Categoria: Idee

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Idee
29/01/2021

Nell’arco di una generazione o poco più siamo passati dal «noio volevan savuar…» di Totò al “sono in call per un meeting già schedulato” che rimbalza da ogni casa in questo periodo di smart working e lockdown. E il motivo, nell’uno come nell’altro caso, è che noi italiani l’inglese lo parliamo poco e male. Luogo comune? Mica tanto se è vero che siamo al 34° posto al mondo e al 24° in Europa per livello medio di competenza nella lingua inglese. Da cui la situazione paradossale per cui infarciamo le nostre conversazioni di anglicismi (meeting per riunione, call per telefonata o videoconferenza, feedback per riscontro, per non parlare dei obbrobri come schedulare per pianificare) ma quando dobbiamo sostenere una conversazione – o anche scrivere un testo in inglese – cadiamo in clamorosi strafalcioni. Anche sul lavoro.

Vero che la lingua del business (ops, degli affari…) è spesso gergale e settoriale, e più che parlare come Shakespeare o la Regina Elisabetta è importante farsi capire bene e in fretta. Insomma, l’anglofonia è un lessico necessario. Però insomma almeno non scivolare sulle tipiche bucce di banana sarebbe opportuno per chi aspira a una dimensione professionale oltre i confini della patria.

Per esempio: i false friends. Che sono il tranello più insidioso in ogni traduzione. Termini cioè che suonano famigliari ma che traggono in inganno per il loro significato distante. Per esempio actually (che non è “attualmente” ma “in verità”) o eventually (che non è “eventualmente” ma “infine”), o ancora library (biblioteca, non libreria) o parents (genitori, non parenti) per non tacer del sorry (che va usato per scusarsi) usato in vece di excuse me (quando si richiede l’attenzione di qualcuno) o di frasi idiomatiche come “I can’t wait”, che significa non vedo l’ora e sicuramente non “non posso aspettare”.
Poi ci sono i peccati veniali, che non generano misunderstanding (ops, fraintendimenti…) ma smascherano subito da dove proveniamo. Per esempio la pronuncia, tipicamente stage (pronunciato all’inglese “steige” quando è un termine francese, e gli inglesi usano internship e noi potremmo dire tirocinio) ma anche mànagement (che si pronuncia con l’accento sulla prima a e non sulla seconda, manàgement).
Già evitando questi strafalcioni in inglese potremmo allora farci perdonare il peccato tutto italico di costruire le frasi in italiano e poi tradurle in inglese, che ha una sintassi completamente diversa. Uno dei principali errori da evitare quando si affronta un colloquio in inglese.

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25/01/2021

Per chi è già nel mondo del lavoro, ma anche per chi sta cercando di affacciarvisi proprio ora, la pandemia ha complicato moltissimo le cose. Le difficoltà economiche e finanziarie delle aziende causate dalla pandemia si ripercuoteranno inevitabilmente sui livelli occupazionali. Ma c’è anche chi, in questo periodo, ha il privilegio e l’incombenza di guardare a dopo la pandemia. Molto dopo la pandemia. Potendo decidere quale percorso di studi intraprendere anche sulla previsione di quali saranno i lavori molto ricercati nel futuro. Un futuro a medio termine che – come da indagine di Adecco – sarà guidato da due grandi temi: la tecnologia e la sostenibilità. Ed è appunto nel punto di incontro di questi due temi, e delle relative competenze, che stanno i 6 lavori che saranno molto ricercati nel futuro, e anche ben pagati.
Il Broad Band Architect per esempio, che è una figura ibrida, un ’bout specializzato in comunicazione e un ’bout in tecnologia, e che è una figura già molto ricercata in tutte le piattaforme di Streaming TV, da Netflix in giù.
Sempre in ambito tech ci sono i Cloud Architect. La tecnologia da anni si è ormai spostata nel cloud e il Cloud Architect è la figura in grado di progettare e costruire soluzioni tecnologiche adatte alle diverse esigenze di business delle aziende clienti.
La tecnologia, il Web, i Social hanno creato un nuovo bene di valore, i dati. E saperli analizzare, gestire e valorizzare è diventato un lavoro. Quello del Data Scientist. che si muove tra target aziendali e big data.
Altro profilo professionale creato dalla tecnologia è quello del Growth Hacker, un professionista che si muove tra informatica e marketing per elaborare strategie di crescita del business.
E se la nostra relazione con ogni aspetto della nostra vita, dai rapporti personali agli acquisti, dalla didattica allo smart working, dallo sport all’intrattenimento, è ormai mediata da siti, smartphone, App e Web TV, anche quello dell’UX Designer, che studia le migliori soluzioni di esperienza degli utenti per queste piattaforme sarà sempre più uno dei profili maggiormente ricercati.
Infine c’è il grande tema della sostenibilità ambientale, che riguarda i comportamenti delle persone ma anche le politiche aziendali, con ricadute sul contenimento dei costi ma anche sulla percezione dei marchi. E l’Energy Manager è proprio quella figura che nelle aziende si occupa di razionalizzare e ottimizzare i consumi di energia ma anche di ogni bene non rinnovabile.

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14/01/2021

Ormai fare un colloquio in inglese è quasi la normalità. Perché nelle multinazionali l’inglese è la lingua franca di ogni comunicazione interna. Perché anche la più piccola delle PMI in un mondo globalizzato ha sicuramente qualche contatto con clienti o fornitori esteri. O perché più banalmente si vuole proprio andare a lavorare all’estero, e l’inglese è la prima skill richiesta. Ma per quanto si possa parlare bene l’idioma di sua Maestà e di Shakespeare, durante un colloquio in inglese c’è sempre qualche tranello in più di cui tener conto. Per non mandare tutto in fumo per qualche banalissimo ed evitabilissimo scivolone.

1. Essere onesti: indicare nel CV il livello reale di inglese

Per molto tempo il CV europeo con le sue 4 categorie (“ottimo, buono, discreto, fluente”) ha permesso di ciurlare un ’bout nel manico. Tanto che se prima c’era soprattutto chi si sovrastimava, ora c’è anche chi si sottostima, sperando eventualmente di fare una impressione ancora migliore. Ma sono entrambi errori tattici che possono costare parecchio. Allora, per non sbagliare, soprattutto se si tratta di multinazionali o posizioni per cui l’inglese è vincolante, si può fare un assessment, cioè un test che certifichi in modo oggettivo e ufficiale il proprio livello di inglese reale, parlato e scritto.

2. Imparare un ’bout del linguaggio tecnico del settore o dell’azienda

Già, un conto è parlare fluentemente l’inglese durante un soggiorno a Londra, un altro paio di maniche è parlare l’inglese specifico e tecnico di un determinato settore o azienda. Ormai la comunicazione professionale è infarcita di termini, acronimi ed espressioni specifiche: non che sia necessario conoscerle tutte prima del colloquio, ma almeno le più importanti sì, per non ritrovarsi a non capire una domanda o anche per impressionare positivamente gli esaminatori. Se l’azienda ha un sito anche in inglese è già un buon punto di partenza, oppure si possono fare delle ricerche online, per esempio sul sito di aziende concorrenti o leggendo qualche articolo che parla di quell’azienda o di quel settore.

3. Non aver paura di chiedere

Il «noio volevan savuar l’indiriss» non è mai una buona idea. Per cui, anziché inventare termini ed espressioni vagamente tecniche, meglio molto meglio non aver paura di chiedere come si dice una determinata cosa in quello specifico settore. Basta prepararsi una formula sintetica ed efficace da sfoderare nel dubbio, e chiedere è sempre positivo perché dimostra interesse e volontà di imparare. Due soft skill sempre molto apprezzate dai recruiter.

4. Fare le prove generali

Già l’emozione gioca brutti scherzi di suo in un colloquio in italiano, figuriamoci se lo devi sostenere in inglese e a un certo punto ti sfugge un termine o infili un tempo verbale sbagliato. Per cui se fare le prove generali è una buona abitudine sempre, farlo per un colloquio in inglese lo è ancor di più. L’ideale sarebbe avere qualcuno madre lingua che si metta i panni dell’esaminatore (e ormai con le videochiamate è un gioco da ragazzi). Se così non fosse possibile basta un amico, un parente o anche lo specchio o meglio ancora una registrazione video con lo smartphone: l’importante è vedersi e sentirsi parlare in inglese, ad alta voce, per capire l’effetto che si farà. E aggiustare il tiro su termini, pronuncia e fiducia in se stessi.

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18/12/2020

Riunioni, riunioni e riunioni. C’è gente che di lavoro fa riunioni. E il ricorso allo smart working come conseguenza della pandemia da Coronavirus non ha fatto altro che moltiplicare le riunioni. Perché se prima bastava alzarsi dalla scrivania e andare direttamente dal capo o dal collega, ora che siamo tutti da remoto bisogna fissare la call. E quando fissi la call finisce sempre che bisogna coinvolgere qualcun’altro. E quello che era uno scambio di idee diventa una riunione. Dalla quale il più delle volte si esce chiedendosi se le riunioni servono davvero. Perché diciamoci la verità, spesso le riunioni di lavoro finiscono come un pareggio a reti inviolate: un nulla di fatto. E non è solo una sensazione: secondo recenti studi almeno il 15% del tempo di una riunione è letteralmente perso, per un costo di decine e decine di miliardi di dollari. E quando ci si alza dalla poltrona (o si chiude la videochiamata) senza aver preso una decisione il tempo (e il denaro) perso sono il 100%.

Perché questo dovrebbe essere una riunione: un momento di decision making. Si entra con un problema e si esce con una decisione (se non proprio una soluzione). E invece spesso si entra in riunione senza un problema e se ne esce con almeno uno per cui nessuno conosce la soluzione.

Ma perché questo accade? Per almeno 3 motivi.

Il primo è che il meeting non è stato ben preparato. Il più delle volte la storia è “abbiamo riunione con il capo”, oppure “facciamo una riunione e ne parliamo”. Ma una vera riunione da decision making deve essere preparata: pochi precisi punti da smarcare, tempo di discussione assegnato e tassativo (basta un cronometro con un alert o un campanellino) e ben chiare le persone che devono fare sintesi e prendere una decisione.
Altra questione cruciale del preparare la riunione: chi vi partecipa? Allargare sempre a tutti è quanto di più sbagliato. Solo le persone essenziali, solo quelle che possono portare un vero contributo o prendere una vera decisione. Alle altre si relaziona.
La prova del 9 è chiedersi se sia proprio necessario fare quella riunione: se anche un solo dubbio ti lascia pensare che no, si possono prendere le decisioni anche in altro modo o no, se ne può discutere anche in altro modo (in pausa caffè, durante un viaggio, in pausa pranzo, per restare a esempi del lavoro pre-Covid) allora la riunione è inutile.

Secondo motivo: le persone fanno altro. Che è la conseguenza del punto primo: troppe persone, non tutte interessate, non tutte con un contributo, non tutte che possono prendere decisioni, e il risultato è guardare Facebook sullo smartphone fingendo di parlare coi clienti. Ma anche mandare mail di lavoro o svolgere compiti di lavoro è un segnale che a quella riunione era meglio non partecipare. Del resto il 92% delle persone ammette di distrarsi e fare altro durante le riunioni. Quindi il problema è enorme. La soluzione? Il punto 1: poche persone selezionate, pochi punti selezionati, tempo prefissato per discutere e decidere. All’inizio non è facile poi diventa un metodo. Un metodo che funziona.

Terzo motivo: si parla ma non si scrive. Ma verba volant scripta manent dicevano i latini, e hanno ragione ancora oggi. Scrivere i punti della riunione ma soprattutto scrivere le decisioni prese. Cosicché quando ci si alza e si torna alle proprie mansioni si abbia ben chiaro, nero su bianco, di cosa si è discusso e che cosa si è deciso. Il dado è tratto, e la direzione presa.

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26/11/2020

Facebook non assume quelli troppo sicuri di sé. Non importa che siano i più bravi nel loro campo ma, come dichiarato da Janelle Gale, vicepresidente delle risorse umane di Facebook, se sono troppo convinti delle proprie capacità, competenze e potenzialità non troveranno posto nella società di Menlo Park. E quando si parla di Facebook si parla del miglior posto di lavoro al mondo, almeno secondo la classifica del Best Places to Work Tour di Glassdoor.
Secondo Gale c’è solo un modo per essere assunti da Facebook: essere propensi a imparare. Ovvero dimostrare curiosità intellettuale e propensione a mettersi in discussione. Se qualcuno si presenta pensando di essere “una spanna sopra tutti gli altri”, ha già più di un piede fuori dalla porta di Gale.
La spiegazione di questa strategia di recruiting è stata data dalla stessa Gale nel corso del webinar organizzato proprio da Glassdoor: se infatti assumere le persone giuste è importante per qualunque azienda, lo è ancora di più per le società tech che guardano più che altro a un futuro tutto da immaginare, tanto come prodotti quanto come modello di business. Per questo chi si dimostra troppo convinto delle proprie certezze e competenze fa scattare immediatamente un campanello d’allarme
“Cerchiamo chi ha voglia di apprendere, persone che siano abituate a farlo alla svelta, intellettualmente curiose e costantemente vogliose di ampliare la loro conoscenza” ha dichiarato Gale. “Persone che cercano attivamente delle opinioni e sono aperti a riceverle”.
Facebook, come anche le altre società tecnologiche, non ha bisogno di persone molto brave nel loro settore in questo momento, ma persone disposte a diventare le più brave e competenti in un domani ancora da venire. Persone disposte a cambiare mindset, a gestire informazioni nuove e trovare soluzioni nuove.
E la stessa Gale ha ammesso di avere alcune domande trabocchetto per smascherare i saputelli. Domande sulle esperienze passate da cui Gale si aspetta risposte su ciò che si ha imparato, non su ciò che si ha fatto. Perché è la “capacità di incorporare nuove conoscenze e informazioni in tutto quello che stai facendo che consente a Facebook di muoversi più velocemente, perché significa che i nostri dipendenti stanno imparando più velocemente“.

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20/11/2020

Cambiare lavoro dopo i 50 anni è qualcosa da far tremare i polsi. Perché molto è già stato fatto, spesso consolidando una posizione professionale. E perché in fondo manca poco alla fine della maratona della propria vita professionale. E sarebbe un ’bout come arrivare al 30° chilometro di una maratona e decidere di prendere un’altra strada, forse più lunga, sicuramente non conosciuta. Ma questa è anche un ’bout un’impostazione “vecchia”, figlia ancora dei tempi in cui il posto di lavoro di una vita era uno, forse due, al massimo tre nei casi più eclatanti. Ma il mondo è cambiato, corre più veloce, e sempre più persone, uomini e donne, pensano di cambiare lavoro dopo i 50 anni. Le motivazioni sono le più diverse: insoddisfazione economica, bisogno di un maggior equilibrio personale o famigliare, priorità modificate, talvolta i figli che ormai sono fuori casa (o quasi), spesso anche perché il lavoro lo si è perso e si vuole uscire da un settore che non garantisce più le prospettive di un tempo. E così si comincia a rimuginare di darci un taglio e cambiare, radicalmente. Sì può fare? Sì, si può fare, gli esempi non mancano. Ma per riuscirci davvero ed evitare un salto nel vuoto senza paracadute bisogna pianificare tutto bene, fuori e dentro di sé. Cominciando da questi 11 punti:

1. Pensa bene ai motivi
Possono essere oggettivi: perdita del lavoro, o fatturato dell’attività crollato perché il mondo è cambiato (per esempio quanto successe a chi noleggiava le videocassette). Oppure soggettivi: stanchezza e repulsione rispetto a un mondo professionale, desiderio di dedicarsi alle proprie passioni (avete presente i concorrenti di MasterChef?) o di trovare un nuovo equilibrio di vita. Qualunque sia la motivazione deve essere ben chiara e soprattutto molto forte. Sognare di lavorare su un’amaca alle Hawaii non è una motivazione nè chiara né forte.

2. Pensa alle conseguenze
Non solo quelle positive che ti spingerebbero a cambiare lavoro a 50 anni subito. Pensa a quelle negative: situazione finanziaria, conseguenze pensionistiche, necessità di cambiare casa, città, frequentazioni, orari.

3. Pensa se vuoi davvero cambiare lavoro
Nel senso di fare totalmente altro, oppure se l’insoddisfazione nasce dalla realtà in cui lavori e basterebbe anche solo cambiare azienda. A volte potrebbe bastare anche questo, e allora le strategie per cambiare lavoro dopo i 50 anni cambiano radicalmente.

4. Non fare tutto da solo
Se hai famiglia parlane con moglie e figli. Se hai ancora i genitori confrontati anche con loro. Parlane anche con gli amici, quelli veri. Ciascuno di loro ti darà un punto di vista diverso, alcuni ti sproneranno, altri cercheranno di dissuaderti: chiedi loro di specificare bene le loro motivazioni, scrivile su un foglio di carta, e poi meditaci sopra a lungo. Scoprirai aspetti a cui non avevi pensato.

5. Interpella un consulente professionale
Se puoi permettertelo, chiedi una consulenza a un mentore. Guidare le scelte di carriera è il loro lavoro, e potrebbero essere soldi spesi bene.

6. Valuta il settore in cui vorresti lavorare
Va bene seguire le proprie passioni e tirar fuori i vecchi sogni dal cassetto, ma devono anche funzionare dal punto di vista economico. Considera che più o meno avrai davanti a te ancora 20 anni di lavoro, e devono essere 20 redditizi per prepararti alla pensione.

7. Fai un bilancio delle competenze
Quelle che hai acquisito e che potrebbero tornarti utili e quelle che invece non hai e che sono indispensabili. Se hai fatto il manager per 25 anni e ora vuoi dedicarti alla ristorazione potrebbero tornarti utili le capacità gestionali, ma se non hai mai nemmeno spadellato ti servirà seguire un corso di cucina.

8. Considera se ti serve della formazione “ufficiale”
Titoli, diplomi, patentini, certificazioni: per molte professioni sono ancora indispensabili e obbligatorie per legge. Se hai sempre sognato di vivere in montagna e vuoi fare la guida turistica potresti dover seguire un corso e ottenere un patentino come accompagnatore di media montagna, o guida turistica certificata. Altrimenti è abusivismo della professione.

9. Considera l’età
Già, non dovrebbe essere così, la selezione del personale non avrebbe avere nessun vincolo discriminatorio. Ma se pensi di fare il Social Media Manager è bene aver chiaro che le aziende di quel settore assumono solo profili giovani. Non lo dicono apertamente, ma quando trovi scritto “candidato dinamico” è quello che intendono: persone giovani. E passare del tempo sui social non è la chiave per trovare lavoro in quel settore.

10. Ricreati un’identità professionale
Dovrai riscrivere da capo il tuo curriculum. Togliendo ciò che non serve, aggiungendo ciò che può interessare. A volte si tratta di competenze specifiche, altre di softskill. Lo stesso vale se decidi di metterti in proprio: pensa a cosa potrebbe farti scegliere dai tuoi ovi, potenziali clienti, e insisti su quello.

11. Fatti conoscere
Un nuovo profilo Linkedin, delle nuove pagine social, un nuovo curriculum, magari un sito Web se decidi di metterti in proprio. Farsi conoscere è l’unico modo per trovare nuove opportunità di lavoro. E ciò che sei stato prima non serve più (o serve molto poco).

12. Cogli le occasioni
Forse la cosa più importante. Mente aperta, sguardo vigile, e capacità di vedere le potenzialità. Era un altro mondo, ma Ray Kroc, l’inventore del McDonald’s, aveva più di 50 anni quando smise di vendere polverine per il frappé. A 63 anni aveva creato il suo impero.

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