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22/09/2021

Uno studio delle università di Swansea (Gran Bretagna) e Tolosa (Francia) aggiunge nuova linfa al dibattito sul perché non lavorare nel fine settimana. Secondo la ricerca condotta analizzando lo stato di salute psicofisica di oltre 3.000 lavoratori, chi da 10 anni o più lavorava nel fine settimana, faceva regolarmente turni notturni, o ancora lavorava sui 3 turni, alternando notti, sveglie all’alba (prima delle 5) o rientri a tarda sera (dopo le 22:00) dimostrava performance psicofisiche pari a quelle di una persona di oltre 6 anni più vecchia. Cioè, per dirla in breve, lavorare nel fine settimana o di notte accelera l’invecchiamento sia fisico che mentale, influenzando i livelli ormonali e di conseguenza anche l’umore, oltre che i ritmi del sonno e del riposo.
Lavorare nel fine settimana e di notte accelera l’invecchiamento psicofisico
Se già le capacità fisiche e cognitive si riducono con l’avanzare dell’età, invertire il ritmo sonno-veglia per lavorare di notte o lavorare a ritmi contrari a quelli naturali, per esempio lavorando regolarmente anche nei weekend, accelera il processo di invecchiamento psicofisico: ogni 10 anni è come se ne fossero passati 16 e mezzo.

Non solo: in un altro studio dell’Institute for Work and Health in Canada i lavoratori notturni, sui turni o domenicali evidenziavano anche una maggior tendenza agli infortuni sul lavoro, ai problemi gastrointestinali, allo stress e alla stanchezza cronica.

C’è tuttavia una buona notizia: il processo di invecchiamento psico-fisico non è irreversibile. Interrompere questa routine e tornare a una normale permette, in 5 anni di lavoro diurno, di riacquisire livelli di performance fisica e cognitiva in linea con la propria età anagrafica.

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02/08/2021

Quella del Mobility Manager è una delle novità più grandi con cui dovranno confrontarsi le aziende (sopra i 100 dipendenti) e l’Amministrazione Pubblica da settembre a dicembre. Novità che poi novità non è, visto che questa figura era prevista per legge fin dal 1998, ma c’è voluto il COVID e il conseguente caos trasporti per renderla obbligatoria e indispensabile per gestire gli spostamenti casa-lavoro.

Lo ribadisce il Ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini , che per non ripetere gli errori di settembre 2020 – molti piani per la presenza in ufficio e a scuola, nessuno per gli spostamenti da e per casa, lavoro e scuola – ha commissionato un’indagine all’Istat per capire come si muoveranno gli italiani e con quali mezzi.

L’idea è quella di orientare la domanda di trasporto pubblico, che sarà pur sempre mitigata dal ricorso fino a dicembre allo smart working e dall’orientamento delle persone a muoversi con mezzi propri, evitando quelli pubblici proprio per paura del COVID. E così per la PA e per le aziende con più di 100 dipendenti (prima la soglia era 300) e che hanno sede in Comuni con più di 50.000 abitanti, diventa obbligatoria la figura del Mobility Manager, che favorisca orari di ingresso e uscita dal lavoro più flessibili e una maggior distribuzione delle presenze sui mezzi pubblici nel corso della giornata.

Al Mobility Manager spetta il compito di creare un Piano Spostamenti Casa-Lavoro (PSCL) per razionalizzare gli spostamenti del personale e migliorare la raggiungibilità dei luoghi di lavoro. È obbligo di legge trasmettere il PSCL ogni anno entro il 31 dicembre, e per arrivare a ciò il Mobility Manager deve analizzare l’offerta di trasporto del territorio ma anche conoscere le esigenze del personale e dell’azienda. Solo esletati questi passaggi sarà possibile passare al piano operativo vero e proprio.

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23/07/2021

Confindustria ha chiesto al Governo di introdurre in qualche modo l’obbligo di Green Pass per entrare al lavoro. In pratica la possibilità di far lavorare solo i dipendenti vaccinati. Il Ministro del Lavoro Andrea Orlando ha frenato (non stoppato) la proposta di Confindustria, giudicandola unilaterale. Ma al di là della schermaglia politica tra le parti il Green Pass per accedere ai locali aziendali sarebbe già possibile imporlo da parte delle aziende. Nonostante il fatto che, secondo il Garante della Privacy, è illecito chiedere a un dipendente se è vaccinato.

La posizione possibilista è quella di Pietro Ichino, giuslavorista, ex sindacalista ed esperto di leggi del lavoro, intervistato dal Corriere della Sera:
«Credo proprio che Confindustria abbia ragione: a ben vedere, proprio perché la misura è efficace e ragionevolissima, gli imprenditori potrebbero già adottarla di loro iniziativa, anzi dovrebbero, anche senza attendere un provvedimento legislativo ad hoc, in forza dell’articolo 2087 del Codice civile, oltre che degli articoli 15 e 20 del Testo Unico per la sicurezza nei luoghi di lavoro (d.lgs. n. 81/2008)».
Che cosa dicono queste norme?
«L’articolo 2087 del Codice obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure consigliate dalla scienza, dalla tecnica e dall’esperienza idonee a ridurre al minimo, se non azzerare, ogni rischio per la sicurezza e il benessere fisico e psichico del lavoratore. L’art. 15 del Testo Unico sulla sicurezza obbliga il datore, dove possibile, a non limitarsi a misure protettive, ma adottare le misure idonee ad eliminare radicalmente il rischio per la sicurezza e la salute del lavoratore. L’art. 20, invece, obbliga il lavoratore a conformarsi alle misure di sicurezza adottate dal datore secondo le due prime norme».
E se un dipendente non volesse – legittimamente – vaccinarsi? Ci sono le norme del decreto legge 44/2021 secondo il quale i renitenti possono essere spostati a mansioni che non prevedono il contatto con altre persone oppure sospesi dal lavoro e anche dalla retribuzione (ma non possono essere licenziati).

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16/07/2021

Il 17 luglio è il World Emoji Day, la Giornata Internazionale delle Emoji, segni grafici che arricchiscono le nostre comunicazioni digitali. Adobe a questo proposito ha intervistato 7000 persone provenienti da Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Francia, Giappone, Australia e Corea del Sud per il suo Global Emoji Trend Report 2021.
Oltre al naturale entusiasmo dimostrato dagli intervistati nei confronti delle emoji come mezzo di espressione, è emerso anche un altro aspetto relativo al loro uso nella comunicazione digitale, ed è quello di provare e comunicare empatia.
Questo è il grande potenziale delle emoji: aiutarci a creare un legame più profondo con i sentimenti che si celano dietro i messaggi inviati nei testi digitali.
I risultati principali delGlobal Emoji Trend Report 2021:

Le emoji portano gioia, favoriscono la comprensione reciproca e hanno un impatto positivo sulla salute mentale

A livello globale, le emoji preferite dalle persone sono:  (#1),  (#2), ️ (#3),  (#4),  (#5)
Amore (#1), felicità (#2), tristezza (#3), rabbia (#4) e sorpresa (#5) sono le prime cinque emozioni espresse con le emoji
I tre abbinamenti di emoji preferiti sono: (#1), ️(#2), ️(#3)
Il 91% delle persone usa emoji le emoji per alleggerire l’atmosfera di una conversazione, l’83% per manifestare supporto.
Il 55% degli intervistati concorda sul fatto che l’uso di emoji nelle comunicazioni ha avuto un impatto positivo sulla loro salute mentale.
L’88% degli utenti ha maggiori probabilità di provare empatia nei confronti di qualcuno se usa un’emoji.
Il 67% pensa che le persone che usano le emoji siano più amichevoli, divertenti e cool di quelle che non lo fanno.
All’86% piace che bastino poche emoji per condividere pensieri e idee.
Gli intervistati dicono di utilizzare emoji nei propri messaggi di testo quasi la metà delle volte (46%), mentre 1 volta su 4 scrivono messaggi di sole emoji (25%).

Percentuali che variano leggermente per la GenZ: la Generazione Z include emoji nei messaggi di testo o online la metà delle volte (53%) e usa esclusivamente emoji nei messaggi di testo o online 1 volta su 3 (32%).

 

Le emoji ci aiutano a esprimere le nostre emozioni e ci fanno sentire più connessi con gli altri.

Il 90% di chi utilizza le emoji concorda sul fatto che le emoji rendono più facile esprimersi e l’89% comunicare superando le barriere linguistiche.
Il 74% si sente più connesso con le persone che usano le emoji.
Il 66% si sente più a suo agio nell’esprimere emozioni attraverso le emoji rispetto alle conversazioni di solo testo.
Più della metà del campione si sente più a suo agio nell’esprimere emozioni attraverso le emoji rispetto alle conversazioni telefoniche (55%) e alle conversazioni di persona (51%).
Sentimenti (#1), relazioni (#2), cibo/bevande (#3), animali/natura (#4), oggetti (#5), sono le prime cinque categorie di emoji che gli utenti globali vorrebbero vedere arricchite di nuove icone.

Le persone interpretano le emoji in modo diverso, ma tutti sono d’accordo sulla necessità di una netiquette delle emoji

Il 75% di chi utilizza le emoji si sente sicuro di essere aggiornato sul significato delle ultime emoji introdotte.

Le 3 emoji più fraintese sono: (#1), (#2), (#3),
Il 63% della GenZ dichiara di utilizzare le emoji in modo diverso dal loro significato primario.
Più della metà ha ricevuto l’emoji sbagliata da qualcuno (52%), mentre un terzo ha inviato un’emoji di cui si è poi pentito (33%).
Il 76% afferma che nelle conversazioni si dovrebbero usare solo emoji di cui si comprende appieno il significato.
Il 75% degli intervistati afferma che va bene inviare un’emoji come risposta rapida, invece delle parole, ma l’uso eccessivo di emoji è fastidioso nella conversazione (67%).
In ambito corteggiamento e dating ci sono due tipologie di emoji:

Sono le tre che rendono le persone più piacevoli: (#1), (#2), (#3).
Queste invece le prime tre che rendono l’altra persona meno desiderabile: (#1), (#2), (#3).

L’uso delle emoji al lavoro offre grandi vantaggi per la valorizzazione dei talenti, la collaborazione e la comunicazione.

Il 69% del campione afferma di utilizzare le emoji al lavoro.
Il 66% delle persone apprezza l’uso delle emoji al lavoro, il 71% ritiene che possano avere un impatto positivo sulla simpatia e il 62% sulla credibilità.
(#1), (#2),  (#3) sono le tre emoji più efficaci per motivare le persone al lavoro.
L’uso di emoji al lavoro aumenta la creatività secondo il 50% degli intervistati, fa sentire le persone più connesse (62%) e più ricettive a nuovi compiti quando le emoji vengono utilizzate nelle richieste (51%).
Secondo il 73% del campione, usare le emoji aiuta a condividere rapidamente le idee, per il 63% rende più efficiente il processo decisionale del team mentre per il 51% riduce la necessità di riunioni e call.
Il 51% della GenZ sarebbe più soddisfatta del proprio lavoro se il proprio team, capo o supervisore utilizzasse più emoji nelle comunicazioni sul posto di lavoro
Il 66% afferma che l’uso di emoji al lavoro rende le notizie positive o i feedback più sinceri.

Gli utenti di emoji vogliono che i marchi comunichino con loro usando le emoji.

Il 60% delle persone  afferma di essere più propensa ad aprire mail o notifiche push se queste contengono emoji, percentuale che sale al 63% se l’emoji è quella preferita.

In particolare il 70% dei ragazzi della GenZ e il 63% dei Millennials affermano che è probabile che aprano un’e-mail o una notifica push con un’emoji nella riga dell’oggetto.

Quasi la metà degli utenti – il 47% – ha maggiori probabilità di rispondere a un messaggio se contiene un’emoji (47%).
La metà delle persone si riconosce di più in quei brand che usano le emoji nelle loro campagne di marketing online (51%) ed è più propensa a mettere like, commentare o condividere i post dei brand sui social media se includono emoji (50%).
Quasi la metà degli utenti (46%) ha maggiori probabilità di seguire i brand sui social media se usano le emoji.
Il 42% delle persone ha maggiori probabilità di acquistare prodotti pubblicizzati utilizzando emoji.
I primi tre prodotti che le persone sono disposti ad acquistare con un’emoji includono cibo da asporto (#1), abbigliamento (#2) e servizi di streaming (#3).
Quasi la metà (49%) della Gen Z nel mondo afferma di preferire che i team di assistenza clienti utilizzino emoji in chat o e-mail.

l futuro delle emoji è promettente e ha il potere di innescare un cambiamento positivo.

Il 76% del campione concorda sul fatto che le emoji siano un importante strumento di comunicazione per creare unità, rispetto e comprensione reciproca.
Il 70% concorda sul fatto che le emoji inclusive possono aiutare a stimolare conversazioni positive su importanti questioni culturali e sociali.
La maggior parte degli intervistati (59%) concorda sul fatto che le emoji saranno sviluppate meglio e più progressive nei prossimi cinque anni (59%).

La Gen Z è esperta di emoji e le usa in modi unici per esprimersi.

Le 5 emoji preferite dalla GenZ sono:  (#1), ️ (#2),  (#3),  (#4),  (#5)
La generazione Z include emoji nei messaggi di testo o online la metà delle volte (53%) e usa esclusivamente emoji nei messaggi di testo o online un terzo delle volte (32%).
Il 63% della Gen Z dichiara di utilizzare le emoji in modo diverso dal loro significato primario.
Il 93% della Generazione Z si reputa aggiornato sul significato delle ultime emoji.
Sono più numerosi gli utenti della GenZ che si pentono dell’invio di un’emoji: succede al 50% di loro, contro il 42% dei Millennials, il 30% della GenX e il 19% dei Boomer.
Il 77% concorda sul fatto che le emoji inclusive possano aiutare a stimolare conversazioni positive su importanti questioni culturali e sociali.
Gli utenti della Generazione Z hanno una probabilità maggiore di usare emoji con gli amici (86%) rispetto ai Millennial (80%), Gen X (76%) e Boomer (75%).
La GenZ (75%) e i Millennial (77%) hanno maggiori probabilità di usare emoji al lavoro rispetto ai Gen X (69%) e ai Boomer (52%).
Sono più numerose le persone della GenZ (75%) che ritengono che l’uso delle emoji al lavoro renda più efficiente il processo decisionale del team, vs. il 66% dei millennials, il 58% della GenX e il 59% dei Boomer.
Il 51% della GenZ e il 42% dei Millennials sono più propensi rispetto alla Gen X  ​​(34%) e ai Boomer (33%) a concordare sul fatto che sarebbero più soddisfatti del loro lavoro se il loro team, capo o il supervisore usasse più emoji nelle comunicazioni sul posto di lavoro.
Il 70% degli utenti della Generazione Z e il 63% dei Millennial afferma che è probabile che aprano un’e-mail o una notifica push con un’emoji nella riga dell’oggetto.
La Gen Z ha una probabilità maggiore (62%) dei Millennial (56%), della Gen X ​​(44%) e dei Boomer (31%) di seguire i brand sui social media che usano emoji.

Donne e uomini usano le emoji in modi sorprendentemente diversi per esprimersi.

Uomini e donne usano emoji diverse per esprimere le loro emozioni

Sorpresa:  (M)  (F)
Frustrazione:  (M)  (F)
Orgoglio:  (M) (F)

Uomini e donne differiscono anche rispetto alle loro emoji preferite

#1 (M) e (F)
#2 (M) ️(F)
#3 (M) (F)

A livello globale, sono più numerose le donne che usano le emoji rispetto agli uomini, 52% vs. 40%
Il 92% delle donne le utilizza per alleggerire l’atmosfera delle conversazioni, l’86% per mostrare supporto rispetto agli utenti di emoji di sesso maschile (rispettivamente 89% e 81%).
Il 65% delle donne invece (vs. 56% degli uomini) dice di usare le emoji per rendere le conversazioni più divertenti.
Sono più numerosi invece gli uomini che hanno inviato un’emoji fuori contesto: il 44% vs. il 33% delle donne.
Il 27% degli uomini ha inviato un’emoji che li ha messi nei guai con amici, familiari o un’altra persona importante per loro rispetto al 17% delle donne.
Sono più numerosi gli uomini che si pentono delle emoji inviate: il 38% di loro vs. il 27% delle donne.
Alle donne piace particolarmente che le emoji le aiutino nell’esprimere se stesse (91% contro 88% dei maschi) e che bastino solo poche emoji per condividere i loro pensieri e idee (88% contro 84%).
Gli uomini che preferiscono esprimere le proprie emozione tramite le emoji anziché attraverso una conversazione di persona sono più numerosi rispetto alle donne: 53% rispetto al 49% delle donne.
A livello globale, i maschi hanno una probabilità maggiore rispetto alle femmine (70% vs. 67%) di utilizzare emoji in sostituzione di una parola e oltre la metà degli utenti maschi (51%) è più propenso rispetto alle donne (44%) di rispondere a un messaggio se contiene un’emoji.
L’89% delle donne si sente più comprensiva ed empatica verso qualcuno se utilizza un’emoji rispetto all’ 87% degli uomini.

 

 

 

 

marta grassini

account manager

m: +39 346 9565753

www.bcw-global.com

2021 provoke media emea consultancy of the year

2020 provoke media global agency of the year

 

 

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Notizie
02/07/2021

Al lavoro dovremmo stare seduti il meno possibile, e lo dice la scienza: passare molte, troppe ore seduti alla scrivania può danneggiare irrimediabilmente il tuo cervello. Con gravi conseguenze anche a lungo termine. È la scoperta di un gruppo di ricercatori dell’Università della California a Los Angeles (UCLA) che tramite risonanza magnetica ha scoperto che trascorrere troppo tempo seduti alla scrivania riduce lo spessore del loro lobo temporale mediale (MTL), quell’area del cervello che ci consente di formare dei ricordi e tiene allenata la memoria.

Lo studio americano ha coinvolto 35 persone (25 donne e 10 uomini) di età compresa tra i 45 e i 75 anni, registrando tanto le ore di attività durante il giorno quanto quelle passate seduti a lavorare. La scoperta è stata la correlazione diretta tra il tempo passato seduti a lavorare e il progressivo assottigliamento del lobo temporale mediale. Vero è che questa riduzione è fisiologica con l’età, ma al crescere delle ore sedentarie e al diminuire di quelle attive c’era una corrispondente riduzione dello spessore cerebrale. Un fattore che è predisponente per il declino cognitivo e altre conseguenze come Alzheimer e demenza senile

Certo conciliare movimento e orario di lavoro è difficile, e l’ideale sarebbe ritagliarsi del tempo attivo prima o dopo le ore di lavoro. Ma è anche vero che si può aumentare questo tempo attivo, che ha la conseguenza di favorire l’ossigenazione dell’organismo e quindi anche del cervello, anche con piccoli accorgimenti, come per esempio camminare da e per il posto di lavoro, usare la bicicletta se è il posto di lavoro vicino a casa, fare una passeggiata in pausa pranzo, fare le scale anziché prendere l’ascensore o munirsi di uno standing desk per lavorare in piedi. Tutte cose che si possono fare tanto in ufficio quanto in smart working.

Notizie
29/06/2021

Altro che back to work tutti assieme con l’Italia in zona bianca e la fine (sperabile) della Fase 2 della pandemia: secondo un sondaggio condotto dal sindacato UIL 1 lavoratore su 2 in smart working non vuole tornare in ufficio. Sondaggio parziale, perché ristretto all’area geografica della Lombardia, ma nemmeno così tanto se si pensa che nel settore bancario e assicurativo questo desiderio di lavorare da casa riguarda l’80% dei lavoratori.

È un vero cambio di paradigma, che ha dato un’accelerata a una modalità di lavoro che in Italia, rispetto ad altri Paesi, faticava a carburare (prima della pandemia le aziende che avevano adottato il lavoro agile erano circa il 15%, ora siamo al 35%) e che ha diverse motivazioni e conseguenze. Alcune positive e altre meno.

Tra le motivazioni di cui preoccuparsi c’è il contraccolpo psicologico. La sindrome della grotta lo chiamano gli psicologi, quel non voler abbandonare un riparo sicuro e senza sorprese dopo tutti questi mesi di incertezza e paura. Ci sono dati oggettivi (il virus è ancora tra noi, le varianti spaventano, la campagna vaccinale è ancora in atto) ma ci sono anche timori e paure che prima o poi bisognerà superare.
C’è un altro aspetto psicologico da considerare: la normalità ora non è nemmeno una nuova normalità. Molti uffici sono ancora semivuoti, molti momenti che riempivano le giornate in ufficio – dal caffè alla macchinetta alla pausa pranzo – sono ancora lontani dal ricordo che ne serbiamo pre-pandemia. E il back to work ora, prima delle vacanze, è un ibrido che non piace, non attira e non aiuta a uscire dal guscio.

Poi ci sono gli aspetti positivi. I lavoratori hanno scoperto che lo smart working è un risparmio di tempo e denaro e un ottimo alleato del work life balance. E la produttività, così difficile durante la prima ondata della pandemia, ora ha trovato una sua modalità.
Ma lo smart working è anche un risparmio per le aziende, come stanno stimando ormai numerose ricerche. In questa fase pandemica ha significato la riduzione del 10% dei consumi di carburante delle auto aziendali, del 20% di acqua ed energia negli uffici e, conseguentemente, una riduzione dell’impatto ambientale delle proprie attività. Un tema a cui sempre più aziende sono sensibili all’interno della propria CSR.

Che succederà quindi? Che il lavoro smart o agile diventerà sempre più strutturale, almeno per alcuni giorni a settimana e per alcune figure di lavoratori. Perché lo vogliono i lavoratori e perché conviene alle aziende, anche grazie ai vari bonus messi a disposizione dal governo. Che servirà quindi una fase di contrattazione tra le parti, stante la natura in deroga del ricorso allo smart working che terminerà con la fine dello stato di emergenza decretato ormai nella primavera del 2020. E che tutti insieme – aziende, manager, lavoratori – dovranno trovare il modo di rendere win-win-win quella che è stata una risposta all’emergenza e che inevitabilmente diventerà strutturale.

Foto di George Milton da Pexels