Categoria: Idee

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Idee
23/05/2020

Gestire gli spazi comuni in azienda ai tempi del Coronavirus, con la Fase 2 che ha dato via di fatto al ritorno di tutte le attività produttive e lavorative, è uno dei grandi problemi che stanno cercando di risolvere aziende e datori di lavoro che non possono ricorrere allo smart working. Le situazioni di convivenza negli stessi spazi sono moltissime e difficilmente inquadrabili in prescrizioni di legge. Certo ci sono gli ambiti strettamente di lavoro, sia in ufficio che in fabbrica, ma poi ci sono moltissime situazioni in cui le persone, i lavoratori, condividono spazi e momenti: la mensa, per esempio, uno dei grandi problemi di questo frangente, ma anche le aree snack con i distributori di caffè e bevande, e ancora gli spogliatoi, per quelle aziende che li prevedono, e senza dimenticare le aree fumatori. Le parole d’ordine per gestire questi spazi e questi momenti sono essenzialmente 2: contingentare e sanificare. E sono proprio le norme contenute nei diversi Decreti del Governo a specificarlo.

1. Contingentare

Se il principio è il distanziamento sociale, anche in azienda, contingentare gli accessi agli spazi comuni è l’unica soluzione. Per la mensa si è visto che si sta anche tentando di ricorrere a soluzioni alternative (dal delivery alla consegna dei pasti alla postazione di lavoro) e il numero massimo per rispettare le distanze è stabilito anche per aree snack o fumatori. Ma per gli spogliatoi oltre al numero massimo è prevista anche una norma sulla ventilazione continua e una tempistica tale da garantire un flusso rapido e omogeneo e la possibilità di sanificare oggetti e superfici.

2. Sanificare

Sanificare, appunto. Se lavare spesso le mani con sapone o gel è una prescrizione individuale, l’azienda o il datore di lavoro devono assicurare la sanificazione periodica degli spazi comuni. Quindi non solo la scrivania o la propria postazione di lavoro, e degli oggetti compresi, ma anche la sanificazione regolare, più volte al giorno, degli spazi comuni (che poi è quanto accade nei ristoranti o nei negozi, per esempio dopo l’uso del camerino), e una pulizia e sanificazione approfondita a fine giornata.

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20/05/2020

Coordinare un team da remoto è una delle più grandi sfide davanti alle quali si sono trovati manager e imprenditori con l’emergenza Coronavirus. Il ricorso massiccio allo smart working, imposto dai DPCM come misura di contenimento del contagio prevista nel più generale lockdown, ha imposto repentinamente ad aziende, uffici, studi e gruppi di lavoro di ripensare le modalità di lavoro. Ripensare dal punto di vista materiale, fornendo gli strumenti necessari al lavoro da casa – computer, hardware, ma anche programmi e software – ma ancor più ripensare dal punto di vista gestionale. Di colpo sono spariti le riunioni fisiche, i colloqui di persona, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i ragionamenti in pausa pranzo e tutto quanto attiene alla dimensione sociale del lavoro. Una rivoluzione copernicana di cui ci si è resi conto giorno dopo giorno, che probabilmente ha trovato pronto chi già da tempo faceva ricorso allo smart working – con i suoi pro e contro – e che altrettanto probabilmente ha generato dubbi, insicurezze, frustrazione e difficoltà in cui si è trovato di colpo a dover nuotare in questo nuovo mare sconosciuto.

E allora come coordinare un team da remoto, considerando che lavorare da casa sembra essere le prospettiva ancora per molto tempo e comunque finché la pandemia da COVID-19 non sarà ridotta a fenomeno gestibile?

Ripensando al modo in cui si comunica,
Mantenendo il contatto con il team,
Delegando e responsabilizzando più di quanto non si facesse prima,
Tenendo presente l’aspetto umano delle nuove modalità di relazione,
Avendo il coraggio di cambiare.

Se tutto ciò sarà tenuto presente in questi tempi incerti e inediti che ci aspettano, allora forse la pandemia, il lockdown e tutto quello che hanno comportato si saranno rivelate come una grande occasione di crescita, miglioramento e innovazione.

1. Ripensare a come si comunica

Il mezzo è il messaggio, e la stessa cosa detta a voce o scritta in una mail o in un messaggio in chat può avere diverse sfumature di significato. La messaggistica è la grande rivoluzione dello smart working, ma scrivere perde una porzione enorme di empatia tra le persone, per cui ricordarsi di prendere il tempo per una telefonata one-to-one (o una videochiamata), chiarirsi bene i punti salienti prima di comunicare decisioni e cambiamenti, essere diretti ma non bruschi, tempestivi ma non affrettati, e imparare a usare l’intero ventaglio di strumenti a disposizione – compresi i sistemi di videomeeting – è necessario per riuscire a gestire bene un team atomizzato.

2. Mantenere il contatto con il team

Banalmente: programmare meeting regolari con il team. Può essere ogni mattina con il gruppo ristretto, a inizio e fine settimana con quello allargato, a metà settimana con l’intera azienda: ciascuno conosce meglio di ogni altro la propria azienda, il proprio team, i propri collaboratori e, man mano, riuscirà a trovare il ritmo giusto. Ma avere uno scadenziario regolare, con riunioni brevi e focalizzate su pochi essenziali punti, può davvero fare la differenza. E se di tanto in tanto ci si butta dentro un aperitivo virtuale, per chiudere la giornata o la settimana, o un caffè tutti assieme, per cominciarle, lasciando anche un ’bout di libertà a tutti di allentare la tensione, può solo fare del bene.

3. Delegare e responsabilizzare

Il tempo in cui “se non controllo il dipendente, il dipendente non lavora” è ormai ampiamente superato. La supervisione eccessiva, nello smart working, è un boomerang che porta via più tempo ed energie di quanti benefici apporti. Fornire informazioni chiare, essere disponibili al confronto e al contatto, ma poi delegare, ragionando per compiti da svolgere più che sul tempo necessario a farli è la strada maestra del lavoro agile. Che poi, delegare è anche motivare. E se proprio si fatica a gestire i tempi del lavoro si può provare con la tecnica del pomodoro.

4. Tener conto delle persone

La pandemia, il virus, il lockdown hanno avuto anche risvolti psicologici, impaurito le persone, generato insicurezze, sia legate al virus che alle conseguenze economiche e sullo stile di vita. E questo vale per tutti, dipendenti e amministratori delegati, manager e operai. Ma chi gestisce ne deve tener conto, perché ora il mondo non è quello di prima, e non è detto che tornerà ad esserlo a breve. Ecco perché per gestire un team da remoto bisogna tener conto delle persone, prendersi del tempo per farle sentire importanti benché lontane e non dimenticare che dietro a un titolo professionale c’è una persona con le sue reazioni emotive. La sicurezza sociale ed emotiva del proprio team è una lezione che molti manager USA hanno imparato con l’11 settembre, e questa pandemia, dal punto di vista emotivo, non è molto lontana da quello shock.

5. Avere il coraggio di cambiare

Che poi è la somma dei 4 punti precedenti: fare come si faceva prima non è la soluzione. Il lockdown ha imposto una situazione diversa, e adattarsi, cambiando e dimostrando resilienza, è il modo per andare alla scoperta di nuove opportunità.

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18/05/2020

Con la Fase 2 e il quasi ritorno alla normalità per molti lavoratori si pone ora il tema della pausa pranzo in ufficio. Un momento che in epoca pre-Coronavirus era sinonimo di relax e convivialità e che ora potrebbe presentare non pochi problemi e diventare fonte di stress: le regole di distanziamento sociale e quelle di contenimento del contagio infatti potrebbero mettere a dura prova la gestione dei momenti dedicati al pasto, dalla mensa aziendale a ristoranti e bar esterni, dal delivery alla schiscetta portata da casa. Allora proviamo a vedere come sarà la pausa pranzo in ufficio nella nuova fase della convivenza con il COVID-19.
Pausa pranzo in ufficio: il ritorno in mensa
Le mense riapriranno, ma poco o nulla sarà come prima. Intanto il distanziamento ai tavoli, per chi consumerà il pasto nella sala mensa: potrebbero comparire i divisori in plexiglass ma anche essere prevista una riduzione della capienza del locale, per esempio prevedendo un posto a sedere ogni 3, con un andamento a scacchiera. Questo ovviamente dilaterà i tempi per l’accesso alla mensa e la fruizione del pasto, motivo per cui l’orario di pausa potrebbe diventare flessibile o prevedere dei meccanismi di prenotazione. Alcune società che si occupano di ristorazione collettiva stanno implementando App tramite le quali prenotare il proprio orario e il proprio menu in modo da ridurre le code in attesa e rendere tutto più snello e veloce. Anche posate, tovaglioli, condimenti e pagamenti saranno rivisti, nell’ottica delle porzioni monouso e dei pagamenti contact-less. Il tutto partendo dal presupposto che i lavoratori della ristorazione siano i primi a cui sono garantite le prescrizioni per il contenimento del contagio e che quindi pasti e oggetti siano ragionevolmente sicuri. In conseguenza di ciò potrebbero nascere nuove figure professionali, come il Covid-Manager, una specie di maitre di sala per le mense esperto in tematica di COVID-19 e in grado di dirimere le situazioni impreviste che dovessero presentarsi.
Il pasto in ufficio alla scrivania
Siccome non è possibile mangiare indossando la mascherina, potrebbero esserci dei casi in cui sia consentito consumare il pasto alla propria scrivania, e allora tramite App o qualche altra forma di prenotazione si comunica il menu desiderato e l’ora di ritiro (oppure di consegna alla propria postazione). Però il pasto alla scrivania è anche la normalità per tantissimi lavoratori, soprattutto nelle aziende e negli uffici meno organizzati, e tra schiscetta portata da casa, delivery o acquisto negli esercizi di zona si potrebbero creare non pochi problemi. Il primo ovviamente è quello della condivisione degli spazi: in molto uffici c’è (o c’era…) un’area kitchen in cui consumare il pasto in compagnia (peraltro, era anche un ottimo momento di brainstorming e socializzazione) ma ora sarà necessario mantenere le distanze e prevedere la sanificazione di ogni posto (dalla sedia al tavolo e fino a microoonde e altri oggetti) dopo ogni uso. E se la schiscetta da casa l’abbiamo già a portata di mano, diverso è il caso di chi deve comprare il pasto giorno per giorno. Ma come sempre dai problemi nascono anche le opportunità e per esempio sono già comparse delle start-up come Streeteat con Delò che installano dei locker negli uffici e consegnano i pasti, sempre prenotati online, all’ora desiderata e all’interno di uno specifico locker, di modo da azzerare l’interazione tra le persone. Una tendenza a cui potrebbero adeguarsi anche gli esercenti di prossimità prevedendo dei veri e propri lunchbox da consegnare negli uffici.
Pausa pranzo all’aperto durante il Coronavirus
In tutto ciò è anche primavera, e davanti a noi c’è l’estate, e la pausa pranzo al parco o al giardinetto è il grande classico di tantissime persone: ma su questo saranno i sindaci, con le loro disposizioni, a dire cosa sarà possibile fare da qui in avanti.

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11/05/2020

Volenti o nolenti il Coronavirus ci ha obbligato ad aver a che fare con lo smart working, e senza nemmeno troppi preamboli. Chi lo sognava da anni e chi da pari tempo lo osteggiava si son dovuti confrontare di colpo con questa diversa, se non proprio nuova o inedita, modalità di lavoro. Che, lockdown o meno, non è certo quella da cartolina di un computer portatile su una spiaggia caraibica ma qualcosa di più complesso, profondo e, per certi aspetti, inaspettato. Ora, dopo 2 mesi di lockdown e con la prospettiva di altri mesi di distanziamento sociale, possiamo già fare un primo temporaneo, ma credibile, bilancio: cosa abbiamo imparato dallo smart working durante il Coronavirus?

1. Il telelavoro non è smart working

Già, aver trasferito le stesse modalità del lavoro in ufficio a casa non è vero smart working ma più semplicemente telelavoro. Termine oggi desueto e che però significa avere orari fissi, strumenti tecnologici prestabiliti, vincolo del luogo (nel caso del lockdown senza alterativa).

2. Lo smart working richiede un cambio di mentalità

Flessibilità, responsabilizzazione e autonomia sono le parole d’ordine dello smart working, sia lato dipendente che lato manager / datore di lavoro. Passare dal telelavoro allo smart working significa passare dal ruolo di dipendenti controllati e valutati in base al tempo e “professionisti” responsabili dei propri progetti all’interno dell’organizzazione. Non facile né immediato.

3. Smart working non significa lavorare meno

Ok, le condizioni del lockdown erano e sono estremamente particolari, ma smart working non significa lavorare meno, anzi: ci sono un sacco di ricerche che dimostrano come la produttività in realtà aumenti, ma è esperienza comune anche il fatto che si finisce a lavorare di più in termini di ore.

4. Lo smart working non piace a tutti

Secondo un sondaggio di GlobalWebIndex piace soprattutto ai più “giovani” (Generazione Z e Millenials) e meno a quelli più “anziani” (Generazione X e Baby Boomers). Piace di più agli uomini e meno alle donne. Piace di più allo staff e meno ai manager. Il problema? Quando gli uni devono aver a che fare con gli altri.

5. Più l’azienda è grande, meglio è

Sembra paradossale, ma è così: più l’azienda è grande e più c’è supporto, anche solo in fatto di strumentazione. Più l’azienda è piccola o famigliare e meno aiuto c’è, anche solo nel concedere questa modalità di lavoro.

6. Si dorme di più e si ha più tempo

Banale, ma alla prova dei fati è così: tolto il tempo del viaggio casa – lavoro, c’è più tempo per svegliarsi con calma e per fare altre cose. Che poi tutto ciò si sia limitato alle mura di casa è l’inconveniente del momento, ma togli il Coronavirus e il work life balance è dimostrato.

7. Si mangia meglio

Il classico effetto collaterale: più tempo a disposizione e più possibilità di cucinare e mangiare meglio. Ok, il lockdown ha spinto ai fornelli metà Paese (e l’altra metà era seduta a tavola ad aspettare…), ma è indubbio che non tornare a casa a un’ora indecente, potersi preparare anche il pranzo e avere modo di fare colazione dovrebbero essere condizioni per cui ci si nutre meglio e in modo più sano.

8 Le mail non sono smart working

Mandarsi mail non significa fare smart working. Anzi, chi apprezza il lavoro agile mal tollera le mail e – sempre secondo il sondaggio GWI – predilige altri strumenti di comunicazione come chat e condivisione di documenti.

9. Lo smart working? Bello, ma a piccole dosi

E sì, il risultato più sorprendente del sondaggio di GWI è che la metà degli intervistati dice che sì, lo smart working è bello, ma quando si tornerà alla normalità vorrà farlo meno di quanto l’abbia fatto in questo periodo. Anzi, meno rispetto al tempo di lavoro tradizionale in ufficio.

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08/05/2020

Con la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus per molti è arrivato il momento di tornare in ufficio. Lo consente il DPCM e lo “impone” in qualche modo la realtà economica, che non potrebbe sopportare altre settimane di completa inattività. Ma tornare in ufficio con il COVID-19 ancora tra di noi significa resettare completamente le nostre abitudini: un cambiamento radicale sia da parte delle aziende che da parte dei lavoratori per cui nulla sarà più uguale a prima. E se il Ministero del Lavoro ha stabilito regole molto precise e stringenti, è soprattutto il buonsenso di ciascuno che deve guidarci nel territorio sconosciuto del periodo che ci aspetta. Del Coronavirus si conosce ancora poco (ma qualche idea su come si diffonde negli uffici l’abbiamo), l’emergenza non è terminata, la reale portata della pandemia si chiarirà solo man mano che tamponi e test sierologici verranno eseguiti su sempre più ampie fasce di popolazione e quindi il principio di maggior cautela, che impone il distanziamento sociale e di proteggere se stessi e gli altri, dovrà necessariamente essere il faro nella notte del prossimo periodo. Per esempio seguendo questi 10 semplici ma utili consigli per tornare in ufficio senza rischiare di rimanere contagiati.

1. Continua con lo smart working

Se puoi, continua con lo smart working. È scritto espressamente nel DPCM del 26 aprile ed è sicuramente la situazione più sicura per proteggere se stessi ed evitare la diffusione del contagio.

2. Considera che tutti potrebbero essere infetti

Già, amaro da dirsi ma il principio della maggior cautela parte proprio da qui: chiunque potrebbe essere infetto, anche chi appare in ottima salute. E non potrai mai sapere dove sono stati, chi hanno visto, come si sono comportati. Quindi mantieni le distanze, proteggi le vie respiratorie, lava frequentemente le mani con il sapone, evita di sfregare viso, occhi, naso e bocca con le mani.

3. Tutti devono indossare la mascherina

È scritto nel DPCM, è ribadito da tutte le indicazioni di tutti i ministeri. Quindi nessuna eccezione, soprattutto in ufficio (che potrebbe essere un fattore di potenziale diffusione) e nemmeno nei piccoli uffici, quelli in cui il clima è più “famigliare”. Ma attenzione: la mascherina – di qualunque tipo, come spiegato qui – non è garanzia di protezione al 100%.

4. Stai alla larga

Difficile, molto difficile, ma bisogna essere razionali: nessun contatto diretto né frequentazioni sotto la distanza minima consigliata. Per non rischiare: a 2 metri da chiunque si possono comunque fare tutte le cose necessarie per mandare avanti il lavoro.

5. Alza una barriera

E se le postazioni sono troppo vicine per rispettare il distanziamento? O turni o pannelli separatori, alternative non ce ne sono. La turnazione è suggerita anche nel DPCM, i pannelli plastici di separazione è una soluzione a carico dell’azienda. In ogni caso il principio è: distanza di sicurezza.

6. Attenzione alla superfici

Attenzione alle superfici di maniglie, porte, bagni, scrivanie, computer, stampanti e ogni altro oggetto presente in un ufficio. Che il virus possa depositarsi, sopravvivere e trasmettersi con il semplice contatto non è ancora chiaro. Ma sì, può esserci il caso che un positivo asintomatico starnutisca nella mano, tocchi una maniglia, e poi arrivi qualcun altro che la tocca a sua volta e poi si porta la mano al volto. Ed il gioco è fatto. Quindi: attenzione alle superfici!

7. Lava spesso le mani

Anche più del solito. Il sapone va benissimo, i gel disinfettanti altrettanto, ma comunque lava spesso le mani. Diciamo ogni volta che cambi situazione: ti alzi e vai in bagno? Lavale prima e dopo. Vai alla macchinetta del caffè? Lavale prima e dopo. Pranzi alla scrivania? Lavale prima e dopo. Hai una riunione? Lavale prima e dopo.

8. Non toccare la mascherina

Sì, siamo a livello di film catastrofici tipo Contagion, ma è proprio così: anche sull’esterno della mascherina potrebbe annidarsi il virus. Quindi per sistemarla usa gli elastici o i legacci ma non toccare il tessuto esterno della mascherina con le mani nude. E comunque prima e dopo averla sistemata lava le mani.

9. Nel dubbio stai a casa

Davvero, ormai dovremmo averlo imparato tutti, ma nel dubbio stai a casa. Tosse? Malessere? Mal di testa? Alterazione di gusto e/o olfatto? Spossatezza? Magari è la primavera ed è tutto normale, ma nel dubbio stai a casa e rivolgiti al medico curante. In questo momento un giorno di lavoro perso è comunque meglio di una ripresa dell’infezione.

10. Nel dubbio sanifica

L’azienda dovrebbe provvedere a una sanificazione straordinaria preventiva al ritorno all’attività e pulizie quotidiane. Tuttavia, nel dubbio, sanifica la tua postazione di lavoro con un disinfettante a base alcolica. Il principio della maggior cautela, come detto, è sempre la guida in questa situazione.

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04/05/2020

Andare in bici al lavoro potrebbe essere una buona soluzione per affrontare la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus, quella del graduale rientro negli uffici e nelle fabbriche ma anche della forte limitazione all’uso dei mezzi pubblici. Chi temeva situazioni estreme già al primo giorno è stato smentito: a Milano, Roma e in tutte le altre grandi città d’Italia non si sono verificate le tanto temute situazioni di assembramento che potrebbero vanificare l’appello al distanziamento sociale. E tuttavia le misure di limitazione all’uso dei mezzi pubblici sono reali e man mano che apriranno altri settori le persone che dovranno spostarsi tra casa e lavoro saranno sempre più. Ecco perché, anche complice la bella stagione, la bicicletta può essere la soluzione se non all’intero tragitto almeno all’ultimo miglio, per usare un’espressione mutuata dal mondo delle telecomunicazioni. L’alternativa sarebbe l’auto, con le inevitabili conseguenze di ingorghi che dilatano i tempi e aumento dei costi per i parcheggi in centro. Ma attenzione, perché andare in bici al lavoro non è esattamente come fare una scampagnata (banalmente, meglio non correre il rischio di arrivare pezzati di sudore) e qualche consiglio può aiutare ad affrontare la novità. Oltre a permettere di risparmiare soldi, migliorare l’umore, ridurre lo stress e – perché no – rimettersi in forma.

1. Scegli la bici gusta

La soluzione non è spolverare la vecchia MTB in fondo al garage da 20 anni o la bici avuta in eredità dalla nonna. Almeno un ’bout di manutenzione servirebbe (vedi punto 6) ma se bisogna attraversare la città da parte a parte (perché l’ufficio è sempre dalla parte opposta della città, vero?) serve qualcosa di confortevole, maneggevole e scorrevole. Per i lunghi tragitti si può fare un pensiero a una moderna bicicletta elettrica, una pratica city-bike è sempre la soluzione migliore per muoversi in centro, e se tocca fare un ’bout di strada in auto dall’hinterland alla periferia e poi si vogliono evitare i mezzi pubblici può vale la pena valutare una bici pieghevole (o perché no un monopattino elettrico). Ma mettersi in sella a un vecchio “cancello” (come amabilmente sono chiamate le vecchie bici) è il modo migliore per far naufragare subito il progetto.

2. Abbigliamento

Forse il tasto più delicato, per chi in ufficio ha l’obbligo di una tenuta formale ed elegante. Certo, se si ha la fortuna di vivere e lavorare in centro è tutto più facile, chi deve fare un ’bout di chilometri potrebbe valutare di avere in ufficio almeno le scarpe formali e pedalare con qualcosa di più sportivo (e c’è anche chi potrebbe aver modo di cambiarsi una volta arrivato in ufficio) e comunque una giacca tecnica leggera antivento e impermeabile è sempre bene averla di scorta con sé.

3. Non dimenticare la sicurezza

Una lucina rossa lampeggiante dietro, una luce davanti se si tarda la sera, il casco in testa (è obbligatorio fino a 14 anni, poi facoltativo, ma è sempre meglio averlo) e qualche dettaglio rifrangente che aumenta la visibilità in strada sono il minimo indispensabile per poter dire di aver pensato alla propria sicurezza.

4. Pianifica il tragitto

No, fare in bici la stessa strada che si farebbe in auto non è una buona idea: i vialoni a grossa percorrenza hanno ben poca sintonia con i pendolari a pedali. Meglio controllare se ci sono piste ciclabili o “scorciatoie” che permettono di percorrere strade meno trafficate. E poi è bene dare una occhiata anche all’altimetria: in macchina le pendenze quasi non si notano, in bici se non si hanno gambe allenate possono diventare peggio di una Cima Coppi al Giro d’Italia.

5. Prendila con calma

In bici puoi fare più o meno una ventina di km in 1 ora, che dentro la città è mediamente meglio della velocità media di un’auto all’ora di punta. Ma non partire come se dovessi affrontare una gara: prenditela comoda, parti con qualche minuto di anticipo, pedala rilassato e ti renderai conto che è tutto molto più piacevole di quanto si creda.

6. Fai manutenzione alla bicicletta

Bastano poche cose: gonfiare gli pneumatici, oliare la catena, controllare i freni. Se non sei esperto cerca un ciclista in zona: una bici in ordine è garanzia di sicurezza e comfort.

7. La borsa per il computer

Lo zaino sarebbe la soluzione più immediata, ma con il caldo il rischio è quello di arrivare in ufficio con la schiena chiazzata di sudore. Allora può aver senso valutare quelle borse che si possono mettere sul tubo orizzontale (la cosiddetta “canna della bicicletta”) o sul portapacchi posteriore. Sono pratiche e, con qualche accorgimento, si impara in fretta a equilibrare bene i pesi.

8. Fai colazione

Certo, cornetto e cappuccino appena scesi dalla macchina e prima di entrare in ufficio erano un bel ricordo, e puoi goderteli anche arrivando in bicicletta. Ma fosse anche solo per una manciata di km non è una buona idea uscire di casa a stomaco vuoto quando si tratta di pedalare. Hai mai notato che i ciclisti mangiano durante le lunghe gare? Se lo fanno loro ci sarà sicuramente un buon motivo.