Autore: Mazzmedia
Uncategorised
11/09/2019

Il metodo giapponese delle 5S è un sistema ormai adottato tutto il mondo per riorganizzare ogni aspetto del proprio lavoro quotidiano e riuscire a lavorare meglio, in modo più efficiente e con meno stress e fatica. Il metodo nasce dalla tradizione minimalista giapponese di eliminare tutto ciò che è superfluo, accessorio e spreco, ed è adattabile a qualunque attività lavorativa.
Il metodo giapponese delle 5S per migliorare il tuo lavoro
Le 5 S del della procedura indicano altrettanti termini giapponesi che indicano i cinque passi da fare per implementare la metodologia:

Seiri – separare
Seiton – riordinare
Seiso – pulire
Seiketsu – sistematizzare o standardizzare
Shitsuke – diffondere o sostenere

Come si vede anche dall’immagine che lo rappresenta il metodo giapponese delle 5S è una procedura circolare per la quale la difficoltà sta soprattutto nel dare continuità e farla propria in modo sistematico.
Seiri – separare
Il Seiri è la prima S. Significa separare ciò che serve da ciò che non serve al proprio lavoro, qualunque esso sia, dalla manifattura alla postazione in un coworking. Separare ed eliminare significa ridurre distrazioni e interferenze nel flusso lavorativo, qindi più qualità e produttività.
Seiton – riordinare
Tenuto solo ciò che è essenziale, si tratta di riordinarlo per poterlo avere a disposizione in modo efficace ed efficiente quando serve.
Seiso – pulire
Separato e riordinato, poi si tratta di mantenere ordine e pulizia, in netto contrasto con l’idea che il disordine sia prodromico alla creatività.
Seiketsu – sistematizzare
Forse il Seiketsu, lo sistematizzare, è il punto più difficile per i molti lavori che non prevedono flussi di lavoro regolari. Ma all’interno del metodo giapponese delle 5S standardizzare significa prima di tutto fare in modo che i passi precedenti, e quello successivo, diventino un’abitudine quotidiana che migliora di giorno in giorno.
Shitsuke – diffondere
La quinta S ha a che fare con la costanza nel tempo, con il fatto di aver introiettato le prime 3 S e, tramite la quarta, si riesce a farla propria in ogni aspetto della vita. Ha un ’bout a che fare con la disciplina, molto di più con la costanza, ed è un ’bout come con le buone abitudini, che una volta prese non bisogna mollare e tornare a quelle cattive.

Photo: Respublika Narodnaya, original work by Nikita Klyuchko [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons

Idee
09/09/2019

Gli individui, soprattutto quando si tratta di freelance e professionisti, possono promuovere se stessi esattamente come si fa con un azienda. Tutto sta nel diventare il marchio di se stessi. O saper fare personal branding, come si dice oggi. Il che ha implicazioni molto più profonde di quelle che si possono immaginare: il personal branding è ciò che permette di distinguersi da tutti gli altri che più o meno competono per gli stessi obiettivi, e distinguendosi permette di comunicare il proprio modo di lavorare, le proprie competenze o addirittura i propri valori.

Fare personal branding non si improvvisa, e anzi è un processo quotidiano, che richiede tempo, risorse e sforzi. Ma con alcuni punti fermi ben chiari è anche un processo potenzialmente irreversibile e dalle numerose implicazioni:

Distinguersi dalla concorrenza
Comunicare la propria esperienza
Creare nuovi contatti
Aumentare le opportunità di business o carriera
Attirare talenti
Trovare clienti
Incontrare partner

7 consigli per fare personal branding
1. Identifica il tuo pubblico di destinazione e l’industria
Banale ma necessario: il settore in cui operi, o meglio ancora una nicchia di settore, è la dimensione giusta per cominciare a costruire il proprio personal branding. Tanti sono sviluppatori, pochi possono ambire a essere versi esperti di sviluppo di App per la produttività per dispositivi Android. Le persone di quella nicchia saranno il proprio target di riferimento.
2. Dimostra esperienza nel tuo settore
Dimostrare esperienza nel tuo settore è la chiave per un vero ed efficace personal branding. Essere aggiornati, competenti, informati, precisi ed accurati è il segreto per diventare un punto di riferimento, in azienda come in un intero settore industriale o online. Senza competenza non c’è valore, e quindi nemmeno marchio.
3. Condividi la tue esperienze
Ok la competenza, ma senza condividerla non serve a nulla. L’ideale sarebbe avere una presenza online e una offline. Non necessariamente un blog o una pagina social, può essere utile partecipare all’intranet aziendale, o rendersi disponibili per i momenti di formazione o partecipare a eventi e simposi. Insomma, condividere ciò che si sa, che non implica veder erodere la propria posizione ma anzi rafforzarla.
4. Scegli come comunicare con il tuo pubblico
Un sito Web è la soluzione forse più banale. Può funzionare anche un profilo social, o magari utilizzare gli strumenti aziendali – come le varie Intranet o gruppi – per far conoscere il proprio valore. È in parte personal branding e in parte networking, e funziona. Nel caso di un freelance c’è una ulteriore domanda da porsi: che canali usano le persone alle quali ci si rivolge? Magari i creativi usano più Instagram e le figure manageriali più Linkedin, e allora è proprio su quel canale che bisogna andare a fare personal branding.
5 Mantieni i profili social a livello professionale
Ci sono i canali “aziendali” che riguardano la propria attività e ci sono quelli personali, soprattutto quando si parla di social. Non è bene mischiare le due cose, ma anche il profilo personale può essere utile per fare personal branding, soprattutto se si evita di personalizzarlo troppo: ok a esprimere il proprio parere o punto di vista, o anche a dimostrare le proprie passioni, ma quando la platea si allarga è bene evitare riferimenti troppo personali, per esempio a famiglia e figli.
6 Conversa, non declamare
Fare personal branding significa comunicare, ma nel senso di conversare, essere aperto alla discussione bidirezionale mantenendo un tono pacato, aperto e collaborativo. Imporre il proprio parere, declamare senza confrontarsi è invece un boomerang per la promozione di se stessi.
7 Trova il tuo stile
Lo stile è l’anima di un brand, e ciascuno deve avere il proprio. Soprattutto all’inizio la tentazione di copiare è tanta, ma la genuinità paga sempre, e la cosa migliore è avere un proprio stile per distinguersi dagli altri.

Idee
06/09/2019

Essere un freelance è una condizione molto diffusa nell’odierno panorama del mondo del lavoro, in particolare in alcuni settori che per loro natura sono molto fluidi, funzionano e progetti, vivono di picchi e cali della domanda e necessitano di professionalità specifiche. Sono per esempio il settore della formazione e dell’istruzione, anche aziendale, quello finanziario e ancor più assicurativo, quello della comunicazione, soprattutto nel digital e nel mondo ICT di programmatori e sviluppatori. Tuttavia, in particolare nel nostro paese, si fa ancora molta confusione tra freelance e liberi professionisti, e tra freelance e consulenti, e non sempre è ben chiaro cosa significa essere un freelance.
Cosa significa essere un freelance
Il termine freelance è di origine anglosassone e in origine identificava i soldati di ventura, o mercenari. Freelance = lancia libera, soldati che combattevano con le proprie armi al soldo (da cui soldato) di chi li pagava meglio. Tra i primi a usare il termine c’è Walter Scott nel suo romanzo storico Ivanhoe, e oggi per freelance si intende qualunque lavoratore autonomo assoldato per un compito da uno o più committenti.

In Italia però esiste anche la figura del libero professionista, che è pur sempre un lavoratore autonomo che presta la propria professionalità a uno o più committenti, e che tuttavia nel nostro Paese è di norma iscritto a un albo professionale o a un’associazione di categoria. L’iscrizione a un albo o a un’associazione lo rende di fatto un ’bout meno libero, sia dal punto di vista deontologico che, in positivo, dal punto di vista delle tutele poiché l’appartenenza a un albo o associazione dovrebbe essere in teoria soggetta a determinati vincoli – e in effetti così è, a meno di raggiri e truffe – e sempre in teoria dovrebbe tutelare il mercato e la possibilità di svolgere quella professione – ma non sempre così è, nella pratica.
I Pro e i Contro dell’essere un freelance
In ogni caso, oltre alle distinzioni formali e al netto di situazioni particolari, essere un freelance significa accettare da subito alcuni Pro e Contro.

Come prima cosa è necessario aprire una posizione contributiva, che nella stragrande maggioranza dei casi è una Partita IVA ma non è l’unica forma per poter lavorare (e pagare le tasse) da freelance. Serve anche una posizione previdenziale, che può essere all’INPS oppure alle casse previdenziali degli albi professionali, e tra i contro c’è senza dubbio il fatto di doversi occupare in prima persona di queste cose, dalle scadenze ai versamenti (a meno di non rivolgersi a un commercialista, cosa che però comporta dei costi).

Essere un freelance e collaborare a progetto o in modo continuativo ma non esclusivo con un committente significa anche non avere né tutele né agevolazioni, dalla maternità alle ferie, dalla malattia agli infortuni. O meglio: alcuni istituti di previdenza professionali prevedono forme di maternità, ma il più delle volte sono in funzione di quanto versato in precedenza, e altri prevedono forme di tutela da malattia e infortunio a pagamento. Altri oneri di cui farsi carico in pratica in prima persona.

Normalmente una collaborazione come freelance funziona in base a una lettera di incarico, o a un contratto con un inizio e una fine, e queste sono le ipotesi migliori perché spesso non c’è nemmeno quello. Tutto è bene finché finisce bene, ma nel caso di mancati pagamenti è davvero difficile ottenere il dovuto anche a fronte di un vero contratto: tra mediazioni in camera di commercio e ricorsi al giudice possono passare anni e possono volerci un sacco di soldi per ottenere poco o nulla. È un “rischio di impresa” da mettere in conto quando si patteggia un compenso.

Se poi si scivola nella dimensione del collaboratore fisso a partita IVA ci si ritrova a essere un finto freelance con gli obblighi di un dipendente ma senza le sue tutele: la legge vorrebbe e dovrebbe dissuadere questo genere di situazioni, ma in realtà esistono e non sono poche.

Incombenze gestionali, costi a proprio carico (dai trasporti alla strumentazione e senza dimenticare la formazione), assenza di tutele, incertezza economica sono senza dubbio tra gli aspetti negativi dell’essere un freelance. Ma poi ci sono anche degli aspetti positivi, che si possono riassumere nell’evocativo termine di libertà.

Un freelance formalmente non ha vincoli di subordinazione, il che significa gestire autonomamente i propri orari e il luogo di lavoro: senza arrivare alla condizione di nomadi digitali, si può decidere di lavorare dove meglio si crede, dai coworking alle località di vacanza, con l’unico vincolo di rispettare le scadenze.

La libertà è una forma di disciplina ma è anche un mondo di opportunità: diversi committenti, diverse esperienze, significano anche continuo aggiornamento professionale, essere un passo avanti rispetto ai dipendenti che svolgono più o meno lo stesso lavoro sempre nella stessa azienda, nonché significa poter espandere il proprio network di contatti e, in definitiva, crescere professionalmente.

Ecco, essere un freelance significa sostanzialmente investire su se stessi, sulla propria professionalità e sulla propria capacità di rimanere sul mercato, offrendo servizi ad alto valore aggiunto. Fatto questo che spesso rende i freelance particolarmente appetibili per le aziende e quindi ricercati.

Photo by Andrew Neel from Pexels

Uncategorised
04/09/2019

In un mondo che deve ancora risolvere il problema del gender gap – in termini di opportunità e condizioni economiche nel mondo del lavoro – e quello del sessismo sul lavoro, c’è anche l’altra faccia della medaglia: quando lei guadagna più di lui. Certo, soprattutto nel nostro Paese è ancora una situazione meno diffusa, e però sta cominciando a evidenziarsi con una serie di problemi evidenziate da statistiche attendibili. Per esempio secondo uno studio della Booth school of business dell’università di Chicago, quando lei guadagna più lui aumentano del 50% le probabilità di divorzio, e il motivo è lui, che soffre di questa situazione. Sofferenza che il Journal of Personality and Social Psychology identifica come inadeguatezza e frustrazione che portano a inevitabili tensioni di coppia.

Non solo: secondo un’altra ricerca, all’aumentare del divario salariale a favore di lei all’interno della coppia, aumenterebbe anche il grado di insoddisfazione reciproca, di infelicità e, in definitiva, di rischio di rottura.

Le difficoltà di relazione quando lei guadagna più di lui nascerebbero dal profondo retaggio ancestrale e antropologico per cui lui, l’uomo, è sempre stato quello che andava a caccia per portare a casa cibo e sostegno, mentre lei è sempre stata la custode della casa a cui erano affidati i compiti di cura e accudimento.

Ma ora, con il Novecento, le cose sono cambiate, e prima le donne hanno avuto accesso al mondo del lavoro, poi ne hanno scalato la gerarchia e ora, sebbene tra mille difficoltà, hanno scalzato gli uomini dalle posizioni di comando, cominciando anche, nel loro privato, a guadagnare più dei loro compagni.

Quando questo accade, e soprattutto se non è subito così, è chiaro come sia necessario cambiare copione all’interno della relazione, sia in termini di carico famigliare e domestico che di assegnazione di valore. La chiave è sempre non confondere il valore economico con quello personale, non sovrapporre i due ambiti – professionale e privato – e considerare la coppia come un tutt’uno: evitare la competizione, e la conseguente frustrazione, è il viatico per rendersi conto che così, in casa entrano più soldi, e che questo può essere (potrebbe essere) un bene per tutta la famiglia.

Photo by rawpixel.com from Pexels

Idee
29/08/2019

Per i liberi professionisti il 1 di settembre è un ’bout il primo giorno dell’anno. Vero che non si tirano ancora le somme del fatturato, vero che ci possono essere i classici lavori interrotti dalle ferie e da finire subito non appena si rientra, ma è anche vero che dopo la pausa estiva, settembre è anche il mese in cui tutto si rimette in moto dal punto di vista economico. Però questa “primavera del business” porta con sé anche il rischio di rituffarsi a capofitto nell’operatività senza prendersi il giusto tempo per guardarsi indietro, guardarsi intorno e, soprattutto, fare programmi per il futuro. E allora tra la fine di agosto e l’inizio di settembre, quando gli impegni procedono ancora per un ’bout a ritmo non proprio spedito, è il caso di ritagliarsi del tempo per fare 3 cose cruciali per il business di ogni libero professionista.
Fai la annual review
Si dice annual review, si intende tirare le somme dell’anno appena passato. Nel senso di 11 mesi o più, tirati di lavoro. 3 sono le domanda da porsi (gli anglosassoni parlano di Challenge, Action, Result, ma il concetto è quello):

Che cosa volevo raggiungere?
Cosa ho fatto per riuscirci e quali ostacoli ho trovato sul mio cammino?
Cosa voglio fare nei prossimi 11 mesi?

Investi sul personal branding
Ci sono pochi, pochissimi liberi professionisti che possono fare a meno di una presenza digitale. Volente o nolente tutto o quasi passa dal mondo online, in primis il farsi conoscere e farsi trovare. Quindi è il caso di investire sul proprio personal branding, se non soldi almeno tempo. Ha senso avere una pagina social? E se sì quale? Oppure sarebbe meglio un sito web tradizionale per attrarre clientela? La presenza online è aggiornata (indirizzo, contatti, orari)? Può bastare un rapido controllo, oppure dedicare del tempo a costruire un nuovo profilo online, o ancora dei soldi per ingaggiare un professionista. Ma il tempo per farlo è adesso.
Poniti un obiettivo a medio/lungo termine
È quello che vuoi davvero, non l’obiettivo da qui a 12 mesi: è il progetto di vita, che può andare dall’ingrandire l’attività al mettere da parte abbastanza soldi per mollare tutto ancora giovani e passare il resto della vita in costume su una spiaggia, o all’avere abbastanza risorse per far studiare i figli. Probabilmente sarà lo stesso dell’anno precedente, e magari anche di 5 o 10 anni prima, ma dargli una spolverata per vedere se brilla sempre come la prima volta è quello che occorre fare proprio ora.

Idee
27/08/2019

Imparare a risparmiare è spesso uno dei buoni propositi per il rientro dalle vacanze. Un ’bout perché in viaggio e in vacanza ci si è concessi qualche piccolo strappo alla regola, un ’bout perché con più tempo per pensare e rilassarsi si tende anche a fare qualche conto sulle proprie spese, un ’bout perché le incertezze non svaniscono mai dal proprio orizzonte di vita, insieme ai buoni propositi per tenersi in forma c’è sempre anche quello di riuscire a risparmiare qualcosa. Ma tra il dire e il fare c’è sempre di mezzo il mare, e senza un metodo non è poi così facile riuscire a tagliare le spese superflue o anche solo capire come e dove spendiamo i nostri soldi.
Un buon metodo per risparmiare
Però un buon metodo per risparmiare in effetti esiste, e a suggerirlo è nientemeno che Forbes, una delle più importanti riviste al mondo in fatto di economia: è la regola del 50/20/30, che presuppone di sapere almeno quanto si guadagna e poi di ripartire le spese appunto secondo queste proporzioni.
Buoni propositi per il rientro: imparare a risparmiare con la regola del 50/20/30
Fatta 100 la quantità di denaro che si guadagna in un mese – o che si guadagna mediamente al mese, se siete dei liberi professionisti con oscillazioni anche notevoli nel fatturato – si devono poi dividere le spese famigliari in 3 macro categorie:

Il 50% del salario per le spese essenziali

Le spese essenziali sono quelle irrinunciabili e ragionevolmente fisse: mutuo o affitto, trasporti, generi alimentari, utenze domestiche. Vero che ci possono essere fluttuazioni in base al periodo – l’abbonamento ai trasporti scolastici dei figli si interrompe da metà giugno a settembre, il riscaldamento si accende a fine ottobre e si spegne a fine marzo, più o meno – ma a questo tipo di spese è da destinare al massimo il 50% del proprio introito mensile medio.

Il 30% del salario alle spese flessibili

Nelle spese flessibili rientrano quelle non fisse (come le vacanze), variabili (una piccola riparazione in casa o all’auto) o cosiddette voluttuarie (il cinema, la pizza, un weekend fuori porta): a questo genere di spese si può destinare il 30% del proprio gettito salariale.

Il 20% del salario è il risparmio

Fatto 80% la somma di spese essenziali e flessibili, avanza un 20% che è la quota ragionevolmente da destinare al risparmio famigliare se non agli investimenti per il futuro.
Il metodo 50/20/30 per risparmiare
Il metodo 50/20/30 per risparmiare è una strategia di gestione del proprio budget famigliare che nasce da un approfondito studio economico eseguito da Elisabeth Warren, senatrice americana, docente ad Harvard e tra le 100 persone più influenti al mondo secondo Time: letto così sembra semplice, da attuare non è così immediato, ma lei ci ha anche scritto un libro (All Your Worth: The Ultimate Lifetime Money Plan) per imparare a farlo passo dopo passo.