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21/08/2019

C’era una volta Gordon Gekko e il film “Wall Street”, quello in cui “l’avidità è una cosa buona” e il capitalismo è il motore del mondo. Bene, c’era una volta e forse ora non c’è più, se è vero che un documento appena firmato e diffuso dal Business Roundtable, il gruppo che riunisce 200 aziende americane fra le quali Amazon, JPMorgan e General Electric, manda in pensione il mantra secondo il quale la priorità delle società per azioni e dei loro CEO non sono o non dovranno più essere solo gli azionisti e il valore delle azioni delle società da loro dirette.

Già si parla di Better Capitalism, di capitalismo migliore, e di come – è scritto nel documento pubblicato per primo dal Financial Times – il profitto per gli azionisti è da considerare alla pari del benessere dei lavoratori, dei clienti e dei fornitori, e delle ricadute – ambientali, economiche e sociali – delle comunità in cui si opera. D’ora in poi, si legge nel Business Roundtable, le aziende devono “proteggere l’ambiente” e trattare i dipendenti con “dignità e rispetto” nel perseguire profitti di lungo termine agli azionisti.

Al momento si tratta di un documento programmatico, però a firmarlo sono 181 tra le più importanti, grandi e influenti società quotate a Wall Street e per quel mondo, cresciuto nel culto del liberismo di mercato e di Milton Friedman, è un cambio di rotta a 180°: per creare valore di lungo periodo e sostenibile, le azioni non devono solo portare dividendi agli azionisti ma tener conto di quello che in Europa è chiamata “economia sociale di mercato”. Una svolta che ha indotto l’Ocse, l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, a parlare di “capitalismo inclusivo” in quanto impresa che punta a interagire con tutti coloro che vengono coinvolti nell’attività di un gruppo economico.

Succederà davvero? O rimarranno solo parole sulla carta? Questo al momento non si può sapere, però se è vero che spesso i cambiamenti nel mondo dell’alta finanza sono lenti e impercettibili come quelli all’interno della Chiesa, è anche vero che mai prima d’ora era stato preso così chiaramente un tale punto di vista dal cuore del capitalismo americano e, qualunque siano le motivazioni – di politica interna o internazionale – questa potrebbe essere una delle notizie più importanti di questo 2019.

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19/07/2019

Ci sono molte cose che possono farti licenziare subito. E non parliamo delle cause strutturali come il periodo di crisi, la contrazione degli affari dell’azienda o altri motivi che in qualche modo possono essere mitigati dgali ammortizzatori sociali. Parliamo proprio di valide motivazioni per il licenziamento immediato del lavoratore, stabilite in modo tassativo dalla legge e dai contratti di lavoro, che spesso sono poco conosciute e che però possono portare a rescindere il contratto di lavoro con addebito totale a carico del lavoratore.
6 cose che possono farti licenziare subito
Rifiutare trasferte e straordinari
Per legge, e da contratto, non c’è l’obbligo di fare gli straordinari. Poi però ci sono le sentenze della Cassazione, che a volte possono aprire scenari inaspettati. Come quella secondo la quale l’opposizione allo svolgimento degli straordinari, regolarmente e congruentemente retribuiti con maggiorazione, in determinati casi di necessità, può portare al licenziamento. E lo stesso vale nel caso in cui parte sostanziale del lavoro sia l’effettuare trasferte, da quelle all’estero a quelle verso clienti posti in altre località, e ci sia un rifiuto ripetuto totale del lavoratore anche davanti a specifiche esigenze.
Sottrarre o usare strumenti aziendali a uso personale
L’uso o la sottrazione di strumenti e beni aziendali per uso personale è per legge considerato motivo di licenziamento per giusta causa. In teoria anche comportamenti dal minimo impatto economico, come sottrarre una penna BIC o fare una fotocopia per uso personale, lo potrebbero essere, benché non si abbiano notizie di licenziamenti per giusta causa a fronte di questi comportamenti. Però usare il carburante pagato dall’azienda per fini propri, abusare del telefono aziendale per telefonate personali, e in generale usare qualunque bene o servizio messo a disposizione dall’azienda per finalità che non hanno a che fare con il proprio lavoro può portare al licenziamento.
Concorrenza sleale
Quello della concorrenza sleale è un ambito molto vasto e variegato. Chiaramente fornire informazioni sensibili ad aziende concorrenti o clienti è concorrenza sleale, ed è motivo di licenziamento in tronco. Ma anche svolgere lavori al di fuori del proprio orario di lavoro (per esempio la sera, o nei weekend, o durante le ferie, il che non è necessariamente vietato) lo può essere se in conflitto e in concorrenza con il business aziendale. Da questo ambito è ovviamente e fortunatamente escluso il mettere le proprie competenze professionali a disposizione di associazioni di volontariato, onlus, ong, e in generale il terzo settore, senza fini di lucro.
Assenze senza preavviso
Comunicare tempestivamente la propria assenza, per malattia o altri impedimenti, è tra i doveri di ogni lavoratore, e assentarsi senza preavviso, per più giorni, causando contrattempi al regolare svolgimento delle attività aziendali, è a tutti gli effetti causa di licenziamento per giusta causa. E, conseguenza o meno di questo, lo è anche lo scarso rendimento, che in termini legali viene chiamato inattività. Può essere causata dalle reiterate assenze ma anche da prestazioni che per produttività si pongono al di sotto della media dei colleghi o dello stesso settore: non è mai facile dimostrare questo, però laddove sia possibile anche questa è una causa di licenziamento.
Insubordinazione
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di spiegare perché l’insubordinazione è motivo di licenziamento per giusta causa. Però è bene fare dei distinguo: una litigata occasionale non è insubordinazione e non è motivo di giusta causa, ma non rispettare orari, scadenze, compiti e responsabilità invece lo è, così come disattendere le disposizioni gerarchiche e ogni altro comportamento che, ripetuto e reiterato, mina la catena di responsabilità e comando. In questa categoria, è bene specificarlo, rientrano anche comportamenti come gli accessi a social network e siti Internet che nulla hanno a che fare con il lavoro e che rappresentano a tutti gli effetti un’assenza dal lavoro.
Ingiuria
Vale la premessa di prima: una espressione irriguardosa che sfugge occasionalmente in un contesto di particolare tensione, come può essere una discussione per motivi di lavoro, non è sufficiente per essere licenziati in tronco. Ma screditare l’azienda, il management o i colleghi, anche per mezzo dei social network, invece lo può essere nella misura in cui si travalica il diritto di critica. Per cui attenzione a cosa si scrive, e cosa si posta, sui propri profili social personali.

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15/07/2019

Ad oggi sempre più importanza viene data al networking e a come i social media possono facilitare il trovare lavoro e progredire nella carriera. Ma ogni nazione è diversa su molti piani, tra cui quello lavorativo. Pertanto, qui da Viking ci siamo chiesti come fosse il mercato del lavoro in Italia. Le persone trovano lavoro grazie al networking sui social come LinkedIn o più tramite raccomandazioni di persone che conoscono?  

Per rispondere a queste domande abbiamo lanciato una campagna il cui scopo era investigare come gli italiani trovano lavoro e quale sia l’opinione collettiva del mondo del lavoro in Italia. Si affidano al tradizionale CV in carta o preferiscono metodi più moderni? Tramite la compagnai di sondaggi One Poll, abbiamo chiesto a 1000 lavoratori in tutta Italia di rispondere alle nostre domande e i risultati sono stati decisamente interessanti.  
NETWORKING: TUTTI LO AMANO MA NESSUNO LO VUOLE 
Ilo 53% degli intervistati ha dichiarato che fare networking ha avuto importanza nella loro carriera. Tuttavia, quando è stato chiesto cosa fanno per mantenere una rete di networking efficiente in molti hanno risposto che il loro sforzo è minimo. Il 50% aggiorna il CV meno di una volta l’anno ad esempio, mentre quasi 3 su 5 persone ammette di non essersi mai recato a un networking event e il 48% dichiara di aver praticamente perso i contatti con gli ex colleghi, vedendosi per parlare di carriera meno di una volta l’anno. E LinkedIn? La piattaforma più popolare per scopi lavorativi, ma agli italiani piace poco. Il 41% non aggiorna quasi mai il profilo e il 45% non posta aggiornamenti sulla bacheca per interagire con gli altri utenti. Non ne parliamo poi di parlare con i recruiters online, il 48% se ne sta bene alla larga. Ma perché gli italiani dedicano poco tempo al networking? Mancanza di tempo e pochi eventi nelle vicinanze i motivi principali. Tuttavia, un 27% ammette che non c’è niente che li ostacoli e che la mancanza di impegno sia dovuta principalmente a pigrizia.  

L’ITALIA DELLE RACCOMANDAZIONI  
Se LinkedIn e gli eventi di networking non sono il modo preferito degli italiani di trovare lavoro, allora come fanno i nostri connazionali a progredire di carriera? Innanzitutto, siamo partiti dalle basi e abbiamo chiesto quali siano le capacità più desiderabili per trovare lavoro e essere considerati per una promozione. Il 41% pensa che sia fondamentale avere le skills richieste per il lavoro, il che ha senso, il 36% crede che avere esperienza pregressa nel campo sia importante e infine il 38% cita il parlare lingue straniere come fattore fondamentale. Tutto ciò farebbe pensare a un mercato del lavoro equo e giusto, in cui le persone con la maggior esperienza e le capacità necessarie hanno accesso alle giuste opportunità. Purtroppo, però come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Infatti, subito dopo abbiamo chiesto come fosse il mercato del lavoro italiano e le risposte sono state decisamente preoccupanti. Il 61% dichiara che trovare un lavoro in Italia è difficile, il che non è sorprendente visti i dati sulla disoccupazione del paese (10,7%). Il 65% inoltre afferma che anche se il lavoro c’è, è difficile fare carriera, ma un sorprendente 38% ammette che fare carriera è sicuramente più facile se si è attraenti e di bella presenza, il che non è certo un fattore che dovrebbe influenzare il mondo del lavoro. Il 41% è d’accordo che è facile trovare lavoro e fare carriera se si conosce qualcuno all’interno dell’azienda che può aiutare e il 54% trova che non sia lo stesso per gli uomini e per le donne e che i primi siano sicuramente facilitati. Per quanto riguarda l’istruzione invece, il 45% ritiene che sia facile trovare lavoro se si esci da un’università prestigiosa. Ma forse il dato più importante e preoccupante è che il 70% è d’accordo che in Italia nel mondo del lavoro i favoritismi governano sulla meritocrazia. a questo punto non abbiamo potuto fare altro che iniziare la discussione sulle raccomandazioni. Ad oggi è chiaro a tutti che la cultura italiana si basi tantissimo sulle raccomandazioni, ma quello che ha stupito è che dei 1000 intervistati ben 1 su 2 pensa che raccomandare sia giusto. Le ragioni però di questa preferenza sono abbastanza dubbie. Tra le più citate ci sono il fatto che davanti alla possibilità di essere raccomandati o raccomandare gli intervistati non si tirerebbero indietro (16%), il fatto che sia una pratica comune (10%) e che velocizzi il processo di recruiting (10%). Forse più valide le motivazioni del 33% che vede le raccomandazioni come ingiuste. Tra le principali ragioni il fatto che la persona raccomandata potrebbe non avere le skills necessarie (20%), potrebbe non meritarsi il lavoro (21%) e ricevere favoritismi da parte del capo anche dopo in quanto conoscenza (16%). 
A questo punto è sorta spontanea la domanda su come avessero trovato lavoro i partecipanti allo studio. Ebbene, 1 su 2 è stato raccomandato da un amico per una posizione o per un colloquio, il 25% ha ricevuto una spinta da un ex collega e solo il 16% ha sfruttato LinkedIn. E quando invece abbiamo chiesto se considererebbero mai di raccomandare qualcuno il 70% ha risposto di sì. 

GENERE E ETÀ, QUALCHE DIFFERENZA?  
 
Uomini e donne si trovano quasi del tutto d’accordo 
I due sessi si sono trovati quasi del tutto d’accordo sui temi più importanti. Tuttavia, è interessante come, alla domanda su quali siano le capacità migliori da avere per trovare lavoro, il 43% delle donne ha citato il parlare lingue straniere, contro il 34% degli uomini. Gli uomini invece prediligono il networking – 58% contro il 47% delle donne. Ma forse la divisione più interessante c’è stata sulla domanda riguardante il mercato italiano e se fosse facile allo stesso modo per donne e uomini fare carriera. Gli uomini sono in disaccordo con l’affermazione per il 48% mentre le donne per il 60%. Questo denota un problema ben grosso in genarle, ma sicuramente percepito di più sul lato femminile. Una cosa però mette tutti d’accordo: il fatto che in Italia il favoritismo governi sulla meritocrazia.  

 
Giovanissimi e baby boomers, cosa ne pensano?  
Come ci possiamo aspettare i giovanissimi (18-24) danno importanza a fattori diversi rispetto ai baby boomers (55+). Su quali fossero i fattori più importanti per trovare lavoro il 27% dei giovani cita una laurea da un’illustre università. Fattore che però viene considerato importante solo al 9% dai baby boomers. Per quanto riguarda il parlare lingue straniere sono invece i più adulti a vederle come la carta vincente per una carriera soddisfacente (38% vs 23%), il che è strano se si pensa che sono di solito i giovani ad essere più orientati verso esperienze all’estero e l’apprendimento di una lingua diversa dalla propria. Nel gruppo 18-24, 1 su 2 infine pensa che avere capacità relazionali e social skills sia fondamentale per trovare e tenere un lavoro (contro il 41% dei baby boomers).  

 
Giovani tra 18 e 24 anni i più raccomandati d’Italia 
Il gruppo dei giovanissimi si mette su un piedistallo quando c’è da giudicare un raccomandato. Il 44% infatti pensa che sia sbagliato raccomandare qualcuno per una posizione. Ciò però non li trattiene da essere uno dei gruppi più raccomandato d’Italia. Ben il 53% ha ricevuto un’offerta di un posto di lavoro o di un colloquio da un genitore, il 53% da un ex collega e il 42% dal partner. Insomma, potranno anche pensare che raccomandare sia ingiusto ma come si suol dire, tra il dire e il fare…  

Gruppo più propenso all’uso di LinkedIn però, come ci si aspetterebbe dalla generazione social, con il 45% che dichiara di aver avuto offerte tramite la piattaforma. In generale il networking digitale piace ai giovanissimi. Il 74% pensa che sia importante avere una rete di contatti, il 50% aggiorna regolarmente il proprio profilo e il 44% posta regolarmente in bacheca. Ci si aspetterebbe piccoli entrepreneurs pronti a fare conoscenze a un evento per la carriera. E invece no. I giovanissimi sono social ma timidi. Una volta chiesto perché non si buttino alla carica quando si tratta di networking events, un 30% ha detto che non pensa farebbe una buona prima impressione e quindi preferisce rimanere dietro lo schermo di un computer, il 42% cita la mancanza di eventi nelle vicinanze e un 19% ammette di essere spaventato dall’incontrare persone nuove.  

Come sempre però, che si tratti di giovanissimi, baby boomers, millennials e chi più ne ha più ne metta, tutti sono d’accordo sul fatto che in Italia i favoritismi la facciano da padrone.  

In conclusione, l’Italia sembra un paese in cui le raccomandazioni e chi si conosce la fanno da padroni. 1 italiano su due è stato raccomandato per un lavoro o colloquio e il 70% considererebbe di raccomandare qualcuno – di cui un 32% già lo ha fatto. Non mancano differenze tra diverse età su come si preferisce costruire un network di contatti, con i giovanissimi che sfruttano più i social come LinkedIn, ma che allo stesso tempo trovano più spesso lavoro tramite conoscenze intime. Su una cosa però tutti gli intervistati si trovano d’accordo: il favoritismo in Italia vince la gara sulla meritocrazia.  

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sul mercato del lavoro in Italia. Tu cosa ne pensi? Quali sono i fattori più importanti per fare carriera? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

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12/07/2019

Le principali cause di distrazione sul lavoro sono spesso meno, molto meno considerate, di tutti quei fattori che invece puntano ad aumentare la produttività delle nostre giornate lavorative. Non c’è differenza tra essere degli impiegati, dei liberi professionisti con un proprio ufficio o far parte di quella schiera di nuovi lavoratori fluidi che si appoggiano ai coworking e fanno del nomadismo professionale uno stile di vita: le distrazioni ci sono per tutti, a volte servono per fare una pausa, resettare il pensiero e ripartire di slancio, altre volte invece fanno perdere pezzi importanti di lavoro, che causano errori, ritardi, aumento dei costi, sforamento delle tempistiche. Con buona pace della produttività.
Le principali cause di distrazione sul lavoro
A fare la classifica delle principali cause di distrazione sul lavoro ci ha pensato uno studio di Future Workplace commissionato da Poly, che ha scattato una interessante fotografia di quello che succede all’interno degli uffici.

Colleghi che parlano al telefono a voce alta
Festicciole aziendali
Colleghi che parlano nelle vicinanze della propria postazione
Videogame installati sul computer
Suonerie di cellulari o notifiche di smartphone
Animali domestici in ufficio

Ma questo è solo la classifica nuda e cruda che emerge dall’indagine. Poi ci sono tanti dettagli decisamente più interessanti. Per esempio che praticamente tutti i lavoratori (99%) ammettono di essere distratti in qualche modo e da qualcosa mentre stanno lavorando. E la metà di questi (48%) che le distrazioni riducono la loro efficienza sul lavoro e la loro produttività.

La cosa più interessante da notare è che la principale causa di distrazione sono i colleghi, o coworker se i tratta di openspace o coworking: per il 76% dei lavoratori, sono gli altri che parlano, al telefono o nelle vicinanze, a distrarre l’attenzione dal compito che si sta svolgendo (e spesso è proprio una telefonata a essere disturbata).

E quindi è tutta colpa degli uffici aperti e urge un ritorno agli uffici individuali? Ni, sarebbe la risposta. Certo la generazione dei Baby Boomers, quelli prossimi alla pensione, mal sopporta gli open space (vanno bene solo al 38% di loro) ma più si scende nella scala di gioventù dei lavoratori e più gli open space sono ben visti: 47% della Generazione X, 56% di Millenials, 55% di Gen Z. Perché? Perché probabilmente per le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro le relazioni sono produttive e creative e hanno imparato da subito ad aver a che fare con la complessità e il caos. Tanto che il 52% della Gen Z sostiene di essere più produttiva quando lavora nel rumore (al contrario il 60% dei Baby Boomers afferma di essere più produttivo quando è silenzioso).

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08/07/2019

Si dice Gender Gap e si intende quell’insieme di differenze a livello di condizioni economiche, di accesso al lavoro, di istruzione e conseguentemente sociali che hanno un impatto concreto sulla vita delle persone in base al genere sessuale di appartenenza. E quando si parla di mancata uguaglianza tra le condizioni sociali, economiche e culturali, si intende soprattutto, ma non solo, l’esistenza di penalizzazioni e fattori limitanti per le donne rispetto ai maschi. Questo riguarda molti aspetti della vita quotidiana delle persone e anche, se non soprattutto, le condizioni di lavoro. C’è un report – Il Global Gender Gap Report, stilato ogni anno dal World Economic Forum – che monitora e analizza le condizioni di lavoro delle donne nel mondo e la cattiva notizia è che ancora oggi, nel 2019, in nessun paese del mondo c’è ancora una vera parità di genere: se si considera la percentuale di donne che lavorano, le differenze salariali, la rappresentanza femminile nelle posizioni apicali e nei consigli d’amministrazione, e la tutela della maternità, non c’è un solo paese al mondo in cui i meriti delle donne sono riconosciuti e valorizzati come quelli dei maschi.
I migliori Paesi per le donne che lavorano
Detta la cattiva notizia, passiamo invece a quelle quasi buone. In generale è l’Europa occidentale il miglior posto al mondo per le donne lavoratrici, con il più alto livello di parità di genere (75,8%). Seguono Nord America (72,5%), America Latina (70,8%), Europa dell’Est e Asia centrale (70,7%), Asia orientale e Pacifico (68,3%), Africa sub-sahariana (66,3%), Asia meridionale (65,8%) e infine Medio Oriente e Nord Africa (60,2%). Ma anche nell’Europa Occidentale dove viviamo noi non è tutto oro quello che luccica e le medie nascondono sempre un ’bout meriti e colpe.

Per esempio noi, l’Italia, siamo il fanalino di coda dei Paesi più avanzati. Per dirla in modo spiccio, siamo i peggiori tra i migliori, che è meglio che essere i migliori tra i peggiori ma è una magra consolazione: ora siamo al 72° posto su 149 Paesi considerati, precediamo Grecia (per rimanere in Europa) ma anche Giappone, ma siamo dietro a Honduras e Montenegro.

Ma allora dove deve (o dovrebbe) andare una donna che voglia veder riconosciuti i suoi meriti e diritti? Le nazioni migliori da questo punto di vista sono – nemmeno tanto sorprendentemente – quelle nordiche: Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia, ai primi posti della classifica. Ma subito dopo viene questa volta sì sorprendentemente il Nicaragua, e al sesto il Ruanda, un Paese dell’Africa sub-sahariana. Completano in ordine la Top 10 la Nuova Zelanda, le Filippine, l’Irlanda e dalla Namibia.

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21/06/2019

Il metodo 996 di Jack Ma è il segreto del successo del fondatore di Alibaba, il gigante cinese dell’e-commerce. Purtroppo però è un sistema molto semplice, fin troppo, e che di segreti ne ha ben pochi: il metodo 996 di jack Ma significa lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana. 12 ore al giorno per 6 giorni, 72 ore a settimana, con un solo giorno di riposo. Un incubo per molti, che anzi sognano di lavorare solo 4 giorni a settimana, ma una benedizione per il self made man cinese convinto che, senza questa enorme abnegazione dei suoi connazionali, l’economia cinese avrebbe molto probabilmente perso vitalità e impeto (come ha scritto sul suo account WeChat, il social più diffuso in Cina).

Il metodo 996 è tornato alla ribalta, e il dibattito intorno a esso pure, in seguito a un articolo pubblicato su un quotidiano cinese nel quale si sosteneva che la formula 996 di Jack Ma sarebbe contraria alla legge sul lavoro cinese. Ma Jack Ma – che nel 2018 ha annunciato le proprie dimissioni dalle posizioni decisionali di Alibaba – è convinto che per raggiungere il successo bisogna lavorare molto, e impiegare più energia, soprattutto quando si è giovani. Una convinzione che trova una spalla solidale in un altro imprenditore cinese di successo, Richard Liu fondatore dell’altro big dello shopping online cinese JD.com, secondo il quale la crescita esponenziale dell’economia cinese ha portato a un aumento delle posizioni manageriali e di staff e quindi a una riduzione delle capacità produttive del paese asiatico.

E voi cosa ne pensate del metodo 996 di Jack Ma? Sareste disposti a lavorare 12 ore al giorno, per 6 giorni, per raggiungere i suoi successi imprenditoriali? E cosa ne pensereste di lavorare 10 giorni consecutivi per poi avere 4 giorni di riposo?