Categoria: Idee

News e notizie dal mondo che riguardano il mondo degli uffici, degli studi professionali e delle aziende

Idee
10/12/2019

Lo smart working è una modalità di lavoro in forte crescita: secondo i dati del Global Workplace Analytics, dal 2005 a oggi la forza lavoro da remoto è aumentata del 140%, che è un numero notevole sia in termini percentuali che di conseguenza in numeri puri. Tuttavia lo smart working non è semplicemente lavorare da casa ed è sempre più una lavoro “agile” che riguarda molti aspetti, da quelli pratici e organizzativi a quelli di predisposizione personale dello smart worker, dei suoi colleghi, dei suoi capi e dell’azienda tutta. Certo ci sono vantaggi indubbi (banalmente risparmiare un giorno a settimana di pendolarismo, con spese di carburante, usura dell’auto, spese per i mezzi pubblici, pasti fuori casa, caffé compreso è un bel risparmio economico) e vantaggi indotti (un paio d’ore in meno al giorno per andare e tornare dal lavoro sono un paio d’ore in più da dedicare a se stessi o alla famiglia) ma nello smart working ci sono pro e contro da valutare attentamente. Per non trasformare il sogno di lavorare dalla spiaggia nell’incubo di non riuscire a lavorare o quello di lavorare continuamente.
Smart working: i Pro e Contro del lavoro agile
Risparmio economico individuale ma anche riduzione dei consumi, maggior produttività ma anche lavoro senza limiti, maggior indipendenza ma anche solitudine: lo smart working ha numerosi pro e contro, e molti aspetti hanno anche un rovescio della medaglia.
Smart working: un bel risparmio economico
Certo evitarsi almeno un giorno a settimana il viaggio di andata e ritorno verso l’ufficio, i pasti fuori e tutto quanto rappresenta un costo per lavorare è un bel risparmio individuale, che in alcuni casi può diventare anche di qualche migliaia di euro l’anno. Però è anche vero che quelli, a livello macroeconomico, diventano anche una riduzione dei consumi, perché per ogni caffè che non beviamo al bar c’è un barista che non emette uno scontrino corrispondente.
Smart working: meno inquinamento e intasamento
È evidente: meno persone che si spostano da casa al luogo di lavoro, e viceversa, significano anche minor intasamento di strade e mezzi pubblici e minor inquinamento. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: lavorare da casa significa consumare elettricità, tenere acceso il riscaldamento in inverno o l’aria condizionata in estate, e a livello di macro dimensioni anche questo è da soppesare con attenzione.
Smart working: non basta un bel computer
La visione più ingenua dello smart working è quella secondo la quale basta un bel computer e il gioco è fatto. Non è così: un bel computer senza una connessione stabile e potente è come un motore senza benzina, e nel nostro Paese sono ancora molti i centri non raggiunti dalla fibra ottica o almeno dalla banda larga, senza le quali lavorare da casa può diventare un calvario.
Smart working: solitudine vs team work
C’è chi, alle prime esperienze di smart working, si sente inevitabilmente solo e abbandonato, abituato com’è a stare in mezzo ai colleghi, magari in un open space. È un salto mentale non da poco e non banale, per il quale serve anche opportuna formazione oltre che gli strumenti di comunicazione adeguati, come App di condivisione documenti e chat professionale.
Smart working: tempo libero vs over working
Il sogno è poter lavorare dalla spiaggia, o dalla casa di vacanza, potendo godere di un sacco di tempo libero. L’incubo di ritrovarsi a lavorare sempre, anche nelle ore che prima erano destinate al tragitto casa-lavoro o alla pausa pranzo, senza riuscire a organizzare il proprio tempo in funzione degli impegni professionali e dell’equilibrio vita-lavoro: non sono poche le storie di chi ha impiegato tempo prima di trovare la giusta routine per un soddisfacente smart working (secondo uno studio dell’Università di Cardiff, il 44% degli smart worker fatica a staccare dopo il lavoro rispetto al 38% del personale che lavora in luoghi fissi.)
Smart working o multitasking eccessivo?
Una cattiva gestione del tempo, degli spazi e dei limiti può trasformare i pro dello smart working nei contro di un multi tasking eccessivo: pensare che lavorare da casa sia il modo anche per fare la lavatrice, sistemare l’armadio, montare la libreria o portare la bici dal ciclista è il viatico più breve e diretto per non riuscire a fare bene praticamente nulla, saltellando continuamente da una cosa all’altra senza mai essere davvero concentrati in nulla.
Lo smart working non è lavorare in pigiama dal divano di casa
È la visione più banale e banalizzata dello smart working: lavorare in pigiama dal divano di casa. Certo magari non è necessario indossare l’abito da ufficio e mettere la cravatta, ma anche la forma è sostanza e sapersi ritagliare uno spazio fisico ben definito da riservare al tempo del lavoro, e darsi una routine come se si andasse in ufficio, sono i paletti necessari per non dimenticare che si sta lavorando davvero.

Idee
05/12/2019

Si chiama FOBO, acronimo di “fear of better options”, la paura di perdere occasioni migliori, e a quanto pare non solo è sempre più diffusa ma rischia anche di sabotare pesantemente le nostre vite, dalla scelta della serie Tv di guardare la sera nel momento di relax alle decisioni importanti da prendere ogni giorno al lavoro.

Il termine FOBO l’ha coniato Patrick McGinnis, che è un venture capitalist americano ed è noto anche per aver coniato il termine per l’altra faccia della medaglia, il FOMO acronimo di “Fear of missing out”, la paura di essere tagliati fuori. Banalizzando un ’bout, si parla di indecisione, un comportamento che c’è sempre stato da che mondo è mondo, ma oggi c’è una variante in più, ed è la varietà, vastità e infinità delle possibili scelte.

Gli esempi sono facili da fare: che serie Tv guardare nelle numerose piattaforme di streaming, che prodotto comprare nel vasto assortimento di un e-commerce dove molti prodotti appaiono equivalenti, cosa ordinare in una qualsiasi delle App di delivery, e così via. Il reagente di questo nuovo / vecchio comportamento è in parte anche la digitalizzazione delle esperienze, che porta a quello che alcuni psicologi chiamano come “paralisi della analisi”, o incapacità di scegliere non solo davanti a molte opzioni quasi equivalenti ma anche quando non ci sono altre opzioni.

Secondo Patrick McGinnis il FOBO è comunque un comportamento ancestrale, è la ricerca del meglio alla base della selezione naturale e del miglioramento della specie, ma ora è diventato un comportamento sociale diffuso e potenzialmente penalizzante. Penalizzante per gli individui e penalizzante per le aziende, quando l’eccesso di opzioni finisce con l’annullarle in una non decisione (o incapacità di prenderla, per esempio davanti a troppi dati).

In fondo, scegliere significa sempre lasciar andare le altre opzioni, abbandonarle a se stesse e al loro destino, decidendo di intraprendere una strada senza timore. Ma per molti la scelta sta diventando quella di tener sempre aperte tutte le opzioni, con il rischio di non muoversi dalla condizione di indecisione.

Idee
03/12/2019

Nella società in cui viviamo, viene spesso data la priorità – sia a livello personale sia professionale – al tentativo di colmare lacune o migliorare ambiti nei quali non vantiamo una naturale predisposizione. Pensiamo a quanti film sono stati girati sul tema: la persona meno predisposta o più svantaggiata che, con l’impegno, riesce a raggiungere il proprio obiettivo. Sulla scia della mentalità che “volere è potere”, queste persone diventano eroi che ci spronano a dare il meglio di noi. Se da un lato è ammirevole e molto utile per lo sviluppo professionale, cosa succederebbe se, invece di focalizzarci sul migliorare le nostre lacune, riuscissimo a comprendere quali sono i nostri punti di forza sviluppandoli ulteriormente a nostro vantaggio?
Il miglioramento continuo
Come abbiamo anticipato, il miglioramento continuo può a volte concentrarsi sulle lacune. Anche a scuola succedeva spesso con una maggiore attenzione rivolta alle materie in cui si ottenevano i risultati peggiori. Se ciò garantisce una formazione più completa, applicato all’ambito lavorativo può generare un calo del coinvolgimento nell’attività che svolgiamo o nel ruolo che ricopriamo. Da alcuni studi emerge infatti che, con manager più attenti ai punti di forza, si hanno dipendenti più attivamente coinvolti. Ad esempio, tramite il coaching: un ottimo strumento per raggiungere il pieno potenziale. Si tratta quindi di un miglioramento continuo in positivo (più che in negativo) che può farci apprezzare di più il luogo in cui lavoriamo, può aiutarci a instaurare relazioni migliori con colleghi e clienti, stimolando la nostra creatività e produttività. Tutti ingredienti essenziali nell’avanzamento di carriera.
Test CliftonStrengths
Donald O. Clifton – psicologo, ricercatore e imprenditore statunitense – ha sviluppato il CliftonStrengths, un test da eseguire online per identificare le cinque aree tematiche in cui si esprime maggiormente il talento con approfondimenti, consigli e azioni pratiche da catalogare in raccoglitori documenti, per sviluppare tale potenziale in veri e propri punti di forza. In base agli studi condotti da Clifton e dalla Gallup, l’opportunità di concentrarci sui punti di forza nelle attività lavorative che svolgiamo quotidianamente, ci renderebbe 6 volte più coinvolti sul lavoro e 3 volte più propensi ad avere un’eccellente qualità di vita in generale. Il test non prevede inoltre domande associate all’istruzione o alle competenze acquisite, ma desidera mettere in luce i talenti naturali che ci contraddistinguono. Per ciascuna domanda, si hanno infine a disposizione solamente 20 secondi favorendo così l’istinto e la naturalezza, meno soggetti a cambiare nel tempo.

Talento naturale
Se le persone sono infatti soggette a cambiare nell’arco del tempo e ad adattarsi a determinate situazioni, gli scienziati hanno scoperto che i tratti principali della personalità – così come gli interessi – tendono a rimanere stabili. Ed è così anche per i nostri talenti naturali. Acquisirne uno nuovo risulta molto difficile, anche se possibile con molto impegno e un ampio dispendio di tempo ed energie. Investire però su quelli già presenti con la pratica e l’esperienza, unendo formazione e competenze, funge da reale moltiplicatore nello sviluppo dei nostri punti di forza. La stessa cosa accade anche a livello fisico: se abbiamo una naturale predisposizione per la flessibilità e investiamo tempo ed esercizio in quest’area, potremmo raggiungere ottimi risultati rispetto a chi non vi è predisposto di natura o non investe risorse per sviluppare tale potenziale.
Il talento in 34 aree tematiche
Clifton notò come, nell’ambito lavorativo, si desse ampio spazio alle “aree di miglioramento” associate spesso – in senso più negativo – alle lacune evidenziate da un dato dipendente. Iniziò quindi a concentrarsi su ciò che le persone riescono a svolgere al meglio (e non al peggio) con l’obiettivo di creare un linguaggio comune in grado di definire il talento. Da colloqui, studi e interviste, vennero identificate 34 aree tematiche di misurazione del potenziale che, una volta emerse dal test, potranno essere sviluppate quindi in punti di forza da applicare nella vita professionale per fare carriera. Tali aree includono talenti quali Apprendimento, Intelletto o Relazione, ossia ambiti che – con esperienza, pratica e formazione – possiamo potenziare per avanzare di ruolo.

Come applicare il test sul lavoro
Una volta eseguito il test e individuate le cinque aree di maggior potenziale, possiamo intraprendere azioni volte all’ottimizzazione dei nostri punti di forza. Ad esempio, se dal test emerge la Comunicazione e sappiamo di essere bravi a raccontare storie coinvolgenti, potremmo pensare di sviluppare la nostra carriera nel settore delle vendite o del marketing. L’impegno a portare a compimento un lavoro – talento rientrante nella Responsabilità – può essere una dote da sottolineare nel corso di un colloquio per la ricerca di un nuovo lavoro. Il test, infine, ci può aiutare a comprendere anche le nostre lacune e con quali colleghi collaborare per colmarle, creando quindi un’occasione per un reale sviluppo positivo volto all’avanzamento professionale.

—————————————————————————————————————————

Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto interessanti spunti di riflessione per coltivare il tuo potenziale e trasformarlo in reali punti di forza. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
28/11/2019

Sempre più aziende stanno attuando programmi di mentoring aziendale, una metodologia di formazione di cui ancora si parla e si sa poco, soprattutto in chi ne potrebbe avere dei benefici, e per la quale manca ancora cultura specifica e persone che si rendano disponibili a ricoprire la figura del mentor. La definizione di mentoring aziendale è abbastanza semplice, e cioè una metodologia di formazione costruita su una relazione, più o meno formale, tra un soggetto con più esperienza e definibile in qualche modo senior, e uno con meno esperienza e per questo definito junior; la finalità è che il mentore aiuti la figura junior a sviluppare tutte le sue competenze e potenzialità in ambito lavorativo.

Il mentoring aziendale affonda le sue radici nel mito classico, e in particolare nella figura di Mentore, l’amico incaricato da Ulisse di occuparsi della formazione di suo figlio Telemaco per prepararlo al futuro ruolo di re. Se il modello è questo, compito del mentor è quello di condividere sotto forma di relazione privilegiata e più o meno formale le proprie conoscenze guidando e sostenendo il junior nella sua crescita personale e professionale e nella focalizzazione sugli obiettivi.
Come funziona il mentoring aziendale
Il mentoring aziendale non ha un protocollo formalizzato ma può declinarsi in diverse, e numerose, modalità, partendo dal presupposto di trovare e incaricare una persona nel ruolo di mentor con spiccate capacità relazionali oltre che evidente esperienza, e dall’altra un junior con disponibilità all’ascolto nella relazione e desiderio di lavorare suo propri punti di debolezza e forza.

La forma più semplice di mentoring aziendale è senza dubbio la relazione one-to-one, che può declinarsi in incontri formali, prefissati e strutturati ma anche in un dialogo più informale e quotidiano. Esiste anche il group mentoring, nel quale il junior attinge alle esperienze di un gruppo di mentor, che se ne fanno carico collettivamente. La forma privilegiata è quella secondo la quale gli incontri avvengono fisicamente, nel corso della coesistenza in azienda, ma non è esclusa nemmeno la modalità “a distanza”, con una relazione che trova la propria sostanza nei sistemi di comunicazione online.
I vantaggi del mentoring aziendale
Sono numerosi i vantaggi del mentoring aziendale, a cominciare dal più immediato che è velocizzare la crescita professionale e personale dei talenti junior, che in breve tempo possono aumentare il proprio contributo alla produttività aziendale. Ma ci sono anche vantaggi indotti, dal trasferimento della cultura aziendale per cui il mentor trasferisce i valori ma anche le regole dell’azienda, alla riduzione del turnover e conseguente dispersione di talento e competenze.

Idee
22/11/2019

Fare carriera non è un percorso lineare. O almeno, se lo è si tratta di un’eccezione, mentre il più delle volte si tratta di passare per errori più o meno grandi. A volte macroscopici. È un rito di passaggio, nessuno nasce perfetto, ed è come tutte le prime volte, da quelle belle (il primo bacio, la prima alba, il primo stipendio) a quelle brutte. Ecco, anche nel business per diventare grandi e fare carriera occorre passare per qualche brutta esperienza. Come queste 6, veri e propri turning point della propria vita professionale.

1. Commettere un errore colossale.

E per errore colossale si intende di quelli che vanificano il lavoro di giorni o di molte persone. Oppure di quelli che mandano in fumo parecchi soldi. Apparentemente non c’è via d’uscita, e la tentazione sarebbe quella di nascondersi, nascondere, darsela a gambe. E invece è in queste occasioni che si impara a dire “ho sbagliato io” e anche a proporre soluzioni per rimediare.

2. Sentirsi un pesce fuor d’acqua.

Come quando sei tra persone che parlano di cose che non sai, non conosci e non capisci, e in qualche modo te la devi cavare. Una regola sicura non c’è, ma l’alternativa è tra affondare nell’anonimato o cogliere la palla al balzo per stringere relazioni e imparare qualcosa di nuovo: che fare allora? Identificare un buon aggancio e costruire la prima relazione. Le altre verranno di seguito.

3. Parlare in pubblico.

C’è chi ha un talento naturale per farlo, e chi è consumato dall’ansia già dal giorno precedente. Parlare in pubblico, organizzare un discorso, organizzare le proprie idee, essere convincente, coinvolgente, interessante è uno scoglio enorme da superare. Ma dopo la prima volta tutto sembra in discesa.

4. Aver a che fare con persone difficili.

Che siano capi, colleghi, clienti o partner la differenza è formale ma non sostanziale, perché aver a che fare con gente tosta, difficile, di quelle che dicono sempre no e a cui non va mai bene nulla è difficile. Molto difficile. Eppure è la più grande palestra di vita in cui si possa capitare: un capo mai contento sarà capace di tirar fuori la nostra resilienza, oppure metterci davanti al fatto che non siamo portati per quel ruolo. O la va o la spacca.

5. Gestire una crisi.

Magari non è colpa nostra (come invece nel punto 1) e però la tempesta tocca a noi gestirla. Ci sono situazioni in cui basta sdrammatizzare, altre in cui bisogna afferrare le redini con mano salda e spirito pragmatico. Di fatto è che uscire alla grande da una brutta situazione (lavorativamente parlando) è un immancabile rito di passaggio.

6. Fare un lavoro odioso.

Non ci sono lavori odiosi in assoluto, ma ci sono lavori che piacciono e altri che si detestano. De gustibus. Però varrebbe davvero la pena dedicare del tempo, da qualche giorno a qualche mese, appena prima di entrare davvero nel mondo del lavoro, a fare qualche lavoro odioso per la sola finalità di intascare uno stipendio. A che serve? A ricordarsi ogni giorno, in seguito, che le cose possono andare peggio e che c’è una profonda differenza tra una pessima giornata e una pessima vita. E che in fondo tutto è davvero relativo.

Idee
19/11/2019

Abbiamo affrontato spesso l’argomento delle to-do list, analizzando trucchi e suggerimenti per creare elenchi di cose da fare che favoriscano la produttività. Sappiamo, ad esempio, quanto siano importanti per aiutarci a organizzare la giornata e le attività lavorative da portare a compimento. Spesso vengono creati però nel timore di dimenticare date, eventi o impegni importanti e sebbene questo sia un ottimo intento, ci ritroviamo pieni di elenchi e di liste di liste. A queste, possono aggiungersi anche gli elenchi delle buone intenzioni come corsi, seminari o conferenze a cui partecipare. Tutto ciò può risultare controproducente e condurci all’esatta situazione opposta: invece di organizzare la nostra giornata, ci trasmettono un senso di sopraffazione e sono loro a iniziare a gestire noi, creando confusione nel delineare ciò che è veramente importante e impedendoci di focalizzare l’attenzione sui compiti da portare a termine. Vediamo quindi ciò che è essenziale e cosa invece può essere spostato in una “to-don’t” list!
Elenco delle attività di oggi e domani
La domanda più importante per una to-do list efficace dovrebbe vertere su ciò che riesci – realisticamente – a svolgere oggi e domani. Questo è l’elenco che deve essere presente sulla scrivania, eliminando tutti gli altri. Assicurati inoltre che le attività da compiere siano, non solo chiare e significative, ma formulate come azioni introdotte da verbi. Nel caso in cui si utilizzi uno strumento di pianificazione elettronico, applica le stesse regole cercando di separare le attività di oggi e domani dalle altre scadenze o compiti personali, e dagli obiettivi, idee o aspirazioni sul lungo raggio. Sii inoltre consapevole di quanto in anticipo riesci o devi pianificare. Ad esempio, per la corretta gestione di un progetto in scadenza tra qualche mese, è necessario capire cosa è importante svolgere quotidianamente per portarlo a compimento nelle tempistiche richieste e con la giusta organizzazione.
Come gestire gli obiettivi a lungo termine
È importante cercare di porsi obiettivi a lungo termine soprattutto per il miglioramento personale e professionale. Metterli per iscritto è un’ottima prassi, ma cerca di non lasciarli sulla scrivania. Magari inserisci questi elenchi in buste trasparenti da riporre in un cassetto specifico o segnali sulla lavagna presente nel tuo ufficio e davanti alla quale passi con regolarità. Se la visione dovesse generare sensi di colpa, fai in modo che non siano sempre visibili; d’altro canto, riesaminarli di tanto in tanto, può infonderti quella spinta necessaria per eseguire un altro passo nella giusta direzione. Gli obiettivi a lungo termine sono generalmente di grossa entità; ti consigliamo quindi di essere specifico suddividendoli in tante piccole tappe più gestibili e “digeribili” da attuare sul percorso volto al raggiungimento dell’obiettivo.

Decidi cosa lasciar andare
Se gli elenchi strutturati di cose da fare possono risultare utili per organizzarci e stimolare la nostra produttività, è essenziale capire anche cosa non fare (più). Salendo di ruolo e acquisendo maggiore esperienza nella posizione che ricopriamo, avremo non solo più incarichi da gestire ma anche una maggiore responsabilità che si ripercuoterà sulla tipologia di attività da svolgere. Presentare un piano strategico alla dirigenza è sicuramente più complesso dell’inviare le spese sostenute per un viaggio da un cliente. Per questo, è importante stilare una to-don’t list: ossia, un elenco di attività che vorresti smettere di fare o che desidereresti assegnare ad altri. In sostanza, si tratta di delineare ciò a cui vorresti dire di no. Se la to-do list rappresenta ciò che devi e vuoi fare, l’altra include quello che desideri delegare o abbandonare; per redigerle correttamente, devi prestare attenzione ed essere consapevole di come gestisci impegni, relazioni, responsabilità e comportamenti.
Esempi di attività da non svolgere
La lista delle cose da non fare può includere diverse attività; di piccole o grandi dimensioni, l’importante è che siano concrete, specifiche e quindi facilmente attuabili e gestibili. Ad esempio, non rispondere al primo squillo di una chiamata può adattarsi a chi preferisce concedersi del tempo per prepararsi. Oppure, non dire subito di sì a qualsiasi nuova richiesta o progetto ma darsi spazio per rifletterci sopra a freddo. O ancora, attribuire priorità alle email e rispondere subito a quelle urgenti ma ritagliarsi del tempo specifico nel corso della giornata (come prima di pranzo e verso il termine del giorno) per gestire le altre. Altro esempio: evitare di organizzare ulteriori riunioni con il proprio staff se non assolutamente indispensabili per far procedere un progetto.

Una to-don’t list efficace
Sia che lavoriamo per un’azienda sia nel caso in cui siamo in proprio, sono tantissimi i comportamenti, le mansioni o le abitudini che ostacolano la nostra produttività. Osservarli, analizzarli e inserirli in un elenco di attività da non fare, delegarli a un collega o a una ditta esterna può fare la differenza, alleggerendoci e infondendoci rinnovata energia da dedicare a ciò che consente veramente di sviluppare il nostro potenziale e l’attività di cui siamo responsabili!

—————————————————————————————————————————

Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto qualche consiglio interessante per imparare a redigere elenchi di cose da non fare. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.