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13/06/2019

Secondo una recente ricerca fatta da Start-Up Europe, il mondo delle start up sta crescendo in tutta Europa a ritmi sostenuti. Le città più innovative? Berlino, Londra, Parigi e Stoccolma.  

Ma cosa è una start up? Secondo InformazioneFiscale la definizione esatta è la seguente: azienda, di solito di piccole dimensioni, che si lancia sul mercato sull’onda di un’idea innovativa. Una start up di solito inizia con pochi fondi o con finanziamenti europei per poi si spera arrivare a somme guadagnate ben più alte. In gergo si definisce una start up come “unicorno” quando nel tempo riesce ad arrivare ad almeno la somma di 1 miliardo di capitale. Ovviamente visto la esosa somma, di unicorni al mondo ce ne sono pochi (ebbene sì pare che in economia esistano davvero) e tra gli archivi dei più celebri ricordiamo Uber, Airbnb e Deliveroo. Ma a parte le eccezioni che riescono a penetrare nel mercato mondiale, la situazione delle start up standard – per così dire – è molto diversa. Ci siamo chiesti pertanto come stesse l’Italia quanto a diffusione di start up. Grazie a un database preso dal Registro delle Imprese siamo stati in grado di mappare la situazione del bel paese ed analizzare gli indicatori principali di ben 10.164 start up registrate.  

Ecco qua un quadro completo.  

 
LOMBARDIA E LAZIO LE REGIONI PIÙ INNOVATIVE  
Chiunque conosca un minimo l’Italia è a conoscenza della grande differenza culturale che si trova tra Nord e Sud. Alcune regioni sono più focalizzate sul business e sull’industria mentre altre puntano più sul turismo e la produzione di beni primari. E le start up? Pare che la Lombardia sia la regione più innovativa d’Italia. Si posiziona infatti al primissimo posto con ben 2.547 start up, ovvero 2,6 start up ogni 100.000 persone. Al secondo e terzo posto? Lazio e Emilia-Romagna, rispettivamente con 1.142 e 902. Insomma, i capoluoghi Milano Roma e Bologna sembrano essere città bene aperte all’innovazione e alle idee rivoluzionarie.  

 
IT E SOFTWARE IL SETTORE CON PIÙ START-UPS 
Abbiamo già visto quanto i nuovi lavori puntino al mondo digital e, come nel resto del mondo, anche l’Italia punta maggiormente all’innovazione nel settore dell’IT e software con 4.324 start up. Al secondo posto con 1.355 start up in Italia arriva il settore della ricerca e dello sviluppo, mentre la medaglia di bronzo se la aggiudicano i servizi di informazione. Tuttavia, ci sono settori meno considerati dai nostri start-uppers e in cui si tenta a puntare di meno. Si contano solo 23 start up incentrate sull’arte e l’intrattenimento, seguite dal settore degli alloggi, che ne vede soltanto 15.  

QUALE È IL CAPITALE DELLE START UP? 
Le start up in Italia non sono particolarmente redditizie e certo non si può parlare di unicorni. 4.228 su un totale di 10.164 si aggirano su un capitale annuo dichiarato dai 5.000 ai 10.000 Euro, mentre al secondo posto vediamo 2.179 start up che guadagnano dai 10.000 ai 50.000. Solo una è dichiarata a più di 5 milioni di euro. Non dobbiamo dimenticare però che una start up è per natura “scalabile”, il che significa che può crescere ed espandersi liberamente, fino, si spera, a diventare un unicorno. Pertanto, teniamo le dita incrociate per i nostri connazionali.  

CHI SONO I FONDATORI DELLE START UP? 
Interessantissimi dati sul genere, età, provenienza e titolo di studio sono venuti fuori durante la nostra ricerca. C’è sicuramente spazio per migliorare.  
CEO uomo o donna?  
Tra tutte le 10.164 start up presenti in Italia, solo 453 sono capitanate da solo donne. Questo è un preoccupante 4.4%. Meglio la situazione se si guarda a una board di fondatori mista tra donne e uomini, con 880 start up. Tuttavia, la stragrande maggioranza – 8275 – ha un fondatore uomo. Per quanto riguarda le regioni più all’avanguardia vediamo in testa la Lombardia con 264 start up che hanno almeno una donna tra i capi, seguita a ruota da Lazio con 163 start up e veneto con 131. E invece il settore con la maggiore quota rosa? L’artigianato, con 224 donne tra i capi d’azienda. Nonostante alcune regioni e settori si dimostrino più progressisti di altre, certo c’è molto lavoro ancora da fare per arrivare all’eguaglianza dei sessi, almeno per le start up.  
CEO giovane, straniero o pluri-laureato?  
Tre altri criteri sono stati stabiliti sull’età dei capi, la provenienza e il titolo di studio.  

Per quanto riguarda l’età, 811 sono le start up completamente formate da capi giovani e 1.046 da capi di età miste, tra cui però obbligatoriamente anche un giovane. Le regioni più giovanili? Le avete indovinate, Lombardia, Lazio e Veneto con rispettivamente 485, 193 e 180 start up con almeno un giovane a capo.  

Per quanto riguarda la presenza di stranieri, l’Italia ha principalmente italiani a capo delle start ups. Solo 125 start up capitaneggiate da stranieri come CEO e 97 con un mix di italiani e stranieri. La regione più accogliente pare essere la Lombardia, ormai in testa su tutte le categorie, con 101 CEO stranieri.  

Infine, uno dei dati più interessanti riportati è la presenza di una board di fondatori pluri-laureati. Non vengono prese in considerazione lauree triennali per qualificarsi come pluri-laureato, ma soltanto magistrali o dottorati. Uno dei criteri applicati dal registro delle imprese è stato valutare quante start up avessero una board composta da almeno 2/3 di laureati alla magistrale oppure 1/3 di dottorandi. Il risultato? 2.623 start up, ovvero il 25%. Ciò significa che la grande maggioranza di start up in Italia è composta da capi che hanno studiato al massimo 3 anni all’università – raggiungendo quindi una laurea triennale – o che all’università non ci sono proprio andati. Da una parte è rassicurante pensare che l’acume imprenditoriale non sia soltanto riservato ai più studiosi, anzi.  

In conclusione, quello delle start up è un settore quasi interamente riservato agli uomini italiani, vista la scarsa presenza di donne e stranieri. E la laurea? Non necessaria. Ma guardiamo il lato positivo, chiunque con una grande idea può provarci e chissà, magari ben presto qualche unicorno verrà avvistato anche nel bel paese. 

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto sulla situazione delle start up in Italia. C’è qualche start up che ammiri? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

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07/05/2019

Maternità e partita IVA: ci sono alcune interessanti novità per le mamme freelance, in particolare per il periodo della gravidanza. Con lo Statuto del Lavoro autonomo del 2017 e con il Testo Unico della Maternità, aggiornato con la recente legge di bilancio 2019, sono state infatti introdotte più tutele per le donne libere professioniste che affrontano il periodo della maternità.
Maternità e partita IVA: più tutele per le libere professioniste in gravidanza
Sono poco meno di 2 milioni le donne lavoratrici con partita IVA al momento in Italia, e a loro sono recentemente stati riconosciuti alcuni diritti che prima erano esclusivo appannaggio delle lavoratrici dipendenti. L’allargamento delle tutele alla maternità riguarda sia le freelance iscritte alle casse previdenziali di categoria o degli ordini professionali che a quelle iscritte alla gestione separata dell’Inps.
Indennità di maternità per le libere professioniste
L’indennità di maternità per le libere professioniste iscritte alle casse previdenziali degli ordini professionali era già garantita a chi avesse versato almeno 2 anni di contributi previdenziali, ed quivale all’80% di 5/12 del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali nel penultimo anno a quello della domanda. In pratica: 5 mesi all’80%, calcolati sul penultimo reddito dichiarato. Per le mamme professioniste iscritte alla gestione separata dell’Inps il requisito è invece aver versato almeno 3 mesi di contributi e l’indennizzo equivale all’80% della retribuzione giornaliera stabilita per legge per la tipologia di attività, per la durata stabilita dalla legge.
Tutele alla maternità per le libere professioniste
Oltre all’indennità di maternità ci sono altre tutele alla maternità per le libere professioniste ora equiparate alle lavoratrici dipendenti. In particolare anche le mamme freelance possono far richiesta per l’assegno di natalità, o Bonus Bebè, (se con ISEE non superiore a 25mila euro / anno); possono ricevere il contributo Bonus Mamma Domani, di 800 euro una tantum, erogato dall’Inps all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza, e il Bonus Asilo Nido, in alternativa al congedo, fino a un massimo di 1500 euro per coprire le spese di asilo nido e baby sitter. Inoltre anche le mamme libere professioniste iscritte alla gestione separata possono richiedere il congedo parentale, o maternità facoltativa, fino a 6 mesi ed entro i 3 anni di vita del bambino (per le lavoratrici autonome e le imprenditrici si tratta di 3 mesi, anche frazionabili, ed entro solo il primo anno di vita del bambino). Infine da aprile anche le mamme freelance possono fare richiesta degli Assegni Nucleo Familiare (ANF), speciali assegni mensili corrisposti a fronte di determinati e specifici requisiti a supporto della famiglia.

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11/04/2019

Se sei donna manager sexy allora sei considerata poco affidabile. Gli stereotipi e i pregiudizi son duri a morire, ancora oggi e anche negli Stati Uniti, come hanno dimostrato due diverse ricerche – una di Leah Sheppard della Washington State University e l’altra di Stefanie Johnson della Boulder’s Leeds School of Business presso la University of Colorado – che sono giunte alla stessa conclusione: essere donne attraenti in posizioni di vertice è un problema. Secondo i due studi una donna manager attraente è percepita sia dagli uomini che dalle donne come meno affidabile e meno sincera, e probabilmente ha fatto carriera grazie all’aspetto fisico e non a veri e propri meriti professionali. Insomma: stereotipi e luoghi comuni duri da sconfiggere.

Le due ricerche hanno utilizzato una metodologia simile: mostrare foto di donne in abiti e atteggiamenti manageriali, e associare loro comportamenti considerati positivi (successi di carriera) o negativi (tagli e licenziamenti). Sia nel primo che nel secondo caso, per le donne attraenti il giudizio era comunque negativo e carico di pregiudizi. Se però sia uomini che donne consideravano le manager di aspetto piacevole come poco affidabili, meno sincere e generalmente meno capaci, per le donne costituivano un nemico contro cui competere, per gli uomini erano invece sia fonte di attrazione che di repulsione.

La spiegazione di questi due diversi ma simili atteggiamenti rispetto a donne attraenti in posizioni apicali nasce dallo stereotipo del giudicare una persona in base all’aspetto fisico prima ancora che in base alle sue effettive competenze e capacità, e dall’ulteriore stereotipo per cui la bellezza per una donna è una delle chiavi per fare carriera.

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04/04/2019

Dalla fine del 2018 è stato inaugurato nella sala break degli uffici di Viking e Office Depot un angolo MicroMarket Foodie’s. MicroMarket Foodie’s è la catena di ristorazione che promuove il cibo salutare e genuino nella formula del libero servizio. Office Depot e Viking sono la 15^ azienda italiana ad accogliere questo concept di retail aziendale ormai consolidato in altri paesi come gli Stati Uniti.

L’allestimento del MicroMarket Foodie’s prevede diverse soluzioni in base allo spazio disponibile e consiste abitualmente di frigorifero, scaffale, macchina per il caffè professionale, freezer per i gelati e cassa automatica; nella configurazione più ampia trovano spazio anche il forno a microoonde, la Tv e un’area relax con divani, sgabelli, mensole e tavolini.

Ciò che caratterizza e fa apprezzare i MicroMarket Foodie’s è la vasta disponibilità di prodotti freschi come insalate, risi&grani, frutta e verdura, panini, tramezzini, primi e secondi piatti riforniti quotidianamente, e di prodotti confezionati adatti a un pasto in ufficio, alla colazione, a un piccolo break nel corso della giornata oppure a una vera e propria spesa da portare a casa. Sullo scaffale e nel frigorifero trovano spazio anche prodotti senza zucchero, alimenti adatti a chi soffre di intolleranze alimentari o e beni provenienti dal mercato equo solidale.

Altro aspetto particolarmente apprezzato dai dipendenti delle aziende che ospitano il MicroMarket Foodie’s è la formula a libero servizio con cassa automatica con lettore di impronte digitali per l’autenticazione, un sistema che gestisce il pagamento in modo rapido e intuitivo accettando contanti, carte di credito, ticket cartacei ed elettronici.

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27/03/2019

Il tempo è denaro scrisse Benjamin Franklin nel suo Advice to a Young Tradesman (Consiglio a un giovane imprenditore) ed è una frase ormai talmente nota e usata che quasi se n’è perso il suo profondo significato. Per esempio quando il tempo di cui si parla è il proprio tempo lavorativo: è qui, nel monetizzare il proprio tempo come fanno i freelance, che si nasconda una perniciosa trappola psicologica del lavorare da soli e in proprio.

Se hai un lavoro come dipendente probabilmente non percepisci esattamente la correlazione tra il tempo lavoro e il denaro che ne deriva. Il salario è sostanzialmente la conseguenza del recarsi al lavoro ogni giorno e, anche nella ipotesi di straordinari non pagati, sono le ore sottratte al tempo libero a essere importanti, non quelle lavorate in più rispetto allo stipendio. Le cose cambiano radicalmente quando devi monetizzare in prima persona il tuo tempo, come appunto capita ai freelance. A quel punto diventi perfettamente cosciente del valore economico del tuo risultato in relazione al tempo che ci metti a realizzarlo, e questo comporta alcune sgradevoli implicazioni.

La prima è la frustrazione nel momento in cui un intoppo aumenta le ore necessarie a realizzare quanto pattuito: un’ora persa in coda per andare da un cliente è un’ora di non guadagno causato da fattori fuori dal proprio controllo, con conseguente stress e nervosismo. La seconda è quasi peggio: ogni ora non lavorata è un’ora non guadagnata, con l’aggravante del fattore spesa: lo diceva già Benjamin Franklin e nei casi più patologici può portare a conseguenze anche gravi, come l’incapacità di prendere pause e vacanze dal lavoro. In una parola workaholism, dipendenza da lavoro.

Una ricerca di Alice Lee-Yoon e Ashley V. Whillans, del dipartimento di psicologia della University of British Columbia di Vancouver in Canada ha appena dimostrato come le persone che monetizzano il proprio tempo sono decisamente meno felici di quelle che non lo fanno. La spiegazione sarebbe che si finisce a dare minor valore alle ore non lavorate, contaminando il tempo libero con un senso di colpa dato dalla somma del mancato guadagno e dei costi a esso associati. La cosa preoccupante è che su questa infelicità non influisce nemmeno la disponibilità di reddito: essere lautamente pagati e ricchi, o sottopagati e poveri, non fa differenza in termini di infelicità rispetto al tempo e al lavoro.

C’è un altro aspetto relativo a questo rapporto ansiogeno con il tempo e con il denaro, ed è stato messo in luce da una ricerca di Ashley Whillans, professore di psicologia alla Harvard Business School: la sensazione di essere sempre in ritardo rispetto alle scadenze è una forma di ansia che nasce dalla insicurezza professionale. E qui non c’è distinzione tra liberi professionisti e dipendenti: non è una questione di contratto o tutele. E non è nemmeno una questione di condizione socio-economica: in un panorama lavorativo sempre più precario e instabile, l’insicurezza finanziaria è trasversale e genera ansia rispetto al modo in cui si impiega il proprio tempo.

Come si esce da questa spirale? Sicuramente è difficile uscirne, e già prenderne atto è un primo passo. Una soluzione potrebbe essere quella di sgravarsi di alcuni compiti che, esternalizzati, costano meno di quanto costerebbero se fossero svolti in prima persona. Ma è chiaramente una soluzione accessibile solo a chi se lo può permettere economicamente. La più pratica è probabilmente quella di dare un valore anche “economico” in senso lato al tempo libero: se passeggiare con il cane, andare a correre, fare bricolage o cucinare possono “insegnare” qualcosa di utile anche sul lavoro, allora ci si sente meno in colpa a godere del proprio tempo libero e a dedicarsi ai propri passatempi. E non è necessariamente questione di “far fruttare” il tempo libero: anche rilassarsi e sgombrare la mente può avere un positivo valore economico rispetto al proprio lavoro.

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25/03/2019

Il Congedo di Paternità, per legge, prevede 5 giorni di assenza retribuita dal lavoro e obbligatoria, e la possibilità di chiedere un giorno in più facoltativo a condizione che il sesto giorno ne sostituisca uno di congedo destinato alla mamma e che venga goduto entro 5 mesi dalla nascita. È la novità dell’ultima legge di Bilancio, come si legge anche sul sito dell’Inps, ma c’è anche chi, in un’ottica di allargamento dei diritti tanto dei padri quanto delle madri, ha fatto un notevole scatto in avanti: è il caso di Procter & Gamble Italia che dal 1 marzo 2019 concede ai papà un permesso di 8 settimane retribuito al 100%.
Congedo di paternità di 8 settimane retribuito al 100%
Il congedo di paternità di 8 settimane retribuito al 100% previsto da Procter & Gamble è probabilmente un unicum in Italia, e tuttavia rientra in diverse logiche. La prima è tutta interna alla multinazionale, che da tempo ormai attua una politica di apertura e allargamento dei diritti dei suoi lavoratori (tanto che questo permesso è concesso anche ai padri omogenitoriali, in caso di adozione e in contemporanea con il congendo previsto per legge.

La seconda è in ottica di riduzione del gender gap, a tutto vantaggio anche delle donne. Che infatti la maternità finisca inevitabilmente per influire sulla carriera professionale delle donne è un dato di fatto, così come è un dato di fatto che la riduzione del gender gap a favore delle donne avrebbe positive ripercussioni sul Pil, come da tempo dicono ricerche, economisti e anche il Fondo Monetario Internazionale.
“Aumentare il numero di papà che usufruiscono di un congedo parentale – ha dichiarato Francesca Sagramora, direttore risorse umane di Procter & Gamble Italia – contribuirà a rompere gli stereotipi esistenti sul ruolo della donna e dell’uomo in ambito familiare e professionale, restituendo ad entrambi la libertá di scegliere come organizzarsi in modo più equilibrato Siamo molto felici di poter annunciare questa iniziativa e ci auguriamo di poter essere d’ispirazione per molte altre aziende e perché no, anche per il legislatore”
Infine c’è la logica a favore dei padri e dei figli: un papà che si occupa in prima persona dei propri figli piccoli fa del bene a sé, alla mamma che pu contare sul fatto che il carico famigliare verrà ripartito in modo più equo, e anche sui bambini, che possono beneficiare anche della figura paterna nel loro percorso di crescita e apprendimento.
Il congedo di paternità negli altri Paesi
Anche in altri Paesi il congedo di paternità si sta modificando verso un progressivo aumento dei diritti e delle possibilità dei padri. Per esempio in Spagna, dove un iter di legge prevede entro il 2021 l’equiparazione dei diritti-doveri dei padri e delle madri: la legge prevede che dal momento della nascita entrambi i genitori avranno 16 settimane di congedo, con le prime 6 obbligatorie, retribuite al 100%, e le restanti da usare in alternanza fino al compimento dell’anno di età del bambino.