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22/01/2021

Il Governo, e soprattutto il Ministero dell’Ambiente, starebbero pensando ad altre soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei trasporti per il tragitto casa – lavoro e anche l’affollamento dei mezzi pubblici. Soluzioni volte a incentivare l’uso della bicicletta ma non pensate come il bonus 2020 che aveva previsto un rimborso sul prezzo d’acquisto delle due ruote ma come incentivo all’uso. Secondo indiscrezioni di stampa sono due le misure al vaglio da parte del Governo.
La prima sarebbe quella di una specie di “bonus orario”, ovvero il fatto di considerare parte del tempo impiegato ad andare al lavoro in bicicletta come “orario di lavoro” e quindi retribuito come tale. Ovviamente non sarebbe il datore di lavoro a pagare questo “straordinario” né questo tempo verrebbe sottratto al normale orario di lavoro stabilito per contratto. La formula prevederebbe una qualche forma di contributo da parte del Governo ancora tutta da studiare.
Ci sarebbe però il problema di quantificare questo tempo e certificare il fatto che il lavoratore effettivamente usa la bici o un altro mezzo di mobilità eco per recarsi al lavoro. E qui arriva la soluzione prevista dal secondo incentivo.
Utilizzare cioè una App che certifichi in qualche modo tragitto e durata, un ’bout sulla scorta di quanto sta già facendo PinBike, già utilizzata in molte città soprattutto del Nord Europa (ma anche oggetto di una sperimentazione a Bari). Il meccanismo è semplice ed è quello dell’incentivazione chilometrica: per ogni km percorso nel tragitto casa – lavoro (ma anche scuola) viene riconosciuto un contributo monetario (che in alcune città arriva anche a 0,50 euro a km).

Credits photo: it.depositphotos.com

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20/01/2021

È una questione soprattutto burocratica. Ma la burocrazia nei rapporti di lavoro conta parecchio. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico. E così è bene cominciare a guardare alla data del 31 marzo, quando scadranno le norme sullo smart working semplificato, introdotte la scorsa primavera con lo stato di emergenza dovuto alla pandemia da Coronavirus.
Già, perché in assenza di una vera legge quadro nazionale sullo smart working, il ricorso al “lavoro da casa” in questo frangente di pandemia (comunque lo si voglia considerare, dal vero smart working al più banale telelavoro) è stato fatto con molte deroghe. Deroghe necessarie a consentire ai lavoratori di poter stare a casa, di lavorare da casa, e di essere comunque pagati e tutelati, ma deroghe che scadono il 31 gennaio (è a quella data che scade il DPCM del 18 ottobre 2020) e che con qualche proroga possono arrivare al massimo fino al 31 marzo. Poi, se il Governo non interverrà, volenti o nolenti i lavoratori dovranno tornare in ufficio. Con tutto quello che potrebbe comportare se dovessimo essere ancora in piena pandemia.
Per fortuna fino al termine dello stato di emergenza – che il Governo ha prorogato fino al 30 aprile – permarranno le tutele per i lavoratori fragili o con disabilità, e per i genitori con figli minori di 14 anni. Ma è solo 1 mese in più rispetto all’attuale scadenza della deroga sullo smart working. E per i dipendenti pubblici il rischio di rientro in ufficio è ancora più vicino dato che le norme sul lavoro agile nel settore pubblico sono già state prorogate fino al 31 gennaio e ora serve un nuovo decreto.

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18/01/2021

Sono 75.000 i pasti che il Banco Alimentare potrà servire anche grazie alla raccolta fondi attivata in coincidenza con la campagna natalizia di Office Depot. Un risultato davvero notevole e importante, raggiunto grazie alla vostra generosità, tramite l’acquisto del Panettone Buono artigianale, e anche grazie alle donazioni spontanee dei nostri clienti.

La Fondazione Banco Alimentare è una ONLUS italiana che si occupa di raccolta di generi alimentari e recupero delle eccedenze alimentari per redistribuirle alle strutture caritative che assistono le persone più indigenti.

Al termine di un anno difficile per moltissime persone, e in occasione di un Natale davvero particolare, è stato per noi un vero onore poter partecipare a questo importante contributo sociale. Garantire oltre 75.000 pasti a centinaia di comunità bisognose in tutta Italia è stato un gesto semplice che scalda il cuore e che ci auguriamo abbia reso questo Natale davvero speciale per tante persone meno fortunate.

Per conoscere di più sulla raccolta fondi nazionale del Banco Alimentare puoi cliccare a questo link.

Ti invitiamo a continuare seguire le nostre azioni di solidarietà a sostegno del Banco Alimentare, che proseguiranno in questo 2021 con altre importanti iniziative.

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12/01/2021

Chi rifiuta il vaccino anti-COVID può essere licenziato: è al tesi sostenuta da Pietro Ichino, giurista esperto di diritto del lavoro, che in un’intervista al Corriere della Sera sottolinea anche altri 2 aspetti. Il primo che in molti casi sarebbe già previsto, il secondo che può essere in qualche modo imposto dal datore di lavoro.
Secondo il giuslavorista “l’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure suggerite da scienza ed esperienza, necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica delle persone che lavorano in azienda, il loro benessere”. Una tesi secondo la quale il datore di lavoro non solo potrebbe imporre il vaccino anti-COVID ma anzi dovrebbe proprio farlo, a norma di legge.

Una posizione che ha subito fatto scattare l’attenzione sul tema, perché la postilla secondo la quale “chiunque potrà rifiutare la vaccinazione; ma se questo metterà a rischio la salute di altre persone, il rifiuto costituirà un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro” non è per molti una vera alternativa. In pratica o ti vaccini o ti licenzio. Ma è davvero così?

Ma questa posizione, condivisa anche da altri esperti di lavoro, sembrerebbe più fragile di quanto possa apparire. In primis perché il vaccino non è obbligatorio per legge per nessuno, e quindi non lo potrebbe essere nemmeno all’interno di un’azienda (anche perché l’assunzione di qualsiasi sostanza per scopi medici non può essere imposta senza una specifica norma di legge, come prevede l’art. 32 della Costituzione).
Anche il richiamo al dovere di sicurezza, la norma per cui il datore di lavoro deve tutelare i suoi dipendenti, non appare così inattaccabile in questo caso. Peraltro i protocolli anti-COVID per il lavoro in sicurezza non prevedono l’obbligo della vaccinazione (che al momento della firma tra le parti sociali non erano nemmeno all’orizzonte delle possibilità). Infine c’è anche da considerare che tempi e modalità della vaccinazione anti-COVID sono in mano esclusivamente all’autorità sanitaria, che stabilisce le priorità e decide chi vaccinare in totale autonomia.

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08/01/2021

Lo smart working è ormai la nuova normalità. Forzato dalla pandemia di Coronavirus, il lavoro a casa, comunque lo si voglia chiamare – remote working, tele lavoro, home working – è ormai diventato la nuova routine di milioni di lavoratori al mondo. Routine che ha spazzato via quella precedente (doccia – colazione – commuting – ufficio – pranzo fuori casa – aperitivo o palestra – ritorno a casa) e che ha fatto scattare nuovi “peccati nascosti” da parte degli smartworker. Che non sono i benefici, come avere più tempo per stare con i propri cari (lo afferma il 47% degli intervistati di una survey condotta da Kaspersky tra oltre 8.000 lavoratori in tutto il mondo) o risparmiare (un vantaggio per il 41%) tanto che solo il 7% non ha visto nessun vantaggio dallo smart working e non vede l’ora di tornare al lavoro di prima della pandemia.
Ma tra le tante conseguenze della vita in casa, in smart, obbligata dalla pandemia ci sono appunti alcuni peccati nascosti confessati dai lavoratori nella survey di Kaspersky. No, non proprio “quel” genere di peccati, ma sì, al primo posto (48%) c’è il poter lavorare in tuta o in pigiama. Comodi, rilassati, quasi sbracati. Tuta, barba sfatta, capelli scompigliati, niente trucco, sneaker se non proprio pantofole. Il comfort del comfort. C’è di più: l’11% ha addirittura ammesso di lavorare nudi. Senza vestiti. “Nature” come mamma li ha fatti.
Poi ci sono i peccati veniali: svegliarsi 5′ prima della fatidica call del mattino (36%), il bige-watching di Netflix (23%), lavorare sul balcone o in giardino (27%) e indulgere nei piaceri del cibo consegnato a casa (16%).

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17/12/2020

Dal punto di vista del Gender Gap – l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro – l’Italia rimane fanalino di coda in Europa. Lo certifica l’EIGE L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere che monitora ogni anno i progressi verso l’uguaglianza di genere nell’Unione Europea. E così mentre il comune di Parigi è stato multato per aver assunto troppe donne (la sindaca Anne Hidalgo per 16 incarichi dirigenziali aveva nominato 11 donne e 5 uomini e dovrà pagare 90mila euro) nel nostro Paese le donne continuano a subire una disparità di genere dal punto di vista occupazionale (i contratti a tempo indeterminato per le donne si attestano al 31% del totale, mentre per gli uomini al 51,4%), retributivo (a parità di ruolo guadagnano meno, con il reddito medio delle donne che è solo il 59,5% di quello degli uomini) e delle opportunità di carriera (scontano quella che viene definita “segregazione occupazionale”, essendo distribuite in maniera non uniforme tra le varie professioni). Il tutto in una situazione in cui il Coronavirus è una ulteriore minaccia al progresso della parità di genere, come affermato da Carlien Scheele, direttore dell’EIGE.
Sono diversi i punti sui quali lavorare per migliorare la parità di genere. In primis quello dei ruoli di potere, che misura il coinvolgimento di donne e uomini nel processo decisionale nei settori della politica, dell’economia, dei media, della ricerca e dello sport. Da questo punto, nel settore privato, siamo tra i paesi virtuosi con Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia e Regno Unito (tutti con almeno 1/3 di donne nei ruoli dirigenziali, dietro alla Francia che sfonda il 40%).
C’è poi il mondo tecnologico, con appena 2 donne su 10 lavoratori nel settore delle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e il rischio all’orizzonte che l’ascesa dei robot nei processi produttivi toglierà posti di lavoro soprattutto alle donne.
Poi c’è il Gender Pay Gap, che nel nostro Paese è in leggero miglioramento ma a costo di un forte divario occupazionale tra le donne con figli in età scolare e donne senza figli (come se, per fare carriera e guadagnare come un uomo si dovesse rinunciare ai figli data la inconcialibilità tra lavoro e vita famigliare).
Infine anche il tasso di occupazione femminile in Italia è ancora molto basso, assestandosi al 50,1% con divari territoriali molto marcati (60,4% al Nord, 33,2% nel Mezzogiorno).

Credits photo: it.depositphotos.com