Autore: Mazzmedia
Idee
25/02/2019

Il mal di testa da ufficio è una patologia molto più diffusa di quanto già si possa immaginare: per molti lavorare fa venire il mal di testa e in effetti emicrania e cefalea sono le malattie del XXI secolo. In Europa soffre di mal di testa da ufficio il 6% degli uomini e il 20% delle donne, per lo più lavoratori e lavoratrici tra i 25 e i 55 anni di età. Un problema per le persone ma anche per le aziende, se è vero che il 15% delle assenze dal lavoro è causato proprio dal mal di testa, la cui forma più diffusa è la cefalea tensiva, appunto il mal di testa da ufficio.
Mal di testa da ufficio: le cause
Due sono le cause del mal di testa da ufficio: posture scorrette alla scrivania o aria viziata, oltre ad altre concause come orari che si allungano eccessivamente oltre il limite fisiologico degli straordinari, le pause pranzo troppo brevi o con cibo inadatto, e ovviamente lo stress. A dirlo due ricerche scientifiche che per mesi hanno monitorato l’insorgere del mal di testa tra chi, uomini e donne, lavorava all’interno di un ufficio.
Mal di testa da ufficio per l’aria viziata
La prima ricerca è stata condotta in Svizzera e riguarda il mal di testa da ufficio per l’aria viziata: la rivista dei consumatori svizzeri Ktipp ha infatti pubblicato i dati di una survey condotta in centinaia di uffici e dalla quale è emerso che temperature eccessive, tassi di umidità elevati, poco ricambio d’aria e valori elevati di CO2, presenti in 4 uffici su 5, portano a stanchezza, vertigini, scarse prestazioni, peggioramento delle condizioni di salute e, in definitiva, al cosiddetto mal di testa da ufficio per l’aria viziata.
Mal di testa da ufficio causato dalle posture scorrette
L’altro mal di testa da ufficio è quello causato dalle posture scorrette. Lo ha dimostrato un programma condotto dai ricercatori della sezione Cefalea e Dolore Facciale del dipartimento di Fisiopatologia Clinica e del CPO Piemonte dell’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista – Molinette di Torino su oltre 2.000 dipendenti del Comune di Torino. I lavoratori pubblici del capoluogo piemontese sono stati divisi in 2 gruppi: a uno sono stati assegnati esercizi posturali da eseguire ogni 2 o 3 ore durante l’orario di lavoro e in parte anche a casa, nel tempo libero; gli altri hanno continuato con le precedenti abitudini.

Se all’inizio del programma di esercizi posturali la media era di 7 giorni di mal di testa da ufficio al mese e 11 giorni di indolenzimento e dolori muscolari a collo e spalle, dopo i 7 mesi del programma di esercizi è stata riportata una riduzione del 34% dei giorni di mal di testa da ufficio e di dolori muscolari compreso il calo del 29% nel ricorso ad analgesici.
Mal di testa da ufficio: i rimedi
Se postura corretta, pause regolari e alcuni esercizi posturali possono aiutare a ridurre il mal di testa da ufficio dovuto a dolori muscolari a collo e spalle, diverso è il caso del mal di testa causato dall’aria viziata. In questo caso è fondamentale areare spesso i locali, almeno ogni ora o anche più nel caso di molte luci accese o particolare affollamento (per esempio in una sala riunioni) e serve a poco lasciare socchiuse le finestre perché sarà più l’uscita di aria, calda o fredda, e lo spreco energetico conseguente per riscaldamento o raffrescamento, che il reale ricircolo di aria non viziata.

Idee
21/02/2019

Tra lavoro dipendente o autonomo ci sono parecchi pro e contro: sia un contratto come dipendente a tempo indeterminato che aprire la partita IVA e lavorare come libero professionista hanno diversi vantaggi e svantaggi che non sempre e non solo sono oggettivi ma spesso dipendono dal proprio modo di affrontare la vita e il lavoro. In poche parole ci sono persone portate per il lavoro dipendente e altre invece portate per il lavoro autonomo e spesso, dal confronto, risultano posizioni inconciliabili, nel senso che nessuno rinuncerebbe alla sicurezza, alla libertà, o a ogni altro aspetto che caratterizza ciascuna delle due tipologie di lavoro.
Lavoro dipendente o autonomo? I pro e contro
Stipendio, tutele, orario di lavoro, tasse e contributi previdenziali: tra lavoro dipendente e autonomo quale scegliere valutando i pro e contro di ciascuna di queste voci?
Dipendente o libero professionista: lo stipendio
Lo stipendio è la prima grande differenza tra un lavoratore dipendente e un libero professionista. A meno di situazioni particolari, come una crisi aziendale, un dipendente ha la garanzia dello stipendio mensile, regolare nell’importo e nel giorno di pagamento, con in più la tredicesima e, in alcuni casi ancora, anche la quattordicesima. In pratica si conosce esattamente quanto denaro si avrà a disposizione nel corso dell’anno, senza sorprese (in positivo o in negativo). Però se vuole un aumento dovrà negoziarlo con il proprio capo e le risorse umane. Un libero professionista non ha certezza di quanto guadagnerà: certo ne ha un’idea, certo ha in mente il suo volume d’affari, ma poi si tratta di inventarsi giorno per giorno il lavoro, realizzarlo e (riuscire a) farsi pagare. E spesso, per i liberi professionisti, i tempi di pagamento sono tutt’altro che certi.
Dipendente o libero professionista: tasse e contributi
Tasse e contributi un lavoratore dipendente sostanzialmente non le vede: certo sono indicati in busta paga, ma è l’azienda a occuparsi di versarli, allo stato e all’ente di previdenza che, alla fine della carriera lavorativa, erogherà la pensione al lavoratore. Un libero professionista deve occuparsi praticamente ogni mese di adempiere alle scadenze fiscali (e tra tasse nazionali e locali sono davvero molte) oltre che al versamento dei contributi previdenziali. In pratica il fatturato è sempre lordo e tra anticipi, scadenze, detrazioni e deduzioni non si ha mai davvero ben chiaro quanto resterà in tasca. Altro aspetto che riguarda i dipendenti ma non i liberi professionisti è il TFR: l’azienda accantona una piccola quota di stipendio ogni mese che poi sarà erogata al lavoratore al termine del suo rapporto di lavoro. Per un libero professionista praticamente non c’è TFR, se non la sua capacità di risparmiare.
Dipendente o libero professionista: orario e luogo di lavoro
Quella dell’orario e del luogo di lavoro è probabilmente la differenza più comunemente percepita tra le due categorie: un dipendente ha un orario fisso e, normalmente, un luogo di lavoro stabilito. E soprattutto ha dei capi a cui rendere conto della sua presenza al lavoro e dei suoi orari, anche in relazione agli obiettivi. Un libero professionista non ha un vero e proprio orario, il che raramente significa prendersela comoda: spesso si lavora anche al mattino presto o la sera tardi, soprattutto nel caso di scadenze ravvicinate o importanti, spesso anche nel weekend, spesso anche in vacanza. Vero è che è anche possibile ritagliarsi i momenti in base alle proprie esigenze e non bisogna chiedere un permesso a nessuno nel caso di visite mediche, impegni famigliari o un weekend lungo. Però il mito delle 40 ore fisse contro la libertà è ormai tramontato: secondo una ricerca di EY la maggior parte dei dipendenti lavora più di 40 ore a settimana, per via degli straordinari, mentre i dati del Payoneer Freelancer Income Survey dicono che i freelance lavorano quasi 50 ore a settimana, con un 10% che raggiunge punte di 60 ore.

Sul luogo di lavoro tuttavia le differenze si stanno assottigliando, tra le aziende che sempre più ricorrono allo smart working e i liberi professionisti che sempre più utilizzano i coworking.
Dipendente o libero professionista: in gruppo o da soli
Altra differenza più psicologica che davvero pratica è quella tra l’essere in un gruppo (un ufficio, una squadra, tipiche del lavoro dipendente) ed essere da soli, come ogni libero professionista ben sa: il che è una bellissima sensazione di libertà ma anche una notevole fonte di stress.
Dipendente o libero professionista: le ferie
Quando poi si tratta di ferie le differenze tra dipendente e libero professionista raggiungono il loro apice: per un dipendente le ferie sono garantite dal contratto di lavoro, prevedono una quantità di giorni stabilita, e quando si va in ferie si stacca completamente e non si pensa al lavoro fino all’ultimo momento (più o meno). Per un libero professionista le ferie sono qualcosa di decisamente più vago: certo le può prendere quando vuole ma è anche vero che telefonate, email e messaggi non si interrompono mai, e la tentazione di rispondere (o la vera e propria necessità) son sempre in agguato.

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18/02/2019

Non perdere tempo è una delle maggior sfide quotidiane di chi lavora: riuscire a fare tutto, nei tempi stabiliti, per garantirsi del tempo libero da dedicare a se stessi, ai propri hobby e ai propri affetti, è più difficile di quanto possa sembrare. È un tema di efficienza e produttività, per il datore di lavoro, e di work-life balance per chi lavora, dipendente ma anche libero professionista. Per non perdere tempo, non solo non facendo nulla ma anche facendo male i propri compiti (con il rischio di doverci tornare in seguito) ci sono sicuramente alcuni buoni consigli molto noti, come quello di non fare riunioni e non prendere decisioni dopo pranzo (uno dei capisaldi per esempio di Jeff Bezos di Amazon), ma anche altre strategie meno conosciute. Come quelle di Michael Breus, autore del best seller “The Power of When”. Vediamo allora come organizzare le proprie giornate per sfruttare al meglio il tempo.
Come non perdere tempo: i consigli per organizzare la propria giornata
Individua il tuo cronotipo
Ciascuno di noi ha un proprio cronotipo: ci sono quelli attivi e produttivi al mattino, quelli che danno il meglio la sera, e anche le vie di mezzo. Sintetizzando: gufi (serali), allodole (mattutini) o intermedi. Individuare il proprio cronotipo significa dedicare le ore più produttive, efficaci, energetiche e lucide mentalmente alle attività strategiche, analitiche e decisionali, e lasciare alle altre tutto ciò che è routine, gestione dell’ordinario, consuetudine. In pratica: guidare la nave quando si è svegli, mettere il pilota automatico quando lo si è di meno. Sembra banale, ma funziona.
Fare ricorrenti minipause
Non siamo biologicamente programmati per andare al massimo – fisicamente e mentalmente – per lunghi periodi di tempo. Ci possono essere le eccezioni, ma in generale abbiamo (relativamente) brevi momenti di produttività alternati a cali di attenzione. Fare ricorrenti minipause significa neutralizzare i momenti di calo evitando di commettere errori, ricaricare le pile e ripartire dando di nuovo il massimo. Banalmente è la pausa caffè, 5′ che si possono impiegare in tanti modi: mangiare qualcosa che ricarica le energie, fare una passeggiata intorno all’edificio respirando aria fresca, socializzare 5′ con i colleghi. Qualunque cosa può andar bene, purché si stacchi il cervello dal lavoro (e anche da social, possibilmente)
Fare la pausa pranzo quando si vuole
Ok, non per tutti è possibile, ma qualora lo fosse, gestire la pausa pranzo quando e come si vuole è il modo migliore per ricaricare le pile prima del pomeriggio ed evitare il tonfo di produttività per le allodole. Di consigli su come fare la pausa pranzo ce ne sono molti, come questi, ma il punto fondamentale è che è giusto fare la pausa pranzo come e quando se ne sente l’esigenza. Non è scritto da nessuna parte che ci sia un orario stabilito.
Darsi una scaletta oraria per completare i lavori
Una scaletta oraria, cioè dei tempi precisi per completare i lavori, ha un enorme effetto di stimolo. Ci sono numerosi strumenti e tecniche per darsi una scadenza oraria (per esempio usare blocchi di colore diverso per scandire il tempo nella propria agenda, digitale o cartacea) ma di fatto sapere che bisogna terminare il proprio lavoro entro una determinata ora è un enorme stimolo: è un ’bout come vedere lo striscione del traguardo in una gara e scoprire di avere le energie necessarie per lo sprint finale.

Idee
13/02/2019

Lo stress da partita IVA è il compagno fedele di ogni libero professionista. Ok, non ci sono cartellini da timbrare, capi da ossequiare, orari da rispettare e colleghi da sopportare, ma essere un lavoratore autonomo non è tutto rose e fiori. Anzi, ci sono più spine che petali, a ben guardare: orari inesistenti, ferie e malattie non pagate, nessuna tutela, nessun contratto, concorrenza spietata, ansia da prestazione e chi più ne ha più ne metta. In una parola: stress. E questo è solo per rimanere nel perimetro dello svolgimento della propria professione. Perché poi ci sono i conti da fare, il commercialista da consultare, le tasse da pagare: un lavoratore autonomo racchiude in sé il reparto progetto e sviluppo, quello commerciale, la produzione e anche l’amministrazione.
Lo stress da partita IVA: come sopravvivere
Insomma, per sconfiggere lo stress da partita IVA ci vorrebbe un manuale di sopravvivenza, e in effetti c’è: “Happy worker” (Giunti Editore, Collana Professione Facile, Euro 6,90) è stato scritto da due guru della psicologia del lavoro e della formazione (Matteo Marini, già autore di “Fucking Monday. Corso di sopravvivenza in ufficio”, e Gaetano Torrisi). Non è esattamente ciò che devi sapere prima di aprire una partita IVA ma sono ottimi suggerimenti, in particolare di stile di vita e approccio alla vita, che possono aiutare a navigare nel mare tempestoso del lavoro autonomo: consigli come coltivare momenti di comunicazione – un caffè con un amico, un aperitivo con il gruppo di lavoro -, non dimenticare i propri hobby e interessi, compreso quello di mantenersi in forma con una vita attiva e qualche momento di sport, o ricordarsi di staccare davvero, quando si decide di andare in vacanza o anche solo nel weekend, sono tutti utili per ridurre la tensione dello stress quotidiano.
Lo stress da partita IVA: cosa fare
Però non è nemmeno facile né veloce cambiare stile di vita, riprendere vecchi hobby, riuscire a staccare e lasciarsi andare a chiacchiere positive e che escludono i problemi del lavoro. Per questo servono anche trucchi più immediati per superare momenti di particolare stress come quello dell’introduzione della fattura elettronica: per esempio dotare il proprio ufficio di un acquario (pare che osservare i pesci che nuotano rallenti il battito cardiaco e la pressione arteriosa), fare una passeggiata all’aperto prima o dopo la pausa pranzo (bastano 10′ per svoltare la giornata in buonumore), staccare notifiche, chiamate e mail nei momenti in cui ci si dedica agli aspetti cruciali del proprio lavoro (davvero, a meno che non si salvino vite umane, stare un paio di ore offline non farà crollare il mondo), cominciare la giornata con una routine positiva.

Notizie
12/02/2019

Sarà possibile andare in ufficio con il monopattino elettrico: è una delle novità presenti nel nuovo codice della strada, proposto dal Governo e in discussione in Commissione Trasporti alla Camera, insieme a una serie di norme che dovrebbero favorire la mobilità lenta e green all’interno dei centri urbani e permettere di recarsi al lavoro con maggior sicurezza anche in bicicletta, un ottimo modo per ridurre lo stress ed essere più felici nelle 8 ore di lavoro quotidiano.
Nuovo codice della strada: in ufficio con il monopattino elettrico
Nell’attuale codice della strada skateboard, hoverboard e monopattini elettrici sono assimilati alle moto e non alle biciclette, e quindi per circolare nei centri urbani avrebbero bisogno di essere omologati, targati e guidati solo se in possesso di patente di guida e indossando il casco. Nel nuovo codice della strada in discussione in Commissione Trasporti alla Camera invece verrebbero equiparati alle biciclette, con la possibilità quindi di circolare sulle strade urbane, rispettando le norme che disciplinano l’uso delle biciclette. E quindi essere usati anche per andare in ufficio o al lavoro, aiutandoci a combattere l’inquinamento delle città e le conseguenze del lavoro sedentario.
Nuovo codice della strada: novità per le biciclette
Insieme a quella per il monopattino elettrico, gli skateboard e gli hoverboard, nel nuovo codice della strada sono numerose le novità che riguardano l’uso della bicicletta in città. La prima è che sarà possibile andare anche contromano nelle vie del centro con limite a 30 km/h per le auto: una norma che esiste già in numerosi Paesi ad alta vocazione ciclistica (Olanda, Belgio, UK, per esempio) e che ha dimostrato di non aumentare ma anzi diminuire il tasso di incidenti tra auto e biciclette. La seconda è che avranno la precedenza ai semafori, dove sarà predisposta una “striscia di arresto avanzata” con una doppia linea, una per le bici e una per le auto, davanti ai semafori e agli stop. La terza che i ciclisti potranno circolare all’interno delle corsie ora riservate solo ai taxi e agli autobus. Insomma, andare al lavoro in bicicletta sarà più sicuro e invitante, e anche questa è una buona routine mattutina per essere più produttivi durante la giornata.

Idee
07/02/2019

Marie Kondo era già un caso letterario per il suo bestseller mondiale “Il Magico Potere del Riordino” (oltre 3 milioni di copie vendute in 30 Paesi) e per il secondo volume “96 lezioni di felicità”, ma da quando è sbarcata su Netflix con la serie “Facciamo ordine con Marie Kondo” la 33enne giapponese ha sfondato il muro di gomma dei maniaci dell’ordine e della pulizia per diventare una guru dell’organizzazione a tutto tondo con il suo metodo KonMari. Non più solo famiglie con bambini, single incalliti, coppie travolte dal trasloco e vedove alle prese con appartamenti troppo grandi e ingombri di cose, il metodo Marie Kondo per l’ufficio vale anche per imparare a essere ordinati sul posto di lavoro. È essa stessa ad aver affermato che “con una scrivania ordinata, la vostra efficienza al lavoro è destinata a crescere”, mettendo ordine nelle cose e, di riflesso, anche a livello mentale.
Il metodo Marie Kondo per l’ufficio
La logica, o teoria, di Marie Kondo è tutto sommato semplice: l’ordine materiale significa ordine mentale, meno stress e di conseguenza anche maggior possibilità di essere creativi. Già, non solo efficienti ma anche creativi e rilassati. In una parola: la felicità, anche al lavoro.
Per le cose di casa la pratica è semplice: buttare gli oggetti anziché accumularli, valutarli uno a uno e, se non ci emozionano, buttarli inesorabilmente. Il metodo Marie Kondo per l’ufficio è lo stesso.
Come ripulire la scrivania con il metodo Marie Kondo
Come prima cosa si tratta di ripulire la scrivania con il metodo Marie Kondo: non un pezzettino alla volta ma una operazione drastica, approfondita e definitiva. Comincia da ciò che vedi: arredi, carte, documenti, pubblicazioni, cancelleria e qualunque oggetto sia presente fisicamente nel nostro spazio di lavoro. Ciò che non è utile si butta; ciò che non si usa da tempo si butta; i doppioni si buttano; gli effetti personali si eliminano o riducono all’essenziale (1 foto della famiglia); appunti vari su Post-it, foglietti e fogliettini si eliminano.

Poi si passa a ciò che non si vede, cioè che è nascosto nei cassetti: il metodo è lo stesso, gettare ciò che non serve, riordinare ciò che è necessario riordinare (documenti da conservare per legge), eliminare ciò di cui non si giustifica l’esistenza. Vale anche per librerie, scaffali, armadi, archivi: ciò che non potrà servire in futuro deve sparire dalla vista.

Il terzo passaggio è la pulizia: pulire le superfici, l’interno dei cassetti, i mobili e le sedie, le lampade, la tastiera del computer e il monitor, dove si accumulano germi a non finire. Tutto. Buttare e pulire è liberatorio, ed è il viatico della felicità.
Riordinare i documenti con il metodo Marie Kondo per l’ufficio
A questo punto si tratta di riordinare i documenti con il metodo Marie Kondo per l’ufficio, e qui si tratta di aver chiaro il flusso operativo con il quale processiamo documenti cartacei che, volenti o nolenti, non possiamo eliminare dalla nostra quotidianità lavorativa: come abbiamo già scritto qui si tratta di suddividere tra documenti correnti che vanno in una cassettina di passaggio, documenti importanti di consultazione frequente da tenere a portata di mano che vanno nei cassetti della scrivania, e documenti da conservare per lungo tempo che vanno nell’archivio vero e proprio.
Darsi dei tempi per applicare il metodo Marie Kondo all’ufficio
Il metodo Marie Kondo è tutto sommato semplice da capire, più difficile da mettere in pratica in modo spietato e definitivo, e la discriminante è il tempo. Darsi delle scadenze rigorose e tassative è il segreto per il successo: 10′ per pulire, 1 ora per catalogare, 30′ per buttare (sono ipotesi, ciascuno deve stabilire il proprio cronogramma, ma una volta deciso, si parte e non si deroga: l’efficienza è tutto per arrivare al risultato finale).

Di più: non basta l’intervento massiccio una tantum, il metodo Marie Kondo per l’ufficio è una forma mentis, un modo di essere quotidiano: la scrivania deve rimanere pulita ogni sera, e dobbiamo ritrovarla sgombra, minimalista, pulita ed essenziale il mattino dopo. Non ci sono foglietti che rimangono sul desk, appunti che serviranno il giorno dopo sparsi alla rinfusa, oggetti lasciati in disordine perché non abbiamo un posto migliore dove riporli. Il metodo Marie Kondo per l’ufficio è una pratica quotidiana fatta di piccoli passi.
I benefici del metodo Marie Kondo per l’ufficio
Già, ma quali sono i benefici del metodo Marie Kondo per l’ufficio? Perché sottoporsi al doloroso e faticoso rituale di gettare tutto e vivere nell’essenziale? Lo insegnano gli chef, per i quali lavorare nell’ordine e nella pulizia non è solo una questione di igiene ma un’esigenza di disciplina ed efficienza. Lo insegnano le archistar, le cui scrivanie sono sempre sgombre e pulite. Lo insegnano i grandi manager, abituati a processare compiti, prendere decisioni, e andare oltre, senza accumulare. Nel nostro piccolo, lavorare in un ambiente ordinato e pulito significa essere felici, fare spazio alla nostra personalità e creatività, riuscire a vedere ciò che prima non potevamo nemmeno intuire. E poi fare ordine, nel senso dell’attività fisica del buttare, riordinare, distruggere ed eliminare, è un gesto catartico, liberatorio, meditativo e, in fondo, davvero gratificante.