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23/10/2020

Con più di 54mila contagi COVID-19 sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio della pandemia, e con l’aumento esponenziale delle positività al SARS-CoV-2 di queste prime settimane di ottobre, ci si torna a chiedere cosa dicono le norme nel caso di contagio da Coronavirus al lavoro. La normativa è chiara: c’è un protocollo, sottoscritto dalle parti sociali e dal governo il 24 aprile 2020, che contiene le indicazioni per contastare la diffusione del contagio da Coronavirus nei luoghi di lavoro. E poi ci sono il decreto Cura Italia e il decreto Liquidità che stabiliscono per i datori di lavoro l’obbligo di tutelare la salute dei lavoratori e le eventuali responsabilità delle aziende nel caso di un contagio avvenuto sul lavoro.

Per il Decreto Cura Italia, il contagio da COVID-19 avvenuto sul lavoro è infortunio sul lavoro, se e solo se “avvenuto in occasione dell’espletamento delle proprie mansioni nell’ambiente lavorativo”. Da questo dipendono 2 conseguenze: la prima è che asintomatici o meno, tutti i positivi da Coronavirus sono in malattia e non possono né devono lavorare, nemmeno in smart working. La seconda è che, a fronte di un mancato rispetto delle norme presenti nei decreti e nel protocollo firmato ad aprile, potrebbe configurarsi una responsabilità penale da parte del datore di lavoro. Conseguenza che aveva già fatto scattare il campanello d’allarme in primavera, che potrebbe concretizzarsi nella fattispecie di reati come quelli di lesioni (articolo 590 codice penale) o addirittura di omicidio colposo (articolo 589). Ma anche una conseguenza difficile da dimostrare, stante la natura del virus, le poche conoscenze sulla sua trasmissione, e i tempi di incubazione lunghi. In pratica, al datore basterebbe dimostrare di aver applicato tutte le norme e prescrizioni previste dai decreti e dal protocollo, e al lavoratore il compito di riuscire a dimostrare di aver contratto il virus proprio al lavoro, escludendo ogni altra situazione di socializzazione. Cosa questa più impossibile che difficile.
Di fatto, a ora, siamo a più di 54mila denunce segnalate all’Inail (il 15% circa di tutte le denunce per infortunio sul lavoro ricevute nel 2020) con 319 segnalazioni di casi mortali, 1/3 di tutti i casi di decessi sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno.

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21/10/2020

La quarantena non è sempre malattia, e in tempi di aumento del contagio da Coronavirus, isolamenti fiduciari, quarantene vere e proprie, difficoltà a fare i tamponi e gli altri esami, è davvero utile sapere se, nei confronti dell’azienda, si è in malattia o altro. E a chiarirlo è proprio l’INPS, con una nota sul proprio portale, in cui spiega che in caso di isolamento non scattano automaticamente le procedure legate alla malattia.
La distinzione, dal punto di vista dell’INPS, dipende da chi ordina la quarantena, o isolamento che sia.
Se la quarantena è imposta da un operatore sanitario – medico di base, ASL o ATS – in presenza di una positività conclamata, allora è ovviamente considerata malattia anche dal punto di vista previdenziale. Analogamente chi è posto in isolamento perché entrato in contatto con un positivo, in attesa di tampone, è da considerarsi in malattia, in quanto sottostante a un provvedimento dell’autorità sanitaria. In questo caso inoltre, sempre dal punto di vista dei rapporti di lavoro e previdenziali, non può lavorare in smart working, benché asintomatico o non malato.
Diverso il caso in cui si attivasse un nuovo lockdown, o un coprifuoco: in questo caso se è un’autorità amministrativa a richiederlo – presidente di regione, sindaco, governo – e ciò impedisse di recarsi e svolgere il proprio lavoro, allora non si può ricorrere alla malattia con l’integrazione da parte di INPS.
C’è poi un caso particolare, cioè quello dei lavoratori che devono recarsi all’estero e fare un periodo di quarantena prima di potersi muovere liberamente: anche questi giorni di quarantena imposta (benché da un’autorità estera) non sono considerati dall’INPS come malattia. perché la tutela per malattia non può che «provenire sempre da un procedimento eseguito dalle preposte autorità sanitarie italiane».

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02/10/2020

Sempre più aziende e realtà professionali prestano attenzione all’impatto ambientale delle proprie attività, e tra i modi di ridurre il consumo di risorse naturali e l’immissione nell’ambiente di sostanze inquinanti c’è sicuramente la scelta di utilizzare, per le attività di stampa, per le fotocopie o per i fax, carta di tipo ecologico.

Tuttavia c’è ancora parecchia confusione sul mercato quando si tratta di identificare chiaramente cosa significa carta ecologica per stampanti e fotocopiatrici e quale sia la differenza tra la carta considerata ecologica e rispettosa dell’ambiente e la carta riciclata.

Per fare chiarezza bisogna partire da una distinzione preliminare: la carta riciclata è ottenuta dal riciclo di materiali cartacei e può essere sbiancata, e quindi di colore bianco puro, oppure no, e quindi di colore più scuro, tendente al marroncino o al grigiastro; la carta ecologica è invece prodotta attraverso l’uso di cellulosa, ottenuta da legno proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council: questa certificazione garantisce che la materia prima usata proviene da foreste dove sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Fatta questa prima grande distinzione, e prima di scegliere la carta più adatta per la stampante, ci sono poi da sfatare alcuni miti duri a morire.

Cominciamo dalla carta riciclata: ormai tutti i produttori di stampanti, fotocopiatrici e dispositivi multifunzione garantiscono che la carta riciclata è perfettamente compatibile con le loro macchine, e che quindi la carta riciclata non inceppa stampanti, fax e altri dispositivi; la carta riciclata è perfettamente equivalente alla carta bianca, quindi non impolvera, non si strappa più facilmente e non emana un odore sgradevole, come invece accadeva nel passato; la carta riciclata non è nemmeno più cara di quella bianca, anzi ormai si può risparmiare sui costi di stampa anche fino al 15% del proprio budget; è vero invece che la carta riciclata, a causa della lignina contenuta in alcuni tipi di carta che si ricicla (per esempio quella dei giornali), tende a ingiallire: si tratta di un processo che impega numerosi anni e che quindi non impatta sulle normali attività quotidiane di stampa e dell’uso di documenti cartacei.

Riguardo alla carta riciclata c’è poi da sottolineare come esistano sul mercato tipi di carta riciclata perfettamente bianca, ottenuti in tre modi: l’aggiunta di fibra di cellulosa vergine, che non può superare il 40% (e che per essere davvero ecologica deve provenire da forese certificate FSC); dei processi di sbiancamento che utilizzano cloro e altre sostanze chimiche (in questo secondo caso si tratta di carta riciclata ma non perfettamente ecologica); dei processi di sbiancamento che non utilizzano sostanze chimica ma preparati a base di ossigeno.

C’è poi la carta cosiddetta 100% ecologica: si tratta di carta non solo proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council, o PEFC, ma anche sbiancata senza l’uso di cloro o sostanze chimiche ma solo attraverso i preparati a base di ossigeno. Per chiarezza bisogna dire che anche per la carta 100% ecologica rimane il problema dell’utilizzo di ingenti quantità di acqua ed energia.

Alla fine come fare a districarsi negli acquisti di carta ecologica per stampanti, fotocopiatrici e multifunzione? Imparando a riconoscere i marchi di riferimento e certificazione FSC, PEFC ed EU EcoLabel.

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30/09/2020

Ai ventenni di oggi interessano lavoro e ambiente. Lavoro nel senso di libertà e flessibilità, oltre che opportunità di crescere e imparare, e ambiente nel senso di azioni concrete che ciascuno può fare ogni giorno per tutelare il nostro pianeta. È il ritratto, neanche troppo sorprendente, della Generazione Z, che emerge da una indagine condotta da McDonald’s (che di ventenni se ne intende, visto che sono 1/3 della sua clientela) e Annalect. La cosa che invece sorprenderà i loro padri, Generazione X o Boomers che siano, è che lo stipendio non è al primo posto tra le priorità nella ricerca di un impiego. Un dato di cui devono tener conto i recruiter nel momento in cui cercano di attirare talenti per la propria azienda.
Ma cosa desiderano e cercano davvero i ventenni di oggi? Prima di tutto il lavoro (86% degli intervistati), poi la tutela dell’ambiente (84%) parità di genere (74%) e inclusione/accettazione delle diversità (71%). Solo il 32% invece desidera l’indipendenza economica. E solo 1 su 4 avere una famiglia felice (28%) e viaggiare (25%).
E riguardo al lavoro quali sono le priorità della Generazione Z? Possibilità di crescita personale e professionale (83%), work-life balance (80%) possibilità di esprimere sé stessi e la propria identità (75%). Lo stipendio, nel senso di ottimo stipendio, interessa sì, ma con il 75% degli intervistati solo a 3 su 4.
Relativamente all’ambiente infine, secondo caposaldo della generazione dei ventenni, l’83% è attento alla raccolta differenziata, il 51% all’acquisto di prodotti riciclati, e il 50% evita il più possibile la plastica monouso, anche a costo di rinunciare al prodotto di un marchio non attento al tema ambientale (45%).

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25/09/2020

Matite che segnano la pagina, matite che non scrivono, matite a cui si rompono le punte: scegliere la matita adatta all’uso quotidiano che se ne deve fare non è così semplice come potrebbe sembrare. E allora ecco una piccola guida per aiutare l’acquisto di matite in legno e portamine con la giusta gradazione, durezza e tatto.

Intanto occorre sapere che gradazione e durezza della mina sono indicate da una lettera o da un numero inciso sulla matita o segnalato sul portamine, e sono queste lettere e questi numeri a determinare le differenze nel tratto. Tratto che per una matita standard può essere lungo anche 56km (o una quantità media di 45mila parole, virgola più, virgola meno).

Le due scale di gradazione delle matite sono quella britannica, in lettere, e quella americana in numeri. Tuttavia fu un francese, Nicolas-Jacques Conté, a inventare la scala di gradazione e a formalizzarla (oltre che a fondare l’omonimo marchio di matite e pastelli). Conté usava i numeri ripresi dagli americani, che per questioni di brevetto si moltiplicarono in una serie di frazionamenti tutti però equivalenti (4/8 e 5/10 son sempre 2).

La scala numerica americana è approssimativamente equivalente a quella inglese, che parte dalle lettere H (hard, duro) e B (black, nero) per trovare gradazioni intermedie e ulteriori: HHH è una matita particolarmente dura, BBB particolarmente morbida, HB è una via di mezzo simile alla F, che sta per fine point, punto giusto, durezza ideale.

Quindi per scegliere la matita giusta per le proprie necessità di scrittura, bisogna partire dall’uso che se ne fa e dal modo in cui le si utilizza: se si calca molto e si ha un tratto pesante, sarà meglio prendere una matita con diametro 0.9 e morbida; se si scrivono appunti veloci o schizzi a disegno, meglio una punta sottile e dura; per schizzi veloci e sfumati sono ideali quelle con punta morbida e tratto più scuro, mentre per disegni di precisione quelle con punta dura e tratto più chiaro.

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23/09/2020

Per lo Smart Working, dal 15 ottobre le cose cambiano. O almeno dovrebbero cambiare se varrà confermata la fine dello stato di emergenza per il Coronavirus. La storia la conosciamo: di colpo, con il lockdown di marzo, le aziende e i lavoratori si sono ritrovati costretti a lavorare da casa, in modalità smart, agile o semplicemente da remoto che fosse. Sono stati giorni convulsi, con regole e leggi per lo smart woking semplificato che hanno dovuto rincorrere l’emergenza. Ma quella che abbiamo vissuto non è la normalità dello smart working, che non può essere imposto ma, come previsto dalla legge 81/2017, deve prevedere anche degli accordi individuali tra azienda e lavoratore. E così, quello che doveva essere un percorso di nuove flessibilità e modalità organizzative, al fine di conciliare esigenze produttive e personali, è diventato obbligo finalizzato alla tutela della salute delle persone e a garanzia della continuità aziendale.

Ma se, a meno di deroghe, lo stato di emergenza decadrà il 15 ottobre, allora aziende e lavoratori torneranno in uno stato di cose normale e le attivazioni dello smart working nel settore privato dovranno prevedere un accordo firmato dal singolo lavoratore che stabilisce le modalità operative del lavoro fuori dagli spazi aziendali, gli strumenti che si possono utilizzare, i tempi di riposo e quelli del cosiddetto diritto alla disconnessione. Oltre a una serie di obblighi da parte delle aziende nelle comunicazioni a Inail e Ministero del Lavoro.

C’è poi il tema del diritto allo smart working per i lavoratori genitori con almeno 1 figlio minore di 14 anni, a condizione che in famiglia non ci siano genitori non lavoratori o genitori che ricevono sostegno al reddito a causa della cessazione della propria attività.

Insomma, se dal 15 ottobre il Governo decreterà finito lo stato di emergenza lo smart working tornerà a essere una opportunità per conciliare l’equilibrio tra lavoro e vita personale e una opportunità per le aziende di riorganizzare le proprie attività all’insegna del miglioramento della produttività e della riduzione dei costi di gestione aziendali.