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Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

Notizie
16/05/2022

A chi non è capitato, dopo la sofferta sveglia mattutina e un caffè preso al volo, di ritrovarsi in ufficio, davanti al computer, tentando di assecondare il brontolio dello stomaco che, fino a ora di pranzo, si fa sempre più intenso. Dopo molti caffè e qualche sporadico spuntino arriva finalmente la pausa pranzo. Quale occasione migliore di rifocillarsi e prepararsi ad affrontare il resto della giornata in ufficio? Per questo ci siamo chiesti come si svolge la pausa pranzo nei diversi paesi e nelle diverse culture del mondo.

Immaginiamo di salire su un treno, come in un libro di Jules Verne, per andare a scoprire come trascorrono la pausa pranzo – o meglio, cosa mangiano – i lavoratori di altre nazioni. Dopo una lunga ricerca svolta consultando pubblicazioni e trend di 10 diversi paesi del mondo, abbiamo raccolto per voi i piatti più diffusi durante la pausa pranzo.
ITALIA
Come mangiamo
Partiamo con il nostro giro del mondo “in 10 piatti” cominciando proprio con il nostro Paese.

Le ultime indagini svolte sulle abitudini alimentari di noi italiani ci danno una panoramica molto interessante di come affrontiamo la pausa pranzo. Una recente ricerca di Edenred, in collaborazione con FOOD – il programma europeo che promuove un’alimentazione sana ed equilibrata – che ha coinvolto undicimila lavoratori in tutta Europa oltre a duemila ristoratori, ha messo in luce un’importante tendenza.

In Italia è infatti emerso che il 55% degli intervistati opta per un piatto salutare in pausa pranzo e una grande maggioranza – l’84% – presta attenzione alle qualità nutrizionali di ciò che mangia, preferendo piatti bilanciati. Altro segnale di questa forte attenzione verso il “mangiar sano” viene dal 50% dei rispondenti che dice di evitare snack grassi, salati o con alto contenuto di zuccheri. Anche i ristoranti confermano quanto emerso dai consumatori: il 37% ha visto un aumento della domanda di cibi equilibrati e salutari nell’arco dell’ultimo anno.

Un trend virtuoso quindi, che ci permette di portare alta la bandiera della Dieta Mediterranea, la quale, lo ricordiamo, è stata riconosciuta Patrimonio Culturale UNESCO. Proprio per promuovere la tradizione mediterranea, Edenred si è inoltre fatta promotrice del programma “Pausa Mediterranea” che educa ad un corretto approccio alla pausa pranzo: infatti, una corretta alimentazione influisce non solo sulle prestazioni lavorative, quindi i livelli di concentrazione e attenzione, ma anche, più in generale, sulla salute.
Cosa mangiamo
Veniamo ora alla parte più gustosa: il menu della pausa pranzo. Potremmo chiederci come si coniuga questa attenzione verso un’alimentazione sana con il solito panino o tramezzino mangiato in tutta fretta sulla propria scrivania. In realtà, dai dati emersi da un’altra importante ricerca, organizzata da ANCIT e DOXA, le nostre abitudini in ufficio non sono così drastiche come si potrebbe pensare. Anzi, emerge che 3 italiani su 4 fanno pausa pranzo tutti i giorni. Anche se talvolta, presi dagli impegni e dai tempi piuttosto tirati, dobbiamo accontentarci di uno spuntino, i numeri mostrano che il 51% degli italiani dedica in media almeno un’ora alla pausa pranzo con il 18% che va anche oltre l’ora.

Dove consumano il pasto i 6 italiani su 10 che mangiano fuori casa? Il 24% rimane sul luogo di lavoro, il 20% si reca alla mensa aziendale e il 14% trascorre la pausa pranzo in un bar o tavola calda. Tra chi resta in ufficio, il pranzo portato da casa va per la maggiore con la cosiddetta “schiscetta[1]” che rimane la modalità preferita per l’85% degli italiani. Tra gli alimenti più diffusi troviamo il tonno, i pomodori e le verdure; dato che conferma una crescente attenzione a mangiare piatti che siano buoni ma anche salutari e bilanciati.

Tra i piatti forti nei pranzi in ufficio ci sono il tonno (preparato con insalata di riso oppure con la pasta), i pomodori e le verdure. Abbiamo quindi ricreato un classico quanto gustoso piatto di pasta con tonno, olive e pomodorini. Un altro elemento spesso presente è una sana e leggera insalatina per accompagnare il piatto principale. Per finire non può mancare un buon caffè espresso.

 

Ma non tutti sono così attenti all’alimentazione. Abbiamo chiesto ai membri del nostro team internazionale quale fosse il piatto più diffuso durante la pausa pranzo nel proprio paese di origine. Dopo un’intensa ricerca ne è emerso un menu molto variegato, che presentiamo di seguito, interessante specchio della diversità culinaria – e culturale – dei vari paesi. Riuscireste a mangiare questi piatti prima di affrontare un lungo pomeriggio lavorativo? Quali evitereste?

GRAN BRETAGNA

Gli inglesi non si fanno mai mancare un buono snack e tra i più apprezzati ci sono i cioccolatini Maltesers. Noi italiani sceglieremmo qualcosa di più classico come dessert, come una fetta di torta o un buon dolce al cucchiaio ma questi dolcetti, dopo una bella zuppa e un tramezzino, sono di sicuro un gustoso complemento alla parte salata del pranzo.

GERMANIA

In Germania non ci vanno leggeri quando si tratta di cibo. Uno dei menu più apprezzati a pranzo comprende il celebre Currywurst – unione di curry e bratwurst – che consiste in un wurstel tagliato a rondelle condito con abbondante ketchup ed accompagnato da patatine fritte.

AUSTRIA

Lo Schnitzel, specialità culinaria di cui gli austriaci vanno ghiotti, è molto simile alla nostra cotoletta alla milanese ed è fatto di una fetta di vitello, tagliata sottile, impanata e fritta. Viene spesso accompagnato da un’insalata e delle patate cucinate con erbe e spezie per insaporirle. Negli ultimi tempi si sono diffuse anche versione vegetariane, che sostituiscono la carne con succedanei come la soia, in risposta al diffondersi di questo tipo di dieta.

FRANCIA

In Francia non possono farsi mancare una baguette croccante e farcita con prosciutto e burro: una ricetta semplice e veloce ma da acquolina in bocca assicurata. Non manca neppure il dessert: una appetitosa fetta di torta di mele o “tarte tatin” come viene chiamata la tipica ricetta francese.

OLANDA

In Olanda il pranzo è veloce ma bilanciato, con un panino al tipico formaggio Gouda – molto diffuso nei Paesi Bassi – accompagnato con della frutta fresca come mele ed uva.

STATI UNITI

La cucina americana è molto diversa dalla nostra. Tuttavia non si può dire che sia priva di sapori: il tipico break in ufficio inizia con una pizza pepperoni – salame americano fatto di carne di maiale e manzo condito con paprika e peperoncino – per poi spostarsi sul dessert composto da gelato al cioccolato e Skittles – caramelle simili per forma e colori agli M&M’s. Il tutto servito con una coca-cola che aiuta poi anche nella digestione del variegato pasto.

BRASILE

Feijoada – tipico piatto brasiliano a base di fagioli e carne – accompagnata con riso bianco e acqua o latte di cocco a seconda delle preferenze.

TURCHIA

In Turchia uno dei piatti tipici più consumati a pranzo è il Pide, meglio conosciuto come Pita in italiano, tipico pane piatto turco, servito con feta e spinaci. Per concludere una tazza del caratteristico caffè turco.

INDIA

In India il pranzo è servito nel dabba che è un tipico contenitore utilizzato dai ristoranti per la consegna del cibo. Alcune tra le ricette più diffuse sono il riso con moong dal – fagioli mungo che vengono sgusciati e spezzati – pollo saagwala con curry, patate e piselli. Per accompagnare le pietanze si usa il chapati – un tipo di pane piatto – oppure il Roti. A conclusione del pranzo può esserci una tazza di chai tè, un tè aromatizzato indiano.


[1] Per chi mangia sul lavoro la “schiscetta” è la modalità preferita. Questo termine, nato dal dialetto milanese, indica il cibo portato da casa dentro a un contenitore.

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02/05/2022

Una cosa l’abbiamo capita: dopo 2 anni di pandemia il lavoro d’ufficio non sarà più lo stesso. E forse non si chiamerà più nemmeno lavoro d’ufficio, visto che questo, inteso come spazio fisico, non sarà più centrale nella vita delle persone. Quello che non abbiamo ancora capito è come o cosa sarà il lavoro di domani. E così mentre in Italia si proroga lo smart working fino a fine estate, Airbnb ha appena comunicato che il lavoro da remoto sarà il modello permanente. E insieme a questa decisione il CEO Brian Chesky ha twittato le 5 regole per il lavoro smart del futuro per i dipendenti. Regole molto semplici che consentono una libertà quasi totale di spostamento, programmando però delle riunioni in presenza (non uguali per tutti) e un piano pluriennale con almeno due obiettivi da raggiungere ogni anno.
Le 5 regole per il lavoro smart del futuro
Regola 1: casa o ufficio? Si può lavorare da casa o dall’ufficio, qualunque cosa funzioni meglio. Quindi sono i dipendenti a poter scegliere.

Regola 2: chi cambia luogo guadagna uguale. Quindi ci si può trasferire ovunque nel paese, da San Francisco a Nashville, e il compenso non cambierà.

Regola 3: hai la flessibilità di vivere e lavorare in 170 paesi fino a 90 giorni all’anno in ciascuna località (e non a caso lo stesso Brian Chesky aveva annunciato di voler vivere in Airbnb cambiando “casa” ogni 2 settimane)

Regola 4: Ci saranno delle regolari riunioni di squadra, che per la maggior parte dei dipendenti significa andare di persona in ufficio ogni 3 mesi per circa una settimana.

Regola 5: ci sono dei piani pluriennali, con due obiettivi all’anno, per strutturate un modo di lavoro coordinato e mantenere focalizzati i lavoratori.

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28/03/2022

Con così tanti clienti e dipendenti provenienti da ogni angolo del pianeta, amiamo celebrare le differenze culturali che notiamo ogni giorno. Abbiamo già preso in esame alcune delle espressioni idiomatiche utilizzate dai nostri colleghi internazionali, ma sappiamo anche come alcune lingue si distinguano per segni di punteggiatura e simboli particolari. Pensate, ad esempio, alle domande che in spagnolo iniziano sempre con un punto interrogativo al contrario (¿), in aggiunta a quello al termine della frase o alle parole tedesche che utilizzano la scharfes S (ß) per i suoni “s” prolungati.

Dalle e-mail ai social, il simbolo @ ha raggiunto una portata veramente internazionale. Quello che in inglese si chiama semplicemente “at” e che in italiano chiamiamo “chiocciola”, in altre parti del mondo, ha assunto nomi decisamente creativi. Curiosi di sapere quali? Li abbiamo chiesti al nostro team internazionale!

Per l’occasione abbiamo rispolverato la nostra lavagna, ma non senza il prezioso aiuto del talentuoso Andrés Lozano che, con le sue straordinarie doti di illustratore, ha saputo dare un volto a questi strani nomi. E guardate con quali ottimi risultati!
Paesi Bassi

Apenstaartje – Coda di scimmia

Anche se spesso in olandese si utilizza il semplice “at”, il simbolo viene anche associato a una coda arricciata di una scimmia che si aggrappa a un ramo.
Danimarca

Snabel-a – Proboscide

In Danimarca, chiamano in causa un membro un po’ più grande del mondo animale e in questo caso, la chiocciola viene associata alla proboscide di un elefante.
Grecia

παπάκι – Papera

Questa è sicuramente una delle espressioni più carine del nostro elenco: in greco il simbolo @ si chiama “papera”, per la somiglianza con il modo in cui vengono ritratte le papere nei fumetti (in particolare le ali).
Israele

שטרודל – Strudel

Qui iniziamo ad avere l’acquolina in bocca! In Israele, la chiocciola è chiamata “strudel”. Probabilmente, per il cerchio esterno che circonda la “a”; esattamente come la sfoglia dello strudel racchiude la farcitura di frutta.
Svezia

Kanelbulle – Panino dolce alla cannella

Anche in Svezia, restano sul tema culinario riferendosi al simbolo @ con l’espressione “panino dolce alla cannella”. Basta dare un’occhiata a queste morbide delizie alla cannella per capire il perché!
Giappone

Naruto – Vortice di Naruto

In Giappone, approfondiscono il tema circolare, prendendo in prestito un termine per i vortici identificati in un canale tra la città di Naruto e l’isola Awaji.
Cina

花A – Stringa a forma di A

In Cina, il simbolo @ ha un nome più letterale. I primi modi in cui veniva chiamato possono infatti tradursi con “a cerchiata” o “a chiusa”. A noi, però, piace un’altra variazione: “stringa a forma di A” grazie all’arricciatura alla fine del simbolo.
Kazakistan

айқұлақ – Orecchio della luna

Traendo ispirazione dalle stelle, la chiocciola è chiamata “orecchio della luna” in Kazakistan. In realtà, siamo così abituati a vederla come una “a” cerchiata, da non aver mai pensato a quanto assomigliasse a un orecchio!
Bulgaria

кльомба – Una lettera scritta male

Dopo le bellissime ispirazioni culinarie e al regno degli animali, la Bulgaria non sembra trattare il simbolo @ con altrettanta positività. Pronunciato “klyomba”, potete solo immaginarvi la confusione che creerebbe se qualcuno vi chiedesse di inserire “una lettera scritta male” ogni volta che volete taggare qualcuno in un commento.

Ci sono altri simboli o segni di punteggiatura che hanno nomi divertenti nella vostra lingua madre? Condivideteli con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
22/03/2022

Si intitola “Great Expectations: Making Work Work”, è il Work Trend Index di Microsoft, una delle più vaste indagini sui mutamenti nel mondo del lavoro a livello globale, e individua le 5 tendenze del 2022 di cui inevitabilmente dovranno tener conto tanto i manager e le HR quanto i lavoratori. Tutto ovviamente risente dei 2 anni di lavoro in stato di pandemia, sia dal punto operativo che valoriale, come afferma Jared Spataro, Corporate Vice President, Modern Work, Microsoft: “Non si può cancellare l’esperienza vissuta e l’impatto che gli ultimi due anni continueranno ad avere sul mercato del lavoro, poiché flessibilità e benessere sono diventati elementi non negoziabili per i dipendenti”.

E quindi quali sono le 5 tendenze del lavoro nel 2022 con cui avremo tutti inevitabilmente a che fare?

1. Una nuova scala di valori
I punti cardine del come, dove e quando lavorare stanno cambiando, e così anche il perché. I dipendenti, infatti, a seguito degli ultimi due anni hanno una nuova visione di ciò che vogliono dal lavoro e cosa sono disposte a sacrificare per esso. L’indagine di Microsoft sottolinea fortemente questa tendenza, con il 54% degli italiani ora più propensi a dare priorità alla propria salute e al proprio benessere rispetto al lavoro. Questo trend trova anche riscontro nel dato sugli intervistati che l’anno scorso hanno lasciato il lavoro: il 17% in Italia, quasi uno su cinque. Il cosiddetto “Great Reshuffle” è tutt’altro che concluso e interessa anche il Belpaese anche se in misura leggermente inferiore che a livello globale: il 37% dei lavoratori dichiara che probabilmente prenderà in considerazione un nuovo lavoro nel prossimo anno (a livello globale è il 43%). Un fenomeno che interessa soprattutto le fasce più giovani: il 49% della Gen Z e dei Millennials italiani, dato in crescita rispetto al 46% che affermava lo stesso nel 2021.

Manager tra leadership e aspettative dei dipendenti
Tenere il passo con le nuove aspettative dei dipendenti non è un’impresa da poco. I manager in quest’ottica fungono da anello di congiunzione tra le richieste del leadership team e le necessità dei dipendenti. Sarà quindi necessario che i manager sappiano agire a protezione della produttività aziendale, senza però trascurare i problemi e le richieste dei dipendenti. Per esempio, nonostante l’innegabile desiderio di flessibilità che traspare dalla ricerca (il 41% dei lavoratori considera di passare a modalità di lavoro remote o ibride nel prossimo anno), il 47% dei dirigenti italiani sostiene che la propria azienda prevede un rientro a tempo pieno in ufficio nel 2022. Questa tensione ricade sui manager: il 56% sostiene infatti che la leadership aziendale non sia allineata alle aspettative dei dipendenti. Diventa dunque importante poter dare maggiore autonomia ai manager affinché possano gestire nel migliore dei modi i propri team di lavoro: in Italia il 71% dei manager auspicherebbe avere maggior margini di manovra per gestire il cambiamento dei team.

Nuove motivazioni per tornare in ufficio
Ora che abbiamo sperimentato i vantaggi del lavoro da remoto, la sfida per i leader è quella di motivare i dipendenti a tornare anche in ufficio, trovando nuovi stimoli e opportunità. Infatti, oggi il 33% dei lavoratori “ibridi” in Italia trova difficile capire quando e perché lavorare dall’ufficio. A fronte di questa situazione, solo il 27% dei dirigenti italiani ha pattuito nuovi accordi aziendali per il lavoro ibrido. È tempo quindi di ripensare il ruolo dell’ufficio, adottando nuove modalità e accordi sulla gestione dei flussi e delle riunioni di persona. Queste nuove norme dovranno garantire che lo spazio dell’ufficio sia arricchente per i dipendenti, aiutandoli a sentirsi connessi e parte dell’azienda.

In questa fase in cui le aziende stanno ripensando i propri confini, è interessante notare come anche l’esperienza digitale possa essere ripensata: il 46% dei dipendenti in Italia si dichiara aperto a sfruttare anche spazi digitali immersivi nel metaverso per future riunioni.

Lavoro flessibile sì, sempre reperibile no
L’analisi dei dati di produttività in Microsoft 365 dimostra che le riunioni e le chat sono in aumento, spesso estendendosi oltre il tradizionale orario lavorativo. Infatti, la media settimanale di tempo trascorso in riunioni su Teams a livello globale è aumentata del 252% da marzo 2020, e il lavoro extra-time e nel fine settimana è cresciuto rispettivamente del 28% e del 14%. Se da una parte è sicuramente stimolante vedere come le persone sono state in grado di rimodellare la propria giornata per soddisfare le esigenze lavorative e personali, dall’altra bisogna far sì che il lavoro flessibile diventi anche sostenibile e rispetti alcuni limiti. Per questa ragione saranno necessarie delle nuove norme a livello aziendale per regolare il lavoro ibrido o da remoto.

Ricostruire il capitale sociale in un mondo ibrido
Uno degli aspetti più impattati dal lavoro a distanza è sicuramente l’effetto che ha avuto sulle relazioni personali. L’anno scorso il Work Trend Index ha rivelato che i team si sono sentiti più isolati, e anche quest’anno viene confermata questa tendenza: il 54% dei lavoratori “ibridi” italiani, infatti, afferma di avvertire un maggiore senso di solitudine sul posto di lavoro rispetto al periodo pre-pandemico. Non a caso, secondo il 49% dei dirigenti intervistati in Italia, la principale sfida dell’era del lavoro ibrido o a distanza sarà la capacità di ingaggiare i dipendenti in attività di relazione e di costruire un senso di comunità a livello aziendale. Particolarmente importate trovare strumenti adeguati per l’empowerment delle persone, per l’inserimento di nuove risorse e per trattenere i talenti che lavorano in modalità ibrida o da remoto: il 53% degli assunti in epoca pandemica in Italia è più incline a cambiare azienda nel prossimo anno.

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17/02/2022

Molti oggetti di comune uso quotidiano nascondono storie affascinanti e incredibili. È il caso dei Post-It, per esempio, ma anche dello scotch, dello smile e della penna Bic. Ma soprattutto è il caso del bianchetto, quel fluido bianco che, quando negli uffici si battevano le lettere a macchina, permetteva di coprire gli errori e di riscriverci sopra. A inventarlo, letteralmente nella cucina di casa, fu una donna americana, Bette Nesmith Graham, che ebbe una vita degna di un film di Hollywood.
Chi ha inventato il bianchetto?
Bette Nesmith Graham era nata a Dallas nel 1924 da una famiglia piccolo borghese e aveva cominciato a lavorare molto presto come segretaria dopo aver lasciato la scuola a soli 17 anni. A 19 aveva sposato il fidanzato del liceo, Warren Nesmith, dal quale era rimasta incinta appena prima che il marito partisse per la guerra. Nel 1946, finita la Seconda Guerra Mondiale, divorziò e si ritrovò da sola, con un figlio da crescere e una difficile situazione economica da affrontare: lavorava come segretaria nella banca del Texas ma, come raccontò in seguito, non aveva grande talento e commetteva troppi errori. Fu così che ripensò a sua mamma appassionata di pittura, e al fatto che i pittori erano soliti coprire gli errori con altro colore: si mise quindi a mischiare delle tempere e a portarle in ufficio in boccettine di smalto per le unghie, svuotate e ripulite. Il sistema funzionava, i colleghi lo scoprirono e le richieste cominciarono a fioccare al punto che Bette passava le sere e i weekend a riempire boccettine, facendosi aiutare dal figlio (che in seguito sarebbe diventato un celebre musicista pop-rock) e dai suoi amici.

La svolta avvenne nel 1958, quando Bette venne licenziata ma ormai aveva abbastanza soldi per brevettare il prodotto, chiamato Liquid Paper: la fama del prodotto era ormai abbastanza diffusa, fece alcuni contratti molto importanti (con la IBM e la General Electric), ingrandì più volte l’azienda al punto che nel 1968 avviò il primo impianto di produzione automatizzato. Nel 1975 produceva 25 milioni di boccette l’anno ed era leader di mercato: Bette ora viaggiava in Rolls Royce e, memore della sua storia, aprì due fondazioni per favorire l’affermazione delle donne nell’arte e negli affari.

Sarebbe una bellissima storia se non fosse che nel frattempo si era risposata e, nello stesso 1975, aveva nuovamente divorziato: il secondo marito cercò di estrometterla dall’azienda, coalizzandosi con un gruppo di dirigenti maschi che le fecero una guerra nemmeno velata all’interno dell’azienda, ma finalmente nel 1979 vinse la causa e vendette l’azienda a Gillette per 47,5 milioni di dollari. Una storia incredibile? Sì, soprattutto se si pensa che Bette morì nel maggio del 1980, ad appena 56 anni, lasciando al figlio il compito di portare avanti le attività delle sue fondazioni.

By Photo: User:FA2010 – Own work, Public Domain, Link

Notizie
07/02/2022

Viviamo tempi fuori dall’ordinario, e tra lockdown, smart working, regole che cambiano continuamente e fenomeno delle grandi dimissioni è inevitabile che lo stress da lavoro sia aumentato a dismisura. Tanto che secondo la ricerca The Working Future condotta da Bain & Company a livello globale, intervistando oltre 20.000 lavoratori nelle più grandi economie del mondo, la pandemia rappresenterà un vero e proprio momento di rottura anche per il mondo del lavoro.

Uno dei 5 trend riscontrati dalla ricerca riguarda l’aumento dello stress da lavoro. Una crescente tensione psicologica che impatta la vita personale ma si riflette anche sulla vita lavorativa. Riguarda soprattutto le nuove generazioni, riguarda tutte le economie, riguarda soprattutto l’Italia, sul podio di questo non positivo trend, davanti a Giappone e Brasile: il 64% dei lavoratori italiani sotto i 35 anni intervistati si sente sopraffatto o sotto stress, così come il 54% degli over 35 e il 44% degli over 55. Tanto che in generale solo il 60% dei lavoratori italiani intervistati è soddisfatto della propria professione dal punto di vista del work-life balance.

La soluzione? Non certo il compenso, dal momento che solo il 20% dei lavoratori italiani lo considera ancora il fattore principale per la scelta di un lavoro. Molto più importante la flessibilità, che è diventata la discriminante per 1 lavoratore su 6. Non tutti chiaramente vorrebbero essere sempre in smart, sempre a casa (anche se cresce la percentuale di chi rinuncerebbe anche a una parte di compenso pur di lavorare sempre da remoto e trasferirsi lontano dalle metropoli), e permane uno zoccolo duro di lavoratori che non vede l’ora di tornare in ufficio dal lunedì al venerdì, dalle 9 alle 18:00 (secondo la ricerca di Bain & Company il 17%). Tra i due poli la stragrande maggioranza di lavoratori che sarebbe favorevole a un sistema misto smart / in presenza proprio per poter godere di maggior flessibilità.