Categoria: Idee

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Idee
02/12/2015

«Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro». Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti durante un convegno sul Jobs act alla Luiss e si è scatenato il putiferio.

La prima reazione è stata quella del segretario della CGIL Susanna Camusso.
Bisogna smettere di scherzare quando si parla di temi del lavoro. Bisogna ricordarsi che la maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso: nelle catene di montaggio, le infermiere negli ospedali, la raccolta nelle campagne, dove il tempo è fondamentale per salvaguardare la loro condizione.
E dal ping pong tra il responsabile del dicastero del lavoro e quello del maggior movimento sindacale italiano è derivato un profluvio di distinguo, analisi e prese di posizione.

Per esempio Francesco Rotondi su Formiche.net, seguitissima testata di analisi su politica, economia, geografia, ambiente e cultura, plaude alla dichiarazione del ministro.
Oggi ci si accorge che l’”orario di lavoro” forse è tema centrale nel mutato assetto organizzativo delle imprese; ci si è accorti che l’orario di lavoro forse non è più né gestibile né misurabile come una volta; ci si è accorti che vi sono spazi infiniti di regolazione diversa offerti dalla tecnologia e dalle diverse prestazioni alle quali sono chiamati i lavoratori.
Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, non è totalmente in disaccordo con il ministro Poletti (lo riporta Il Diario del Lavoro).
Solo chi gira a largo delle fabbriche non sa che per molti lavoratori italiani la dimensione spazio temporale di quella che si chiamava ‘prestazione lavorati’twill è già radicalmente cambiata. C’è stata un’alzata di scudi che per me non ha senso, perché così si perpetua solo una sensazione di stato d’assedio al limite del ridicolo. Quanto al contratto nazionale è chiaro che rischia di difendere solo pezzi residuali del lavoro, mentre tutto il lavoro è cambiato, sarebbe un errore non modificarlo. In questa situazione le 8 ore rischiano di essere più un problema per il lavoratore, anziché una tutela.
Critico invece Carlo Clericetti nel blog di Repubblica.it Soldi e Potere.
Forse l’idea è che “l’apporto dell’opera” si misura per ogni singolo lavoratore, e quindi bisogna lasciare spazio a una retribuzione diversa per ciascuno. E dunque, dopo lo sforzo tuttora in corso per spostare il baricentro dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, si arriverebbe a chiudere il cerchio, arrivando alla contrattazione individuale. Un ritorno non più agli anni ’50, ma direttamente all’800, quando organizzarsi in sindacati era considerato un atto sovversivo. Un processo alle intenzioni? Esatto, proprio così, legittimato dal fatto che le intenzioni di questa classe dirigente appaiono chiare da tempo. Continuando così, una “novità” dopo l’altra, ci ritroveremo indietro di più d’un secolo.
Così come Alessandro Robecchi su Il Fatto Quotidiano.
Una cosa modernissima che si chiama “cottimo”. Nel caso, cottimo e abbondante. Una prassi che cambierà le nostre vite, il linguaggio, i rapporti interpersonali. “A che ora torni, caro?”. “Uh, come sei antica! Ancora legata alle ore! Arrivo quando ho raggiunto il risultato, come impone la nuova etica del lavoro”. “Quindi?”. “Boh, facciamo un giovedì di dicembre, ma non so quale
Il giuslavorista Roberto Pessi (come riporta Libero Quotidiano) è invece d’accordo con il ripensamento del modo di valutare il lavoro al giorno d’oggi
Quello che il ministro Poletti ha detto non è una rivoluzione, ma un ragionamento coerente con la scomparsa dei cocopro, la valorizzazione del lavoro subordinato a tempo indeterminato, anche etero-organizzato e l’affermazione di un modello imprenditoriale in cui la collaborazione tra capitale e lavoro garantisca la coesistenza tra solidi statuti protetti ed incisive competitività sul mercato internazionale.
E se poi dell’argomento se ne occupa anche La Gazzetta dello Sport con Giorgio Dell’Arti allora l’argomento è davvero caldo
L’orario di lavoro è funzionale a un sistema produttivo diverso da quello di oggi. È evidente che possono esserci situazioni in cui dell’orario non si può fare a meno (la catena di montaggio, peraltro sempre più automatizzata, l’assistenza degli infermieri in ospedale, i turni della polizia, eccetera), ma è pure chiaro che è sempre maggiore la quota di produttività che non dipende affatto dall’orario
Insomma, nell’epoca dello smart working e mentre in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro giornaliero, ha ancora senso ragionare in termini di ore-lavoro oppure queste sono – per usare l’espressione del ministro – “un attrezzo vecchio”?

Idee
01/12/2015

“Ti aspetto fuori”: quante volte l’abbiamo detta (da bambini) e pensata (da adulti) questa frase? Be’, ora, per tutti quelli che hanno pensato anche solo una volta di risolvere qualche controversia da ufficio in maniera rude e cavalleresca, c’è un nuovo format Tv che trasforma in realtà anche questo più recondito impulso.

La serie si chiama appunto “Ti Aspetto Fuori”, è in onda la domenica sera alle 23:00 su Cielo e riprende il format americano White Collar Brawlers di NBC: due colleghi ai ferri corti decidono di dirimere la questione su un ring di pugilato, e arrivano a scazzottarsi dopo un training di 6 settimane sotto la guida di due leggende della boxe made in Italy: il campione del mondo Rocco Mattioli, detto Rocky, e Maurizio Zennoni, conosciuto anche come Il Profeta del Ring.

A mettere da parte falsi sorrisi e frasi di circostanza per cercare di risolvere una volta per tutte le incompatibilità lavorative saranno manager, operai, magazzinieri, impiegati, venditori e quasi tutte le categorie di lavoratori italiani. La speranza, al termine dell’incontro, è che l’ultimo colloquio chiarificatore vada davvero a buon fine riportando pace e armonia.

Funzionerà davvero chiarirsi a suon di guantoni e in Tv?

Idee
25/11/2015

Sì, durante gli anni difficili della contrazione dei posti di lavoro ma anche ora, che quantomeno l’emorragia sembra essersi fermata, ci sono lavori che nessuno vuole più fare. Altro che lavoro dei sogni che non si trova, perché non esiste o perché non ci sono abbastanza posti o perché, ancora, non serve più: ci sono invece un sacco di posti di lavoro in mansioni e professioni che – pare – nessuno vuole più fare.

Lo dicono i dati Istat e Unioncamere, quelli per cui, per esempio, non si trovano banconisti da tavola calda: ne mancano 6 su 10 di quelli necessari in Italia. E poi commesse (o commessi, anche), per cui ne mancano 4 su 10 di quelle richieste dal mercato. E ancora, sul podio, il montatore di macchine industriali, il conducente di furgoni, il confezionatore di prodotto finale, il tornitore di metalli e via via così fino alla prima figura per la quale è richiesta formazione universitaria che è l’analista programmatore.

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03/11/2015

Manager, dirigenti (e politici) sono i peggiori lettori d’Italia: 4 su 10 non leggono nemmeno un libro all’anno, e a dirlo è una ricerca dell’AIE, Associazione Italiana Editori, appena presentata alla Fiera del Libro di Francoforte. Non che la situazione sia migliore prendendo in considerazione l’intero paese: in Italia c’è un diffuso disinteresse verso la cultura e la conoscenza (il 58% degli italiani non apre nemmeno un libro all’anno…) che però è ancora più grave se riguarda la classe dirigente.
La verità è che la classe dirigente, politica ma non solo, non sa nemmeno cos’è è un libro. Viviamo nella società della conoscenza, dove la capacità competitiva del paese risiede nella sua cultura. Con questi dati siamo destinati al declino
Federico Motta, presidente di AIE
E il confronto con altri paesi è disarmante: in Spagna e Francia la percentuale di dirigenti non lettori è al 17%, meno della metà del nostro Paese, e sull’intera popolazione si parla rispettivamente del 37% e 30%, anche qui numeri dimezzati rispetto all’Italia.

E se per esempio i danesi sono i lavoratori più felici del mondo anche perché investono parecchio nella formazione continua, in Italia gli investimenti nella conoscenza si riducono sempre più tanto che Motta, presidente AIE ammette sconsolato di non sapere il motivo per cui la classe dirigente italiana non legge neanche una pagina all’anno.

Idee
28/10/2015

Sì, l’home office è sempre più diffuso: sarà perché i recenti anni di difficoltà economiche hanno indotto molte persone a inventarsi un lavoro da svolgere tra le mura domestiche – e non solo freelance ma anche liberi professionisti e lavoratori in cerca di ricollocazione, come questo esempio di coworking domestico – ma lavorare da casa è sempre più diffuso, insieme all’esigenza di organizzare un vero e proprio ufficio negli spazi famigliari.

Ora la Legge di Stabilità 2016 che introduce ufficialmente lo smart working anche in Italia (ne abbiamo parlato qui) potrebbe dare una nuova spinta alle esigenze di chi vuole approntare un desk e tutto quanto gli serve per poter lavorare da casa: come fare allora per organizzare una vera e propria postazione di lavoro a casa?
1. Tenere separati famiglia e lavoro
Sì, la tentazione e il rischio di rendere fluido il confine tra ciò che è vita famigliare e ciò che è vita professionale sono altissimi. L’importante è cominciare dal delimitare gli spazi: dove si lavora non ci sono distrazioni e tentazioni. Niente Tv (a meno che non sia strumentale al lavoro) niente giochi dei figli, niente hobby o passatempi personali: quando si lavora, si lavora e quando si stacca, si stacca (come stanno cercando di far passare in Francia con la legge sul diritto alla disconnessione).
2. Scrivania e sedia professionali
No, lavorare sul tavolo della cucina con le sedie del soggiorno non funziona: passa la voglia, si lavora male, si passa il tempo a recriminare. Una vera scrivania e una vera sedia professionali sono le condizioni materiali indispensabili per potersi sentire come in ufficio (ma a casa e senza lo stress del pendolarsimo).
3. Luce adatta
Non è obbligatoria, ma è molto consigliata: la luce influisce sull’umore e sulla salute, e un’illuminazione adeguata della postazione di lavoro facilita molto la qualità e la quantità delle attività che si svolgono: nel caso, qui i consigli per illuminare al meglio gli spazi lavorativi e qui alcuni modelli di lampade da tavolo e da terra a led.
4. Hi-tech dedicato
Serve un computer? Servono una stampante, delle memorie esterne, dei monitor? Qualunque cosa serva, deve essere a esclusivo utilizzo dell’attività professionale. Per i figli e per i loro passatempi si possono anche usare altri (più vecchi) dispositivi. Ma avere l’attrezzatura tecnologica in ordine e sempre funzionante al meglio riduce le perdite di tempo, le arrabbiature, i contrattempi.
5. Ordine
L’ordine è essenziale e prerequisito all’efficienza: mantenendo in ordine la scrivania, evitando che il computer finisca in camera da letto e una cartelletta di documenti in cucina si arriva perfino a lavorare meno e meglio (e chi lavora meno, lavora anche meglio, come spiegato qui)
6. E disciplina
Detta così è un po’ forte, ma insomma lavorare da casa non significa trascinarsi in ciabatte con i capelli arruffati: mangiare a orari regolari, mantenere un look decoroso, rispettare gli orari sono solo alcuni degli stratagemmi per sopravvivere lavorando da casa (gli altri si trovano qui)
7. Un tocco personale
Se vale in ufficio perché non deve valere anche a casa? Ordine e metodo non escludono che si possa personalizzare il proprio angolo professionale tra le mura di casa: per un tocco in più si può prendere ispirazione da queste bellissime foto di uffici in casa.

Idee
27/10/2015

È una delle (potenzialmente) grandi novità inserite nella Legge di Stabilità 2016, 9 articoli contenuti in un disegno di legge predisposto dal professor Maurizio Del Conte che introducono ufficialmente lo smart working, o lavoro agile, anche in Italia.

Nulla a che vedere con il vecchio, e mai decollato, telelavoro, utilizzato poco e solo per decentrare a basso costo posizioni lavorative ritenute nno strategiche: lo smart working, per come descritto e normato ora nel 2015, potrebbe davvero ridisegnare il modo in cui lavoriamo in Italia e non solo in profili professionali che della presenza in ufficio hanno sempre potuto fare (relativamente) a meno.

Come riporta Dario Di Vico nelle pagine di Economia del Corriere della Sera:
Agile è definita la prestazione effettuata da lavoratori dipendenti – e non da partite Iva – fuori dei locali aziendali.
3 sono le grandi aree di intervento del nuovo disegno di legge sullo smart working:
La possibilità di eseguire la prestazione lavorativa fuori dai luoghi aziendali anche solo in parte, usando strumenti tecnologici per svolgere il lavoro in remoto e senza l’obbligo di una una postazione fissa, anche fuori dagli spazi aziendali.

Il trattamento economico e normativo non deve essere inferiore o diverso da quello degli altri addetti che operano in azienda: pari retribuzione, stessi criteri per i controlli e uguale copertura dagli infortuni, compreso il tragitto da casa a una postazione di coworking.

Sono riconosciuti anche gli incentivi fiscali e contributivi che la Legge di Stabilità prevede per la contrattazione di secondo livello.

Messe così le cose potrebbe essere l’inizio di una vera flessibilità in grado di “incrementare la produttività e la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro” (come recita l’articolo uno del DDL). Funzionerà?

I numeri dicono che lo smart working è un mondo già in crescita (secondo l’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano “nel 2015 il 17% delle grandi imprese ha messo in atto progetti strutturati di smart working rispetto all’8% nel 2014″). Ma si tratta appunto di grandi imprese, mentre le PMI, che rappresentano la gran parte del tessuto produttivo italiano, sembrano ancora lontane da questo modello:
Solo il 5% ha avviato un progetto strutturato di smart working, il 9% ha introdotto informalmente logiche di flessibilità e autonomia ma oltre una su due non sa di cosa si parli o non è interessata a mettere mano alla propria organizzazione.
Simone Cosimi su Wired
Vero che spesso le PMI italiane sono realtà produttive e manifatturiere per le quali non basta un pc portatile e uno smartphone a incrementare il lavoro agile (sempre Di Vico sul Corriere: “Per ora a usarlo sono prevalentemente aziende di servizi ma un domani le esperienze contamineranno il manifatturiero posto, ad esempio, che la diffusione delle stampanti 3D comporti una disarticolazione del ciclo produttivo stanziale”) e tuttavia l’esplosione di spazi di coworking (349 in Italia, di cui 88 a Milano) potrebbe dare la spinta definitiva a un’organizzazione del lavoro che permetta di ridurre i tempi persi (pensiamo al pendolarismo) e le ricadute socio-ambientali (il traffico pendolaristico su tutti) migliorando la produttività.

Che ne pensate? Ricorrerete alle possibilità offerte dal decreto legge sullo smart working?