Categoria: Idee

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Idee
27/10/2020

Ci risiamo. on il DPCM del 25 ottobre 2020 per il 75% degli studenti delle scuole superiori si torna alla didattica a distanza. Un modo elegante per dire che si resta a casa davanti a un computer a seguire le lezioni. Per fortuna nella stragrande maggioranza delle situazioni l’esperienza del primo lockdown è servita: ora almeno non si improvvisa più su una miriade di pattaforme e qualche buona pratica è stata ormai consolidata. Però ci risiamo di nuovo, occorre ancora sopravvivere alla DAD. Come fare? Dandosi alcune semplici ma ferre regole.

1. Le mail una volta al giorno.

Massimo due, inteso come mattina prima di cominciare le lezioni e sera per una verifica delle comunicazioni. Vale per i docenti, vale per gli studenti. La scuola è sopravvissuta per secoli senza le mail e non c’è bisogno di trasformala in un mailificio. Poche comunicazioni essenziali – i lavori da fare, i lavori restituiti – ed eventualmente gli avvisi. Il resto è rumore di fondo inutile.

2. Pochi gruppi WhatsApp

Ok, gli studenti ne avranno una proliferazione, e per loro forse è più difficile farne a meno (anche se non sanno quanto gli farebbe bene disintosiccarsene). Ma per gli insegnanti è una questione di sopravvivenza: niente gruppi con gli studenti, niente gruppi con i genitori (anche qui, la scuola è sopravvissuta per secoli senza i gruppi WhastApp) e al massimo uno, unico e ufficiale, con i colleghi. Al massimo.

3. Orari chiari e tassativi

Vale per l’inizio e la fine delle lezioni, vale per i colloqui con i genitori, vale per le riunioni con i colleghi, vale per le videochiamate con il dirigente scolastico. Se c’è una cosa che la scuola può imparare dal mondo aziendale per quanto riguarda il “lavoro da remoto” è la gestione dei tempi. se la riunione deve durare 45′, dura 45′. Se il colloquio deve durare 15′, dura 15′. Il fatto di essere “comodamente a casa propria” non è un buon motivo per dilatare questi tempi.

4. Ricordarsi che esistono ancora libri e quaderni

La prima volta fu il caos: foto di compiti mandate alla rappresentante sul gruppo WhatsApp, compiti ed elaborati caricati visibili a tutti su ClassRoom, temi inviati per chat e chi più ne ha più ne metta. Ora un ’bout d’esperienza è stata fatta, gli strumenti digitali sono stati acquisiti, ma sì, ricordiamoci che per studiare e fare i compiti i cari, vecchi e buoni libri e quaderni ci sono ancora. E funzionano benissimo.

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14/10/2020

Se vuoi l’aumento, insisti. Perché la domanda di fondo, che vale per l’aumento di stipendio come per qualsiasi cosa nella vita, è: quante volte bisogna provarci prima di ottenere qualcosa? Ovvero: insistere ha senso oppure a volte è meglio desistere? Be’, secondo un’infografica di Founders & Founders nella vita bisogna insistere, che si voglia l’aumento, un appuntamento galante o semplicemente veder realizzata la propria idea.

Per capirci, Edison per creare la prima lampadina ci ha provato 10mila volte; Dyson, l’inventore dell’aspirapolvere, 5126 volte. E sono solo gli esempi più eclatanti: per esempio Sylvester Stallone è stato rimbalzato 1500 volte prima di riuscire a convincere un produttore a girare il film Rocky, uno dei maggiori successi cinematografici di sempre; o ancora Colonel Sanders ci ha provato un migliaio di volte prima di riuscire a vendere la ricetta del pollo del Kentucky Fried Chicken. Insomma, a volte capita il colpo di fortuna come nel caso della penna Bic, ma in molte altre è la tenacia e la capacità di non demordere a portare al successo. Anche quando si tratta di chiedere e ottenere il tanto sospirato aumento di stipendio.

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12/10/2020

Fatti due conti rapidi, chi svolge mansioni di ufficio o ha un lavoro sedentario passa da un quarto a un terzo delle proprie giornate lavorative seduto. Una condizione che, se vissuta con posture scorrette, può portare anche a gravi conseguenze per la salute oltre che per la produttività (il mal di schiena è tra i primi motivi di assenza dal lavoro).

Per questo motivo è sempre più importante scegliere correttamente la seduta più adatta a favore una posa ideale, senza farsi ‘ingannare’ dai soli fattori estetici.

Un primo errore ergonomico da evitare è quello per cui della sedia o poltrona da ufficio si inclina il solo schienale e non la seduta vera e propria: una vera seduta ergonomica è tale quando è dotata di meccanismo basculante che permette all’intera seduta, sedile e schienale, di inclinarsi contemporaneamente mantenendo il corretto angolo di seduta.

Una sedia da ufficio ideale deve anche essere regolabile in altezza, per permettere di sedersi correttamente con le cosce parallele al terreno e le ginocchia piegate ad angolo retto, evitando così la posizione ‘a cucchiaio’ (quella ‘stravaccata’ sul divano con il bacino in avanti e lontano dallo schienale).

La seduta vera e propria non dovrebbe nemmeno essere troppo morbida, per impedire di ‘affondare’, e così lo schienale dovrebbe avere un supporto per il tratto lombare per assicurare la postura funzionale alla lordosi fisiologica.

L’altezza degli eventuali braccioli dovrebbe anche essere tale da permettere alla sedia di infilarsi sotto il ripiano della scrivania, evitando di stare troppo lontani dal piano di appoggio e di conseguenza di sporgersi eccessivamente in avanti.

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07/10/2020

Perché promuovono sempre gli incompetenti? Quante volte ce lo siamo chiesti davanti a un capo che non è capace di comandare, a dirigenti che non conoscono il settore in cui operano, a manager che non sanno fare il loro lavoro? Per non parlare poi di politici, ministri e altre persone che amministrano la cosa pubblica. Chiedersi perché promuovono sempre gli incompetenti sembrerebbe la solita lamentela qualunquista, amplificata oggi dal ruolo del social network, e però la domanda ha un fondo di verità. Spesso, nei ruoli apicali e decisionali, ci sono degli autentici incompetenti e oggi un libro di Tomas Chamorro-Premuzic (“Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (e come porvi rimedio)”) spiega come e perché i peggiori vanno avanti e – spesso – i migliori invece no.

Intanto, il fatto che ci siano così tanti incompetenti al comando è opinione diffusa: in uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, solo il 26% aveva un’opinione positiva dei propri capi (e con la politica e i governi la % si abbassa ancor più). Non è solo un problema di chi si trova sopra, o davanti, un capo incompetente. È anche un problema di produttività: si stima infatti che al mondo l’incompetenza dei leader costi qualcosa come 500 miliardi di dollari all’anno. Senza contare la dispersione di competenze che la frustrazione comporta: il 75% di chi lascia un posto di lavoro lo fa per la frustrazione dovuta ai superiori mediocri. E tutti noi, facendo un rapido giro di sguardo tra le nostre conoscenze, sappiamo benissimo che di gente brava, capace, competente, coscienziosa, in giro ce n’è, e parecchia. E perché non fanno carriera? E perché gli incompetenti invece siedono nei ruoli di comando?

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University, la colpa è dei processi di selezione e del fatto che questi premino caratteristiche, psicologiche e di personalità, che invece sono votate al fallimento. La baldanza, l’eccessiva fiducia in sé stessi, il narcisismo troppo spesso vengono scambiati per sicurezza e capacità di leadeship, quando invece sono i tratti del carattere che più facilmente possono portare a distruggere un team di lavoro e far naufragare un progetto o un’azienda.
I processi di selezione in pratica premiano il maschio alfa, il soggetto predatore, il protagonismo e la prepotenza scambiati per carattere e leadeship, anziché riconoscere nell’umiltà, nella sobrietà, nell’understatement e nella saggezza le caratteristiche necessarie a guidare un’organizzazione, azienda o Paese che sia.

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic troppo spesso i responsabili delle selezioni scambiano la sicurezza di sé come un potenziale di leadership, senza occuparsi invece della competenza, quando ormai centinaia di studi scientifici hanno dimostrato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

In pratica: chi si mostra forte e sicuro spesso, molto spesso, sovrastima se stesso e le proprie capacità e competenze. E ciò tuttavia fa carriera, ai danni di chi invece si mostra umile, laborioso, empatico e scrupoloso. Per dirla con il filosofo Bertrand Russell «la causa fondamentale del disastro del mondo moderno è che gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

Purtroppo, come spiega Thomas Chamorro-Premuzic, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere (competenza e onestà)». Ecco spiegato perché promuovono sempre gli incompetenti.

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01/10/2020

Quasi non ce lo ricordiamo più il lavoro pre-COVID. Almeno per chi è stato costretto a casa dal lockdown, in smart working o remote working che sia. Certo ci sono state anche delle conseguenze positive, dal minor tempo perso per il tragitto casa-lavoro ai conseguenti minori costi di una giornata lavorativa fuori casa. Ma ci sono anche delle cose che ci mancano del lavoro pre-COVID, cose delle quali forse non ci eravamo mai resi conto fino al momento in cui ci sono state sottratte improvvisamente. E sono almeno queste 5.

1. Le riunioni face-to-face

Belle le videocall, senza dubbio. O forse più comode che belle. Anche se poi non è proprio la stessa cosa, rimanere concentrati e presenti è ancora più difficile, la connessione ballerina ci fa perdere pezzi di comunicazione, i rumori di fondo disturbano la comunicazione, per non parlare di quello che succede in casa in quel momento. Quindi sì, ok, le videocall, ma quanto ci mancano le care, vecchie riunioni in sala riunioni, tutti intorno al tavolo, a parlare guardandosi negli occhi?

2. Le chiacchiere con i colleghi

Per carità, non saranno mai amici e amiche. In fondo restano sempre e solo colleghi. Però ci si passa 8 ore al giorno, se non più, fianco a fianco, e alla fine si socializza, si diventa qualcosa di più di due “vicini di posto” e si fanno anche delle chiacchiere: la scuola dei figli, la squadra del cuore, qualche consiglio di investimenti o spese da fare, un pettegolezzo se non di più, con il vantaggio che essendo colleghi/e ci si può anche lasciar andare a qualche confidenza che agli amici forse non si farebbe.

3. Il caffè alla macchinetta

Oddio, non è e non sarà mai buono come quello del bar, però anche il caffè alla macchina ha un modo tutto suo per essere buono, buono al punto tale che ci manca davvero. Alzarsi dalla propria sedia, un gesto al/la collega, 3′ di relax a spezzare il ritmo del lavoro quotidiano. Sì, indubbiamente la pausa caffè alla macchinetta ci manca.

4. Il dress-code

Bello lavorare in tuta, con la barba lunga o i capelli scarmigliati. La prima settimana, forse. Poi diciamo la verità, anche vestirsi da ufficio ha un suo fascino che ora ci manca. Perché in fondo anche la “divisa da lavoro” dice molto di chi e cosa siamo.

5. Collaborare spalla a spalla

Sì, ci sono infiniti tool di collaborazione online. Ma quella cosa di alzarsi dalla propria sedia da ufficio, andare dal/la collega e lavorare assieme è qualcosa che va oltre il lavoro. Collaborare è qualcosa di antropologico, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, e che in fondo fa parte del nostro essere “animali sociali”.

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17/09/2020

Esiste il segreto della felicità, e l’hanno scoperto gli scienziati della felicità, veri e propri ricercatori all’incrocio tra discipline storiche e consolidate come la psicologia, l’economia e la sociologia, e nuovi campi di ricerca come le neuroscienze, la metamedicina e la fisica quantistica. E gli scienziati della felicità hanno trovato la pietra filosofale della loro ricerca, ovvero ciò che hanno in comune tutte le persone che si dichiarano felici. In parte dipende dal nostro controllo, parte è tutta genetica, e parte purtroppo da fattori esterni che non sono sotto il controllo individuale. Per cui no, la risposta non è univoca, non sono né solo i soldi né solo l’amore, ma ben 9 cose che rappresentano il vero segreto della felicità.

1. Forti relazioni personali
Gli anziani più felici sono quelli che nel tempo hanno coltivato forti relazioni personali che continuano anche nella terza età.

2. Avere tempo (più che soldi)
Davanti al dilemma se avere più tempo o più soldi a disposizione le persone che si dichiarano felici scelgono sempre il tempo.

3. Non avere problemi economici
Lapalissiamo, ma ha senso: c’è un livello di salario oltre il quale il benessere non aumenta progressivamente alla felicità. E quel livello è stao stimato per gli USA in 75.000 dollari / anno. Abbastanza per vivere agiatamente ma non tale da creare l’ossessione per il denaro.

4. Essere gentili
Le persone gentili, che donano il proprio tempo gratuitamente agli altri, dai piccoli favori al volontariato, sono sempre, invariabilmente, felici.

5. Una vita attiva e sportiva
Sarà la serotonina, sarà l’autostima, sarà il benessere fisico, ma chi si ritaglia del tempo per fare un ’bout di sport o rimanere almeno attivo si dichiara anche sempre felice.

6. Comprare esperienze, non oggetti
Chi spende i propri soldi (vedi punto 3) in esperienze anziché in oggetti si dichiara sempre felice. Più felice per un viaggio che per l’auto nuova. Ma ci sono anche degli oggetti – come i libri, o l’attrezzatura sportiva – che danno gioia perché permettono di fare esperienze (e non costano necessariamente come un’auto)

7. Rallentare e meditare

La vita frenetica è nemica della felicità (o forse ne è una forma illusoria ed effimera). È la capacità di rallentare, meditare e godere dei piccoli dettagli della vita (un profumo, un sapore, uno scorcio) a caratterizzare chi si dichiara sempre, incondizionatamente, felice.