Mese: October 2015
Ufficio
29/10/2015

Ci sono uffici che sono un paradiso, dove regna l’armonia, si lavora bene e si creano anche veri rapporti di amicizia, e ci sono uffici che sono un inferno di ripicche, pettegolezzi, colpi bassi e clima pesantissimo. E se a volte sono i colleghi maschi a essere davvero insopportabili, a cominciare da questi 13 tipi davvero tra i peggiori, non mancano nemmeno le colleghe da evitare come la peste.

Dalla carrierista spietata alla femme fatale fino alla spocchiosa e alla finta santa, ne ha tracciato il profilo sociopsicologico Elena Gandini su Elle.
La carrierista
Quella che solo lei sa cosa e come e in che momento fare le cose, cinica e spietata come Miranda Priestly in Il diavolo veste Prada.
La femme fatale
Tacco 13, minigonna spaziale, seno in vista. E quando arriva il capo accavallamento di gambe alla Sharon Stone in 9 settimane e 1/2.

> Leggi anche: Perché lavorare con troppi uomini rovina la salute delle donne
La brontolona
Tutto negativo, tutti ce l’hanno con lei, non va bene nulla, un po’ come Angela Finocchiaro in Benvenuti al Sud.

La stalker
Non si fa mai gli affari suoi e non aspetta altro che infilarsi nella vita altrui, tipo Alex Forrest in “Attrazione fatale”.

> Leggi anche: Pro e contro dei pettegolezzi in ufficio
La sfruttatrice
Non la carrierista, ma quella che, dei lavori che dovrebbe fare, alla fine ne fa un terzo se va bene, e il resto lo scarica sugli altri. Un tipo alla signorina Silvani che massacra il povero Fantozzi.

La gatta morta
Fa la cascamorta con chiunque abbia una forma maschile all’interno dell’ufficio, ma senza l’aggressività della femme fatale. Un tipo alla Bella Swan in Twilight.

La spendacciona
Ogni giorno con una maxi bag o un outfit di marca diversi e costosissimi manco fosse Carrie Bradshaw in Sex & The City.

La mamma
Quella che i figli li ha fatti solo lei e solo lei deve reggere il mondo da sola. Un ’bout come Annette Bening ne I ragazzi stanno bene.

> Leggi anche: 5 consigli per essere felice in ufficio

Idee
28/10/2015

Sì, l’home office è sempre più diffuso: sarà perché i recenti anni di difficoltà economiche hanno indotto molte persone a inventarsi un lavoro da svolgere tra le mura domestiche – e non solo freelance ma anche liberi professionisti e lavoratori in cerca di ricollocazione, come questo esempio di coworking domestico – ma lavorare da casa è sempre più diffuso, insieme all’esigenza di organizzare un vero e proprio ufficio negli spazi famigliari.

Ora la Legge di Stabilità 2016 che introduce ufficialmente lo smart working anche in Italia (ne abbiamo parlato qui) potrebbe dare una nuova spinta alle esigenze di chi vuole approntare un desk e tutto quanto gli serve per poter lavorare da casa: come fare allora per organizzare una vera e propria postazione di lavoro a casa?
1. Tenere separati famiglia e lavoro
Sì, la tentazione e il rischio di rendere fluido il confine tra ciò che è vita famigliare e ciò che è vita professionale sono altissimi. L’importante è cominciare dal delimitare gli spazi: dove si lavora non ci sono distrazioni e tentazioni. Niente Tv (a meno che non sia strumentale al lavoro) niente giochi dei figli, niente hobby o passatempi personali: quando si lavora, si lavora e quando si stacca, si stacca (come stanno cercando di far passare in Francia con la legge sul diritto alla disconnessione).
2. Scrivania e sedia professionali
No, lavorare sul tavolo della cucina con le sedie del soggiorno non funziona: passa la voglia, si lavora male, si passa il tempo a recriminare. Una vera scrivania e una vera sedia professionali sono le condizioni materiali indispensabili per potersi sentire come in ufficio (ma a casa e senza lo stress del pendolarsimo).
3. Luce adatta
Non è obbligatoria, ma è molto consigliata: la luce influisce sull’umore e sulla salute, e un’illuminazione adeguata della postazione di lavoro facilita molto la qualità e la quantità delle attività che si svolgono: nel caso, qui i consigli per illuminare al meglio gli spazi lavorativi e qui alcuni modelli di lampade da tavolo e da terra a led.
4. Hi-tech dedicato
Serve un computer? Servono una stampante, delle memorie esterne, dei monitor? Qualunque cosa serva, deve essere a esclusivo utilizzo dell’attività professionale. Per i figli e per i loro passatempi si possono anche usare altri (più vecchi) dispositivi. Ma avere l’attrezzatura tecnologica in ordine e sempre funzionante al meglio riduce le perdite di tempo, le arrabbiature, i contrattempi.
5. Ordine
L’ordine è essenziale e prerequisito all’efficienza: mantenendo in ordine la scrivania, evitando che il computer finisca in camera da letto e una cartelletta di documenti in cucina si arriva perfino a lavorare meno e meglio (e chi lavora meno, lavora anche meglio, come spiegato qui)
6. E disciplina
Detta così è un po’ forte, ma insomma lavorare da casa non significa trascinarsi in ciabatte con i capelli arruffati: mangiare a orari regolari, mantenere un look decoroso, rispettare gli orari sono solo alcuni degli stratagemmi per sopravvivere lavorando da casa (gli altri si trovano qui)
7. Un tocco personale
Se vale in ufficio perché non deve valere anche a casa? Ordine e metodo non escludono che si possa personalizzare il proprio angolo professionale tra le mura di casa: per un tocco in più si può prendere ispirazione da queste bellissime foto di uffici in casa.

Idee
27/10/2015

È una delle (potenzialmente) grandi novità inserite nella Legge di Stabilità 2016, 9 articoli contenuti in un disegno di legge predisposto dal professor Maurizio Del Conte che introducono ufficialmente lo smart working, o lavoro agile, anche in Italia.

Nulla a che vedere con il vecchio, e mai decollato, telelavoro, utilizzato poco e solo per decentrare a basso costo posizioni lavorative ritenute nno strategiche: lo smart working, per come descritto e normato ora nel 2015, potrebbe davvero ridisegnare il modo in cui lavoriamo in Italia e non solo in profili professionali che della presenza in ufficio hanno sempre potuto fare (relativamente) a meno.

Come riporta Dario Di Vico nelle pagine di Economia del Corriere della Sera:
Agile è definita la prestazione effettuata da lavoratori dipendenti – e non da partite Iva – fuori dei locali aziendali.
3 sono le grandi aree di intervento del nuovo disegno di legge sullo smart working:
La possibilità di eseguire la prestazione lavorativa fuori dai luoghi aziendali anche solo in parte, usando strumenti tecnologici per svolgere il lavoro in remoto e senza l’obbligo di una una postazione fissa, anche fuori dagli spazi aziendali.

Il trattamento economico e normativo non deve essere inferiore o diverso da quello degli altri addetti che operano in azienda: pari retribuzione, stessi criteri per i controlli e uguale copertura dagli infortuni, compreso il tragitto da casa a una postazione di coworking.

Sono riconosciuti anche gli incentivi fiscali e contributivi che la Legge di Stabilità prevede per la contrattazione di secondo livello.

Messe così le cose potrebbe essere l’inizio di una vera flessibilità in grado di “incrementare la produttività e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” (come recita l’articolo uno del DDL). Funzionerà?

I numeri dicono che lo smart working è un mondo già in crescita (secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano “nel 2015 il 17% delle grandi imprese ha messo in atto progetti strutturati di smart working rispetto all’8% nel 2014″). Ma si tratta appunto di grandi imprese, mentre le PMI, che rappresentano la gran parte del tessuto produttivo italiano, sembrano ancora lontane da questo modello:
Solo il 5% ha avviato un progetto strutturato di smart working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia ma oltre una su due non sa di cosa si parli o non è interessata a mettere mano alla propria organizzazione.
Simone Cosimi su Wired
Vero che spesso le PMI italiane sono realtà produttive e manifatturiere per le quali non basta un pc portatile e uno smartphone a incrementare il lavoro agile (sempre Di Vico sul Corriere: “Per ora a usarlo sono prevalentemente aziende di servizi ma un domani le esperienze contamineranno il manifatturiero posto, ad esempio, che la diffusione delle stampanti 3D comporti una disarticolazione del ciclo produttivo stanziale”) e tuttavia l’esplosione di spazi di coworking (349 in Italia, di cui 88 a Milano) potrebbe dare la spinta definitiva a un’organizzazione del lavoro che permetta di ridurre i tempi persi (pensiamo al pendolarismo) e le ricadute socio-ambientali (il traffico pendolaristico su tutti) migliorando la produttività.

Che ne pensate? Ricorrerete alle possibilità offerte dal decreto legge sullo smart working?

Ufficio
23/10/2015

È il luogo in cui passiamo passiamo almeno 5 giorni la settimana e almeno 8 ore al giorno, e solo questi numeri dovrebbero bastare per considerare la qualità della vita in ufficio una vera e propria priorità. Anzi: dovremmo tutti volere un ufficio davvero green, un obiettivo tutto sommato anche semplice da raggiungere, seguendo per esempio questi 8 trucchi per un ufficio davvero a basso impatto ambientale e attento alla salute.
1. Mettere piante verdi
Le piante non solo arredano, ma assorbono anche le emissioni elettromagnetiche (per esempio queste piante che purificano l’aria dell’ufficio), aiutano a prevenire la Sick Building Syndrome, la Sindrome da Edificio Malato, i disturbi legati al microclima malsano che si crea negli uffici dove lavorano molte persone, e migliorano la produttività.
2. Portare il pranzo da casa
Ok, mangiare alla scrivania è una pessima abitudine (e anche di una tristezza infinita) ma la schiscetta invece è cibo sano, che ricicla gli avanzi della sera precedente, che riduce la produzione di spazzatura e permette di ridurre l’impatto ambientale: ecco le migliori ricette per il pasto portato da casa.
3. Condividere i documenti elettronici
Non è sempre necessario stampare enormi quantità di documenti: prima di una riunione si possono caricare i file su schede di memoria, hard drive o chiavette USB.
4. Usare carta riciclata
Sì, in ufficio la carta usata per le stampanti è normalmente per lo più riciclata. Ma nel dubbio è bene assicurarsi che sia davvero riciclata, per esempio leggendo questo articolo su come distinguere la carta ecologica da quella riciclata e questo su come scegliere la carta più adatta alla propria stampante.
5. Prendere una lavagna magnetica
Una lavagna magnetica è perfetta per i brain storming, per segnare appuntamenti o idee importanti evitando di sprecare carta per appunti banali.
6. Eliminare gli screensaver
Sembra impossibile, ma gli screensaver consumano un sacco di energia elettrica e oltre che sulla bolletta aziendale anche per decine di migliaia di euro incidono anche sul consumo di energia complessivo e sull’impatto ambientale dei nostri comportamenti: meglio toglierli e impostare lo screen del computer su sleep, il sistema per cui dopo un certo numero di minuti il computer si mette in pausa.
7. Spegnere la luce
Sì, sempre, quando si va a una riunione, in bagno, a casa o a pranzo: spegnere la luce costa poco e fa risparmiare molto. E se poi si usano lampadine energy saving è ancora meglio.
8. Regolare la temperatura giusta
Sì, e per giusta si intende quella che rispetta i termini di legge, che tutelano la salute dei lavoratori e quella dell’ambiente: qui puoi leggere qual è la temperatura giusta da tenere in ufficio.

Idee
22/10/2015

Ancora Google, e per la terza volta consecutiva: Big G è anche per il 2015 Great Place to Work, il miglior posto di lavoro del mondo secondo la lista dei dei 25 World’s Best Multinational Workplaces.

E se a comandare la classifica dettata dagli stessi dipendenti è ancora Mountain View (qui la classifica dello scorso anno) è anche perché l’hi-tech continua ad essere il settore industriale dove si trovano le migliori condizioni di lavoro: SAS e Netapp occupano rispettivamente il secondo e quarto posto, Telefonica il quinto (prima europea), EMC il sesto e Microsoft il settimo.

In mezzo a questo dominio della tecnologia c’è Gore, quelli della membrana impermeabile per abbigliamento e scarpe da montagna, e a seguire Bbva, unica banca (spagnola) in classifica, Cadence, ancora hi-tech, Hilti, settore edilizia, Ernst Young, società di consulting, H&M abbigliamento, Novo Nordisk, farmaceutico.

Nessuna azienda italiana? No, nessuna azienda italiana nella classifica mondiale, che tiene conto solo di quelle realtà che contano almeno 5.000 dipendenti in tutto il mondo e almeno il 40% della forza lavoro globale (o 5.000 collaboratori) al di fuori del paese di origine della società.

Per capire la portata di una classifica come questa del Great Place to Work basti considerare che sono state interpellate più di 6.600 aziende in tutto il mondo, per oltre 12 milioni di dipendenti e localizzate in 47 Paesi (tra le 25 in lista, 8 hanno una sede anche in Italia).

Idee
21/10/2015

Sembra una contraddizione in termini, quella per cui, per essere più produttivi e lavorare sostanzialmente meglio, serva lavorare meno ore e non, stare a lungo, sempre, anche oltre l’orario di lavoro se non addirittura nei weekend, in ufficio.

Ma se in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro a 6 complessive al giorno, altrove si pensa di lavorare 4 giorni a settimana (almeno qualche volta al mese) e comunque sul tema della produttività c’è grande dibattito (Cosa significa essere davvero produttivi?) la storia raccontata da Jeff Sutherland su Slate (e riportata da Il Post) è decisamente illuminante.

La storia riguarda Scott Maxwell, il fondatore di OpenView Venture (una società di investimenti ad alto rischio), e i tempi in cui lavorava in McKinsey, società in cui era normale lavorare 7 giorni su 7 per parecchie ore al giorno.

In McKinsey lavorava anche Jon Katzenbach, un dirigente che per motivi religiosi lavorava “solo” 6 giorni a settimana.
Katzenbach lavorava solo sei giorni a settimana. Dopo un po’, aveva cominciato a notare che riusciva a portare a termine più lavori di quanto facessero i suoi colleghi (tutti maschi, allora). Aveva deciso così di provare a lavorare solo cinque giorni a settimana: e aveva scoperto di essere diventato ancora più produttivo.
Una volta approdato a Open View Maxwell si ricordò di Katzenbach e della sta apparentemente strampalata idea di lavorare solo 4 giorni a settimana, e cominciò a rifletterci, elaborando il grafico qui di seguito che dimostra come, superata una certa soglia di ore di lavoro, diventava inutile continuare a lavorare: si è improduttivi.

Sull’asse delle ordinate è indicata la produttività, mentre sulle ascisse le ore di lavoro settimanali. Il picco di produttività, come si vede dal grafico, crolla appena dopo le quaranta ore settimanali.
Oggi in OpenView non solo si lavora “solo” per 40 ore settimanali e – come vogliono fare in Francia con il diritto alla disconnessione – è “obbligatorio” dedicarsi al riposo ed evitare di rispondere a mail o telefonate quando si esce dall’ufficio o si è in vacanza.

La spiegazione della curva secondo Maxwell è semplice ed elegante:

1. Se lavori meno fai più cose, sei più felice e hai una migliore qualità della vita. E poi lavori meglio.
2. Le persone che lavorano troppo commettono anche più errori, cosa che in seguito richiede grandi sforzi per rimediare.
3. Chi lavora troppo, inoltre, si distrae più facilmente e prende cattive decisioni.

La chiusura del pezzo di Jeff Sutherland su Slate è illuminante
In pratica, c’è un numero limitato di decisioni importanti che una certa persona può compiere in qualsiasi giornata. Più decidi, e più erodi la tua abilità di controllare il tuo stesso comportamento. Di conseguenza, staccate dal lavoro alle 17. Spegnete il cellulare nei weekend. Guardate un film. E, cosa più importante, mangiatevi un panino. Non caricandovi troppo, otterrete di più e lavorerete meglio. A chi importa quante ore ci abbia messo una persona a fare una certa cosa? L’importante è che sia portato a termine velocemente e con un risultato all’altezza.