Categoria: Idee

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Idee
21/10/2015

Sembra una contraddizione in termini, quella per cui, per essere più produttivi e lavorare sostanzialmente meglio, serva lavorare meno ore e non, stare a lungo, sempre, anche oltre l’orario di lavoro se non addirittura nei weekend, in ufficio.

Ma se in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro a 6 complessive al giorno, altrove si pensa di lavorare 4 giorni a settimana (almeno qualche volta al mese) e comunque sul tema della produttività c’è grande dibattito (Cosa significa essere davvero produttivi?) la storia raccontata da Jeff Sutherland su Slate (e riportata da Il Post) è decisamente illuminante.

La storia riguarda Scott Maxwell, il fondatore di OpenView Venture (una società di investimenti ad alto rischio), e i tempi in cui lavorava in McKinsey, società in cui era normale lavorare 7 giorni su 7 per parecchie ore al giorno.

In McKinsey lavorava anche Jon Katzenbach, un dirigente che per motivi religiosi lavorava “solo” 6 giorni a settimana.
Katzenbach lavorava solo sei giorni a settimana. Dopo un po’, aveva cominciato a notare che riusciva a portare a termine più lavori di quanto facessero i suoi colleghi (tutti maschi, allora). Aveva deciso così di provare a lavorare solo cinque giorni a settimana: e aveva scoperto di essere diventato ancora più produttivo.
Una volta approdato a Open View Maxwell si ricordò di Katzenbach e della sta apparentemente strampalata idea di lavorare solo 4 giorni a settimana, e cominciò a rifletterci, elaborando il grafico qui di seguito che dimostra come, superata una certa soglia di ore di lavoro, diventava inutile continuare a lavorare: si è improduttivi.

Sull’asse delle ordinate è indicata la produttività, mentre sulle ascisse le ore di lavoro settimanali. Il picco di produttività, come si vede dal grafico, crolla appena dopo le quaranta ore settimanali.
Oggi in OpenView non solo si lavora “solo” per 40 ore settimanali e – come vogliono fare in Francia con il diritto alla disconnessione – è “obbligatorio” dedicarsi al riposo ed evitare di rispondere a mail o telefonate quando si esce dall’ufficio o si è in vacanza.

La spiegazione della curva secondo Maxwell è semplice ed elegante:

1. Se lavori meno fai più cose, sei più felice e hai una migliore qualità della vita. E poi lavori meglio.
2. Le persone che lavorano troppo commettono anche più errori, cosa che in seguito richiede grandi sforzi per rimediare.
3. Chi lavora troppo, inoltre, si distrae più facilmente e prende cattive decisioni.

La chiusura del pezzo di Jeff Sutherland su Slate è illuminante
In pratica, c’è un numero limitato di decisioni importanti che una certa persona può compiere in qualsiasi giornata. Più decidi, e più erodi la tua abilità di controllare il tuo stesso comportamento. Di conseguenza, staccate dal lavoro alle 17. Spegnete il cellulare nei weekend. Guardate un film. E, cosa più importante, mangiatevi un panino. Non caricandovi troppo, otterrete di più e lavorerete meglio. A chi importa quante ore ci abbia messo una persona a fare una certa cosa? L’importante è che sia portato a termine velocemente e con un risultato all’altezza.

Idee
08/10/2015

Lavorare a casa è sempre più un’attività diffusa: vuoi perché le aziende ricorrono al lavoro a domicilio, vuoi perché molti professionisti si ritagliano spazi di lavoro se non veri e propri uffici tra le mura domestiche (come questi per esempio, davvero bellissimi). E però lavorare senza varcare la porta di casa può anche essere un attentato alla salute e alla forma fisica, se non si è grado di controllarsi su cibo e moto.

Ecco quindi 5 consigli per rimanere comunque in forma e in salute pur lavorando a pochi metri di distanza dal letto in cui si dorme (e dal proprio frigorifero)

Fare piazza pulita del cibo spazzatura: lo stress è in agguato anche senza uscire di casa, e avere a portata di mano schifezze con cui ingozzarsi è una tentazione troppo forte a cui resistere.

Mantenere un look decoroso: ok, non servono tailleur o doppiopetto, ma nemmeno sedersi alla scrivania in pigiama e con gli occhi cisposi. Se anche si lavora da casa ci si veste come se si andasse in ufficio (e del resto il codice di abbigliamento sta tornando in molte aziende): è dimostrato che si è più produttivi.

Darsi delle regole sugli orari: ok, non c’è da timbrare il cartellino, ma pensare di lavorare di notte dopo aver passato le giornate dedicandosi ai passatempi non funziona. Ci si alza e si attacca alle 9 (se non prima), ci si ferma per una pausa pranzo e si stabilisce un orario limite oltre il quale non andare (nemmeno per rispondere alle mail, come stanno pensando di fare per legge in Francia sancendo il diritto di staccare dal lavoro).

Staccare e uscire ogni tanto: certo, lavorando da casa si risparmiano i tempi persi per il viaggio. E allora ci si può concedere una passeggiata di qualche decina di minuti intorno all’isolato. La luce del sole fa sempre bene, al corpo e alla mente, come sa chi va al lavoro in bicicletta.

Non dimenticare di tenersi in forma: c’è più tempo per farlo, magari sfruttando gli stessi esercizi da fare alla scrivania dell’ufficio.

Idee
30/09/2015

Non è vero che bisogna essere giovani, creativi (e magari disoccupati) per essere un potenziale genio: è già stato dimostrato che fondare un’azienda di successo non è necessariamente una questione di carta d’identità giovane (ne abbiamo parlato qui) e lo stesso discorso vale per l’aspirazione a inventare qualcosa di davvero innovativo, grande, rivoluzionario e – in una parola – geniale.

Ovvio, l’idea romantica del talento che sgorga spontaneo è ampiamente superata: il talento va coltivato, la creatività allenata (per esempio scegliendo il momento migliore della giornata per farsi venire buone idee) e le intuizioni dirompenti nascono anche grazie al metodo (come quello che guida le riunioni presso Google). Ma poi c’è sempre tempo per diventare un “genio”, e per tempo si intende fin oltre i 30 anni almeno.

Lo dimostrerebbe questa infografica sviluppata dal sito Funders and Founders che ha messo insieme i più illustri esempi di “Late Bloomers” e alcuni dei motivi per cui il loro talento non si è manifestato prima all’umanità (compresi la mancanza di soldi, l’essere nati nel posto sbagliato o anche l’aver trovato troppo presto un posto di lavoro confortevole che ha assopito sogni e desideri).

 

Idee
29/09/2015

In tempi di crisi e disoccupazione in crescita le incertezze sul futuro lavorativo aleggiano praticamente su tutti, e se la ‘rivoluzione digitale’ degli ultimi 20 anni ha creato nuovi e imprevedibili profili professionali e posti di lavoro, ci sono anche mestieri che appaiono davvero in via di estinzione.

Come questi 10 individuati da CareerCast in base ai dati del Bareau of Labor Statistics:

10. Esaminatore di tasse – Diminuzione entro il 2022: – 4%
9. Tipografo – Diminuzione entro il 2022: – 5%
8. Operaio di fabbrica – Diminuzione entro il 2022: – 6%
7. Assistente di volo – Diminuzione entro il 2022:- 7%
6. Taglialegna – Diminuzione entro il 2022: – 9%
5. Agente di Viaggio – Diminuzione entro il 2022: – 10%
4. Reporter Giornalistico – Diminuzione entro il 2022: – 12%
3. Meter Reader – Diminuzione entro il 2022: – 19%
2. Agricoltore – Diminuzione entro il 2022: – 19%
1. Postino – Diminuzione entro il 2022: – 28%

Cosa ne pensate? Credete davvero che potremo fare a meno di questi lavori? E da cosa saranno sostituiti?

Idee
18/09/2015

È l’ossessione di tutti i capi e manager, e l’incubo di qualsiasi lavoratore: non essere abbastanza produttivi. Ma cos’è davvero la produttività? E come si fa ad essere veramente produttivi? Sul sito de Linkiesta c’è una interessante intervista del 2012 a Domenico De Masi, sociologo del lavoro e professore alla Sapienza di Roma, da cui abbiamo estratto i passaggi più significativi. Partendo da una frase: «La produttività è un criterio vecchio, al giorno d’oggi non aiuta a definire i ritmi e i risultati del lavoro».
Si dice lavoro, ma si intende il lavoro fisico, cioè l’operaio – ma anche l’idraulico – e questo è il 30% del mondo del lavoro attuale. Si dice lavoro, ma si intende il lavoro intellettuale e creativo, e penso a giornalisti, scrittori, architetti, studiosi, scienziati, ingegneri. E infine si dice lavoro, ma si intende un altro tipo di attività intellettuali ma ripetitive, come la commessa, l’impiegato di banca o di altri istituti, il segretario. Questi ultimi hanno in comune con la seconda categoria il fatto di essere comunque attività non fisiche, e con la prima di essere ripetitive. Ecco, queste sono le macrocategorie. E servirebbe una parola diversa per ognuna.

Chiaro. Ma adesso veniamo alla produttività.
La produttività, appunto, è la formula di Taylor, per cui la quantità di prodotti viene divisa per il tempo umano impiegato per farli, e definisce l’efficenza. Una formula che è nata nelle fabbriche, e che ora vale per il 30% dei lavoratori, cioè quelli che si dedicano al lavoro fisico. Ma vale solo lì. Non ha senso, invece, applicarla negli uffici.
E perché no?
Perché gli uffici sono una specie di pantano, soprattutto per la creatività, ci sono riti distruttivi e ripetitivi che uccidono le idee.

Nei paesi latini – e intendo Italia, ma anche Spagna e Grecia, e America Latina – c’è l’abitudine a stare due o tre ore in più in ufficio. Si dovrebbe uscire alle sei, e invece si rimane fino alle sette, o alle otto. Una cosa buona? Per niente. Non si resta in ufficio per amore del lavoro, ma semmai per odio del mondo esterno, della famiglia, della società. Una cosa che rovina tutto: in Germania, se si deve uscire alle cinque, si esce alle cinque.

Ma allora come si può applicare la produttività al lavoro intellettuale?
In teoria si dovrebbe poter guardare al numero di idee avute in un preciso arco di tempo. Ma è una cosa impossibile e ridicola.
E allora come si fa?
Semplice: spostando la questione dalla quantità alla qualità. Una cosa che cambia tutto. E allora si vedrà che la qualità è direttamente proporzionale a motivazione e intelligenza. O meglio, alla somma tra intelligenza e la motivazione.

Come si fa ad avere lavoratori motivati?
Così: serve stimolare la loro creatività. E affidare incarichi di responsabilità. E, soprattutto, il coinvolgimento e la partecipazione nelle decisioni generali. I lavoratori devono anche avere la certezza della carriera, che significa, per loro, sapere che se si lavora bene, si sarà premiati e, al contrario, non si sarà premiati

Il legame tra controllo e demotivazione è fortissimo. Più un lavoratore è sottoposto a controlli continui, richiami del capo, insistenze, più è demotivato. Ancora di più, poi, se il controllo è burocratizzato. Io l’avevo detto a Brunetta che inserire i tornelli negli uffici della pubblica amministrazione non sarebbe servito a nulla, e che anzi avrebbe avuto effetti deleteri. Ma lui non mi ha ascoltato. E si è visto.
 

Idee
17/09/2015

Quando si dice che la pausa pranzo alla scrivania è una cosa triste e dannosa per la salute a tutto si pensa tranne a quello che è capitato a questo impiegato australiano: Rhys Evans, del New South Wales, stava consumando il suo pranzo alla scrivania quando il contenitore in vetro con il cibo gli è letteralmente esploso davanti agli occhi.

Il fatto è stato registrato dalle telecamere di videosorveglianza interna e grazie al filmato Rhys ha potuto trovare una spiegazione all’insolito fatto: il vetro, raffreddandosi durante il processo di fabbricazione, tiene al suo interno una serie di forza e pressioni che in determinate circostanze – anche un leggero tocco accidentale come quello della forchetta – possono farlo esplodere.

https://www.youtube.com/watch?v=_bSgPxDyl6I