari ad avviare la tua impresa.
C’è anche la burocrazia
Dal punto di vista della burocrazia mettersi in proprio significa sostanzialmente aprire una partita IVA. La cosa è ragionevolmente semplice, veloce ed economica ma ci sono alcune cose che devi capire e decidere prima: sarai una ditta individuale? Una società di persone? Una società di capitali? Ogni opzione ha le sue conseguenze pratiche e burocratiche (adempimenti fiscali e contributivi, commercialista, costi fissi, etc) da avere ben chiari.
Fai network
Bella espressione che però spesso rischia di rimanere vuota. Fare network significa contattare chiunque pensi possa darti una buona idea o un utile suggerimento per l’avvio della tua impresa. Hai un amico che già lavora in proprio? Offrigli una cena e fatti raccontare come funziona. Il tuo dentista parla bene del suo commercialista? Chiedigli il numero e contattalo, ti servirà sicuramente. I genitori di un compagno di classe dei tuoi figli hanno un’agenzia immobiliare? Contattali per avere consigli su come trovare la sede della tua impresa. Non siate timidi: lo spirito imprenditoriale è anche questo e le sorprese si nascondono dove meno le si aspetta.
Usa Internet
Internet è ormai uno straordinario strumento di promozione anche se hai intenzione di aprire un bar nella piazza centrale dei tuo paese. Per esempio una pagina Facebook ben fatta per promuovere aperitivi speciali, colazioni nel weekend, merende per i bambini che escono da scuola, dolci natalizi o nuovi gusti di gelato in estate può essere davvero utile.

Ufficio
27/04/2022

Inviare documenti cartacei con la posta tradizionale è ancora un sistema molto in uso e molto garantito, soprattutto quando si tratta di corrispondenza commerciale. Ma spesso capita che quando bisogna recarsi in Posta sorgano dei dubbi su quali buste per corrispondenza usare: esistono infatti numerosi formati di buste per corrispondenza, con dimensioni diverse e ovviamente adatti a inviare documenti diversi.

Vediamo allora tra le diverse buste per corrispondenza, quali usare di volta in volta in base alle esigenze di spedizione.

Buste per corrispondenza DL / E65: sono il formato più tradizionale e utilizzato di buste per corrispondenza, di misura 110x220mm. Con o senza finestrella sono le buste standard per la corrispondenza commerciale in quanto permettono di piegare longitudinalmente fogli di formato A4, come fatture o lettere commerciali, fino a 3 pagine.

La C6 è la più piccola busta commerciale standard: non è adatta all’invio di documenti stampati in fogli da a4 a superiori: può andar bene per inviti o per inviare piccoli oggetti che non necessitano di assicurazione.

La busta cosiddetta C5 può contenere un foglio di formato A5 oppure documenti in formato A4 in un numero elevato di pagine o ancora stampe fotografiche di dimensioni fino a 162×229 mm.

la busta formato C4 è la tipica busta a sacco, spesso con chiusura strip, ideale per inviare documenti di fogli A4 non piegati, brochure o presentazioni stampate delle stesse dimensioni.

La C3 è infine la più grande delle buste a sacco per la spedizione di fogli di formato A3 fino a un numero tale che non richiede di acquistare un pacco.