Autore: Mazzmedia
Idee
05/03/2019

La pubblicità tramite oggetto, detta anche PTO, è un’attività di marketing diretto che sfrutta accessori e gadget come supporto al messaggio pubblicitario. Nata negli anni Ottanta, la pubblicità tramite oggetti è ancora oggi un mezzo di comunicazione efficace tanto nel veicolare un messaggio preciso attraverso una risorsa tangibile quanto nel targettizzare con precisione il pubblico di utenti al quale ci si rivolge: i gadget aziendali personalizzati sono infatti un veicolo di promozione del messaggio pubblicitario tanto forte quanto duraturo. Secondo uno studio pubblicato della PPAI (Promozional Products Association international) l’81% dei responsabili marketing aziendali si affida ai gadget personalizzati per migliorare la brand equity (il valore del marchio percepito dal pubblico target) e l’86% di chi riceve questi oggetti personalizzati afferma di ricordare il nome dell’azienda e identificarne il brand e i prodotti e servizi.
I vantaggi della pubblicità tramite oggetto
Sono numerosi i vantaggi della pubblicità tramite oggetto, principalmente perché i regali aziendali sono oggetti utili e graditi, con una elevata probabilità di essere utilizzati con continuità e quindi performance di promozione del marchio che durano nel tempo come nessun’altro mezzo pubblicitario.

Sintetizzando, un oggetto promozionale può:

Richiamare l’attenzione
Ringraziare
Incentivare
Promuovere
Creare contatti
Veicolare un messaggio
Instaurare relazioni

Oltre a ciò, affidare il proprio messaggio di comunicazione alla pubblicità tramite oggetti garantisce numerosi vantaggi, tra i quali:

Fidelizzare clienti, dipendenti e fornitori
Promuovere direttamente servizi e prodotti
Fidelizzare al marchio aziendale (Brand Awarness)
Massimizzare il ROI attraverso una strategia di marketing a basso costo e con alto ritorno
Generare gratitudine

I gadget di maggior successo da usare nella Pubblicità Tramite Oggetto
I gadget di maggior successo da usare nella Pubblicità Tramite Oggetto sono tutti quei prodotti di facile uso, pratici, che durano nel tempo e che permettono una personalizzazione efficace ed evidente.
Penne
Le penne personalizzate sono tra gli oggetti più comuni per le campagne di PTO: sono oggetti di uso quotidiano e ricorrente, a basso costo, funzionali ed efficacemente personalizzabili.
Adesivi
Gli adesivi possono essere un efficace strumento di branding: le etichette adesive con il logo dell’azienda sono visibili a un gran numero di persone (in particolare se applicate a veicoli o in luoghi pubblici come vetrine di negozi) e, se ben fatti con una immagine e un copy di effetto, rimangono senza dubbio in mente.
Spille
Le spille portano con sé il valore dell’appartenenza (per esempio in ambito politico) ed è per questo che possono essere un efficace strumento di marketing all’interno di una strategia di PTO.
Magliette
Le magliette possono essere una soluzione davvero efficace perché oltre che Pubblicità Tramite Oggetto diventano anche pubblicità in movimento. Come per gli adesivi anche le magliette devono essere ben fatte, sia dal punto di vista della confezionatura che nella scelta di colori, loghi, scritte e grafiche.
Calendari
I calendari sono un altro gadget di uso frequente, hanno il vantaggio di durare per 1 anno, sono utili, a basso costo e, se ben fatti con immagini di impatto, possono risultare anche gradevoli come oggetto di arredo sulla scrivania.
Memorie USB
Anche nell’epoca del cloud le memorie USB continuano a essere un ottimo strumento di pubblicità tramite oggetto: in occasione di eventi, fiere e convention, ma anche come cadeau natalizio, o per trasmettere informazioni e materiali informativi, le memorie USB risultano di impatto, facilmente personalizzabili, a relativo basso costo e sicuramente molto utili in numerose occasioni.

Idee
04/03/2019

Un licenziamento – collettivo o individuale – è sempre un momento molto traumatico nella vita professionale di una persona: oltre agli innegabili problemi pratici che comporta, ci sono tantissime ripercussioni psicologiche di cui tener conto. Panico, rabbia, sconforto, sfiducia, depressione, ansia sono solo alcuni dei sentimenti che si possono far strada nella propria mente dopo un licenziamento e che possono portare a gesti e azioni controproducenti per sé e per le possibilità di trovare un altro lavoro nel futuro. Ora, anche considerando un periodo più o meno breve di pianto e rabbia – perché sfogarsi è legittimo e anche catartico – ci sono alcune cose da non fare dopo aver ricevuto la notizia del proprio licenziamento. Perché per quanto sia difficile vedere qualcosa di positivo in quella situazione, bisogna evitare che le cose possano andare ancora peggio.
Cosa non fare dopo un licenziamento
La prima cosa da non fare dopo un licenziamento è pensare necessariamente che questo ci riguardi come persona: ci sono logiche, nelle aziende, che vanno oltre e sopra le persone. Quindi sangue freddo, analisi lucida ed evitare di fare anche una sola delle seguenti azioni davvero controproducenti.
Sfogarsi sui social
Sfogarsi è legittimo e anche salutare, ma farlo sui social può essere davvero controproducente. Se proprio vuoi scrivere qualcosa, scrivi una lunga lettera, in cui elenchi tutti i tuoi motivi di rabbia, e poi stracciala o bruciala, ma non postare nulla su Facebook e simili: ormai le risorse umane e i datori di lavoro guardano i social dei loro dipendenti, e più che toglierti i sassolini dalle scarpe rischieresti di metterti in cattiva luce con il potenziale, nuovo datore di lavoro.
Perdere il controllo in azienda
Il licenziamento è un boccone amaro da digerire ma perdere il controllo con il proprio responsabile, con l’amministratore delegato, con il titolare o con le risorse umane è una pessima idea: non ti aiuta a stare meglio, non risolve la situazione e ti porta solo a farti nuovi nemici. E invece anche il tuo ex datore di lavoro che ti ha appena licenziato può diventarti utile: serve avere la lucidità di gestire con freddezza la situazione e chiedere una lettera di referenze prima di andarsene (se non al titolare, almeno al proprio responsabile). Anche i colleghi possono essere utili: per chiedere contatti, per fare networking, o chissà, un giorno, per lavorare di nuovo con loro in una veste diversa, magari di cliente o di fornitore.
Chiudersi in casa
Non c’è niente di cui vergognarsi e non c’è nulla da nascondere: chiudersi in casa per non far vedere di essere a casa dal lavoro può solo portare a qualche forma di isolamento e depressione. Anzi, è proprio davanti ai colpi bassi della vita che servono le persone care, gli amici, i parenti, e le reti sociali.
Mentire
Vedi sopra, di cui questo punto è la conseguenza: anche se sei a casa perché hai perso il lavoro e non perché sei in vacanza, non mentire. E non mentire nemmeno nei colloqui che sosterrai per trovare un altro lavoro: il mondo è piccolo, la verità emerge sempre, e la cosa più giusta da fare è raccontare sinceramente la propria versione dei fatti, in maniera piana e oggettiva.
Firmare qualunque cosa
Ecco, in un processo di licenziamento ci sono anche parecchi documenti da firmare: non fatelo subito, così di getto e in preda alla rabbia. Avete tutto il diritto di leggerli con calma, farli leggere a un esperto in diritto di lavoro, a un legale o ai sindacati, e quindi no, non firmate nulla sulla scia dell’emotività.
Buttarsi subito alla ricerca di un nuovo lavoro
Sì, certo, è il primo pensiero di chiunque, per ovvi motivi pratici e psicologici. Ma non è una buona idea: prima è meglio lasciar sedimentare l’emotività, guardarsi all’interno, pensare alla propria carriera, a ciò che si sa fare e a ciò che si vorrebbe fare, a dove e come si sarebbe felici e realizzati dal punto di vista professionale. Può bastare anche qualche giorno, una settimana di tempo, per pensare a se stessi dal punto di vista professionale: il tempo è davvero soggettivo ma prenderselo per uscire dalla tempesta emotiva e razionalizzare il proprio percorso professionale è, paradossalmente, un lusso che raramente capita nella vita.

Idee
27/02/2019

“Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini, per essere giudicate brave la metà. Per fortuna non è difficile”: l’ha detto Charlotte Whitton, femminista e primo sindaco donna di Ottawa, una delle più grandi città del Canada, tra il 1951 e il 1956 e poi ancora tra il 1960 e il 1964. Se era vero nel Canada degli anni Cinquanta e Sessanta, è tuttora vero in praticamente tutto il mondo, in particolare se si considera il ruolo delle donne nelle posizioni di vertice in politica e nell’economia (per esempio in Italia solo il 22% dei manager è donna, con una perdita del 4% di salario a ogni maternità) o la discriminazione salariale per cui, secondo stime Onu, le donne a parità di posizione guadagnano in media il 23% degli uomini.

Tuttavia ci sono donne che riescono a infrangere il muro del potere maschile nelle professioni, nell’economia, nelle arti e anche in ambiti finora considerati prettamente, prevalentemente o esclusivamente maschili: ce la fanno per la loro intelligenza, per la loro forza, per la loro tenacia e per la loro bravura, tutte qualità che non dovrebbero riguardare il genere ma che, ancora come al tempo di Charlotte Whitton, le donne devono dimostrare di più e meglio degli uomini.

Ed è proprio da queste 8 donne che è possibile trarre ispirazione anche, se non soprattutto, in giorni speciali come l’8 marzo.
Marie Curie
L’unica donna, tra i 4 vincitori di due premi Nobel e, con Linus Pauling, l’unica ad averlo vinto in due discipline diverse, la fisica e la chimica. Il tutto nascendo in una regione, la Polonia russa, in un epoca in cui alle donne erano preclusi gli studi superiori: con il marito si trasferì a Parigi, dove si laureò in chimica e matematica alla Sorbona, università nella quale divenne la prima donna docente della storia, nella cattedra di fisica generale. Tra le sue frasi più dense di significato, quella che dice: “Nessuna vive una vita facile, ma tutte devono perseverare ed avere fiducia in sé stesse. Dobbiamo credere di avere il talento per fare qualcosa in particolare, e scoprire di cosa si tratta.”
Margaret Thatcher
La Lady di Ferro, soprannome poco femminile e molto autoritario, è stata la prima donna (e l’unica fino all’attuale Theresa May) a ricoprire la carica di Primo Ministro del Regno Unito: nata in un sobborgo di Londra da genitori piccoli commercianti alimentari, ha coltivato l’attività politica fin dagli anni degli studi in chimica, promuovendo quel mix di liberalismo economico e conservatorismo sociale (benché sia stata tra i pochi conservatori a votare per la depenalizzazione dell’omosessualità e dell’aborto) divenuto poi celebre, nei suoi anni di governo dal 1979 al 1990, come tatcherismo. Era solita dire che “se qualcosa dev’essere detto, fallo dire ad un uomo; se qualcosa dev’essere fatto, fallo fare ad una donna.”
Oprah Winfrey
Oprah Winfrey, soprannominata negli USA “la regina di tutti i media”, è una delle donne più ricche, potenti e influenti del mondo nonché autentica icona del woman power: figlia di un minatore e di una casalinga, abbandonata da bambina, cresciuta con la nonna in una fattoria del Mississippi, Stato in cui negli anni Sessanta vigeva ancora una severissima segregazione razziale, ha saputo conseguire una laurea in comunicazione e poi affermarsi nel mondo dei media americani grazie al talento, alla personalità e alle capacità comunicative. Imprenditrice, attrice, conduttrice Tv e filantropa, probabilmente la donna che più di ogni altra si è impegnata per gli altri nella storia degli States, Oprah Winfrey è amatissima in America anche per aver saputo negli anni superare le barriere del razzismo, del sessismo e del fat-shaming seguendo i principi di una delle sue frasi più dense di significato: “Sono stata educata a pensare che il modo migliore per sconfiggere il razzismo ed il sessismo sia dimostrare le proprie capacità. È proprio questo il concetto secondo cui lavoro ogni giorno.”

Coco Chanel
Non solo un’icona della moda e creatrice di uno stile inconfondibile, ma anche la personalità che più di ogni altra ha incarnato il nuovo modello femminile della contemporaneità, quello di una donna che lavora, che è dinamica e indipendente e che si affranca dai vincoli della società, anche quello dell’abbigliamento costrittivo tipico della Belle Époque. Il tutto partendo dalla condizione di figlia di un venditore ambulante, di orfana e di adottata in un orfanotrofio.
Anita Roddick
Il nome, la mente, la personalità e la donna dietro a The Body Shop, una delle più fortunate catene di cosmetici al mondo. Eppure Anita Roddick a quell’impresa ci è arrivata un ’bout per caso, avendo fatto prima l’insegnante, la cameriera e l’impiegata: The Body Shop nacque come piccolo negozio di quartiere all’insegna dell’impatto zero, fino a diventare un impero da oltre 2000 punti vendita e 77 milioni di clienti in 51 paesi del mondo. Quando Anita Roddick è morta nel 2007 a causa dell’epatite C ha lasciato tutta la sua eredità, 51 milioni di sterline, alla Roddick Foundation attiva ancora oggi nella difesa dei diritti umani.
Samantha Cristoforetti
La prima donna italiana nello spazio, astronauta europea e donna con la più lunga permanenza nello spazio in un singolo volo (199 giorni, il secondo record superato nel 2017 dalla statunitense Peggy Whitson), Samantha Cristoforetti ha saputo non solo affermarsi in un mondo ancora fortemente maschile grazie alle sue indiscusse capacità e competenze ma anche bucare lo schermo e comunicare il fascino dell’Universo a una vastissima platea (per esempio con una memorabile intervista dallo spazio durante un Festival di Sanremo) fino al punto da indurre la Mattel a dedicarle una bambola Barbie al fine di dare alle bambine un modello femminile positivo a cui ispirarsi.
Sheryl Sandberg
Sheryl Sandberg è Chief Operating Officer di Facebook, cioè una delle poche donne al vertice di una delle tech company della Silicon Valley. Ma non è tanto il suo ruolo professionale a farla entrare di diritto nel novero delle donne da cui trarre ispirazione: è lei infatti ad aver creato il circuito Lean In, nato dal libro “Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire”, dedicato appunto alle donne come invito e sprone ad alzare la mano e farsi avanti, nella vita e nel business. Del libro è anche la frase simbolo: “in un mondo equo le donne governerebbero metà dei Paesi e delle aziende; gli uomini metà delle nostre case”.

Bebe Vio
Una ragazza di poco più di 20 anni che fin da bambina ha saputo tramutare una tragedia in una storia di riscatto, esempio e ispirazione: Bebe Vio aveva appena 11 anni quando fu colpita da una meningite fulminante che la portò alla necrosi e amputazione di tutti e 4 gli arti e a una lunga degenza in ospedale. Chiunque si sarebbe arreso al destino e invece Bebe, poco dopo, ha ripreso a praticare la scherma, la sua grande passione fin da bambina, fino a diventare campionessa paralimpica, mondiale ed europea di fioretto individuale. Ma non sono soltanto le vittorie sportive, e i conseguenti riconoscimenti come quello del ruolo di portabandiera alla Paralimpiade di Rio 2016, a farne una donna fonte di ispirazione: Bebe è stata infatti scelta fra i cinque testimonial mondiali, uno per ogni continente, della campagna di sensibilizzazione a favore dei vaccini contro la meningite, ha fondato insieme alla sua famiglia una ONLUS di sostegno all’integrazione sociale tramite la pratica sportiva per quei bambini che hanno subito amputazioni, ed è quotidianamente impegnata contro il cyberbullismo.

Idee
25/02/2019

Il mal di testa da ufficio è una patologia molto più diffusa di quanto già si possa immaginare: per molti lavorare fa venire il mal di testa e in effetti emicrania e cefalea sono le malattie del XXI secolo. In Europa soffre di mal di testa da ufficio il 6% degli uomini e il 20% delle donne, per lo più lavoratori e lavoratrici tra i 25 e i 55 anni di età. Un problema per le persone ma anche per le aziende, se è vero che il 15% delle assenze dal lavoro è causato proprio dal mal di testa, la cui forma più diffusa è la cefalea tensiva, appunto il mal di testa da ufficio.
Mal di testa da ufficio: le cause
Due sono le cause del mal di testa da ufficio: posture scorrette alla scrivania o aria viziata, oltre ad altre concause come orari che si allungano eccessivamente oltre il limite fisiologico degli straordinari, le pause pranzo troppo brevi o con cibo inadatto, e ovviamente lo stress. A dirlo due ricerche scientifiche che per mesi hanno monitorato l’insorgere del mal di testa tra chi, uomini e donne, lavorava all’interno di un ufficio.
Mal di testa da ufficio per l’aria viziata
La prima ricerca è stata condotta in Svizzera e riguarda il mal di testa da ufficio per l’aria viziata: la rivista dei consumatori svizzeri Ktipp ha infatti pubblicato i dati di una survey condotta in centinaia di uffici e dalla quale è emerso che temperature eccessive, tassi di umidità elevati, poco ricambio d’aria e valori elevati di CO2, presenti in 4 uffici su 5, portano a stanchezza, vertigini, scarse prestazioni, peggioramento delle condizioni di salute e, in definitiva, al cosiddetto mal di testa da ufficio per l’aria viziata.
Mal di testa da ufficio causato dalle posture scorrette
L’altro mal di testa da ufficio è quello causato dalle posture scorrette. Lo ha dimostrato un programma condotto dai ricercatori della sezione Cefalea e Dolore Facciale del dipartimento di Fisiopatologia Clinica e del CPO Piemonte dell’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista – Molinette di Torino su oltre 2.000 dipendenti del Comune di Torino. I lavoratori pubblici del capoluogo piemontese sono stati divisi in 2 gruppi: a uno sono stati assegnati esercizi posturali da eseguire ogni 2 o 3 ore durante l’orario di lavoro e in parte anche a casa, nel tempo libero; gli altri hanno continuato con le precedenti abitudini.

Se all’inizio del programma di esercizi posturali la media era di 7 giorni di mal di testa da ufficio al mese e 11 giorni di indolenzimento e dolori muscolari a collo e spalle, dopo i 7 mesi del programma di esercizi è stata riportata una riduzione del 34% dei giorni di mal di testa da ufficio e di dolori muscolari compreso il calo del 29% nel ricorso ad analgesici.
Mal di testa da ufficio: i rimedi
Se postura corretta, pause regolari e alcuni esercizi posturali possono aiutare a ridurre il mal di testa da ufficio dovuto a dolori muscolari a collo e spalle, diverso è il caso del mal di testa causato dall’aria viziata. In questo caso è fondamentale areare spesso i locali, almeno ogni ora o anche più nel caso di molte luci accese o particolare affollamento (per esempio in una sala riunioni) e serve a poco lasciare socchiuse le finestre perché sarà più l’uscita di aria, calda o fredda, e lo spreco energetico conseguente per riscaldamento o raffrescamento, che il reale ricircolo di aria non viziata.

Idee
21/02/2019

Tra lavoro dipendente o autonomo ci sono parecchi pro e contro: sia un contratto come dipendente a tempo indeterminato che aprire la partita IVA e lavorare come libero professionista hanno diversi vantaggi e svantaggi che non sempre e non solo sono oggettivi ma spesso dipendono dal proprio modo di affrontare la vita e il lavoro. In poche parole ci sono persone portate per il lavoro dipendente e altre invece portate per il lavoro autonomo e spesso, dal confronto, risultano posizioni inconciliabili, nel senso che nessuno rinuncerebbe alla sicurezza, alla libertà, o a ogni altro aspetto che caratterizza ciascuna delle due tipologie di lavoro.
Lavoro dipendente o autonomo? I pro e contro
Stipendio, tutele, orario di lavoro, tasse e contributi previdenziali: tra lavoro dipendente e autonomo quale scegliere valutando i pro e contro di ciascuna di queste voci?
Dipendente o libero professionista: lo stipendio
Lo stipendio è la prima grande differenza tra un lavoratore dipendente e un libero professionista. A meno di situazioni particolari, come una crisi aziendale, un dipendente ha la garanzia dello stipendio mensile, regolare nell’importo e nel giorno di pagamento, con in più la tredicesima e, in alcuni casi ancora, anche la quattordicesima. In pratica si conosce esattamente quanto denaro si avrà a disposizione nel corso dell’anno, senza sorprese (in positivo o in negativo). Però se vuole un aumento dovrà negoziarlo con il proprio capo e le risorse umane. Un libero professionista non ha certezza di quanto guadagnerà: certo ne ha un’idea, certo ha in mente il suo volume d’affari, ma poi si tratta di inventarsi giorno per giorno il lavoro, realizzarlo e (riuscire a) farsi pagare. E spesso, per i liberi professionisti, i tempi di pagamento sono tutt’altro che certi.
Dipendente o libero professionista: tasse e contributi
Tasse e contributi un lavoratore dipendente sostanzialmente non le vede: certo sono indicati in busta paga, ma è l’azienda a occuparsi di versarli, allo stato e all’ente di previdenza che, alla fine della carriera lavorativa, erogherà la pensione al lavoratore. Un libero professionista deve occuparsi praticamente ogni mese di adempiere alle scadenze fiscali (e tra tasse nazionali e locali sono davvero molte) oltre che al versamento dei contributi previdenziali. In pratica il fatturato è sempre lordo e tra anticipi, scadenze, detrazioni e deduzioni non si ha mai davvero ben chiaro quanto resterà in tasca. Altro aspetto che riguarda i dipendenti ma non i liberi professionisti è il TFR: l’azienda accantona una piccola quota di stipendio ogni mese che poi sarà erogata al lavoratore al termine del suo rapporto di lavoro. Per un libero professionista praticamente non c’è TFR, se non la sua capacità di risparmiare.
Dipendente o libero professionista: orario e luogo di lavoro
Quella dell’orario e del luogo di lavoro è probabilmente la differenza più comunemente percepita tra le due categorie: un dipendente ha un orario fisso e, normalmente, un luogo di lavoro stabilito. E soprattutto ha dei capi a cui rendere conto della sua presenza al lavoro e dei suoi orari, anche in relazione agli obiettivi. Un libero professionista non ha un vero e proprio orario, il che raramente significa prendersela comoda: spesso si lavora anche al mattino presto o la sera tardi, soprattutto nel caso di scadenze ravvicinate o importanti, spesso anche nel weekend, spesso anche in vacanza. Vero è che è anche possibile ritagliarsi i momenti in base alle proprie esigenze e non bisogna chiedere un permesso a nessuno nel caso di visite mediche, impegni famigliari o un weekend lungo. Però il mito delle 40 ore fisse contro la libertà è ormai tramontato: secondo una ricerca di EY la maggior parte dei dipendenti lavora più di 40 ore a settimana, per via degli straordinari, mentre i dati del Payoneer Freelancer Income Survey dicono che i freelance lavorano quasi 50 ore a settimana, con un 10% che raggiunge punte di 60 ore.

Sul luogo di lavoro tuttavia le differenze si stanno assottigliando, tra le aziende che sempre più ricorrono allo smart working e i liberi professionisti che sempre più utilizzano i coworking.
Dipendente o libero professionista: in gruppo o da soli
Altra differenza più psicologica che davvero pratica è quella tra l’essere in un gruppo (un ufficio, una squadra, tipiche del lavoro dipendente) ed essere da soli, come ogni libero professionista ben sa: il che è una bellissima sensazione di libertà ma anche una notevole fonte di stress.
Dipendente o libero professionista: le ferie
Quando poi si tratta di ferie le differenze tra dipendente e libero professionista raggiungono il loro apice: per un dipendente le ferie sono garantite dal contratto di lavoro, prevedono una quantità di giorni stabilita, e quando si va in ferie si stacca completamente e non si pensa al lavoro fino all’ultimo momento (più o meno). Per un libero professionista le ferie sono qualcosa di decisamente più vago: certo le può prendere quando vuole ma è anche vero che telefonate, email e messaggi non si interrompono mai, e la tentazione di rispondere (o la vera e propria necessità) son sempre in agguato.

Idee
18/02/2019

Non perdere tempo è una delle maggior sfide quotidiane di chi lavora: riuscire a fare tutto, nei tempi stabiliti, per garantirsi del tempo libero da dedicare a se stessi, ai propri hobby e ai propri affetti, è più difficile di quanto possa sembrare. È un tema di efficienza e produttività, per il datore di lavoro, e di work-life balance per chi lavora, dipendente ma anche libero professionista. Per non perdere tempo, non solo non facendo nulla ma anche facendo male i propri compiti (con il rischio di doverci tornare in seguito) ci sono sicuramente alcuni buoni consigli molto noti, come quello di non fare riunioni e non prendere decisioni dopo pranzo (uno dei capisaldi per esempio di Jeff Bezos di Amazon), ma anche altre strategie meno conosciute. Come quelle di Michael Breus, autore del best seller “The Power of When”. Vediamo allora come organizzare le proprie giornate per sfruttare al meglio il tempo.
Come non perdere tempo: i consigli per organizzare la propria giornata
Individua il tuo cronotipo
Ciascuno di noi ha un proprio cronotipo: ci sono quelli attivi e produttivi al mattino, quelli che danno il meglio la sera, e anche le vie di mezzo. Sintetizzando: gufi (serali), allodole (mattutini) o intermedi. Individuare il proprio cronotipo significa dedicare le ore più produttive, efficaci, energetiche e lucide mentalmente alle attività strategiche, analitiche e decisionali, e lasciare alle altre tutto ciò che è routine, gestione dell’ordinario, consuetudine. In pratica: guidare la nave quando si è svegli, mettere il pilota automatico quando lo si è di meno. Sembra banale, ma funziona.
Fare ricorrenti minipause
Non siamo biologicamente programmati per andare al massimo – fisicamente e mentalmente – per lunghi periodi di tempo. Ci possono essere le eccezioni, ma in generale abbiamo (relativamente) brevi momenti di produttività alternati a cali di attenzione. Fare ricorrenti minipause significa neutralizzare i momenti di calo evitando di commettere errori, ricaricare le pile e ripartire dando di nuovo il massimo. Banalmente è la pausa caffè, 5′ che si possono impiegare in tanti modi: mangiare qualcosa che ricarica le energie, fare una passeggiata intorno all’edificio respirando aria fresca, socializzare 5′ con i colleghi. Qualunque cosa può andar bene, purché si stacchi il cervello dal lavoro (e anche da social, possibilmente)
Fare la pausa pranzo quando si vuole
Ok, non per tutti è possibile, ma qualora lo fosse, gestire la pausa pranzo quando e come si vuole è il modo migliore per ricaricare le pile prima del pomeriggio ed evitare il tonfo di produttività per le allodole. Di consigli su come fare la pausa pranzo ce ne sono molti, come questi, ma il punto fondamentale è che è giusto fare la pausa pranzo come e quando se ne sente l’esigenza. Non è scritto da nessuna parte che ci sia un orario stabilito.
Darsi una scaletta oraria per completare i lavori
Una scaletta oraria, cioè dei tempi precisi per completare i lavori, ha un enorme effetto di stimolo. Ci sono numerosi strumenti e tecniche per darsi una scadenza oraria (per esempio usare blocchi di colore diverso per scandire il tempo nella propria agenda, digitale o cartacea) ma di fatto sapere che bisogna terminare il proprio lavoro entro una determinata ora è un enorme stimolo: è un ’bout come vedere lo striscione del traguardo in una gara e scoprire di avere le energie necessarie per lo sprint finale.