Categoria: Notizie

Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

Notizie
16/05/2020

Sul contagio da Coronavirus come infortunio sul lavoro è stato necessario un chiarimento da parte dell’Inail. La norma infatti aveva sollevato non poche preoccupazioni tra i datori di lavoro per le potenziali ricadute penali: equiparare il contagio sul posto di lavoro a un infortunio sul lavoro poteva infatti portare l’imprenditore o datore di lavoro a essere accusato per i reati di lesione o omicidio colposo nel caso, malaugurato, di successivo decesso del lavoratore contagiato. Un rischio troppo grande, in vista della riapertura delle attività, a fronte di un “nemico” che è invisibile e – per certi aspetti – incontrollabile. A fronte infatti di tutte le norme di contenimento e protezione individuale e collettiva prescritte in vista della riapertura, potrebbe darsi il caso in cui avviene il contagio ma il datore di lavoro ha adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti, e quindi la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, o quello in cui non sia dimostrabile dove sia avvenuto realmente l’eventuale contagio. Da qui il chiarimento dell’Inail, con una nota apposita:
In riferimento al dibattito in corso sui profili di responsabilità civile e penale del datore di lavoro per le infezioni da Covid-19 dei lavoratori per motivi professionali, è utile precisare che dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro. Sono diversi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail per la tutela relativa agli infortuni sul lavoro e quelli per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del datore di lavoro che non abbia rispettato le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Queste responsabilità devono essere rigorosamente accertate, attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro, con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative Inail.
In pratica, dal chiarimento dell’Inail, discende che l’imprenditore è ritenuto responsabile solo per dolo o colpa qualora non abbia dotato i propri dipendenti di protezioni individuali, mantenuto i luoghi di lavoro sanificati, vigilato sulle distanze interpersonali e assicurato il contingentamento, così come previsto dalla normativa nazionale. Se tutto ciò è invece stato rispettato ed è dimostrabile nei fatti non scattano le implicazioni civili e penali.

Notizie
13/05/2020

Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha mandato una mail in cui dice a tutti i dipendenti che possono lavorare da casa per sempre. Anche una volta finita l’emergenza Coronavirus e le conseguenti misure di distanziamento sociale e contenimento del contagio. Non è un’obbligo, è un’opportunità, e di sicuro è una notizia per qualunque organizzazione lavorativa nel mondo. Anche Twitter, ovviamente, a inizio pandemia aveva imposto a tutti i dipendenti lo smart working, e a inizio marzo l’azienda aveva annullato o cancellato ogni evento fisico o incontro, se non strettamente necessario. Ora un passo in avanti ulteriore: a fine pandemia gli uffici riapriranno ma i dipendenti non saranno obbligati a farci ritorno, o comunque potranno scegliere tra smart working e modalità classica. E per chi opterà per lo smart working è prevista anche un’indennità di 1000 dollari per dotarsi di strumenti adeguati alla nuova modalità di lavoro.

Il tema smart working all’interno di Twitter è già stato in passato oggetto di punti di vista discordanti. Se lo stesso Dorsey stava programmando di passare dai 3 ai 6 mesi l’anno in Africa e di guidare la compagnia da remoto, Jennifer Christie, capo delle risorse umane della società di San Francisco aveva confessato a Buzzfeed che non erano pochi tra dipendenti e manager quelli reticenti al lavoro da remoto. Ma il Coronavirus evidentemente ha fatto ciò che l’HR non era ancora riuscito a fare: convincere più o meno tutti che lavorare da casa si può e può funzionare.

In generale la flessibilità oraria e l’orientamento al risultato è uno dei capisaldi delle aziende hi-tech, ma il connubio smart working e Silicon Valley non è mai stato tutto rose e fiori. Come nel caso di Yahoo!, che aveva già tentato la via del lavoro agile nel 2013 salvo poi fare marcia indietro repentinamente. Ora però, volenti o nolenti, le cose sono cambiate, e anche altri big tecnologici come Google, Facebook e Amazon hanno già anticipato ai dipendenti che la modalità di lavoro da remoto proseguirà almeno fino all’autunno, anche qualora gli uffici dovessero aprire prima di quella stagione.

In Italia sarebbe possibile una scelta come quella di Dorsey? L’inquadramento di legge non manca (dal 2017), il decreto del 17 marzo per l’emergenza Coronavirus ha dato una accelerata notevole (e le necessità impellenti hanno fatto il resto) ma più ancora che una vera legge quadro, con norme e tutele per tutti, serve uno scatto di mentalità che forse avverrà se e solo se Dorsey dimostrerà di aver avuto ragione.

Notizie
28/04/2020

Il modo in cui si diffonde il Coronavirus negli uffici è stato appena capito da un gruppo di ricercatori coreani autori dello studio Coronavirus Disease Outbreak in Call Center, South Korea pubblicato sulla rivista scientifica Centers for Disease Control and Prevention. E se capire come si muove il virus è già un primo passo per uscire dall’emergenza, la cattiva notizia è che sicuramente non torneremo a lavorare come lavoravamo prima. Con buona pace di chi è davvero stanco del lockdown e dello smart working forzato.

Lo studio sudcoreano è stato condotto nella sede di un call center di Seoul dove il 9 marzo 2020 si è avuta notizia di un focolaio di Coronavirus: i ricercatori hanno saputo e potuto testare i 922 dipendenti degli uffici commerciali e monitorarli nei giorni successivi, sottoponendo a tampone chiunque fosse entrato in contatto ravvicinato per più di 5′ con tutti gli infetti. La studio ha dimostrato una cosa che era prevedibile e facilmente intuibile ma non ancora comprovata con dati certi: e cioè che gli ambienti affollati come gli uffici, e peggio ancora se senza spazi privati, come nel caso degli open space, sono un eccezionale fattore di contagio dell’epidemia da Coronavirus. Secondo la mappatura degli scienziati sudcoreani praticamente tutti i primi contagiati si trovavano nelle postazioni di un lato dell’ufficio open space dell’11° piano (sono le postazioni colorate in blu).

Da questa mappatura e successivo tracking i ricercatori asiatici deducono anche che è la durata dell’interazione tra persona infetta e persona negativa a essere il principale facilitatore del contagio, mentre le altre interazioni – come prendere lo stesso ascensore, assieme o in tempi diversi, o passare negli stessi corridoi – non sembra avere la stessa capacità di virulenza.

Questa modalità di diffusione da Coronavirus è quindi una informazione in più da tenere in considerazione per il ritorno alla vita lavorativa durante la Fase 2.

Notizie
24/04/2020

La Fase 2 del periodo di contenimento del Coronavirus avrà inizio da lunedì 4 maggio, data che per molti significherà anche tornare al lavoro dopo 2 mesi di lockdown o smartworking. Ciò che è già certo ora è che la fase 2 non significherà ritorno immediato alla normalità, e per normalità si intende la vita, la quotidianità e il lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a metà febbraio. Il Governo, d’intesa con le parti sociali, ha già emanato un documento con le linee guida e il nuovo protocollo per il contrasto e il contenimento del Covid-19 negli ambienti di lavoro. Documento non ancora ufficiale e che, magari con qualche modifica, sarà allegato a un apposito DPCM per la pubblicazione in Gazzetta. Di fatto però il quadro è abbastanza preciso, con alcune indicazioni che necessariamente cambieranno il modo in cui ci rechiamo al lavoro e la vita in ufficio e nelle aziende.

La prima novità è burocratica: in ogni azienda dovrà essere istituito un Comitato per l’applicazione e la verifica delle misure di contenimento del COVID-19, e laddove questo non fosse possibile – per esempio nelle piccole aziende e negli uffici di piccole realtà – ci saranno dei Comitati territoriali: sicuramente una necessità in più che si aggiunge a quelle materiali che andranno implementate a partire dal 4 maggio.

Fatte salve le raccomandazioni sul distanziamento sociale, che permarrà ancora a lungo, c’è il grande tema delle mascherine: devono essere garantite se la tipologia di lavoro impedisce il rispetto della distanza di sicurezza, sono previste negli spazi comuni (ma come si farà nelle mense e nelle aree deputate alla pausa? L’ipotesi è quella di ingressi contingentati e scaglionati) e tuttavia è alto il rischio che le aziende non riescano a dotarsene a sufficienza, stante la scarsa disponibilità sul mercato (punto evidenziato dalle stesse linee guida del Governo).

Altro ambito che investe il problema della disponibilità di mascherine (alcune stime parlano di 40 milioni di pezzi al giorno) è il trasporto pubblico: al momento sono obbligatorie sugli aerei, ma è chiaro che su treni, metropolitane, autobus e tram se non saranno obbligatorie si imporranno delle misure di distanziamento ancora più stringenti (e già circolano i primi esempi di “bollini” a terra nelle stazioni e sui vagoni per segnalare la distanza minima di sicurezza). Misure queste, nelle stazioni, alle fermate e sui mezzi, che limiterebbero notevolmente il numero di persone trasportabili per singolo viaggio e quindi dilaterebbero i tempi per andare e tornare dal lavoro.

Altra prescrizione già presente nelle linee guida per la Fase 2 è quella che prevede cartelli con le regole da rispettare affissi in modo ben visibile in ogni ambiente di lavoro (sono quelle ormai note: obbligo di restare a casa nell’evenienza di febbre o sintomi, di mantenere la distanza sociale, di lavare le mani, etc). Diverso il discorso dei termoscanner, che qualcuno già ipotizza in grandi stazioni ferroviarie e aeroporti ma che al momento paiono solo facoltative per l’ingresso in azienda di dipendenti, clienti e fornitori.

Imprese, uffici (ma anche esercizi commerciali) saranno anche tenuti alla pulizia giornaliera e alla sanificazione periodica di locali e strumenti (compresi quindi computer, scrivanie, telefoni, stampanti e tutto quanto si trova in un ufficio qualsiasi). Ovviamente, come si è già capito e come abbiamo già imparato a fare, sarà incentivato, caldeggiato e favorito il ricorso allo smart working per tutte quelle realtà e funzioni che vi potranno ricorrere, alleggerendo in questo modo il carico su trasporti (per i quali si consiglia comunque il ricorso al mezzo privato, auto, scooter, bici o monopattino che sia) e presenza di personale in azienda. E molte amministrazioni comunali stanno anche pensando di richiedere ingressi e uscite dalle realtà lavorative flessibili e scaglionati, al fine di diluire la cosiddetta ora di punta (problema prevalente delle grandi città, forse più gestibile nel tessuto dei centri di provincia).

Indipendentemente dall’uso o meno dei dispositivi di protezione individuale e dei segnali per il distanziamento a bordo e in banchina, stazioni ferroviarie e della metropolitana, ma anche stazioni e terminal degli autobus dovranno prevedere percorsi separati per salire e scendere dai mezzi, per evitare il tipico ” muro contro muro” tra chi scende e chi sale. Insomma, la Fase 2 non sarà affatto un ritorno alla normalità ma un periodo durante il quale sarà ancora necessario tenere alta la guardia.

Notizie
23/03/2020

Anche Viking e Office Depot partecipano a L’Italia Chiamò, la raccolta fondi nata per sostenere l’impegno e lo sforzo degli operatori del Sistema Sanitario Nazionale e dei reparti di terapia intensiva.

Da lunedì 23 marzo 2020 e fino al 3 Aprile 2020 Viking e Office Depot si impegnano a versare 1 euro per ogni ordine di acquisto di qualunque importo effettuato dai propri clienti. Inoltre, se vorranno i clienti di Viking e Office Depot potranno aggiungere una propria donazione inserendo un codice nel carrello.

Tutte le informazioni relative a come partecipare a L’Italia Chiamò tramite Viking e Office Depot si possono trovare qui.

Notizie
19/03/2020

Il Decreto “Cura Italia”, emanato per far fronte all’emergenza Coronavirus, prevede anche alcune misure per i professionisti titolari di partita IVA, i lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa e i lavoratori autonomi in generale. Sostanzialmente sono due le misure economiche del decreto “Cura Italia” che riguardano i professionisti: la proroga o sospensione dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e uno speciale bonus a sostegno delle attività economicamente colpite dall’emergenza COVID-19.
Decreto “Cura Italia”: il bonus per i professionisti
La misura che più sta facendo discutere tra quelle comprese nel decreto “Cura Italia” è il bonus per i professionisti. Il decreto prevede infatti un bonus di 600 euro per il mese di marzo per i liberi professionisti titolari di partita Iva attiva alla data del 23 febbraio 2020 e ai lavoratori titolari di rapporti di collaborazione coordinata e continuativa attivi alla stessa data, iscritti alla Gestione separata, non titolari di pensione e non iscritti ad altre forme previdenziali obbligatorie. Ci sono però alcune precisazioni: il bonus riguarda i liberi professionisti iscritti alla gestione separata INPS, quindi autonomi e partite IVA ma anche stagionali e lavoratori del settore agricolo, del turismo e dello spettacolo; per quanto riguarda i liberi professionisti iscritti ad altre casse previdenziali collegate agli ordini professionali (quindi Ingegneri, Architetti, Giornalisti, Psicologi, etc) nell’articolo 44 del decreto pubblicato si istituisce un Fondo per il Reddito di Ultima Istanza per i professionisti iscritti a enti privati di previdenza obbligatoria che abbiano “cessato, ridotto o sospeso la propria attività”; il bonus per i professionisti ammonta a 600 euro per il mese di marzo ma il Governo ha già precisato che, qualora le circostanze lo rendessero necessario, potrebbe essere reiterato per i prossimi mesi; per l’anno 2020 l’indennità è erogata nel limite di spesa complessivo di 203,4 milioni di euro (con il rischio quindi che non tutti possano accedervi).
Decreto “Cura Italia”: proroga e sospensione dei versamenti
Nel frattempo l’Agenzia delle Entrate ha già cominciato a emanare i primi chiarimenti per quanto riguarda la proroga e la sospensione dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali.
Proroga per tutti – Sono prorogati dal 16 al 20 marzo 2020 tutti i versamenti nei confronti delle pubbliche amministrazioni da parte di ogni tipologia di soggetto. Lo specifica l’Agenzia delle entrate nella risoluzione n. 12/E di oggi che fornisce inoltre i primi chiarimenti anche in tema di sospensione dei versamenti tributari e contributivi per le attività operanti nei settori maggiormente colpiti dal Coronavirus. Nel documento di prassi sono, infatti, riportati a titolo indicativo i “Codici Ateco” riconducibili alle attività interessate dalla sospensione dei termini dei versamenti di cui alle lettere da a) a q) dell’articolo 61, comma 2, del decreto legge n.18/2020 e dell’articolo 8, comma 1, del decreto legge n. 9/2020.

Le sospensioni per i settori più colpiti – Sempre con riferimento ai settori maggiormente colpiti dall’emergenza epidemiologica in atto e ad ulteriori categorie di soggetti operanti nei settori dell’arte e della cultura, dello sport, della ristorazione, dell’educazione e dell’assistenza, il decreto “Cura Italia” ha stabilito la sospensione, fino al 30 aprile 2020, dei versamenti delle ritenute, dei contributi previdenziali e assistenziali e ha disposto inoltre la sospensione dei termini dei versamenti relativi all’imposta sul valore aggiunto, in scadenza nel mese di marzo 2020.