Categoria: Idee

News e notizie dal mondo che riguardano il mondo degli uffici, degli studi professionali e delle aziende

Idee
12/10/2020

Fatti due conti rapidi, chi svolge mansioni di ufficio o ha un lavoro sedentario passa da un quarto a un terzo delle proprie giornate lavorative seduto. Una condizione che, se vissuta con posture scorrette, può portare anche a gravi conseguenze per la salute oltre che per la produttività (il mal di schiena è tra i primi motivi di assenza dal lavoro).

Per questo motivo è sempre più importante scegliere correttamente la seduta più adatta a favore una posa ideale, senza farsi ‘ingannare’ dai soli fattori estetici.

Un primo errore ergonomico da evitare è quello per cui della sedia o poltrona da ufficio si inclina il solo schienale e non la seduta vera e propria: una vera seduta ergonomica è tale quando è dotata di meccanismo basculante che permette all’intera seduta, sedile e schienale, di inclinarsi contemporaneamente mantenendo il corretto angolo di seduta.

Una sedia da ufficio ideale deve anche essere regolabile in altezza, per permettere di sedersi correttamente con le cosce parallele al terreno e le ginocchia piegate ad angolo retto, evitando così la posizione ‘a cucchiaio’ (quella ‘stravaccata’ sul divano con il bacino in avanti e lontano dallo schienale).

La seduta vera e propria non dovrebbe nemmeno essere troppo morbida, per impedire di ‘affondare’, e così lo schienale dovrebbe avere un supporto per il tratto lombare per assicurare la postura funzionale alla lordosi fisiologica.

L’altezza degli eventuali braccioli dovrebbe anche essere tale da permettere alla sedia di infilarsi sotto il ripiano della scrivania, evitando di stare troppo lontani dal piano di appoggio e di conseguenza di sporgersi eccessivamente in avanti.

Idee
07/10/2020

Perché promuovono sempre gli incompetenti? Quante volte ce lo siamo chiesti davanti a un capo che non è capace di comandare, a dirigenti che non conoscono il settore in cui operano, a manager che non sanno fare il loro lavoro? Per non parlare poi di politici, ministri e altre persone che amministrano la cosa pubblica. Chiedersi perché promuovono sempre gli incompetenti sembrerebbe la solita lamentela qualunquista, amplificata oggi dal ruolo del social network, e però la domanda ha un fondo di verità. Spesso, nei ruoli apicali e decisionali, ci sono degli autentici incompetenti e oggi un libro di Tomas Chamorro-Premuzic (“Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (e come porvi rimedio)”) spiega come e perché i peggiori vanno avanti e – spesso – i migliori invece no.

Intanto, il fatto che ci siano così tanti incompetenti al comando è opinione diffusa: in uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, solo il 26% aveva un’opinione positiva dei propri capi (e con la politica e i governi la % si abbassa ancor più). Non è solo un problema di chi si trova sopra, o davanti, un capo incompetente. È anche un problema di produttività: si stima infatti che al mondo l’incompetenza dei leader costi qualcosa come 500 miliardi di dollari all’anno. Senza contare la dispersione di competenze che la frustrazione comporta: il 75% di chi lascia un posto di lavoro lo fa per la frustrazione dovuta ai superiori mediocri. E tutti noi, facendo un rapido giro di sguardo tra le nostre conoscenze, sappiamo benissimo che di gente brava, capace, competente, coscienziosa, in giro ce n’è, e parecchia. E perché non fanno carriera? E perché gli incompetenti invece siedono nei ruoli di comando?

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University, la colpa è dei processi di selezione e del fatto che questi premino caratteristiche, psicologiche e di personalità, che invece sono votate al fallimento. La baldanza, l’eccessiva fiducia in sé stessi, il narcisismo troppo spesso vengono scambiati per sicurezza e capacità di leadeship, quando invece sono i tratti del carattere che più facilmente possono portare a distruggere un team di lavoro e far naufragare un progetto o un’azienda.
I processi di selezione in pratica premiano il maschio alfa, il soggetto predatore, il protagonismo e la prepotenza scambiati per carattere e leadeship, anziché riconoscere nell’umiltà, nella sobrietà, nell’understatement e nella saggezza le caratteristiche necessarie a guidare un’organizzazione, azienda o Paese che sia.

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic troppo spesso i responsabili delle selezioni scambiano la sicurezza di sé come un potenziale di leadership, senza occuparsi invece della competenza, quando ormai centinaia di studi scientifici hanno dimostrato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

In pratica: chi si mostra forte e sicuro spesso, molto spesso, sovrastima se stesso e le proprie capacità e competenze. E ciò tuttavia fa carriera, ai danni di chi invece si mostra umile, laborioso, empatico e scrupoloso. Per dirla con il filosofo Bertrand Russell «la causa fondamentale del disastro del mondo moderno è che gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

Purtroppo, come spiega Thomas Chamorro-Premuzic, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere (competenza e onestà)». Ecco spiegato perché promuovono sempre gli incompetenti.

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01/10/2020

Quasi non ce lo ricordiamo più il lavoro pre-COVID. Almeno per chi è stato costretto a casa dal lockdown, in smart working o remote working che sia. Certo ci sono state anche delle conseguenze positive, dal minor tempo perso per il tragitto casa-lavoro ai conseguenti minori costi di una giornata lavorativa fuori casa. Ma ci sono anche delle cose che ci mancano del lavoro pre-COVID, cose delle quali forse non ci eravamo mai resi conto fino al momento in cui ci sono state sottratte improvvisamente. E sono almeno queste 5.

1. Le riunioni face-to-face

Belle le videocall, senza dubbio. O forse più comode che belle. Anche se poi non è proprio la stessa cosa, rimanere concentrati e presenti è ancora più difficile, la connessione ballerina ci fa perdere pezzi di comunicazione, i rumori di fondo disturbano la comunicazione, per non parlare di quello che succede in casa in quel momento. Quindi sì, ok, le videocall, ma quanto ci mancano le care, vecchie riunioni in sala riunioni, tutti intorno al tavolo, a parlare guardandosi negli occhi?

2. Le chiacchiere con i colleghi

Per carità, non saranno mai amici e amiche. In fondo restano sempre e solo colleghi. Però ci si passa 8 ore al giorno, se non più, fianco a fianco, e alla fine si socializza, si diventa qualcosa di più di due “vicini di posto” e si fanno anche delle chiacchiere: la scuola dei figli, la squadra del cuore, qualche consiglio di investimenti o spese da fare, un pettegolezzo se non di più, con il vantaggio che essendo colleghi/e ci si può anche lasciar andare a qualche confidenza che agli amici forse non si farebbe.

3. Il caffè alla macchinetta

Oddio, non è e non sarà mai buono come quello del bar, però anche il caffè alla macchina ha un modo tutto suo per essere buono, buono al punto tale che ci manca davvero. Alzarsi dalla propria sedia, un gesto al/la collega, 3′ di relax a spezzare il ritmo del lavoro quotidiano. Sì, indubbiamente la pausa caffè alla macchinetta ci manca.

4. Il dress-code

Bello lavorare in tuta, con la barba lunga o i capelli scarmigliati. La prima settimana, forse. Poi diciamo la verità, anche vestirsi da ufficio ha un suo fascino che ora ci manca. Perché in fondo anche la “divisa da lavoro” dice molto di chi e cosa siamo.

5. Collaborare spalla a spalla

Sì, ci sono infiniti tool di collaborazione online. Ma quella cosa di alzarsi dalla propria sedia da ufficio, andare dal/la collega e lavorare assieme è qualcosa che va oltre il lavoro. Collaborare è qualcosa di antropologico, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, e che in fondo fa parte del nostro essere “animali sociali”.

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17/09/2020

Esiste il segreto della felicità, e l’hanno scoperto gli scienziati della felicità, veri e propri ricercatori all’incrocio tra discipline storiche e consolidate come la psicologia, l’economia e la sociologia, e nuovi campi di ricerca come le neuroscienze, la metamedicina e la fisica quantistica. E gli scienziati della felicità hanno trovato la pietra filosofale della loro ricerca, ovvero ciò che hanno in comune tutte le persone che si dichiarano felici. In parte dipende dal nostro controllo, parte è tutta genetica, e parte purtroppo da fattori esterni che non sono sotto il controllo individuale. Per cui no, la risposta non è univoca, non sono né solo i soldi né solo l’amore, ma ben 9 cose che rappresentano il vero segreto della felicità.

1. Forti relazioni personali
Gli anziani più felici sono quelli che nel tempo hanno coltivato forti relazioni personali che continuano anche nella terza età.

2. Avere tempo (più che soldi)
Davanti al dilemma se avere più tempo o più soldi a disposizione le persone che si dichiarano felici scelgono sempre il tempo.

3. Non avere problemi economici
Lapalissiamo, ma ha senso: c’è un livello di salario oltre il quale il benessere non aumenta progressivamente alla felicità. E quel livello è stao stimato per gli USA in 75.000 dollari / anno. Abbastanza per vivere agiatamente ma non tale da creare l’ossessione per il denaro.

4. Essere gentili
Le persone gentili, che donano il proprio tempo gratuitamente agli altri, dai piccoli favori al volontariato, sono sempre, invariabilmente, felici.

5. Una vita attiva e sportiva
Sarà la serotonina, sarà l’autostima, sarà il benessere fisico, ma chi si ritaglia del tempo per fare un ’bout di sport o rimanere almeno attivo si dichiara anche sempre felice.

6. Comprare esperienze, non oggetti
Chi spende i propri soldi (vedi punto 3) in esperienze anziché in oggetti si dichiara sempre felice. Più felice per un viaggio che per l’auto nuova. Ma ci sono anche degli oggetti – come i libri, o l’attrezzatura sportiva – che danno gioia perché permettono di fare esperienze (e non costano necessariamente come un’auto)

7. Rallentare e meditare

La vita frenetica è nemica della felicità (o forse ne è una forma illusoria ed effimera). È la capacità di rallentare, meditare e godere dei piccoli dettagli della vita (un profumo, un sapore, uno scorcio) a caratterizzare chi si dichiara sempre, incondizionatamente, felice.

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16/09/2020

Ora che la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus sembra terminata e molte aziende e attività stanno cercando di tornare ai ritmi pre-COVID, c’è una questione in più da affrontare: se ritornare tutti in presenza in ufficio, con le limitazioni imposte dal fatto che la pandemia non è finita e il contagio è sempre possibile, rimanere al 100% in modalità da remoto, oppure adottare una forma mista, parte in presenza e parte da remoto, come hanno deciso di fare anche molte scuole in tutta Italia.
Ma soprattutto, passata la fase emergenziale, molte aziende e attività stanno cercando di inquadrare meglio le differenze tra Smart Working e Telelavoro. Considerando che ciò che è stato fatto da marzo all’estate, con il blocco improvviso, i divieti alla circolazione, le limitazioni all’accesso alle strutture aziendali, non è stato ragionevolmente né Smart né Telelavoro.
A passare sopra a tutte le implicazioni contrattuali e gerarchiche ci aveva pensato il DPCM del 26 aprile 2020, che di fatto imponeva il ricorso alle modalità di lavoro da remoto per chiunque fosse in grado di farlo. Ma tra Smart Working e Telelavoro ci sono profonde differenze, non solo contrattuali ma anche organizzative, comunicative e relazionali.
Il Telelavoro esiste da molto tempo in Italia, l’ultimo inquadramento di legge è quello del 2004, c’è un contratto nazionale e precisi vincoli sia da parte dell’azienda che da parte del lavoratore: la separazione tra attività lavorativa e famigliare o personale, obbligo di controlli e verifiche da parte del datore di lavoro, obbligo di riposo per il lavoratore (almeno 11 ore al giorno, e sicuramente dalle 24 alle 5 del mattino) e verifiche sulla sicurezza per il dipendente e l’apparecchiatura. In pratica è come il lavoro in presenza, solo che svolto in altra sede.
Lo smart working è tutta un’altra cosa. Anche il lavoro ha alcuni vincoli “contrattuali” (per esempio a parità di mansione deve corrispondere parità di trattamento economico) ma cadono tutti i vincoli di subordinazione. Non c’è un orario preciso di lavoro né un luogo preciso in cui svolgerlo e l’unico rapporto è quello che prevede il raggiungimento degli obiettivi aziendali. In pratica, dato un compito o un obiettivo, lo spazio e il tempo sono autodeterminati, nel bene e nel male.
È allora evidente che lo Smart Working è di fatto un nuovo paradigma di lavoro che mette al centro le competenze del lavoratore, la sua responsabilità nei confronti dell’azienda, e da parte del datore di lavoro un nuovo patto di fiducia legata ai risultati e non alla presenza o all’orario.
Ovviamente uno switch di paradigma così profondo, importante e per certi versi rivoluzionario non poteva avvenire di colpo nei giorni tumultuosi del lockdown. Ma è altrettanto evidente che ora, con le diverse modalità di lavoro che la ripartenza ci impone, e la necessaria flessibilità con cui dovremo reagire ai picchi e cali del contagio, anche le aziende, e con esse i lavoratori, dovranno capire se per i propri obiettivi e la propria organizzazione sarà meglio un normale telelavoro o una vera e propria modalità smart e agile.

Idee
11/09/2020

È appena stata lanciata una petizione su Change.org dal titolo che lascia pochi dubbi: “Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano”. Scrittura a mano, con penne o matite, su fogli e supporti di carta, ma soprattutto scrittura a mano nel senso di tornare a scrivere in corsivo. E non è un fatto nostalgico ma, come stanno facendo notare sempre più pedagogisti, psicologi dell’età evolutiva e insegnanti, scrivere a mano in corsivo è vitale per lo sviluppo cognitivo dei nostri ragazzi.
Abbiamo scritto a mano per migliaia di anni, dagli antichi sumeri fino a pochi decenni fa, quando ancora a scuola c’era l’ora di calligrafia. Poi i tempi sono cambiati, la scrittura elegante, chiara e comprensibile in corsivo, eseguita con la penna stilografica, è stata messa in soffitta, dimenticata come un orpello superfluo, e in più è arrivato anche il mondo digitale, che ha spazzato via le lettere e le cartoline scritte a mano ma anche buona parte della didattica a scuola. Il lockdown, con la DAD, la didattica a distanza, potrebbe essere il colpo fatale allo scrivere a mano.
Eppure, dai promotori della petizione – l’archeologo e scrittore Carlo Di Clemente insieme al blogger Stefano Molini – a numerosi pedagogisti, psicologi e insegnanti, si alza il grido d’allarme: scrivere bene a mano, in corsivo, non è solo una questione formale ed estetica ma riguarda lo sviluppo cognitivo.
Scrivere a mano in corsivo è un gesto elegante, fluido, continuo e coerente che mette in forma grafica i pensieri, e il tempo necessario a dare forma grafica alle lettere e ai collegamenti che formano le parole è il tempo necessario allo sviluppo del pensiero, alla creazione delle connessioni cerebrali che, pezzettino dopo pezzettino, costituiscono la lunga strada dello sviluppo cognitivo dei bambini.

Come dichiara il pedagogista Daniele Novara a La Stampa:
La scrittura a mano. Non è un optional, rispetto a quella digitale, ma esattamente l’opposto. Non c’è nulla che possa prendere il suo posto per lo sviluppo di quelle capacità neuromotorie di cui i bambini di oggi hanno estremo bisogno. La scuola dovrebbe evitare di far leggere o scrivere i ragazzi su supporti digitali anche perché studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come nei primi anni di vita, l’accesso a pc, tablet e smartphone preclude la connessione neuro-cerebrale tra pensiero e manualità creando ritardi nello sviluppo del linguaggio, parlato e scritto.
In Inghilterra hanno reintrodotto la penna stilografica, in Francia il dettato, e in Italia si riscontrano sempre più casi di disturbo dell’apprendimento, come dichiara lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco:
La perdita del corsivo è alla base di molti Disturbi dell’Apprendimento segnalati dagli insegnanti della scuola primaria e che rendono difficile tutto il percorso scolastico. Scrivere in corsivo vuol dire tradurre il pensiero in parole, in unità semantiche, mentre scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase
Scrivere a mano significa pensare con il giusto tempo a quello che si sta scrivendo, a quello che si vuole dire, ed è un gesto funzionale alla crescita personale, cognitiva e psicologica. Per questo bisognerebbe tornare a scrivere in corsivo, soprattutto a scuola.