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14/11/2019

Se menti su Linkedin ti possono licenziare. Che non è niente di diverso da quello che avviene con le più classiche bugie che tutti mettono nel CV (e che possono portare all’accusa di truffa) ma ora c’è una sentenza a ufficializzarlo, la 522 del 2 ottobre 2019 del Tribunale di Trapani. Quindi sentenza “made in Italy” arrivata dopo il ricorso fatto da un candidato candidato dall’azienda.
Se menti su Linkedin ti possono licenziare: la sentenza del Tribunale
I fatti sono chiari e certi: un ragazzo aveva risposto a una inserzione di ricerca di lavoro millantando una laurea magistrale in ingegneria, economia o giurisprudenza come richiesto dall’azienda. Il contratto prevedeva un periodo di prova e in seguito un contratto a tempo determinato della durata di 3 anni. Ma già durante il periodo di prova il datore di lavoro si è reso conto che il candidato non era in possesso sicuramente delle competenze richieste e ragionevolmente dei requisiti specificati nell’annuncio, da cui il licenziamento prima della fine del periodo di prova. Il ragazzo a quel punto ha fatto ricorso al Tribunale, avanzando anche una richiesta di risarcimento danni di 400mila euro, corrispondente alla somma delle mensilità che avrebbe percepito come retribuzione e altri oneri accessori, tra cui le spese sostenute per il trasloco.

Il Tribunale di Trapani, appunto con la sentenza 522 del 2 ottobre 2019, ha stabilito non solo che il risarcimento non avesse ragione di esistere ma ha anche dato ragione al datore di lavoro, stabilendo che il non possedere i requisiti richiesti, e mentire a loro riguardo, è senza dubbio una causa di licenziamento, in particolare in questa occasione in cui il candidato era consapevole di non possedere i titoli necessari.

La sentenza del Tribunale è la prima a stabilire diritti e doveri di chi si candida per annunci di lavoro su Linkedin (o altre piattaforme online) e i corrispondenti casi di licenziabilità.

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12/11/2019

I lavoratori italiani sono sempre più smart: gli smart worker in Italia, nel 2019, sono 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano presentata al Campus Bovisa di Milano durante l’ottava edizione degli ‘Smart Working Award’, l’iniziativa che premia le organizzazioni che hanno realizzato iniziative di riprogettazione dello spazio e delle modalità di lavoro in ottica smart.
Smart working: i numeri in Italia
I 570mila smart worker italiani si distribuiscono tra grandi imprese (il 58% ha già avviato progetti di smart working, il 7% sta sperimentando con iniziative spot, il 5% ha in mente di farlo a breve, il 22% lo ritiene possibile ma non immediato e l’8% non ha alcun interesse a farlo), PMI (il 12% ha politiche di smart working, in crescita rispetto all’8% del 2018, il 18% lo usa in modo informale, ma anche il 51% non ha nessun interesse al lavoro smart) e PA. Ed è proprio nella Pubblica Amministrazione che si nota la crescita più significativa di ricorso al lavoro agile: dal 2018 al 2019 i progetti strutturati di smart working sono raddoppiati (dall’8% al 16%), il 7% delle PA ha attivato iniziative informali (rispetto all’1% del 2018) e il 6% le attiverà nei prossimi 12 mesi. Tuttavia il 40% delle PA non ha programmi di smart working e, tra chi li ha, questi riguardano solo il 12% dei dipendenti, di poco sopra alla soglia minima del 10% fissato dalla direttiva Madia in termini di smart working nella PA.
Smart working: cos’è
Si dice smart working, si traduce in lavoro agile, flessibile o intelligente, e di fatto è il superamento della logica delle ore da passare in ufficio: il lavoro smart significa focalizzarsi sul raggiungimento degli obiettivi indipendentemente dal luogo e dal tempo di lavoro, e implica non solo la possibilità di lavorare da casa, che è l’idea più immediata e banale che si ha dello smart working, ma un ripensamento complessivo degli spazi di lavoro e un nuovo patto tra azienda e lavoratore basato sulla fiducia, la collaborazione e la condivisione degli obiettivi. E laddove è stato sperimentato, funziona.
Smart working: i benefici
I benefici dello smart working non riguardano solo i lavoratori ma investono anche le aziende. Certo ci sono un miglioramento del work life balance (lo dice il 46% degli interessati) e una maggior motivazione dei lavoratori (35%) ma anche un aumento della produttività, nonostante alcuni punti critici ancora da sciogliere. Tra questi la difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei manager), nell’utilizzare le tecnologie (32% di lavoratori e manager), nel pianificare le attività (26%), la percezione di solitudine (35% dei lavoratori), le distrazioni (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%). Tuttavia gli smart worker dichiarano un livello di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si definisce soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.

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07/11/2019

Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona. Funziona nel senso che migliora la produttività e si riducono i costi aziendali. E funziona nel senso che c’è chi l’ha fatto, e i risultati sono concreti. Chi ha provato a lavorare solo 4 giorni a settimana non è una piccola realtà locale ma nientemeno che Microsoft, il colosso globale dell’informatica che nella sua sede di Tokyo ha voluto sperimentare la settimana corta con i suoi 2300 dipendenti.
Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona
Per vedere se davvero lavorare solo 4 giorni a settimana funziona Microsoft ha messo in atto un’iniziativa – “Work Life Choice Challenge” – per gli oltre 2mila dipendenti giapponesi: settimana corta, weekend lungo dal venerdì alla domenica compresi, il tutto nel mese di agosto 2019. I risultati? Sorprendenti: secondo la stessa Microsoft la produttività è aumentata del 39,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (la misura è stata fatta in termini di vendite per dipendente), si sono ridotti i tempi di processo (per esempio le riunioni sono state limitate a 30′) e si sono anche ridotti i costi fissi (spesa per energia elettrica – 23,1%). Ma la cosa più importante è che i primi e più soddisfatti sono stati proprio i lavoratori (il 92% si è dichiarato assolutamente favorevole) che hanno potuto sperimentare un diverso work-life balance.
Si potrà davvero lavorare 4 giorni a settimana?
L’esperimento della sede giapponese di Microsoft è stato circoscritto nel tempo, e i dipendenti del colosso informatico son tornati a lavorare 5 su 7 a settimana. Tuttavia il Giappone è un Paese nel quale il tema del superlavoro è molto presente e sentito, con picchi estremi di straordinari che preoccupano anche il Governo e il Ministero del Lavoro, e Microsoft non esclude di mettere nuovamente alla prova la settimana corta nei mesi invernali.

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31/10/2019

Come saranno gli impiegati del futuro? Sovrappeso se non proprio obesi, con gli occhi rossi, le gambe gonfie e la schiena ingobbita. Tutto per colpa delle tante, troppe ore di lavoro al computer. È solo una simulazione, ma è molto plausibile, se si tengono conto le conseguenze del lavoro sedentario e delle posture scorrette: a creare il manichino plausibile di come saranno gli impiegati del futuro ci ha pensato William Higham, un futurista comportamentale con diverse pubblicazioni sul futuro del lavoro, a cui è stata commissionata una ricerca da parte di Fellowes, azienda britannica di prodotti per l’ufficio.
Ecco come saranno gli impiegati del futuro
La ricerca condotta da Higham ha rilevato dati preoccupanti: il 50% degli intervistati soffre già ora di occhio secco a causa delle ore passate al videoterminale, il 48% ha mal di schiena a causa delle posture scorrette sulla sedia e alla scrivania, e poi di gonfiore alle gambe, di sovrappeso, di mal di testa e di vari sfoghi cutanei dovuti allo stress soffrono più o meno tutti, più o meno regolarmente.

Il manichino di Emma, il prototipo dell’impiegata del futuro, mostra impietosamente cosa potremmo diventare già nel 2040 se il tema delal sicurezza e delle norme salutistiche sul posto di lavoro non verrà considerato con attenzione: “Gli impiegati devono urgentemente fare qualcosa ora per risolvere il problema dei luoghi di lavoro poco salutari. Se non faremo dei cambiamenti radicali alle nostre vite lavorative, come fare più movimento, cambiare la postura o fare pause regolari il nostro ufficio ci renderà molto malati” ha dichiarato Higham all’Independent.

Oggi più che mai prima sempre più persone lavorano negli uffici rispetto a ogni altro luogo di lavoro, ed è proprio l’ufficio che sta diventando un luogo sempre meno salubre per lavorare, contrariamente a quanto si possa pensare, a partire dal problema della sedentarietà e delle posture scorrette: e se 9 impiegati su 10 tra quelli intervistati hanno dichiarato di soffrire di cattiva salute a causa dell’ambiente di lavoro, questo diventa anche un tema di produttività e costi di cui le aziende devono in qualche modo tener conto.

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28/10/2019

Se ti stai chiedendo se ti possono spiare al lavoro, la risposta è sì, il tuo datore di lavoro può controllarti, anche con mezzi elettronici come videocamere di sorveglianza, anche nascoste, anche senza avvisarti. A sancirlo è una sentenza della Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che stabilisce anche che sono necessari un ragionevole sospetto di una ragionevole colpa, e una legittima proporzione tra il danno sospettato e il controllo in incognito.
I datori di lavoro possono spiare al lavoro i loro dipendenti
La sentenza della Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo arriva al termine di un processo che ha coinvolto il direttore di un supermercato spagnolo e alcuni suoi collaboratori per fatti accaduti nel 2009. Il direttore infatti sospettava che i frequenti furti e mancanze di prodotti nel punto vendita, per un valore di circa 82mila euro in 5 mesi, fossero dovuti l comportamento di alcuni dipendenti. In virtù di questo sospetto aveva fatto installare delle telecamere di sorveglianza nascoste che avevano certificato il comportamento fraudolento dei suoi dipendenti. Acclarato questo, il direttore aveva licenziato i lavoratori, i quali si erano rivolti a un giudice del lavoro e poi alla Corte di Strasburgo appellandosi all’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Per il tribunale di Strasburgo i datori di lavoro possono spiare i dipendenti
Sia il tribunale del lavoro spagnolo che la Corte di Strasburgo hanno però dato ragione al titolare del supermercato, ritenendo l’installazione delle videocamere in incognito non solo giustificata ma anche proporzionata al sospetto e al danno arrecato. Nel ribadire però che il principio di proporzionalità è il requisito essenziale per i controlli in ambito lavorativo, la Corte ha anche sottolineato come questo possa avvenire solo in circostanze eccezionali, per una durata di tempo e una ampiezza di spazio limitate e senza che questo diventi prassi ordinaria.

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25/10/2019

Italiani popolo di santi, poeti e fannulloni? Sembrerebbe proprio di no, almeno alcuni dati OCSE e una recente indagine di Jobrapido, un motore di ricerca lavoro. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, gli italiani lavorano in media 33 ore a settimana: meno solo di Grecia ed Estonia, più dell’Irlanda e decisamente molto di più delle 26 ore della Germania. Ma poi c’è anche l’indagine di Jobrapido, che disegna un panorama in cui gli italiani lavorano più del dovuto tanto da essere davvero a rischio workhaolism.
Gli italiani lavorano troppo
Secondo Jobrapido addirittura il 92% degli italiani lavora più delle ore stabilite dal contratto, con in più l’aggravante che il 50% di questi non viene retribuito per gli straordinari o le ore extra. Ci sarebbe di che lamentarsi, e invece no, è esattamente il contrario: nell’80% dei casi di chi lavora più di quanto dovrebbe, lavorare di più non significa lavorare troppo, e stare al lavoro più di quanto si dovrebbe non è un problema.
Operativi sempre
C’è di più. Sempre secondo l’indagine di Jobrapido gli italiani sono “operativi sempre”: controllano la posta elettronica aziendale anche fuori dall’orario di lavoro, la sera, nel weekend o anche in ferie, lavorano da casa anche in caso di malattia e 3 su 4 ammettono di aver rinunciato a un avvenimento personale importante per motivi di lavoro.
Stressati? Poco
Troppe ore lavorate, spesso non retribuite, lavoro anche la sera, nel weekend, in ferie o a casa in malattia, e rinunce per il lavoro: ci sarebbe di che essere stressati e anche di più. E invece no: più della metà di quanti si riconoscono in uno o più di questi comportamenti non si sente affatto stressato e solo 1 lavoratore su 6 ammette che sì, è divorato dallo stress da molto a moltissimo.