Mese: August 2017
Idee
30/08/2017

Preparare un discorso
Avete presente il discorso di Steve Jobs agli studenti di Stanford o l’orazione che J. K. Rowling ha tenuto davanti ai neolaureati di Harvard: hanno milioni di visualizzazioni su Youtube e un posto saldo nella cultura collettiva tanto da diventare punto di riferimento quando si parla di public speaking.

Ma come hanno fatto questi personaggi a raggiungere una tale efficacia nel comunicare alle persone?

Certo, sono figure carismatiche e con storie incredibili da raccontare. Ma tutti abbiamo una storia incredibile alle spalle e ogni storia è, nella sua diversità, unica e speciale. La vera differenza, che rende questi discorsi grandiosi, sta nella forma e nel modo in cui vengono comunicati. Che si tratti di esporre una storia personale o una presentazione a seguito di una ricerca o di uno studio, la parte dell’esposizione diventa fondamentale per poter valorizzare il contenuto di quello che vogliamo raccontare.

Prima di vedere insieme alcune tecniche per un efficace presentazione in pubblico ecco qualche suggerimento:

Prepara con attenzione la tua esposizione. Ripeti ad alta voce il discorso e tieni monitorato il tempo per essere sicuro di stare nelle tempistiche prestabilite. Una buona tecnica per motivarsi, anche in fase di preparazione del discorso, consiste nel pensare tra sé e sé delle frasi incoraggianti e rivolgerle a sé stessi.
Decidi che tono utilizzare: un’impostazione seria oppure ironica e divertente, la scelta dipende da che tipo di argomento vuoi affrontare. Il tono può anche variare nel corso dell’esposizione ma è importante mantenere una coerenza con quello che si sta dicendo.
Scegli un linguaggio e uno stile: si può esporre in modo formale o informale, con un linguaggio semplice oppure aulico, con uno stile barocco o invece più spartano. Anche come ti vesti fa la differenza, l’abbigliamento dovrebbe rimanere anch’esso coerente con il tipo di discorso che hai preparato e con il tipo di evento in cui dovrai esporlo.
Prepara la parte visiva della presentazione: può risultare molto utile supportare l’esposizione orale con delle slide, immagini o contenuti multimediali.
Scegli una tecnica efficace per comunicare e cerca di raccontare una storia più che esporre a memoria un copione. Nelle sezioni seguenti vedremo alcune tecniche interessanti al riguardo.
Controlla la tensione: se ti senti nervoso prima dell’esposizione, si può spostare la concentrazione sul tema affrontato e sull’utilità e il valore che questo avrà per il tuo pubblico. Concentrati sull’argomento, il vero protagonista, e pensa che tu sei un medium per poterlo valorizzare. Se durante l’esposizione avrai dei momenti di panico, prova ad individuare nel pubblico un volto familiare e mantieni un contatto visivo con esso: questo ti aiuterà a scaricare la tensione.

Mappa mentale

Che si tratti di un meeting interno, di un evento pubblico o di una riunione aziendale, è sempre bene essersi preparati prima, perlomeno una traccia di quello che si deve esporre, per non rischiare di farsi prendere dal panico ed iniziare improvvisamente a balbettare senza sapere su che specchi arrampicarsi.

Prima di vedere alcune tecniche per veicolare con grande effetto il proprio messaggio, vediamo come poter metabolizzare il discorso per presentarlo in pubblico.

Ci sono moltissime tecniche per memorizzare un discorso come anche esistono voluminosi manuali di tecniche per migliorare il public speaking (vedi, ad esempio, le tecniche di Programmazione Neuro Linguistica). Quello che vogliamo proporre qui è una semplice tecnica che non serve ad imparare a memoria un’orazione tantomeno ad ammaliare il pubblico. È però un modo per presentare un discorso con un’adeguata sicurezza avendo ben chiaro, a livello mentale, quello che si sta trattando e i vari temi che si vogliono affrontare.

Parliamo dello schema cosiddetto “a grappolo”: ricorda infatti un grappolo d’uva dove acini più grandi si alternano ad acini più piccoli. Consiste proprio nel disegnare, sul foglio o sul proprio taccuino, dei cerchi abbastanza grandi che rappresentano i temi più importanti, i cardini, del discorso. Questi cerchi, che si diramano dal concetto chiave, danno vita ad altri cerchi, più piccoli, che sono aspetti legati al tema principale ma che sono di secondaria importanza e che verranno trattati dopo aver introdotto il topic principale e i concetti primari. Questi cerchi più piccoli avranno, a loro volta, dei collegamenti con cerchi ancora più piccoli che possono essere, ad esempio, delle possibili vie per approfondire ulteriormente l’argomento. All’interno di tutti i cerchi si deve ovviamente scrivere una parola chiave o in ogni caso un riferimento a ciò che essi rappresentano.

In questo modo si avranno ben chiari, a livello mentale, i temi principali, gli argomenti a loro supporto e ulteriori ambiti di approfondimento nel caso il discorso principale susciti particolare interesse nel pubblico o le circostanze impongano di andare ancora più nel dettaglio.
L’arte di raccontare una storia

Qualche tempo fa, abbiamo parlato di come cavarsela brillantemente in una presentazione importante. Qui ci focalizzeremo soprattutto su alcune tecniche utili a comunicare raccontando una storia. Ffion Lindsay raccoglie, nel libro “I sette pilastri dello storytelling”, alcune delle tecniche più efficaci per strutturare una storia che raggiunga efficacemente il nostro audience. Vediamoli di seguito.
Il monomito
Il “monomito” è una struttura narrativa che si ritrova in molti racconti popolari e miti provenienti da diverse parti del mondo e da diverse epoche. Altro non è che una successione di eventi che mantiene lo stesso schema, seppure variando nei contenuti, nelle diverse storie di eroi che sono narrate in diverse culture. Lo studioso che ha coniato e definito il termine “monomito” è Joseph Campbell, il quale lo descrive come quel processo nel quale l’eroe protagonista intraprende un viaggio in un altro mondo o realtà misteriosi; qui affronta e sconfigge un nemico per tornare vittorioso in patria ricco dell’esperienza affrontata durante il viaggio che gli permette di aiutare la sua comunità. Anche se lo abbiamo qui riportato a grandi linee, possiamo subito notare come tale processo narrativo sia, di fatto, quello delle sceneggiature più famose come Harry Potter o Guerre Stellari. Come impiegare questa efficace linea di eventi per raccontare una storia al pubblico? Se ricalchiamo questa sequenza possiamo efficacemente comunicare qual è il percorso che ci ha portati a conquistare le conoscenze che vogliamo trasmettere in quel momento. Il trucco sta nel trascinare il pubblico nel proprio viaggio, come se noi fossimo gli “eroi” protagonisti del racconto, per portarli ad affrontare le stesse sfide affrontate da noi ed arrivare finalmente alle conclusioni ovvero la conoscenza e i risultati raggiunti al traguardo.
La montagna
Questa struttura narrativa è molto efficace nella drammaturgia e permette di costruire una tensione, con il susseguirsi degli eventi, che porta ad un climax, o apice degli eventi, per poi avviarsi in discesa verso la conclusione della storia. Il finale non deve per forza essere positivo a differenza della tecnica “monomito” definita in precedenza. La prima parte del racconto deve servire a creare l’ambientazione e dare le coordinate su cui poi si sviluppa il racconto. La parte centrale si sviluppa con una serie di sfide che abbiamo dovuto affrontare durante il percorso, in un climax ascendente che porta alla vetta della storia: di solito è l’avvenimento più significativo o la parte più importante della narrazione. Ci si avvia così alla discesa verso i piedi della montagna per arrivare, in conclusione, ad uno “status” in cui si è trasformati dagli avvenimenti vissuti. Un po’ come nelle serie tv dove i personaggi affrontano diverse vicende per poi giungere il gran finale plasmati dagli avvenimenti della storia. Si tratta di un’ottima tecnica per costruire un racconto avvincente e coinvolgente portando con sé il pubblico lungo la “scalata” alla montagna.
Cerchi concentrici
Con questa tecnica è possibile raccontare delle storie innestate una dentro l’altra in una struttura a “matrioska”. La storia più importante deve essere ovviamente il nucleo o il perno centrale attorno a cui si strutturano tutte le altre. La prima storia che si comincia a raccontare è anche l’ultima storia che andremo a concludere. La seconda storia che cominceremo sarà poi la penultima ad essere chiusa, e così via. Immaginiamo di dover raccontare di una persona significativa nella nostra vita che ci ha lasciato un insegnamento importante. Si comincia parlando di noi e della nostra storia personale, si lascia poi in sospeso questo racconto per iniziare il secondo “cerchio” della storia ossia come abbiamo conosciuto quella persona e come ha contribuito a insegnarci qualcosa. Si interrompe nuovamente la narrazione per aprire il cerchio più importante o nucleo della storia: il messaggio che questa persona ci ha insegnato, il concetto di fondo che vogliamo comunicare al pubblico. Arrivati al cuore del racconto si comincia a chiudere le storie “concentriche” lasciate in sospeso tornando, in questo caso, a parlare di sé e del proprio vissuto personale chiudendo, forti dell’insegnamento ricevuto e della crescita personale maturata, con lo stesso filone narrativo con cui si aveva iniziato.

È una tecnica sicuramente efficace per tenere vivo l’interesse del pubblico attorno ad un concetto centrale, portando gli ascoltatori in un percorso a tappe che li costringe a mantenere alta l’attenzione per non perdere il filo della storia.
Saliscendi
Questa tecnica deriva dalla designer Nancy Duarte, la quale è solita rappresentare graficamente i discorsi più celebri con un grafico. Quello che emerge è quasi sempre un andamento a “saliscendi” in cui, se immaginiamo un grafico, il discorso descrive, a ripetizione, dei picchi per poi scendere e risalire nuovamente. Questo andamento con alti e bassi è dovuto alla continua contrapposizione tra la parte “realistica” del discorso, ovvero la parte che descrive la situazione attuale (parte bassa), e la parte “ideale” ovvero la situazione che si vorrebbe raggiungere (parte alta).  Così facendo si porta il pubblico dalla consapevolezza dei problemi e delle difficoltà odierne alla condivisa speranza di cambiamento e raggiungimento della situazione ideale. È una tecnica ad alto contenuto emozionale ed è particolarmente efficace quando si vuole convincere il pubblico a supportare le azioni e le iniziative che proponi. Pensiamo ad un discorso in cui si affronta il tema del cambiamento climatico e si vuole convincere il pubblico di quanto sia problematica la situazione attuale, con livelli di inquinamento insostenibili, contrapponendo la situazione ideale e desiderata e spronando l’audience ad intraprendere insieme le azioni necessarie al cambiamento.
Inizio ad effetto
Con questa tecnica si comincia il racconto dalla parte più avvincente della storia. Dopodiché si fa qualche passo indietro per tornare a spiegare come si è arrivati a quel punto. Si catapulta l’ascoltatore nel vivo del racconto in modo da coinvolgerlo immediatamente e stimolare la curiosità di sapere come si è arrivati a quel punto, in quella situazione. Per rendere l’idea, pensiamo al film “Chiedimi se sono felice” nella cui scena iniziale Aldo cade a terra dicendo che sta per morire ma che nonostante questo sia comunque felice. Chi di noi, di fronte ad una situazione così surreale, non muore dalla voglia di sapere quali vicende lo hanno portato in quella strana circostanza.
È importante non svelare tutto subito, meglio iniziare con una scena bizzarra e misteriosa per catturare l’attenzione dell’audience che è poi “tutta orecchie” per ascoltare come si evolve la nostra storia nel prosieguo del racconto.
Idee convergenti
Si tratta di una struttura narrativa in cui si mette in luce come differenti visioni e capacità possano convergere per creare un prodotto o generare un’idea. È molto utile per spiegare come un’idea, che si è poi rivelata vincente, sia il frutto dell’apporto di diverse persone che, ognuna con il proprio punto di vista, contribuiscono a creare un concetto nuovo, ad innovare. Rispetto ai cerchi concentrici qui si parte da diverse storie, inizialmente anche molto distanti tra loro, che per vari motivi si incontrano a formare una nuova storia e, quindi, un finale condiviso e grandioso frutto del contributo di entrambe. È il caso, ad esempio, in cui si debba raccontare la storia di un successo imprenditoriale frutto dell’incontro di due personalità geniali e innovative.
Falsa partenza
Quando inizi a raccontare una storia con una “falsa partenza” stai narrando al tuo pubblico una vicenda che sembra apparentemente correre su binari ben sicuri e delineati. Poi, all’improvviso, cambi direzione. Interrompi la storia e ricominci da capo. In questo modo crei un effetto sorpresa, una svolta improvvisa che scardina nel pubblico quel senso di sicurezza e predicibilità che stava assumendo la storia iniziale. È una tecnica efficace quando si vuole raccontare un’esperienza vissuta negativa o in cui abbiamo avuto un insuccesso. Un fallimento dopo il quale siamo ripartiti, ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo deciso di rialzarci. In questo modo si crea, nel pubblico, la stessa sensazione di “ripartenza” e si può comunicare cosa si è imparato dall’esperienza negativa e come la si è affrontata. Oltretutto, si tratta di un modo per catturare l’attenzione del pubblico, esigenza di base di tutte queste tecniche, per renderlo il più ricettivo possibile di fronte al tuo messaggio.
A petali
Chiamiamo questo approccio “a petali” perché consiste esattamente nel disegnare, a livello immaginario, un fiore con la sua corolla di petali utilizzando invece che una matita diversi racconti. Come? Immaginiamo che ogni storia che raccontiamo sia un petalo. Queste storie possono anche sovrapporsi tra loro, possiamo introdurre una nuova storia partendo da un’altra precedente. Tuttavia, devono sempre rimanere distinte e possedere una propria linea narrativa. Queste storie come i petali, devono essere tutte correlati ad un tema chiave che rappresenta la parte centrale del fiore. I diversi racconti contribuiscono a rafforzare il tema centrale, fulcro del messaggio che si sta comunicando. È una modalità narrativa utilizzabile anche quando si hanno più ospiti, ognuno dei quali può raccontare la propria vicenda personale sempre tenendo presente che le singole storie devono poi stringersi intorno al tema centrale.

 

Qui a Viking ci auguriamo che questi consigli su come veicolare un messaggio attraverso il racconto di una storia vi possano tornare utili. Non vediamo l’ora di ascoltare anche il vostro racconto. Qual è stata la prima volta che hai dovuto affrontare un discorso in pubblico? Com’è andata? Hai una tecnica in particolare che utilizzi per rendere accattivante l’esposizione? Scrivici sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
21/08/2017

L’azienda procede bene, il portafoglio sorride, gli ordini continuano ad arrivare e da tuttofare, inizia a essere difficile per un imprenditore gestire la propria attività da solo. Ecco che all’orizzonte si prospetta una domanda che cela numerosi dubbi e timori: è arrivato il momento di assumere il mio primo dipendente? Per molti, il passaggio è pieno di insidie. La burocrazia e le responsabilità aggiuntive rappresentano più spesso un deterrente, soprattutto in Italia, dove le pratiche burocratiche possono tradursi in diversi oneri e ostacoli.

Una volta individuato il ruolo da ricoprire e la persona giusta per tale posizione, è necessario attenersi alle norme legislative in materia di occupazione, fornire servizi e training di base e garantire che la documentazione e l’iter burocratico rispettino quanto previsto dalla legge in vigore. Per questo motivo, abbiamo redatto una guida rivolta a tutti gli imprenditori che si apprestano a compiere questo arduo passo.

Oltre alle tasse e ai contributi da versare per l’assunzione del nuovo dipendente, il datore di lavoro deve inoltre garantire un ambiente consono con regolari corsi di formazione. Dal canto suo, il nuovo assunto deve offrire al proprio capo diligenza, obbedienza e fedeltà, ottenendo in cambio diritti quali malattia, straordinari e vacanze retribuite, rappresentanza sindacale e maternità o paternità.

Se si assume personale proveniente dall’Unione Europea, verranno applicate le stesse condizioni vigenti in Italia. A volte però, è possibile che il dipendente perfetto non si trovi dietro l’angolo ma in un Paese al di fuori dell’UE. In questo caso, si dovrà seguire un iter burocratico diverso. Il datore di lavoro deve richiedere il nulla osta. Dopo averlo ricevuto, il dipendente deve presentarsi a un appuntamento presso l’autorità consolare del proprio Paese, la quale propone il contratto rilasciando il visto di entrata. Entro otto giorni dall’ingresso in Italia, il lavoratore straniero deve recarsi allo Sportello Unico, sottoscrivere il contratto di residenza e richiedere il permesso di soggiorno. Da questo punto in poi, sarà soggetto alle stesse norme che regolano i lavoratori italiani.

Se volete scaricare l’intera infografica in pdf, potete farlo qui!
E nel caso vogliate saperne di più sul mondo del lavoro e sul galateo in ufficio, seguite il nostro blog e visitate la nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
14/08/2017

Vi ricordate qualche tempo fa quando esisteva praticamente solo Facebook e il mondo dei social media era un terreno totalmente nuovo: per chi cercasse lavoro era meglio non correre il rischio che qualcuno in azienda andasse a sbirciare le gallerie di foto goliardiche scattate nei momenti di meritato svago. Solitamente la scelta era di non farsi alcun profilo. D’altra parte è anche vero che, data la scarsa diffusione dei social, quando questi erano ancora appannaggio di pochi, era più facile rimanere anonimi. In generale era molto più facile mantenere una certa professionalità e reputazione non negandosi poi momenti di divertimento una volta fuori dall’ufficio.

Nel tempo i social media si sono moltiplicati, e sono nate decine di piattaforme come Twitter, Instagram, Snapchat solo per citare i più conosciuti. Oggi, nella società dell’informazione, in un mondo costantemente connesso, è quanto mai arduo tenere una netta distinzione tra ciò che si fa in privato e l’immagine che trasmettiamo pubblicamente, ad esempio, sul lavoro. Nel nostro recente articolo abbiamo parlato di cosa cerchiamo sul nostro capo e sui colleghi. È sempre più facile che il tuo capo, i tuoi dipendenti, i tuoi colleghi o i tuoi studenti, a qualsiasi categoria professionale tu appartenga, trovino informazioni sulla tua vita privata, volontariamente o meno, nel mondo del web. I tempi sono decisamente cambiati.
Lo dicono i dati

Una recente ricerca condotta in America da Careerbuilder su 2.300 recruiter e professionisti delle risorse umane ha messo in luce che il 57% è probabile non conceda un colloquio ai candidati non presenti online; il 54% ha deciso, almeno una volta, di non assumere un candidato in base al suo profilo sui social media, circa la metà dei datori di lavoro controllano i profili sui social media dei dipendenti e il 70% usa i social per scandagliare i candidati. Pensate che dei selezionatori che non hanno assunto un candidato a causa di un contenuto trovato sui social media, solo per citare alcuni casi, il 39% lo ha fatto perché ha trovato foto, video o informazioni inappropriate o provocatorie e il 32% perché il candidato ha postato commenti discriminatori riguardo razza o religione.

In Italia una ricerca simile è stata svolta da Adecco e i dati sono molto interessanti: il 64% delle attività di recruiting è online e tra tutti i canali web, per il 23% ci si affida ai social media.
Tra i recruiter, Linkedin è ormai diffusissimo: quasi l’80% lo usa per cercare i cosidetti “candidati passivi” e circa il 76% per verificare il CV. La ricerca svolta su recruiter e candidati in Italia ha poi messo in luce quanto sia importante una buona gestione dei social. Infatti, il 35% dei recruiter ha escluso, almeno una volta, un candidato dalle selezioni dopo aver visualizzato i suoi profili social. Tra le motivazioni, quella più frequente è legata alla scoperta di foto sconvenienti pubblicate dal candidato (20%) oppure la presenza di informazioni non coerenti con il CV (18,2%).

È chiaro che il tema social media vada affrontato con assoluta serietà e occorre aver chiaro come una corretta gestione degli aspetti di comunicazione online può essere in realtà di grande aiuto anche dal punto di vista lavorativo. Anche una volta ottenuto il lavoro, è importante non lasciarsi andare, sui social, a commenti o post inappropriati. Oggi moltissime aziende tengono conto di quello che pubblicano i propri dipendenti. Le aziende iniziano anche ad usare attivamente questi canali, oltre che per le attività di comunicazione istituzionale e di brand, anche per le attività di selezione.
Di recente McDonald ha utilizzato Snapchat – famoso per i post o snap che possono durare massimo 10 secondi e scompaiono dopo 24 ore – per lanciare una campagna volta a selezionare e assumere personale. Infatti Snapchat è molto utilizzato dalla cosiddetta generazione Z (ovvero i nati tra il 1995 e il 2010) e diventa quindi un medium necessario se si vuole puntare a tale fascia d’età nelle comunicazioni.
Una grande opportunità

Usando con attenzione i social le probabilità di successo nel processo di candidatura possono aumentare. Una buona strategia è quella postare e condividere notizie e avvenimenti di particolare rilevanza per il settore a cui si è interessati. Pubblicare post, di proprio pugno, con consigli utili o commenti riguardo novità e accadimenti sempre coerentemente con il settore professionale di cui ci si occupa è altrettanto importante per costruirsi una buona reputazione. Questo fa in modo che altre aziende valutino il tuo interesse in un certo settore e la tua capacita di tenerti aggiornato. Anche l’interazione diretta, tramite social, con l’azienda per cui si vorrebbe lavorare, se fatta con discrezione senza sfociare in stalking, può sicuramente favorire che i recruiter ci notino o tengano presente il nostro interesse nel momento delle selezioni. A questo proposito Linkedin offre un utile strumento che permette di entrare in contatto direttamente con le figure responsabili della selezione e se usato intelligentemente, trattandosi di una piattaforma social professionale, può di sicuro essere utilizzato per intessere relazioni professionali e crearsi una rete di contatti che può sempre tornare utile. Ecco quindi alcuni punti da annotarsi per quanto riguarda Linkedin:

Non farti ossessionare dalla spasmodica voglia di ingrandire il network. Meglio pochi contatti ma buoni e conosciuti. Interagisci più che altro con le persone che conosci realmente;
Mantieni un tono professionale. Tieni i post con contenuti più personali per altri social come Facebook;
È importante controllare regolarmente i messaggi nella posta personale e buona regola rispondere;
Fa in modo che il CV che invii ai selezionatori trovi conferma, come date e descrizioni, nelle sezioni del tuo profilo in modo coerente;
Completa il summary: è un’occasione per comunicare la tua storia professionale e le tue competenze in modo sintetico e accattivante.

Usare bene i social è anche un modo per comunicare la propria personalità, i propri interessi e le proprie passioni. Non c’è nulla di più utile se si sta cercando lavoro e si vuole fare colpo sui nostri selezionatori. Infatti, se la persona che ti fa il colloquio è riuscita a farsi un’idea di te come di una persona socievole, aperta alle novità, con interessi magari simile ai suoi, sarà sicuramente più facile che si crei un giudizio positivo che potrà risultare favorevole nel confronto con altri candidati.
Arma a doppio taglio

Quasi sempre strumenti potenti e utilizzabili in senso positivo hanno anche l’altro lato della medaglia. Nel caso dei social si tratta del fatto che è difficile controllare tutto le azioni che facciamo – i post o le pagine a cui mettiamo “like” o che commentiamo – o meglio tutte le interazioni che abbiamo con la miriade di contenuti presenti online. Abbiamo visto in precedenza come alcune aziende non abbiano assunto il candidato per ragioni legate alla “discriminazione” che potrebbe consistere in apprezzamenti a post con contenuto razziale o discriminanti a livello religioso o sociale. Per questo conviene sempre pensarci due volte prima di interagire, commentare o addirittura apprezzare certi tipi di pagine o di articoli e, in ogni caso, conviene compiere le nostre azioni online sempre con cognizione. Pensiamo a Facebook dove rimane traccia di tutto ciò a cui abbiamo accordato il “mi piace” o Instagram dove ogni nostro contatto può vedere le immagini che abbiamo apprezzato dalla sezione “following”.
In Italia, un caso emblematico è stato discusso quest’anno proprio dalla corte di cassazione: a seguito di un post su Facebook offensivo verso un superiore, una donna era stata poi licenziata dall’azienda. La sentenza descrive come il licenziamento può essere adottato solo se si prefigura il reato di diffamazione. In ogni caso meglio andare cauti con certi post: si deve cercare di sfogare il malcontento in luoghi diversi dai social.
Alcune regole da tenere presenti

Ecco alcuni consigli pratici da annotarsi su un post-it e tenere sempre ben in visto vicino al PC:

Una delle prime regole è cercare se stessi su Google: se nei risultati di ricerca c’è qualcosa che il nostro datore di lavoro o l’azienda per cui ci siamo candidati potrebbero ritenere inopportuni occorre fare il possibile per correggere o, se possibile, eliminare quell’informazione. È inoltre importante settare la privacy adeguatamente in modo da mantenere un profilo basso di fronte a occhi indiscreti;
Cerca di usare sempre un linguaggio corretto e una buona forma nella scrittura. Dimostra che sai esprimere concetti di diversa complessità in modo semplice e con stile;
Ceca di completare i campi dei social media dedicati alla propria esperienza lavorativa e formazione. Sicuramente LinkedIn deve essere curato maggiormente da questo punto di vista arricchendolo di informazioni come le skill acquisite ed evidenziando le capacità problem solving. Cerca però di non esprimere pareri troppo faziosi sull’azienda per cui lavori, stai il più possibile su un tono neutro;
Quando descrivi te stesso dal punto di vista professionale cerca di inserire il più possibile parole chiave inerenti la tua professione. Questo agevolerà i recruiter in cerca di potenziali candidati;
Prendi parte a gruppi tematici e professionali contribuendo attivamente nei contenuti. Sotto questo profilo LinkedIn è il più adatto essendoci moltissimi gruppi di professionisti;
Più che descrivere le azioni che fai quotidianamente, cerca di postare notizie o aggiornamenti interessanti. Queste possono riguardare il tuo settore professionale di appartenenza oppure contenuti di tipo culturale o, ancora, tematiche di trend dibattute al momento;
Segui account di aziende o personaggi rilevanti: questo ti permette ti tenerti al passo con i loro post riguardo gli ultimi trend;
Per quanto possibile cerca sempre di essere coerente: quando descrivi la tua formazione e esperienza cerca di usare informazioni simili nei diversi social e per quanto possibile mantieni il medesimo linguaggio stilistico.

 

Qui a Viking ci auguriamo che questi consigli su come gestire i social media personali possano tornarvi utili, nella vostra posizione lavorativa attuale oppure in futuro nella ricerca di un nuovo lavoro. Non vediamo l’ora di ascoltare anche il vostro punto di vista a riguardo. Hai qualche aneddoto da raccontarci? Hai mai rischiato grosso a causa di un post istintivamente pubblicato sui social? Scrivici sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
10/08/2017

A chi non è capitato, dopo la sofferta sveglia mattutina e un caffè preso al volo, di ritrovarsi in ufficio, davanti al computer, tentando di assecondare il brontolio dello stomaco che, fino a ora di pranzo, si fa sempre più intenso.

Dopo molti caffè e qualche sporadico spuntino arriva finalmente la pausa pranzo. Quale occasione migliore di rifocillarsi e prepararsi ad affrontare il resto della giornata in ufficio. Qui alla Viking, ispirati dal nostro team internazionale, ci siamo chiesti come si svolge la pausa pranzo nei diversi paesi e nelle diverse culture del mondo.

Immaginiamo di salire su un treno, come in un libro di Jules Verne, per andare a scoprire come trascorrono la pausa pranzo – o meglio, cosa mangiano – i lavoratori di altre nazioni. Dopo una lunga ricerca svolta consultando pubblicazioni e trend di 10 diversi paesi del mondo, abbiamo raccolto per voi i piatti più diffusi durante la pausa pranzo.

Curiosi di conoscere come affrontano il break in ufficio i nostri cugini d’Oltralpe, i lavoratori tedeschi o negli uffici a stelle e strisce?
ITALIA
Come mangiamo
Partiamo con il nostro giro del mondo “in 10 piatti” cominciando proprio con il nostro Paese.

Le ultime indagini svolte sulle abitudini alimentari di noi italiani ci danno una panoramica molto interessante di come affrontiamo la pausa pranzo. Una recente ricerca di Edenred, in collaborazione con FOOD – il programma europeo che promuove un’alimentazione sana ed equilibrata – che ha coinvolto undicimila lavoratori in tutta Europa oltre a duemila ristoratori, ha messo in luce un’importante tendenza.

In Italia è infatti emerso che il 55% degli intervistati opta per un piatto salutare in pausa pranzo e una grande maggioranza – l’84% – presta attenzione alle qualità nutrizionali di ciò che mangia, preferendo piatti bilanciati. Altro segnale di questa forte attenzione verso il “mangiar sano” viene dal 50% dei rispondenti che dice di evitare snack grassi, salati o con alto contenuto di zuccheri. Anche i ristoranti confermano quanto emerso dai consumatori: il 37% ha visto un aumento della domanda di cibi equilibrati e salutari nell’arco dell’ultimo anno.

Un trend virtuoso quindi, che ci permette di portare alta la bandiera della Dieta Mediterranea, la quale, lo ricordiamo, è stata riconosciuta Patrimonio Culturale UNESCO. Proprio per promuovere la tradizione mediterranea, Edenred si è inoltre fatta promotrice del programma “Pausa Mediterranea” che educa ad un corretto approccio alla pausa pranzo: infatti, una corretta alimentazione influisce non solo sulle prestazioni lavorative, quindi i livelli di concentrazione e attenzione, ma anche, più in generale, sulla salute.
Cosa mangiamo
Veniamo ora alla parte più gustosa: il menu della pausa pranzo. Potremmo chiederci come si coniuga questa attenzione verso un’alimentazione sana con il solito panino o tramezzino mangiato in tutta fretta sulla propria scrivania. In realtà, dai dati emersi da un’altra importante ricerca, organizzata da ANCIT e DOXA, le nostre abitudini in ufficio non sono così drastiche come si potrebbe pensare. Anzi, emerge che 3 italiani su 4 fanno pausa pranzo tutti i giorni. Anche se talvolta, presi dagli impegni e dai tempi piuttosto tirati, dobbiamo accontentarci di uno spuntino, i numeri mostrano che il 51% degli italiani dedica in media almeno un’ora alla pausa pranzo con il 18% che va anche oltre l’ora.

Dove consumano il pasto i 6 italiani su 10 che mangiano fuori casa? Il 24% rimane sul luogo di lavoro, il 20% si reca alla mensa aziendale e il 14% trascorre la pausa pranzo in un bar o tavola calda. Tra chi resta in ufficio, il pranzo portato da casa va per la maggiore con la cosiddetta “schiscetta[1]” che rimane la modalità preferita per l’85% degli italiani. Tra gli alimenti più diffusi troviamo il tonno, i pomodori e le verdure; dato che conferma una crescente attenzione a mangiare piatti che siano buoni ma anche salutari e bilanciati.

Tra i piatti forti nei pranzi in ufficio ci sono il tonno (preparato con insalata di riso oppure con la pasta), i pomodori e le verdure. Abbiamo quindi ricreato un classico quanto gustoso piatto di pasta con tonno, olive e pomodorini. Un altro elemento spesso presente è una sana e leggera insalatina per accompagnare il piatto principale. Per finire non può mancare un buon caffè espresso.

 

Ma non tutti sono così attenti all’alimentazione. Abbiamo chiesto ai membri del nostro team internazionale quale fosse il piatto più diffuso durante la pausa pranzo nel proprio paese di origine. Dopo un’intensa ricerca ne è emerso un menu molto variegato, che presentiamo di seguito, interessante specchio della diversità culinaria – e culturale – dei vari paesi. Riuscireste a mangiare questi piatti prima di affrontare un lungo pomeriggio lavorativo? Quali evitereste?

GRAN BRETAGNA

Gli inglesi non si fanno mai mancare un buono snack e tra i più apprezzati ci sono i cioccolatini Maltesers. Noi italiani sceglieremmo qualcosa di più classico come dessert, come una fetta di torta o un buon dolce al cucchiaio ma questi dolcetti, dopo una bella zuppa e un tramezzino, sono di sicuro un gustoso complemento alla parte salata del pranzo.

GERMANIA

In Germania non ci vanno leggeri quando si tratta di cibo. Uno dei menu più apprezzati a pranzo comprende il celebre Currywurst – unione di curry e bratwurst – che consiste in un wurstel tagliato a rondelle condito con abbondante ketchup ed accompagnato da patatine fritte.

AUSTRIA

Lo Schnitzel, specialità culinaria di cui gli austriaci vanno ghiotti, è molto simile alla nostra cotoletta alla milanese ed è fatto di una fetta di vitello, tagliata sottile, impanata e fritta. Viene spesso accompagnato da un’insalata e delle patate cucinate con erbe e spezie per insaporirle. Negli ultimi tempi si sono diffuse anche versione vegetariane, che sostituiscono la carne con succedanei come la soia, in risposta al diffondersi di questo tipo di dieta.

FRANCIA

In Francia non possono farsi mancare una baguette croccante e farcita con prosciutto e burro: una ricetta semplice e veloce ma da acquolina in bocca assicurata. Non manca neppure il dessert: una appetitosa fetta di torta di mele o “tarte tatin” come viene chiamata la tipica ricetta francese.

OLANDA

In Olanda il pranzo è veloce ma bilanciato, con un panino al tipico formaggio Gouda – molto diffuso nei Paesi Bassi – accompagnato con della frutta fresca come mele ed uva.

STATI UNITI

La cucina americana è molto diversa dalla nostra. Tuttavia non si può dire che sia priva di sapori: il tipico break in ufficio inizia con una pizza pepperoni – salame americano fatto di carne di maiale e manzo condito con paprika e peperoncino – per poi spostarsi sul dessert composto da gelato al cioccolato e Skittles – caramelle simili per forma e colori agli M&M’s. Il tutto servito con una coca-cola che aiuta poi anche nella digestione del variegato pasto.

BRASILE

Feijoada – tipico piatto brasiliano a base di fagioli e carne – accompagnata con riso bianco e acqua o latte di cocco a seconda delle preferenze.

TURCHIA

In Turchia uno dei piatti tipici più consumati a pranzo è il Pide, meglio conosciuto come Pita in italiano, tipico pane piatto turco, servito con feta e spinaci. Per concludere una tazza del caratteristico caffè turco.

INDIA

In India il pranzo è servito nel dabba che è un tipico contenitore utilizzato dai ristoranti per la consegna del cibo. Alcune tra le ricette più diffuse sono il riso con moong dal – fagioli mungo che vengono sgusciati e spezzati – pollo saagwala con curry, patate e piselli. Per accompagnare le pietanze si usa il chapati – un tipo di pane piatto – oppure il Roti. A conclusione del pranzo può esserci una tazza di chai tè, un tè aromatizzato indiano.

 

Cosa mangi quando pranzi al lavoro? Preferisci rimanere in ufficio o trascorrere la pausa pranzo al bar/ristorante? Raccontacelo su Facebook Viking Italia.


[1] Per chi mangia sul lavoro la “schiscetta” è la modalità preferita. Questo termine, nato dal dialetto milanese, indica il cibo portato da casa dentro a un contenitore.