Categoria: Idee

News e notizie dal mondo che riguardano il mondo degli uffici, degli studi professionali e delle aziende

Idee
14/06/2019

Il mondo è pieno di capi incompetenti. Secondo ricorrenti indagini sui manager una porzione tra il 50% e il 75% di essi sarebbe incompetente, e basta fare mente locale per riconoscerne il profilo anche nella propria vita professionale: scarse abilità interpersonali, incoerenza nello stabilire gli obiettivi, incapacità di costruire un team di lavoro e carenza di competenze specifiche tecniche sono le 4 caratteristiche che fanno di un capo un pessimo capo, di quelli da cui scappare.

Ma perché tanti capi incompetenti nelle aziende? Essenzialmente per due motivi. Il primo è psicologico, ed è stato ben analizzato nel libro “Why do so many incompetent men become leaders?” dello psicologo del lavoro Tomas Chamorro-Premuzic, pubblicato da Harvard Business Review Press. In pratica la cultura del lavoro più diffusa identifica le caratteristiche del leader sovrapponendole con quelle del maschio alfa. Maschio alfa che nei suoi tratti di personalità ha molte peculiarità distruttive, dall’aggressività al narcisismo, dall’egocentrismo all’arroganza. E questo è il motivo per cui spesso, molto spesso, persone molto preparate e competenti si vedono superare da altri molto meno preparati però più bravi a vendersi, a fare networking, a salire le gerarchie.

L’altro motivo è quello enunciato nell’ormai celebre Principio di Peter. Alla fine degli anni Sessanta lo psicologo e sociologo canadese Laurence J. Peter ipotizzò che “ogni membro di un’organizzazione gerarchica sale nei livelli della gerarchia sino a raggiungere il suo massimo livello di incompetenza”. In pratica: sei bravo e vieni promosso, finché non sei più così bravo e allora rimani in quella posizione, che però non è quella in cui puoi dare il meglio di te. L’esempio di scuola è quella dei venditori che diventano manager di area: fuoriclasse della vendita che finiscono a dover organzizare team ma i cui tratti salienti sono quelli di essere dei fenomenali solisti.

Che fare allora con un capo incompetente? Seguire le indicazioni del capo di Google per non far scappare i dipendenti più bravi potrebbe essere un buon punto di partenza.

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12/06/2019

Il Work Life Balance è il sostenibile equilibrio tra gli impegni, e i tempi, di lavoro, e il tempo che rimane per la vita privata, la famiglia, le passioni personali. La società evolve e i tempi cambiano, e quello che un tempo non era un argomento di discussione in azienda, oggi è parte integrante delle strategie di recruiting da parte delle principali aziende del mondo. Di più, dalla settimana di 6 giorni lavorativi (che piace ancora tanto a Jack Ma con il suo metodo 996) si sta ora passando agli orari flessibili, allo smart working e, per alcuni, anche all’idea di lavorare 4 giorni a settimana.
Work Life Balance: 4 motivi per lavorare 4 giorni a settimana
Sui motivi per lavorare 4 giorni a settimana non ci sarebbe nemmeno di chiedere ai lavoratori: chi non firmerebbe subito per 4 giorni anziché 5, con lo stesso stipendio? Eppure il Work Life Balance è un vantaggio anche per le aziende, come dimostrano alcuni casi in cui la riduzione dell’orario a parità di salario è effettivamente stata fatta.

In Nuova Zelanda per esempio un’azienda che si chiama Prospect Guardian ha consentito ai suoi dipendenti di lavorare appena 4 giorni a settimana e, dopo una survey sulla produttività, con sorpresa ha scoperto che era rimasta invariata ma con dipendenti più soddisfatti e felici. Insomma, una decisione win-win.

La stessa cosa è stata introdotta in un’azienda digital londinese dopo aver notato i picchi di produttività che seguivano il cosiddetto Bank Holiday. E, come ha dichiarato il CEO Jonny Tooze alla BBC, “la settimana lavorativa di quattro giorni ha influenzato la felicità delle persone e ridotto i livelli di stress” senza cali di produttività.

Da noi invece sembra che l’organizzazione del lavoro ci costringa esattamente nel verso opposto: always on, straordinari, weekend passati a recuperare gli arretrati: in pratica non si stacca mai e le ore reali di lavoro sono più di quelle contrattualizzate.

Ovviamente la settimana di 4 giorni lavorativi non può essere per tutti, ma ci sono professioni, per esempio quelle in cui il pensiero creativo, quella strategico e quello manageriale è slegato dal timbrare il cartellino e passare un certo numero di ore in un ufficio. Anzi, se è vero come dice Brunello Cucinelli che il 20% del tempo lavorativo è sprecato, perché non ridurre gli sprechi in ufficio e avere il 20% di giorni liberi in più?

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10/06/2019

A Modena c’è una Scuola di Fallimento, la prima scuola che insegna a perdere per vincere valorizzando i buoni errori. E c’è anche l’Error Day, la giornata mondiale di sbagli e abbagli. Perché se perseverare è diabolico, errare è umano, molto umano, e anzi l’errore è finalmente diventato parte integrante e riconosciuta del processo di apprendimento. Di ogni processo di apprendimento e di ogni strada verso il successo. In epoca di start up e innovatori tecnologici seriali, la cultura dell’errore, e l’elogio del fallimento, hanno preso il posto del mantra dell’infallibilità. Dall’uomo che non deve chiedere mai a gli umani che tentano, sbagliano, perseverano e finalmente hanno successo.

La storia è piena di errori macroscopici di persone (e aziende) di successo, e addirittura a Stoccolma ha aperto il Museo del Fallimento che raccoglie stramberie come le lasagne della Colgate o la penna Bic per sole donne. Stramberie appunto, però di aziende che dominano da sempre i loro mercati, e in effetti anche imprenditori e manager di enorme successo hanno preso delle topiche clamorose. Jeff Bezos per esempio ha investito 170 milioni di dollari nel flop del primo smartphone a marchio Amazon e anche l’oracolo Warren Buffett ha bruciato 200 milioni di dollari (del 1962!) in un’azienda tessile, non prevedendo che quella produzione si sarebbe spostata nel sud est asiatico. Eppure nessuno si sognerebbe di dire che Bezos e Buffett non siano persone di successo.

Anzi:
le persone di successo non solo imparano dai propri errori, ma impiegano la maggior parte del loro tempo a sbagliare
(parole di Mark Zuckerberg ma che potrebbero essere state dette da uno qualunque dei guru della Silicon Valley) perché procedere per tentativi ed errori è parte integrante del progresso. Guglielmo Marconi inventò la radio nonostante tutti gli dicessero che era impossibile che le onde magnetiche potessero viaggiare dall’Europa all’America, Cristoforo Colombo ha scoperto l’America per sbaglio, convinto di andare in Cina, ma più banalmente anche i Post-It sono stati inventati per sbaglio.

Banalmente, e succintamente, percorrere sempre la stessa strada porta sempre allo stesso risultato, quando invece le innovazioni nascono proprio perché qualcuno prova a fare le cose diversamente, imboccando una strada diversa. Poi noi, alla fine, ci accorgiamo solo di quelli che hanno successo, e pensiamo che il loro successo sia stato lineare, un percorso netto scevro di errori e fallimenti. E invece è proprio dagli errori e dai fallimenti che nascono i grandi successi.

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07/06/2019

Cosa succede quando il capo è più giovane di te? È una domanda che sempre più si stanno ponendo i responsabili delle risorse umane, e in generale anche i lavoratori, dal momento che mai come oggi diverse generazioni, con competenze molto diverse tra loro, convivono nelle stesse aziende e negli stessi uffici. Oggi infatti possono sedere fianco a fianco i Baby Boomers, la generazione nata appena finita la Seconda Guerra mondiale che si appresta alla pensione, e i Millenials, i nativi digitali che stanno cominciando il proprio percorso professionale. E non è raro che, per alcuni ruoli, siano i Millenials, o magari qualcuno della Generazione Y nato tra il 1980 e il 2000, a prendere le redini dell’azienda o del dipartimento e a comandare anche su persone con maggior esperienza e anni di lavoro.
Cosa fare quando il capo è più giovane di te
Inevitabilmente trovarsi a dover riferire a un manager più giovane può creare qualche imbarazzo, così come può creare qualche problema ottenere una promozione e trovarsi a comandare su quelli che prima erano colleghi pari grado. Secondo una indagine di Randstad Italia infatti il 70% dei lavoratori non vuole un capo più giovane, e il 78% degli Under 35 è d’accordo che quando si tratta di scegliere un manager o superiore, anche l’anzianità pesa in fatto di autorevolezza e competenza.

Cosa fare quindi quando il capo è più giovane di te? La cosa più importante è trovare, e stabilire, delle modalità di comunicazione e relazione nuove, che vadano bene a entrambi e che permettano a tutti di mettere a fattor comune le diverse esperienze e competenze. I Senior infatti hanno decenni di lavoro alle spalle basati su organizzazioni fortemente gerarchiche, e spesso faticano ad adeguarsi alle nuove modalità di comunicazione e relazione determinate dalla trasformazione digitale delle aziende; da parte loro gli Under 35 sono nati in una società liquida, fluida e spesso informale e poco gerarchica, prova ne sia l’uso che fanno dei social network spesso chiedendo il contatto Facebook anche ai colleghi. I Millenials, e in parte la Generazione Y, sono portatori in azienda di competenze digitali che i Senior inevitabilmente hanno acquisito solo tardi, e spesso nemmeno troppo volutamente; d’altra parte i Baby Boomers hanno imparato a navigare in un mare di relazioni formali e gerarchiche affinando doti e soft skill che sono sempre valide e utili, da quelle di negoziazione a quelle di team building.

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03/06/2019

È la lingua internazionale per eccellenza, il passaporto per gli affari, le vacanze e ogni tipo di relazione fuori dai confini nazionali, e in effetti un ’bout di inglese dovremmo parlarlo tutti, chi più chi meno. Certo, quando diventa indispensabile per il lavoro è necessario conoscerlo bene, e non limitarsi a quei brutti inglesismi, da meeting a booking (si può dire riunione e prenotare senza sentirsi affatto autarchici…).

Ok, lo scivolone è sempre dietro l’angolo quando ci si esprime in una lingua che non è quella materna, ma non è di questo che occorre preoccuparsi. Sono altri, ben più difficili da correggere, gli errori che tutti, più o meno, facciamo con l’inglese. Del resto secondo l’indagine di Education First EPI, il più approfondito rapporto globale sulla competenza dell’inglese nel mondo, siamo al penultimo posto in Europa per competenze linguistiche in inglese: capiamo più o meno le canzoni, scriviamo e leggiamo mail di lavoro capendole nella sostanza, se andiamo a Londra per un weekend ce la caviamo, ma nulla più di questo, almeno in media. Il motivo? Almeno 4 errori abbastanza gravi e molto diffusi.
Errori in inglese: la pronuncia
Ogni straniero, quando parla in inglese, denota la propria provenienza, ma noi italiani abbiamo qualche problemino più degli altri con gli accenti (che spesso possono cambiare totalmente il significato di una parola) e con l'”h” aspirata (tipicamente: hungry e angry, che spesso pronunciamo allo stesso identico modo).
Errori in inglese: pensare la frase prima in italiano
È il tipico errore da scuola media, pensare prima a ciò che si vuole dire nella propria lingua e poi tradurlo in inglese. Di cartelli con strafalcioni del genere in giro se ne vedono tantissimi, ma poiché ogni lingua ha le proprie strutture grammaticali e sintattiche, sarebbe bene esercitarsi fino ad arrivare a pensare la frase nativamente in inglese (esercitarsi a parlare ma anche ad ascoltare, e se non si può fare uno stage in UK ci sono sempre le Tv da guardare e ascoltare per far propria la costruzione della frase nella lingua d’oltremanica).
Errori in inglese: le parole trabocchetto
Ci sono alcune parole, anche in inglese come in ogni lingua, che sono dei veri e proprio trabocchetti perché suonano come quelle in italiano ma hanno un significato totalmente diverso. Per esempio? Per esempio “actually” (che non è “attualmente” ma “in verità”) o eventually (che non è “eventualmente” ma “infine”).
Errori in inglese: come rimediare
Ora, sarà che l’italiano è una lingua complicata, e che la grammatica è il pane quotidiano di ogni percorso scolastico, di fatto è che anche per l’inglese, in Italia, si tende a studiare molta grammatica e a fare poca pratica. Cioè: sappiamo perfettamente la teoria della grammatica inglese, ma non la sappiamo usare nelle situazioni quotidiane. Altrove invece l’inglese permea la quotidianità delle persone, e basti pensare al fatto che il doppiaggio in lingua è una nostra specialità mentre altrove i film sono in lingua originale con sottotitoli. Quindi, che fare? Provare a sforzarsi di inserire l’inglese nelle nostre giornate, per esempio sfruttando le Tv per guardare programmi in lingua originale, o scaricando audiolibri da ascoltare mentre si va al lavoro, o ancora installando App per poter ricevere le stazioni radio internazionali sullo smartphone o ancora sfruttando Netflix e le altre piattaforme di streaming per guardare serie Tv in lingua inglese.

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31/05/2019

I social network sono parte della vita di moltissime persone. Anzi, ormai è quasi impossibile trovare qualcuno che non sia su almeno uno dei maggiori social network, anche per sole ragioni professionali. Già, perché oltre che per lo svago – soprattutto Facebook e Instagram – i social network possono essere utili anche per trovare lavoro – sicuramente Linkedin – e fare networking per avanzare di carriera. Però anche in Rete ci sono delle regole non scritte di comportamento, e ci sono cose da non fare con i social network, a meno che non si voglia mettersi irrimediabilmente in cattiva luce con colleghi, capi e risorse umane (presenti e future, perché dare una occhiata ai social network dei candidati pare ormai un’abitudine consolidata).
5 cose da non fare con i social network
Pubblicare foto troppo intime
E per troppo intime non si intendono le foto con la famiglia al mare (benché sarebbe buona norma proteggere i minori anche dall’esposizione sui social network, a meno di non tenere la cerchia degli amici estremamente ristretta). Per foto intime si intende quel genere di foto che non si penserebbe mai di mostrare al proprio datore di lavoro, da quelle in intimo (o meno) a quelle in situazioni sconvenienti.
Mentire
Ok, questo è l’ottavo comandamento, e non bisognerebbe mai dire falsa testimonianza. Però nell’epoca dei social network darsi malati e poi postare un selfie mentre si fa shopping o si pedala sulla mountain bike, o presentarsi in ufficio con poche ore di sonno dando la colpa all’allarme del vicino quando siete stati taggati all’uscita di un locale all’alba non è una buona idea. Con i social network purtroppo anche il privato diventa pubblico.
Taggare
A proposito, non si tagga all’insaputa, e sicuramente non si fa con colleghi e capi (se anche doveste essere in contatto su qualche social network). E nemmeno si tagga a raffica, mettendo insieme persone che magari non si sopportano tra di loro. Nel dubbio, sempre meglio chiedere il permesso.
Litigare
Purtroppo i social network hanno perso da tempo l’età dell’innocenza e del relax condiviso, e le liti anche molto accese sono sempre più frequenti, tra hater professionisti, troll, provocatori e magari anche qualche sincero personaggio convinto delle proprie idee. Ma farsi scoprire a litigare e insultare online non è esattamente un buon biglietto da visita professionale.
Abbandonarsi a messaggi cifrati
Avete presenti quei messaggi di lamento, nervosismo, insulto velato o sconforto che alcuni condividono online senza spiegare il contesto e che vi lasciano basiti? Ecco, non si fa. Mai. Se dovete sfogarvi, chiamate qualcuno di caro e fatelo con lui, ma i social network non sono lo spazio adatto a cui affidare quel genere di sfoghi.