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23/11/2020

Deutsche Bank vuole tassare di più chi lavora da casa. O meglio: secondo gli analisti dell’istituto tedesco lo smartworking sarebbe un privilegio da tassare (del 5% in più esattamente) come risarcimento alla società. No, non ora che lo smartworking è un obbligo o una soluzione pro-tempore legati alla pandemia da Coronavirus. Ma prima o poi la pandemia finirà, e in molti già dicono che l’ufficio, per come lo conoscevamo, non sarà più lo stesso. Cioè, in molti probabilmente decideranno che lavorare da casa è la nuova normalità e – spiega la nota del team guidato da Luke Templeman – “per questo a nostro parere chi sceglie questa modalità dovrebbe pagare per questo privilegio”. Il tutto per generare sussidi da erogare a favore di quei lavoratori a basso reddito che non possono permettersi di lavorare da casa.
Tutto ciò che ha comportato il COVID per lo smart working è stato analizzato a fondo: minori perdite di tempo nel tragitto casa e lavoro, minor inquinamento, anche minori spese per i lavoratori. Ma anche conseguenze meno positive, dalla difficoltà di coordinare interi team in remoto a quelle legate alla produttività dei team e fino alla percezione di isolamento e perdita di socialità confessata da molti lavoratori. Di fatto oltre il 50% di chi ha dovuto ricorrere allo smart working per via della pandemia dichiara che vorrebbe continuare a lavorare da casa almeno un paio se non tre giorni a settimana. E questo, per i ricercatori della Deutche Bank sarebbe un privilegio: meno spese per gli spostamenti, meno spese per i pranzi e i pasti in genere, meno spese anche per l’abbigliamento e le attività collaterali, dall’aperitivo alla cena di lavoro. In cambio vantaggi come maggiore sicurezza e flessibilità. Tutte cose viste come un plus dai favoreggiatori dello smart working. Però c’è anche un altro lato della medaglia: meno presenze negli uffici significa anche una contrazione dell’economia nel suo complesso. È Il paradosso soprattutto per le metropoli, da Milano a Londra, che lottano da anni contro il congestionamento ma ora che si sono svuotate si rendono conto di non poterne fare a meno.
Ma chi pagherebbe la “tassa smartworking” secondo gli analisti di Deutsche Bank? Il datore di lavoro, se è una scelta aziendale, il lavoratore, se invece è una sua richiesta. E gli introiti andrebbe a formare un fondo per i lavoratori disagiati che durante la pandemia hanno perso il posto di lavoro perché impossibilitati a lavorare da remoto. E, sempre secondo DB, si parla di 48 miliardi di dollari l’anno negli USA e 16 miliardi di euro in Europa. Sarà questa la soluzione?

Credits photo: it.depositphotos.com

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03/11/2020

Se c’è una cosa che ha funzionato, almeno dal punto di vista dell’aumento dei volumi e dei guadagni, in questa pandemia, è l’e-commerce: dal lockdown duro di marzo e aprile, durante il quale l’unico modo per ricevere beni anche semplicemente essenziali alla vita di tutti i giorni era ordinarli online, ai nuovi comportamenti della Fase 2, in cui molti hanno rinunciato al giro per negozi e preferito gli acquisti da computer, è senza dubbio l’e-commerce uno dei protagonisti di questi tempi nuovi e inediti. E però se tutti parlano di Bezos, e di quanto ha guadagnato in questo periodo, non tutti pensano che in fondo l’e-commerce può essere un’opportunità a portata di mano. Almeno per chi la vuole implementare.
Non è così però per 8 PMI su 10 in Italia, secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano: il 76% delle imprese italiane di piccole e medie dimensioni non effettua vendite online, e solo il 15% delle aziende ha un proprio sito o una propria App attraverso la quale vendere i propri prodotti.
Un handicap che potrebbe acuirsi in questo inverno 2020/2021 segnato da continue incertezze sulla ripartenza: se davvero ripartirà la stagione dei lockdown, parziali, temporanei o territoriali che siano, chi sarà in grado di raggiungere gli acquirenti a casa anziché aspettare che vengano a sé avrà senza dubbio un vantaggio competitivo da mettere in campo per fronteggiare le difficoltà

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23/10/2020

Con più di 54mila contagi COVID-19 sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio della pandemia, e con l’aumento esponenziale delle positività al SARS-CoV-2 di queste prime settimane di ottobre, ci si torna a chiedere cosa dicono le norme nel caso di contagio da Coronavirus al lavoro. La normativa è chiara: c’è un protocollo, sottoscritto dalle parti sociali e dal governo il 24 aprile 2020, che contiene le indicazioni per contastare la diffusione del contagio da Coronavirus nei luoghi di lavoro. E poi ci sono il decreto Cura Italia e il decreto Liquidità che stabiliscono per i datori di lavoro l’obbligo di tutelare la salute dei lavoratori e le eventuali responsabilità delle aziende nel caso di un contagio avvenuto sul lavoro.

Per il Decreto Cura Italia, il contagio da COVID-19 avvenuto sul lavoro è infortunio sul lavoro, se e solo se “avvenuto in occasione dell’espletamento delle proprie mansioni nell’ambiente lavorativo”. Da questo dipendono 2 conseguenze: la prima è che asintomatici o meno, tutti i positivi da Coronavirus sono in malattia e non possono né devono lavorare, nemmeno in smart working. La seconda è che, a fronte di un mancato rispetto delle norme presenti nei decreti e nel protocollo firmato ad aprile, potrebbe configurarsi una responsabilità penale da parte del datore di lavoro. Conseguenza che aveva già fatto scattare il campanello d’allarme in primavera, che potrebbe concretizzarsi nella fattispecie di reati come quelli di lesioni (articolo 590 codice penale) o addirittura di omicidio colposo (articolo 589). Ma anche una conseguenza difficile da dimostrare, stante la natura del virus, le poche conoscenze sulla sua trasmissione, e i tempi di incubazione lunghi. In pratica, al datore basterebbe dimostrare di aver applicato tutte le norme e prescrizioni previste dai decreti e dal protocollo, e al lavoratore il compito di riuscire a dimostrare di aver contratto il virus proprio al lavoro, escludendo ogni altra situazione di socializzazione. Cosa questa più impossibile che difficile.
Di fatto, a ora, siamo a più di 54mila denunce segnalate all’Inail (il 15% circa di tutte le denunce per infortunio sul lavoro ricevute nel 2020) con 319 segnalazioni di casi mortali, 1/3 di tutti i casi di decessi sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno.

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21/10/2020

La quarantena non è sempre malattia, e in tempi di aumento del contagio da Coronavirus, isolamenti fiduciari, quarantene vere e proprie, difficoltà a fare i tamponi e gli altri esami, è davvero utile sapere se, nei confronti dell’azienda, si è in malattia o altro. E a chiarirlo è proprio l’INPS, con una nota sul proprio portale, in cui spiega che in caso di isolamento non scattano automaticamente le procedure legate alla malattia.
La distinzione, dal punto di vista dell’INPS, dipende da chi ordina la quarantena, o isolamento che sia.
Se la quarantena è imposta da un operatore sanitario – medico di base, ASL o ATS – in presenza di una positività conclamata, allora è ovviamente considerata malattia anche dal punto di vista previdenziale. Analogamente chi è posto in isolamento perché entrato in contatto con un positivo, in attesa di tampone, è da considerarsi in malattia, in quanto sottostante a un provvedimento dell’autorità sanitaria. In questo caso inoltre, sempre dal punto di vista dei rapporti di lavoro e previdenziali, non può lavorare in smart working, benché asintomatico o non malato.
Diverso il caso in cui si attivasse un nuovo lockdown, o un coprifuoco: in questo caso se è un’autorità amministrativa a richiederlo – presidente di regione, sindaco, governo – e ciò impedisse di recarsi e svolgere il proprio lavoro, allora non si può ricorrere alla malattia con l’integrazione da parte di INPS.
C’è poi un caso particolare, cioè quello dei lavoratori che devono recarsi all’estero e fare un periodo di quarantena prima di potersi muovere liberamente: anche questi giorni di quarantena imposta (benché da un’autorità estera) non sono considerati dall’INPS come malattia. perché la tutela per malattia non può che «provenire sempre da un procedimento eseguito dalle preposte autorità sanitarie italiane».

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02/10/2020

Sempre più aziende e realtà professionali prestano attenzione all’impatto ambientale delle proprie attività, e tra i modi di ridurre il consumo di risorse naturali e l’immissione nell’ambiente di sostanze inquinanti c’è sicuramente la scelta di utilizzare, per le attività di stampa, per le fotocopie o per i fax, carta di tipo ecologico.

Tuttavia c’è ancora parecchia confusione sul mercato quando si tratta di identificare chiaramente cosa significa carta ecologica per stampanti e fotocopiatrici e quale sia la differenza tra la carta considerata ecologica e rispettosa dell’ambiente e la carta riciclata.

Per fare chiarezza bisogna partire da una distinzione preliminare: la carta riciclata è ottenuta dal riciclo di materiali cartacei e può essere sbiancata, e quindi di colore bianco puro, oppure no, e quindi di colore più scuro, tendente al marroncino o al grigiastro; la carta ecologica è invece prodotta attraverso l’uso di cellulosa, ottenuta da legno proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council: questa certificazione garantisce che la materia prima usata proviene da foreste dove sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Fatta questa prima grande distinzione, e prima di scegliere la carta più adatta per la stampante, ci sono poi da sfatare alcuni miti duri a morire.

Cominciamo dalla carta riciclata: ormai tutti i produttori di stampanti, fotocopiatrici e dispositivi multifunzione garantiscono che la carta riciclata è perfettamente compatibile con le loro macchine, e che quindi la carta riciclata non inceppa stampanti, fax e altri dispositivi; la carta riciclata è perfettamente equivalente alla carta bianca, quindi non impolvera, non si strappa più facilmente e non emana un odore sgradevole, come invece accadeva nel passato; la carta riciclata non è nemmeno più cara di quella bianca, anzi ormai si può risparmiare sui costi di stampa anche fino al 15% del proprio budget; è vero invece che la carta riciclata, a causa della lignina contenuta in alcuni tipi di carta che si ricicla (per esempio quella dei giornali), tende a ingiallire: si tratta di un processo che impega numerosi anni e che quindi non impatta sulle normali attività quotidiane di stampa e dell’uso di documenti cartacei.

Riguardo alla carta riciclata c’è poi da sottolineare come esistano sul mercato tipi di carta riciclata perfettamente bianca, ottenuti in tre modi: l’aggiunta di fibra di cellulosa vergine, che non può superare il 40% (e che per essere davvero ecologica deve provenire da forese certificate FSC); dei processi di sbiancamento che utilizzano cloro e altre sostanze chimiche (in questo secondo caso si tratta di carta riciclata ma non perfettamente ecologica); dei processi di sbiancamento che non utilizzano sostanze chimica ma preparati a base di ossigeno.

C’è poi la carta cosiddetta 100% ecologica: si tratta di carta non solo proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council, o PEFC, ma anche sbiancata senza l’uso di cloro o sostanze chimiche ma solo attraverso i preparati a base di ossigeno. Per chiarezza bisogna dire che anche per la carta 100% ecologica rimane il problema dell’utilizzo di ingenti quantità di acqua ed energia.

Alla fine come fare a districarsi negli acquisti di carta ecologica per stampanti, fotocopiatrici e multifunzione? Imparando a riconoscere i marchi di riferimento e certificazione FSC, PEFC ed EU EcoLabel.

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30/09/2020

Ai ventenni di oggi interessano lavoro e ambiente. Lavoro nel senso di libertà e flessibilità, oltre che opportunità di crescere e imparare, e ambiente nel senso di azioni concrete che ciascuno può fare ogni giorno per tutelare il nostro pianeta. È il ritratto, neanche troppo sorprendente, della Generazione Z, che emerge da una indagine condotta da McDonald’s (che di ventenni se ne intende, visto che sono 1/3 della sua clientela) e Annalect. La cosa che invece sorprenderà i loro padri, Generazione X o Boomers che siano, è che lo stipendio non è al primo posto tra le priorità nella ricerca di un impiego. Un dato di cui devono tener conto i recruiter nel momento in cui cercano di attirare talenti per la propria azienda.
Ma cosa desiderano e cercano davvero i ventenni di oggi? Prima di tutto il lavoro (86% degli intervistati), poi la tutela dell’ambiente (84%) parità di genere (74%) e inclusione/accettazione delle diversità (71%). Solo il 32% invece desidera l’indipendenza economica. E solo 1 su 4 avere una famiglia felice (28%) e viaggiare (25%).
E riguardo al lavoro quali sono le priorità della Generazione Z? Possibilità di crescita personale e professionale (83%), work-life balance (80%) possibilità di esprimere sé stessi e la propria identità (75%). Lo stipendio, nel senso di ottimo stipendio, interessa sì, ma con il 75% degli intervistati solo a 3 su 4.
Relativamente all’ambiente infine, secondo caposaldo della generazione dei ventenni, l’83% è attento alla raccolta differenziata, il 51% all’acquisto di prodotti riciclati, e il 50% evita il più possibile la plastica monouso, anche a costo di rinunciare al prodotto di un marchio non attento al tema ambientale (45%).