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04/08/2020

Che il ritorno a scuola, in aula, ci sarà, l’hanno promesso tutti: il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, la ministra dell’istruzione Lucia Azzolina. Quello che ancora non si è capito, che le famiglie e i genitori non hanno capito, è come sarà il ritorno a scuola. Cosa succederà il 14 settembre? Al netto di studi nuovi o vecchi sulla diffusione del Coronavirus tra i bambini e i giovani, Antonello Giannelli, presidente dell’associazione nazionale presidi, dal Sole 24 Ore ha chiesto un «documento snello e prescrittivo sugli aspetti meramente sanitari», ma poi c’è l’autonomia scolastica, e molti presidi e dirigenti scolastici si sono già mossi, emanando circolari e informative alle famiglie con le prime, probabili e presumibili linee guida. Che riguardano la vita in aula ma anche fuori dalle aule, l’ingresso e l’uscita da scuola, i momenti che un tempo erano di condivisione – mensa, palestre, laboratori – e ciò che avviene anche prima dell’ingresso a scuola. E alcune cose si possono già prevedere.

1. Ingressi scaglionati

È il primo, prevedibile provvedimento per evitare gli assembramenti e gli affollamenti. Quell’aria di festa ma anche trafelata tipica di ogni ingresso di ogni scuola del mondo potrebbe diventare un ricordo: ingressi rigidamente scaglionati, ingressi separati laddove possibile, magari qualcuno a misurare la temperatura corporea (ma i sindacati dei collaboratori scolastici nicchiano e lo stesso CTS lo sconsiglia).

2. Distanza di 1 metro da bocca a bocca

Questa è l’indicazione per il tempo in aula e da qui è nato tutto il dibattito sui banchi monoposto, con le rotelle. Ma non è detto che i “banchi rotanti” basteranno, perché ci sono aule che consentono il distanziamento sociale anche con i banchi tradizionali e aule che non lo consentono nemmeno con i banchi ergonomici. E allora il dirigente scolastico potrebbe optare per i turni: difficile alla primaria, possibile alle medie, probabile alle superiori. L’alternativa? La DAD, didattica a distanza, che però con il ritorno a una pseudo normalità anche dei genitori in pochi vogliono.

3. Mascherina?

Sì, no, vediamo. Sì in ogni spazio comune e ogni momento “collettivo” (come l’ingresso e l’uscita, gli spostamenti dalle aule e così via); no in aula, al proprio posto, durante la didattica. Però il CTS ha detto “vediamo a fine agosto” e già molte scuole si sono premurate di comunicare che la mascherina bisognerà averla, e averne anche una di scorta.

4. Prof, posso andare in bagno?

Sarà una delle domande più temute dai docenti. Perché in bagno si potrà andare uno per volta (ma chi controlla?), perché bisognerà tenere la mascherina (ma chi controlla?), perché le finestre dovranno rimanere aperte per il ricircolo dell’aria (ma chi controlla?) e perché in teoria dovrebbero esserci bagni separati per chi viene dall’esterno (per esempio i genitori per i colloqui). Insomma, andare in bagno più che una scusa potrebbe essere un bel problema.

5. Igiene il più possibile

Dispenser, liquidi igienizzanti, gel sanificante, saponi e tutto quello che significa igiene e sicurezza: dovranno essere ovunque, nei bagni, nei corridoi, in aula, in mensa, in palestra, negli uffici amministrativi. L’igiene, insieme al distanziamento e alla protezione delle vie respiratorie, sembra essere una delle poche cose che funzionano per contenere il COVID-19.

6. E l’intervallo?

Potrebbe trasformarsi in una specie di “ora d’aria”, altro che nascondino, giochi con la palla, ce l’hai e altro. Permanendo la necessità di distanziamento sociale, di separazione dei gruppi e il divieto di assembramento, ciò che è plausibile è che l’intervallo diventi una passeggiata all’aperto mantenendo le distanze e indossando le mascherine. E sperando ovviamente nel bel tempo il più possibile.

7. E la mensa?

Altro problema enorme che dovranno affrontare le scuole (dopo che l’han già affrontato le aziende). C’è chi ha già detto che non sarà garantita, chi pensa a dilatare l’orario (ma rimane il problema di pulire e igienizzare i tavoli oltre a quello del cibo che si raffredda), e chi farà mangiare gli alunni in aula, con la distribuzione di lunch box. Di sicuro anche l’allegria confusionaria di ogni mensa scolastica che si rispetti sarà un lontano ricordo.

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31/07/2020

I bambini possono tornare a scuola? È la domanda che si fanno tutti, ma proprio tutti, i genitori. E se normalmente agosto era già periodo per pensare al back to school, con la corsa agli acquisti di ciò che serve per tornare in classe, in questo 2020 c’è una preoccupazione in più, quella legata al Coronavirus. Ma dopo i lunghi mesi di lockdown e didattica a distanza sembra che finalmente i ragazzi potranno tornare a scuola, nel senso di tornare in aula. E a dire che si può fare è una ricerca condotta da Science, tra le più autorevoli pubblicazioni scientifiche al mondo, che dice chiaramente che “i benefici della frequenza scolastica sembrano superare i rischi, almeno dove i tassi di infezione della comunità sono bassi”. Ora, in questo tragico frangente della pandemia da COVID-19 ogni Paese ha fatto i conti con la propria situazione: c’è chi ha chiuso tutto e subito come noi, c’è chi non ha mai chiuso – a Svezia per esempio – e chi ha chiuso e poi riaperto. Ed è proprio su quest’ultimi che si sono concentrati gli scienziati di Science, in particolare studiando le riaperture di Sud Africa, Finlandia e Israele. Il risultato? Che “con alcune modifiche alla routine quotidiana e nonostante qualche inevitabile focolaio” (parole di Otto Helve, specialista in malattie infettive pediatriche dell’Istituto finlandese per la salute e il benessere) “tutti quelli che hanno riaperto hanno potuto constatare che i benefici sono molto maggiori dei rischi”.

Ma quali sono i punti a favore della riapertura nella ricerca di Science?

1. I minori hanno una possibilità di contagio estremamente bassa (tra 1/3 e la metà rispetto agli adulti) e i bambini piccoli, di elementari e asili, anche meno.

2. I bambini di età inferiore ai 10 anni sembrano non essere contagiosi, né nei confronti dei loro pari età né nei confronti degli adulti con cui venissero in contatto

3. Diverso il caso degli studenti medi e superiori che – come spiega Arnaud Fontanet, epidemiologo dell’Istituto Pasteur – pur avendo sintomi lievi sono comunque contagiosi.

4. I bambini quindi possono tornare in aula e a giocare assieme, purché non ci siano aule troppo affollate. Si raccomanda inoltre di favorire i momenti di lezione e attività all’aperto.

5. Le mascherine, soprattutto nel caso di lezioni in aula e aule affollate, rimangono un efficace barriera per il contenimento del contagio, come sottolineato da Susan Coffin, medico di malattie infettive all’ospedale pediatrico di Filadelfia.

6. Laddove è stata attuata, la riapertura delle scuole non ha rappresentato un incremento dei casi nelle comunità di riferimento. Secondo i dati degli epidemiologi della London School of Hygiene &Tropical Medicine in Danimarca, Olanda, Finlandia, Belgio e Austria alla riapertura delle scuole non ci sono stati incrementi di nuovi casi e anzi, in molte situazioni il trend ha continuato la sua discesa.

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28/07/2020

Lo smart working potrebbe essere un problema per la sicurezza informatica. E un ’bout c’era da aspettarselo, visto che dall’oggi al domani siamo rimasti tutti a casa e ci siamo dovuti arrangiare in qualche modo per poter continuare a lavorare. Nel frattempo ci siamo preoccupati di tante cose, in primis ovviamente di stare alla larga dal COVID-19 ma anche di riuscire a conciliare lavoro e vita famigliare, gestire gli spazi di casa, gestire i tempi del lavoro, riuscire a essere comunque produttivi e riuscire comunque a mantenere i contatti professionali. Ma ora che il picco dell’emergenza sembra essere passato e che si cominciano a fare i conti con quel ricorso massiccio e repentino allo smart working, ci si accorge anche che la pandemia sanitaria potrebbe diventare anche una pandemia di sicurezza digitale: secondo una ricerca di Check Point Software Technologies, fornitore di soluzioni di cybersecurity a livello globale, e Dimensional Research, il 95% delle aziende al mondo ha sperimentato problemi di sicurezza digitale legati allo smart working. Cioè praticamente tutte le aziende.
Del resto il Coronavirus ha colto tutti impreparati, anche aziende e lavoratori costretti allo smart working, e la maggior parte delle aziende si è trovata a dover creare da zero e di fretta i sistemi per il lavoro da remoto, dal cloud alle VPN e fino ai sistemi di videoconferenza. E comunque, anche qualora tutto ciò sia stato fatto a regola d’arte, chi è stato costretto a rimanere a casa dalla sera alla mattina ha dovuto far ricorso ai propri dispositivi personali, dai computer agli smartphone, e non c’è bisogno di una indagine per sapere che non sempre sono protetti, dall’ultimo aggiornamento ai sistemi anti-Virus o anti-malware.
Siti di phishing, spam e ogni altro sistema per intrufolarsi nelle reti aziendali è stato messo in campo dagli hacker, anche creando siti Internet istantanei legati al Coronavirus o ai bonus del Governo. La raccomandazione è sempre quella di prestare estrema attenzione alla sicurezza e attendibilità dei siti che si visitano e dei messaggi che si ricevono, ma è indubbio che le aziende dovranno rapidamente dotarsi di sistemi di sicurezza digitale tali da garantire lo smart working anche nei mesi a venire.

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24/07/2020

L’abbiamo sentito dire tutti, e lo abbiamo detto tutti: “Lavoro da casa e son più stanco di prima”. Be’, c’è una verità scientifica dietro a questa affermazione, e cioè che lavorare da remoto stanca di più il cervello. Lo dice il primo Work Trend Index di Microsoft, l’indagine fatta per analizzare come lo smart working stia cambiando la produttività e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri: la survey su 2000 lavoratori ha sommato sia interviste individuali e focus group che studi sul cervello attraverso l’analisi delle onde cerebrali. E lo studio sulle onde cerebrali ha dimostrato che lavorare da remoto è mentalmente più stressante e faticoso che farlo in presenza.

Certo ci sono anche i vantaggi, che abbiamo visto qui, ma ore e ore, e giorni e giorni, di riunioni da remoto, senza interazione fisica, generano fatica. Una fatica specifica, con dei marcatori cerebrali ben precisi. Per esempio: durante una video-riunione i marker della fatica compaiono dopo 30 o 40 minuti, ben prima che durante una riunione in presenza. E se le riunioni si susseguono una via l’altra, dopo un paio d’ore, quindi in pratica a metà mattina, ecco comparire i primi sintomi dello stress. Del resto video-meeting e lavoro da remoto costringono a focalizzarsi interamente e intensamente solo su una cosa: lo schermo del computer. E mancano invece tutti gli altri segnali paraverbali che invece aiutano a capire meglio, di più e più facilmente il senso della conversazione.

Il lockdown da Coronavirus ci ha colto impreparati, e non poteva essere diversamente, e siamo passati da un giorno all’altro dalla vita tradizionale da ufficio, con i suoi pro e contro conosciuti, allo smart working esclusivo, con i suoi pro e contro da scoprire. Molti hanno apprezzato le potenzialità di work-life balance di questa modalità di lavoro agile, i risparmi di tempo e denaro legati al pendolarismo casa-lavoro sono indubbi, ma ora c’è da mettere sul piatto della bilancia anche gli altri aspetti, compresa la maggior fatica mentale che fare tutto tramite lo schermo di un computer comporta.

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21/07/2020

Chiunque ha maneggiato nella sua vita una gomma per cancellare: di sicuro alle scuole elementari, dove ancora oggi è dotazione obbligatoria di ogni studente, e poi ancora nel resto della vita scolastica, dove le materie che implicano il disegno ne prevedono l’uso, e forse anche nel corso della vita professionale, visto che le matite e portamine rimangono uno strumento diffusissimo per annotare velocemente appunti su block notes e documenti stampanti.

E proprio come altri oggetti di uso quotidiano (per esempio i Post-It, i temperamatite, la penna Bic, i fermagli o la colla stick), anche la gomma per cancellare ha una storia curiosa da raccontare. Scrivere si è sempre scritto, ma mentre nell’antichità cancellare era un’operazione complessa (geroglifici e iscrizioni sulla pietra venivano raschiati con uno scalpello, e così le scritte sui papiri e sulla cera e anche quelle sulla carta) è solo con l’invenzione della matita intorno al 1500 che si pose il problema di cancellare i tratti di grafite.

Benché il caucciù fosse stato portato in Europa già da Cristoforo Colombo, per quasi due secoli dall’invenzione della matita, per cancellare le scritte lasciate dalla grafite si utilizzò la mollica del pane o la cera. Fu solo nel 1770 che un chimico inglese – Joseph Priestley – scoprì per caso che il caucciù aveva il potere di ‘raschiare’ docilmente i tratti di matita dalla carta.

Già, perché cancellare le scritte, di una matita ma anche di una penna (il processo di vulcanizzazione fu scoperto nel 1839, permettendo di rendere la gomma ancora più resistente), significa sostanzialmente raschiare docilmente lo strato superiore della carta, asportando il segno grafico insieme a un po’ di cellulosa.

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13/07/2020

La metà di chi va in ferie torna peggio di prima. Cioè più stanco, più stressato, spesso anche (più) malato. Assurdo? Sì, se non fosse che non è una questione di chiacchiere da bar ma il risultato di una ricerca pubblicata dal National Center for Biotechnology Information da cui risulta che il 40% dei lavoratori intervistati torna dalle vacanze peggio di come ci era andato. Non che in vacanza non siano stati bene, anzi: quasi la totalità dice di essersi sentito meglio, dal punto di vista fisico e mentale, rispetto a quando era a casa e al lavoro (e su questo non ci dovrebbero essere dubbi). Il problema è il ritorno alla “normalità” e la causa starebbe nel cosa si fa durante le vacanze. Cioè, la tesi degli studiosi americani, è che una vacanza totalmente passiva, senza attività stimolanti per il corpo o per la mente, sarebbe l’anticamera dell’insoddisfazione e degli acciacchi.

Come fare allora per godere di una vacanza davvero gratificante e tale da profondere i propri benefici effetti anche al ritorno e per almeno qualche settimana?

Come prima cosa pianificare bene tutto ciò che potrebbe essere stressante: l’orario della partenza in auto o del volo aereo, gli spostamenti eventuali da aeroporti o stazioni, i giorni, gli orari e la tipologia di escursioni o esperienze prenotate. Più si riduce l’incertezza e più diminuisce lo stress.

Secondo: dimenticare l’elettronica. Sì ok, tutti vogliamo postare sui social foto delle vacanze, ma poi dal postare si passa al guardare compulsivamente le bacheche degli altri (e il confronto è inevitabile) e infine si aprono anche le notifiche di lavoro. Vacanza significa staccare mentalmente, oltre che fisicamente, dal lavoro. E siccome ormai smartphone e computer sono diventati gli strumenti principe del lavoro, chiuderli e spegnerli è il modo migliore per stare alla larga dall’onda lunga dello stress professionale.

Terzo: gestire i tempi. Ok, se non potete proprio staccare completamente, datevi delle regole per gestire i tempi. La mail si controlla 1 volta al giorno, per un tempo limitato e stabilito: 30′ al mattino? Ok, ma con il cronometro sottomano e non 1′ di più.

Quarto: cambiare abitudini. Vacanza significa vuoto, ed è un vuoto da riempire con qualcosa di nuovo, diverso e inconsueto. Dormire fino a mezzogiorno? Alzarsi prima dell’alba per una corsa o un giro in bici? Mangiare sempre all’aperto? Non cucinare mai? Qualunque sia il desiderio di fare cose diverse dal solito, è bene farle, spezzando la routine e cambiando le abitudini. Cambiare posto mantenendo le stesse abitudini non è proprio una vacanza.

Quinto: oziare. va bene spassarsela, va bene fare esperienze nuove e diverse, ma c’è anche l’ozio, quel lusso che normalmente facciamo fatica a concederci. Stare senza fare nulla, e senza sensi di colpa, è un potente rigeneratore del corpo e della mente. Non tutta la vacanza così, ma qualche mezza giornata di puro ozio vale quanto una botta di adrenalina. Ed è comunque un modo di spassarsela.

Sesto: riservate un giorno tra quando tornate dalle vacanze e quando ricominciate a lavorare. Scendere dall’aereo la domenica sera e presentarsi in ufficio il lunedì mattina sarà anche da eroi moderni ma è una botta esagerata. Un giorno off in mezzo, per resettare la mente, dal punto di vista psicologico vale quanto se non più di un giorno di vacanza.