Autore: Mazzmedia
Idee
05/12/2018

Aprire la partita IVA può essere una soluzione interessante soprattutto di questi tempi in cui è sempre più difficile trovare e mantenere un impiego fisso. Bisogna tuttavia sapere che ci sono dei pro ma anche numerosi contro che riguardano l’apertura della partita IVA e l’avvio di una propria attività e che prima di farlo è bene seguire i consigli su come fare per aprire la partita IVA, quanto costa mantenerla, quali adempimenti occorre seguire, cosa comporta aprire una partita IVA e quali e quanti adempimenti fiscali all’anno ci saranno.
Come aprire la partita IVA
Aprire la partita IVA è tutto sommato semplice: ci si può recare presso l’Agenzia delle Entrate della propria zona con il proprio documento di identità in corso di validità e compilare il modello AA9/12, per le persone fisiche, o il modello AA7/10 per le società. Tutto questo dal 2019 sarà possibile farlo anche telematicamente e gratis senza recarsi di persona presso l’Agenzia delle Entrate ma tramite la Comunicazione Unica del Registro delle Imprese.
Cosa sapere prima di aprire una partita IVA
Benché sia molto più semplice, facile, veloce ed economico rispetto al passato aprire una partita IVA, ci sono tuttavia tante cose da sapere prima di aprire una partita IVA. Intanto nei modelli AA9/12 o AA7/10 bisogna da subito dichiarare il tipo di attività che si intende esercitare e farne una descrizione che deve essere chiara e ampia per evitare di trovarsi con delle limitazioni successive (per esempio, se si vuole aprire un laboratorio di pasticceria, potrebbe aver senso inserire anche la possibilità di effettuare anche un servizio bar, qualora gli affari andassero bene e si volesse allargare il proprio business). Inoltre bisognerà decidere a quale regime fiscale si intende aderire, se forfettario e a contabilità ordinaria, e sapere che oltre all’apertura della partita IVA sarà necessario anche aprire una posizione contributiva (in pratica la pensione) presso l’INPS o altre casse previdenziali nel caso di iscritti agli ordini professionali, e se previsto dal tipo di attività anche una posizione assicurativa presso l’INAIL.
Aprire una partita IVA: regime fiscale forfettario o a contabilità ordinaria?
La prima decisione da prendere è poi quella del regime fiscale al quale aderire se forfettario o a contabilità ordinaria. Optare per il regime forfettario significa soddisfare alcuni requisiti: non superare il tetto di ricavi imposto dalla Legge di Stabilità 2016, in base al proprio ATECO; non superare quota 20.000 euro lordi in costi d’ammortamento per beni strumentali; non superare quota 5mila euro lordi per spese relative a collaboratori. Se non è soddisfatta almeno una di queste condizioni si ricade nel regime della contabilità ordinaria.
Quanto costa gestire una partita IVA
Gestire una partita IVA costa, anzi prevede una serie numerosa di costi. Intanto ci sono i costi per la propria attività, che possono essere i più diversi (affitto di locali, acquisto di strumenti per l’esercizio della propria attività, dai macchinari a computer e cancelleria, costi di telefonia e connessione Internet, auto o mezzi di trasporto strumentali, etc) e che possono essere ammortizzati e detratti o dedotti dal fatturato. Poi ci sono ovviamente le tasse da pagare: nel caso del regime forfettario l’aliquota sostitutiva Irpef e Iva è al 5% per i primi 5 anni, al 15% a partire dal sesto; nel caso del regime ordinario l’IRPEF e l’IRAP sono in % rispetto ad alcuni scaglioni di fatturato, poi c’è l’IVA, con anticipi e saldi. Oltre a ciò ci sono i contributi previdenziali che, a seconda delle casse previdenziali, hanno una quota fissa annuale e % diverse rispetto al lordo e al netto del fatturato. Infine c’è il costo del commercialista.
Aprire una partita IVA: serve il commercialista?
Sì, per aprire la partita IVA serve il commercialista. Sarebbe bene individuarne uno già prima di procedere con l’apertura della propria impresa, per farsi guidare nella compilazione corretta dei moduli (o nell’iscrizione tramite il Registro delle Imprese) ma poi le scadenze fiscali e contributive sono tali e tante che è a tutti gli effetti un altro lavoro che si sommerebbe alla propria attività.
Quanto costa un commercialista?
Quanto costa un commercialista? Dipende, dato che si tratta di un’attività libero professionale in regime di mercato. Tuttavia si possono individuare dei range di costi in base al tipo di regime fiscale prescelto e al volume d’affari previsto o presumibile: per una ditta individuale / libero professionista nel regime agevolato forfettario mediamente si tratta di 500 euro l’anno (dove mediamente può andare dai 300 agli 800 euro a seconda del fatturato); per ditte individuali e società di persone con regime semplificato si parte dai 1000 euro l’anno per salire fino anche a 5000 euro in funzione del fatturato e del numero di fatture; oltre si tratta di ditte e società di persone con regime fiscale ordinario e volumi di fatturato già importanti.
Conviene aprire una partita IVA?
Ribadito che aprire una partita IVA presuppone un forte spirito imprenditoriale per fare fronte a tutto quanto detto finora, poi non è detto che convenga sempre e comunque, anzi. In linea di massima con un potenziale fatturato fino a 5.000 euro l’anno, frutto per esempio di poche attività saltuarie per arrotondare gli introiti famigliari, non conviene aprire una partita IVA: i costi di gestione potrebbero infatti mangiarsi tutti i possibili guadagni; oltre quella cifra invece comincia ad avere senso aprire la partita IVA per regolarizzare la propria posizione fiscale.

Ufficio
30/11/2018

È il momento di parlare di stipendio con il capo: vorresti un aumento, pensi di meritarlo, altri colleghi l’hanno avuto ma a te nessuno l’ha prospettato e soprattutto non sai come fare. Puoi consolarti pensando che quasi la metà dei dipendenti non ha mai parlato di stipendio con le risorse umane (e con una netta differenza di genere: il 57% degli uomini l’ha fatto, e solo il 7% delle donne) e che per la stragrande maggioranza dei lavoratori è un argomento che mette un ’bout di disagio, ma questo non è un buon motivo per non affrontare il tema stipendio con i tuoi responsabili.
Come parlare di stipendio in azienda
Vediamo allora come parlare di stipendio in azienda facendo valere le proprie capacità e competenze, dando peso al proprio contributo all’attività aziendale, e trovando gli strumenti giusti per riuscire a guadagnare i soldi che pensi di meritare.
Dai un valore preciso al tuo ruolo
Con qualche ricerca (anche online, nei siti di recruiting per esempio) non è difficile scoprire la forbice salariale all’interno della quale si trovano persone che fanno il tuo stesso lavoro: si tratta sostanzialmente di dare un valore preciso al tuo ruolo e di capire se ti trovi nella parte alta o bassa del range di stipendio per le tue funzioni. Questa è la base di partenza della negoziazione.
Lascia dire a loro la prima cifra
È la regola d’oro di ogni negoziazione: il primo che dice una cifra ha “perso”. Se la dici tu, l’abbasseranno, se la dice il tuo capo puoi chiedere di più. Quindi quando ti chiedono quanto vorresti, o a quale cifra stavi pensando, ributta la palla nel campo delle tue risorse umane parlando di range di salari per la tua funzione, assumendo il tuo come floor, punto di base della negoziazione, e indicando il massimo attuale di mercato per il tuo ruolo.
Presentati con una cifra precisa in mente
È la conseguenza del primo punto: avere in testa il range salariale per il tuo ruolo ti aiuta a rilanciare, come conseguenza del secondo punto, su una cifra ben precisa: serve a dare l’impressione, sostenuta dai fatti, che conosci il tuo valore sul mercato del lavoro.
Fissa un minimo sotto il quale non andare
Fissata l’asticella verso l’alto, serve anche fissare un minimo sotto il quale non sei disposto ad andare. Se attualmente prendi una cifra X, e vorresti X + 5, puoi accettare X + 4 ma devi anche essere disposto a non accettare X + 1. Rimani come prima? Sì ma no: se hai dato l’impressione di conoscere il tuo valore di mercato, avrai messo in circolo l’idea che puoi anche andare altrove.
Scegli il momento giusto
Il tempismo è fondamentale, anche in una negoziazione salariale. Se i budget si decidono a dicembre, per esempio, chiedere l’aumento a gennaio è inutile perché sarebbe tutto rimandato di almeno un anno; il momento buono potrebbe essere ottobre, per avere il tempo di gestire una trattativa in più momenti e permettere di prevedere il tuo adeguamento nel budget discusso a dicembre.
Allenati a discutere la tua posizione
Il che non significa ripetere il discorso allo specchio. Anche se non hai intenzione di cambiare azienda, un occhio alle proposte di lavoro che fanno per te è sempre utile darlo, e anche candidarsi e sostenere dei colloqui: ti abitui a negoziare con figure diverse, raccogli informazioni utili (anche relativamente al primo punto) e quando ti siederai di fronte al tuo capo sarai animato da maggior fiducia e consapevolezza.

Notizie
28/11/2018

Lo smart working funziona: crea benessere nei dipendenti e migliora efficienza e risultati aziendali. Lo dice, e dimostra, una ricerca dell’Osservatorio smart working della School of management del Politecnico di Milano, presentata nell’ambito del convegno “Smart working: una rivoluzione da non fermare”, organizzato a un anno di distanza dall’entrata in vigore della legge 81/17 che normato un modo di lavorare già diffuso in alcune aziende.
Lo smart working funziona: crea soddisfazione, motivazione ed efficienza
Produttività aumentata del 15%, tasso di assenteismo ridotto del 20%, maggior soddisfazione delle modalità di organizzazione e gestione delle proprie attività lavorative, miglioramento dell’equilibrio tra vita privata e professionale, aumento della qualità dei risultati raggiunti, maggior efficienza, motivazione e benessere: è questo il quadro che emerge dalla ricerca del Politecnico di Milano sullo smart working, che delinea anche la figura tipo dello smart worker, uomo, tra i 38 e i 58 anni, residente nel nord ovest dell’Italia.
Cos’è lo smart working
Inquadrato dalla legge 81/17, lo smart working è una modalità di lavoro caratterizzata da flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, resa possibile dalla dotazione di strumenti digitali adatti a lavorare in mobilità, eventualmente anche fuori sede. In pratica lavorare dove e (relativamente) quando si vuole, organizzando in autonomia i propri tempi di lavoro in accordo con i compiti da svolgere, grazie a computer portatili, smartphone, connessioni virtuali, cloud e altre dotazioni tecnologiche messe a disposizione dall’azienda.
Smart working: quante persone lo fanno in Italia
Secondo la ricerca del Politecnico di Milano in Italia ci sono oggi 480.000 smart worker, il 12,6% degli lavoratori attivi che potrebbero essere interessati da questa modalità operativa: rispetto al 2017 c’è stato un aumento del 20%, con alcune differenze tra grandi imprese, Pubblica Amministrazione e PMI. Se nelle grandi aziende con oltre 250 addetti lo smart working è in aumento costante ed è considerato necessario per la competitività (il 56% delle grandi aziende interpellate ha già progetti in essere), nella PA le iniziative di lavoro agile sono ferme al 9% e nelle PMI lo smart working è passato da una diffusione del 22% nel 2017 al 24% del 2018.
Smart working: un cambio culturale più che di strumenti di lavoro
Se lo smart working è reso possibile dalla dotazione di strumenti tecnologici che permettono il lavoro agile e in mobilità, il vero cambiamento da affrontare è però quello culturale, con i responsabili HR chiamati a modificare gli stili di leadership e i comportamenti delle persone, orientandoli sempre più verso il raggiungimento degli obiettivi.

Secondo la ricerca, uno stile di leadership smart deve basarsi sulla capacità dei capi di incoraggiare le persone a collaborare con tutti i colleghi in modo aperto (sense of community); di decidere di volta in volta le modalità e gli strumenti di comunicazione da utilizzare con i collaboratori (virtuality); di recepire le esigenze personali dei collaboratori e integrarle nelle modalità di organizzazione del lavoro (flexibility); di responsabilizzare i collaboratori, coinvolgendoli nelle decisioni e stimolandoli a proporre miglioramenti nelle modalità di organizzazione del lavoro (empowerment).

Ufficio
27/11/2018

La festa di Natale dell’ufficio può essere un bellissimo momento per allentare la tensione, conoscere di più i colleghi, fare un ’bout di networking conoscendo persone con le quali normalmente non si entra in contatto e in generale creare un clima più positivo in ufficio. Insomma, una festa di Natale del lavoro organizzata come si vede, con una cena serale o anche in orario d’ufficio, può essere un momento molto positivo, se si sa come comportarsi, oppure può trasformarsi in un disastro, se si dimentica per un attimo che si tratta di un party tra colleghi e non del remake di Una Notte da Leoni: ecco allora 7 cose da non fare assolutamente per non veder andare in fumo la propria carriera in azienda.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: bere troppo
Sì, certo, “paga la ditta”, come si dice in questi casi, ma non è un buon motivo per andare oltre la soglia consentita: già l’aperitivo, un bicchiere a tavola e l’inevitabile brindisi finale sono oltre la soglia di tolleranza ma finire a biascicare frasi incomprensibili o peggio a crollare di schianto per poi non presentarsi il giorno dopo alla scrivania non trasforma un dipendente in un eroe. Anzi.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: lamentarsi
È una festa, e solo in parte è una estensione del tempo di lavoro: discorsi su organizzazione, capi, budget, attrezzature o peggio ancora su quanto è brutta, povera o peggio la festa non si fanno. Anche se il clima in azienda non è quello dei tempi belli, almeno a Natale la gente non ha voglia di negatività.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: spettegolare
Sui pettegolezzi in ufficio ci sono parecchi pro e contro, e ovviamente in ogni ufficio del mondo ci sono motivi per spettegolare, tuttavia il clima festoso, l’alcol a disposizione e la situazione informale non sono una scusa per andare oltre e trasformare le dicerie da ufficio in un effetto boomerang: se proprio ti piacciono i pettegolezzi dedicati a quelli sulle star Tv e sui calciatori, che almeno in azienda sono innocui.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: essere troppo formali
Le gerarchie non si azzerano per una notte e i capi rimangono i capi, ma almeno alla festa di Natale ci si può sciogliere un ’bout, vestirsi in modo casual, raccontare qualcosa di personale, per esempio sui figli, la famiglia o qualche passione insospettabile. Creare un clima informale almeno alla festa di Natale dell’ufficio aiuta a creare legami più solidi in tutti gli altri giorni lavorativi.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: non farsi coinvolgere
C’è sempre qualcosa di organizzato, un gioco, un karaoke, una presentazione, in cui è palese che si rasenta il ridicolo. Ma sì, anche se detesti quel genere di cose, rifiutarsi e non farsi coinvolgere è anche peggio di scatenare l’ilarità comune. Sei stonato/a come una campana e ti tocca cantare con l’amministratore delegato? Buttati: l’effetto simpatia sarà sempre superiore al tuo poco talento canoro.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: non andare
“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Ecco, per la festa di Natale dell’ufficio questa frase non vale: non esistono scuse per non andare perché l’assenza sarà sempre peggio di una presenza discreta e magari poco spontanea. Ma insomma, a una festa di Natale ci sono anche tante possibilità di costruire relazioni importanti per la propria carriera.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: vestirsi in modo eccessivo
Vale per lui, vale per lei: va bene che è la festa di Natale, va bene che è fuori dall’orario d’ufficio, va bene il clima informale ma un abbigliamento sobrio, per quanto anche causal, è il limite da non superare: nessuno ha voglia di passare agli annali dell’azienda per un look che ha dato il via a infiniti pettegolezzi, vero?

Ufficio
23/11/2018

Ansia da lavoro: forse senza saperlo ne soffrono tantissime persone, e sicuramente quelle che accusano i sintomi tipici di questa vera e propria patologia che, in un articolo di Psychology, Health and Medicine, viene definita come “reazione di ansia fobica con sintomi di panico che si manifestano quando si pensa di doversi avvicinare al posto di lavoro”. Ma senza arrivare ai sintomi fobici della definizione, anche altri sintomi come insonnia e disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi e risvegli con la sensazione di non essere riposati, difficoltà di concentrazione, irritabilità, coliti, gastriti e altre manifestazioni somatiche intestinali, o le manifestazioni somatiche dermatologiche come le dermatiti aspecifiche sono tutti segnali che la soglia di sopportazione dello stress è stata ampiamente superata e si soffre effettivamente di ansia da lavoro.
Ansia da lavoro: le cause
Le cause dell’ansia da lavoro possono essere intrinseche o estrinseche. Quelle intrinseche riguardano la sfera psicologica individuale e sono tali perché si manifestano (o si manifesterebbero) anche cambiando posto di lavoro; quelle estrinseche sono legate allo specifico ambiente lavorativo, per esempio un capo irragionevole o tirannico o colleghi troppo competitivi. In ogni caso ci sono condizioni della contemporaneità che sono il terreno fertile ideale per scatenare l’ansia da lavoro: precarietà, incertezza, cambiamenti ed evoluzioni rapide delle strutture aziendali, riduzioni del personale che obbligano a fare di più in meno tempo, la spersonalizzazione e straniamento dagli obiettivi aziendali, la spersonalizzazione dei gruppi di lavoro e in generale ogni fattore di stress prolungato e continuativo che genere sintomi come quelli predetti sono tutte cause di ansia da lavoro.

Basta girare per i forum in cui si discute di psicologia e vita quotidiana per trovare centinaia di messaggi di richiesta d’aiuto di persone che ormai hanno timore di andare al lavoro, che al mattino si svegliano con l’ansia di dover andare a lavorare, che vivono la giornata in ufficio come un trauma e che riconoscono, esse per prime, di lavorare male, senza motivazione né attenzione, di essere un peso per capo e colleghi e di voler, fondamentalmente, mollare tutto.
Ansia da lavoro: cosa fare?
Cosa fare in caso di ansia da lavoro? Il primo passo è ovviamente quello di riconoscerla e prenderne coscienza. Certo giornate stressanti possono capitare a chiunque, ma quella è anche ansia buona che rientra rapidamente nei suoi livelli fisiologici. Ma quando la condizione di ansia e stress perdura per lungo tempo, mesi se non anni, occorre intervenire. Da un lato ci si può rivolgere alle organizzazioni sindacali per valutare se esistono le condizioni di mobbing o mancato rispetto della salute del lavoratore, che per il datore di lavoro è un obbligo di legge; volendo ci si può anche rivolgere a uno specialista, psicologo-psicoterapeuta, che può senza dubbio aiutare a “prendere le distanze” dalla condizioni di stress e ansia e imparare a gestirla con sempre maggior consapevolezza; infine ci sono alcune “buone azioni quotidiane” che si possono mettere in atto per creare un clima in ufficio che sia meno fonte di stress.
Ansia da lavoro: puntare più sul gruppo e meno ai risultati
Il forte orientamento ai risultati è la prima fonte di stress in ogni ufficio del mondo. Non che si possa vivere e lavorare senza puntare al risultato, ma è quando l’obiettivo scatena la competizione individualistica che questo diventa fonte di ansia e stress. La soluzione è capire, individualmente e collettivamente, che oggi un lavoro in team ben strutturato e organizzato può permettere di raggiungere risultati migliori con meno stress, costi aziendali inferiori e una maggior qualità dell’ambiente lavorativo e del risultato finale.
Ansia da lavoro: generare empatia
Conseguenza del puntare sul gruppo per ridurre l’ansia da lavoro è il generare empatia tra le persone. Creare legami, che non significa necessariamente diventare amici ma almeno mostrare un volto umano ed empatico, è il modo per generare solidarietà nel gruppo, ridurre la competizione individualistica e aumentare la competitività collettiva.
Ansia da lavoro: comunicare di più
Lavoro di gruppo ed empatia significano sostanzialmente comunicare di più. Aver la possibilità di esprimere il proprio punto di vista (e non essere meri esecutori del pensiero altrui), prendere il coraggio di dire di no davanti all’ennesima richiesta che aumenta e peggiora il proprio lavoro, creare un clima tale per cui sia possibile esprimere il proprio disagio, e fondamentalmente cominciare a prendersi la responsabilità delle proprie idee sono tutti lati della stessa medaglia del comunicare di più.
Ansia da lavoro: fare formazione
Tutto giusto, tutto bello, ma non così semplice da mettere in atto. Per questo esistono corsi di formazione specifici per questo genere di problemi aziendali e, soprattutto, i corsi di formazione sono obbligatori per legge: corsi per imparare a comunicare, a lavorare in team, a creare un clima positivo in azienda o ufficio esistono e funzionano.

Idee
21/11/2018

Il curriculum per cambiare lavoro è inevitabilmente diverso dal CV di chi sta cercando il primo impiego: è banale dirlo ma se il primo curriculum serve a mostrare soprattutto la propria formazione per garantirsi l’accesso al mondo del lavoro e la possibilità di accumulare esperienza, il cv per cambiare lavoro deve da un lato dare l’idea del percorso fatto e dall’altro avere ben chiaro e dichiarato l’obiettivo strategico di carriera.
Curriculum per cambiare lavoro: gli errori da evitare
Ci sono alcuni macroscopici errori da evitare quando si scrive un curriculum per cambiare lavoro: da un lato c’è chi è fin troppo fiero della propria esperienza e presenta un CV che altro non è che un lungo elenco di posizioni lavorative in ordine cronologico; dall’altro c’è chi teme che il proprio percorso professionale sia in qualche modo limitante rispetto a un cambio di direzione di carriera e perciò adatta il curriculum per piacere ai selezionatori. Sono due atteggiamenti opposti ma entrambi limitanti: il primo perché i selezionatori non hanno né voglia né utilità a leggere esperienze professionali “vecchie” di 20 anni o più; il secondo perché risulta da subito evidente che c’è qualcosa di non detto, e la poca sincerità, voluta o meno, non piace mai a chi si occupa di risorse umane.
Come scrivere un curriculum per cambiare lavoro
A 40 anni o più non si offrono esperienze ma competenze: con anni di lavoro alle spalle è palese che si ha esperienza, e ai reclutatori basta leggere la data di nascita per saperlo; ciò che invece può fare la differenza è mostrare le competenze acquisite e che possono risultare utili nel nuovo impiego: un CV per cambiare lavoro dovrebbe avere nella prima pagina poche righe che riassumono in modo preciso e sintetico le principali e più importanti competenze acquisite. Non è facile scrivere queste poche righe, perché si tratta di dire sostanzialmente chi si è dal punto di vista professionale, ma sono quelle che possono davvero fare la differenza per i recruiter.
Curriculum per cambiare lavoro: gli obiettivi di carriera
Per scrivere un curriculum per cambiare lavoro non serve nemmeno elencare tutte le posizioni lavorative assunte nel corso della propria carriera: se si ha già cambiato azienda nel corso degli anni, o anche se si è maturata la propria esperienza sempre all’interno dello stesso ambiente, ci sono dettagli che si possono serenamente omettere e che, casomai, si potranno dire a voce in sede di colloquio.

All’inizio del CV sarebbe opportuno inserire anche il cosiddetto “job objective”, o obiettivo di carriera: da dove si viene è più che chiaro, ma ai reclutatori interessa sapere soprattutto dove si vuole andare. 1 riga, anche meno, poche parole sintetiche e chiare per dire subito qual è la direzione di carriera che si vuole intraprendere e perché si sottopone il proprio CV.
Istruzione e formazione nel curriculum per cambiare lavoro
Con anni di lavoro alle spalle si tende a pensare che istruzione e formazione nel curriculum per cambiare lavoro non servano più. Certo non ha senso elencare corsi “vecchi” di 10 anni (a meno che non siano ancora attuali e strategici) ma in un mondo del lavoro sempre più veloce e rapido nei cambiamenti, soprattutto tecnologici, la capacità di mantenersi aggiornati è sempre vista di buon occhio anche dai recruiter. Per cui sì, istruzione e formazione, purché inerenti agli obiettivi di carriera, devono ancora trovare spazio in un CV per cambiare lavoro.