Autore: Mazzmedia
Notizie
10/10/2018

Maternità e lavoro: quali sono i diritti? È una domanda che ogni donna lavoratrice senza figli si pone prima o poi nella prospettiva di una gravidanza, con il timore di non essere adeguatamente tutelata e il rischio, concreto come spesso evidenziano le cronache, di essere discriminata o peggio perdere il lavoro: casi purtroppo frequenti di discriminazione sul posto di lavoro.

Le future mamme sono tutelate da due capisaldi del nostro ordinamento. Il primo è l’articolo 37 della Costituzione che prevede che “le condizioni di lavoro devono consentire l’adempimento della sua essenziale funzione familiare e assicurare alla madre e al bambino una speciale adeguata protezione”. Il secondo è il Testo Unico delle disposizioni legislative in materia di tutela e sostegno della maternità e della paternità, ossia il D.Lgs. 151/2001, che si attua in una serie di disposizioni lungo tutto il periodo della gravidanza e maternità, quindi prima, durante e dopo il parto. il D.Lgs 151/2001 detta una serie di norme che riguardano tanto i figli naturali quanto quelli adottivi o in affidamento, sia le lavoratrici a tempo pieno che quelle impiegate part-time, o ogni tipo di lavoratrice subordinata, comprese le apprendiste.
Maternità e diritti durante la gravidanza
Il primo diritto che tutela le future mamme lavoratrici durante la gravidanza è il divieto di licenziamento, dall’inizio della gestazione (anche nel caso in cui questa non sia stata ancora accertata dalla futura mamma o comunicata al datore di lavoro) e fino al compimento dell’anno di età del bambino.

Durante la gravidanza le future mamme lavoratrici hanno anche diritto a permessi retribuiti per effettuare gli esami prenatali e ogni accertamento clinico o visita medica specialistica sia necessario fare durante l’orario di lavoro. Per usufruire di questi permessi è necessario che la gravidanza sia comunicata dalla lavoratrice al datore di lavoro, presentando il certificato medico che la attesta. E quando ci si assenta dal lavoro per visite ed esami è poi necessario portare l’apposito certificato rilasciato dal medico specialista, per giustificare l’assenza.

Durante la gravidanza i diritti tutelano la maternità anche dal punto di vista della salute e della sicurezza sul posto di lavoro: la legge stabilisce una serie di divieti e limitazioni (come trasportare carichi pesanti, o eseguire lavori pericolosi o insalubri) che obbligano il datore di lavoro ad adeguarsi e prendere gli accorgimenti necessari.

Qualora non fosse possibile evitare mansioni gravose o pericolose o insalubri, o qualora le condizioni soggettive di gravidanza lo rendessero necessario, è possibile ricorrere alla maternità anticipata, o astensione anticipata dal lavoro: è necessario fare domanda alla ASL di riferimento e presentare un conseguente e congruente certificato medico. Nel caso di duplice rapporto di lavoro part-time la procedura è da ripetere per entrambi i datori di lavoro.
Maternità e diritti dopo il parto
La norma probabilmente più conosciuta dalle lavoratrici in gravidanza è quella sul congedo obbligatorio dal lavoro che si attiva nei casi di gravidanza senza particolari rischi né oggettivi (condizioni lavorative) né soggettivi (legate alla gravidanza stessa). Secondo la legge la lavoratrice deve astenersi dal lavoro (e il datore non può farla lavorare) dai due mesi precedenti la data stimata per il parto ai 3 mesi successivi al parto, per un periodo complessivo di 5 mesi. È tuttavia possibile per la lavoratrice scegliere di astenersi dal lavoro da 1 mese prima del parto ai 4 successivi, ma solo con una certificazione del medico che escluda problemi per la salute tanto della futura mamma quanto del nascituro.

La presentazione della domanda di congedo obbligatorio dal lavoro per maternità deve essere presentata all’INPS entro i due mesi precedenti la data presunta del parto o prima dell’inizio del settimo mese di gravidanza nel caso si voglia godere della flessibilità garantita dalla legge.

Dopo il parto e dopo il periodo di congedo obbligatorio la legge italiana tutela le mamme anche tramite i congedi per malattia del bambino e per allattamento. Per l’allattamento la mamma lavoratrice ha diritto a 2 ore di permesso giornaliero, distinte o unite, e nel caso di malattia del bambino ha diritto all’astensione dal lavoro.

Notizie
08/10/2018

Nonostante la forte tendenza verso il paperless office, in ogni ufficio ci sono ancora numerosi documenti che per legge devono essere conservati in formato cartaceo per un numero variabile di anni. Ecco che allora si pone il problema di un metodo di archiviazione e catalogazione per organizzare un archivio che sia pratico e funzionale: pratico nel senso di permettere di registrare, catalogare e archiviare i documenti cartacei in modo veloce e semplice, evitando errori spesso irrimediabili; funzionale nel senso che deve permettere a chiunque di ritrovare un documento anche a distanza di anni, e anche qualora lo avessero catalogato altre persone.

Trovare un filo logico semplice ed efficace non è facile, e purtroppo non esistono nemmeno regole univoche e infallibili perché ogni ufficio, ogni azienda, ogni attività è diversa dalle altre e ha proprie e specifiche esigenze. Tuttavia alcuni consigli e buone pratiche come quelli di questa guida all’archiviazione e catalogazione possono essere utili, anche solo come spunto, per conservare i documenti cartacei dell’ufficio.
Guida all’archiviazione: come conservare i documenti cartacei dell’ufficio
Per archiviare i documenti cartacei dell’ufficio servono sicuramente e prima di tutto degli strumenti adatti: uno scaffale, una libreria, un armadio chiuso (nel caso si volesse impedire l’accesso a documenti riservati) e dei classificatori per cartelle sospese; dei raccoglitori ad anelli, delle buste di plastica e sicuramente dei fogli divisori con buchi, tutti prodotti cosiddetti da archivio; etichette e pennarelli, e magari un’etichettatrice.

Oltre che alla logica della archiviazione è importante pensare anche al flusso di lavoro quotidiano e/o settimanale che sia più funzionale alla catalogazione. Con relativamente pochi documenti da gestire a settimana li si può dividere in due “vaschette” chiamate tipicamente “da fare” e “fatti” e poi smistare e archiviare il tutto una volta a settimana; con molti documenti cartacei che passano ogni giorno sulla scrivania può invece essere più pratico suddividere da subito i fogli in base al tipo (fatture emesse; fatture ricevute; preventivi; ordini; etc) e archiviare ogni giorno, al pomeriggio o la mattina successiva (no, archiviare subito ogni documento è una perdita di tempo enorme).
Consigli per organizzare l’archivio dei documenti di carta in ufficio
Pensato al flusso di lavoro, si tratta di pensare alla logica con cui catalogare e archiviare i documenti cartacei. Come prima cosa si può far ricorso ai colori: tutti i faldoni raccoglitori rossi sono per le fatture emesse; quelli gialli per quelle ricevute; quelli verdi per gli ordini emessi; quelle azzurre per gli ordini ricevuti; e così via.

La prima categorizzazione ulteriore non può che essere quella per anno, di modo da trovarsi tutti i raccoglitori rossi per le fatture emesse in ordine in annate progressive da sinistra a destra e dal ripiano più alto dello scaffale in giù (o viceversa: l’importante è che i meno usati siano nei punti più scomodi e che man mano che si eliminano i documenti si crei nuovo spazio in modo consequenziale).

Se si gestiscono relativamente pochi documenti può essere comodo organizzare il tutto in ordine cronologico, dal 1° gennaio al 31 dicembre di ogni anno. Lo stesso criterio può essere funzionale se si gestiscono molti documenti di altrettanti, o quasi, interlocutori: non ha senso una cartella con il nome di un cliente o fornitore se questo emette una sola fattura l’anno.

Diverso il caso in cui ci sia un certo numero di fornitori ciascuno dei quali emette numerosi documenti ogni anno, o ogni mese, o ogni settimana: in questo caso può essere più pratico usare dei fogli divisori, gestire il tutto prima in ordine alfabetico e poi temporale. Attenzione che normalmente l’ordine alfabetico crea conflitti con gli acronimi, tanto usati per le denominazioni delle società: il criterio deve essere univoco, o si usano sempre gli acronimi o la loro esplicitazione, perché la BM Impianti di Brambilla Marco potrebbe finire dispersa in chissà quale meandro dell’archivio in base a come la si archivia, se come BM o come Brambilla.

Purtroppo la carta tende a deteriorarsi e strapparsi, per cui davanti all’esigenza di conservare per anni i documenti stampati può essere utile e rassicurante usare le buste di plastica trasparente per raccoglitori: preservano dalla polvere, dalle operazioni maldestre e sono pratiche da sfilare e spostare, alla bisogna.
Errori da non commettere nell’archivio dell’ufficio
Fatto il quadro generale per organizzare l’archivio di carta dell’ufficio, ci sono anche degli errori da non commettere per nessun motivo. Il primo è usare i Post-It per nominare raccoglitori e cartellette: i Post-It sono fantastici e utili, ma purtroppo tendono a staccarsi se non li si usa correttamente, e il pasticcio è sempre in agguato. Anche scrivere in corsivo è da evitare: meglio uno stampatello chiaro per tutti che un corsivo elegante ma con una grafia da dentista. Niente acronimi, abbreviazioni, sigle o altro: se in un raccoglitore ci sono le fatture in entrata del 2017, scrivere “Fatture in Entrata 2017” (F.E. 17 a distanza di anni può dire tutto e il suo contrario). Mai, per nessun motivo, lasciare documenti in giro sullo scaffale: li si consulta e si ripongono al loro posto, altrimenti nel giro di poche settimane ci saranno montagne di fogli disordinati. E infine, quando è il momento di eliminarli, usare un distruggidocumenti è la soluzione più sicura per la privacy e la tutela dell’azienda.

Idee
04/10/2018

La vita da ufficio fa ingrassare. Inevitabilmente. 8 o più ore al giorno seduti alla propria scrivania, con poche occasioni di muoversi, la tentazione degli snack se non proprio del cosiddetto desk eating, l’abitudine di mangiucchiare continuamente, in special modo i cosiddetti comfort food, i pasti saltati perché c’è troppo da fare e la poca esposizione alla luce naturale sono le condizioni perfette per aumentare di peso.

Ci sono però tante cose che si possono fare per non ingrassare in ufficio: sicuramente sfruttare la pausa pranzo per prendere una boccata d’aria fresca e luce naturale, in qualunque condizione meteo; sicuramente sfruttare ogni occasione per alzarsi e muoversi (perché usare il telefono interno quando si può andare alla scrivania della collega?) e sicuramente prestare attenzione a cosa si mangia, a quando e a quanto si mangia.
Consigli per non ingrassare in ufficio
Vediamo allora, dalla mattina alla sera, o per dire tra la timbratura in entrata e quella in uscita del cartellino, come non ingrassare in ufficio in 4 consigli.
Camminare all’aria aperta prima, durante e dopo le ore in ufficio
Sì, certo, lo stress è molto, e talvolta non aiutano né lo psicologo né gli uffici open space. Anche i tempi compressi, il tanto lavoro e le cose da fare prima e dopo, soprattutto se si ha famiglia, sono oberanti. E però se il metabolismo dipende anche dalla quantità di luce naturale a cui si è esposti quotidianamente e al movimento che si riesce a fare, camminare all’aperto prima e dopo (per esempio per andare a prendere i mezzi pubblici, o se possibile andando in ufficio con un mezzo diverso dall’auto) e durante le ore d’ufficio (per esempio sfruttando qualche decina di minuti della pausa pranzo) aiuta sicuramente a regolarlo.
No ai cali di zuccheri, sì agli spuntini sani
Non siamo fatti per rimanere a digiuno per molte ore, e i cali di zuccheri ne sono l’inevitabile conseguenza. La soluzione però non sono merendine zuccherose, caramelle mangiate a gogò e dolci e dolciumi assortiti. Esistono snack spezza fame sani, buoni e utili, come la frutta secca in guscio o disidratata: mandorle, pistacchi, noci, anacardi, arachidi non salate, ma anche le chips di mela o banana al forno sono ricchi di Omega 3, vitamine e minerali come magnesio e potassio che aiutano a tenere alta la concentrazione e non sentire la stanchezza in modo naturale.
Non saltare il pranzo
Ok i minuti contati, ok le scadenze impellenti, ok tutto, ma il tempo per il pranzo è da trovare: staccare serve alla mente, che non può rimanere sempre concentrata e in tensione, e al fisico, per evitare il pericoloso desk eating, l’abitudine di mangiare alla scrivania in modo compulsivo, distratto e disordinato. Cosa mangiare con appena 10′ di tempo a disposizione: delle verdure, sicuramente, ricche di fibre e vitamine, una piccola porzione di carboidrati integrali, che saziano e sono a lento rilascio, e magari anche delle proteine. Masticando bene il tutto per non appesantire e allungare la digestione. Lo stesso principio vale anche se si ha il tempo di andare in mensa, al bar o al ristorante, chiaramente. Oppure, meglio ancora, se si porta il pranzo da casa e c’è una piccola area dove mangiare seduti con i propri colleghi o si può farlo all’aperto.
Bere troppi caffè
Il caffè è buono e fa bene, soprattutto se non zuccherato. Ma troppi caffè (più di 5 dice la scienza, ma per molti son già troppi per i nervi…) e soprattutto tutti fortemente zuccherati sono deleteri: quel poco di attivazione del metabolismo che si ottiene con un caffè lo si perde annacquato nello zucchero che tanto ci consola. Meglio abituarsi pian piano a berlo amaro e imparare ad apprezzarne il vero sapore.

Notizie
02/10/2018

Lo smaltimento del toner della stampante è un obbligo di legge per tutti i titolari di partita IVA, quindi società e professionisti, che ne hanno la piena responsabilità fino al termine del corretto ciclo di smaltimento. Se infatti i privati cittadini hanno l’obbligo di legge, all’interno della più generale normativa nazionale sulla raccolta differenziata, di conferire i toner esausti negli specifici punti di raccolta predisposti dai comuni nelle isole ecologiche o in altri punti del territorio, o in alternativa di portarli nei cosiddetti Eco Store, quei negozi che consentono di portare le vecchie cartucce e comprarne di nuove, aziende e professionisti hanno l’obbligo e la responsabilità di seguire un ben preciso iter che termina solo con la documentazione che comprova il corretto smaltimento di toner e cartucce inkjet delle stampanti.
Come smaltire a norma di legge toner e cartucce inkjet delle stampanti
Toner e cartucce inkjet, concluso il loro ciclo di funzionamento, quando cioè diventano esauste, sono considerati rifiuti speciali e possono essere pericolosi o meno in base alla loro composizione e al codice identificativo CER segnalato dal produttore.

La prima cosa da fare per smaltire toner e cartucce inkjet esausti, pericolosi o meno, è quella di predisporre gli appositi contenitori, detti ecobox, in prossimità delle stampanti o in altra posizione dell’ufficio, nei quali riporre e conservare fino a un massimo di tempo di un anno toner e cartucce esauste fino al conferimento alla ditta specializzata che si occupa del loro smaltimento.
Gli obblighi di legge per lo smaltimento di toner e cartucce delle stampanti
Conservare negli ecobox e conferire alla ditta specializzata toner e cartucce però può non bastare: nel caso di toner e cartucce inkjet considerati pericolosi in base al loro codice identificativo occorre anche che il titolare della partita IVA, società o professionista, sia iscritto al Sistri (Sistema di controllo della tracciabilità dei rifiuti), richieda il registro di carico e scarico presso la Camera di Commercio competente per territorio per annotare i movimenti dei rifiuti speciali pericolosi prodotti, e conservi una delle copie del FIR, il formulario identificativo del rifiuto compilato insieme alla ditta specializzata che si occupa dello smaltimento dei toner e cartucce considerati pericolosi. Inoltre il produttore del rifiuto deve compilare il MUD (modello unico di dichiarazione ambientale) in cui tiene traccia dei movimenti dei rifiuti prodotti, e lo deve presentare alla Camera di Commercio entro il 30 aprile di ogni anno.
Che errori non commettere nello smaltimento del toner della stampante e delle cartucce inkjet esauste
Il primo errore da non commettere nello smaltimento di toner e cartucce esausti delle stampanti è quello di portarli nelle discariche comunali che per legge (D.Lgs 152/06 ex D.Lgs 22/97, Decreto Ronchi) non sono tenuti a smaltirli.

L’altro errore da non commettere nello smaltimento del toner della stampante è pensare che con le stampanti a noleggio non si sia responsabili fino al termine dell’intero ciclo di smaltimento delle cartucce: sempre secondo la legge il responsabile della gestione del rifiuto è “chi lo genera con la sua attività produttiva”. E la responsabilità di legge termina solo quando si ottiene la 4° copia del formulario FIR firmata dall’impianto di smaltimento toner che ne certifica il corretto smaltimento e la si unisce alla 1° copia in nostro possesso.

Anche restituire i toner e le cartucce a chi ci vende le ricariche nuove è un errore, a meno che chi vende le cartucce non abbia anche tutte le autorizzazioni per gestire i rifiuti, e rilasci adeguata documentazione al termine del ciclo di smaltimento.
Servizi di smaltimento toner a norma di legge: ZeroZero Toner
Se si vogliono evitare tutte queste incombenze burocratiche e gli eventuali rischi di uno scorretto smaltimento del toner della stampante e cartucce per stampanti ci si può rivolgere a un servizio a pagamento che permette di trasferire gli obblighi inerenti alla gestione dei toner esausti ad un diverso soggetto giuridico. Il soggetto si chiama ZeroZeroToner, è offerto anche da siti di e-commerce di prodotti per ufficio come Viking Italia, e di fatto trasferisce a Berg Phi srl, una società che ha sviluppato e brevettato un impianto che ricicla il 100% dei materiali esausti di cui è composto il toner, la paternità del rifiuto e tutti gli obblighi amministrativi e burocratici derivanti dalla gestione dei toner esausti oltre alle responsabilità penali.

Solo in questo modo il produttore del rifiuto, titolare di partita IVA; è certo di essere completamente esonerato da ogni incombenza e rischio derivante da possibili errori di compilazione.

Notizie
27/09/2018

Gli Stabilo Boss sono probabilmente gli evidenziatori più usati al mondo, non solo negli uffici ma anche a scuola e a casa. Hanno sicuramente una grande qualità, la tecnologia Anti-Dry-Out che li fa resistere fino a 4 ore senza tappino, oltre alla lunghissima durata del loro inchiostro atossico a base di acqua. Ma ciò che li contraddistingue di più, e sicuramente da ogni altro, evidenziatore è la loro caratteristica forma che racconta un simpatico aneddoto su chi ha inventato gli Stabilo Boss.
Come è stato inventato lo Stabilo Boss
Pare infatti che, quando tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta alla Schwan-Stabilo stavano cercando di inventare un nuovo evidenziatore, uno dei signori Schwanhäusser, Gustav o August pronipoti di Gustav Adam che aveva comprato la fabbrica nel 1864, insoddisfatto per l’ennesimo prototipo sbagliato diede una manata alla plastilina schiacciandola più o meno nella forma diventa poi iconica. E così, nel 1971, un ’bout per caso come per altri prodotti da ufficio come Post-It, fermagli fermacarte e anche la penna Bic, è nato lo Stabilo Boss, il pennarello evidenziatore più famoso del mondo destinato a essere venduto al ritmo di due pezzi al secondo.

Idee
25/09/2018

Per il buon esito di un colloquio di lavoro, cioè l’assunzione magari con aumento di stipendio, conta quello che si fa prima, preparandosi all’incontro, come ci si comporta durante, prestando attenzione anche al linguaggio del corpo, ma anche, se non soprattutto, il follow up, cioè le azioni che si mettono in atto nei giorni seguenti all’incontro con il responsabile delle risorse umane.

Ed è proprio cosa fare dopo un colloquio di lavoro che può fare la differenza tra l’essere richiamati con una proposta di lavoro o vedere cestinata la propria candidatura.
Cosa fare dopo un colloquio di lavoro: il follow up
No, sostenere il colloquio di lavoro, salutare a andare a casa a incrociare le dita in attesa della telefonata non è esattamente quello che si intende per follow up di una candidatura per una posizione lavorativa.
Cosa fare alla fine di un colloquio di lavoro
Intanto, immediatamente al termine del colloquio, appena prima dei saluti è lecito e utile chiedere la data prevista per la scelta definitiva del candidato: così non si rischia di rimanere sospesi nel limbo dell’attesa all’infinito.

Prima di abbandonare la stanza dell’incontro, o anche nel caso in cui sia stato su Skype, è importante anche ottenere i contatti degli esaminatori: idealmente sarebbe utile uscire con in tasca il biglietto da visita, ma può andar bene anche un appunto scritto (senza timore, il rischio di dimenticarsi è troppo alto per farsi remore) con nome e cognome, posizione nell’organigramma e almeno un contatto, telefono o e-mail.

In alternativa puoi domandare se puoi richiedere il contatto su Linkedin: il social network professionale è fatto proprio per questo, per stringere relazioni di lavoro, e può tranquillamente sostituire lo scambio di un biglietto da visita. Attenzione però a non confondere l’ambito professionale con quello privato: a parte alcuni ambiti creativi, non è buona cosa chiedere l’amicizia su Facebook, che anzi potrebbe rivelarsi un boomerang come abbiamo raccontato qui.
Cosa fare alcuni giorni dopo il colloquio di lavoro
Il contatto serve per il follow up vero e proprio, che può consistere in una e-mail, un messaggio o in una telefonata un paio di giorni dopo aver sostenuto il colloquio. Idealmente la cosa migliore da fare sarebbe mandare un messaggio, anche via mail, il giorno stesso, ringraziando per l’attenzione e l’occasione che ti è stata data di proporti per quella posizione vacante. È un modo per rinforzare l’idea che quel lavoro ti interessa davvero e che non sei un cacciatore seriale di colloqui di lavoro.

Il giorno stesso, rientrato a casa o durante il viaggio, prendi degli appunti su come è andato il colloquio: argomenti trattati, punti su cui c’è stata sintonia, eventuali disaccordi o momenti freddi, e ogni altra informazione possa risultare utile nel caso di un secondo contatto. È molto importante farlo perché l’emotività inevitabile in quei frangenti può portare a dimenticare cose che invece dall’altra parte sono state fissate perfettamente.

Un paio di giorni dopo è utile anche mandare un messaggio più lungo in cui si ribadisce il proprio interesse sottolineando passaggi positivi del colloquio, ribadendo in modo cordiale che pensi di essere la persona giusta per quel ruolo e rinforzando l’idea del tuo interesse ed entusiasmo per quella posizione.
Come comportarsi se si è richiamati dopo un colloquio di lavoro
A questo punto, con in mente la data presumibile per la decisione finale, bisogna prepararsi al doppio scenario: essere richiamati per un secondo colloquio o la formalizzazione del rapporto di lavoro o ricevere notizia del fatto che è stato scelto un altro candidato.

Nel primo caso è importante rispondere subito, concordando le modalità del nuovo incontro e preparandosi eventualmente a discutere anche di stipendio. Tuttavia, nonostante la risposta positiva e sperata, è meglio non esagerare con l’entusiasmo ma dimostrare apprezzamento e positività.
Cosa fare se non si passa un colloquio di lavoro
Nel caso in cui purtroppo si ricevesse notizia di non essere stati selezionati è importante ringraziare comunque per l’opportunità, lasciando comunque un ricordo positivo e rinforzato nel caso in cui si avesse di nuovo a che fare con quell’azienda.