Categoria: Idee

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Idee
22/01/2020

Sedersi correttamente alla scrivania può davvero fare la differenza in fatto di comfort e salute. Ore e ore passate alla scrivania, davanti al monitor di un computer, e poi la sera, o col tempo, si comincia a soffrire di mal di schiena e cervicale. Sono le moderne malattie professionali, che costano dolori a chi ne soffre e perdite economiche ai datori di lavoro. Con l’inquietante prospettiva di modificare per sempre la nostra postura. Ma starne alla larga è tutto sommato semplice: basta sedersi nel modo corretto, rispettando alcune indicazioni circa la postura sulla poltrona da ufficio, e le distanze e altezze degli strumenti informatici.

Ecco le principali raccomandazioni:

Appoggiare l’osso sacro allo schienale della sedia, mantenere il rachide ben allineato con la testa allineata al collo – in pratica mantenere la schiena dritta – e appoggiare i piedi a terra con le ginocchia che formano un angolo a 90°.
Appoggiare i gomiti alla scrivania, la cui altezza dovrebbe essere regolabile in un range tra i 65 e gli 80 cm per permettere il posizionamento degli avambracci e dei polsi tale da mantenere le spalle rilassate.
Secondo le indicazioni normative tecniche lo spazio per le gambe sotto il tavolo deve essere almeno di 70 cm in larghezza e 60 in profondità all’altezza delle ginocchia e 80 cm per i piedi.
Anche le dimensioni della sedia contano: il piano di seduta deve essere compreso tra i 40 e i 50 cm di larghezza e dai 38 ai 42 cm di profondità, e l’altezza regolabile dai 38 ai 50 cm. Anche lo schienale deve essere regolabile, in altezza (tar i 20 e i 40 cm) e in inclinazione (tra i 90° e i 110°).
Per evitare torsioni del busto la sedia deve essere girevole, con un basamento a 5 razze più ampio del sedile, per questioni di sicurezza.
Lo schermo o monitor del computer deve essere posizionato a una distanza tra i 35 e i 60 cm dagli occhi dell’operatore, e il raggio visivo che parte dall’occhio dell’operatore e si dirige verso il basso e verso lo schermo deve formare un angolo con l’orizzonte di 15°/20°.

Idee
13/01/2020

La tecnica e la tecnologia non hanno mai corso così veloce come negli ultimi 20 anni. Basta pensare ai telefonini: all’inizio erano Nokia e Motorola, poi venne il BlackBerry, e dopo una breve stagione l’iPhone e gli smartphone, con l’ascesa dei produttori asiatici, da Samsung a Huawei. Ma per la generazione nata dopo la Seconda Guerra Mondiale un telefono era un telefono, un giradischi un giradischi, un televisore un televisore (a parte il passaggio dal bianco e nero al colore) e tali sono rimasti per anni, se non per decenni.
9 oggetti che non usiamo più
Negli ultimi 20 anni invece molti di quegli oggetti sono scomparsi, letteralmente estinti, e altri oggetti hanno avuto invece vita breve, se non brevissima (l’iPod, per esempio, come tutti i lettori Mp3). E allora – insieme alle cabine telefoniche; chi ne trova più in giro? – vediamo i 9 oggetti che davvero non usiamo più perché diventati obsoleti nel corso degli ultimi 20 anni.
Fotocamere e rullini fotografici
Oggi fare foto è un’attività per tutti e di tutti, e non c’è limite al numero di immagini che catturiamo con i nostri smartphone (più ancora che con le nostre fotocamere digitali). Eppure appena nel 2000 scattare una foto significava utilizzare un rullino, e le città erano costellate di centri sviluppo e stampa in 1 ora, soprattutto nelle zone di maggior passaggio e nei centri commerciali: portavi il rullino, facevi la spesa e al ritorno avevi la tua busta con le foto stampate (e spesso si trattava anche di immagini di mesi prima, perché non si stampava nulla finché il rullino non era completo).
I floppy disk
Chi si ricorda gli albori dei primi personal computer non può aver dimentica i floppy disk. Si chiamavano “floppy” perché nella loro prima versione erano racchiusi in una guaina flessibile, e contenevano una quantità irrisoria di dati, 1,44MB: all’inizio ci stavano tanto il software quanto i singoli file, ma ben presto entrambi diventarono troppo “pesanti” e il floppy fu sostituito dal CD e dai DVD e poi dalle memorie USB, ancora oggi in uso per trasferire file e documenti (ma Sony ha prodotto floppy disk fino al 2011…).
I PDA
Dove PDA sta per Personal Digital Assistant. In pratica il vorrei ma non posso dei moderni smartphone. Negli anni Novanta erano uno status symbol e anche la prima forma embrionale di mobile computing tascabile: il Palm Pilot è stato per qualche anno simbolo di business man, ma in effetti permetteva di prendere qualche appunto, memorizzare qualche informazione e in alcuni casi far girare qualche applicazione (per lo più giochi, in effetti…). Quando arrivò il primo smartphone, l’iPhone di Apple, si estinsero come i dinosauri.
I proiettori per lucidi
Per quasi 50 anni ce n’è stato praticamente uno in ogni aula universitaria, se non scolastica: prima dei PowerPoint, prima di ogni altro file, per mostrare qualcosa a un uditorio c’erano questi proiettori che utilizzavano fogli trasparenti (o appunto lucidi, come si diceva) sui quali gli insegnanti scrivevano a mano libera. Il resto della tecnologia non era diverso da quello degli attuali proiettori, tanto che 3M ha dismesso la produzione di proiettori per lucidi solo nel 2015.
Le cassette VHS (e i videoregistratori e BlockBuster)
Le cassette VHS hanno dominato il mercato dell’intrattenimento per decenni, dagli anni Settanta alla metà degli anni Novanta. Praticamente ogni famiglia aveva un registratore VHS, e molte noleggiavano le cassette da BlockBuster per godersi una serata in famiglia. Ma le VHS servivano anche come tutorial, lezioni da remoto e molti altri usi anche professionali. Poi vennero i DVD (nel 1997) e dal 2007 lo streaming, che ha definitivamente chiuso un’epoca (anche se Funai si è ostinata a produrre lettori DVD fino al 2016).
Le mappe stradali cartacee
È difficile da immaginare oggi, ma fino ai primi anni Duemila c’era una mappa stradale praticamente in ogni auto. Le mappe cittadine, quelle provinciali, quelle regionali, quelle nazionali e anche quelle continentali: per raggiungere un indirizzo bisognava trovarlo sulla cartina e poi escogitare il percorso, e non era affatto così immediato come oggi con i navigatori satellitari. Ecco, appunto, con il GPS, prima come dispositivo di navigazione stand alone e poi integrato negli smartphone oltre che nelle auto, è scomparsa anche quell’industria cartacea.
Gli MP3 Player
Al contrario di molti degli oggetti precedenti gli MP3 Player, dall’iPod in giù, hanno avuto vita breve ed effimera. Ben più lunga è stata quella del Walkman (nella doppia versione, prima con cassetta musicale, poi con CD) e ben più lunga si prospetta quella dello streaming. Del resto se Apple ha smesso di produrre iPod nel 2014 è perché tutto quel lavoro di trasferire file dal computer al player non era affatto comodo.
Le cabine telefoniche
Solo chi ha provato davvero l’esperienza può ricordarsi cosa fosse fare una telefonata prima dei telefonini: trovare una cabina telefonica, trovarla possibilmente libera, avere a disposizione dei gettoni o le tessere magnetiche e infine, sperabilmente, trovare qualcuno dall’altra parte del filo. Perché si telefonava solo su fisso, a casa o in ufficio o nei bar, e quando la gente usciva non era più raggiungibile. Oggi forse e talvolta si trova ancora qualche telefono a pagamento in vecchi bar di campagna o di montagna, ed è sempre per via del telefonino e degli smartphone che anche l’aspetto delle nostre città è cambiato così rapidamente.
Il ciclostile
Bisogna aver fatto le scuole non dopo gli anni Settanta per ricordarsi del ciclostile, ma il duplicatore stencil altro non era che l’antenato delle fotocopiatrici in un’epoca in cui l’alternativa era la copiatura a mano. Chiunque sia nato fino agli anni Settanta ha passato qualche momento a girare la manovella del ciclostile e ha salutato con gioia l’arrivo delle prime fotocopiatrici.

Idee
10/01/2020

Al primo colloquio è inevitabile pensare a come vestirsi. Sì, dovrebbe contare di più il contenuto del curriculum e le risposte che si danno, ma l’abito continua a fare il monaco anche nel 2020 e pensare a cosa indossare per fare una buona impressione (o almeno non farne una cattiva) con i recruiter continua a essere importante. La buona notizia è che – secondo Glamour UK, ma vale anche per noi latini – come vestirsi al primo colloquio dipende sempre più dal settore di lavoro per il quale si sostiene la selezione. In parole povere: discutere per il ruolo di creativo in una media agency è diverso che farlo per il centro studi di una banca e presentarsi in grisaille per il primo è un autogol tanto quanto in shorts per il secondo.
Primo colloquio: gli errori di abbigliamento da evitare
Di fatto, comunque, qualunque sia il settore, ci sono degli errori di abbigliamento da evitare sempre e comunque in occasione di un primo colloquio. Un conto è essere casual o propriamente creativi, un altro trasandati nel vero senso del termine (e vale per l’outfit ma anche per la cura di sé e l’igiene personale); analogamente un conto è essere formali e un altro eccessivamente eleganti. Un conto è una barba ben curata, un altro far sembrare di aver perso il rasoio, e analogamente un conto è un leggero trucco che dia luce al viso e un altro presentarsi acqua e sapone al punto da risultare pallide e malate o, al contrario, con un trucco da serata in discoteca. Insomma, in medio stat virtus, anche nei posti molto formali o molto creativi, perché bisognerebbe sempre evitare che il proprio aspetto colpisca più delle proprie esperienze e competenze, e se proprio si hanno dubbi, si può sempre fare qualche ricerca online per vedere come si vestono i dipendenti di quella azienda (c’è sempre qualche foto di evento aziendale, qualche immagine nel chi siamo, etc)
Primo colloquio: come vestirsi
Riassumendo, per settori creativi come moda, design, digital ma anche new media, si può senza dubbio osare di più, facendo attenzione agli accostamenti cromatici (bene i toni neutri con accessori colorati pop), bene anche la sovrapposizione di stili e registri (come i jeans con la giacca formale, o l’abito con t-shirt e sneaker) bene anche i dettagli molto personali, come un tocco di colore nei capelli, i tatuaggi (se ben fatti, non modello galeotto…) e gli accessori che dicono qualcosa del gusto e della personalità.

Ben diversi sono invece settori come il bancario, l’assicurativo, ma anche le TLC dove l’outfit formale è di rigore: completo per lui, con camicia e cravatta, tailleur o giacca e pantalone per lei, con scarpe eleganti meglio se décolleté per lei. Il tutto ovviamente su toni neutri e rassicuranti come il grigio, il nero o il blu. E sì, se ci sono tatuaggi, piercing e orecchini è mandatorio nasconderli (o toglierli).

Idee
09/01/2020

Lo smart working, anche in Italia, è una modalità di lavoro sempre più diffusa: secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano gli smart worker in Italia, nel 2019, sono stati 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018, e appena il 10% di un bacino potenziale di lavoratori che, per tipologia e modalità di impiego, tocca i 5 milioni. Ovviamente, come in tutte le novità, non mancano i pro e i contro, sia dal punto di vista dei lavoratori che di quello dei responsabili delle risorse umane. Tuttavia è vero che oggi più di ieri la tecnologia permette facilmente la collaborazione da remoto, oggi più di ieri il lavoro è sempre più fluido, oggi più di ieri ridurre l’impatto ambientale è un valore anche per le aziende (al pari di ridurre i costi per sedi e uffici) e oggi più di ieri il work-life balance è percepito come un aspetto fondamentale della vita e della carriera.
«Se pensiamo a un target come quello dei Millennials, il classico modo di lavorare di fronte a una scrivania e con orari definiti non esiste praticamente più e, proprio per questo, lo smart working è uno strumento vincente per restare competitivi anche nell’attrarre i nuovi talenti».
* Benjamin Jolivet, country manager di Citrix Italia, South Eastern Europe e Israele
Smart Working: luci e ombre del lavoro da remoto
Da una ricerca commissionata da Citrix ad Ales Market Research emergono tutte le luci e ombre che aleggiano intorno al tema dello smart working:

Il 66% dei responsabili delle risorse umane intervistati ha dichiarato che la policy per lo smart working è parte della vision futura dell’azienda
Il 64% dei responsabili delle risorse umane intervistati ha detto di incoraggiare attivamente questa nuova modalità di lavoro
Il 52% dei responsabili HR intervistati vede nello smart working un pericolo concreto per la dimensione sociale dell’azienda
Il 57% dei responsabili HR intervistati teme ancora che la mancanza di controllo possa impattare negativamente sulle performance
Il 55% delle aziende interpellate non si sente pronta a supportare lo smart working dal punto di vista tecnologico
Il 48% delle aziende interpellate è preoccupato per tutto ciò che riguarda la sicurezza

Tuttavia ci sono aziende che lo smart working lo stanno sperimentando da tempo con risultati più che positivi: in Microsoft Italia, che l’ha introdotto già 10 anni fa, il 79% degli smart worker dichiara di essere più produttivo e il numero di dipendenti che lavorano in modalità agile per oltre 6 giorni al mese è quintuplicato in un anno (dall’11% al 55%).
Smart Working: 10 regole per farlo funzionare
Alla fine il lavoro smart, o agile, è soprattutto una questione di buone pratiche e comportamenti virtuosi, come quelli compresi nel decalogo stilato dalla società di recruiting PageGroup:

Management orientato al risultato
Dare (da parte del management) e richiedere (da parte dello staff) obiettivi chiari e indicazioni precise in termini di scadenze e risultati. Poi focalizzarsi sul risultato e non sulla presenza.

Comunicazione multicanale
Il segreto dello smart working è una efficiente comunicazione: mail e instant messaging ma anche video e call conference.

Strumenti adeguati
Senza strumenti adeguati lo smart working non può funzionare: strumenti per comunicare, strumenti per condividere, strumenti per lavorare.

Gestire il tempo
Gestire il tempo è l’aspetto più difficile per ogni lavoratore che passa da una modalità tradizionale di lavoro a quella agile e smart: è una forma mentis che si acquisisce con il tempo e non necessariamente in automatico.

Darsi dei limiti
Il rischio del lavoro smart è quello di lavorare sempre, anche oltre il proprio orario di lavoro: lavoro flessibile non significa lavorare h24, e saper porre dei limiti anche alla propria reperibilità è fondamentale.

Attenzione al multitasking
Il rischio del lavoro da remoto è la dispersione, di energie e di tempo. Dal lavorare fianco a fianco al gestire la comunicazione multicanale è un attimo che si finisce preda del peggior multitasking: darsi delle regole è essenziale anche in questo aspetto.

Lavoro smart per tutti
Se lavora smart il capo, dovrebbero poterlo fare anche quelli dello staff: un lavoro smart asimmetrico non funziona ed è controproducente.

Diffondere la nuova cultura del lavoro
Non basta proclamare il lavoro smart e fornire i dipendenti degli strumenti necessari: affinché lo smart working funzioni davvero serve diffondere la nuova cultura del lavoro anche attraverso una formazione specifica.

Organizzare gli spazi fisici
Dentro l’ufficio, dove nella maggior parte dei casi scompare la postazione personale, ma anche fuori dall’ufficio, a casa o negli spazi di co-working: organizzare gli spazi fisici (ed evitare di lavorare sul tavolo ingombro della cucina o a letto) è il primo passo di uno smart worker efficace e felice.

Permettere un approccio personale
Lo smart working funziona ed è soddisfacente se si permette un approccio personale al work life balance: poter accompagnare i figli a scuola o essere flessibili sull’orario di inizio e fine della propria giornata è il segreto della felicità di ogni smart worker.

Idee
31/12/2019

In un precedente articolo, ti abbiamo fornito qualche consiglio su cosa fare per ritrovare lo slancio al lavoro e affrontare le giornate lavorative con maggiore energia in quei periodi in cui ci sentiamo più stanchi e demotivati. Come abbiamo visto, le cause possono essere molteplici: dai troppi straordinari a difficoltà inerenti al progetto specifico che stiamo gestendo. A volte però, può essere arrivato il momento di prendere una decisione netta e provare a cambiare lavoro, magari anche settore. Uno degli aspetti che forse può incutere maggior timore in tal senso è l’assenza di esperienza in un ambito del tutto nuovo, oppure come mettere in risalto determinate qualità quando non ci manca l’esperienza lavorativa ma nemmeno agli altri candidati. È qui che entrano in gioco le competenze trasferibili!
Cosa sono le competenze trasferibili?
Le competenze trasferibili sono una serie di qualità e abilità che possono essere applicate a diversi ruoli e settori. Non sono specifiche di una sola posizione, ma vengono generalmente acquisite attraverso l’esperienza nella copertura di diversi ruoli o con formazione mirata. Si tratta, ad esempio, di capacità di leadership, competenze comunicative o di gestione del tempo. Molto spesso derivano anche dal carattere e dalle esperienze personali che abbiamo vissuto. Non sono però normalmente il frutto di percorsi educativi o istruzione: nessuno ha mai ricevuto un diploma in organizzazione! A volte sottovalutate, rappresentano però un’arma potentissima che, se sfruttata al meglio, può tornarci molto utile se cambiamo lavoro, e soprattutto se desideriamo inserirci in un settore nuovo.
Come mettere in risalto le competenze trasferibili nel CV
Se desideri candidarti per un annuncio di lavoro specifico, leggendo con attenzione la descrizione lavorativa, riuscirai a identificare le competenze trasferibili più pertinenti per la posizione in questione. Anche qualora tu ti candidassi spontaneamente, dovrai metterle in risalto sul curriculum da inviare al potenziale datore di lavoro. Nel CV, vi sono diverse sezioni in cui puoi decidere di inserire le competenze trasferibili: nell’obiettivo lavorativo, nell’esperienza maturata o come elenco a parte. Nell’obiettivo lavorativo – la sezione riepilogativa generalmente presente nella parte iniziale del CV – potrai inserire la tua competenza trasferibile principale: ad esempio, “project manager con 10 anni di esperienza, dotato di solide capacità comunicative sviluppate grazie al completamento di progetti con il coinvolgimento di diversi team”. Nella parte riservata all’esperienza maturata, è importante includere non solo le mansioni lavorative di cui eri responsabile ma anche le competenze in cui spiccavi maggiormente, sottolineate da esempi concreti e risultati ottenuti. Anche un elenco a parte, all’inizio o al termine del curriculum, può essere un modo efficace per mettere in risalto le tue competenze trasferibili più solide. L’importante è che siano sostenute da esempi e in linea con la descrizione dell’eventuale annuncio di lavoro per un CV a prova di distruggi documenti.

Le competenze trasferibili nella lettera di candidatura
Anche qui, è bene tenere a mente la descrizione lavorativa del ruolo per cui stai facendo domanda o se è una candidatura spontanea quella che stai inviando, rifletti attentamente sulle competenze trasferibili da te maturate e utilizzane due o tre tra quelle più versatili – come la comunicazione, le capacità interpersonali, di gestione, di organizzazione o di risoluzione dei problemi. Ricordati sempre di fornire esempi concreti di risultati raggiunti: ad esempio, “grazie a un’attenta organizzazione e gestione del team, il progetto è stato correttamente consegnato nonostante le tempistiche ristrette richieste dal cliente”. Rispetto al CV infatti, la lettera di candidatura offre la possibilità di scendere maggiormente nel dettaglio e raccontare in modo più diretto e personale alcune delle esperienze maturate.
Le competenze trasferibili durante un colloquio
I colloqui rappresentano una reale opportunità per mostrare le nostre competenze trasferibili e spesso sono proprio la sede in cui ci vengono richieste sotto forma di “domande trabocchetto” per sapere come ci comporteremmo in determinati scenari ipotetici. In vista del colloquio, sempre facendo attenzione alla descrizione del ruolo in questione, è bene prepararsi con esempi di competenze trasferibili da fornire all’intervistatore in risposta ad alcune domande specifiche: ad esempio, se nel curriculum che ha sotto mano abbiamo optato per un elenco, avremo l’occasione per spiegare in quali circostanze le abbiamo sviluppate e come le abbiamo sfruttate per raggiungere un determinato obiettivo.

Esempi di competenze trasferibili quando si cambia lavoro
Come abbiamo visto, queste competenze rappresentano un potenziale asso nella manica per cambiare settore nel caso in cui ci manchi una solida esperienza lavorativa nel campo. La comunicazione, ad esempio, può essere sviluppata in lavori d’ufficio in cui vi è un alto scambio di email, ma anche in lavori di redazione testi o nel settore dell’istruzione per comunicare con studenti e genitori. Anche nel campo del marketing, la comunicazione è essenziale con tutte le parti chiamate in causa nella realizzazione di campagne efficaci.

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto qualche consiglio per utilizzare al meglio le competenze trasferibili. Ne hai altri che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

 

Idee
23/12/2019

Altro che demodé, lo scrapbooking è ancora e sempre più diffuso, alla faccia delle foto fatte con gli smartphone, degli e-ticket e delle condivisioni social. Scrapbooking, o scrapbook, non è altro che l’arte, o l’hobby, di ritagliare e conservare ricordi – di viaggio, di vita, dei figli, del proprio lavoro – all’interno di un vero e proprio diario. In fondo non serve poi molto, basta un quaderno, magari di quelli con copertina rigida, e poi la fantasia e la voglia di incollare o appiccicare biglietti aerei, ritagli di giornale, foto stampate, frasi, citazioni, ricordi e memorabilia della propria vita. La versione originale degli scrapbook risale all’Inghilterra della seconda metà dell’Ottocento, quando nobili, borghesi e anche la nascente classe operaia cominciò a conservare i ricordi di una vita, sulla falsariga dei libri degli ospiti medievali, dove i viandanti scrivevano il proprio nome, la data e il motivo della visita nelle locande lungo il cammino.

Lo scrapbboking non è altro che una raccolta di ephemera, frammenti di un discorso di vita che non avrebbero alcun valore reale se non per se stessi, e ha una lunga e alta tradizione dietro di sé: il primo scrapbooker davvero famoso fu Thomas Jefferson, terzo Presidente degli Stati Uniti, ma anche Mark Twain e Grace Kelly dedicavano tempo e attenzioni ai loro quaderni di vita.

Dedicarsi allo scrapboking e scrivere a mano è anche un ottimo modo per dimenticare lo stress, tenere allenata la mente, dedicarsi a un’attività manuale e in qualche modo meditare: la ricetta perfetta contro il logorio della vita moderna che vuole tutto e subito.