Mese: August 2018
Notizie
13/08/2018

Molti oggetti di comune uso quotidiano nascondono storie affascinanti e incredibili. È il caso dei Post-It, per esempio, ma anche dello scotch, dello smile e della penna Bic. Ma soprattutto è il caso del bianchetto, quel fluido bianco che, quando negli uffici si battevano le lettere a macchina, permetteva di coprire gli errori e di riscriverci sopra. A inventarlo, letteralmente nella cucina di casa, fu una donna americana, Bette Nesmith Graham, che ebbe una vita degna di un film di Hollywood.

Bette Nesmith Graham era nata a Dallas nel 1924 da una famiglia piccolo borghese e aveva cominciato a lavorare molto presto come segretaria dopo aver lasciato la scuola a soli 17 anni. A 19 aveva sposato il fidanzato del liceo, Warren Nesmith, dal quale era rimasta incinta appena prima che il marito partisse per la guerra. Nel 1946, finita la Seconda Guerra Mondiale, divorziò e si ritrovò da sola, con un figlio da crescere e una difficile situazione economica da affrontare: lavorava come segretaria nella banca del Texas ma, come raccontò in seguito, non aveva grande talento e commetteva troppi errori. Fu così che ripensò a sua mamma appassionata di pittura, e al fatto che i pittori erano soliti coprire gli errori con altro colore: si mise quindi a mischiare delle tempere e a portarle in ufficio in boccettine di smalto per le unghie svuotate e ripulite. Il sistema funzionava, i colleghi lo scoprirono e le richieste cominciarono a fioccare al punto che Bette passava le sere e i weekend a riempire boccettine, facendosi aiutare dal figlio (che in seguito sarebbe diventato un celebre musicista pop-rock) e dai suoi amici.

La svolta avvenne nel 1958, quando Bette venne licenziata ma ormai aveva abbastanza soldi per brevettare il prodotto, chiamato Liquid Paper: la fama del prodotto era ormai abbastanza diffusa, fece alcuni contratti molto importanti (con la IBM e la General Electric), ingrandì più volte l’azienda al punto che nel 1968 avviò il primo impianto di produzione automatizzato. Nel 1975 produceva 25 milioni di boccette l’anno ed era leader di mercato: Bette ora viaggiava in Rolls Royce e, memore della sua storia, aprì due fondazioni per favorire l’affermazione delle donne nell’arte e negli affari.

Sarebbe una bellissima storia se non fosse che nel frattempo si era risposata e, nello stesso 1975, aveva nuovamente divorziato: il secondo marito cercò di estrometterla dall’azienda, coalizzandosi con un gruppo di dirigenti maschi che le fecero una guerra nemmeno velata all’interno dell’azienda, ma finalmente nel 1979 vinse la causa e vendette l’azienda a Gillette per 47,5 milioni di dollari. Una storia incredibile? Sì, soprattutto se si pensa che Bette morì nel maggio del 1980, ad appena 56 anni, lasciando al figlio il compito di portare avanti le attività delle sue fondazioni.

By Photo: User:FA2010 – Own work, Public Domain, Link

Idee
09/08/2018

Imparare a delegare è la via per la crescita dell’azienda. Ma riuscire a delegare è anche una delle cose più difficili da fare, all’interno di un’organizzazione: l’idea che nessuno sappia fare quel compito altrettanto bene, l’idea che certe decisioni non possano essere lasciate ad altri, l’idea di dover e voler controllare tutto, sempre e comunque sono le prime e più evidenti barriere che impediscono di delegare compiti e responsabilità. Ma parimenti dovrebbe essere abbastanza chiaro anche il fatto che il tempo, e le energie, a disposizione sono limitate e che man mano che il business cresce è necessario lasciar perdere alcuni compiti e riservare le proprie energie migliori solo per quelli veramente strategici. Ma come imparare a delegare? Attraverso un processo lungo e articolato che richiede un profondo cambiamento di mindset.
Come imparare a delegare
Banalmente, delegare non significa dire “fai tu”, salvo poi rendersi conto che il risultato non rispetta le proprie aspettative. Imparare a delegare significa impostare un metodo di lavoro che pervade l’intera organizzazione aziendale e che prevede un certo livello di tolleranza rispetto al modo in cui sono fatte alcune cose. Vediamo in concreto.

1. Decidere cosa delegare e cosa no

Ci sono attività strategiche, da non delegare, e ci sono attività routinarie, la cui operatività può essere lasciata a un collaboratore: non è necessario impiegare ore a “fare” un report, è molto più importante impiegare quelle stesse ore a “interpretare” quel report.

2. Decidere chi dovrà occuparsi di cosa

Se un compito non è così strategico da richiedere sempre la propria attenzione e presenza, è il candidato migliore a essere lasciato definitivamente a un collaboratore. Un collaboratore, non ai collaboratori: bisogna identificarne uno, adatto per competenze e affidabilità, e lasciare a lui il compito di svolgere quel compito (“fare” il report).

3. Spiegare come andrà fatto il lavoro

Non basta comunicare il compito da svolgere (occupati tu di quel report) ma occorre spiegare come deve essere fatto: nessuno lo farà esattamente come lo faremmo noi ma si possono fissare dei punti chiave inderogabili e poi avere un minimo di tolleranza sul resto. Bisogna guardare il macro, e tralasciare il micro.

4. Dire chiaramente entro quando svolgere quel compito

Ovviamente le tempistiche non riguardano la delega sulle decisioni, ma sull’operatività il quando vale quanto il cosa e il come. Compiti precisi, istruzioni precise, scadenze precise. Essere precisi significa avere chiaro l’obiettivo e il modo per raggiungerlo, e di conseguenza saperlo anche spiegare.

5. Supervisionare, non controllare

Il controllo minuzioso è l’antitesi della delega. Delegare significa supervisionare senza entrare nel dettaglio. Nel caso del report può significare chiedere informazioni su un paio di dati cruciali prima della consegna del report senza però entrare in ogni dettaglio di ciò che stanno preparando per noi.

6. Insegnare, non correggere

Delegare significa insegnare a fare, passare informazioni cruciali per portare a termine quel compito, ma non significa intervenire a correggere ogni cosa che noi avremmo fatto diversamente. Conta l’obiettivo e relativamente meno il processo. E sì, insegnare richiede tempo, che all’inizio sembrerà perso o mal utilizzato ma poi verrà riguadagnato con gli interessi.

7. Dare un feedback

Anche un grazie sarebbe benvenuto, ma soprattutto un feedback su come è stato svolto il compito, sulla bontà o meno delle azioni intraprese in autonomia, su cosa andrebbe migliorato e su cosa invece noi per primi non avevamo considerato. Insomma, delegare è un processo continuo che si migliora nel tempo.

Ufficio
07/08/2018

Chiedere l’aumento di stipendio è sempre un momento molto critico nel rapporto con il proprio superiore: perché può mettere a disagio in termini generali, perché ci sono molte variabili da considerare e sbagliarne una può significare veder svanire l’ipotesi di un miglioramento salariale e perché, in fondo, un aumento di stipendio a proprio favore incide inevitabilmente sui conti dell’azienda. E allora come fare per chiedere un aumento di stipendio? Giocandosi al meglio le proprie carte predisponendo un piano molto accurato come questo.
Come chiedere un aumento di stipendio
Vediamo allora in 7 punti come chiedere e ottenere un aumento di stipendio

1. Considerare le condizioni dell’azienda

Se le cose vanno bene, il business è in crescita, utile e fatturato sono positivi, allora sì, è il momento di chiedere un aumento di stipendio. Se la situazione è all’opposto e tira una brutta aria, più che chiedere un aumento di stipendio è il caso di pensare di andare a migliorare le proprie condizioni economiche altrove.

2. Chiedere espressamente un incontro con il proprio capo

È la persona giusta a cui chiederlo? È il proprio responsabile? Bene, allora è a lui che bisogna rivolgersi: mai buttare lì la richiesta in un momento qualsiasi, meno che meno a margine di un incontro per altri motivi. Se si vuole un aumento di stipendio bisogna essere pronti a discuterne e motivarlo, quindi serve un incontro apposta per questo: senza fretta, ma in modo esplicito, chiedete un incontro per parlare del vostro contratto. Non sarà domani, ma quando avverrà sarete entrambi preparati. Se poi è al termine di un progetto ben svolto che vi permette di portare risultati concreti e tangibili, ancora meglio.

3. Avere una lista di motivi per giustificare la richiesta

Un aumento salariale deve essere motivato e non basta il tema “anzianità di servizio”: progetti completati con successo, maggiori responsabilità, mansioni aumentate, valore aggiunto apportato al business o al modo di svolgerlo sono tutti argomenti concreti da preparare con cura e mettere sul piatto.

4. Avere un’idea chiara dell’ammontare del nuovo stipendio

Si può fare un benchmark interno all’azienda, se si conoscono i parametri; si può fare un confronto con altre realtà dello stesso settore; si può portare a confronto inserzioni di ricerca di collaboratori per posizioni simili. Ma tutto deve essere sempre quantificabile e giustificabile in modo preciso e oggettivo.

5. Chiedere, non lamentarsi

Chiedere un aumento di stipendio non significa lamentarsi del proprio stipendio attuale. Ok, non siete contenti, altrimenti non chiedereste un miglioramento, ma lamentarsi significa guardare l’oggi e lo ieri, chiedere un miglioramento significa guardare al domani. Niente emozioni e molto self control.

6. Non fare confronti

Confrontare il proprio salario con quello di uno o più colleghi non porterà a un aumento di stipendio. Non è il confronto la leva su cui agire: pensate alla vostra professionalità, al valore aggiunto che apportate al business, ai risultati conseguiti e lasciate perdere l’invidia verso gli altri. Il capo lo capirà.

7. Acqua in bocca

L’effetto valanga è il più temuto da ogni capo, e negli uffici tutti sanno tutto di tutti subito. Quindi acqua in bocca, non dite che avete intenzione di chiedere un aumento e nemmeno se l’avete ottenuto e per quale importo. Business as usual è il giusto atteggiamento da tenere con i colleghi.

Ufficio
03/08/2018

Le vacanze, meritatissime e agognate, son dietro la porta dell’ufficio. Ma prima di scappare fuori ci sono alcune cose da fare in ufficio prima di andare in vacanza: perché così finalmente si potrà staccare davvero, senza essere rincorsi da problemi e incombenze lasciate a metà, e perché così sarà più facile anche il rientro.
Stacca la spina elettrica
A meno che non si tratti di macchine che devono comunque funzionare, prima di uscire dall’ufficio per qualche giorno, o settimana, di vacanza, è bene staccare la spina di computer, stampanti e ogni altro dispositivo elettrici: per una questione di risparmio dei consumi e per evitare problemi derivanti dall’impianto elettrico. Non dovrebbe succedere nulla, se tutto è a norma, ma non si sa mai e ricordarsene non costa nulla.
Fare backup
Nel dubbio, meglio mettere in ordine il computer, cestinando le cose che non servono e organizzando tutto in cartelle senza lasciare nulla sul desktop, e poi facendo il backup o archiviando il tutto, come spiegato qui.
Impostare l’auto-replay sulla mail
Siete in vacanza, è un vostro diritto e ve le siete meritate: lo si scrive nell’auto-replay della mail così a nessuno viene l’idea di chiamarvi sotto l’ombrellone per motivi di lavoro.
Compila una to-do-list
Anzi, meglio due: una di istruzioni per chi rimane a lavorare in tua assenza (gli faciliti il compito, e loro lo faciliteranno a te in seguito) e una delle cose da fare al rientro. Così non perderai tempo a cercare di darti delle priorità.
Segnati le password
Sì, son tutte nella mente, a memoria, e anche, spesso, salvate nel computer. Ma nel dubbio, meglio un foglio di carta scritto a mano, da conservare in un luogo sicuro (il cassetto dell’ufficio chiuso a chiave o a casa).
Metti in ordine la scrivania
Un bel ripulisti generale, che lascia la scrivania pulita, sgombra e in ordine: al ritorno sarà più facile sedersi di nuovo al proprio posto di combattimento.

Idee
01/08/2018

C’è chi ad Agosto non rinuncerebbe alle ferie per nulla al mondo, nonostante l’affollamento e i prezzi alti, e chi invece le vacanze preferisce farle prima e dopo e passare agosto in ufficio. Anche perché ci sono degli indubbi vantaggi nel lavorare ad Agosto.

1. Ufficio (quasi) vuoto

Per qualcuno è una tristezza ma per molti ha l’indubbio vantaggio di favorire la concentrazione e ridurre il tempo perso.

2. Tutti in ferie

Potrebbe far scattare l’invidia, oppure dare il vantaggio di non essere tempestati di telefonate e mail con richieste che interrompono continuamente i propri compiti.

3. Maggior concentrazione

È la conseguenza dei due punti precedenti, ed è il motivo per cui molti manager cominciano a lavorare molto presto la mattina: potersi concentrare sui compiti strategici, concettuali e che richiedono maggior focalizzazione.

4. Meno traffico

Il che si traduce in tempi ridotti per il tragitto casa – lavoro, meno stress, e più tempo a disposizione per sé, i propri hobby, lo sport e la famiglia.

5. Smart working

Se l’ufficio è quasi vuoto, allora si può pensare anche allo smart working e al lavoro da remoto, se l’azienda lo prevede. E questo ha numerosi, indubbi vantaggi come si può leggere qui.

6. Più produttività

Se i colleghi sono diligenti e hanno lasciato tutto in ordine la produttività si impenna e si riuscirà a fare di più in meno tempo. Il che migliora anche l’autostima.

7. Godersi la città

In agosto, inevitabilmente, le città si svuotano ma questo non significa più da anni il cartello “Chiuso per Ferie” appeso ovunque. Anzi, musei, ristoranti ed eventi per turisti funzionano a pieno regime, ed è l’occasione per (ri)scoprire la propria città con occhi diversi.