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Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

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30/09/2020

Ai ventenni di oggi interessano lavoro e ambiente. Lavoro nel senso di libertà e flessibilità, oltre che opportunità di crescere e imparare, e ambiente nel senso di azioni concrete che ciascuno può fare ogni giorno per tutelare il nostro pianeta. È il ritratto, neanche troppo sorprendente, della Generazione Z, che emerge da una indagine condotta da McDonald’s (che di ventenni se ne intende, visto che sono 1/3 della sua clientela) e Annalect. La cosa che invece sorprenderà i loro padri, Generazione X o Boomers che siano, è che lo stipendio non è al primo posto tra le priorità nella ricerca di un impiego. Un dato di cui devono tener conto i recruiter nel momento in cui cercano di attirare talenti per la propria azienda.
Ma cosa desiderano e cercano davvero i ventenni di oggi? Prima di tutto il lavoro (86% degli intervistati), poi la tutela dell’ambiente (84%) parità di genere (74%) e inclusione/accettazione delle diversità (71%). Solo il 32% invece desidera l’indipendenza economica. E solo 1 su 4 avere una famiglia felice (28%) e viaggiare (25%).
E riguardo al lavoro quali sono le priorità della Generazione Z? Possibilità di crescita personale e professionale (83%), work-life balance (80%) possibilità di esprimere sé stessi e la propria identità (75%). Lo stipendio, nel senso di ottimo stipendio, interessa sì, ma con il 75% degli intervistati solo a 3 su 4.
Relativamente all’ambiente infine, secondo caposaldo della generazione dei ventenni, l’83% è attento alla raccolta differenziata, il 51% all’acquisto di prodotti riciclati, e il 50% evita il più possibile la plastica monouso, anche a costo di rinunciare al prodotto di un marchio non attento al tema ambientale (45%).

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25/09/2020

Matite che segnano la pagina, matite che non scrivono, matite a cui si rompono le punte: scegliere la matita adatta all’uso quotidiano che se ne deve fare non è così semplice come potrebbe sembrare. E allora ecco una piccola guida per aiutare l’acquisto di matite in legno e portamine con la giusta gradazione, durezza e tatto.

Intanto occorre sapere che gradazione e durezza della mina sono indicate da una lettera o da un numero inciso sulla matita o segnalato sul portamine, e sono queste lettere e questi numeri a determinare le differenze nel tratto. Tratto che per una matita standard può essere lungo anche 56km (o una quantità media di 45mila parole, virgola più, virgola meno).

Le due scale di gradazione delle matite sono quella britannica, in lettere, e quella americana in numeri. Tuttavia fu un francese, Nicolas-Jacques Conté, a inventare la scala di gradazione e a formalizzarla (oltre che a fondare l’omonimo marchio di matite e pastelli). Conté usava i numeri ripresi dagli americani, che per questioni di brevetto si moltiplicarono in una serie di frazionamenti tutti però equivalenti (4/8 e 5/10 son sempre 2).

La scala numerica americana è approssimativamente equivalente a quella inglese, che parte dalle lettere H (hard, duro) e B (black, nero) per trovare gradazioni intermedie e ulteriori: HHH è una matita particolarmente dura, BBB particolarmente morbida, HB è una via di mezzo simile alla F, che sta per fine point, punto giusto, durezza ideale.

Quindi per scegliere la matita giusta per le proprie necessità di scrittura, bisogna partire dall’uso che se ne fa e dal modo in cui le si utilizza: se si calca molto e si ha un tratto pesante, sarà meglio prendere una matita con diametro 0.9 e morbida; se si scrivono appunti veloci o schizzi a disegno, meglio una punta sottile e dura; per schizzi veloci e sfumati sono ideali quelle con punta morbida e tratto più scuro, mentre per disegni di precisione quelle con punta dura e tratto più chiaro.

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23/09/2020

Per lo Smart Working, dal 15 ottobre le cose cambiano. O almeno dovrebbero cambiare se varrà confermata la fine dello stato di emergenza per il Coronavirus. La storia la conosciamo: di colpo, con il lockdown di marzo, le aziende e i lavoratori si sono ritrovati costretti a lavorare da casa, in modalità smart, agile o semplicemente da remoto che fosse. Sono stati giorni convulsi, con regole e leggi per lo smart woking semplificato che hanno dovuto rincorrere l’emergenza. Ma quella che abbiamo vissuto non è la normalità dello smart working, che non può essere imposto ma, come previsto dalla legge 81/2017, deve prevedere anche degli accordi individuali tra azienda e lavoratore. E così, quello che doveva essere un percorso di nuove flessibilità e modalità organizzative, al fine di conciliare esigenze produttive e personali, è diventato obbligo finalizzato alla tutela della salute delle persone e a garanzia della continuità aziendale.

Ma se, a meno di deroghe, lo stato di emergenza decadrà il 15 ottobre, allora aziende e lavoratori torneranno in uno stato di cose normale e le attivazioni dello smart working nel settore privato dovranno prevedere un accordo firmato dal singolo lavoratore che stabilisce le modalità operative del lavoro fuori dagli spazi aziendali, gli strumenti che si possono utilizzare, i tempi di riposo e quelli del cosiddetto diritto alla disconnessione. Oltre a una serie di obblighi da parte delle aziende nelle comunicazioni a Inail e Ministero del Lavoro.

C’è poi il tema del diritto allo smart working per i lavoratori genitori con almeno 1 figlio minore di 14 anni, a condizione che in famiglia non ci siano genitori non lavoratori o genitori che ricevono sostegno al reddito a causa della cessazione della propria attività.

Insomma, se dal 15 ottobre il Governo decreterà finito lo stato di emergenza lo smart working tornerà a essere una opportunità per conciliare l’equilibrio tra lavoro e vita personale e una opportunità per le aziende di riorganizzare le proprie attività all’insegna del miglioramento della produttività e della riduzione dei costi di gestione aziendali.

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18/09/2020

Se c’è un prodotto da ufficio che è usato ogni giorno da milioni di persone in ogni angolo di mondo sono i Post-it. Anzi, i Post-it sono tra i 5 prodotti per ufficio più venduti in tutto il mondo, ma quello che forse non tutti sanno è che la loro invenzione è avvenuta per caso. Sì, per caso se non proprio per errore, ed è solo grazie a una serie di coincidenze fortuite che oggi i blocchetti adesivi di carta colorata si trovano praticamente su ogni scrivania.

Il loro inventore, Spencer Silver, dipendente della 3M, stava in realtà cercando di creare un adesivo super forte da utilizzare nell’industria aeronautica quando invece si trovò tra le mani questa colla debolissima, che però aveva un paio di aspetti davvero vantaggiosi: il primo è che, una volta attaccato alla superficie, può essere rimosso senza lasciare residui; il secondo è che l’adesivo poteva essere riutilizzato, ovvero attaccato e staccato più volte come accade ancora oggi ogni giorno.

Ma alla 3M non si resero affatto conto di avere tra le mani un prodotto in grado di fare il botto di vendite. Anzi, il management lo considerò un errore di percorso e i Post-it (o ciò che erano al tempo) rimasero parcheggiati per almeno 5 anni: solo nel 1973 un nuovo manager di laboratorio cercò di tirarne fuori un vero e proprio prodotto, che divenne tale solo quando un altro dipendente della 3M che cantava nel coro di una chiesa e aveva il problema dei segnalibri che cadevano continuamente dagli spartiti non intuì che quell’adesivo poteva fare al caso suo.

Ma – perché c’è sempre un ma in ogni storia interessante – ancora una volta non tutti capirono le potenzialità del prodotto. E infatti il primo test di vendita e marketing fu un mezzo fiasco, e i Post-it finirono parcheggiati un’altra volta per altri 4 anni finché non venne organizzata una primitiva campagna di guerrilla marketing che ebbe un successo incredibile e convinse finalmente il management della 3M a mettere in piedi le linee di produzione per invadere il mercato degli ormai ben noti fogliettini gialli adesivi.

E a questo proposito, anche il fatto che il colore originale sia il giallo è dovuto al puro caso: quando infatti Spencer Silver e gli altri che lavoravano all’adesivo ebbero bisogno di carta per fare i loro test, nel magazzino ce n’era solo di colore giallo, e così rimase che i primi, originali Post-it furono di colore giallo. Oggi in vendita ce ne sono di quasi ogni colore, forma e funzione, come dimostra l’opera d’arte di R.B. Kitaj fatta di Post-it che nel 2000 è stata venduta alla cifra di 1000 dollari o l’ufficio trasformato in un livello di Super Mario con 6223 fogliettini colorati.

Ma soprattutto, se volete scoprire come usare davvero i Post-It, trovate tutto spiegato qui.

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08/09/2020

Per i positivi asintomatici niente smart working. Cioè, se risulti positivo al tampone per il Coronavirus devi stare a casa in quarantena ma, anche se asintomatico, non puoi lavorare. La norma è contenuta nel DPCM del 7 agosto 2020, rinnovata nel DPCM del 7 settembre, e ribadisce quanto già previsto dai decreti Cura Italia e Rilancio e previsto anche dal chiarimento dell’INPS 2584 del 24 giugno: per gli asintomatici positivi è vietato lavorare anche da casa, anche in modalità smart working.
Un tema che tocca già oggi migliaia di lavoratori e che, se davvero arrivasse la seconda ondata che molti prevedono per l’autunno, potrebbe riguardare decine di migliaia di persone apparentemente sane, senza sintomi, in grado potenzialmente di lavorare da casa e però impossibilitate per legge.
Un tema che riguarda ovviamente anche numerose aziende, che si sono rivolte a studi legali e consulenti del lavoro per capire se gli asintomatici potessero (o dovessero) lavorare da casa. E lo stesso “divieto” di lavorare da casa in modalità da remoto riguarda per legge anche chi rientra dai Paesi per i quali è previsto l’isolamento fiduciario in attesa del tampone. Cioè: torni da Spagna, Grecia o da qualunque altro Paese per il quale è previsto il tampone, e finché non lo fai e non hai l’esito negativo rimani in isolamento fiduciario e non puoi lavorare. Nemmeno da casa. Perché anche questo isolamento è equiparato alla malattia.
Quanti sono gli asintomatici positivi che si ritrovano in questa situazione? Secondo i dati dell’ISS il 65% di quanti risultano positivi al tampone. E per il mese di agosto parliamo di oltre 21 mila positivi, quindi circa 10mila lavoratori, considerando che i tamponi hanno riguardato per il 75% persone in età da lavoro.

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04/09/2020

1 italiano su 2 teme che al lavoro non si rispettino le regole contro il Coronavirus: è la fotografia istantanea che emerge dal programma Workforce Confidence Index di Linkedin. IL WCI punta a raccogliere e raggruppare le preoccupazioni principali dei professionisti italiani durante la pandemia e le aspettative rispetto al dopo pandemia. E l’indagine quantitativa svolta tra il 13 e 26 luglio 2020 su un campione di 1000 professionisti tra i membri italiani restituisce una fotografia in bianco e nero.
Tre sono gli argomenti sondati dal Workforce Confidence Index di Linkedin: il ritorno in ufficio, la situazione finanziaria in termini di risparmi e reddito personale nel prossimo semestre e le prospettive di carriera. E se i professionisti italiani sono moderatamente fiduciosi in merito all’ottenere una nuova occupazione o mantenere quella attuale, ben diverso è il sentiment riguardo alle misure di sicurezza contro il Coronavirus al ritorno in ufficio o comunque a una modalità di lavoro non esclusivamente smart.

“Il Workforce Confidence Index è un’istantanea basata su un’indagine che coinvolge i membri di LinkedIn in tutta Italia, ai quali viene chiesto di condividere i loro sentimenti riguardo a lavoro, carriera e risorse finanziarie” afferma Marco Valsecchi – editor di LinkedIn – e continua “Sulla base dei risultati, possiamo osservare ancora una certa preoccupazione riguardo al rientro in ufficio, in quanto i professionisti temono che i loro colleghi non seguano le misure di sicurezza e le linee guida in vigore al loro ritorno. Inoltre, sulla base di questi risultati, notiamo che i professionisti italiani sono ancora moderatamente fiduciosi nella loro capacità di ottenere o mantenere un lavoro”.

Il 51% dei lavoratori italiani teme infatti che colleghi e clienti non rispettino rigorosamente le giuste misure di sicurezza e prevenzione del contagio, mentre il 26% prevede di dover attingere ai risparmi personali nei prossimi sei mesi. Durante lo stesso arco temporale, invece, circa 1 persona su 5 – il 19% degli intervistati – sostiene di andare incontro a una riduzione del reddito personale.