Autore: Mazzmedia
Ufficio
24/05/2019

La cucina dell’ufficio è un trend sempre più forte: in molti uffici infatti, per la pausa pranzo ma anche per i momenti di break, non ci sono più solo degli angoli con distributori automatici ma delle vere e proprie cucine, con tavoli e sedie dove mangiare ma anche fare un incontro informale e veloce, e poi frigorifero, lavello, microonde e macchina per il caffè. Uno spazio sicuramente più famigliare e informale per i momenti di relax al lavoro, dove pranzare portando il pasto da casa o prepararsi una bevanda calda da portare alla scrivania, e soprattutto uno spazio che ormai si trova tanto nei nuovi coworking quanto negli uffici più tradizionali.

Sedersi nello spazio break dell’ufficio è un piacere, ma ci sono almeno 4 cose da evitare nella cucina dell’ufficio, pena scatenare l’inferno di mail e proteste dei colleghi e delle colleghe.

1. Tenere in disordine il frigorifero

I tempi della stanza in condivisione da studente son finiti da un pezzo, e così anche quelli dei frigoriferi desolatamente vuoti o pieni di cibo di età indefinibile. Il frigorifero dell’ufficio serve per conservare per breve tempo piccole porzioni di cibo quotidiano, non per altri fini. Quindi sì a metterci il pranzo del giorno, sì anche a lasciare metà porzione di insalata per il giorno dopo, o qualche frutto per un paio di giorni, non a dimenticarsi avanzi di cibo per giorni o settimane, no a occupare un intero ripiano con la spesa per casa e tantomeno a infilarci un numero indefinito di vaschette. Nel caso in cui doveste lasciare qualcosa – per esempio per il weekend – un post-it con scritto cos’è e fino a quando vi rimarrà può essere la soluzione.

2. Lasciare le tazzine nel lavello

Sì, a casa probabilmente lo facciamo tutti, soprattutto quando al mattino dobbiamo uscire di corsa. Ma il lavello dell’ufficio non è il lavello di casa, e le tazzine sporche – ma anche i piatti, il lunch box o le posate – non ci devono stare. Si usano posate e stoviglie e poi si lavano e si rimettono a posto immediatamente. Trovare pulito è un diritto, lasciare pulito un dovere.

3. Occupare il microoonde

Ci vogliono pochi minuti per scaldare una vivanda nel microonde, per cui non c’è nessun motivo di scaldare il proprio pranzo e contemporaneamente andare a fare altro. Se arriva qualcuno nel frattempo non saprebbe cosa fare, se il cibo deborda o si brucia è poi un problema per tutti, e comunque il microonde si usa per il tempo strettamente necessario (e sì, se si sporca lo si pulisce).

4. Rubare il cibo di altri

Detta così è proprio forte, però insomma non si prende il cibo lasciato da altri. Ok, la fame può fare brutti scherzi ma se proprio è necessario è buona educazione chiedere prima. Vero che i furti di cibo nelle case degli studenti e negli ostelli sono la norma, ma se siete nella cucina dell’ufficio significa che quel tempo è finito da un pezzo e certe cose non si fanno più.

Idee
23/05/2019

Phubbing è un neologismo inglese formato dalle parole phone (telefono) e snubbing (snobbare) ed è la forma di disinteresse e disattenzione più subdola e pericolosa di questi tempi. Anche in ambito professionale e lavorativo. Secondo la definizione data dallo studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” condotto da James Roberts e Meredith David e pubblicato su Computers in Human Behavior, il phubbing è quell’atteggiamento, il phubbing è un atteggiamento di disinteresse al limite della maleducazione, che consiste nel trascurare gli altri controllando continuamente lo schermo dello smartphone. Una barriera fisica, quella del cellulare, e un motivo di distrazione che si frappone in qualunque situazione sociale – da una cena con gli amici alla camera da letto e ovviamente le situazioni professionali – e che è stata provata sulla propria pelle dal 43% delle persone intervistate nello studio citato.

Ciò che è emerso (inevitabilmente, verrebbe da dire) è che ignorare chi ci sta di fronte prestando attenzione solo al nostro smartphone genera inevitabilmente conflitti tra le persone: notifiche, chat, messaggi e tutto quanto appare sul display dello smartphone diventano più importanti della relazione diretta con chi ci sta intorno, e questo diventa devastante quando ci si trova all’interno di relazioni di lavoro. Il collega che passa e non degna di uno sguardo perché concentrato sul cellulare, la riunione che diventa improduttiva perché tutti impegnati a gestire altre cose tramite lo smartphone, il cliente che non si sente valorizzato perché stiamo nel frattempo rispondendo a messaggi sul telefono: sono solo 3 degli infiniti esempi del modo in cui la pervasività degli smartphone può generare conflitti sociali e relazionali anche laddove i sentimenti dovrebbero non influire minimamente. E quando si creano tensioni personali, dovute anche alla scortesia che il phubbing comporta, all’interno del team di lavoro, è il momento in cui le cose cominciano ad andare davvero male, la produttività cala, l’azienda perde competitività e diventa difficile invertire il trend.

Che fare allora contro il phubbing? Di ricette infallibili non ne esistono, però già vietare i cellulari durante le riunioni è una buona prassi che i manager dovrebbero favorire, così come quella di creare momenti di interazione personale, dalla quale sono esclusi i telefonini, all’interno dei quali i dipendenti possono e devono sviluppare innovate relazioni personali.

Idee
21/05/2019

Andare in vacanza a giugno ha i suoi vantaggi. Certo 1 italiano su 3, più o meno, stando alle statistiche, farà ancora una volta le vacanze ad agosto, molti non per scelta ma perché possono godere delle ferie solo quando l’azienda chiude. Ma per fortuna ci sono anche persone che possono scegliere e decidere di fare le vacanze a giugno, anticipando quel salutare break nei ritmi frenetici di un anno di lavoro e potendo godere di numerosi vantaggi, non solo economici.
5 vantaggi dell’andare in vacanza a giugno
Sono almeno 5 i vantaggi dell’andare in vacanza a giugno

1. Costa meno

Sì, inutile negarlo, a giugno non è ancora altissima stagione e in molte località non è nemmeno alta stagione. Conseguenza inevitabile? I prezzi sono decisamente più bassi, spesso addirittura della metà per quanto riguarda le sistemazioni.

2. C’è meno gente

Non bisogna svelare troppo il segreto, ma in vacanza a giugno si vive decisamente meglio. Meno traffico di villeggianti, meno folla in spiaggia, meno gente in giro in montagna, meno code nei musei. Sì, ci sono in giro principalmente stranieri, in particolare tedeschi, austriaci e francesi.

3. I bambini si rilassano subito

Chi ha figli lo sa: finisce la scuola e i bambini hanno bisogno di tempo libero, relax, stare con i genitori, divertirsi, svagarsi. Insomma, cambiare aria e ritmi: certo ci sono i vari camp estivi, ma una bella vacanza in famiglia è in fondo quello che i bambini desiderano di più dopo aver fatto il loro dovere negli studi.

4. Il tempo (dovrebbe) essere ottimo

Giugno non è ancora così caldo come luglio, ma non dovrebbe nemmeno più essere temporalesco come maggio o come la fine di agosto. Insomma, il tempo perfetto per una vacanza sia al mare che in montagna e ovviamente nelle città d’arte. Se poi si punta a sud, dal sud Italia alle regioni equatoriali, è anzi il momento migliore dal punto di vista delle temperature.

5. Si lavora ad agosto

Sì, c’è poi la conseguenza che si lavora ad agosto. Ma quando tutti sono in vacanza, le città si sono svuotate, e c’è molto meno da fare, anche i ritmi di lavoro sono decisamente più rilassati e si può vivere meglio anche quel paio di settimane in cui tutti gli altri sono in vacanza.

Idee
17/05/2019

Le cene di lavoro, ma anche i pranzi, sono ottime occasioni per fare affari, discutere di nuovi progetti, facilitare relazioni e anche, perché no, fare carriera. Ma non è detto che una cena di lavoro sia sempre un successo e, esattamente come per un colloquio di lavoro, ci sono cose da fare e altre assolutamente da evitare, argomenti che si possono toccare e altri che sono assolutamente tabù, comportamenti che possono facilitare la relazione e altri che invece portano necessariamente a irrigidirsi e alzarsi presto dal tavolo.
Cene di lavoro: come comportarsi
Scegliere il locale giusto
Banale, ma non così tanto. Non necessariamente un ristorante stellato va sempre bene: potrebbe anche mettere a disagio il proprio interlocutore; analogamente non è sempre da escludere la trattoria informale. Scegliere il locale giusto è una piccola arte, che dipende da chi si invita, dal tipo di discorsi che si vuole fare, dal tempo a disposizione e dal ricordo che si vuole lasciare di sé.
Indossare l’abbigliamento adeguato
No al troppo sexy (per lei), no al troppo informale (per lui) e insomma, no agli eccessi, per entrambi: è una cena di lavoro, non una serata romantica e nemmeno una rimpatriata tra amici. Se l’abito da ufficio è troppo anonimo si può optare per il casual elegante, una invenzione tutta italiana che va sempre bene e non stona mai (a meno appunto di aver scelto un ristorante stellato, dove un ’bout di forma è sempre necessaria).
Clima cordiale sempre
Stare a tavola è un piacere, e questo noi italiani l’abbiamo insegnato a tutto il mondo. E quindi anche sul clima da instaurare vale la regole di niente eccessi: si può essere un ’bout più rilassati rispetto a una riunione in ufficio, ma non così tanto da lasciarsi andare a pettegolezzi, discussioni animate, prese di posizione nette, polemiche o altro. Stare leggeri sugli argomenti generali e sintetici ma chiari su quelli oggetto della cena è il modo migliore per fare centro.
Aprirsi un ’bout
Una cena di lavoro è l’occasione perfetta per farsi conoscere meglio, e quindi sì, è utile aprirsi un ’bout, anche per creare relazioni più forti e migliori con potenziali clienti, partner, colleghi o capi. Un ’bout, ma non troppo: accennare ai propri hobby e alle proprie passioni crea curiosità ed empatia, ammorbare i commensali con un monologo sulla travagliata storia di litigi tra i vostri parenti crea disagio e fastidio.
Poco alcol, niente flirt
Un bicchiere di vino in tavola è d’obbligo in qualunque ristorante e, a meno che non si sia assolutamente e drasticamente astemi, va bene sorseggiarne un ’bout durante il pasto. Un ’bout significa non travalicare quella linea che potrebbe mettere in imbarazzo chi siede a tavola con noi. Flirtare invece assolutamente no: se proprio c’è la tentazione, ci sono altre occasioni per farlo, ma una cena di lavoro con colleghi, clienti e capi flirtare è visto da tutti in maniera assolutamente disdicevole.
Sì al networking
Le cene di lavoro servono anche, se non soprattutto, a quello: fare networking. Scambiarsi i biglietti da visita, lasciarsi con la promessa di un messaggio email o di un contatto sui social network professionali è lecito e giusto. È peggio salutarsi dando l’impressione di non avere interesse a continuare la relazione.
Argomenti tabù
Ci sono argomenti tabù che portano sempre, inevitabilmente, a discussioni, opposizioni e critiche: politica, religione, sesso, vaccini e ovviamente precedenti esperienze di lavoro negative sono tutti topics da cui girare ampiamente alla larga. Anche lasciando cadere l’argomento qualora fossero gli altri a introdurli.

Ufficio
16/05/2019

Rifiutare un’offerta di lavoro può sembrare assurdo, soprattutto di questi tempi in cui la ricerca di lavoro è invece spasmodica. Eppure, soprattutto se un lavoro lo si ha, ci sono casi in cui si deve rifiutare un’offerta di lavoro. Anche quando la pancia dice che non si dovrebbe chiudere quella porta e lasciare qualcosa di certo, e conosciuto, per qualcosa di incerto e ignoto. In un mercato del lavoro veloce, competitivo e complesso non è facile capire quando declinare un’offerta di lavoro, e altrettanto difficile è farlo con i modi e i tempi giusti.
Rifiutare un’offerta di lavoro: avere le idee chiare sulla propria carriera
La cosa più importante per riuscire a declinare un’offerta di lavoro è avere le idee chiare sulla propria carriera. Ogni età ha i suoi tempi e i suoi modi per fare carriera, e le proprie priorità: rifiutare più soldi per cercare più esperienze ha senso a 20/30 anni, magari non lo ha a 40/50; rimanere al proprio posto può aver senso quando la priorità è anche la famiglia, e averne meno da giovani quando si può decidere di lasciare il proprio Paese per fare un’esperienza all’estero. I casi sono infiniti, ma il minimo comun denominatore è avere chiaro il proprio percorso professionale.
Captare le sensazioni durante il colloquio di lavoro
Un colloquio di lavoro è già di per sé un momento stressante, ma nel caso di cattive sensazioni, di disagio, di imbarazzo, di poca sintonia può valer davvero la pena riflettere se quella posizione di lavoro fa davvero per noi. E nel caso declinare, perché certi campanelli d’allarme non sono da sottovalutare.
Scegliere il tempo giusto
Declinare di botto no, non è professionale e non lascia una buona immagine di sé (non è detto che quel posto di lavoro non possa diventare interessante in futuro); aspettare troppo tempo è altrettanto poco professionale, perché dall’altra parte c’è un datore di lavoro che ha bisogno di una risorsa. Quando declinare quindi un’offerta di lavoro? Dipende dalla lunghezza del processo di selezione ma insomma, tra le 2 settimane e il mese di tempo può essere un tempo ragionevole.
Sì alla sincerità, no ai sensi di colpa
Offrire è lecito, declinare altrettanto. Quindi se dovete rifiutare un’offerta di lavoro, non sentitevi in colpa e spiegate, chiaramente e sinteticamente, perché dite no grazie. Essere coerenti e sinceri è sempre più visto come un plus da parte dei selezionatori, quindi si ringrazia, si declina e si ammette serenamente che al momento si hanno altri obiettivi di carriera o priorità.
No alle e-mail, sì al contatto diretto
Rifiutare un’offerta di lavoro via e-mail sarebbe da evitare nel limite del possibile. Se non si può avere un incontro di persona può andar bene anche una telefonata, ma l’importante è stabilire un contatto diretto, caldo, sincero e onesto. Lascerà un buon ricordo e farà in modo che quella porta che si chiude non venga anche sigillata. Poi sì, a seguire, si può mandare una e-mail formale, ma solo in seguito.

Idee
15/05/2019

Poca voglia di alzarsi. Umore pessimo. Energie al minimo. “Odio i lunedì” cantava Vasco Rossi, e in fondo un ’bout tutti odiamo i lunedì. Già, ma perché? “Non lo so ma è così” era la risposta del Vasco nazionale, ma forse forse qualche buon motivo per odiarli (e qualche trucchetto per farseli piacere, almeno un ’bout di più) c’è.
Perché odiamo i lunedì?
Il primo colpevole del fatto che odiamo i lunedì è… la domenica! Non è solo per il fatto che la domenica – generalmente – facciamo cose più piacevoli, gratuite e gratificanti come alzarsi con calma, dedicarsi a hobby e passioni, stare con gli amici o la famiglia, decidere i propri tempi. È che è l’aspettativa a gettare un’ombra sul lunedì, come se già la domenica fosse il prequel di qualcosa che non ci piace. È un ’bout, a ruoli invertiti, come per il venerdì, che si pensa “grazie a dio è venerdì” / “Thank God It’s Friday” già il venerdì mattina, quando comunque c’è davanti una intera giornata di lavoro / studio e però, l’attesa del weekend è già essa stessa il weekend.

Certo, se il lavoro che si fa non piace, lo si vive come una costrizione, i colleghi sono solo delle persone anonime con le quali lavorare e non c’è vero spirito di team, il capo è un tiranno da cui scappare  e non un leader, o ogni altro motivo per cui andare al lavoro non è in alcun modo un investimento personale, ci sono problemi ben più grossi da risolvere (oppure è proprio un fatto di ritmi di vita e cicli circadiani per cui si è gufi o allodole). Ma in questo caso lunedì o mercoledì o venerdì non fa differenza.

Se invece, tutto sommato e ragionevolmente, il lavoro è gratificante, ma il problema è il lunedì in sé, allora forse un cambio di mindset potrebbe aiutare a vivere in modo meno traumatico il primo giorno della settimana. Per esempio considerando la domenica come la fine vera della settimana, senza proiettare aspettative sui giorni a seguire. Per esempio vedendo il lunedì come l’inizio di qualcosa di nuovo e per ciò più eccitante. Per esempio dandosi delle prospettive a medio termine, per esempio organizzando qualcosa per il mercoledì (basterebbe ritagliarsi del tempo per la palestra, per il cinema, per un aperitivo con amici o amiche).