Categoria: Idee

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Idee
12/11/2020

Non tutti e non sempre se ne rendono conto. Non sempre la cosa è esplicita. Ma quando si lavora è un continuo scambiarsi dei feedback. O dei ritorni di informazioni, per dirlo in italiano. “Mi ordini il file per importanza dei clienti per favore?” è un feedback. “Questo lavoro fa schifo” è un feedback, come anche “Ottimo lavoro”. Anche “Ci sono tutte le informazioni che ti avevo chiesto?” è un feedback. Ma seppur di esperienza comune queste frasi possono suscitare diverse se non opposte reazioni: apprendimento, frustrazione, gratificazione, sfiducia. E gli esempi possono essere infiniti. E a complicare le cose bisogna aggiungere che i feedback sono bidirezionali (dall’alto verso il basso e viceversa), espliciti ma anche impliciti (il famoso linguaggio non verbale).

Sempre più nella selezione dei candidati, nella costruzione dei team, e nella gestione delle aziende si presta importanza alle soft skill, e il feedback è proprio una di queste. C’è una vasta letteratura scientifica sul tema del feedback, sulla sua efficacia, e sulle modalità e i tempi in cui fornirlo. Letteratura a cui si aggiunge ora un nuovo libro, “Grazie del Feedback” di Andrea Laudadio e Francesco Nicodemo, da cui si possono estrapolare 8 regole semplici ed efficaci per migliorare la propria capacità di fornire e ricevere i feedback.

1. Il feedack deve essere specifico. Dire: “Questo lavoro fa schifo” non consente di capire in cosa si è sbagliato. Dire: “Questo file è inutile perché mancano i dati sulla popolazione” dice sostanzialmente la stessa cosa (il lavoro è stato inutile) ma con un’informazione specifica sul perché e su ciò che occorre fare.

2. Il feedback deve essere chiaro. Banalmente: troppe informazioni sono peggio che poche informazioni. Se per correggere un lavoro spiegano le decine di passaggi necessari a farlo si ottiene il risultato di perdere l’attenzione di chi ascolta.

3. I feedback non devono essere troppi. La definizione di troppi o pochi è molto variabile, ma insomma non è che si può passare ogni 10 minuti dietro la scrivania a commentare quello che uno sta facendo. Altrimenti è come giocare alla Playstation. Occorre dare indicazioni iniziali, lasciare il tempo di elaborarle e provare a metterle in pratica, e poi intervenire poche volte ma in modo sostanziale.

4. Il feedback deve creare empatia. Un giudizio di valore sul lavoro (“Fa schifo”) o sulla persona (“Non sei capace”) sono feedback che non creano empatia, generano frustrazione, non consentono miglioramento né autonomia. “No, vorrei per favore che ci fossero anche queste informazioni senza le quali è inutile, lo puoi rifare?” è un modo diverso, empatico, di dire comunque che il lavoro è da rifare.

5. Ci sono i momenti giusti per il feedback, e quelli sbagliati. Spiegare all’ultimo minuto prima di uscire dall’ufficio, magari dopo un paio di ore di straordinario, quello che non funziona in un lavoro da rifare il giorno dopo è sostanzialmente inutile. Meglio farlo il mattino successivo presto e subito, a mente lucida, immediatamente prima di rimettersi al lavoro.

6. Per dare e ricevere un feedback occorre avere obiettivi chiari: a cosa serve questo lavoro? Qual è il percorso da compiere? Che miglioramenti ci aspettiamo?

7. I feedback che funzionano sono quelli che pongono domande. “A cosa serve questo documento?”. “Quali informazioni deve contenere?”. “Perché?” sono tutte domande aperte che stimolano il ragionamento, la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità da parte di chi deve eseguire quel compito.

8. Esiste anche il feedback del feedback. Banalmente: “Ti è tutto chiaro?” è una domanda che che stimola una risposta e incita a esprimere i propri dubbi. “Adesso fallo” è un feedback che chiude la comunicazione, senza la certezza che ciò che si è spiegato sia stato davvero capito.

Idee
08/11/2020

Per trovare lavoro serve autostima. Sì, servono anche competenze, un pizzico di fortuna, tenacia, un curriculum scritto come si deve e tutto il resto, Ma lo stato mentale, l’atteggiamento mentale, può fare molto per influire su tutti quei punti. A dirlo è Lorenzo Cavalieri, Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring, in un interessante articolo su Il Sole 24 Ore che parte dal vissuto profondo di chi sta cercando un lavoro. L’assunto è semplice: se cerchi lavoro è perché non ce l’hai, oppure quello che hai non ti soddisfa, sia economicamente che come prospettive di crescita. Nell’uno come nell’altro caso questo si traduce da un lato con un senso di privazione (il vecchio slogan “voglio ciò che mi spetta”?) e dall’altro con un senso di inadeguatezza e sconfitta (“non riesco ad avere ciò che vorrei”).

Privazione e difetto che si rimbalzano tra di loro e si traducono in 3 atteggiamenti:

Scarsa autostima
Risentimento sociale
Pessimismo

Tradotto: se non trovo lavoro è colpa mia, sbaglio e sono un incapace. Anche gli altri però non mi aiutano. È tutto perso, tanto vale lasciar stare.

Ma come influisce questo stato d’animo sulle possibilità di trovare un lavoro? Influisce nella misura in cui, consapevolmente o meno, comunichiamo negatività, sfiducia, scoramento a chi dovrebbe valutarci ed eventualmente assumerci. E nella testa, e negli occhi, dei selezionatori non ci sono solo le hard skill ma anche le soft skill. Anzi, le seconde sono diventate nel tempo sempre più preponderanti nella scelta di un profilo professionale. E a parità di competenze (e forse, se non spesso, anche non a parità di competenze) un selezionatore, un datore di lavoro, un responsabile delle risorse umane propenderà sempre per chi ha un atteggiamento propositivo e ottimista rispetto a chi, nelle parole e negli atteggiamenti, esprime rassegnazione, rabbia, sfiducia.

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04/11/2020

La DAD, la Didattica A Distanza, è tornata tra noi. Con il nuovo DPCM del 3 novembre gli studenti delle scuole secondarie superiori, e probabilmente anche molti delle medie, tornano a fare lezione da casa, davanti allo schermo del computer. Ora, la didattica a distanza non è scuola, questo è pacifico, ma se al primo lockdown ha trovato impreparati molti se non tutti, sia docenti che studenti e famiglie, ora il “primo tempo” di questa partita con le conseguenze del Coronavirus l’abbiamo già giocata, e dobbiamo farne tesoro. Pensare di replicare esattamente ciò che accade in classe nella modalità da remoto non funziona, esattamente come non funziona replicare la vita e le dinamiche da ufficio con lo smart working. Servono strategie nuove, diverse, smart e in qualche modo creative. Come queste 3 idee per sfruttare appieno la DAD.

1. Rivedere gli orari
Nessuno è in grado di seguire con profitto 5 o 6 o più ore di lezione stando seduto davanti allo schermo di unn computer. La scuola ha suoi tempi, compresi quelli di ricreazione, e così deve essere anche per la DAD: se ci sono 2 ore di fila di una stessa materia se ne può dedicare una parte alla spiegazione e una parte al lavoro, anche in autonomia e scollegati.

2. Coinvolgere gli studenti
Chiedere loro di preparare una presentazione multimediale, di cercare un video su un determinato argomento, di esporre un argomento alla classe sono tutti modi per variare il ritmo, il tono e il modo delle lezioni.

3. Mantenere il senso di comunità
Non si può più lavorare fisicamente a gruppi, in aula come a casa, ma bisogna contrastare il rischio di atomizzare gli studenti, isolandoli nella loro solitudine. Gli strumenti per collaborare online esistono, occorre stimolare i ragazzi a trovare nuovi modi per lavorare assieme.

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27/10/2020

Ci risiamo. on il DPCM del 25 ottobre 2020 per il 75% degli studenti delle scuole superiori si torna alla didattica a distanza. Un modo elegante per dire che si resta a casa davanti a un computer a seguire le lezioni. Per fortuna nella stragrande maggioranza delle situazioni l’esperienza del primo lockdown è servita: ora almeno non si improvvisa più su una miriade di pattaforme e qualche buona pratica è stata ormai consolidata. Però ci risiamo di nuovo, occorre ancora sopravvivere alla DAD. Come fare? Dandosi alcune semplici ma ferre regole.

1. Le mail una volta al giorno.

Massimo due, inteso come mattina prima di cominciare le lezioni e sera per una verifica delle comunicazioni. Vale per i docenti, vale per gli studenti. La scuola è sopravvissuta per secoli senza le mail e non c’è bisogno di trasformala in un mailificio. Poche comunicazioni essenziali – i lavori da fare, i lavori restituiti – ed eventualmente gli avvisi. Il resto è rumore di fondo inutile.

2. Pochi gruppi WhatsApp

Ok, gli studenti ne avranno una proliferazione, e per loro forse è più difficile farne a meno (anche se non sanno quanto gli farebbe bene disintosiccarsene). Ma per gli insegnanti è una questione di sopravvivenza: niente gruppi con gli studenti, niente gruppi con i genitori (anche qui, la scuola è sopravvissuta per secoli senza i gruppi WhastApp) e al massimo uno, unico e ufficiale, con i colleghi. Al massimo.

3. Orari chiari e tassativi

Vale per l’inizio e la fine delle lezioni, vale per i colloqui con i genitori, vale per le riunioni con i colleghi, vale per le videochiamate con il dirigente scolastico. Se c’è una cosa che la scuola può imparare dal mondo aziendale per quanto riguarda il “lavoro da remoto” è la gestione dei tempi. se la riunione deve durare 45′, dura 45′. Se il colloquio deve durare 15′, dura 15′. Il fatto di essere “comodamente a casa propria” non è un buon motivo per dilatare questi tempi.

4. Ricordarsi che esistono ancora libri e quaderni

La prima volta fu il caos: foto di compiti mandate alla rappresentante sul gruppo WhatsApp, compiti ed elaborati caricati visibili a tutti su ClassRoom, temi inviati per chat e chi più ne ha più ne metta. Ora un ’bout d’esperienza è stata fatta, gli strumenti digitali sono stati acquisiti, ma sì, ricordiamoci che per studiare e fare i compiti i cari, vecchi e buoni libri e quaderni ci sono ancora. E funzionano benissimo.

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14/10/2020

Se vuoi l’aumento, insisti. Perché la domanda di fondo, che vale per l’aumento di stipendio come per qualsiasi cosa nella vita, è: quante volte bisogna provarci prima di ottenere qualcosa? Ovvero: insistere ha senso oppure a volte è meglio desistere? Be’, secondo un’infografica di Founders & Founders nella vita bisogna insistere, che si voglia l’aumento, un appuntamento galante o semplicemente veder realizzata la propria idea.

Per capirci, Edison per creare la prima lampadina ci ha provato 10mila volte; Dyson, l’inventore dell’aspirapolvere, 5126 volte. E sono solo gli esempi più eclatanti: per esempio Sylvester Stallone è stato rimbalzato 1500 volte prima di riuscire a convincere un produttore a girare il film Rocky, uno dei maggiori successi cinematografici di sempre; o ancora Colonel Sanders ci ha provato un migliaio di volte prima di riuscire a vendere la ricetta del pollo del Kentucky Fried Chicken. Insomma, a volte capita il colpo di fortuna come nel caso della penna Bic, ma in molte altre è la tenacia e la capacità di non demordere a portare al successo. Anche quando si tratta di chiedere e ottenere il tanto sospirato aumento di stipendio.

Idee
12/10/2020

Fatti due conti rapidi, chi svolge mansioni di ufficio o ha un lavoro sedentario passa da un quarto a un terzo delle proprie giornate lavorative seduto. Una condizione che, se vissuta con posture scorrette, può portare anche a gravi conseguenze per la salute oltre che per la produttività (il mal di schiena è tra i primi motivi di assenza dal lavoro).

Per questo motivo è sempre più importante scegliere correttamente la seduta più adatta a favore una posa ideale, senza farsi ‘ingannare’ dai soli fattori estetici.

Un primo errore ergonomico da evitare è quello per cui della sedia o poltrona da ufficio si inclina il solo schienale e non la seduta vera e propria: una vera seduta ergonomica è tale quando è dotata di meccanismo basculante che permette all’intera seduta, sedile e schienale, di inclinarsi contemporaneamente mantenendo il corretto angolo di seduta.

Una sedia da ufficio ideale deve anche essere regolabile in altezza, per permettere di sedersi correttamente con le cosce parallele al terreno e le ginocchia piegate ad angolo retto, evitando così la posizione ‘a cucchiaio’ (quella ‘stravaccata’ sul divano con il bacino in avanti e lontano dallo schienale).

La seduta vera e propria non dovrebbe nemmeno essere troppo morbida, per impedire di ‘affondare’, e così lo schienale dovrebbe avere un supporto per il tratto lombare per assicurare la postura funzionale alla lordosi fisiologica.

L’altezza degli eventuali braccioli dovrebbe anche essere tale da permettere alla sedia di infilarsi sotto il ripiano della scrivania, evitando di stare troppo lontani dal piano di appoggio e di conseguenza di sporgersi eccessivamente in avanti.