Mese: July 2015
Idee
31/07/2015

La domanda di fondo, che vale per l’aumento come per qualsiasi cosa nella vita, è: quante volte bisogna provarci prima di ottenere qualcosa? Ovvero: insistere ha senso oppure a volte è meglio desistere? Be’, secondo un’infografica di Founders & Founders nella vita bisogna insistere, che si voglia l’aumento, un appuntamento o semplicemente veder realizzata la propria idea.

Per capirci, Edison per creare la prima lampadina ci ha provato 10mila volte; Dyson, l’inventore dell’aspirapolvere, 5126 volte. E sono solo gli esempi più eclatanti: per esempio Sylvester Stallone è stato rimbalzato 1500 volte prima di riuscire a convincere un produttore a girare il film Rocky, uno dei maggiori successi cinematografici di sempre; o ancora Colonel Sanders ci ha provato un migliaio di volte prima di riuscire a vendere la ricetta del pollo del Kentucky Fried Chicken.

Insomma, a volte capita il colpo di fortuna come nel caso della penna Bic, ma in molte altre è la tenacia e la capacità di non demordere a portare al successo. Anche quando si tratta di chiedere e ottenere il tanto sospirato aumento di stipendio.

Idee
30/07/2015

C’è chi, come l’Independent inglese che ha raccontato la storia, l’ha già definito il miglior capo del mondo. E in effetti di capi così non ce ne sono tanti: Nevzat Aydin, 39 anni, fondatore e amministratore delegato della Yemeksepeti, il più grande servizio di consegna a domicilio di cibo in Turchia, ha venduto l’azienda a un gruppo tedesco per la cifra di ben 589 milioni di dollari.

Poteva andarsene su un’isola caraibica a godersi il frutto del suo ingegno imprenditoriale, ma ha fatto una di quelle scelte che fanno notizia: poiché convinto da sempre che la sua società, fondata con un capitale iniziale di 71mila dollari, non sarebbe diventata quello che è senza l’apporto dei suoi dipendenti e senza un vero lavoro di squadra, ha pensato bene di ridistribuire la fortuna con quanti hanno lavorato per lui in questi anni.: ha distribuito qualcosa come 27milioni di dollari tra i suoi 114 dipendenti, più o meno 200mila euro a testa di media.

Come riporta il quotidiano turco Hurriyet, qualche dipendente ha urlato di gioia, qualcuno ha pianto per lo stesso motivo, molti hanno scritto sentite lettere di ringraziamento perché con quella cifra potranno risolvere non pochi problemi pratici della loro vita.

È vero che i soldi non fanno la felicità, ma qualche volta anche i proverbi possono essere smentiti, no?

Idee
28/07/2015

Capita a tutti, praticamente ogni giorno, di dover trovare qualche buona idea per risolvere qualche problema. E tutti sappiamo che ci sono dei momenti della giornata in cui siamo più produttivi: al mondo ci sono le ‘allodole’, quelli che si alzano e son già pimpanti e produttivi, e i ‘gufi’, quelli che invece ci mettono un po’ a carburare e sono più pimpanti a fine giornata.

L’essere allodola o gufo non è semplicemente una moda o una scelta: dipende dai cicli circadiani, che regolano le nostre funzioni vitali, o dipendono anche da abitudini consolidate nel tempo. Ecco allora che – come riporta Wired in un articolo a firma di Giovanni Lucarelli – c’è chi si è messo a studiare il modo per essere più creativi e produttivi sia per le allodole che per i gufi.

Ci ha pensato il Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan che ha riunito 428 studenti, li ha sottoposti a un questionario per individuare ufi e allodole (per la precisione sono risultati 195 “gufi”, 28 “allodole” e 205 “intermedi”) e poi ha chiesto loro di risolvere dei problemi sia logico analitici che creativi sia al mattino che al pomeriggio.

Sorprendentemente è risultato che per trovare soluzioni creative utilizzando il pensiero divergente per le allodole era più propizio l’orario pomeridiano e per i gufi quello mattutino. Insomma, il contrario di quanto ci si sarebbe aspettati.

Perché saremmo più creativi nei momenti meno produttivi secondo i nostri bioritmi? Perché è quando siamo meno focalizzati che riusciamo a cogliere i problemi in più della loro interezza, perdendoci in tutti i rigagnoli e conseguenze dei nostri pensieri e trovando strade insolite e alternative che ci portano a pensare in modo creativo.

Idee
24/07/2015

Pare che ogni giorno la combinazione di tasti : – ) che significa smile, sorridi, venga utilizzata alcuni miliardi di volte. Lo sostiene chi monitora il tono delle conversazioni online e su device come smartphone e tablet, e non si fatica a credergli. Quello che forse si fatica a credere è che la faccina del sorriso ha ben 33 anni, e come tante altre cose di uso quotidiano (come i Post-it, lo scotch, nel senso del nastro adesivo, la gomma da cancellare e pure la penna Bic) anche lei è stata inventata quasi per caso.

La storia è già stata raccontata sicuramente il 19 settembre 2012, trentesimo anniversario dell’invenzione dell’emoticon smile da parte di Scott Fahlman, un professore di informatica presso la Carnegie Mellon University di Pittsburgh, Pennsylvania (Stati Uniti), ma ora è Il Post a ritirarla fuori spiegando come il professor Fahlman non ha ricavato 1 dollaro dall’invenzione del simbolo grafico probabilmente più famoso del mondo.
L’invenzione dell’emoticon nacque da una semplice esigenza: scambiandosi messaggi solo in forma scritta, a volte alcuni partecipanti al BBS (“Bulletin Board System”, una specie di forum che permetteva di pubblicare messaggi e altri contenuti su una bacheca virtuale) avevano qualche problema a capire quando il tono di una risposta era sarcastico o scherzoso, cosa che portava immancabilmente a discussioni infinite e a litigi furiosi (“flame”).

A metà settembre del 1982, tra gli argomenti di discussione sul BBS usato da Fahlman ne comparve uno con una serie di ipotesi sugli effetti di un ascensore in avaria e in caduta libera: un uccello intrappolato al suo interno avrebbe continuato a volare? Una candela si sarebbe spenta? Quale poteva essere la reazione di un grumo di mercurio? La cosa era nata per scherzo, ma qualche partecipante l’aveva presa lo stesso molto sul serio e originò una nuova discussione, questa volta sulla necessità di trovare un segno grafico condiviso da tutti in modo da identificare facilmente il tono scherzoso di una risposta.
La combinazione di tasti e l’idea piacquero immediatamente e cominciarono a diffondersi su altri BBS e successivamente sulle pagine Web e nei forum di Internet fino a tributargli l’ufficiale paternità dell’emoticon. Tuttavia Fuhlman non ha difficoltà ad ammettere che tentativi simili erano già stati fatti prima di lui (addirittura nell’Ottocento su alcune riviste satiriche) se non su Arpanet, l’antenato di Internet, su cui, nel 1979, dei proto-emoticon erano stati utilizzati per indicare le affermazioni scherzose.

In ogni caso Fulhman continua ancora oggi nel suo lavoro accademico sulle intelligenze artificiali di cui parla in modo molto divulgativo sul suo blog Knowledge Nuggets.

Ufficio
21/07/2015

Non lo diciamo noi, lo dice l’edizione europea del Wall Street Journal (riportata da Ennio Franceschini su Repubblica): le vere ore produttive in una settimana sono appena 11, per il resto buttiamo via il nostro tempo, per lo più scrivendo mail (inutili, o quasi) e facendo riunioni (improduttive, o quasi).

In una multinazionale americana, per esempio, i dipendenti trascorrono in media 20 ore alla settimana in riunioni e mandano o ricevono 3700 email all’anno. Un tipico manager di un’azienda di queste dimensioni “consuma” 400 ore alla settimana dei suoi collaboratori soltanto costringendoli a riunirsi con lui e a rispondere ai suoi messaggi di posta elettronica. Un dirigente di medio livello confessa di passare 8 ore alla settimana in riunioni, 4 ore alla settimana a rispondere alla posta digitale e sono soltanto 11 le ore settimanali che trascorre da solo a “lavorare veramente”, ovvero a produrre qualcosa di concreto.

La soluzione? Ovvia: ridurre mail e riunioni (almeno secondo il Wall Street Journal, ma anche secondo il metodo note and vote utilizzato da Google). Secondo il quotidiano USA 3 sono gli errori tipici delle riunioni improduttive:
1: invitare troppa gente alle riunioni. Quando vi partecipano più di 7 persone, la loro utilità è dubbia (ogni persona in più causa il 10% di produttività in meno del meeting).
2: invitare dipendenti da diversi livelli manageriali, cioè persone che non sono abituate a comunicare fra di loro, che parlano linguaggi diversi e si occupano di problemi differenti.
3: farle durare troppo. Quando oltrepassano i 90 minuti, l’attenzione evapora e si perde il senso degli obiettivi.
Poi ci sono gli errori nelle email.
1: Se ne mandano troppe, anche solo per dire “Ok” (e anche questo, su grande scala, è tempo perso).
2: Mettere in copia troppa gente (per scrupolo, cortesia, senza del dovere o chissà perché).
3: Usare la mail anziché parlare direttamente con il collega di scrivania.
4: Scrivere nell’oggetto della mail cose vaghe o difficilmente comprensibili.
5: Concludere il messaggio con una frase generica tipo “fammi sapere che cosa ne pensi”.

Idee
19/07/2015

Il successo delle aziende di successo è dato anche – se non soprattutto – dal modo in cui gestiscono gli aspetti che possono sembrare secondari. Per esempio: le riunioni. Del fatto che spesso si trasformino in una macroscopica perdita di tempo abbiamo già parlato qui, suggerendo anche un modo molto pratico di risolvere il problema.

Ma forse si può imparare qualcosa di più guardando come fanno le vere aziende di successo, come Google (e non tanto per come è fatta la loro stanza dei bottoni): c’è un bel post su Digitalic.it che spiega il metodo ‘scientifico’ con cui si tengono le riunioni negli uffici di Google: ecco i 7 passi del metodo ‘note-and-vote’.
1. Annota
Distribuire carta e penna a tutti i partecipanti alla riunione. Mettere un timer dopo 5-10 minuti. In questo lasso di tempo ognuno deve scrivere più idee possibili. Individualmente. In silenzio. Questa lista non viene condivisa col gruppo, in modo che nessuno sia preoccupato di scrivere sciocchezze

2. Correggi
Mettere un timer dopo 2 minuti, in cui ciascuno riguarda la propria lista e sceglie una o due idee, le migliori. Sempre individualmente e in silenzio.

3. Condividi
Uno per volta, i partecipanti espongono le loro idee migliori. Senza tentare di convincere gli altri, solamente raccontando cosa hanno scritto e pensato. Nello stesso tempo, una persona segna le idee di tutti su una lavagna.

4. Vota
Mettere un timer dopo 5 minuti. Ognuno sceglie la propria idea “preferita” tra quelle sulla lavagna, scrivendo il voto in silenzio su un foglio di carta.

5. Condividi di nuovo
Uno alla volta, i partecipanti espongono il proprio voto. È possibile discutere a riguardo, ma non cambiare la propria scelta! Bisogna dire cosa si ha scritto e segnare la preferenza sulla lavagna. Mettere un punto per ogni voto guafìdagnato accanto all’idea votata è un buon metodo.

6. Decidi
Chi decide? La decisione finale non spetta al gruppo, tutti i pareri sono stati ascoltati, le opinioni di tutti hanno avuto voce ma la riunione può concludersi rispettando o meno i voti.

7. Gioire. Ci sono voluti solo 15 minuti!
La strategia note-and-vote non è perfetta, ma è veloce. E dà risultati migliori di due ore di riunione “tradizionale”. Il metodo può essere adattato a seconda del problema in analisi o al team. A volte è possibile accordare preferenze multiple, o andare direttamente al voto appena c’è una lista circoscritta di opzioni tra cui scegliere.
Perché in Google fanno così? Perché nelle riunioni all’italiana in cui tutti parlano e alla fine nessuno decide non c’è neanche il tempo per pensare (dando per scontato che si abbia già pensato in precedenza…); perché le proposte sono valutate con voti presi senza farsi influenza dagli altri; perché tutto è contingentato con il cronometro; e perché alla fine c’è chi decide davvero.