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Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

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15/06/2021

È probabilmente la colla più famosa al mondo, e sicuramente è la colla che chiunque, in Italia, ha usato almeno una volta nella sua vita, non fosse altro che dagli anni Settanta è stata presente nella dotazione di qualunque alunno delle scuole italiane. Ma il Vinavil è soprattutto un prodotto che, fin dalla sua prima pubblicità che diceva che con quella colla si potevano aggiustare il cavallino a dondolo e il cane di stoffa, racconta la storia del nostro Paese e la sua evoluzione dal Dopoguerra a oggi.

Fino alla Seconda Guerra Mondiale per ogni esigenza di incollaggio si usava l’acetato di cellulosa, la cui produzione praticamente cessò quando, nello stabilimento della Società elettrochimica del Toce di Villadossola, nell’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola, venne inventato il Vinavil (acronimo di acronimo di Vinilacetato Villadossola) Rhodiatoce. A inventarla un chimico italiano, Carlo Oddone, spentosi a fine giugno 2018 all’età di 93 anni: dopo aver fatto l’insegnante era stato assunto dall’azienda chimica dove appunto sviluppò quella che tutti abbiamo chiamato colla bianca, usata su praticamente ogni materiale e amatissima non solo a scuola ma anche da artigiani come i falegnami. Lasciata la Società elettrochimica del Toce, Oddone passò alla Edilcoloranti di Borgosesia dove diete vita a un altro marchio molto noto del made in Italy, il colorificio Univer.

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14/06/2021

Altro che work-life balance da smart-working: con la pandemia è crollato il benessere psicofisico dei dipendenti italiani e a farla da padroni sono ansia, stress, aumento di peso e burnout. Sono i dati che ermegono dall’indagine Global Wellness Day che certifica anche un calo dell’attività fisica, l’incertezza verso il futuro e l’ansia per le prospettive di salute.
Forse la graduale ripartenza ci riporterà a un minimo di socialità, tanto con i colleghi quanto con famigliari e amici, ma per il momento a pesare sono ancora gli effetti psicofisici della pandemia. Da una recente ricerca di Mental Health Index è infatti emerso come i dipendenti di età compresa tra i 40 e i 59 anni abbiano sofferto di un declino cognitivo negli ultimi mesi con un aumento di casi di stress post-traumatico del 51% rispetto a gennaio. E ancora, l’ansia generale è diventata dell’86% più alta rispetto al pre-pandemia mescolando sensazioni di paura (12%) e panico (9%). Una nitida fotografia delle tematiche legate alla fase della ripartenza arriva da una ricerca condotta da Sodexo in partnership con Harris Interactive su quasi 5mila dipendenti in 8 nazioni, tra cui l’Italia: basti pensare che il 37% dei dipendenti non ha fatto nulla per migliorare la propria salute mentale e il 75% ha ammesso che questi problemi hanno influenzato negativamente la produttività.
E ancora, l’81% ha dichiarato che dovrebbe essere responsabilità dell’azienda farsi carico di soluzioni per migliorare il benessere psicofisico: i più desiderati dai dipendenti sono la possibilità di pranzare coi colleghi (59%), i programmi di benessere (59%), i welfare benefit (57%), i progetti di supporto mentale (55%) e lo smart working (55%).

Ma qual è la situazione per i lavoratori nel Bel Paese? Lo scenario negativo purtroppo ha riguardato in prima persona anche numerosi dipendenti italiani. Dall’indagine condotta da Sodexo in partnership con Harris Interactive su un campione nazionale di oltre 600 dipendenti italiani, è infatti emerso come il 71% abbia ammesso di aver provato un senso di incertezza generale verso il futuro e addirittura il 76% di aver trascurato la propria salute fisica, compiendo meno esercizi rispetto all’inizio della pandemia. Ma non è tutto, perché l’85% ha dichiarato che la propria condizione di stress psico-fisico abbia avuto un concreto impatto sulla produttività lavorativa e il 79% ritiene che sia responsabilità dell’azienda provvedere alla salute mentale dei dipendenti.

Ecco, infine, le 10 cause di malessere psicofisico riscontrate dai dipendenti italiani emerse da un’indagine condotta da Sodexo con Harris Interactive su un campione di oltre 600 lavoratori italiani:

1. Il 76% ha ammesso di compiere meno esercizi per migliorare la propria forma fisica

2. Il 71% ha provato un senso di incertezza generale verso il futuro

3. Il 49% è stato ansioso nei confronti della propria salute e di quella dei familiari

4. Il 46% è ansioso nei confronti della pandemia in generale

5. Il 46% ha provato ansia per la sicurezza personale sul posto di lavoro

6. Il 40% ha ammesso di aver mangiato in maniera poco salutare

7. Il 37% è stato ansioso del proprio lavoro quotidiano

8. Il 25% ha fumato più sigarette del normale

9. Il 12% ha consumato più alcool rispetto all’inizio della pandemia

10. L’8% ha utilizzato più prescrizioni mediche del dovuto

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08/06/2021

“Hai fatto il vaccino?” è la domanda più ricorrente di questo periodo. Tra amici, parenti, conoscenti ci si chiede se si è già stati vaccinati, se si è fatta la prenotazione, se si ha intenzione di vaccinarsi e, non ultimo, quale vaccino si ha avuto e se ci sono state conseguenze. Be’, tutto questo è possibile finché non si varca la porta del proprio posto di lavoro, dove la domanda “Hai fatto il vaccino?” è off-limits. A dirlo è il Garante della Privacy che già a febbraio ha pubblicato sul proprio sito le linee guida su un tema che è senza dubbio spinoso.

Dal punto di vista del rispetto della privacy la questione è molto semplice: i dati sanitari sono categorie particolari di dati personali che vanno sempre tutelate in tema di privacy. E il legislatore europeo su questo non deroga nemmeno nelle condizioni dell’attuale pandemia per la quale, secondo altri, lo stato di vaccinazione non è un fatto privato ma incide sulle possibilità di diffondere il virus ad altre persone.

Dalla posizione del legislatore europeo e del Garante della Privacy discendono alcune conseguenze che riguardano la vita lavorativa e professionale delle persone. Per esempio che il datore di lavoro non può chiedere informazioni ai propri dipendenti circa lo stato vaccinale, né in modo informale né in modo formale (per esempio chiedendo copia della documentazione di avvenuta vaccinazione). Secondo il Garante questo vale anche per il Green Pass, che servirà per le vacanze ma anche per le trasferte di lavoro, e non è possibile nemmeno con il consenso del lavoratore:
«Il datore di lavoro non può considerare lecito il trattamento dei dati relativi alla vaccinazione sulla base del consenso dei dipendenti, non potendo il consenso costituire in tal caso una valida condizione di liceità in ragione dello squilibrio del rapporto tra titolare e interessato nel contesto lavorativo».
Il datore di lavoro inoltre non può nemmeno richiedere informazioni sullo stato vaccinale dei propri dipendenti al medico competente, il quale eventualmente li può trattare solo per la verifica dell’idoneità alla mansione lavorativa, e questo vale anche relativamente all’accesso ai luoghi di lavoro. Cioè, il datore non può chiedere al lavoratore se è stato vaccinato, ma casomai sarà il medico competente a stabilire se, vaccino o meno, il lavoratore è idoneo alla mansione o meno, senza “svelare” se è stato vaccinato o no.

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03/06/2021

Basta guardarsi in giro: ce ne sono talmente tanti, in ogni ufficio, che si danno per scontati. Eppure i fermagli, o graffette che dir si voglia, hanno alle loro spalle una storia curiosa e anche un po’ leggendaria. Certo, la loro origine è ovviamente incerta, come quella di molti oggetti d’uso comune, eppure il primo brevetto della loro invenzione si fa risalire all’inventore norvegese Johan Vaaler.

In effetti ne esisteva anche uno precedente, registrato dalla britannica Gem Manufacturing Company Ltd, ma dalla fine della Seconda guerra mondiale si tramanda ormai la storia che a inventare i fermagli sia stato proprio Vaaler: questo perché durante l’occupazione nazista della Norvegia i cittadini di quel paese cominciarono a indossare le graffette sui loro abiti, a segnalare ovviamente il fatto che la popolazione era unita contro l’invasore.

In onore di questa storia nel 1989, nel giardino della BI Business School di Oslo è stata addirittura eretta la statua di 7 metri d’altezza raffigurante proprio un fermaglio che si vede in questa immagine (e molte altre se ne trovano in giro in giardini e parchi pubblici del paese nordico).

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01/06/2021

Sull’ora più produttiva per lavorare si sprecano teorie e pareri. È un dato di fatto che esistono gufi e allodole, cioè persone mattiniere e persone notturne, che lavorano meglio rispettivamente all’alba o dopo il tramonto. E gli esempi, anche molto noti, si sprecano: Michelle Obama e Tim Cook, il CEO di Apple, si svegliano anche prima delle 4 del mattino e anche Jeff Bezos tiene le riunioni più importanti solo di mattina presto. Ma se la scienza aveva già decretato che lavorare fino a tardi è controproducente, ora sfata anche il mito che il mattino ha l’oro in bocca.

L’università australiana Monash e quella di Granada hanno studiato per 5 anni centinaia di studenti inglesi impegnati negli esami, suddivisi in 3 orari: 9:00, 13:30 e 16:30. Secondo i dati raccolti dall’Iza Institute of Labor Economics i risultati migliori in termini di rendimento e produttività sarebbero quelli degli esami sostenuti alle 13:30, proprio nel mezzo della “nostra” pausa pranzo.

Però, giustamente, la ricerca sottolinea anche che si tratta di studenti, quindi ragazzi e ragazze giovani, e che bisogna considerare anche altri due aspetti. Il primo è la stagionalità, legata alle ore di luce, che in inverno sono appunto quelle di metà giornata; il secondo è l’età, che più avanza e più tende ad anticipare l’orario in cui si è più produttivi.

C’è poi una piccola postilla da fare circa il rapporto tra produttività e creatività: secondo una ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan le allodole sarebbero più creative la sera, e i gufi al mattino, cioè nell’esatto momento opposto della giornata rispetto ai picchi di produttività.

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28/05/2021

I lavoratori del Sud sono più felici di quelli del Nord: è il risultato della terza analisi dell’Associazione “Ricerca Felicità” sullo stato di felicità e benessere dei lavoratori italiani. La survey, che ha coinvolto 1314 lavoratori attivi, fornisce il primo sistema di misurazioni oggettive in Italia ed ha già indagato il livello di soddisfazione e rassegnazione dei lavoratori italiani.

“Abbiamo voluto approfondire quanto i lavoratori attivi hanno voluto segnalarci attraverso il primo questionario dell’Osservatorio. Sentivamo la necessità di scaglionare ulteriormente i dati dividendoli per genere, generazione e area geografica” afferma Sandro Formica, Vice Presidente e Direttore scientifico dell’Associazione Ricerca Felicità. “Se alcuni dati erano già visibili a occhio nudo, analizzando in maggior dettaglio la significatività statistica, ci siamo sorpresi di alcuni risultati, soprattutto per quanto riguarda le differenze per aree geografiche, dove è emerso un sud più felice sul posto di lavoro ma, di contraltare, un nord-est in sofferenza.”

Alla domanda “Quando mi sveglio per andare a lavorare mi sento felice?” si delinea una forte positività al sud – una concentrazione di risposte con punteggio tra 4 e 6 su una scala da 1 a 6, dove 1 corrisponde a “per niente d’accordo” e 6 a “totalmente d’accordo”- ma una forte negatività al nord-est, dove la maggior parte delle persone ha risposto con una concentrazione di risposte da 1 a 3.
Il sud risponde positivamente anche alle domande “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto?” con il 67.7% della popolazione ponderata, “Sento un forte senso di appartenenza alla mia organizzazione?” con il 68.7% e “I miei meriti vengono riconosciuti?”con il 58.2%. Il nord-est risponde rispettivamente con il 57.0%, 55.5% e 41.0%.

“Quest’analisi ci ha stupito e interrogato perché ha messo in evidenza come la presunta correlazione tra felicità e produttività non sia stabile nelle regioni italiane del Nord-Est. Oggettivamente parlando si tratta di regioni con un alto tasso di produttività, che tuttavia non si sentono pienamente appagati sul lavoro. Sarebbe molto interessante approfondire questo aspetto per comprenderne le ragioni di fondo.” afferma Elga Corricelli, co-founder dell’Associazione Ricerca Felicità. 

Ci sono differenze importanti anche tra i due estremi settentrionali della Penisola, dove il Nord-Est – formato da Triveneto e l’Emilia-Romagna – sembra segnalare un maggior senso di isolamento (34.4%), meno felicità (65.6%) e una maggior sensazione di essere tagliati fuori rispetto (34.4%) al Nord-Ovest – formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia relativamente con il 20.4%, 79.4% e 19.7%.

Complessivamente, dunque, il Nord-Ovest presenta una popolazione attiva che si ritiene felice e per nulla isolata dagli altri, ma non molto gratificata del proprio impiego e delle opportunità che offre, fatta eccezione per il senso di appartenenza all’organizzazione, che invece è ben sentito dai lavoratori (62.6%).
Spostandosi al centro Italia si denota un benessere stabile e una forte coesione sociale, sebbene, anche in questo caso, emerga l’insoddisfazione riguardo l’attività lavorativa. Questo malcontento aumenta volgendo lo sguardo verso le opportunità professionali.

“In linea generale, escludendo le regioni meridionali, non vi è una forte soddisfazione tra i lavoratori: la popolazione attiva del Sud è l’unica a rispondere positivamente anche all’affermazione “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto”. Possiamo quindi affermare che il sud Italia è più felice, più appagato e appassionato alla sua attività lavorativa, nonostante provi un leggero senso di isolamento” afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità. “Non abbiamo risposte certe e non le cercavamo, volevamo avere dei dati oggettivi su cui partire per farci le giuste domande. Il nostro invito alle istituzioni e ad ogni sorta di organizzazione per un confronto costruttivo su cosa si celi dietro alle sensazioni emerse, è sempre valido.” 

La survey ha coinvolto 1314 partecipanti suddivisi in lavoratori dipendenti (72,3%) e liberi professionisti (27,7%), nello specifico 759 uomini e 555 donne, appartenenti a diverse generazioni (Baby Boomers – Generazione X – Millennials – Generazione Z) e dislocati sul territorio nazionale (Nord-Ovest – Nord-Est – Centro – Sud), con l’obiettivo di ottenere una panoramica sullo stato di felicità e soddisfazione lavorativa della popolazione italiana attiva.