Categoria: Idee

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Idee
17/12/2019

È lunedì mattina, suona la sveglia e all’idea che il weekend sia ufficialmente terminato per iniziare un’altra settimana lavorativa, vorresti spegnere la sveglia e girarti dall’altra parte. Prima o poi, a tutti è capitato di sentirsi così, di attraversare momenti di stallo, di scarsa motivazione dove per eseguire le stesse attività lavorative ci impieghiamo molto di più, con la sensazione di un prosciugamento progressivo dell’energia. Ti sarà anche capitato, invece, di trascorrere intere giornate, se non mesi, a svolgere compiti in assoluta semplicità passando da un progetto all’altro senza fatica con un’elevata produttività, in armonia e con quel pizzico di divertimento. Quando cadiamo nel primo esempio, cosa possiamo fare per ritornare al secondo e, come una stampante laser con un toner del tutto nuovo, ritrovare quello slancio necessario per le nostre giornate in ufficio?
Scopri il motivo
Innanzitutto, è essenziale ricordarsi che sentirsi così è un pensiero normalissimo che succede a tutti. L’importante è capirne il motivo. Magari, hai lavorato sodo facendo molti straordinari o c’è un aspetto del progetto che stai gestendo che ti turba particolarmente: alcune persone hanno infatti una naturale predisposizione per le presentazioni, mentre altre adorano i dettagli di un foglio di calcolo. Può essere che il problema risieda nella vita privata e che si rifletta sul lavoro oppure si è verificato un cambiamento in azienda a cui ti devi ancora abituare. Qualsiasi sia la causa, è fondamentale individuarla per poter intraprendere le giuste azioni per gestirla al meglio e ritrovare quella scintilla che ti fa essere soddisfatto e produttivo al lavoro. Parlane anche con persone fidate o con il capo, se necessario: osserverai la situazione da un punto di vista diverso, con il distacco necessario per riacquistare la visione del quadro d’insieme. A volte, siamo come giocattoli a carica: continuiamo a sbattere contro lo stesso muro senza renderci conto che la porta aperta è di fianco a noi!
Pianifica il tempo come se fosse un budget finanziario
Come per le risorse finanziarie, è importante pianificare anche il tempo a nostra disposizione. Se questo aspetto è essenziale per portare a compimento i progetti lavorativi, lo è altrettanto per la gestione del nostro tempo – e benessere – personale. Pensiamo, ad esempio, a quando ci troviamo a fare parecchie ore di straordinario: se la situazione si protrae per un certo periodo, non è facile mantenere la giusta motivazione e livelli alti di energia. Può capitare infatti di sentirci esausti con il solo desiderio di tornare a casa per buttarci sul divano. Stabilendo un piano per le ore da dedicare al lavoro, a se stessi, al riposo e a qualunque altra attività a cui vogliamo dedicarci, avremo una guida che potremo seguire nei momenti più lenti e di stallo.

L’importanza degli hobby
Dopo un periodo piuttosto stressante, è fondamentale ricaricarsi magari prendendo qualche giorno di ferie, cogliendo l’occasione per un weekend fuori porta ad esempio che, oltre a rompere la routine, ci permetterà di distrarre la mente e riacquistare le giuste energie per rifocalizzarci a dovere. Anche dedicarci a un’attività che ci appassiona o intraprendere un hobby del tutto nuovo può sprigionare la carica e l’entusiasmo che ci ridoneranno produttività in ufficio. Distraendo infatti la mente con qualcosa di nuovo da fare dopo il lavoro, ci consentirà di riesaminare ciò per cui nutriamo stanchezza rinnovandone la passione iniziale. In un precedente articolo, abbiamo visto come un hobby può stimolare il lavoro in ufficio e diventare un modo per sviluppare una competenza da applicare quindi in ambito professionale. Nel caso dello sport, potrà inoltre mantenerci in forma evitando le brutte abitudini associate ai momenti di blocco ed essere un valido alleato nel promuovere il raggiungimento dei nostri obiettivi.
Al bando la negatività
Nei momenti di maggiore stanchezza, è facile credere a quella vocina che abbiamo dentro e che si rivolge a noi in un modo che mai adotteremmo con il nostro migliore amico. È importantissimo mantenere un dialogo interno positivo, analizzando la situazione dall’esterno come se ce la raccontasse una persona a noi cara. In questo modo, avremo una prospettiva più realistica, una visione migliore del percorso che vogliamo intraprendere e dei passi concreti da realizzare per riacquistare la giusta energia. Se ad esempio ci capita di confrontarci con gli altri in maniera negativa, è giusto ricordarsi che ogni persona ha le proprie qualità e punti di forza – sul lavoro come nella vita personale. Se è la paura a fermarci, è giusto dare spazio al coraggio di provare. Per mantenerci produttivi in ufficio, è sempre fondamentale ascoltare il dialogo interno, lasciando affiorare quello positivo.

Flusso naturale
Concludiamo l’articolo proponendoti una tecnica per ritrovare quello slancio necessario a garantirti produttività al lavoro. Come suggerito in uno dei precedenti paragrafi, è possibile che il momento di stallo sia dovuto ad attività lavorative che non rientrano nel tuo flusso naturale, ossia in quei compiti per cui nutri una reale passione e predisposizione. Crea due elenchi: uno per le attività che ti rallentano e bloccano; uno per le mansioni che ti infondono più energia. Focalizzati sulla seconda lista e dedica il maggior tempo possibile a questi compiti; mentre per la prima, cerca di esternalizzare o riassegnare l’attività.

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto interessanti spunti di riflessione per recuperare la produttività nei momenti di blocco sul lavoro. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
16/12/2019

Si fa ma non si dice. Oppure non si può ma si fa. Il tema è l’amore (o il sesso) ai tempi del lavoro, cioè con colleghi e colleghe. Si è sempre fatto, e stando a un’inchiesta di Career Builder addirittura il 41% dei lavoratori ha avuto una storia con un collega / una collega, e non necessariamente una storia clandestina dato che in un caso su 3 queste relazioni sarebbero finite in matrimonio. Ma oggi sono tempi diversi, tempi di #metoo e gender equity e quello che una volta era un semplice divieto per lo più aggirato oggi sta diventando una vera e propria politica di gestione delle relazioni al lavoro. Per esempio Facebook e Alphabet di Google che, come spiegano al Wall Street Journal hanno implementato delle vere e proprie “dating policy”. Vuoi chiedere a una collega un collega di uscire? Prego, non c’è problema, ma se la risposta è no rassegnati e non insistere. È la politica del «one strike and you’re out», un tentativo e sei fuori, perché se ci riprovi sei già nell’area della molestia, con tutto quello che ne consegue.

In Italia le cose sono un ’bout diverse, e solo il 5% delle aziende vieta espressamente le relazioni tra colleghi (anche se poi c’è l’invidia, il pettegolezzo, la riprovazione e tutto quanto rende una relazione tra colleghi, ufficiale o meno, inappropriata). Di fatto anche per l’amore ai tempi del lavoro sarebbe il caso di seguire qualche regola di bon ton, galateo e buonsenso come queste, anche nel caso di fantasie irrefrenabili e di istinti implacabili. In Italia (e in Europa in generale, dove le regole della privacy sono comuni) probabilmente non si arriverà mai a codificazioni così stringenti come quelle di McDonald’s USA (dove sono considerate cattiva condotta le barzellette con riferimenti erotici) ma è indubbio che dagli ambienti più internazionali in giù la sensibilità sta cambiando e con essa anche l’amore ai tempi del lavoro.

Idee
10/12/2019

Lo smart working è una modalità di lavoro in forte crescita: secondo i dati del Global Workplace Analytics, dal 2005 a oggi la forza lavoro da remoto è aumentata del 140%, che è un numero notevole sia in termini percentuali che di conseguenza in numeri puri. Tuttavia lo smart working non è semplicemente lavorare da casa ed è sempre più una lavoro “agile” che riguarda molti aspetti, da quelli pratici e organizzativi a quelli di predisposizione personale dello smart worker, dei suoi colleghi, dei suoi capi e dell’azienda tutta. Certo ci sono vantaggi indubbi (banalmente risparmiare un giorno a settimana di pendolarismo, con spese di carburante, usura dell’auto, spese per i mezzi pubblici, pasti fuori casa, caffé compreso è un bel risparmio economico) e vantaggi indotti (un paio d’ore in meno al giorno per andare e tornare dal lavoro sono un paio d’ore in più da dedicare a se stessi o alla famiglia) ma nello smart working ci sono pro e contro da valutare attentamente. Per non trasformare il sogno di lavorare dalla spiaggia nell’incubo di non riuscire a lavorare o quello di lavorare continuamente.
Smart working: i Pro e Contro del lavoro agile
Risparmio economico individuale ma anche riduzione dei consumi, maggior produttività ma anche lavoro senza limiti, maggior indipendenza ma anche solitudine: lo smart working ha numerosi pro e contro, e molti aspetti hanno anche un rovescio della medaglia.
Smart working: un bel risparmio economico
Certo evitarsi almeno un giorno a settimana il viaggio di andata e ritorno verso l’ufficio, i pasti fuori e tutto quanto rappresenta un costo per lavorare è un bel risparmio individuale, che in alcuni casi può diventare anche di qualche migliaia di euro l’anno. Però è anche vero che quelli, a livello macroeconomico, diventano anche una riduzione dei consumi, perché per ogni caffè che non beviamo al bar c’è un barista che non emette uno scontrino corrispondente.
Smart working: meno inquinamento e intasamento
È evidente: meno persone che si spostano da casa al luogo di lavoro, e viceversa, significano anche minor intasamento di strade e mezzi pubblici e minor inquinamento. Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia: lavorare da casa significa consumare elettricità, tenere acceso il riscaldamento in inverno o l’aria condizionata in estate, e a livello di macro dimensioni anche questo è da soppesare con attenzione.
Smart working: non basta un bel computer
La visione più ingenua dello smart working è quella secondo la quale basta un bel computer e il gioco è fatto. Non è così: un bel computer senza una connessione stabile e potente è come un motore senza benzina, e nel nostro Paese sono ancora molti i centri non raggiunti dalla fibra ottica o almeno dalla banda larga, senza le quali lavorare da casa può diventare un calvario.
Smart working: solitudine vs team work
C’è chi, alle prime esperienze di smart working, si sente inevitabilmente solo e abbandonato, abituato com’è a stare in mezzo ai colleghi, magari in un open space. È un salto mentale non da poco e non banale, per il quale serve anche opportuna formazione oltre che gli strumenti di comunicazione adeguati, come App di condivisione documenti e chat professionale.
Smart working: tempo libero vs over working
Il sogno è poter lavorare dalla spiaggia, o dalla casa di vacanza, potendo godere di un sacco di tempo libero. L’incubo di ritrovarsi a lavorare sempre, anche nelle ore che prima erano destinate al tragitto casa-lavoro o alla pausa pranzo, senza riuscire a organizzare il proprio tempo in funzione degli impegni professionali e dell’equilibrio vita-lavoro: non sono poche le storie di chi ha impiegato tempo prima di trovare la giusta routine per un soddisfacente smart working (secondo uno studio dell’Università di Cardiff, il 44% degli smart worker fatica a staccare dopo il lavoro rispetto al 38% del personale che lavora in luoghi fissi.)
Smart working o multitasking eccessivo?
Una cattiva gestione del tempo, degli spazi e dei limiti può trasformare i pro dello smart working nei contro di un multi tasking eccessivo: pensare che lavorare da casa sia il modo anche per fare la lavatrice, sistemare l’armadio, montare la libreria o portare la bici dal ciclista è il viatico più breve e diretto per non riuscire a fare bene praticamente nulla, saltellando continuamente da una cosa all’altra senza mai essere davvero concentrati in nulla.
Lo smart working non è lavorare in pigiama dal divano di casa
È la visione più banale e banalizzata dello smart working: lavorare in pigiama dal divano di casa. Certo magari non è necessario indossare l’abito da ufficio e mettere la cravatta, ma anche la forma è sostanza e sapersi ritagliare uno spazio fisico ben definito da riservare al tempo del lavoro, e darsi una routine come se si andasse in ufficio, sono i paletti necessari per non dimenticare che si sta lavorando davvero.

Idee
05/12/2019

Si chiama FOBO, acronimo di “fear of better options”, la paura di perdere occasioni migliori, e a quanto pare non solo è sempre più diffusa ma rischia anche di sabotare pesantemente le nostre vite, dalla scelta della serie Tv di guardare la sera nel momento di relax alle decisioni importanti da prendere ogni giorno al lavoro.

Il termine FOBO l’ha coniato Patrick McGinnis, che è un venture capitalist americano ed è noto anche per aver coniato il termine per l’altra faccia della medaglia, il FOMO acronimo di “Fear of missing out”, la paura di essere tagliati fuori. Banalizzando un ’bout, si parla di indecisione, un comportamento che c’è sempre stato da che mondo è mondo, ma oggi c’è una variante in più, ed è la varietà, vastità e infinità delle possibili scelte.

Gli esempi sono facili da fare: che serie Tv guardare nelle numerose piattaforme di streaming, che prodotto comprare nel vasto assortimento di un e-commerce dove molti prodotti appaiono equivalenti, cosa ordinare in una qualsiasi delle App di delivery, e così via. Il reagente di questo nuovo / vecchio comportamento è in parte anche la digitalizzazione delle esperienze, che porta a quello che alcuni psicologi chiamano come “paralisi della analisi”, o incapacità di scegliere non solo davanti a molte opzioni quasi equivalenti ma anche quando non ci sono altre opzioni.

Secondo Patrick McGinnis il FOBO è comunque un comportamento ancestrale, è la ricerca del meglio alla base della selezione naturale e del miglioramento della specie, ma ora è diventato un comportamento sociale diffuso e potenzialmente penalizzante. Penalizzante per gli individui e penalizzante per le aziende, quando l’eccesso di opzioni finisce con l’annullarle in una non decisione (o incapacità di prenderla, per esempio davanti a troppi dati).

In fondo, scegliere significa sempre lasciar andare le altre opzioni, abbandonarle a se stesse e al loro destino, decidendo di intraprendere una strada senza timore. Ma per molti la scelta sta diventando quella di tener sempre aperte tutte le opzioni, con il rischio di non muoversi dalla condizione di indecisione.

Idee
03/12/2019

Nella società in cui viviamo, viene spesso data la priorità – sia a livello personale sia professionale – al tentativo di colmare lacune o migliorare ambiti nei quali non vantiamo una naturale predisposizione. Pensiamo a quanti film sono stati girati sul tema: la persona meno predisposta o più svantaggiata che, con l’impegno, riesce a raggiungere il proprio obiettivo. Sulla scia della mentalità che “volere è potere”, queste persone diventano eroi che ci spronano a dare il meglio di noi. Se da un lato è ammirevole e molto utile per lo sviluppo professionale, cosa succederebbe se, invece di focalizzarci sul migliorare le nostre lacune, riuscissimo a comprendere quali sono i nostri punti di forza sviluppandoli ulteriormente a nostro vantaggio?
Il miglioramento continuo
Come abbiamo anticipato, il miglioramento continuo può a volte concentrarsi sulle lacune. Anche a scuola succedeva spesso con una maggiore attenzione rivolta alle materie in cui si ottenevano i risultati peggiori. Se ciò garantisce una formazione più completa, applicato all’ambito lavorativo può generare un calo del coinvolgimento nell’attività che svolgiamo o nel ruolo che ricopriamo. Da alcuni studi emerge infatti che, con manager più attenti ai punti di forza, si hanno dipendenti più attivamente coinvolti. Ad esempio, tramite il coaching: un ottimo strumento per raggiungere il pieno potenziale. Si tratta quindi di un miglioramento continuo in positivo (più che in negativo) che può farci apprezzare di più il luogo in cui lavoriamo, può aiutarci a instaurare relazioni migliori con colleghi e clienti, stimolando la nostra creatività e produttività. Tutti ingredienti essenziali nell’avanzamento di carriera.
Test CliftonStrengths
Donald O. Clifton – psicologo, ricercatore e imprenditore statunitense – ha sviluppato il CliftonStrengths, un test da eseguire online per identificare le cinque aree tematiche in cui si esprime maggiormente il talento con approfondimenti, consigli e azioni pratiche da catalogare in raccoglitori documenti, per sviluppare tale potenziale in veri e propri punti di forza. In base agli studi condotti da Clifton e dalla Gallup, l’opportunità di concentrarci sui punti di forza nelle attività lavorative che svolgiamo quotidianamente, ci renderebbe 6 volte più coinvolti sul lavoro e 3 volte più propensi ad avere un’eccellente qualità di vita in generale. Il test non prevede inoltre domande associate all’istruzione o alle competenze acquisite, ma desidera mettere in luce i talenti naturali che ci contraddistinguono. Per ciascuna domanda, si hanno infine a disposizione solamente 20 secondi favorendo così l’istinto e la naturalezza, meno soggetti a cambiare nel tempo.

Talento naturale
Se le persone sono infatti soggette a cambiare nell’arco del tempo e ad adattarsi a determinate situazioni, gli scienziati hanno scoperto che i tratti principali della personalità – così come gli interessi – tendono a rimanere stabili. Ed è così anche per i nostri talenti naturali. Acquisirne uno nuovo risulta molto difficile, anche se possibile con molto impegno e un ampio dispendio di tempo ed energie. Investire però su quelli già presenti con la pratica e l’esperienza, unendo formazione e competenze, funge da reale moltiplicatore nello sviluppo dei nostri punti di forza. La stessa cosa accade anche a livello fisico: se abbiamo una naturale predisposizione per la flessibilità e investiamo tempo ed esercizio in quest’area, potremmo raggiungere ottimi risultati rispetto a chi non vi è predisposto di natura o non investe risorse per sviluppare tale potenziale.
Il talento in 34 aree tematiche
Clifton notò come, nell’ambito lavorativo, si desse ampio spazio alle “aree di miglioramento” associate spesso – in senso più negativo – alle lacune evidenziate da un dato dipendente. Iniziò quindi a concentrarsi su ciò che le persone riescono a svolgere al meglio (e non al peggio) con l’obiettivo di creare un linguaggio comune in grado di definire il talento. Da colloqui, studi e interviste, vennero identificate 34 aree tematiche di misurazione del potenziale che, una volta emerse dal test, potranno essere sviluppate quindi in punti di forza da applicare nella vita professionale per fare carriera. Tali aree includono talenti quali Apprendimento, Intelletto o Relazione, ossia ambiti che – con esperienza, pratica e formazione – possiamo potenziare per avanzare di ruolo.

Come applicare il test sul lavoro
Una volta eseguito il test e individuate le cinque aree di maggior potenziale, possiamo intraprendere azioni volte all’ottimizzazione dei nostri punti di forza. Ad esempio, se dal test emerge la Comunicazione e sappiamo di essere bravi a raccontare storie coinvolgenti, potremmo pensare di sviluppare la nostra carriera nel settore delle vendite o del marketing. L’impegno a portare a compimento un lavoro – talento rientrante nella Responsabilità – può essere una dote da sottolineare nel corso di un colloquio per la ricerca di un nuovo lavoro. Il test, infine, ci può aiutare a comprendere anche le nostre lacune e con quali colleghi collaborare per colmarle, creando quindi un’occasione per un reale sviluppo positivo volto all’avanzamento professionale.

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto interessanti spunti di riflessione per coltivare il tuo potenziale e trasformarlo in reali punti di forza. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

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28/11/2019

Sempre più aziende stanno attuando programmi di mentoring aziendale, una metodologia di formazione di cui ancora si parla e si sa poco, soprattutto in chi ne potrebbe avere dei benefici, e per la quale manca ancora cultura specifica e persone che si rendano disponibili a ricoprire la figura del mentor. La definizione di mentoring aziendale è abbastanza semplice, e cioè una metodologia di formazione costruita su una relazione, più o meno formale, tra un soggetto con più esperienza e definibile in qualche modo senior, e uno con meno esperienza e per questo definito junior; la finalità è che il mentore aiuti la figura junior a sviluppare tutte le sue competenze e potenzialità in ambito lavorativo.

Il mentoring aziendale affonda le sue radici nel mito classico, e in particolare nella figura di Mentore, l’amico incaricato da Ulisse di occuparsi della formazione di suo figlio Telemaco per prepararlo al futuro ruolo di re. Se il modello è questo, compito del mentor è quello di condividere sotto forma di relazione privilegiata e più o meno formale le proprie conoscenze guidando e sostenendo il junior nella sua crescita personale e professionale e nella focalizzazione sugli obiettivi.
Come funziona il mentoring aziendale
Il mentoring aziendale non ha un protocollo formalizzato ma può declinarsi in diverse, e numerose, modalità, partendo dal presupposto di trovare e incaricare una persona nel ruolo di mentor con spiccate capacità relazionali oltre che evidente esperienza, e dall’altra un junior con disponibilità all’ascolto nella relazione e desiderio di lavorare suo propri punti di debolezza e forza.

La forma più semplice di mentoring aziendale è senza dubbio la relazione one-to-one, che può declinarsi in incontri formali, prefissati e strutturati ma anche in un dialogo più informale e quotidiano. Esiste anche il group mentoring, nel quale il junior attinge alle esperienze di un gruppo di mentor, che se ne fanno carico collettivamente. La forma privilegiata è quella secondo la quale gli incontri avvengono fisicamente, nel corso della coesistenza in azienda, ma non è esclusa nemmeno la modalità “a distanza”, con una relazione che trova la propria sostanza nei sistemi di comunicazione online.
I vantaggi del mentoring aziendale
Sono numerosi i vantaggi del mentoring aziendale, a cominciare dal più immediato che è velocizzare la crescita professionale e personale dei talenti junior, che in breve tempo possono aumentare il proprio contributo alla produttività aziendale. Ma ci sono anche vantaggi indotti, dal trasferimento della cultura aziendale per cui il mentor trasferisce i valori ma anche le regole dell’azienda, alla riduzione del turnover e conseguente dispersione di talento e competenze.