Ufficio
12/12/2019

Dicembre, inevitabilmente e invariabilmente, è il mese delle feste di Natale: prima della grande festa in famiglia ci sono quelle con gli amici, con quelli che frequentano il centro fitness, quelle della scuola dei figli, quelle delle attività sportive dei figli, quelle dell’associazione di volontariato e chissà quanti altri incontri per scambiarsi gli auguri. Ma soprattutto c’è lei, la festa di Natale con i colleghi d’ufficio.

Un momento di festa che può diventare una buona occasione per rinsaldare legami e allargare il network delle conoscenze in azienda, oppure un boomerang di gaffe e imbarazzi dal quale voler fuggire il prima possibile. E allora ecco le regole per sopravvivere al party di Natale con i colleghi (e qualche buon consiglio per rendere la serata almeno utile).

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Cogliere l’occasione per fare nuove conoscenze
Fondamentale: non c’è situazione più o meno informale migliore del party aziendale per entrare in contatto con persone di altri dipartimenti che potrebbero allargare il network di contatti in azienda e aiutare negli sviluppi di carriera. Quindi meglio uscire dal solito cerchio di conoscenze e – senza aggressività – fare nuove conoscenze. Per esempio al buffet, oppure al bar se la festa è in un locale affittato, o in ogni situazione si possa attaccare bottone in tutto relax.

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Mantenere la calma quando la situazione diventa grottesca
Sì, alla fine il direttore marketing vorrà sicuramente replicare la sua esibizione a cappella di qualche grande classico. La situazione è senza dubbio imbarazzante, ma prima di fare commenti o lasciarsi andare a manifestazioni pubbliche di disapprovazione meglio mantenere la calma: son solo pochi minuti e prima o poi tutto passa.

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Non essere monomaniacali
OK son colleghi di lavoro, ok è il party aziendale, ma insomma per una volta i problemi e le cose da fare in ufficio possono anche rimanere sullo sfondo. Il party aziendale di Natale non è l’occasione per lavorare ancora qualche ora ma per rilassarsi, divertirsi e fare team building.
Vestirsi a festa
Se lo scambio degli auguri avviene in azienda al termine di un giorno lavorativo c’è poco da fare, ma se il boss ha prenotato il ristorante o un locale meglio, molto meglio vestirsi in ghingheri per l’occasione. Basta poco per essere diversi da quelli che i colleghi vedono tutti i giorni, e anche il capo apprezzerà il vostro impegno. Basta non esagerare con cappelli da Babbo Natale o barbe finte.
Fare i complimenti
Sì, soprattutto le colleghe sfrutteranno l’occasione per sfoderare qualche abito particolarmente accattivante. Fare finta di niente è un boomerang, meglio concedersi a qualche complimento pacato. Son tutti punti bonus guadagnati.

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Fare dei regalini
Sì, perché no? Basta un piccolo gesto, purché non sia anonimo: in fondo con i colleghi si passano 8 (o più) ore al giorno a stretto contatto di gomito, e dimostrare di conoscerli abbastanza bene da fare un regalo mirato è senza dubbio un punto a proprio favore.

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Ufficio
12/12/2019

ABBIAMO CREATO UN LABIRINTO FESTIVO IN UFFICIO 
Noi di Viking crediamo che il posto di lavoro debba essere un luogo divertente e stimolante. Ecco perché abbiamo precedentemente installato un gigantesco drago di carta per celebrare l’uscita della nuova stagione di Game of Thrones. Per la nostra ultima creazione, abbiamo voluto portare le cose al livello successivo e fare qualcosa di veramente strabiliante: abbiamo trasformato il nostro ufficio in un labirinto di scatole di cartone giganti! Per la nostra ultima creazione, abbiamo voluto portare le cose al livello successivo e fare qualcosa di veramente strabiliante: abbiamo trasformato il nostro ufficio in un labirinto di scatole di cartone giganti! Abbiamo pensato che fosse il modo ideale per mantgenere alto il morale dei colleghi durante il lungo e buio inverno. 

Come con il drago, abbiamo deciso di mantenere questo progetto completamente segreto per dare al nostro staff una bella sorpresa quando sono arrivati per il lavoro il lunedì mattina. La sfida? Basta organizzare 1152 scatole di cartone in ufficio e costruire un labirinto gigante nel corso di un fine settimana! 

  
LA PIANIFICAZIONE  
Abbiamo deciso di dare al nostro labirinto il tema di Winter Wonderland, contribuendo allo spirito di festa. Nelle settimane precedenti l’inizio della costruzione, ci siamo messi al lavoro per misurare il nostro ufficio di 247 metri quadrati e pianificare il layout perfetto per il labirinto. Una volta che il nostro designer è riuscito sapientemente a creare una planimetria per il labirinto, abbiamo iniziato a scegliere le decorazioni. 

Non volevamo che il nostro labirinto assomigliasse semplicemente a un magazzino di cartone, quindi questo significava che le decorazioni erano la parte più importante! Il tutto ha richiesto un’attenta pianificazione e molta creatività. Alla fine, abbiamo addirittura trasformato una delle nostre sale riunioni in una gigante piscina di palline, costruendo capanne di tronchi bavaresi sopra le scrivanie, trasformando un’area in una foresta incantata e una grotta di ghiaccio, oltre a trasformare una delle scrivanie del nostro team in un laboratorio di elfi.  

  
LA COSTRUZIONE 
Costruire il nostro labirinto Winter Wonderland in scatole di cartone è stato un compito impegnativo! Ci sono volute 12 persone oltre 10 ore durante il fine settimana per preparare e impilare le scatole nella posizione perfetta per dare vita al nostro labirinto. Per la nostra sala riunioni con le palline, abbiamo portato in 31.000 palline bianche e d’argento per creare l’illusione di un’enorme vallata di neve, con uno sfondo alpino per creare davvero la scena. Le nostre cabine di tronchi bavaresi sono state costruite con ancora più scatole di cartone, complete di camini e neve finta sul tetto per quell’atmosfera invernale accogliente. 

I membri del nostro team in segreto hanno speso ore di duro lavoro per la costruzione di alberi giganti di cartone, facendo pupazzi di neve con scatole, caminetti falsi da istallare accanto ai faldoni sulle scrivanie e un gigantesco polo nord per il labirinto. I piccoli dettagli erano tutti molto importanti, così abbiamo fatto in modo che ci fossero un sacco di luci fiabesche appese, palle di neve sparse in giro e dolcetti e bastoncini di zucchero. Il risultato è stato un labirinto in tema Natalizio veramente incredibile! E i nostri colleghi ancora non sapevano nulla… 

  
LA GRANDE RIVELAZIONE 
Arrivati a lavoro il lunedì mattina, i nostri colleghi non potevano credere ai loro occhi! Seguendo il cartello “Entry” fuori dal labirinto, la loro avventura nel Paese delle Meraviglie Invernali è iniziata e hanno avuto il compito di cercare di arrivare verso le loro scrivanie senza perdersi tra le intricate strade natalizie – accompagnati da alcune delle nostre canzoni festive preferite, ovviamente! Si sono divertiti un sacco, hanno sbagliato strada e molti si sono lanciati nella piscina di palline per giocare.  

Abbiamo avuto dei meeting nella piscina e sono tutti finiti con una battaglia a palle di neve!  Nonostante l’ilarità, il nostro team ha scoperto che la loro creatività era davvero aiutata dall’ambiente circostante, aiutandoli ad aggiungere un ulteriore scintillio invernale nel loro lavoro quotidiano. Eventi come questi sono sempre fantastici per accendere la creatività e far interagire le persone e i diversi team! 

Il nostro labirinto di uffici è stato un grande successo e il nostro staff si è divertito un sacco! E non temete, le scatole sono state correttamente rimosse e donate per essere riutilizzate. Niente sprechi! 

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Notizie
11/12/2019

La tecnologia sta cambiando l’orizzonte del lavoro, e in un futuro anche molto vicino saranno necessarie competenze e professioni che oggi possono anche non essere ancora immaginabili. A delineare i profili dei professionisti che serviranno nel futuro è ormai da qualche anno il rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal, che prende l’avvio da un doppio scenario. Il primo riguarda il naturale turnover della forza lavoro in Italia che, nonostante la bassa crescita economica, richiederà tra 5 anni oltre 3 milioni di nuovi professionisti. Il secondo riguarda invece la creazione di nuovi settori, come quelli della digital transformation e dell’ecosostenibilità, il cui fabbisogno professionale è oggi solo ipotizzabile ma sicuramente in crescita.
In quali settori serviranno i professionisti del futuro
Secondo il rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal laureati di alto profilo saranno richiesti soprattutto nei settori medico-sanitario, economico, ingegneria-architettura, giuridico e statistico mentre si tenderà a ricercare diplomati soprattutto nell’ambito dell’amministrazione, finanza e marketing, nell’industria e artigianato, e nel turismo. Laureati e diplomati si spartiranno il 60% delle nuove posizioni vacanti mentre il 30% sarà riservato alle professioni tecniche a diverso livello di specializzazione.
I professionisti del futuro dovranno avere competenze digitali
Discorso trasversale a tutte le professioni richieste da qui a 5 anni e oltre è quello delle competenze digitali, che saranno il tema ricorrente in tutte le ricerche di candidati nei prossimi anni. Accanto alle competenze digitali saranno valutate ancor più importanti le competenze relazionali.

Perché, come si legge nel rapporto:
lo sviluppo tech rende rapidamente obsolete le competenze tecniche apprese a scuola o durante l’università e richiede una forte integrazione con competenze trasversali (relazionali-cognitive-comunicative) quali il pensiero critico, la condivisione, la capacità di negoziazione, l’empatia e la cooperazione
I settori in cui saranno ricercati maggiormente i professionisti del futuro
Volendo quantificare le prospettive occupazionali nei settori in cui saranno ricercati maggiormente i professionisti del futuro, la digital transformation e l’ecosostenibilità saranno i grandi player del mercato del lavoro: serviranno tra i 275 mila e i 325 mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali e social o relative agli sviluppi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale o dei big data e delle tecnologie 4.0 e oltre mezzo milione di professionisti di business e tecnologia green.

Altre interessanti filiere dove si concentrerà la domanda futura di lavoro saranno il settore della “Salute e Benessere“, che cercherà tra i 361 mila e 407 mila lavoratori, prevalentemente in ambito medico-sanitario e assistenziale, dell’“Education e cultura”, che avrà bisogno di oltre 140 mila professionisti, e della “Meccatronica e robotica“, che potrebbe assumere fino a 86 mila lavoratori entro il 2023.
I profili professionali più richiesti tra laureati e diplomati
Nei prossimi cinque anni le Università italiane sforneranno meno laureati (circa 893.600 unità) di quanti ne serviranno effettivamente (tra le 959 mila e il milione). Poi però per per alcuni indirizzi di laurea ci sarà una maggiore richiesta di profili rispetto a quanti si attende usciranno dalle Università (per esempio nei settori medico-sanitario, economico, ingegneria-architettura, giuridico e statistico) mentre per i diplomati ci sarà un surplus di offerta, a esclusione di indirizzi come amministrazione-marketing, costruzioni, elettronica ed elettrotecnica.

Idee
10/12/2019

Lo smart working è una modalità di lavoro in forte crescita: secondo i dati del Global Workplace Analytics, dal 2005 a oggi la forza lavoro da remoto è aumentata del 140%, che è un numero notevole sia in termini percentuali che di conseguenza in numeri puri. Tuttavia lo smart working non è semplicemente lavorare da casa ed è sempre più una lavoro “agile” che riguarda molti aspetti, da quelli pratici e organizzativi a quelli di predisposizione personale dello smart worker, dei suoi colleghi, dei suoi capi e dell’azienda tutta. Certo ci sono vantaggi indubbi (banalmente risparmiare un giorno a settimana di pendolarismo, con spese di carburante, usura dell’auto, spese per i mezzi pubblici, pasti fuori casa, caffé compreso è un bel risparmio economico) e vantaggi indotti (un paio d’ore in meno al giorno per andare e tornare dal lavoro sono un paio d’ore in più da dedicare a se stessi o alla famiglia) ma nello smart working ci sono pro e contro da valutare attentamente. Per non trasformare il sogno di lavorare dalla spiaggia nell’incubo di non riuscire a lavorare o quello di lavorare continuamente.
Smart working: i Pro e Contro del lavoro agile
Risparmio economico individuale ma anche riduzione dei consumi, maggior produttività ma anche lavoro senza limiti, maggior indipendenza ma anche solitudine: lo smart working ha numerosi pro e contro, e molti aspetti hanno anche un rovescio della medaglia.
Smart working: un bel risparmio economico
Certo evitarsi almeno un giorno a settimana il viaggio di andata e ritorno verso l’ufficio, i pasti fuori e tutto quanto rappresenta un costo per lavorare è un bel risparmio individuale, che in alcuni casi può diventare anche di qualche migliaia di euro l’anno. Però è anche vero che quelli, a livello macroeconomico, diventano anche una riduzione dei consumi, perché per ogni caffè che non beviamo al bar c’è un barista che non emette uno scontrino corrispondente.
Smart working: meno inquinamento e intasamento
È evidente: meno persone che si spostano da casa al luogo di lavoro, e viceversa, significano anche minor intasamento di strade e mezzi pubblici e minor inquinamento. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: lavorare da casa significa consumare elettricità, tenere acceso il riscaldamento in inverno o l’aria condizionata in estate, e a livello di macro dimensioni anche questo è da soppesare con attenzione.
Smart working: non basta un bel computer
La visione più ingenua dello smart working è quella secondo la quale basta un bel computer e il gioco è fatto. Non è così: un bel computer senza una connessione stabile e potente è come un motore senza benzina, e nel nostro Paese sono ancora molti i centri non raggiunti dalla fibra ottica o almeno dalla banda larga, senza le quali lavorare da casa può diventare un calvario.
Smart working: solitudine vs team work
C’è chi, alle prime esperienze di smart working, si sente inevitabilmente solo e abbandonato, abituato com’è a stare in mezzo ai colleghi, magari in un open space. È un salto mentale non da poco e non banale, per il quale serve anche opportuna formazione oltre che gli strumenti di comunicazione adeguati, come App di condivisione documenti e chat professionale.
Smart working: tempo libero vs over working
Il sogno è poter lavorare dalla spiaggia, o dalla casa di vacanza, potendo godere di un sacco di tempo libero. L’incubo di ritrovarsi a lavorare sempre, anche nelle ore che prima erano destinate al tragitto casa-lavoro o alla pausa pranzo, senza riuscire a organizzare il proprio tempo in funzione degli impegni professionali e dell’equilibrio vita-lavoro: non sono poche le storie di chi ha impiegato tempo prima di trovare la giusta routine per un soddisfacente smart working (secondo uno studio dell’Università di Cardiff, il 44% degli smart worker fatica a staccare dopo il lavoro rispetto al 38% del personale che lavora in luoghi fissi.)
Smart working o multitasking eccessivo?
Una cattiva gestione del tempo, degli spazi e dei limiti può trasformare i pro dello smart working nei contro di un multi tasking eccessivo: pensare che lavorare da casa sia il modo anche per fare la lavatrice, sistemare l’armadio, montare la libreria o portare la bici dal ciclista è il viatico più breve e diretto per non riuscire a fare bene praticamente nulla, saltellando continuamente da una cosa all’altra senza mai essere davvero concentrati in nulla.
Lo smart working non è lavorare in pigiama dal divano di casa
È la visione più banale e banalizzata dello smart working: lavorare in pigiama dal divano di casa. Certo magari non è necessario indossare l’abito da ufficio e mettere la cravatta, ma anche la forma è sostanza e sapersi ritagliare uno spazio fisico ben definito da riservare al tempo del lavoro, e darsi una routine come se si andasse in ufficio, sono i paletti necessari per non dimenticare che si sta lavorando davvero.

Idee
05/12/2019

Si chiama FOBO, acronimo di “fear of better options”, la paura di perdere occasioni migliori, e a quanto pare non solo è sempre più diffusa ma rischia anche di sabotare pesantemente le nostre vite, dalla scelta della serie Tv di guardare la sera nel momento di relax alle decisioni importanti da prendere ogni giorno al lavoro.

Il termine FOBO l’ha coniato Patrick McGinnis, che è un venture capitalist americano ed è noto anche per aver coniato il termine per l’altra faccia della medaglia, il FOMO acronimo di “Fear of missing out”, la paura di essere tagliati fuori. Banalizzando un ’bout, si parla di indecisione, un comportamento che c’è sempre stato da che mondo è mondo, ma oggi c’è una variante in più, ed è la varietà, vastità e infinità delle possibili scelte.

Gli esempi sono facili da fare: che serie Tv guardare nelle numerose piattaforme di streaming, che prodotto comprare nel vasto assortimento di un e-commerce dove molti prodotti appaiono equivalenti, cosa ordinare in una qualsiasi delle App di delivery, e così via. Il reagente di questo nuovo / vecchio comportamento è in parte anche la digitalizzazione delle esperienze, che porta a quello che alcuni psicologi chiamano come “paralisi della analisi”, o incapacità di scegliere non solo davanti a molte opzioni quasi equivalenti ma anche quando non ci sono altre opzioni.

Secondo Patrick McGinnis il FOBO è comunque un comportamento ancestrale, è la ricerca del meglio alla base della selezione naturale e del miglioramento della specie, ma ora è diventato un comportamento sociale diffuso e potenzialmente penalizzante. Penalizzante per gli individui e penalizzante per le aziende, quando l’eccesso di opzioni finisce con l’annullarle in una non decisione (o incapacità di prenderla, per esempio davanti a troppi dati).

In fondo, scegliere significa sempre lasciar andare le altre opzioni, abbandonarle a se stesse e al loro destino, decidendo di intraprendere una strada senza timore. Ma per molti la scelta sta diventando quella di tener sempre aperte tutte le opzioni, con il rischio di non muoversi dalla condizione di indecisione.

Notizie
04/12/2019

I lavoratori autonomi in Italia sono da record: gli oltre 5 milioni di liberi professionisti italiani rappresentano il 21,7% dell’occupazione complessiva del nostro Paese, un dato che non ha riscontro in nessun altro Paese d’Europa (se si esclude la Grecia, ma con valori assoluti decisamente inferiori). Eppure non sono tutte e rose fiori per i lavori autonomi italiani, che negli ultimi 10 anni si sono ridotti dell’oltre 5% mentre il lavoro dipendente è cresciuto della stessa percentuale.
Lavoratori autonomi in Italia: voglia di stabilità
I numeri sui lavoratori autonomi in Italia emergono dalla ricerca “Il lavoro autonomo in Italia, un confronto con l’Europa” condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e il dato che emerge con più forza è quello relativo alla voglia di stabilità: più di un indipendente in Italia (il 27,7%) farebbe volentieri cambio con un posto da dipendente, mentre il percorso inverso appare appetibile solo a 1 dipendente su 10.
Chi sono i lavoratori autonomi in Italia
Ma chi sono i lavoratori autonomi in Italia? Si tratta per la stragrande maggioranza di “battitori liberi” (il 72,3% non ha né dipendente né collaboratori) loro malgrado (8 su 10 vorrebbero allargare il business ma non riescono a farsi carico dei costi aggiuntivi di dipendenti o collaboratori) che spesso hanno un solo cliente (14%) o ne hanno uno predominante (il 3%) configurando una situazione diffusa di dipendenza vera e propria senza però le tutele del caso e mascherata da consulenza. Altro aspetto caratterizzante rispetto alle dinamiche europee è come il livello di istruzione e la qualifica professionale sia per lo più medio alta, da cui una piramide del lavoro autonomo nella quale il 12,3% sono manager o titolari di azienda, il 20,4% liberi professionisti altamente qualificati e il 17,3 figure tecniche altamente qualificate (nel resto si trovano venditori – 18,3% – piccoli artigiani e commercianti – 16,7%).
Perché si sceglie il lavoro autonomo in Italia
Anche le motivazioni per cui si sceglie il lavoro autonomo in Italia delineano un quadro abbastanza preciso e particolare: per il 39% si tratta della classica buona occasione che ha indotto a mettersi in proprio, per il 24,4% si tratta di continuare nel solco del business di famiglia e per il 10,4% si tratta di una scelta obbligata non avendo trovato porte aperte nel lavoro dipendente.

Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “sebbene l’Italia conservi anche tra i giovani la più alta incidenza di lavoro autonomo sul totale degli occupati (dopo la Grecia) si osserva però nell’ultimo decennio un calo più accentuato della propensione a “mettersi in proprio” e nell’ultimo decennio – complici la riduzione demografica della popolazione giovanile ma anche e soprattutto le maggiori difficoltà occupazionali di accesso al mercato – i giovani autonomi sono risultati in calo (-31,9%) più di quanto sia accaduto in generale con il numero di occupati tra i 25 e 34 anni, che si è ridotto del 21,4%.”

Idee
03/12/2019

Nella società in cui viviamo, viene spesso data la priorità – sia a livello personale sia professionale – al tentativo di colmare lacune o migliorare ambiti nei quali non vantiamo una naturale predisposizione. Pensiamo a quanti film sono stati girati sul tema: la persona meno predisposta o più svantaggiata che, con l’impegno, riesce a raggiungere il proprio obiettivo. Sulla scia della mentalità che “volere è potere”, queste persone diventano eroi che ci spronano a dare il meglio di noi. Se da un lato è ammirevole e molto utile per lo sviluppo professionale, cosa succederebbe se, invece di focalizzarci sul migliorare le nostre lacune, riuscissimo a comprendere quali sono i nostri punti di forza sviluppandoli ulteriormente a nostro vantaggio?
Il miglioramento continuo
Come abbiamo anticipato, il miglioramento continuo può a volte concentrarsi sulle lacune. Anche a scuola succedeva spesso con una maggiore attenzione rivolta alle materie in cui si ottenevano i risultati peggiori. Se ciò garantisce una formazione più completa, applicato all’ambito lavorativo può generare un calo del coinvolgimento nell’attività che svolgiamo o nel ruolo che ricopriamo. Da alcuni studi emerge infatti che, con manager più attenti ai punti di forza, si hanno dipendenti più attivamente coinvolti. Ad esempio, tramite il coaching: un ottimo strumento per raggiungere il pieno potenziale. Si tratta quindi di un miglioramento continuo in positivo (più che in negativo) che può farci apprezzare di più il luogo in cui lavoriamo, può aiutarci a instaurare relazioni migliori con colleghi e clienti, stimolando la nostra creatività e produttività. Tutti ingredienti essenziali nell’avanzamento di carriera.
Test CliftonStrengths
Donald O. Clifton – psicologo, ricercatore e imprenditore statunitense – ha sviluppato il CliftonStrengths, un test da eseguire online per identificare le cinque aree tematiche in cui si esprime maggiormente il talento con approfondimenti, consigli e azioni pratiche da catalogare in raccoglitori documenti, per sviluppare tale potenziale in veri e propri punti di forza. In base agli studi condotti da Clifton e dalla Gallup, l’opportunità di concentrarci sui punti di forza nelle attività lavorative che svolgiamo quotidianamente, ci renderebbe 6 volte più coinvolti sul lavoro e 3 volte più propensi ad avere un’eccellente qualità di vita in generale. Il test non prevede inoltre domande associate all’istruzione o alle competenze acquisite, ma desidera mettere in luce i talenti naturali che ci contraddistinguono. Per ciascuna domanda, si hanno infine a disposizione solamente 20 secondi favorendo così l’istinto e la naturalezza, meno soggetti a cambiare nel tempo.

Talento naturale
Se le persone sono infatti soggette a cambiare nell’arco del tempo e ad adattarsi a determinate situazioni, gli scienziati hanno scoperto che i tratti principali della personalità – così come gli interessi – tendono a rimanere stabili. Ed è così anche per i nostri talenti naturali. Acquisirne uno nuovo risulta molto difficile, anche se possibile con molto impegno e un ampio dispendio di tempo ed energie. Investire però su quelli già presenti con la pratica e l’esperienza, unendo formazione e competenze, funge da reale moltiplicatore nello sviluppo dei nostri punti di forza. La stessa cosa accade anche a livello fisico: se abbiamo una naturale predisposizione per la flessibilità e investiamo tempo ed esercizio in quest’area, potremmo raggiungere ottimi risultati rispetto a chi non vi è predisposto di natura o non investe risorse per sviluppare tale potenziale.
Il talento in 34 aree tematiche
Clifton notò come, nell’ambito lavorativo, si desse ampio spazio alle “aree di miglioramento” associate spesso – in senso più negativo – alle lacune evidenziate da un dato dipendente. Iniziò quindi a concentrarsi su ciò che le persone riescono a svolgere al meglio (e non al peggio) con l’obiettivo di creare un linguaggio comune in grado di definire il talento. Da colloqui, studi e interviste, vennero identificate 34 aree tematiche di misurazione del potenziale che, una volta emerse dal test, potranno essere sviluppate quindi in punti di forza da applicare nella vita professionale per fare carriera. Tali aree includono talenti quali Apprendimento, Intelletto o Relazione, ossia ambiti che – con esperienza, pratica e formazione – possiamo potenziare per avanzare di ruolo.

Come applicare il test sul lavoro
Una volta eseguito il test e individuate le cinque aree di maggior potenziale, possiamo intraprendere azioni volte all’ottimizzazione dei nostri punti di forza. Ad esempio, se dal test emerge la Comunicazione e sappiamo di essere bravi a raccontare storie coinvolgenti, potremmo pensare di sviluppare la nostra carriera nel settore delle vendite o del marketing. L’impegno a portare a compimento un lavoro – talento rientrante nella Responsabilità – può essere una dote da sottolineare nel corso di un colloquio per la ricerca di un nuovo lavoro. Il test, infine, ci può aiutare a comprendere anche le nostre lacune e con quali colleghi collaborare per colmarle, creando quindi un’occasione per un reale sviluppo positivo volto all’avanzamento professionale.

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto interessanti spunti di riflessione per coltivare il tuo potenziale e trasformarlo in reali punti di forza. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
29/11/2019

Rendere più sana la vita in ufficio è l’unico modo per riuscire a sopravvivervi. Già c’è lo stress, i ritmi serrati, il capo esigente e magari anche i colleghi antipatici. Se poi non pensiamo anche alla salute rischiamo davvero di trasformarci nell’impiegato del futuro sovrappeso, con gli occhi arrossati, le gambe gonfie e la schiena ingobbita preconizzato da Fellowes. Insomma, lavorare in un posto salubre fa bene alla salute, e se non sempre le aziende mettono a disposizione spazi ampi, luminosi e gradevoli, ci sono almeno 5 cose da fare per rendere più sana la vita in ufficio.

1. Depuratore d’aria

L’aria negli uffici è spesso davvero malsana. Colpa del condizionatore in estate e del riscaldamento in inverno, e in generale del poco ricircolo che si trova in troppi uffici senza la possibilità di aprire le finestre e arieggiare. Quindi un depuratore d’aria, o un umidificatore possono fare molto non solo per gli occhi rossi e le mucose ma in generale per le vie respiratorie e il rischio di contrarre infezioni, dall’influenza in su.

2. Luce a LED

8 ore (o più) davanti a un monitor e a leggere documenti stampati è già un attentato alla salute dei nostri occhi, se poi l’illuminazione non è a norma di legge, e tale cioè da limire i danni, il disastro è fatto, con tutte le conseguenze del caso, dagli occhi rossi al mal di testa e fino alla perdita di diottrie. La cosa ottimale sarebbe avere sempre una bella fonte di luce naturale, ma in inverno, quando è poca e scarsa, una lampada a LED da scrivania può aiutare eccome.

3. Sedia ergonomica

I danni fisici che una postura scorretta può implicare si vedono purtroppo a lungo termine, quando ormai è tardi per prevenirli. Ma mal di schiena, indolenzimento, mal di testa, torpore o altri problemi come anche la sindrome del tunnel carpale sono segnali che la postura è scorretta e ragionevolmente la sedia è inadatta. Chiedere una sedia appropriata è un diritto, oltre che una forma di rispetto per la propria salute.

4. Forno a microoonde

Ormai la tendenza di avere una kitchenette in ufficio è sempre più diffusa, ed è senza dubbio un modo intelligente di fare un pasto sano ed equilibrato anziché rifugiarsi nel solito panino al bar o indulgere nelle porzioni abbondanti della mensa. Un forno a microoonde e uno scaldavivande per portarsi il cibo da casa possono dare una bella svolta per una vita sana in ufficio.

5. Fiori e piante sulla scrivania

Non è solo una questione estetica ma fiori e piante alla scrivania aiutano anche ad abbassare i livelli di stress e poi purificano l’aria intorno alla scrivania e aiutano a sentirsi un ’bout più in un luogo che si sente proprio.

Idee
28/11/2019

Sempre più aziende stanno attuando programmi di mentoring aziendale, una metodologia di formazione di cui ancora si parla e si sa poco, soprattutto in chi ne potrebbe avere dei benefici, e per la quale manca ancora cultura specifica e persone che si rendano disponibili a ricoprire la figura del mentor. La definizione di mentoring aziendale è abbastanza semplice, e cioè una metodologia di formazione costruita su una relazione, più o meno formale, tra un soggetto con più esperienza e definibile in qualche modo senior, e uno con meno esperienza e per questo definito junior; la finalità è che il mentore aiuti la figura junior a sviluppare tutte le sue competenze e potenzialità in ambito lavorativo.

Il mentoring aziendale affonda le sue radici nel mito classico, e in particolare nella figura di Mentore, l’amico incaricato da Ulisse di occuparsi della formazione di suo figlio Telemaco per prepararlo al futuro ruolo di re. Se il modello è questo, compito del mentor è quello di condividere sotto forma di relazione privilegiata e più o meno formale le proprie conoscenze guidando e sostenendo il junior nella sua crescita personale e professionale e nella focalizzazione sugli obiettivi.
Come funziona il mentoring aziendale
Il mentoring aziendale non ha un protocollo formalizzato ma può declinarsi in diverse, e numerose, modalità, partendo dal presupposto di trovare e incaricare una persona nel ruolo di mentor con spiccate capacità relazionali oltre che evidente esperienza, e dall’altra un junior con disponibilità all’ascolto nella relazione e desiderio di lavorare suo propri punti di debolezza e forza.

La forma più semplice di mentoring aziendale è senza dubbio la relazione one-to-one, che può declinarsi in incontri formali, prefissati e strutturati ma anche in un dialogo più informale e quotidiano. Esiste anche il group mentoring, nel quale il junior attinge alle esperienze di un gruppo di mentor, che se ne fanno carico collettivamente. La forma privilegiata è quella secondo la quale gli incontri avvengono fisicamente, nel corso della coesistenza in azienda, ma non è esclusa nemmeno la modalità “a distanza”, con una relazione che trova la propria sostanza nei sistemi di comunicazione online.
I vantaggi del mentoring aziendale
Sono numerosi i vantaggi del mentoring aziendale, a cominciare dal più immediato che è velocizzare la crescita professionale e personale dei talenti junior, che in breve tempo possono aumentare il proprio contributo alla produttività aziendale. Ma ci sono anche vantaggi indotti, dal trasferimento della cultura aziendale per cui il mentor trasferisce i valori ma anche le regole dell’azienda, alla riduzione del turnover e conseguente dispersione di talento e competenze.