Age Shaming e Blind Recruitment: quando si è troppo vecchi per una candidatura di lavoro
Pubblicato il 29 April 2021

Nessuno lo scrive apertamente, qualcuno si spinge ad ammetterlo a voce, tantissimi ne hanno il sospetto: l’age shaming, la discriminazione in base all’età nelle candidature di lavoro, è sempre più diffusa. Non che prima non esistesse, anzi. Quel “mi dispiace è troppo vecchio/a” serpeggia da decenni ormai negli uffici HR. Ma oggi l’età limite si sta abbassando, non colpisce più solo i/le Cinquantenni ma tocca già i/le Quarantenni e, per qualche lavoro, anche i Trentenni. La differenza, rispetto al passato, sono le “denunce” online, in particolare nei commenti sui social network. Secondo l’indagine Work Force del 2018 il 19% degli over 55 si sente discriminato per l’età, e nel decennio precedente (45-54) la percentuale tocca il 22%. E gli italiani sono al primo posto in UE per questo sentimento.
E la crisi economica mondiale tra il 2007 e il 2013, la conseguente recessione e ora pure la pandemia da Coronavirus non hanno fatto altro che accelerare e aumentare una dinamica che già serpeggiava da tempo. Una figura junior costa ovviamente meno di una senior, e gli sgravi fiscali per l’assunzione dei giovani spingono ulteriormente in questa direzione.
Per questo si sta diffondendo sempre più la pratica del blind recruitment, ovvero la selezione al buio. La tendenza cioè a non richiedere nel CV i dati sensibili – età, termine studi, ma anche sesso, etc). Un modo per i recruiter per non farsi influenzare nella valutazione delle competenze ed esperienze professionali, ma anche un modo per le aziende di non farsi influenzare da pregiudizi inconsci nella ricerca di un talento.