Categoria: Idee

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Idee
12/06/2015

Mamma “e” lavoratrice o mamma “o” lavoratrice? La differenza è sostanziale, e purtroppo ancora oggi, per molte donne, soprattutto in Italia, carriera e famiglia sono spesso due mondi inconciliabili.

C’è un post di Claudia Voltattorni sul blog La 27^ Ora del Corriere della Sera che ha scatenato parecchio dibattito
Sono una mamma lavoratrice. Una di quelle che incastra pezzetti di vita suoi e della propria famiglia, una di quelle che corre sempre, che vorrebbe una giornata da 30 ore ma che tanto sarebbe lo stesso sempre in ritardo.Sono una mamma lavoratrice felice di esserlo, anzi, di più, convinta di esserlo.

Però a volte anche io ci penso: e se mollassi tutto? E se un giorno mi mettessi solo a “fare la mamma”?
Eppure di mamme di successo, sul lavoro e con i figli, ce ne sono, anche in ruoli di assoluto prestigio, influenza e potere come quelle in questa gallery di Msn.it sulle mamme lavoratrici più potenti del mondo che comprende nomi come influenti come quelli di Anna Wintour direttrice di Vogue (quella velatamente de Il Diavolo Veste Prada, film cult sulla vita da ufficio) o Arianna Huffington co-fondatrice dell’Huffington Post, donne dello showbiz come Angelina Jolie o Beyonce Knowles, donne potenti come Cristine Lagarde direttrice del Fondo Monetario Internazionale o la nostra Emma Marcegaglia, prima donna presidente di Confindustria e dal 2003 mamma di Gaia.

La domanda per molte è: ma come fanno? Le risposte (perché sono tante, e mai una sola) forse è in un libro (I Know How She Does It della guru americana del time management Laura Vanderkam) di cui parla Entrepeneur.com. La Vanderkam ha intervistato qualcosa più di 1.000 donne che guadagnano più di 100.000 dollari l’anno e ha scoperto le loro strategie per conciliare vita, famiglia e lavoro. Eccole.

Applicare lo split shift. Ovvero l’alternanza del tempo per il lavoro con quello per la famiglia. Per esempio lavorare finché i figli sono a scuola, poi dedicarsi esclusivamente a loro e tornare a lavorare un po’ una volta che sono a letto a dormire.

Rispettare le to-do-list. Quando si lavora non ci si occupa dei figli, e viceversa. Ovvero non si risponde alle mail quando si è al parco con i bambini, e non si va a comprare il quaderno per scuola durante l’orario di lavoro. Rispettare rigorosamente la lista di cose da fare aiuta a gestire meglio i tempi e gli ambiti, e a viverli con più qualità.

Tenere traccia del tempo. Basta fare l’esperimento per una settimana, per esempio con un file excel con tutte le ore della giornata e usando due colori diversi per il tempo professionale e quello famigliare. in questo modo si ottengono 3 risultati: non si mischiano gli ambiti; ci si rende conto di quanto tempo si passa sia al lavoro che con i figli; si scoprono nuovi momenti di qualità nella giornata (per esempio l’ora al mattino dal risveglio all’uscita dei ragazzi per andare a scuola).

Guadagnare ore per il lavoro nel weekend. Se durante la settimana si dedicano ore ai figli durante il normale orario lavorativo (per esempio dalle 16:00 alle 18:00) si possono recuperare nel fine settimana (per esempio quando i ragazzi sono a una festa di compleanno degli amichetti), sempre osservando la logica dello split shift.

Non dimenticare se stesse. Sembra una contraddizione in termini e un incastro impossibile, eppure sempre tenendo traccia di come si spende il tempo settimanale possono (devono secondo la Vanderkam) saltar fuori dei momenti in cui ci si prende cura solo di se stesse: andando in palestra, facendo una passeggiata, dormendo o facendo un bel bagno rilassante.

E voi cosa ne pensate? È fattibile o è solo un miraggio di una vita impossibile?

Idee
11/06/2015

Dipendente alzati e lavora: volendo parafrasarla, è proprio così. Secondo uno studio appena pubblicato sul British Journal of Sports Medicine la salute per un mondo sempre più sedentario non passa per la corsetta al parco un paio di volte la settimana o per le puntate in palestra, ma dalla possibilità di lavorare in piedi. Abbandonando cioè la sedia per qualche ora al giorno e migrando verso il cosiddetto standing desk.

Secondo gli autori della ricerca a guadagnarci sarebbero tutti: i lavoratori, che migliorerebbero sensibilmente il proprio stato di salute; le casse pubbliche, che ridurrebbero i costi per la salute e l’assistenza sanitaria, e i datori di lavoro, che vedrebbero impennarsi la produttività.

Fatti due conti, e fossero vere le conclusioni della ricerca, potrebbe anche essere vero: per millenni abbiamo trascorso buona parte della nostra esistenza stando in piedi e camminando, e la sedentarietà è un concetto relativamente recente, così come il pendolarismo in auto o con i mezzi pubblici (e guarda caso andare in ufficio in bicicletta rende più felici visto che il viaggio verso il posto di lavoro è più stressante delle 8 ore in ufficio). E soprattutto, secondo i calcoli fatti, oggi il 75% delle mansioni lavorative sono svolte stando seduti.

C’è chi già si è portato avanti, come i soliti paesi del nord Europa dove addirittura il 90% dei lavoratori avrebbe accesso a questo genere di standing desk, ovvero postazioni di lavoro presso cui stare in piedi (e infatti i danesi sono i lavoratori più felici del mondo), e ci sono poi i soliti consigli di buon senso per combattere il lavoro sedentario, come quello di alzarsi e camminare nel corso di una telefonata, oppure recarsi direttamente presso la scrivania del collega anziché mandargli la solita mail, o ancora tenere le riunioni in piedi o passeggiando (il che ridurrebbe anche il tempo impiegato migliorando l’efficacia delle decisioni, come abbiamo già scritto qui) e facendo le scale anziché prendere l’ascensore.

Non credete che possa funzionare? Be’, pare che il premio Nobel per la letteratura Ernest Hemingway scrisse la maggior parte dei suoi romanzi in piedi…

Idee
04/06/2015

«Non voglio amore, voglio risultati»
Lo ha dichiarato Federico Marchetti al Financial Times parlando del successo di Yook e della fusione con Net-A-Porter in cui ci sarà un solo capo: lui.

Ma è davvero così che funzionano le cose in azienda? Stando a quanto ha ‘sentito’ il Barometro Ipsos 2015 che ha condotto per conto di Edenred un’analisi sulle aspettative dei dipendenti, i lavoratori italiani non la pensano esattamente in questo modo (come riporta il Corriere della Sera).
Sfiduciati verso il futuro e non fedeli alla propria azienda, i lavoratori italiani vorrebbero una nuova organizzazione del lavoro e una nuova cultura manageriale fondata su tre pilastri: maggiore delega, lavoro di squadra e propensione al rischio.
1 dipendente su 2 si è anche dichiarato soddisfatto per l’incoraggiamento al lavoro di squadra del diretto superiore ma anche per il diritto all’errore riconosciuto dai capi.

E sul fronte del welfare aziendale che cosa può rendere felice un dipendente? Ecco il decalogo stilato da Edenred:
1. L’investimento in formazione. L’86% dei lavoratori italiani ritiene che la formazione sia l’ingrediente principale della competitività personale ed aziendale.
2. Salute e prevenzione attraverso assistenza sanitaria, screening e assicurazioni integrative.
3. Pacchetto di benefit su misura di mamma, single o senior. Come la possibilità di scegliere tra opzioni flessibili e modulari.
4. Buoni Pasto
5. Gestione dello stress con programma mirati che puntano a migliorare la salute e la qualità della vita, conciliando lavoro e vita privata
6. Aiuto per i trasporti come un contributo per le spese di trasferimento casa-lavoro
7. Il sostegno per i consumi energetici
8. L’asilo nido
9. Aiuto per i familiari non autosufficienti
10. Aiuto ai familiari per attività sportive e culturali
E voi siete d’accordo con questo elenco? Cosa vorreste dalla vostra azienda?

Idee
28/05/2015

Puntuale ogni anno, con i primi caldi, scatta la disputa in ufficio sull’uso dell’aria condizionata: chi la vuole al massimo della ventilazione e al minimo della temperatura (gli uomini) e chi invece ne invoca un uso più moderato (generalmente le donne). Se capita lo stesso anche nel vostro ufficio, mettetevi l’anima in pace: ci sono fior fior di esperti che confermano questa divisione del mondo in pro e contro l’aria condizionata (le cita un articolo della Gazzetta di Modena)
Le donne tendono a sentire più freddo quando si trovano in un luogo con l’aria condizionata rispetto agli uomini – sostiene Alan Hedge, professore di ergonomia alla Cornell University –. Ciò è dovuto a diversi motivi: spesso hanno caviglie e gambe scoperte, mentre gli uomini indossano calze e pantaloni, e i piedi sono particolarmente suscettibili al raffreddamento. Indossano camicette che lasciano il collo scoperto, mentre gli uomini anche per via delle cravatte lo tengono coperto, riducendo la perdita di calore corporeo. Gli uomini tendono a portare capi più pesanti. Le donne, poi, svolgono spesso lavori più sedentari. In media, infine, hanno il 66% della massa muscolare rispetto a un uomo e i muscoli generano calore.
E non è certo una questione che riguarda pochi uffici privilegiati: siamo il Paese europeo con il maggior numero di condizionatori pro capite e le stime di vendita sono destinate a crescere esponenzialmente. Che fare allora? Intanto conoscere qual è la temperatura ideale in ufficio (ne avevamo già parlato qui in inverno):
L’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la temperatura ideale in ufficio sia tra i 18°C e i 24°C, mentre l’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione sul lavoro, raccomanda di mantenere una temperatura di almeno 18°C e di massimo 22°C in inverno (per l’estate non più di 7°C di differenza rispetto all’esterno).
Quindi: massimo 7°C di differenza tra interno ed esterno. Il che potrebbe contrastare con la temperatura percepita, sempre secondo il professor Alan hedge citato sopra.
Una recente ricerca che ha preso in esame 74 donne dai 17 ai 40 anni ha riscontrato che a 21 gradi e con un’umidità relativa del 60% – dice ancora il professor Hedge – la donna ha freddo, percezione che aumenta con l’età. Sente di essere in un ambiente con una temperatura adeguata quando ci sono 24 gradi.
La soluzione più facile e veloce potrebbe allora essere quella di valutare con attenzione l’installazione o il posizionamento dell’apparecchio di condizionamento. Per esempio partendo da quanto riporta il sito specializzato nel tema della sicurezza sul lavoro Punto Sicuro:
Il posizionamento dell’apparecchio di climatizzazione non avviene sempre nel rispetto del criterio del maggior confort ma, nella maggior parte dei casi, si sceglie un’ubicazione che comporta minori opere murare, la possibilità di mantenere l’arredamento esistente e meno costi – afferma Michele del Gaudio, ricercatore presso il dipartimento di Avellino del settore “Ricerca, certificazione e verifica” dell’INAIL – “In assenza di vincoli, invece, il principio da seguire dovrebbe essere quello della scelta di una posizione che permetta un buon rimescolamento dell’aria, senza che gli occupanti siano colpiti da flussi d’aria troppo veloci. E dove, dunque, anche l’altezza della disposizione gioca un ruolo significativo
In pratica:

Evitare il flusso diretto sulla postazione di lavoro
Non aver fretta di raffreddare l’ambiente ma puntare alla temperatura ideale nel tempo
Aprire regolarmente le finestre per cambiare aria
Non puntare il flusso d’aria su mobili, scaffali, librerie e angoli in cui la pulizia è fatta più saltuariamente

E voi come vi comportate con l’aria condizionata in ufficio?

Idee
27/05/2015

Telefonate. Riunioni informali. Scambi di informazioni. E ancora rumori vari di stampanti, cassetti, sedie e quant’altro anima rumorosamente le giornate in ufficio. In America è una specie di ossessione, soprattutto negli open space delle grandi compagnie, dove la privacy e la concentrazioni sono tenute in considerazione al punto tale che da oltre 40 anni sono in auge dei dispositivi di mascheramento dei rumori: si tratta di diffusori di rumore bianco che emettono suoni elettronici casuali con lo scopo di rendere incomprensibili le parole oltre una certa distanza e ‘tagliare’ anche il rumore.

Ora però pare che si sia a una svolta: uno studio condotto dai ricercatori del Rensselaer Polytechnic Institute e presentato al 169° meeting della Acoustical Society of America ha dimostrato come i suoni della natura (un ruscelletto, il canto degli uccellini o il vento che muove le fronde di un albero) siano in grado di migliorare lo stato d’animo dei lavoratori e la loro produttività.

Non solo: i suoni naturali al posto di quelli di mascheramento potrebbero avere benefici effetti anche in altre situazioni, per esempio nelle camere d’ospedale oppure in altre strutture di comunità se non addirittura in casa.

Idee
22/05/2015

Chi è andato in un ufficio appena a nord delle Alpi se non addirittura nei paesi scandinavi l’avrà sicuramente notato: quasi tutti girano a piedi nudi e sotto le scrivanie ci sono sempre in bella vista sandali e calze antiscivolo. Ora, al netto che i sandali con le calze non si possono vedere, e che noi italiani (per senso del pudore o dell’innata eleganza, fate voi) non rinunceremmo mai alle nostre belle scarpe di stile, ci sono tuttavia abbastanza buoni motivi per mollare le scarpe fuori dalla porta dell’ufficio e passare le ore lavorative a piedi nudi (o con un paio di calze, se il clima lo richiede).

Le scarpe raccolgono batteri
Oltre 400mila, secondo uno studio dell’Università dell’Arizona. È vero che il nostro organismo è fatto per abituarsi ai batteri e contrastarli, ma i grandi uffici affollati potrebbero diventare una vera ‘bomba batteriologica’, soprattutto in inverno o nel centro delle grandi città. Senza arrivare ai casi più allarmanti, pensiamo solo a quando purtroppo pestiamo inavvertitamente le deiezioni degli animali.

Le scarpe raccolgono sostanze tossiche
Ne sono piene le nostre città. Non ci credete? Be’ quando andate nel giardinetto in pausa pranzo potreste fare il pieno di erbicidi che poi – come dimostrato da uno studio dell’Environmental Protection Agency americana – giorno dopo giorno trasportiamo in ufficio. Dove rimangono ad intossicare l’ambiente (in ogni caso è sempre bene avere qualche pianta che purifica l’aria accanto alla propria scrivania).

Le scarpe si sporcano
E lo sporco finisce inevitabilmente per annidarsi attorno alla nostra postazione di lavoro. Vero che poi qualcuno pulisce, ma spesso questo implica abuso di dtersivi e sostanze chimiche, e riparte il giro.

Camminare scalzi è salutare
Vero, le scarpe riparano i piedi, ma li costringono anche in una posizione che non è salutare: le dita restano immobili, schiacciate dalla tomaia, e si intorpidiscono. Camminare scalzi invece rinforza i muscoli dei piedi ed è un ottimo esercizio di fitness e relax in ufficio.