Categoria: Idee

News e notizie dal mondo che riguardano il mondo degli uffici, degli studi professionali e delle aziende

Idee
16/06/2021

“Amo il mio lavoro” è una frase che non tutti possono dire. Ma forse, a ben vedere, sono più di quelli che si potrebbe pensare. Almeno a leggere le (numerose) classifiche delle professioni che rendono più felici. Già, perché quando si tratta di classifiche delle professioni, di solito si parla di lavori con cui si guadagna di più o possibilità di carriera, ma la pandemia ha solo accelerato un sentimento che già cominciava a serpeggiare nella società: quello della soddisfazione personale. Che non è solo e soltanto il raggiungimento dei risultati di carriera (sì, per molti lo è, spesso però a caro prezzo) o di guadagno, ma è il tanto decantato work-life balance. Un lavoro che riempia la vita nel modo giusto, che consenta anche di godersela e di dare il giusto peso, sui piatti della bilancia, alle ore passate a lavorare tanto a quelle passate con i propri affetti o dedicandosi alle proprie passioni.

Per esempio, da un censimento governativo in UK qualche anno fa emerse che il lavoro che più rende felici è quello dei religiosi, preti e suore che si dedicano agli altri e alla preghiera spinti dalla fede. Giù dal primo gradino del podio le sorprese però erano finite, dato che si incontrano dirigenti, manager del settore agricoltura, segretari/e, certificatori di qualità e responsabili di assistenza sanitaria. Non proprio le professioni che si tende ad associare alla felicità.

Un sondaggio USA ha dato invece esiti ben diversi, trovando nelle prime posizioni l’assaggiatore professionista (come biasimarlo?) il mago (in effetti un pizzico di magia per essere felici serve sempre) e il disegnatore di videogame (un eterno Peter Pan digitale) seguiti da organizzatore di eventi, tester di auto di lusso e chocolatier.

Un’altra indagine a stelle e strisce (questa volta di Bloomberg Work Wise) ha invece visto sul gradino più alto del podio una professione amatissima in USA ma che è difficile da associare alla felicità: quella dei pompieri.

Ma quindi chi può davvero dire “amo il mio lavoro” e quali sono le professioni che rendono più felici? Forse molto semplicemente la risposta dipende da persona a persona, dalle passioni e dalle attitudini, e tutto sta nella gratificazione quotidiana di dare un senso a quello che si fa, nel vederne i risultati in maniera concreta e tangibile, nell’imparare ogni giorno qualcosa di nuovo e nel vivere ogni volta nuove esperienze che arricchiscono la nostra vita.

Idee
11/06/2021

Da bambini ne abbiamo fatto un uso smodato, temperando e temperando matite su matite finché non ne rimaneva un piccolo, inservibile moncone. Ma ripensandoci, l’essenzialità perfetta di un temperamatite da chi è stata ideata? Be’, anche per un oggetto apparentemente così banale c’è una lunga e curiosa storia da raccontare.

Intanto è bene sapere che le prime matite rudimentali cominciarono a circolare nel 1500, quando venne scoperto un giacimento di grafite a Borrowdale, in Inghilterra: erano un’anima di grafite avvolta in una cordicella, e solo dopo molto tempo si trovò il modo di inserire la grafite tra due bastoncini di legno. A quel punto c’era bisogno di ‘fare la punta’ alla matita, e il metodo più immediato era scalfire pezzettini di legno con un coltellino.

A metà Ottocento un francese di nome Bernard Lassimone realizzò il primo prototipo di temperamatite fatto con delle lame posizionate ad angolo retto dentro un cubetto di legno. Sempre un francese, Therry des Estwaux, pensò alla forma conica che conosciamo oggi, più o meno contemporaneamente a un americano di nome Walter K. Foster (i primi modelli Ottocenteschi si possono vedere sul sito di Office Museum).

Poi arrivò il vero inventore del temperamatite moderno, tale John Lee Love: era un afroamericano, e benché le notizie biografiche siano poche e incerte, pare fosse anche un grafomane stanco della fatica di dover continuamente fare la punta alle matite con il suo coltellino. È a lui che si deve l’invenzione della scatolina con dentro uno spazio conico in cui infilare la matita per temperarla con l’uso delle lame facendo in modo che gli scarti rimanessero all’interno del temperamatite.

Era il 23 novembre 1897 quando depositò il brevetto, vedendo riconosciuta l’originalità della sua invenzione e nacque ufficialmente il temperamatite come ancora lo conosciamo oggi.

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10/06/2021

Se c’è una cosa che la pandemia ci lascerà sono gli incentivi al Bike to Work, il fatto cioè di usare la bici – o comunque qualunque mezzo di mobilità green & light – per fare il tragitto casa – lavoro. Durante il primo lockdown ci siamo resi conto di quanto tempo (e quanti soldi) abbiamo risparmiato evitando il commuting in auto. E alla ripresa della Fase 2 nell’estate 2020 in molti hanno preferito la bicicletta ai mezzi pubblici, anche garantirsi un po’ di distanziamento interpersonale. Ma passata l’emergenza iniziale, per molti ora si tratta di convincersi che il Bike to Work può essere davvero una risorsa: in termini economici, in termini di salute, in termini di praticità e volendo anche in termini ambientali.

Ma convincersi ad andare stabilmente al lavoro in bici non è facile, e sono tante le remore da sgomberare: e se arrivo tutto sudato? Ma non è pericoloso? Ma bisogna essere allenati? E se piove? E se torno a casa al buio dopo il tramonto? Vediamo allora una piccola guida pratica che aiuti a elencare i pro e i contro del Bike to Work e a prendere la decisione migliore.

1. Quanta strada si può fare in bicicletta tra casa e lavoro?
Dipende, ovviamente. C’è chi è molto allenato e ne fa anche parecchia, ma non è questo il caso. Mettiamola così: finché casa e lavoro sono all’interno della stessa città, non è il caso di porsi il problema. Milano, da parte a parte, sono una quindicina scarsa di km, Roma poco più. In bicicletta, anche senza essere “allenati” sono distanze tali per cui non ci si affatica, non si suda e si guadagna tempo anche rispetto ai tempi di percorrenza (sicuramente rispetto alle auto, spesso anche rispetto ai mezzi pubblici considerando gli altri spostamenti necessari).
Diverso il caso in cui si debba fare commuting da una città, o comune, a un altro. Anche qui, una decina di km sono facilmente fattibili, anche considerando tratti di strade aperte e non urbanizzate (gli edifici in qualche modo riparano da vento e altri agenti che possono affaticare durante la pedalata). Oltre questa distanza la bici comincia a non essere più vantaggiosa in termini di tempo, lo rimane in termini economici, e forse può valer la pena di pensare a qualche modalità ibrida (treno + bici o auto + bici).

2. Che bicicletta serve per andare da casa al lavoro?
Una bicicletta comoda, pratica e almeno revisionata da un ciclista. Poi davvero ormai ci sono biciclette per tutti i gusti: comode e-bike per la città, veloci bici da commuting per chi deve fare più km, pratiche bici pieghevoli per chi usa i mezzi o l’auto e vuol fare solo l’ultimo tratto urbano in bici, e infine le utilissime e-bike con motore elettrico e pedalata assistita per chi non si sente abbastanza allenato.

3. È pericoloso andare in bici al lavoro?
Sì e no. Sì nella misura in cui l’Italia non è ancora un Paese bike-friendly come altri, ma i dati sugli incidenti che coinvolgono i ciclisti, comunicati ogni anno dell’Asaps – Associazione sostenitori e amici polizia stradale vanno letti senza paure. Sempre pi città si stanno attrezzando per la viabilità ciclistica, i percorsi dedicati e separati aumentano di giorno in giorno,e per muoversi nel traffico in sicurezza è bene conoscere gli articoli del codice della strada che riguardano le biciclette.

4. E se piove o diventa buio?
Più che il caldo, sono freddo, pioggia e buio a spaventare i commuter a due ruote. E la soluzione è semplice: attrezzarsi. Per il buio bastano le luci anteriore e posteriore (che sono obbligatorie e almeno sulle city bike sono già di serie), per freddo e pioggia ci sono capi d’abbigliamento e accessori (come zaini per il computer) a prova di uragano. Un piccolo investimento iniziale che si ripaga nel tempo.

5. E se sudo troppo?
Sì, il caldo non è il miglior amico dei ciclisti, soprattutto in un Paese mediterraneo come il nostro. Ma non c’è da spaventarsi. Nell’ora in cui vai e vieni dal lavoro il sole non picchia forte, e soprattutto al mattino c’è ancora un po’ di fresco della notte. E comunque per le distanze di cui sopra siamo ben prima di cominciare davvero a sudare: al massimo puoi arrivare nelle stesse condizioni in cui arriveresti con un mezzo pubblico, né più, né meno.

6. E se mi rubano la bici?
Ecco, questo invece è un problema a cui pensare con attenzione, soprattutto se la bici comincia ad avere un certo valore. Molte aziende si stanno organizzando con parcheggi ad hoc per le bici, una soluzione può essere quella di portarsela dentro all’ufficio, accanto alla scrivania (o comunque alla postazione di lavoro) oppure di attrezzarsi con lucchetti antifurto davvero sicuri (costano qualche decina di euro ma funzionano). In ogni caso, con il boom di vendite di biciclette e del loro utilizzo, sono comparse anche delle assicurazioni specifiche per chi usa la bici per andare al lavoro: RC, furto e danni sono coperti con poche decine di euro l’anno.

Credits photo: it.depositphotos.com

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04/06/2021

La pandemia ci ha reso ancor più dipendenti dallo smartphone, ed è stato inevitabile. Il ricorso allo smart working, quello all’e-commerce nei mesi più difficili, la necessità di mantenere le relazioni con parenti e amici pur se a distanza hanno allargato l’area di influenza del nostro telefonino. E se la percezione è comune, uno studio di Lenstore lo certifica noi numeri: il 76% delle persone a livello globale ha aumentato il tempo di interazione con il cellulare, il 45% quello con il computer, il 22% quello con il tablet.
Ma se computer (e in parte tablet) possono essere giustificati per il lavoro, il telefonino non necessariamente lo è, e anzi spesso è diventato un surrogato dell’intrattenimento e delle relazioni. Lavoriamo con lo smartphone, ci divertiamo con lo smartphone, abbiamo relazioni tramite lo smartphone. E questo ci ha reso ancor più dipendenti.

Ma la dipendenza non è una buona cosa, né dal punto di vista psicologico – stanchezza, irritabilità e insonnia sono tutte manifestazioni del tecnostress – né da quello fisico, a partire dalla stanchezza agli occhi. Ma come fare allora per “staccare” dal telefonino e dare riposo al corpo e alla mente? Con le 7 leggi del detox digitale.

1. La regola dell’8 + 2
8 sono le ore lavorative, e su quelle non c’è margine. Ma poi ci sono le altre, ed è su quelle che bisogna darsi un limite. 2 ore di smartphone extra-lavoro sono tante o poche? Dipende dalle alternative (vedi punto seguente) ma 10 ore su 24 al giorno a guardare lo schermo di un telefono possono sicuramente bastare per il nostro stress psico-fisico.

2. Fare altro
Se il problema è “riempire” il tempo, la soluzione è fare altro. Altro senza telefono in mano. Per cui anche guardare una serie Tv può andar bene, se lo smartphone rimane in un’altra stanza. Meglio ancora qualcosa di attivo, dal cucinare a una passeggiata all’aperto (soprattutto in estate, quando le ore di luce non mancano). E se poi si può tornare a incontrarsi, una buona regola può essere che in compagnia lo smartphone rimane in tasca o in borsa.

3. 1 day off
Un giorno senza. Senza social. Difficile, molto difficile resistere alla tentazione. Ma perché non fare un giorno di “digiuno” dai social, senza postare e senza controllare gli status, le storie e i post altrui?

4. Una telefonata allunga la vita
Era una celebre pubblicità, può diventare una nuova soluzione. Basta chat con il capo chino sul device, sì al ritorno alle telefonate, al parlarsi, al chiacchierare. Sentire la voce può essere davvero bello.

5. Disattivare le notifiche
Prima e dopo una certa ora (dalle 22:00 alle 7:00? Ciascuno ha i propri orari e ritmi) le notifiche sono disattivate. Niente suoni tentatori che inducono a prendere in mano lo smartphone, anche nel cuore della notte, disturbando il sonno.

6. Fuori il telefono dalla camera da letto
Sì, è vero che ormai tutti lo usiamo come sveglia, ma allora basta posarlo sul comodino, con lo schermo spento e le notifiche disattivate nonché il volume azzerato, e usarlo appunto solo come sveglia.

7. Perché lo fai?
Ecco, se le 6 leggi precedenti non funzionano, c’è la 7^ legge della disintossicazione da smartphone. Chiedersi perché lo facciamo. Perché abbiamo ancora, dopo così tante ore, il telefono in mano? Perché lo prendiamo non appena ci alziamo dal letto? Perché lo usiamo in ogni momento “vuoto” della giornata? Perché anche quando stiamo facendo altro (da un aperitivo al guardare la serie Tv)? Perché è l’ultima cosa che spesso facciamo nella nostra giornata prima di addormentarci? Dare una risposta a queste domande sarebbe già l’inizio della soluzione al problema.

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24/05/2021

Lo smart working è stato prorogato fino a settembre 2021, ma con la curva discendente dei contagi molte aziende hanno già invitato i propri dipendenti a tornare a lavorare in sede. Una richiesta che alcuni hanno accolto con piacere e sollievo, come la via di fuga dall’isolamento del lavoro a casa, ma che per altri sta invece scatenando una vera e propria ansia da ritorno in ufficio post lockdown. Diverse ricerche statistiche danno numeri più o meno simili: la metà dei lavoratori ora in smart forzato ha timori a tornare in ufficio e tra questi la preoccupazione maggiore (75%) riguarda i potenziali rischi legati all’uso dei mezzi pubblici.
Ma sul piatto non ci sono solo i potenziali rischi di contagio per chi non è ancora vaccinato o è passato immune dall’ultimo anno e mezzo e potenzialmente potrebbe ancora contrarre il virus. Ci sono tanti aspetti che stanno facendo discutere negli uffici e nelle chat dei lavoratori italiani.
Uno è senza dubbio il fatto che per molti, dopo la prima fase traumatica, lo smart working ha creato una comfort zone che ancora si fatica ad abbandonare. Più tempo a disposizione dato il taglio degli spostamenti casa-ufficio, una miglior conciliazione famiglia-lavoro, l’indubbia comodità delle videoriunioni (al netto delle difficoltà di produttività di questi meeting da remoto) sono altre scopefatte in questo anno e più di restrizioni e nuove modalità di lavoro.
Non c’è una ricetta, se non quella di gestire il rientro in ufficio con flessibilità. C’è ancora l’estate davanti prima della vera ripresa in condizioni di normalità, che inevitabilmente avverrà solo a settembre, e cominciare a dare la possibilità di tornare in ufficio, ricreando le normali dinamiche di lavoro, insieme alla facoltà di approfittare del vero lavoro agile, sarà il viatico a nuove modalità di lavoro che resteranno per gli anni a venire.

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21/05/2021

La Tratto Pen è una penna con punta sintetica e inchiostro ad acqua la cui storia è interessante da raccontare perché rappresenta perfettamente il senso di imprenditorialità e design Made In Italy. La Tratto Pen è stata inventata nel 1975, ed è un prodotto di Fila, Fabbrica Italiana Lapis ed Affini, azienda fondata a Firenze nel 1920 da due discendenti delle famiglie degli Antinori e della Gherardesca e oggi multinazionale con sede a Pero.
Nel 1974 Alberto Candela, presidente di Fila, si era recato negli uffici del Design Group Italia con una richiesta un po particolare: non voleva una nuova penna di design, voleva un nuovo modo di scrivere, a partire da un brevetto giapponese di una punta sintetica costituita da molti microscopici spicchi attraverso i quali l’inchiostro poteva in modo fluido come in una penna biro, ma senza sgocciolare o macchiare.
C’era il brevetto del pennino ma mancava tutto il fusto, e il Design Group Italia ideò questo prodotto così iconico da vincere diversi premi di design e finire perfino al MoMa di New York.
Ci sono alcune particolarità da notare nel Tratto Pen. La prima è il bordo a rilievo e dentato del cappuccio: serve per “stappare” il Tratto Pen ma anche per impedire che la penna rotoli sul tavolo. Fu un’intuizione figlia di un problema, quello di non riuscire a stampare, all’epoca, un bordo perfettamente rifinito.
Poi la parte concava del tappino è perfettamente combaciante con quella convessa del pennino, un incastro perfetto.
E infine, come già per la Penna Bic, i forellini sul cappuccio, che servono per consentire di respirare a chi inavvertitamente dovesse ingoiare il tappino.
Ma soprattutto la vera magia del Made in Italy fu quella di rendere un oggetto di design così raffinato un prodotto davvero democratico, passato nelle mani di milioni di persone negli ultimi quasi 50 anni.