Categoria: Idee

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Idee
21/09/2021

Comandare non significa essere dei leader, e la pandemia, con il ricorso allo lavoro da remoto e la conseguente, crescente richiesta di lavoro smart e agile, hanno rimesso al centro del dibattito proprio lo stile di comando dei leader. Saltato il controllo fisico dettato dalla presenza dei lavoratori in azienda, è emerso con ancora più forza come la leadership sia una componente essenziale in qualunque organizzazione. E non è un tema che riguarda solo le posizioni apicali, ma anche il middle management e chiunque abbia la responsabilità di guidare anche solo uno small team.

La leadership è il modello di comportamento di chi ha una responsabilità superiore nei confronti di chi occupa posizioni professionali inferiori, e riguarda tanto la relazione con le singole persone quanto nei confronti dei gruppi. Quello che molti non riescono a cogliere è che lo stile di leadership, a un occhio attento, dice molto della cultura dell’azienda, del clima che vi si respira, delle opportunità di crescita che vi si possono cogliere e, più in generale, della qualità complessiva del lavoro.

E sicuramente tutti riconosceranno nei seguenti stili di leadership un capo con cui, nella propria vita, hanno avuto a che fare.

1. Autoritario e autocratico
Decide lui, e gli altri devono eseguire. Stop.

2. Patriarcale
Come l’autoritario, ma più anziano, e quindi talvolta più bonario e generoso.

3. Carismatico
Magari non ha una competenza forte su ogni aspetto, ma come ti ispira lui, nessuno. E hai sempre grande libertà.

4. Burocratico
Non comanda lui. E nemmeno tu. Comanda la procedura.

5. Democratico
Tutti partecipano a ogni processo decisionale e operativo, delega un sacco e chiunque può dire quello che pensa.

6. Laissez-faire
Che significa lasciar fare. Fintanto che i problemi non diventano grossi o gravi.

Idee
16/09/2021

Prima o poi arriva il momento di parlare di stipendio durante un colloquio di lavoro. Magari non al primo colloquio, magari non con il primo selezionatore, ma dopo aver smarcato tutti gli altri aspetti della reciproca conoscenza arriva inevitabile il momento in cui si parla di soldi. I soldi per alcuni sono una specie di tabù in grado di mettere in imbarazzo, per altri la misura del proprio valore professionale, per l’azienda ovviamente una voce di costo ma anche un investimento se non proprio un’opportunità.
Come parlare di stipendio durante un colloquio di lavoro
Se c’è una cosa da non fare è quella di presentarsi totalmente impreparati a rispondere alla domanda su quanto ci si aspetta come salario. L’altra è arrivare con una richiesta fissa e non negoziabile. Tra questi due estremi ci sono un po’ di cose di cui tener conto per impostare la negoziazione economica con il prossimo datore di lavoro.

1. Onestà sulle attuali condizioni economiche
L’onestà dovrebbe riguardare ogni aspetto del nostro passato professionale, ma soprattutto riguarda l’attuale trattamento economico. Dire chiaramente quanto si guadagna, e quali sono le attuali condizioni di trattamento economico in modo dettagliato significa creare le basi di una trattativa. Trattativa che non deve nascondere nessun aspetto, compresa la motivazione al cambio di posizione lavorativa.

2. Conoscere il CCNL
Ovvero il Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro, nel caso di un posizione come dipendente, e sia che si intenda cambiare settore che nel caso si voglia semplicemente cambiare azienda. In particolare retribuzione netta e retribuzione lorda, eventuali elementi variabili e ogni altro aspetto componga lo stipendio. Nel caso di un incarico da consulente è invece il mercato a stabilire il range di retribuzione, e in questo caso è opportuno farsi un’idea analizzando annunci per posizioni simili o equivalenti.

3. Conoscere la politica aziendale
Anche nello stesso settore, anche tra aziende simili per dimensione, anche per posizioni equivalenti in aziende e settori diversi, ci possono essere politiche diverse per quanto riguarda la retribuzione. Non è facile conoscere questi aspetti, ma talvolta con un po’ di ricerche online o qualche contatto del proprio network professionale è possibile farsene un’idea.

4. Prepararsi a ipotesi alternative
Premi legati a obiettivi, benefit aziendali, flessibilità e smart working, incentivi, rimborsi per viaggi e trasferte: sono solo alcune delle voci alternative e variabili che possono arrivare a comporre il pacchetto di trattamento economico e che possono far decidere se accettare o declinare l’offerta per quel determinato posto di lavoro.

Idee
14/09/2021

Sono numerosi gli aspetti che entrano in gioco quando cerchiamo un lavoro o desideriamo una promozione all’interno dell’azienda in cui svolgiamo la nostra professione. Uno strumento che può senz’altro aiutarci nella progressione che vorremmo è il networking. In passato, abbiamo già affrontato la tematica fornendo dei consigli su come svolgere le attività di networking con efficacia. Avevamo sottolineato quanto sia importante a volte – oltre alle competenze acquisite – conoscere personalmente qualcuno in grado di offrirci un aiuto concreto a livello lavorativo. Oggi, vogliamo affrontare un altro aspetto legato al networking e in particolare, come eseguirlo in base alle diverse fasi in cui ci troviamo nel nostro percorso professionale.
Perché differenziare il networking in funzione delle diverse fasi della carriera?
Ci potrà sembrare che il networking sia un’attività in cui si incontrano semplicemente persone con cui discutere del proprio percorso professionale. In realtà, non tutti i tipi di networking sono uguali. Oltre a modalità completamente diverse di svolgerlo, esistono anche approcci e tecniche diverse in base al risultato che si vorrebbe raggiungere. Dall’ottenere il primo lavoro fino a ricoprire ruoli di più elevato livello all’interno di un’organizzazione, il networking è una parte essenziale della carriera professionale e in ogni fase, deve possedere obiettivi diversi e di conseguenza, tecniche adatte. Ad esempio, la capacità di lavorare sodo per acquisire esperienza può essere una modalità appropriata all’inizio della nostra carriera ma non necessariamente ciò che ci consentirà di ottenere una promozione in una fase successiva. Per questo, il networking richiede una serie di abilità distinte. Vediamo quindi nel dettaglio quali sono per riuscire a padroneggiarle a dovere.
Il networking nei primi anni
Quando siamo alla ricerca del nostro primo impiego, è bene farlo sapere a quante più persone possibili. È importante crearsi una solida rete partendo dalle persone che conosciamo: amici, parenti, professori universitari, responsabili che ci hanno seguito nel corso di uno stage e così via. È inoltre cruciale che sappiano il percorso di studi che abbiamo seguito, il settore in cui vorremmo lavorare e la posizione ricercata in modo che se ne ricordino in successive conversazioni con terzi o qualora stiano scorrendo eventuali annunci di lavoro. Il fattore età può essere un altro importante aspetto da sottolineare. Spesso le aziende sono alla ricerca di nuove leve mosse da entusiasmo e a cui offrire formazione e crescita. È importante quindi sforzarsi per creare una rete estesa, facendosi conoscere e ponendo in risalto le caratteristiche per le quali potremmo offrire un contributo positivo a un’eventuale azienda.

Come ottenere una promozione con il networking
Sono ormai diversi anni che ricopriamo il ruolo per il quale siamo stati assunti. Abbiamo imparato molto, siamo cresciuti e ci sentiamo sicuri nello svolgere le attività di cui siamo responsabili. Desideriamo metterci in gioco, continuare a crescere e ottenere una posizione di maggior livello. In poche parole, siamo pronti a chiedere una promozione. Il networking rappresenta sempre un ottimo strumento per aumentare la propria visibilità. In fondo, sono sempre persone quelle che ti accorderanno una promozione e la comunicazione della tua volontà può già essere un’ottima tecnica in tal senso. Il tuo desiderio potrebbe essere esaudito già dopo una conversazione alla stampante laser! Il networking può anche aiutarti ad acquisire quelle competenze necessarie al ruolo che speri di ottenere. Ad esempio, puoi venire a conoscenza di corsi di formazione da seguire o di conferenze a cui partecipare per approfondire le tue competenze attingendo direttamente da esperti del settore. Inoltre, il networking è una tecnica in grado di sviluppare profondamente le soft skill, ossia quelle competenze trasversali necessarie nel mondo del lavoro al pari di quelle tecniche. Se vorresti, ad esempio, ricoprire una posizione da team leader, il networking può aiutarti a rafforzare l’abilità nel rapportarti con gli altri.
Il networking negli stadi avanzati della carriera
Anche qui, il networking è essenziale per comunicare il tuo desiderio di avanzamento. Ad esempio, potrebbe essere arrivato il momento di ricoprire un ruolo manageriale: in questo caso, è importante svolgere il networking anche con persone al di fuori dell’azienda, con addetti all’assunzione di personale con competenze di leadership e con persone influenti all’interno del tuo settore. Il networking è inoltre fondamentale qualora tu decida di voler metterti in proprio. Uno degli aspetti con cui fare i conti se si lavora in maniera indipendente è proprio l’isolamento che porta spesso a essere lontano da colleghi e potenziali opportunità. Il networking, in questo caso, non solo ci offre un ottimo strumento per creare una solida rete di persone con le quali confrontarci ma ci consente di far conoscere la nostra azienda o attività suscitando l’interesse di potenziali clienti.

L’importanza dell’interazione umana
In un’era sempre più focalizzata sull’intelligenza artificiale, l’interazione umana può veramente fare la differenza nel creare dei rapporti solidi che possano aiutarci nel percorso lavorativo che vorremmo crearci. Siamo inoltre in un’era sempre più social. Interagire con altre persone e potenziali clienti su piattaforme come LinkedIn può essere un ottimo modo per raggiungere i nostri obiettivi. Per cui, vale la pena uscire, farci conoscere e comunicare la nostra volontà perché come dice uno dei motti del networking, non si sa mai con chi potremmo trovarci a parlare!

 

Idee
13/09/2021

Il rientro in ufficio di questo settembre 2020 è per molti all’insegna del lavoro ibrido. Non più solo lavoro da remoto, come l’abbiamo sperimentato e vissuto nei mesi del lockdown generale. Non tanto smart working, che presuppone libertà di luogo e tempo e che al momento è una modalità riservata solo a determinate figure di determinati ambiti professionali. Ma una forma intermedia, appunto lavoro ibrido, fatto di giorni in presenza e giorni a casa, con team liquidi che interagiscono di persona e tramite i dispositivi digitali. Una nuova sfida da affrontare, tanto per chi lavora quanto per i manager e i responsabili delle risorse umane, per la quale servono anche nuovi paradigmi organizzativi e mental set tutti da scoprire e sperimentare. Perché secondo molti osservatori, e nel sentimento comune, questo lavoro ibrido è destinato a diventare la nuova normalità.

1. Fare team building attraverso l’engagement
Non c’è più la macchinetta del caffè, non c’è più la pausa pranzo tutti assieme, non ci sono più le riunioni fisiche. O almeno tutte queste cose ci sono molto meno, e non sempre, e non necessariamente con tutte le persone contemporaneamente. E se il lockdown e il lavoro da remoto hanno fatto crollare l’engagement sul posto del lavoro (-16%, dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano) ricreare engament attraverso il digital storytelling è il primo passo del nuovo team building.

2. Sviluppare skill per il lavoro agile
All’inizio siamo rimasti a casa, facendo le solite cose, nello stesso modo, solo che a distanza. Ma ora è il momento di cominciare a sfruttare pienamente le potenzialità della tecnologia digitale applicata al lavoro ibrido. Che non significa solo saper usare programmi e strumenti, ma sviluppare soft skill specifiche per interagire e lavorare efficacemente da remoto.

3. Costruire nuove relazioni
La sorpresa del ricorso massiccio allo smart working è stata che i team replicavano le dinamiche relazionali disfuzionali anche non essendo in presenza. Ma il lavoro ibrido a questo punto pone una doppia sfida: migliorare le relazioni in presenza e anche quelle da remoto. Tanto che alcune aziende hanno già previsto figure come quella dell’agile coach per gestire la transizione verso la nuova normalità del lavoro ibrido.

Idee
08/09/2021

La pandemia ha messo molte persone, uomini e donne, davanti alla prospettiva di cercare un nuovo lavoro a 50 anni. Alcuni per necessità, perché hanno perso il lavoro, altri per desiderio, perché l’anno di lockdown, restrizioni e smart working ha indotto molte persone a fare i conti con le proprie priorità e cercare altre soluzioni professionali. Ma cambiare lavoro a 50 anni non è un gioco da ragazzi. A meno di non essere già in posizioni top, per cui più che l’esigenza c’è l’opportunità di cambiare lavoro e dare un altro boost alla carriera, per molti ormai negli anta confrontarsi con il mercato del lavoro significa fare i conti con age shaming, skill obsolete, network professionali ristretti e altri fattori che possono rendere difficile, anche molto difficile, ricollocarsi.

Molte società di recruiting hanno già fiutato il trend, accentuato dal fatto che ormai le carriere non sono più lineari – dal primo all’ultimo giorno di lavoro nella stessa azienda – ma le transizioni da azienda ad azienda, ma anche da un settore a un altro, sono sempre più la normalità. Anche a 50 anni. E partendo dalle loro indicazioni abbiamo stilato questo elenco di 9 consigli per chi deve, o vuole, cercare un nuovo lavoro a 50 anni e ha bisogno di orientarsi in un contesto sconosciuto.

1. Autoconsapevolezza
Il primo passo da fare: rivedere e analizzare la propria storia professionale, fare la lista delle competenze acquisite (hard & soft) e di quelle mancanti, fare il match con le aspirazioni, e focalizzare i settori nei quali potersi proporre e spendere.

2. Obiettivi
Obiettivi professionali, che però in un’ottica di work-life balance devono fare i conti con la realtà della propria vita. Si può puntare al downshifting così come a un boost di carriera negli ultimi anni da spendere, ma l’importante è aver ben chiaro cosa si guadagna e cosa si perde da queste scelte.

3. Soft Skill
Chi ha 50 anni è ragionevolmente entrato nel lavoro in un’epoca in cui le soft skill non erano quasi considerate. Era l’epoca pre-Internet e pre-Digital, e il tempo scorreva molto più lento. Oggi il lavoro ha subito un’accelerazione pazzesca, e le aziende ricercano anche, se non soprattutto, competenze trasversali, sociali, umane, relazionali, comunicative, creative, decisionali. E sopra tutte una: il problem solving.

4. Valore
A 50 anni c’è una vita professionale dietro le spalle. E più che riempire il CV c’è il problema di snellirlo. Asciugarlo. Fare selezione. In una parola: dare valore. Poche esperienza, da stare in una pagina massimo, solo le più rilevanti, con una descrizione sintetica non tanto del ruolo o dei compiti ma dei risultati e del modo in cui sono stati raggiunti. A 50 anni è pacifico saper fare delle cose, la discriminante oggi è come le si fa.

5. Network
Una volta il lavoro si trovara per conoscenza, e forse oggi è ancora un po’ così. Ma oggi le conoscenze si chiamano network, e sono passate anche al mondo digitale. Costruirsi una solida rete professionale richiede tempo e impegno, ma è indispensabile per aprirsi nuove porte lavorative.

6. Competenze
Non necessariamente a 50 anni si è vittima di obsolescenza programmata delle competenze. Ma è molto probabile che per cambiare lavoro sia necessario aggiornarle o acquisirne di nuove, guardando all’oggi ma soprattutto al domani. L’offerta formativa è vasta, ricca, articolata: più che buttarsi a capofitto è bene scegliere con cura a cosa dedicare il proprio tempo, le proprie energie e talvolta anche le proprie risorse economiche.

7. Social Media
Non sono solo un modo per perdere tempo, anzi. Da Linkedin ai più “leggeri” Facebook, Instagram & Co, i Social Media possono essere un potentissimo strumento di personal branding. Cioè promozione di se stessi. Ovviamente bisogna farne un uso professionale: partecipare a discussioni “tecniche”, condividere contenuti interessanti, scrivere contenuti di approfondimento sono tutte azioni che consentono di farsi conoscere e notare da relazioni professionali di qualità.

8. Mercato
L’errore più comune, a ogni età, è quello di cercarlo solo quando serve. In realtà la ricerca del lavoro dovrebbe essere una parte integrante della vita professionale in ogni suo momento: le professioni evolvono, i settori cambiano, e con essi le esigenze dei recruiter. Avere idea del modo e dei motivi per cui ci sono stati questi cambiamenti sarà senza dubbio d’aiuto in sede di colloquio.

9. Mentore e Allievo
Il mentoring è sempre più una pratica diffusa nelle aziende di oggi. E a 50 anni si è ottimi candidati per diventare mentori dei collaboratori più giovani. Ma potrebbe anche capitare che colelghi più giovani abbiano skill più evolute, o occupino posizioni manageriali con responsabilità superiori. È il caso del reverse mentoring, in cui sono i lavoratori più giovani a istruire la Generazione X. In ogni caso non dare per scontato che nel tuo eventuale posto di lavoro la tua seniority.

Credits photo: Pexels

Idee
06/09/2021

Credeteci o meno, ma buona parte dello stress, del nervoso, della tensione e delle arrabbiature di una normale giornata di lavoro non dipendono dalle 8 (o più) ore passate a lavorare in ufficio ma da quelle passate per fare il tragitto casa – lavoro: è la (neanche tanto) sorprendente scoperta di uno studio (European Commuter Survey, realizzato da Ford) su 5.503 ‘pendolari’ in sei grandi città europee (Barcellona, Berlino, Londra, Madrid, Parigi e Roma).

Per un po’, per tutti i mesi della pandemia e dello smart working obbligatorio, ce ne eravamo quasi dimenticati. Ma ora che stiamo cominciando a sperimentare la nuova normalità, con il ritorno in ufficio per moltissimi lavoratori, è un tema che torna d’attualità. La prima causa di stress sono i ritardi dovuti a code e traffico oppure i disservizi sui mezzi pubblici: riguardano l’80% dei pendolari almeno una volta al mese e il più delle volte sono capaci di mandarci letteralmente fuori dai gangheri. Poi c’è il tempo effettivamente e normalmente passato in viaggio tra casa e ufficio, che nella maggior parte delle metropoli europee supera i 100 minuti al giorno (ovviamente Roma batte tutti, con ben 111 minuti). Un tempo non-tempo che nell’ultimo anno e mezzo abbiamo imparato a usare in altro modo. Per riposare di più, per dedicarci alla famiglia o semplicemente per essere davvero smart.

I risultati di questa vita da pendolari sono ansia, nervosismo, tensione. E di conseguenza anche minor produttività e creatività durante le effettive ore di lavoro.

Che fare?
Secondo Andreas Ostendorf, vicepresidente di Ford Europa con responsabilità per sostenibilità, ambiente e ingegneria della sicurezza citato dal Guardian “Tutti dobbiamo lavorare insieme su una rete di soluzioni interconnesse e sostenibili per offrire una più ampia varietà di modalità di trasporto a prezzi contenuti, che siano accessibili e sostenibili. Percorsi pedonali, biciclette, autobus, treni, autoveicoli, tram, bus navetta: tutte modalità che devono essere collegate e integrate per ottimizzare la mobilità urbana in futuro”.