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Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

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13/09/2018

Uffici open space o tradizionali con stanze chiuse? Il dibattito sui pro e contro delle due organizzazioni dello spazio di lavoro dura da decenni ma ora una ricerca scientifica pubblicata su ‘Occupational & Environmental Medicine’ sembrerebbe mettere un punto fermo almeno su fatto che gli uffici open space sono meglio dal punto di vista della salute e della gestione dello stress.
Gli uffici open space riducono lo stress
Secondo la ricerca gli uffici open space riducono lo stress perché richiederebbero un maggior impegno fisico durante le ore passate al lavoro. L’esperimento è stato condotto negli Stati Uniti, dividendo 231 lavoratori tra uffici open space, cubicoli alti e uffici privati tradizionali e facendo indossare loro dei sensori per monitorare attività fisica e cardiaca sia di giorno che di notte. Inoltre ogni ora era loro richiesto di rispondere ad alcune domande circa il loro stato d’animo attuale.

I risultati dell’esperimento hanno dimostrato come chi lavorava negli uffici open space con scrivanie libere si era mosso di più e aveva livelli di stress al di fuori dell’orario e del luogo di lavoro del 14% inferiori rispetto a chi aveva lavorato nei cubicoli con pareti alte o negli uffici privati. Inoltre i livelli di stress erano più elevati tra gli impiegati più anziani e tra le donne che tra i giovani uomini.

Se stai pensando di riorganizzare l’ufficio e magari trasformarlo in un open space puoi trovare consigli e soluzioni per organizzare gli spazi di lavoro qui.

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04/09/2018

Dal 1° settembre 2018 è scattato il divieto per le lampadine alogene: è il risultato di una direttiva comunitaria, la 244 del 2009, che era prevista per il 2016 ed è poi stata posticipata al 2018. La direttiva vieta la produzione e vendita di prodotti ad alto consumo energetico tra cui rientrano appunto anche le lampadine alogene che dovranno essere sostituite da quelle a LED.
Divieto lampadine alogene: cosa fare
Il divieto per le lampadine alogene non significa che bisogna sostituirle immediatamente: chi le ha in casa o in altri spazi può tranquillamente tenerle fino a fine del loro ciclo di vita, e così non significa che nei punti vendita e negli e-commerce non se ne troveranno più: semplicemente c’è un periodo di transizione nel quale si possono continuare a vendere le scorte a magazzino fino al loro esaurimento così come si possono continuare a usare le lampadine alogene fino alla loro rottura. Ma una volta terminate le scorte o qualora si dovesse cambiare lampadina, sarà necessario acquistare una lampadina a LED.
Vantaggi delle lampadine a LED: meno consumi e più luce
Del resto le lampadine a LED comportano alcuni indiscutibili vantaggi, in particolare dal punto di vista dell’impatto ambientale: durano più a lungo (in teoria fino a 20 anni) e consumano meno a parità di luce (anche fino a 115 euro l’anno, a parità di utilizzo). Quindi il divieto delle lampadine alogene imposto dalla direttiva europea potrebbe trasformarsi in un vantaggio a favore dei cittadini e delle imprese attente ai consumi e all’impatto ambientale della propria attività.
Divieto lampadine alogene: quali modelli?
Burocraticamente il divieto riguarda le “lampade non direzionali senza trasformatore con efficienza energetica inferiore a B” e dal punto di vista del consumato sono facilmente riconoscibili dalla dicitura del loro attacco a vite riportata sulla confezione del prodotto (E14, E27, B15d, G4 e GY6,35; la cifra che segue le lettere indica la grandezza della vite espressa in millimetri). Tuttavia alcune alogene potranno ancora essere prodotte e commercializzate, come le Haloline, Halopin, Halolux T con attacco R7s, G9 ed E14 (per lampade da tavolo e proiettori), ma solo se di classe energetica almeno C, e le GU10 e le GZ10, quelle usate nei forni e nei frigoriferi.

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13/08/2018

Molti oggetti di comune uso quotidiano nascondono storie affascinanti e incredibili. È il caso dei Post-It, per esempio, ma anche dello scotch, dello smile e della penna Bic. Ma soprattutto è il caso del bianchetto, quel fluido bianco che, quando negli uffici si battevano le lettere a macchina, permetteva di coprire gli errori e di riscriverci sopra. A inventarlo, letteralmente nella cucina di casa, fu una donna americana, Bette Nesmith Graham, che ebbe una vita degna di un film di Hollywood.

Bette Nesmith Graham era nata a Dallas nel 1924 da una famiglia piccolo borghese e aveva cominciato a lavorare molto presto come segretaria dopo aver lasciato la scuola a soli 17 anni. A 19 aveva sposato il fidanzato del liceo, Warren Nesmith, dal quale era rimasta incinta appena prima che il marito partisse per la guerra. Nel 1946, finita la Seconda Guerra Mondiale, divorziò e si ritrovò da sola, con un figlio da crescere e una difficile situazione economica da affrontare: lavorava come segretaria nella banca del Texas ma, come raccontò in seguito, non aveva grande talento e commetteva troppi errori. Fu così che ripensò a sua mamma appassionata di pittura, e al fatto che i pittori erano soliti coprire gli errori con altro colore: si mise quindi a mischiare delle tempere e a portarle in ufficio in boccettine di smalto per le unghie svuotate e ripulite. Il sistema funzionava, i colleghi lo scoprirono e le richieste cominciarono a fioccare al punto che Bette passava le sere e i weekend a riempire boccettine, facendosi aiutare dal figlio (che in seguito sarebbe diventato un celebre musicista pop-rock) e dai suoi amici.

La svolta avvenne nel 1958, quando Bette venne licenziata ma ormai aveva abbastanza soldi per brevettare il prodotto, chiamato Liquid Paper: la fama del prodotto era ormai abbastanza diffusa, fece alcuni contratti molto importanti (con la IBM e la General Electric), ingrandì più volte l’azienda al punto che nel 1968 avviò il primo impianto di produzione automatizzato. Nel 1975 produceva 25 milioni di boccette l’anno ed era leader di mercato: Bette ora viaggiava in Rolls Royce e, memore della sua storia, aprì due fondazioni per favorire l’affermazione delle donne nell’arte e negli affari.

Sarebbe una bellissima storia se non fosse che nel frattempo si era risposata e, nello stesso 1975, aveva nuovamente divorziato: il secondo marito cercò di estrometterla dall’azienda, coalizzandosi con un gruppo di dirigenti maschi che le fecero una guerra nemmeno velata all’interno dell’azienda, ma finalmente nel 1979 vinse la causa e vendette l’azienda a Gillette per 47,5 milioni di dollari. Una storia incredibile? Sì, soprattutto se si pensa che Bette morì nel maggio del 1980, ad appena 56 anni, lasciando al figlio il compito di portare avanti le attività delle sue fondazioni.

By Photo: User:FA2010 – Own work, Public Domain, Link

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30/07/2018

È probabilmente la colla più famosa al mondo, e sicuramente è la colla che chiunque, in Italia, ha usato almeno una volta nella sua vita, non fosse altro che dagli anni Settanta è stata presente nella dotazione di qualunque alunno delle scuole italiane. Ma il Vinavil è soprattutto un prodotto che, fin dalla sua prima pubblicità che diceva che con quella colla si potevano aggiustare il cavallino a dondolo e il cane di stoffa, racconta la storia del nostro Paese e la sua evoluzione dal Dopoguerra a oggi.

Fino alla Seconda Guerra Mondiale per ogni esigenza di incollaggio si usava l’acetato di cellulosa la cui produzione praticamente cessò quando, nello stabilimento della Società elettrochimica del Toce di Villadossola, nell’attuale provincia del Verbano Cusio Ossola, venne inventato il Vinavil (acronimo di acronimo di Vinilacetato Villadossola) Rhodiatoce. A inventarla un chimico italiano, Carlo Oddone, spentosi a fine giugno 2018 all’età di 93 anni: dopo aver fatto l’insegnante era stato assunto dall’azienda chimica dove appunto sviluppò quella che tutti abbiamo chiamato colla bianca, usata su praticamente ogni materiale e amatissima non solo a scuola ma anche da artigiani come i falegnami.

Lasciata la Società elettrochimica del Toce Oddone passò alla Edilcoloranti di Borgosesia dove diete vita a un altro marchio molto noto del made in Italy, il colorificio Univer.

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20/07/2018

Il 25 maggio è entrato in vigore in tutti i Paesi d’Europa, Italia compresa, il Regolamento Ue 2016/679, più conosciuto come GDPR (General Data Protection Regulation) che riguarda il trattamento e la libera circolazione dei dati personali. Ma cos’è in concreto il GDPR e cosa bisogna fare per rispettarla?
Cos’è il GDPR
Il GDPR nasce dall’esigenza di certezza giuridica, armonizzazione e semplicità delle norme che riguardano i dati personali trasferiti dall’Ue verso altre parti del mondo. I cambiamenti tecnologici in atto impongono infatti di pensare alla tutela dei dati personali dei cittadini dell’Unione Europea, in particolare nei confronti dei grandi player del mondo hi-tech.

In estrema sintesi col GDPR:

Si introducono regole più chiare su informativa e consenso;
Vengono definiti i limiti al trattamento automatizzato dei dati personali;
Si pongono le basi per l’esercizio di nuovi diritti;
Si stabiliscono criteri rigorosi per il trasferimento degli stessi al di fuori dell’Ue;
Si fissano norme rigorose per i casi di violazione dei dati.

Le norme si applicano anche alle imprese situate fuori dall’Unione Europea che offrono servizi o prodotti all’interno del mercato Ue.

Tutte le aziende, ovunque abbiano la propria sede dentro o fuori l’UE, devono quindi rispettare le nuove regole, a rischio di gravi sanzioni nel caso di inadempienze.
Il GDPR in Italia
Il GDPR è entrato in vigore prima di essere recepito dal Governo italiano con i decreti legislativi, per i quali c’è tempo fino al 22 agosto. Quindi finché non ci saranno i decreti anche a livello nazionale varrà la versione europea. Tuttavia sono tante le novità introdotte anche in Italia dall’entrata in vigore del GDPR a livello europeo.

La prima è l’introduzione dello sportello unico (One Stop Shop), ovvero il fatto che le imprese che operano in più Stati possono rivolgersi al proprio Garante della Privacy per semplificare la gestione dei trattamenti e garantirsi l’uniformità di trattamento.

Operativamente le priorità immediate per le aziende sono tre:

Designare in tempi stretti il Responsabile della protezione dei dati;
Istituire il Registro delle attività di trattamento;
Notificare i data breach (violazioni della tutela dei dati).

Novità del GDPR per gli utenti: la portabilità dei dati
Il GDPR introduce il diritto alla “portabilità” dei propri dati personali al fine di trasferirli da un titolare del trattamento a un altro (esclusi gli archivi pubblici come le anagrafi) e contemporaneamente il divieto di trasferimento dei dati personali verso Paesi extra Ue o organizzazioni internazionali che non rispondono agli standard di sicurezza in materia di tutela.
Cosa deve fare il responsabile del trattamento dei dati in caso di violazione
Ciò che è centrale nell’idea del GDPR è la responsabilizzazione del titolare del trattamento dei dati verso le persone. In particolare, nel caso di violazione che rappresenti una minaccia per i diritti e le libertà delle persone, il responsabile del trattamento dei dati deve:

Provvedere con una comunicazione pubblica nei casi in cui ritenga che la violazione non comporta un rischio per i diritti delle persone oppure se ha già adottato contromisure di sicurezza.

Inoltre il GDP Officer, o responsabile della protezione dei dati, assume un nuovo status all’interno dell’azienda per cui:

Riferisce direttamente al vertice,
È indipendente, non riceve istruzioni per quanto riguarda l’esecuzione dei compiti;
Ha risorse umane e finanziarie adeguate alla mission.
Deve avere una specifica competenza “della normativa e delle prassi in materia di dati personali nonché delle norme e delle procedure amministrative che caratterizzano il settore”.

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18/06/2018

Qui alla Viking abbiamo già trattato di sport in precedenti articoli, specialmente nella declinazione da noi preferita: il rapporto tra attività fisica e lavoro. Lo sport, anche a livello amatoriale e praticato nel tempo libero, può apportare un numero enorme di benefici al nostro fisico e alle altre attività che svolgiamo quotidianamente. Oltre agli effetti positivi sulla salute, lo sport permette di migliorare le relazioni di gruppo, favorisce il buon umore e ha quindi ricadute positive sul lavoro e sulla vita in ufficio.

A livello professionistico, dove dominano lo spirito agonistico e competitivo, lo sport è spesso macchiato da episodi che ne inquinano l’immagine gettando ombra sulla sua vera essenza: magia, bellezza e condivisione. Oggi parleremo di chi lo sport lo racconta cercando di metterne in luce proprio gli aspetti più virtuosi. È un racconto vivo, vibrante, che pone al centro della narrazione non solo gli aspetti specialistici delle diverse discipline ma anche i tratti umani dei suoi protagonisti.

A raccontarci Sportfair, realtà online del giornalismo sportivo, è Mirko Spadaro che ne è redattore. Abbiamo chiesto a Mirko di scavare tra i faldoni ricolmi di immagini e parole, per raccontarci l’origine del progetto, la passione, la dedizione e le sfide che si celano dietro ogni articolo.
Può farci una panoramica su come è nato il progetto Sportfair e sul team che attualmente ne fa parte?
SportFair è un sito giovane, siamo nati infatti nella seconda metà del 2015. L’idea di dar vita ad un progetto del genere è nata dalla volontà di raccontare lo sport in un modo che vada oltre il semplice racconto della partita, qualcosa che vada oltre il risultato. Una visione di sport che si lega alle storie degli atleti, alle curiosità, alle particolarità e a tutto ciò che c’è di bello e di positivo (“fair”) che si collega ad ogni ambito della competizione sportiva. A tutto ciò va unita una particolare attenzione per il lifestyle, con l’esaltazione della bellezza in tutte le sue forme: dalle ultime collezioni in uscita nel campo della moda, alle novità del settore automotive e nautico.
Ci parli del portale e delle caratteristiche che lo differenziano da altre riviste online del settore.
Come ho detto in precedenza SportFair è un sito giovane, nel quale lavora anche una redazione abbastanza ‘young’, caratteristica che si riflette sul nostro tipo di informazione. Proponiamo uno stile di giornalismo al passo con i tempi, che punta molto su contenuti multimediali come fotogallery e video. Un giornalismo che racconta, come detto, non solo l’aspetto tecnico legato allo sport, ma anche la vita degli sportivi e che si lega a doppio filo all’aspetto social, sia dal punto di vista editoriale (con spunti, racconti, contenuti multimediali ecc.) sia da quello che ci lega ai nostri lettori e ai feedback che da essi otteniamo. SportFair è quasi unico nel suo genere: non ci sono molti giornali simili. La maggior parte sono molto verticali sui singoli sport, il nostro progetto invece si potrebbe definire generalista con un taglio glamour.

Ci sono stati momenti difficili lungo il percorso? Se sì, come sono stati superati?
Momenti propriamente difficili, fortunatamente non ce ne sono stati. Preferiamo comunque parlare di sfide più che di difficoltà. Qual è la nostra sfida più grande? Sicuramente quella che giornalmente affrontiamo nel soddisfare le esigenze di informazione dei nostri lettori offrendo dei contenuti che uniscano tempestività e qualità senza dimenticare la nostra linea editoriale.
Quali valori la ispirano nell’ambito del suo lavoro?
Credo che in ambito giornalistico serva essenzialmente la passione. Può sembrare un lavoro semplice e poco faticoso, ma solo chi lavora in questo ambito può capire realmente quanto sia difficile e senza passione non si può andare di certo avanti. Con i colleghi siamo diventati una vera e propria squadra nel corso del tempo: ci aiutiamo a vicenda, veniamo incontro ognuno alle esigenze dell’altro sia dal punto di vista umano che da quello lavorativo. Il tutto senza far mancare un clima disteso e simpatico che non va ad intaccare la serietà del nostro lavoro. Per quanto riguarda i valori da promuovere a livello professionale, tanto nelle relazioni con i colleghi quanto in quelle con i lettori, credo che fiducia, onestà (anche e soprattutto nell’informazione) e rispetto non debbano mai mancare

Che consiglio darebbe a chi inizia ora il percorso che la ha condotta fino a qui?
Il consiglio che mi sento di dare a qualcuno che intende intraprendere il mio stesso percorso è quello di farlo con grande passione. L’inizio potrà sembrare difficile, ma servirà per fare l’esperienza necessaria e soprattutto imparare cosa richiede questo lavoro. C’è molta differenza fra pensare di ‘sapere di sport’ e conoscere veramente la materia che si sta trattando, così come c’è una grande differenza fra ‘scrivere bene’ e saper scrivere un articolo per un pubblico online. Serve dunque un costante aggiornamento sia dal punto di vista culturale, legato al mondo che ci circonda (non solo sportivo), ma anche da quello prettamente pratico legato alle tecniche del giornalismo moderno. Il giornalista è colui che fa da tramite tra ciò che accade e chi si informa, ha dunque un compito molto importante che non può essere trattato con superficialità.
Quali sono gli obiettivi di lungo periodo del giornale?
Come obiettivi nel lungo periodo SportFair si pone quello di diventare un punto di riferimento per tutti gli sportivi italiani, non solo quelli che si approcciano allo sport dal punto di vista professionistico ma anche e soprattutto per i semplici amatori, per i fan e gli appassionati di ogni genere che amano lo sport in generale ed in ogni sua sfumatura, che vogliono tenersi aggiornati costantemente e nello stesso tempo conoscere le curiosità glamour legate agli sport che amano. Il tutto senza perdere di vista gli obiettivi di crescita personale di ogni redattore e quella collettiva del giornale in termini di autorevolezza e qualità.

 

Ringraziamo Mirko Spadaro per averci raccontato Sportfair e per averci dato degli utili spunti di riflessione. Se volete commentare l’articolo, esprimere la vostra opinione oppure siete interessati a prendere parte alla rubrica “successi aziendali”, vi invitiamo a contattarci tramite la nostra pagina Facebook Viking Italia.