Autore: Viking
Ufficio
14/01/2019

E’ indubbio che la maggior parte dei lavori d’ufficio di oggi vedono i lavoratori seduti per ore alla loro scrivania. Tra cubicoli, desks, sedie e poltrone, il turno di lavoro tipico è almeno di 8 ore, il che nella stragrande maggioranza dei casi significa 8 ore seduti con una pessima postura su una sedia probabilmente regolata male. La scrivania tradizionale può diventare quasi una seconda casa e accomodare oggetti personali, foto e tanti altri gadget. Basti pensare alla miglior scrivania del mondo, l’Omnidesk, con così tante funzioni che quasi verrebbe di non alzarsi mai. Tuttavia, ci sono modi alternativi di lavorare in ufficio che non solo aiutano la salute fisica ma anche la produttività. Uno di questi è lo standing desk. Vediamo insieme quali sono i pro e i contro di questo tipo di scrivania in paragone con quella tradizionale.

 
Cosa è uno standing desk?
Lo standing desk è, come dice il nome, una scrivania per stare in piedi. Può essere sia una scrivania tradizionale che può essere alzata e abbassata oppure un desk più alto posizionato in ufficio, dove si può andare a lavorare col proprio laptop. Nei paesi del nord Europa lo standing desk già è arrivato in molte compagnie, ben il 90%, mentre in Italia ancora pochi ne possono usufruire. L’idea dietro questo tipo particolare di scrivania è che variare tra una posizione seduta e una in piedi beneficia il lavoratore a livello fisico, alleggerendo i danni causati dalla sedentarietà.

Quali sono i benefici?
Uno dei pro più evidenti è la possibilità di cambiare postura durante le ore di lavoro. Stare seduti per ore porta spesso a una posizione scorretta di collo e spalle che a lungo termine può causare problemi come dolori e cervicale. Stare ogni tanto in piedi a lavorare permette di scaricare la tensione e il peso su altre parti del corpo, così da alleviare eventuali dolori e ridistribuire il carico di lavoro su altri muscoli. Ma lo standing desk non ha soltanto benefici fisici. Numerose ricerche hanno dimostrato che lavorare in piedi aiuta la creatività e la produttività. Questo fenomeno può essere attribuito alla maggiore circolazione sanguigna e al muoversi continuamente che stimolando il corpo, stimola anche la mente. Non a caso uno dei più innovativi modi di fare una riunione è farla in piedi, così da stimolare nuove idee nel team.

Quali possono essere invece le controindicazioni?
Come ogni cosa lo standing desk ha dei pro e dei contro. È certamente vero che alternare tra una posizione seduta e una in piedi ha dei benefici, ma bisogna stare attenti a non esagerare sul lato opposto e stare in piedi 8 ore di fila. Una posizione eretta tenuta per troppo tempo potrebbe portare ad una sbagliata postura e quindi ad un sovraccarico sulla schiena e le gambe. Un altro punto da considerare, anche se non strettamente correlato al benessere fisico, è il rischio che uno standing desk ci isoli dal resto dei colleghi. Questo è possibile principalmente per quelle scrivanie alte posizionate in una parte diversa dell’ufficio rispetto al resto delle postazioni. Non è certo la fine del mondo assentarsi per qualche ora per lavorare in piedi, ma è comunque un fattore da considerare, specialmente per lavori che fanno molto affidamento sul team-work o sui brainstorms tra colleghi. Infine, stare seduti alla scrivania permette di scegliere qualsiasi abbigliamento, mentre stare in piedi è probabilmente molto faticoso per chi sceglie un outfit più formale come ad esempio le scarpe coi tacchi.
Quindi che scegliere?
Come per molte altre questioni, la risposta sta nella via di mezzo. Sarebbe ideale avere la possibilità di lavorare sia da seduti che in piedi, o tramite una scrivania regolabile o avendo accesso ad entrambe. Certo è che qualche ora in piedi ogni giorno può aiutare la postura, sgranchire le gambe, e magari anche stimolare nuove idee e soluzioni. Come si suol dire, tentar non nuoce!

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sui benefici di uno standing desk. Ne hai mai provato uno? Raccontaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
28/12/2018

Per svolgere bene un lavoro o ricoprire un nuovo incarico in azienda, sappiamo quanto siano importanti le competenze tecniche e manuali di quel determinato lavoro – le cosiddette hard skill: sarebbe impensabile per un programmatore svolgere la propria professione senza avere alcuna conoscenza informatica. Tramite esami, certificazioni ed esperienza sul campo, sviluppiamo infatti quelle nozioni che ci permettono di ricoprire la posizione a dovere. Esistono però altre competenze che maturiamo nel corso della nostra esistenza, ad esempio dedicandoci a un hobby per migliorare sul lavoro: le soft skill – ossia, le competenze trasversali o interpersonali. Cosa sono? Scopriamolo insieme!
Cosa sono le soft skill?
Le soft skill sono competenze non specifiche al ruolo; si tratta infatti di caratteristiche emotive e sociali, intrinseche e tipiche della personalità e dell’agire di ciascuno. Sono definite anche “trasversali” o “interpersonali” perché possono essere richieste e utilizzate in contesti lavorativi molto diversi in modo complementare alle hard skill in relazione alle persone con cui ci interfacciamo, siano essi clienti o colleghi. Figure professionali che non sembrano avere all’apparenza nulla in comune, come ad esempio un manager aziendale di una ditta high-tech e il responsabile di un’officina meccanica, disporranno di hard skill molto diverse ma saranno accumunati da soft skill similari come la capacità di leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti. Ma vediamo più nel dettaglio alcune delle soft skill più richieste e come svilupparle a nostro vantaggio.
Comunicazione, negoziazione e motivazione
Un addetto alle vendite, per esempio, oltre ad aver sviluppato buone conoscenze del settore e della gamma di prodotti o servizi in vendita, dovrà anche essere dotato di ottime capacità comunicative. Un abile comunicatore infatti è in grado di adattare il proprio tono e stile in base al pubblico con cui si interfaccia. Saprà spiegare al meglio problematiche complesse ai clienti e se ricopre un ruolo manageriale, la buona capacità comunicativa sarà essenziale per delegare i compiti in maniera chiara ed efficace, nonché per rivolgersi ai colleghi in modo più incisivo. Dovrà anche dimostrare, ad esempio, di saper padroneggiare le tecniche di negoziazione in modo da essere persuasivo ed esercitare influenza: sappiamo tutti quanto questo sia essenziale nel convincere un cliente ad acquistare un prodotto! Anche la motivazione è una dote importante: mantenere un atteggiamento positivo è infatti un elemento fondamentale di un processo di vendita.

Leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti
La leadership è una soft skill che include diverse competenze, generalmente espressa nella gestione diretta dei propri sottoposti. Sviluppare capacità di leadership è quindi essenziale per ricoprire ruoli manageriali di più alto livello. Anche la leadership prevede buone dosi di comunicatività, un atteggiamento positivo e la capacità di saper motivare se stessi ma soprattutto gli altri. Altra soft skill basilare nell’odierno contesto lavorativo, molto ricercata e ampiamente apprezzata dalle aziende, è il problem solving. Questa soft skill richiede lo sviluppo del pensiero analitico, della creatività e di una mentalità innovativa: è necessario infatti riuscire a gestire i problemi con calma e attenzione in modo da poter trovare la soluzione più efficace. È una competenza spesso associata al lavoro di squadra in quanto, in presenza di un problema, è fondamentale sapere a chi rivolgersi per poter affrontarlo al meglio. In tale ottica, è ovviamente anche molto importante maturare una buona capacità di gestione dei potenziali conflitti con colleghi e fornitori.
Etica, organizzazione e flessibilità
Una delle soft skill più apprezzate è sicuramente l’etica professionale, ossia l’integrità dimostrata sul luogo di lavoro ad esempio presentandosi in ufficio puntuali o svolgendo compiti e mansioni al meglio delle nostre possibilità nel rispetto delle scadenze concordate. Le scadenze sono infatti le date che animano le nostre giornate in ufficio e dimostrare un’ottima organizzazione è essenziale per la felicità dei clienti, la gestione ottimale dei nostri sottoposti e la serenità del capo. Se unita a comunicazione e lavoro di squadra, può essere il mix vincente per riuscire a gestire con efficacia un team e proporre il risultato ottenuto come carta da giocarsi durante la richiesta di una promozione. Infine, un’ultima competenza che desideriamo citare come ottimo trampolino per progredire in azienda è la flessibilità: molte persone preferiscono non esporsi a novità e cambiamenti; tuttavia – oltre ad essere sinonimo di mentalità aperta a nuove sfide e mansioni – la flessibilità è anche ideale per sviluppare nuove hard skill ed è quindi una delle competenze maggiormente in grado di infondere un flusso continuo alla nostra crescita.

Come sfruttare le soft skill a nostro vantaggio?
Se stiamo cercando un nuovo lavoro, ricordarsi di inserire le soft skill nella stesura di un curriculum che sia a prova di distruggi documenti, meglio se nella sezione riservata all’esperienza maturata dove – accanto alle hard skill acquisite – possiamo elencare anche le competenze interpersonali sviluppate. Il colloquio rappresenta un altro momento importante per dimostrare le abilità trasversali: al pari delle hard skill, il modo di porsi, la capacità di saper ascoltare e l’atteggiamento aperto e positivo sono infatti caratteristiche caratteriali che riusciranno a convincere gli esaminatori che non siamo il candidato adeguato ma quello ideale! Durante un colloquio, inoltre, capitano spesso quelle domande “trabocchetto” su come abbiamo reagito in determinate circostanze passate. È bene ricordarsi quindi di fare esercizio anche su questo prima di affrontare la sala riunioni. E se desideriamo sviluppare maggiormente una determinata soft skill? Sono presenti numerosi corsi in merito, ma riteniamo che l’esperienza e la pratica siano la soluzione migliore.

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento per mettere in risalto le tue soft skill e utilizzarle al meglio per progredire in azienda. Quali sono le competenze interpersonali che più ti caratterizzano? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
14/12/2018

Tempo fa, ti abbiamo fornito alcuni consigli su come stilare una to-do-list efficace per aumentare la produttività al lavoro. Oggi vogliamo invece proporti un secondo strumento che può aiutarti a organizzare meglio il tempo e a liberare la mente, focalizzandola al massimo sugli impegni e sulle attività lavorative da portare a compimento: il Bullet Journal. Vediamo insieme cos’è e come può aiutarti!

Che cos’è il Bullet Journal?
Il Bullet Journal è un metodo flessibile, personalizzabile e altamente efficace ideato da Ryder Carrol per organizzare la propria vita, professionale e privata. Con un’accurata e precisa metodologia, ci insegna a registrare eventi, note e attività con lo scopo di liberare la mente, portare a compimento ciò che ci eravamo prefissati e di conseguenza, diventare più produttivi. Si tratta di uno strumento in grado non solo di organizzare ciò che dobbiamo svolgere nell’arco della giornata al lavoro, ma che ci permette anche di pianificare progetti a medio-lungo termine.
Com’è strutturato un Bullet Journal?
Il Bullet Journal può essere realizzato partendo da semplici fogli di carta da organizzare in raccoglitori documenti oppure servendosi di un quaderno che non abbia già la pianificazione impostata di un’agenda. Se decidi di utilizzarlo solamente in ufficio, il formato è perfetto perché ti permetterà di disporre di tutto lo spazio necessario per la massima personalizzazione. La prima parte del Bullet Journal va riservata all’indice, ossia circa 4 pagine in cui andrai a inserire tutte le sezioni successive con relativo numero di pagina. Segue quindi la pianificazione futura, il cosiddetto future log: una sezione con 3 mesi per pagina (da suddividere quindi in 3 riquadri) riservata a tutto ciò che devi o desideri portare a termine nei prossimi mesi. Ricordati di inserire i numeri di pagina e di segnarli nell’indice. A questo punto, sei pronto per la pianificazione mensile: il monthly log. Su due pagine, scrivi in alto il nome del mese. La prima pagina sarà costituita dal calendario: in verticale, inserisci i giorni con numero e prima lettera del giorno e riserva la seconda pagina per tutte le attività che devi svolgere in quel mese. Dovranno essere sotto forma di elenco puntato, scritte a mano in modo chiaro e conciso. Il Bullet Journal si basa infatti su ciò che in gergo viene denominato Rapid Logging – ossia la registrazione veloce delle mansioni in poche parole – e su quanto emerso da diversi studi: la scrittura a mano è più incisiva per fissare nella mente l’organizzazione della giornata. Come per la pianificazione futura, inserisci i numeri di pagina anche al monthly log e aggiungilo all’indice. Quarta sezione: il daily log per l’organizzazione giornaliera, dove andrai a includere la data seguita dalle attività lavorative da svolgere in giornata. Ultima sezione: le raccolte, ossia elenchi di cose da fare, da monitorare e da ricordare oppure da riservare a progetti che richiedono diverse attività come, ad esempio, la ricerca di un nuovo lavoro. Anche qui, ricordati sempre di aggiungere il tutto all’indice.

I simboli del Bullet Journal
Le voci da inserire sono suddivisibili in tre categorie: le attività rappresentate da un pallino, gli eventi da un cerchietto e le note da una linea. Si tratta quindi di compiti da svolgere, impegni da mantenere (come riunioni o conferenze) e idee da ricordare. Se uno di questi è particolarmente importante, contrassegnalo con un asterisco ad indicarne la priorità. Ricordati di utilizzare gli asterischi con parsimonia perché se tutto diventa una priorità, niente lo è più. Il punto esclamativo viene usato invece per tutto ciò che è fonte di ispirazione, mentre il disegno di un occhio indica la necessità di ulteriori ricerche e approfondimenti.
Il Bullet Journal come nostro alleato
Al termine di ogni mese, compila la pianificazione per il mese successivo. Dai un’occhiata alle attività da eseguire in giornata o nel mese che sta per finire e apponi una crocetta su tutto ciò che hai completato. Rifletti quindi sulle attività non portate ancora a termine e decidi se siano realmente necessarie. Se non lo sono, eliminale barrando la rispettiva riga. Se invece devono essere svolte a breve, inserisci il simbolo maggiore (>) di fianco alla relativa voce, che andrai quindi a copiare nella seconda pagina di pianificazione per il mese prossimo. Per gli eventi, attività o note che invece possono aspettare qualche mese, inserisci il simbolo minore (<) e sposta la voce nel rispettivo mese. In gergo, quest’ultima operazione viene denominata migrazione: si tratta di un’importante attività di analisi delle giornate per dedicare tempo a ciò che è realmente essenziale. Lontano dall’idea di procrastinare, ci aiuta a svolgere quello che nella nostra giornata lavorativa ha una maggiore rilevanza. E questo si tradurrà in un incremento immediato della produttività!

Suggerimenti per una maggiore efficacia
I colori possono venirci in aiuto non solo per dare un tocco di personalizzazione al nostro Bullet Journal, ma anche per unire diverse voci insieme. Per esempio, se dobbiamo svolgere una presentazione, possiamo inserire questo evento in blu contrassegnandolo con un cerchietto e riportare sotto in grigio tutte le voci associate all’evento in questione: ad esempio, organizzare una riunione con il capo per l’approvazione dei punti da discutere o lettura di determinati articoli per approfondire il tema. Essendo un sistema flessibile e molto personalizzabile, consigliamo inoltre di creare sezioni ad hoc per prefiggersi obiettivi lavorativi, delineare la giornata di lavoro ideale per ottimizzarne i tempi, fissare su carta tutte le idee emerse durante una riunione o monitorare le metriche aziendali, dalle spese ai clienti prenotati. Basta iniziare con un approccio semplice per poi lasciare spazio alla creatività!

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Speriamo che questo articolo ti abbia convinto ad adottare il Bullet Journal come valido metodo per incrementare la produttività. Quali altri trucchi o strumenti hai già utilizzato? Raccontaceli sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
03/12/2018

Di recente, abbiamo proposto un articolo su quali approcci adottare per fare carriera al lavoro in base alle fasce di età o alla fase in cui ci si trova nel percorso professionale. Abbiamo discusso di sponsor e coaching; ed è proprio sull’argomento del coaching che vorremmo soffermarci oggi, approfondendone il significato per capire come svolgerlo efficacemente al fine di progredire nel proprio cammino lavorativo. Per prima cosa, vediamo insieme cosa si intende esattamente per coaching.
Che cos’è il coaching?
Il coaching è un dialogo tra coach e coachee – ossia, tra la persona responsabile dello svolgimento di questa tecnica e quella che riceve assistenza. L’obiettivo è di consentire al coachee di acquisire consapevolezza, maggiore autonomia e di adottare scelte per il raggiungimento del proprio pieno potenziale. Non si tratta di comunicare il percorso da intraprendere. Non si tratta di fornire delle risposte. Il ruolo del coach è di aiutare il coachee ad arrivare da solo alle proprie personali soluzioni. In tal modo, pur nella complessità che caratterizza l’attuale mondo del lavoro e le realtà aziendali odierne, i leader possono mantenere l’efficacia dirigenziale di un tempo e i dipendenti possono ancora far leva sulle conoscenze del manager per ottenere risultati più personalizzati.
Perché il coaching è importante?
Se svolto utilizzandone le metodologie e le tecniche nella giusta direzione, il coaching può rappresentare un’attività molto stimolante sia per il manager che lo effettua, sia per il dipendente che lo riceve. Ad esempio, può essere utilizzato per aiutare quei dipendenti che non riescono a ottenere i risultati attesi: attraverso il coaching, il dipendente può maturare consapevolezza delle proprie lacune e trovare metodi per porvi rimedio prima che diventino grosse problematiche che incidano seriamente sul rendimento complessivo. L’obiettivo qui non è di scoraggiare il dipendente ma, al contrario, di aiutarlo a risolvere i problemi per migliorare il suo lavoro e quello del relativo team o reparto.

Il coaching può però essere effettuato anche in caso di dipendenti che già dimostrano buoni livelli di rendimento per svilupparne ulteriormente competenze, abilità ed esperienza, facendo leva sui relativi punti di forza. In tal senso, può essere interpretato come 4un’attività volta allo sviluppo professionale sia del dipendente sia del manager – l’insegnamento in fondo è uno dei più efficaci metodi di apprendimento – incrementando le opportunità di promozione e copertura di ruoli di maggior rilievo. Per ottenere il massimo dal coaching, è importante instaurare un dialogo basato su diverse tecniche e fasi. Vediamo quali!
Lascia spazio
Uno degli aspetti essenziali del coaching è la capacità di lasciare al dipendente uno spazio che lui stesso andrà a riempire. Generalmente, l’attività viene avviata con una domanda a risposta aperta. È importante che il manager non si imponga eccessivamente né limiti troppo la conversazione, in modo che il dipendente si senta libero di sollevare dubbi, incertezze e in generale, discutere di questioni a lui importanti. Da una semplice domanda come “Da dove vorresti iniziare?”, si può poi passare ad altre che focalizzino l’attenzione del dipendente su aspetti specifici, su emozioni e reazioni, su cause, motivi o azioni intraprese; ad esempio: “È un obiettivo ambizioso. Come pensi di raggiungerlo?”. Un passo successivo nel dialogo di coaching può essere rappresentato dal mettere in discussione alcuni aspetti di quanto raccontato dal dipendente, introducendo nuove idee e ipotesi. Ad esempio: “La pianificazione prevista per il raggiungimento dell’obiettivo è interessante ma ci sono alcune incognite. Come ti comporterai nel caso in cui dovessi rimanere indietro con il lavoro?”. Le domande che iniziano con “cosa” o “come” sono le migliori per lasciare al dipendente spazio di elaborazione.
Ascolta
Si consiglia di sfruttare al massimo le fasi iniziali dell’attività di coaching, rimanendovi quanto più tempo possibile per spronare il dipendente a trovare da solo le proprie personali soluzioni grazie alla maggiore consapevolezza acquisita dall’analisi del problema. In tale dialogo, la capacità di ascolto è basilare. Cercare il contatto visivo per cogliere emozioni ed espressioni mostrando un reale interesse e adottando uno stile più profondo di quello che si potrebbe trasmettere in una conversazione casuale, è fondamentale per un coaching efficace. Altro aspetto importante: l’attenzione deve essere totale. Vanno quindi evitate distrazioni e interruzioni, che impedirebbero al dipendente di sentirsi veramente ascoltato. È possibile prendere qualche appunto su un foglio di carta per fotocopie in modo da annotare i punti essenziali e rifletterci dopo la riunione.
Empatia e fiducia
La capacità di comprendere il punto di vista di una persona è importante. Nel coaching, tuttavia, riuscire a cogliere le emozioni di chi ci è seduto di fronte lo è altrettanto. Perché? Per consolidare la fiducia: aspetto basilare di una conversazione di coaching efficace. L’abilità di comprenderne lo stato d’animo può favorire moltissimo l’eliminazione di blocchi che impediscono al dipendente di esprimersi liberamente. Situazioni che aiutano a stimolare la fiducia sono, ad esempio: un manager che ammette alcuni suoi punti deboli per creare vicinanza, il mantenimento di una posizione centrale rispetto agli opposti di rabbia e noncuranza, essere un manager che dà l’esempio ricevendo lui stesso coaching dai suoi superiori per comunicare il messaggio “Io ne ho tratto vantaggio e vorrei che ora lo sperimentassi tu”. Crediamo che il coaching vada vissuto come un’esperienza positiva di connessione per aiutare le persone a raggiungere il pieno potenziale che, nell’ottica aziendale, rappresenta una strategia estremamente efficace.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare ad adottare il coaching per progredire in azienda. Ma vogliamo sapere anche la tua opinione: qual è la tua esperienza in merito? Hai mai svolto sessioni di coaching? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
26/11/2018

Il tema della diversità, nelle sue molte sfaccettature e declinazioni, rappresenta un elemento importante nella società e nelle organizzazioni e coinvolge direttamente tutti i soggetti che ne fanno parte. Qui alla Viking abbiamo affrontato molte volte argomenti legati a questa tematica e in particolare riguardo alle differenze che vi sono, in culture diverse, nel galateo adottato in ufficio.

I benefici di un ambiente di lavoro attrezzato per le diverse esigenze, con strumenti e supporti adatti come software, cancelleria, raccoglitori per classificare i documenti ma anche strumenti organizzativi come politiche inclusive mirate a coinvolgere e motivare i lavoratori, sono molteplici e hanno come denominatore comune il vantaggio competitivo.

Vantaggio competitivo che deriva proprio dall’integrare la diversità e punti di vista differenti all’interno della cultura aziendale mettendo il lavoratore nelle condizioni ottimali per lavorare. In questa infografica abbiamo approfondito il binomio lavoro e disabilità, sempre molto dibattuto, anche alla luce delle recenti novità legislative, per creare una guida sintetica e facilmente accessibile dalle aziende.

Una recente ricerca ha dimostrato che la corretta integrazione di lavoratori con disabilità ha ricadute positive anche su tutti i dipendenti e favorisce lo sviluppo di una cultura manageriale orientata a considerare punti di vista differenti, a valutare meglio le persone e ad attribuire i compiti in maniera equilibrata.

L’annoso problema occupazionale che affligge le persone con disabilità è ribadito da tutte le principali fonti statistiche, come ad esempio l’Istat che, nel più recente report sull’inclusione sociale delle persone con limitazioni funzionali, invalidità o cronicità gravi, mette in luce i divari esistenti. Come si osserva dall’infografica i numeri parlano di scostamenti, tra i lavoratori disabili e quelli senza disabilità, che rimangono rilevanti.

La legislazione ha sempre provato a normare questo aspetto e, con le ultime disposizioni, ha previsto l’obbligo, per aziende che occupano da 15 a 35 dipendenti, di assumere un lavoratore con disabilità, anche se non ci sono nuove assunzioni. Ai datori di lavoro sono concessi inoltre incentivi economici sulla retribuzione imponibile del lavoratore che varia in funzione della tipologia del contratto e del grado di riduzione di capacità lavorativa.

In molti casi questi incentivi riguardano anche interventi strutturali. Nel caso dei disabili da lavoro, ad esempio, l’Inail può rimborsare all’azienda interventi per il superamento e l’abbattimento delle barriere architettoniche, per l’adeguamento e l’adattamento delle postazioni di lavoro e per la formazione.

Come illustrato dall’infografica, è anche fondamentale curare tutti gli aspetti della comunicazione interna. È importante diffondere in azienda un linguaggio inclusivo e coinvolgere attivamente il lavoratore disabile interessato in tutti gli aspetti riguardanti la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro. L’azienda deve tenere presente tutte le possibili difficoltà del lavoratore disabile come l’impossibilità ad utilizzare il PC, difficoltà a partecipare con profitto all’attività formativa, difficoltà di relazione, difficoltà ad accedere agli strumenti di informazione interna.

Oltre alla cultura organizzativa, per affrontare le difficoltà tecniche occorre adottare quelle tecnologie in grado di assistere il lavoratore disabile come strumenti software e hardware, di tipo informatico, ma anche optoelettronico, ottico e meccanico, che compensano in tutto o in parte la mancanza di specifiche abilità. Nell’infografica è possibile trovare un elenco di alcune casistiche comuni.

Infine, è fondamentale revisionare costantemente gli adeguamenti materiali e immateriali per accertarsi che siano sempre aggiornati ed efficaci, non dimenticandosi che tutte queste accortezze devono cominciare prima dell’effettiva assunzione compresa la fase di colloquio.

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Speriamo che questi consigli pratici su come adeguare la tua organizzazione ad integrare al meglio i lavoratori con disabilità possano tornarti utili anche grazie all’infografica facilmente consultabile. Se la tua azienda occupa lavoratori con disabilità e vuoi raccontarci la tua esperienza scrivici sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
19/11/2018

In un recente articolo, abbiamo parlato di come imparare a delegare. Questa sembra essere infatti una delle attività più difficili da svolgere al lavoro: in parte perché quando si ricopre un ruolo da tempo, si può far leva sulle conoscenze e competenze maturate con la consapevolezza di saper eseguire quel compito o mansione a dovere; in parte perché non è sempre facile abbandonare attività che si sa svolgere al meglio per lasciarle ad altri. Eppure, in un’ottica di crescita aziendale e professionale nel ruolo ricoperto, acquisiamo nuove mansioni che ci mettono alla prova, ci consentono di imparare nuove abilità e ci permettono di progredire. Per poterci quindi concentrare su queste nuove attività, svolgerle al meglio e in maniera produttiva, è molto importante riuscire a delegarne altre. Prima di delegare però, è essenziale fermarsi a pensare se qualche attività non possa essere eliminata.

Concentrati sull’essenziale
Come ci insegna Tim Ferriss, la gestione del tempo è un argomento spinoso. Da alcuni viene infatti interpretata come un’ottimizzazione dei tempi volta a inserire una maggior quantità di compiti nell’arco della giornata e viene attentamente monitorata, misurata e di conseguenza monetizzata per imparare a svolgere una data mansione in minor tempo. Una delle domande che però riteniamo sia indispensabile porci è: l’attività in questione è assolutamente necessaria? Per questo motivo, prima di delegare un compito a un altro dipendente – dove dovremo dedicare tempo anche a formazione e supervisione – è importante eliminare quelle attività che ci tengono occupati ma che magari non sono effettivamente così necessarie, evitando di delegare ad altri compiti che non servono in un’escalation di (ahimè) perdita di tempo.
Efficienza ed efficacia
Spesso tendiamo a non ricordarci la differenza tra questi due termini quando applicati a livello lavorativo. L’efficacia si manifesta in quelle attività che consentono a noi o all’azienda di progredire e di raggiungere i rispettivi obiettivi. L’efficienza è lo svolgimento corretto di una data mansione. A chi non è capitato, ad esempio, di controllare le email anche 20 volte al giorno e costruire un elaborato sistema di cartelle, se non di raccoglitori documenti, per poterle gestire bene e vedere la posta in arrivo finalmente vuota? Sicuramente, si tratta di un’attività dove regna ordine e dedizione. Sicuramente è efficiente. È altrettanto importante però chiederci se tale sistema sia efficace: ossia, è un’attività che consente a noi e all’azienda in cui lavoriamo di raggiungere i rispettivi obiettivi e di migliorare la produttività? Con questo esempio, non intendiamo spronare nessuno a non leggere più le email, ma a imparare a riconoscere le proprie inefficienze per cercare di eliminarle lasciando spazio a ciò che realmente serve e soprattutto allo sviluppo dei propri punti di forza.

Esercizi da compiere
Per aiutarci a individuare quelle attività da eliminare che magari ci rendono efficienti ma non efficaci e produttivi, può venirci in aiuto qualche semplice esercizio. Ad esempio, potremmo chiederci quali attività compieremmo se, per qualche motivo, fossimo costretti a lavorare solamente tre ore al giorno. In tal modo, riusciremmo a individuare immediatamente ciò che dobbiamo portare a compimento: quelle mansioni essenziali, da svolgere nelle prime ore di lavoro e che, se completate, ci consentiranno di avere una sensazione di appagamento a fine giornata. Oppure, potremmo mettere un promemoria sulla scrivania per ricordarci di NON eseguire quelle attività che invece ci occupano del tempo a scapito di ciò che è realmente importante. Anche evitare il multitasking è un consiglio che viene spesso proposto perché focalizzando l’attenzione su una sola mansione, la si svolgerà meglio, con maggiore dedizione e con conseguente maggiore gratificazione.
Delegare e automatizzare
Come abbiamo detto, senza stancarci di ripeterlo, prima di delegare e anche automatizzare un’attività, è importante capire se tale compito sia essenziale o se possa invece essere eliminato. Come ci suggerisce lo stesso Tim Ferriss nelle sue pubblicazioni sul tema, mai automatizzare qualcosa che può essere eliminato e mai delegare qualcosa che può essere automatizzato. Prima di aggiungere altre persone nel flusso di lavoro per consentirci di aumentare e ottimizzare la nostra produttività, liberando tempo da dedicare a ciò che mette in risalto i nostri punti di forza, è necessario ridefinire regole e procedure.

Regole d’oro
Per prima cosa, ogni compito da delegare deve essere un’attività che richiede tempo e che sia ben definita. È importante essere specifici e dare istruzioni precise, chiarendo da subito possibili dubbi per non lasciare spazio a diverse interpretazioni dell’attività da svolgere. È essenziale verificare e supervisionare il lavoro in fase di avanzamento richiedendo un aggiornamento e impostando una scadenza, possibilmente con largo anticipo in modo da “aggiustare il tiro”, rimediare a eventuali errori e mantenere la tabella di marcia se l’attività fa parte di un progetto con scadenze verso terzi. La procedura del delegare va quindi ben studiata con un’attenta riflessione volta a eliminare ciò che è superfluo semplificando e ottimizzando i compiti che svolgiamo prima di delegarli a un nostro collega in un’ottica di efficacia, rendimento aziendale e maggiore produttività complessiva.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare a capire cosa fare prima di delegare uno dei compiti che svolgi quotidianamente. Ma vogliamo anche sapere la tua opinione in merito: hai applicato alcune di queste raccomandazioni o ne hai altre da proporre? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.