Categoria: Idee

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Idee
02/03/2020

Il Coronavirus ha imposto di colpo, a migliaia di lavoratori del Nord Italia, di lavorare da casa. Dal lavoro tradizionale allo smart working nel tempo di un weekend. Con un salto triplo dal punto di vista formale, visto che il Governo è dovuto correre ai ripari con un decreto d’urgenza che consentisse alle aziende di avviare la modalità di lavoro da remoto in tempi più che brevissimi (è il decreto attuativo contenuto nel DL n.6 del 23 febbraio 2020, Misure Urgenti sul Coronavirus). Ma ancor più che gli aspetti formali, che non sono mai né banali né secondari, lavorare da casa al tempo del Coronavirus ha imposto a tantissimi lavoratori uno scatto mentale che non è scontato né facile né automatico: dall’essere gestiti al gestire in autonomia la propria agenda e le proprie scadenze. Il vantaggio: un risparmio in termini di tempo impiegato per spostarsi per e dall’ufficio a casa che può variare anche tra l’ora e l’ora e mezza. Lo svantaggio? Il rallentamento dei tempi di lavoro e in alcuni casi la dilatazione del tempo del lavoro. Tradotto: più tempo speso ad aspettare risposte e informazioni, e richieste anche oltre l’orario stabilito. Con buona pace del tempo risparmiato in viaggi casa-ufficio.
Le conseguenze del lavorare da casa al tempo del Coronavirus
Ma le conseguenze del lavorare da casa al tempo del Coronavirus non sono solo quelle misurabili in termini di tempo perso / tempo guadagnato, oppure efficienza / inefficienza. Il “più grande esperimento di smartworking mai messo in atto” (parole di Bloomber riferite alla Cina, ma anche di Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma) può cambiare anche la percezione che abbiamo del lavoro, del nostro ruolo e della nostra importanza all’interno della nostra organizzazione, e del valore che hanno determinate abitudini e consuetudini radicate. Per esempio stare lontani dall’ufficio pesa la reale importanza delle persone, indipendentemente dai ruoli nella scala gerarchica: c’è chi potrebbe rivelarsi non così importante (capi e manager che non dirigono…) e chi invece risultare essenziale nonostante un ruolo di staff.

E ancora: cosa succede se non andiamo da quel determinato cliente con il quale è consuetudine vedersi a intervalli regolari? Cosa succede se non partecipiamo di persona a una riunione? Cosa succede se non siamo fisicamente a disposizione del nostro capo e dei nostri colleghi? Per chi non ha mai provato, o non ancora digerito, lo smart working sono tutte riflessioni che possono venire alla mente e cambiare un ’bout la percezione di se stessi in relazione al proprio lavoro.

Però poi il lavoro non è solo produttività e compiti assegnati ed eseguiti. C’è un aspetto relazionale del lavoro che con lo smart working sparisce quasi del tutto. Le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i discorsi in pausa pranzo, quel sentire l’aria che tira che è un ’bout intuizione, un ’bout pettegolezzo, un ’bout capacità di fare networking sono tutti aspetti spazzati via dallo stare a casa, chiusi nel proprio spazio di lavoro, con relazioni solo mediate dalla tecnologia: il telefono, la videochiamata, le chat, i documenti condivisi. E anche a questo si finirà inevitabilmente per dare un peso specifico diverso quando l’emergenza Coronavirus e il telelavoro forzato saranno passati.

Lo smart working da Coronavirus ci dirà anche molto su quanto è importante il lavoro per noi e per la nostra quotidianità ed esistenza. Non solo perché potrebbe metterci davanti alla situazione di dover decidere se accettare un rischio oppure no (Resto a casa o vado dal cliente? Vado in ufficio o lavoro da casa?) ma anche perché allontanandoci dall’ufficio e dalle sue dinamiche ci porterà a riflettere su quanta importanza diamo al lavoro: fare gli straordinari è sempre davvero così essenziale? Potremmo organizzarci meglio per lavorare in modo più efficiente e trovare un miglior work-life balance? Quante cose potremmo fare – con la famiglia, le passioni, gli hobby – con una miglior gestione del tempo lavoro? E ancora: tutto quel tempo che passiamo in ufficio è davvero così fondamentale, o forse, finalmente, passata l’emergenza, lo smart working potrà diventare una modalità di lavoro da affiancare a quella tradizionale?

Idee
28/02/2020

Una volta era la malattia professionale di quanti usavano le mani per lavori di precisione come sarte, orafi, orologiai e così. Oggi è una tra le malattie professionali più diffuse e colpisce 1 lavoratore su 10: parliamo della sindrome del tunnel carpale, o mal di mouse, un inconveniente molto fastidioso che però si può prevenire rispettando alcune semplici regole nell’utilizzo del mouse per il computer.
Cos’è la sindrome del tunnel carpale?
Intanto: la sindrome del tunnel carpale è una infiammazione patologica del nervo mediano della mano, posizionato vicino ai tendini flessori delle dita: da questa vicinanza e compressione deriva l’infiammazione che può portare a dolore e difficoltà di movimento.
I primi sintomi della sindrome del tunnel carpale
I disturbi iniziali sono semplici da riconoscere: formicolio e dolore alle dita, ipersensibilità e perdita di forza quando si afferrano oggetti anche di piccole dimensioni. Purtroppo però questi sintomi si palesano lentamente e possono volerci mesi se non anni prima di poter riconsocere una vera diagnosi di STC.
Cosa fare in caso di sindrome del tunnel carpale
Una volta fatta la diagnosi, i primi interventi sono il riposo, l’assunzione di farmaci anti-infiammatori e sedute di fisioterapia. Talvolta può essere necessario indossare un tutore e nei casi più gravi si può anche ricorrere all’intervento chirurgico.
Come prevenire il mal di mouse
Prevenire è tutta una questione di corretta postura alla scrivania: assumere una postura eretta, con ginocchia, fianchi e spina dorsale allineati; mantenere la schiena appoggiata allo schienale della sedia; impugnare il mouse in modo rilassato; usare tutto l’avambraccio e non solo il polso per muovere il mouse: collocare il monitor alla stessa altezza degli occhi e la tastiera su un tavolo che permetta di tenere i polsi e i gomiti sempre appoggiati al piano di lavoro: sono tutte le buone pratiche per evitare di affaticare il nervo mediano della mano e scongiurare la sindrome del tunnel carpale.

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25/02/2020

La paura di volare, o aerofobia, è più diffusa di quanto si creda. Anche in un mondo in cui milioni di persone ogni giorno volano da una parte all’altra del globo, ben 6 persone su 10 (secondo un sondaggio realizzato da Eurodap – Associazione europea disturbi attacchi di panico) ha letteralmente pausa di volare. E nonostante la diffusione di sistemi di videoconferenza e smart working che spesso consentono di non volare per motivi di lavoro, per molti l’idea di imbarcarsi su un velivolo significa vero e proprio terrore, ansia e panico. Purtroppo per l’aerofobia poco può fare razionalizzare il tutto, pensando per esempio che l’aereo è statisticamente il mezzo di trasporto più sicuro, e che si ha più probabilità di morire per un attacco di uno squalo, o in auto, che per un incidente aereo.
Paura di volare: come superarla
E allora se nemmeno razionalizzare aiuta, come superare la paura del volo? Affrontando il tutto con metodo, in modo tale da abituarsi progressivamente all’idea di salire a bordo, effettuare il decollo e affrontare la fase di volo e atterraggio con una certa calma.

Come prima cosa è utile arrivare in anticipo e con calma in aeroporto, per abbassare i livelli di ansia legati ai controlli, al check-in e all’imbarco. Anzi, al momento di salire a bordo può essere utile osservare hostess e personale di bordo, e ignorare il comportamento degli altri passeggeri: la tranquillità con cui eseguono le operazioni e accudiscono i viaggiatori è sempre molto rassicurante, e non è una posa. Distrarsi prima e durante il volo è un altro buon modo per allontanare i pensieri negativi e non farsi prendere dall’ansia: leggere un libro o una rivista, ascoltare musica rilassante o guardare un film è un buon sistema per focalizzare la propria attenzione su altro che non sia il volo. Se questo non funziona ci sono corsi organizzati dalle compagnie aeree, anche online, che favoriscono un approccio più sereno ai momenti del volo. Infine evitare bevande eccitanti, come il caffè, o che possono disturbare l’equilibrio psicofisico, come gli alcolici, e preferire tisane calmanti e rilassanti è un altro piccolo trucco che può favorire un atteggiamento meno ansioso nelle fasi di volo.

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17/02/2020

Reagire al licenziamento non è facile. Anzi, un licenziamento è per tutti un’esperienza traumatica e devastante, e non solo dal punto di vista materiale. Anzi, sono proprio le conseguenze psicologiche le più difficili da affrontare. Secondo il National Bureau of Economics Research più della metà delle persone licenziate ha vissuto in seguito stati depressivi conclamati. E secondo una ricerca della University of Anglia per la metà dei giovani precari a cui non viene rinnovato il contratto si osservano stati dell’umore peggiore di quelli causati dalla fine di una relazione sentimentale.

A mente fredda e distaccata verrebbe da dire che è più una questione materiale che psicologica, e invece non è così: per molti lavoratori, se non per tutti, avere un lavoro, e la posizione che si ricopre, dicono molto, se non quasi tutto, di ciò che si è. Insomma, il lavoro, e il proprio status professionale, sono parte dell’autostima. Se crolla il primo, crolla anche la seconda. Con la conseguenza di finire a mettere in dubbio non solo ciò che si “vale”, ma anche ciò che si è. E magari commettere errori irreparabili nel percorso di ricerca di un altro impiego.
4 strategie psicologiche per reagire al licenziamento
Per questo stanno prendendo piede percorsi di terapia psicologica per affrontare il momento, per questo è utile riuscire a rimanere lucidi e reagire nel modo giusto (che è quello propositivo, e non depressivo). Sì, ma come?

Come prima cosa cercando di essere razionali, evitare di farsene una colpa ed evitare di attribuirsi del disvalore personale. Spesso un licenziamento non ha nulla a che fare con la qualità del proprio lavoro, con il ruolo che si occupa in azienda, con le proprie capacità. Spesso si è licenziati perché si è un numero, e non un nome con un volto. È un’ingiustizia? Sì. Ci si può far qualcosa? No, se non reagire.

Razionalizzare aiuta, ma spesso non mette al riparo dalla rabbia. Meglio la rabbia che la depressione, perché è il primo scatto per reagire, purché si sappia incanalare questo sentimento verso un fine costruttivo. La rabbia è quella dei campioni feriti, che prendono lo slancio per trasformare una sconfitta in un trionfo, e allo stesso modo può essere dopo un licenziamento: “Ah sì? E adesso ti faccio vedere io” deve diventare il pensiero di chi vuole trasformare una delusione in una nuova opportunità.

Razionalmente, e lucidamente (cosa non facile, ma necessaria) un licenziamento può essere anche l’occasione giusta per fare reset della propria vita professionale. Volevo davvero fare quel lavoro? Mi piaceva davvero quel lavoro? E cosa vorrei fare invece? Quali risorse – materiali e di competenze – ho a disposizione per rimettermi sul mercato del lavoro? Ciascuno/a deve costruirsi il proprio percorso, e come detto non mancano i percorsi di sostegno, ma alla fine ci si potrebbe anche sorprendere di voler cambiare vita, e di sapere come farlo.

Saper reagire è il primo mattone della costruzione del proprio nuovo percorso. Che sia durante un nuovo colloquio di lavoro, oppure quando si è impegnati a costruirsi un’attività indipendente, dimostrare solidità verso il futuro e nessun rimpianto o vittimismo verso ciò che è stato è la miglior dimostrazione di essersi messi alle spalle quella (dolorosa) esperienza e di saper guardare avanti.

Idee
14/02/2020

Scrivere email di lavoro è praticamente un lavoro. O meglio, per molti è una gran parte del proprio lavoro, e porta via un sacco di tempo. Spesso tempo di qualità. Tuttavia, benché scrivere una mail sia oggi una delle cose più semplici e abitudinarie, in epoca di social, instant messaging e altre forme di comunicazione immediate e informali, fare errori – anche potenzialmente gravi e dannosi – è molto più probabile che agli albori della posta elettronica. Certo sono finite le formalità importate dalle comunicazioni cartacee, ma alcune regole per le email di lavoro è sempre bene tenerle a mente.

1. Scrivere un oggetto chiaro e diretto.

C’è ancora chi, nell’oggetto, scrive “Da + Nome e Cognome”, e anche quelli che scrivono il nome dell’azienda / società. Ma inondati di mail come siamo, l’oggetto è il primo segnale che ci può far decidere di aprire una mail o meno. Essere specifici significa scrivere in 4 parole di cosa si parla in quella mail: “Nuova persona nello staff” è molto più chiaro di un ambiguo “Vi presento Martina”…

2. Non fare confusione con gli account di posta elettronica

Ormai tutti abbiamo sullo smartphone la posta elettronica del lavoro e quella personale e con alcuni client è facile fare confusione. Ecco, casa e bottega sono da tenere sempre rigorosamente separate: non si mandano mail di lavoro con l’indirizzo personale, e non si scrive con la mail del lavoro per prenotare la settimana bianca. Il trucco in più? Se hai compiuto 18 anni e lavori, anche l’indirizzo personale dovrebbe avere nome e cognome. Beerlover76 o Biricchina81 non sono esattamente gli indirizzi con cui candidarsi a un nuovo posto di lavoro…

3. Attenzione al Replay To All

Il famigerato Rispondi a Tutti può diventare un vero boomerang. Perché si possono scatenare flame di risposte che non interessano a nessuno, o perché si possono scrivere cose urbi et orbi che sarebbe meglio tenere confidenziali.

4. Inserisci la firma in calce

Che detto così è un ’bout old school, ma insomma nella mail del lavoro in fondo ci deve essere la “firma” con nome e cognome, ruolo in azienda e contatto telefonico. In molti amano ancora alzare la cornetta, telefonare e parlare con una persona in carne e ossa.

5. Saluta formalmente

Che non significa scrivere “Ossequi” ma nemmeno “Bella zio”. È pur sempre una mail di lavoro e anche se colleghi e colleghe son quasi amici, meglio rimanere un ’bout formali (casomai quella mail cominciasse a essere inoltrata a destra e manca). Anche il “ciao” è al limite, un “Buongiorno” non stona mai.

6. Attenzione alla punteggiatura

Non tanto i punti e le virgole, che sarebbe comunque buona cosa rispettare. Ma puntini di sospensione, punti esclamativi e raffiche di punti di domanda non aggiungono nulla se non difficoltà di interpretazione da parte di chi legge. E lo stesso vale per l’umorismo, le battute e i doppi sensi: se già è meglio starci attendi di persona, alla macchinetta del caffè, scritte in una mail certe cose possono essere facilmente travisate.

7. Rileggi (e correggi) prima di inviare

La forma è sostanza, anche e soprattutto in ambito professionale. Vero che il tempo è sempre poco e la fretta molta, ma rileggere una mail costa 1′ del proprio tempo, o poco più. E una mail sgrammaticata e formalmente brutta è sempre un boomerang. Soprattutto se ci si affida ai classici errori da correttore automatico.

8. Prima scrivi e poi inserisci il destinatario

È un trucchetto salva-vita, per evitare di inviare per sbaglio la mail prima di averla finita, riletta e corretta, e per evitare di mandare una mail a un destinatario sbagliato. Può salvare da molti imbarazzi.

9. Evita i contenuti confidenziali

Il Forward (o Inoltra) è facile e veloce, e il tuo messaggio confidenziale può finire in pasto a chiunque. Quindi no, niente pettegolezzi e messaggi confidenziali tramite e-mail. Per quelli c’è la macchinetta del caffè o il telefono fuori dall’orario di lavoro e lontano da orecchie indiscrete.

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12/02/2020

A ogni inverno, e pure ogni estate, la stessa querelle: chi dice che in ufficio fa freddo, e chi invece si lamenta del troppo caldo. Ma se sulla temperatura percepita da ciascuno si può far poco, qualcosa si può invece fare sul caloriferi e termoconvettori, per ottenere in ufficio la temperatura ottimale per la salute e l’efficienza.
Ma qual è la temperatura ideale in un luogo di lavoro?
Secondo Mark Zuckerberg 15°C, un’idea sostenuta anche da Lucy Kellaway del Financial Times, autrice del libro Sense e Nonsense in the Office secondo la quale “il freddo aiuta a focalizzare la mente. Quando non sei completamente a tuo agio non divaghi, e nelle riunioni soprattutto non perdi tempo a sostenere tesi inutili, perché vuoi andartene al più presto”.

Stramba o meno che sia questa tesi, di fatto l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la temperatura ideale in ufficio sia tra i 18°C e i 24°C, mentre l’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione sul lavoro, raccomanda di mantenere una temperatura di almeno 18°C e di massimo 22°C in inverno (per l’estate non più di 7°C di differenza rispetto all’esterno).
E all’estero?
Se in Francia sta al datore di lavoro garantire un ambiente di lavoro consono, in Belgio la temperatura raccomandata è di 18 gradi e mai oltre i 30°C; in Gran Bretagna si parte dai 16°C (ma per i lavori fisici e pesanti dai 13°C) e negli Stati Uniti il dipartimento del Lavoro raccomanda una temperatura fra 20°C e 24°C.