Categoria: Idee

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Idee
16/11/2018

Regali di Natale per clienti: quando arriva il Natale c’è anche da pensare agli omaggi da fare ai clienti. Certo una soluzione ottima e sempre molto gradita è quella del cesto natalizio, nella doppia versione delle specialità dolciarie o di quelle gastronomiche. Però se si ha voglia e tempo di pensare a qualcosa di originale ci sono molto regali di Natale che si possono fare ai clienti, alternativi al cesto natalizio.
Il taccuino Moleskine
Il taccuino Moleskine è un grande classico molto gradito soprattutto negli ambienti in cui domina la creatività: ce ne sono di diversi formati, dimensioni, rilegature e a quadretti o a righe, ma è indubbio che il taccuino Moleskine, nella versione tradizionale nera o in una più originale, dice sempre molto della persona che lo usa e lo sfoggia e per moltissimi è sempre un regalo utile e gradito.
Penna stilografica
La penna stilografica è un regalo da fare alla persona giusta: donarlo come semplice oggetto prezioso significa vederla finire in fondo a un cassetto, ma ci sono persone che continuano giustamente a ritenere importante scrivere a mano e hanno piacere di farlo con una penna stilografica, anche per prendere semplici appunti quotidiani. Un regalo pratico, gradito e che non si dimentica.
Powerbank
Il powerbank, o ricarica batterie portatile universale, è solo apparentemente un oggetto anonimo. In realtà in un modo dominato da smartphone e altri dispositivi digitali che necessitano di essere ricaricati più volte nel corso della giornata, un powerbank è un vero salvavita. Per un tocco in più, e per non farsi dimenticare, si può provare a personalizzarlo con il logo della propria azienda.
Il caffè
In ogni ufficio del mondo si bene caffè, anzi la pausa caffè è un momento prezioso per parlare con i colleghi, fare il punto della situazione con il capo, sciogliere l’atmosfera prima di un meeting con partner e clienti: dalla macchina per caffè alla fornitura di capsule e cialde per concludere con eleganti stazioni porta capsule sono tutti regali che di sicuro non finiscono nel ripostiglio.
Borse portacomputer
Sempre in giro da un ufficio all’altro, con l’esigenza di portarsi dietro computer e documenti: la borsa portacomputer è ormai diventata un’appendice naturale di chi lavora, e tra i mille impegni hanno spesso vita breve. Per questo una borsa laptop è sempre un regalo gradito e utile.

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09/11/2018

Ci sono ben 5 milioni di italiani che lavorano all’estero, un numero aumentato del 50% dall’inizio della crisi nel 2007 e composto per lo più da giovani dai 18 ai 35 anni anche se pure la fascia 35-49 è cresciuta notevolmente in questo periodo. Se loro ce l’hanno fatta, e se anche tu vuoi andare a lavorare all’estero, ecco 9 modi per trovare lavoro all’estero.
Consigli per trovare lavoro all’estero
Usa i motori di ricerca
Sì, sono i siti di annunci di lavoro ma la cosa importante da sapere è che ce ne sono alcuni che guardano al mercato globale del lavoro. Ovviamente devi avere le idee abbastanza chiare su cosa vuoi / puoi fare e su dove vuoi / puoi andare, come vedremo nei prossimi punti. Ma la cosa interessante da sapere è che all’estero questi motori di ricerca funzionano, e le aziende ti rispondo (se hai i requisiti, ovviamente).
Usa i social network
In primis Linkedin, che è il social network professionale per eccellenza: ti serve per mettere ordine a competenze ed eventuali esperienze di lavoro, a fare networking contattando direttamente i responsabili delle risorse umane delle aziende che ti interessano, a seguire gli annunci di lavoro (vedi punto sopra). Poi per alcune professioni creative anche un Instagram o un Facebook interessanti e originali possono aiutare.
Sfrutta la scuola
Ok, quello che aveva da insegnarti probabilmente l’ha già fatto, ma la scuola non smette di aiutarti non appena ne esci: le Università spesso hanno degli sportelli Career, o almeno delle bacheche dove si possono trovare annunci dall’estero, oppure possono aiutarti a trovare uno stage, in Italia ma anche all’estero.
Contatta le aziende italiane all’estero
Parlare italiano per la filiale estera di un’azienda italiana potrebbe essere un vantaggio: anziché passare dall’HR della sede italiana manda la tua candidatura direttamente alla sede estera. Se hai le competenze giuste il fatto di essere italiano potrebbe essere un punto di merito e di vantaggio.
Contatta direttamente le aziende estere
Non è facile né sicuro, ma: se hai delle competenze specifiche molto forti e comprovate; se parli la lingua locale (oltre ovviamente all’inglese, ormai dato per scontato); se hai già un ’bout di esperienza nel settore; se conosci le realtà aziendali di quel determinato settore; allora rivolgerti direttamente alle aziende all’estero può essere una strada più rapida verso un’assunzione oltre frontiera.
Bussa direttamente alla porta
No, non partire allo sbaraglio, ma spesso capita durante le vacanze di vedere annunci di lavoro che sembrano fatti apposta per sé: le bacheche degli ostelli della gioventù ne sono spesso piene, i giornali locali idem, e le agenzie di lavoro pure. Serve intraprendenza e la voglia di andare a suonare il campanello direttamente: spesso i primi lavori come addetti alla ristorazione o nell’ospitalità, ma anche nella grande distribuzione o nell’agricoltura, si trovano proprio così. È anche questo un modo per cominciare.
Fai la tesi di laurea presso un’azienda all’estero
Questa è un’idea molto furba che bisogna preparare per tempo: costruire un percorso di studi per arrivare a fare la propria tesi di laurea presso un’azienda all’estero è il modo migliore per cominciare a uscire di casa, mettere piede in azienda, farsi conoscere, costruire un network di relazioni e, ragionevolmente, conquistarsi un contratto di lavoro.
Carica il CV sui siti di recruiting locali
Be’ sì, come esistono in Italia esistono anche all’estero: siti di recruiting specializzati sul mercato del lavoro domestico. Ovviamente serve un CV quantomeno in inglese ma meglio ancora nella lingua locale, e la disponibilità a sostenere un colloquio “virtuale”, per esempio una videochiamata online.
Vai a lavorare come ragazza/o alla pari
Sì, è un sistema che funziona ancora, fare qualche mese come ragazzo/a alla pari in una famiglia è un buon modo per perfezionare la lingua, accedere agli annunci “locali” (vedi sopra), conoscere persone che possono dare utili informazioni, fare networking, etc. Una estate lo si può fare, e sarà tempo ben speso in ogni caso.

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07/11/2018

Secondo una recente ricerca dell’University College London l’82% dei dipendenti al mondo non si fida del proprio capo, il 50% dichiara di aver lasciato (o di volerlo fare) il proprio lavoro per colpa del proprio superiore, e circa il 70% dei dipendenti non si sente coinvolto nel lavoro che svolge. Numeri (drammatici) che dicono una cosa: c’è un problema di leadership. Quando il capo non ispira fiducia e demotiva i dipendenti al punto da indurli a lasciare il posto di lavoro, è chiaro che non può essere considerato un buon leader. Ma come fare per diventare un leader positivo e utile alla propria azienda? Cominciare a porre, sempre e a tutti, una semplice domanda: “Tu cosa ne pensi?”.
La domanda che può trasformare un capo in un leader
“Tu cosa ne pensi?” è la domanda che può trasformare un (semplice) capo in un (vero) leader perché ha in sé numerose conseguenze che vanno oltre la risposta che si ottiene.
Avere feedback sinceri e utili
I capi sono spesso soli, o meglio isolati. Non tanto nel senso che devono prendere da soli decisioni importanti quanto nel senso che non hanno vere e concrete possibilità di confronto. Anzi, è piuttosto naturale che al capo si dia sempre ragione, che gli si forniscano le risposte che vuole sentire, che nei suoi confronti si sia compiacenti a dismisura (salvo poi magari contestarne di nascosto le scelte…). Chiedere apertamente “Tu cosa ne pensi?” a qualunque collaboratore significa rompere quell’isolamento e riuscire a ottenere davvero feedback sinceri e utili, risposte che possono aiutare a prendere le decisioni giuste.
Dare importanza alla squadra
In un’organizzazione grande e complessa ci sono infiniti dettagli che necessariamente sfuggono ai capi. Inutile quindi pensare che il capo possa prendere la decisione giusta da solo, perché inevitabilmente ci sarà qualcosa che gli sfugge, non conosce e non considera. Porre la domanda “Tu cosa ne pensi?” significa dare importanza alla squadra, farla funzionare dando a tutti la possibilità di esprimere il proprio punto di vista, le proprie competenze e conoscenze, far fruttare il proprio talento. È una forma diversa e utile di umiltà, l’umiltà di non sapere tutto.
Motivare tutti
Chiedere “Tu cosa ne pensi?” significa squarciare il velo su un aspetto che, nella stragrande maggioranza dei casi, aspetta solo di essere portato in superficie: tutti hanno interesse che le cose funzionino al meglio, che si possa lavorare bene, in modo profittevole, limitando i problemi e creando il successo dell’azienda e dell’organizzazione. Coinvolgere significa motivare, e motivare significa far crescere.

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29/10/2018

Ci sono segnali che dicono subito che un colloquio di lavoro è andato male. Certo serve fare buona impressione e prepararsi scrupolosamente come abbiamo spiegato qui, prestare massima attenzione al linguaggio del corpo, prepararsi al follow up post intervista, ma ma ci sono anche situazioni in cui un colloquio prende una brutta piega, come queste 8, e dei segnali che dovrebbero farcelo capire al volo.
I segnali per cui un colloquio di lavoro sta andando male
Tra tutti i segnali che fanno capire per cui un colloquio di lavoro sta andando male ci sono senza dubbio quelli in cui il selezionatore fa di tutto per far sembrare la posizione ricercata poco appetibile. Per esempio quando il selezionatore fornisce poche informazioni sull’azienda o è evasivo sul tipo di posizione ricercata, un atteggiamento che può far pensare che ci sia qualcosa da nascondere e che infastidisce il 43% dei candidati. Anche l’essere guardati con aria di superiorità è un brutto segno (per il 40% dei candidati) più ancora che l’avere a che fare con un selezionatore che guarda il cellulare (35%), fa strane espressioni con il viso o è sempre inespressivo rispetto a ogni risposta (27%): tutti segnali del linguaggio corporeo che devono far capire che si è la persona sbagliata nel posto sbagliato.

Altre spie del disinteresse dei selezionatori verso la propria candidatura, e del fatto che il colloquio non è su un binario positivo, sono gli esaminatori impreparati sul curriculum vitae e lo leggono per la prima volta in sede di colloquio (26%) l’arrivare in ritardo (22%) e le domande legate alla sfera personale (14%).

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29/10/2018

Abbiamo spesso preso in considerazione diverse tecniche e strategie per crescere professionalmente, fornendoti consigli ad esempio su come ottenere una promozione al lavoro. Ma quali sono le attività che puoi concretamente intraprendere nel tuo percorso professionale per progredire e migliorare? Tradizionalmente, tali attività possono essere suddivise in base alla fascia d’età o meglio al grado di esperienza maturato all’interno dell’azienda. Vediamo quindi quali sono alcune azioni concrete che puoi adottare in ogni fase del tuo percorso lavorativo.

Trovati uno sponsor
Se sei all’inizio del tuo percorso professionale, un modo per migliorare, progredire e fare carriera è di ottenere uno sponsor che ti incoraggi e ti sostenga. Uno sponsor può essere un senior leader o un individuo capace di influenzare le decisioni, dotato di una profonda comprensione dell’organizzazione, della cultura aziendale e del settore in cui eserciti, in grado di aiutarti a valutare i tuoi punti deboli e di forza nonché di sostenerti perché tu possa ricoprire ruoli che ti consentano di estendere a più ampio respiro le tue competenze. Come un mentor, anche lo sponsor può offrirti consigli, suggerimenti e quella consulenza necessaria per sviluppare il tuo percorso professionale ma si focalizza maggiormente sull’azione. Un mentor può guidarti verso le porte giuste, ma lo sponsor ti aiuterà ad abbatterle e ad aprirne anche alcune per te perché tu possa ricevere una di quelle buste tanto attese dal tuo capo. Lo sponsor ideale non è necessariamente qualcuno con il quale si condivide una visione similare e si ha una buona affinità, ma un alleato strategico in grado di aiutarti a infondere un cambiamento e una spinta positiva alla tua carriera professionale.
Dedicati al coaching
Se invece ricopri già una posizione più alta e senior all’interno dell’azienda, potresti ulteriormente rafforzare il tuo ruolo dedicandoti al coaching. In passato, i leader aziendali raggiungevano posizioni ai vertici grazie all’esperienza maturata sul lavoro e alla profonda conoscenza acquisita. Erano generalmente in grado di fornire risposte ai loro dipendenti su cosa fare in determinate situazioni. Oggi, pur vantando una profonda comprensione dell’azienda, i leader si ritrovano a lavorare in ambienti molto più complessi dove risulta irrealistico aspettarsi che abbiano tutte le risposte. È qui che entra in gioco il coaching, quale metodo efficace per spronare la crescita dei propri subordinati senza fornire risposte dirette ma aiutando ciascuno di loro ad arrivare alle proprie personali soluzioni. Nel coaching, è quindi molto importante impostare un dialogo basato su domande aperte e capacità di ascolto. Per il manager che lo svolge, è necessario saper creare quello spazio che il dipendente andrà a colmare, individuando i problemi alla base, ponendo domande efficaci per chiarirli e mettendo alla prova quanto dichiarato con nuove idee ed ipotesi.

Obiettivi ad ogni età
Qualsiasi sia il tuo percorso lavorativo e il ruolo da te attualmente ricoperto in azienda, può risultare stimolante fermarsi un attimo a riflettere su ciò che ci viene suggerito da un imprenditore di successo del calibro di Jack Ma. In una delle sue interviste, Jack Ma sostiene quanto sia importante, all’età di 20-30 anni, entrare a far parte di una buona azienda in cui si possa imparare a svolgere una professione a dovere. Ritiene che questo sia un periodo ideale perché contrassegnato dalla possibilità di imparare e di mettersi in competizione con se stessi creando una visione di ciò che si desidera raggiungere in un arco temporale di 10 anni. I 30-40 anni sono per lui il momento della sperimentazione con potenziale avviamento di un’impresa in proprio; i 40-50 l’età per concentrarsi su ciò che riusciamo a svolgere al meglio e i 50-60 il momento da dedicare alla formazione e allo sviluppo delle nuove leve.
Aiutare gli altri
Proprio lo sviluppo delle nuove leve può risultare uno dei modi migliori per promuovere la crescita del nostro individuale percorso professionale ma anche personale. Riuscire a insegnare agli altri alcune delle grandi lezioni che noi stessi abbiamo imparato può essere non solo molto utile per lo sviluppo dei dipendenti nuovi o più giovani ma anche molto stimolante per noi stessi che ci troveremo a riflettere sugli obiettivi raggiunti e sul percorso intrapreso per l’ottenimento degli stessi. In fondo, anche il leader aziendale di maggior successo è arrivato dov’è oggi grazie all’aiuto ricevuto da altri. Ed è l’esperienza il valore aggiunto che può offrire a chi è alle sue dipendenze per favorirne la crescita professionale.

Non è mai troppo tardi
Pur credendo nell’importanza di creare percorsi professionali strutturati, di promuovere una crescita costante con obiettivi mirati volti allo sviluppo e all’ottenimento di una promozione di ruolo in azienda, l’esperienza ci insegna che non è mai troppo tardi. Addirittura per avviare un’azienda di successo – con le idee, la motivazione e la strategia giusta. Qualche tempo fa, ti avevamo proposto un articolo in merito all’età in cui fondare un’azienda con un’infografica elencante le età in cui diversi imprenditori hanno avviato la loro. Il nostro consiglio è quindi di crearti una vision, di fissare obiettivi strategici ma anche di assumerti dei rischi e seguire un’idea o un’intuizione che può portarti a qualsiasi età alla realizzazione di un tuo sogno!

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare a trovare la tecnica o l’attività ideale a cui dedicarti nella fase professionale in cui ti trovi. Ritieni che una in particolare sia stata per te efficace nel tuo percorso lavorativo? Raccontacela sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
22/10/2018

Home working, smart working, work-life balance o, più semplicemente, lavoro da casa: il lavoro da remoto, con orari e spazi propri, è sempre più diffuso e considerato un benefit dai dipendenti. Ma per quanto ci si possa organizzare l’ufficio da casa dal punto di vista pratico e per quanto il viaggio verso l’ufficio sia più stressante delle 8 ore di lavoro per molti riuscire a lavorare da casa non è ancora così semplice. Vediamo allora come lavorare meglio da casa e alcuni consigli per riuscire a conciliare davvero il lavoro dalla propria abitazione con la produttività e gli impegni famigliari.
Come lavorare meglio da casa
Stabilire degli orari
Spesso non è necessario rispettare quelli “ufficiali” dell’azienda, ma ciò non significa lavorare sempre, o non lavorare mai. Mattinieri? Si può cominciare molto presto, ancor prima che l’azienda apra. Nottambuli? Si possono sfruttare le ore di buio, quando magari i figli son già a dormire, per svolgere i propri compiti. L’importante è sapere quali sono le ore lavorative e quali non lo sono, e rispettarle fermamente: non è come timbrare il cartellino, ma quasi, sia un senso (mentre si lavora non si stendono i panni, non si guarda la Tv, non ci si dedica al fitness) che nell’altro (quando è il momento di smettere, si smette, e non si continua a oltranza).
Fare delle pause
La tentazione di fare una tirata unica c’è ed è forte, e però la pausa per il pranzo è sacrosanta (benché possa essere breve ed essenziale) e sarebbe cosa buona e giusta riuscire a fare del movimento, come una passeggiata o una corsetta: lo sport migliora la produttività e quella mezz’ora non è tempo perso ma tutto guadagnato.
Comportarsi come al lavoro
Cosa significa “comportarsi come al lavoro”? Che si lavora nello spazio dedicato, e non a letto o sul divano, che ci si alza a orari regolari e ci si veste, evitando di rimanere in pigiama o ciabattare per casa con una tuta da ginnastica, che non si fanno telefonate personali o private alle amiche se l’orario e il datore di lavoro non lo consentono e comunque tutto ciò che aiuta a tenere distinti i due piani, quello lavorativo e quello personale.
Mantenere i contatti
Se l’home working è cosa da 1 o 2 giorni la settimana, non c’è poi gran rischio, ma se il tempo a casa comincia a superare quello in ufficio, è fondamentale mantenere i contatti: per evitare di essere dimenticati; per tenersi aggiornati su ciò che accade; per rimanere focalizzati sulle dinamiche dell’ufficio; fondamentalmente per rimanere con la mente sugli aspetti lavorativi.
Farsi una agenda
Agenda che non è solo quella dei compiti da svolgere ma è anche una serie di obiettivi quotidiani: gestire il proprio tempo quando si è da soli nella propria abitazione non è immediato come in ufficio e ci vuole del tempo prima di riuscire a essere più produttivi a casa che in ufficio. Nel frattempo basta un’agenda di carta su cui fissare le cose da fare in giornata, in sequenza e con tempi ragionevoli: è anche un ottimo feedback per rendersi conto di come e quanto si lavora.