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12/07/2019

Le principali cause di distrazione sul lavoro sono spesso meno, molto meno considerate, di tutti quei fattori che invece puntano ad aumentare la produttività delle nostre giornate lavorative. Non c’è differenza tra essere degli impiegati, dei liberi professionisti con un proprio ufficio o far parte di quella schiera di nuovi lavoratori fluidi che si appoggiano ai coworking e fanno del nomadismo professionale uno stile di vita: le distrazioni ci sono per tutti, a volte servono per fare una pausa, resettare il pensiero e ripartire di slancio, altre volte invece fanno perdere pezzi importanti di lavoro, che causano errori, ritardi, aumento dei costi, sforamento delle tempistiche. Con buona pace della produttività.
Le principali cause di distrazione sul lavoro
A fare la classifica delle principali cause di distrazione sul lavoro ci ha pensato uno studio di Future Workplace commissionato da Poly, che ha scattato una interessante fotografia di quello che succede all’interno degli uffici.

Colleghi che parlano al telefono a voce alta
Festicciole aziendali
Colleghi che parlano nelle vicinanze della propria postazione
Videogame installati sul computer
Suonerie di cellulari o notifiche di smartphone
Animali domestici in ufficio

Ma questo è solo la classifica nuda e cruda che emerge dall’indagine. Poi ci sono tanti dettagli decisamente più interessanti. Per esempio che praticamente tutti i lavoratori (99%) ammettono di essere distratti in qualche modo e da qualcosa mentre stanno lavorando. E la metà di questi (48%) che le distrazioni riducono la loro efficienza sul lavoro e la loro produttività.

La cosa più interessante da notare è che la principale causa di distrazione sono i colleghi, o coworker se i tratta di openspace o coworking: per il 76% dei lavoratori, sono gli altri che parlano, al telefono o nelle vicinanze, a distrarre l’attenzione dal compito che si sta svolgendo (e spesso è proprio una telefonata a essere disturbata).

E quindi è tutta colpa degli uffici aperti e urge un ritorno agli uffici individuali? Ni, sarebbe la risposta. Certo la generazione dei Baby Boomers, quelli prossimi alla pensione, mal sopporta gli open space (vanno bene solo al 38% di loro) ma più si scende nella scala di gioventù dei lavoratori e più gli open space sono ben visti: 47% della Generazione X, 56% di Millenials, 55% di Gen Z. Perché? Perché probabilmente per le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro le relazioni sono produttive e creative e hanno imparato da subito ad aver a che fare con la complessità e il caos. Tanto che il 52% della Gen Z sostiene di essere più produttiva quando lavora nel rumore (al contrario il 60% dei Baby Boomers afferma di essere più produttivo quando è silenzioso).

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08/07/2019

Si dice Gender Gap e si intende quell’insieme di differenze a livello di condizioni economiche, di accesso al lavoro, di istruzione e conseguentemente sociali che hanno un impatto concreto sulla vita delle persone in base al genere sessuale di appartenenza. E quando si parla di mancata uguaglianza tra le condizioni sociali, economiche e culturali, si intende soprattutto, ma non solo, l’esistenza di penalizzazioni e fattori limitanti per le donne rispetto ai maschi. Questo riguarda molti aspetti della vita quotidiana delle persone e anche, se non soprattutto, le condizioni di lavoro. C’è un report – Il Global Gender Gap Report, stilato ogni anno dal World Economic Forum – che monitora e analizza le condizioni di lavoro delle donne nel mondo e la cattiva notizia è che ancora oggi, nel 2019, in nessun paese del mondo c’è ancora una vera parità di genere: se si considera la percentuale di donne che lavorano, le differenze salariali, la rappresentanza femminile nelle posizioni apicali e nei consigli d’amministrazione, e la tutela della maternità, non c’è un solo paese al mondo in cui i meriti delle donne sono riconosciuti e valorizzati come quelli dei maschi.
I migliori Paesi per le donne che lavorano
Detta la cattiva notizia, passiamo invece a quelle quasi buone. In generale è l’Europa occidentale il miglior posto al mondo per le donne lavoratrici, con il più alto livello di parità di genere (75,8%). Seguono Nord America (72,5%), America Latina (70,8%), Europa dell’Est e Asia centrale (70,7%), Asia orientale e Pacifico (68,3%), Africa sub-sahariana (66,3%), Asia meridionale (65,8%) e infine Medio Oriente e Nord Africa (60,2%). Ma anche nell’Europa Occidentale dove viviamo noi non è tutto oro quello che luccica e le medie nascondono sempre un ’bout meriti e colpe.

Per esempio noi, l’Italia, siamo il fanalino di coda dei Paesi più avanzati. Per dirla in modo spiccio, siamo i peggiori tra i migliori, che è meglio che essere i migliori tra i peggiori ma è una magra consolazione: ora siamo al 72° posto su 149 Paesi considerati, precediamo Grecia (per rimanere in Europa) ma anche Giappone, ma siamo dietro a Honduras e Montenegro.

Ma allora dove deve (o dovrebbe) andare una donna che voglia veder riconosciuti i suoi meriti e diritti? Le nazioni migliori da questo punto di vista sono – nemmeno tanto sorprendentemente – quelle nordiche: Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia, ai primi posti della classifica. Ma subito dopo viene questa volta sì sorprendentemente il Nicaragua, e al sesto il Ruanda, un Paese dell’Africa sub-sahariana. Completano in ordine la Top 10 la Nuova Zelanda, le Filippine, l’Irlanda e dalla Namibia.

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21/06/2019

Il metodo 996 di Jack Ma è il segreto del successo del fondatore di Alibaba, il gigante cinese dell’e-commerce. Purtroppo però è un sistema molto semplice, fin troppo, e che di segreti ne ha ben pochi: il metodo 996 di jack Ma significa lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana. 12 ore al giorno per 6 giorni, 72 ore a settimana, con un solo giorno di riposo. Un incubo per molti, che anzi sognano di lavorare solo 4 giorni a settimana, ma una benedizione per il self made man cinese convinto che, senza questa enorme abnegazione dei suoi connazionali, l’economia cinese avrebbe molto probabilmente perso vitalità e impeto (come ha scritto sul suo account WeChat, il social più diffuso in Cina).

Il metodo 996 è tornato alla ribalta, e il dibattito intorno a esso pure, in seguito a un articolo pubblicato su un quotidiano cinese nel quale si sosteneva che la formula 996 di Jack Ma sarebbe contraria alla legge sul lavoro cinese. Ma Jack Ma – che nel 2018 ha annunciato le proprie dimissioni dalle posizioni decisionali di Alibaba – è convinto che per raggiungere il successo bisogna lavorare molto, e impiegare più energia, soprattutto quando si è giovani. Una convinzione che trova una spalla solidale in un altro imprenditore cinese di successo, Richard Liu fondatore dell’altro big dello shopping online cinese JD.com, secondo il quale la crescita esponenziale dell’economia cinese ha portato a un aumento delle posizioni manageriali e di staff e quindi a una riduzione delle capacità produttive del paese asiatico.

E voi cosa ne pensate del metodo 996 di Jack Ma? Sareste disposti a lavorare 12 ore al giorno, per 6 giorni, per raggiungere i suoi successi imprenditoriali? E cosa ne pensereste di lavorare 10 giorni consecutivi per poi avere 4 giorni di riposo?

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13/06/2019

Secondo una recente ricerca fatta da Start-Up Europe, il mondo delle start up sta crescendo in tutta Europa a ritmi sostenuti. Le città più innovative? Berlino, Londra, Parigi e Stoccolma.  

Ma cosa è una start up? Secondo InformazioneFiscale la definizione esatta è la seguente: azienda, di solito di piccole dimensioni, che si lancia sul mercato sull’onda di un’idea innovativa. Una start up di solito inizia con pochi fondi o con finanziamenti europei per poi si spera arrivare a somme guadagnate ben più alte. In gergo si definisce una start up come “unicorno” quando nel tempo riesce ad arrivare ad almeno la somma di 1 miliardo di capitale. Ovviamente visto la esosa somma, di unicorni al mondo ce ne sono pochi (ebbene sì pare che in economia esistano davvero) e tra gli archivi dei più celebri ricordiamo Uber, Airbnb e Deliveroo. Ma a parte le eccezioni che riescono a penetrare nel mercato mondiale, la situazione delle start up standard – per così dire – è molto diversa. Ci siamo chiesti pertanto come stesse l’Italia quanto a diffusione di start up. Grazie a un database preso dal Registro delle Imprese siamo stati in grado di mappare la situazione del bel paese ed analizzare gli indicatori principali di ben 10.164 start up registrate.  

Ecco qua un quadro completo.  

 
LOMBARDIA E LAZIO LE REGIONI PIÙ INNOVATIVE  
Chiunque conosca un minimo l’Italia è a conoscenza della grande differenza culturale che si trova tra Nord e Sud. Alcune regioni sono più focalizzate sul business e sull’industria mentre altre puntano più sul turismo e la produzione di beni primari. E le start up? Pare che la Lombardia sia la regione più innovativa d’Italia. Si posiziona infatti al primissimo posto con ben 2.547 start up, ovvero 2,6 start up ogni 100.000 persone. Al secondo e terzo posto? Lazio e Emilia-Romagna, rispettivamente con 1.142 e 902. Insomma, i capoluoghi Milano Roma e Bologna sembrano essere città bene aperte all’innovazione e alle idee rivoluzionarie.  

 
IT E SOFTWARE IL SETTORE CON PIÙ START-UPS 
Abbiamo già visto quanto i nuovi lavori puntino al mondo digital e, come nel resto del mondo, anche l’Italia punta maggiormente all’innovazione nel settore dell’IT e software con 4.324 start up. Al secondo posto con 1.355 start up in Italia arriva il settore della ricerca e dello sviluppo, mentre la medaglia di bronzo se la aggiudicano i servizi di informazione. Tuttavia, ci sono settori meno considerati dai nostri start-uppers e in cui si tenta a puntare di meno. Si contano solo 23 start up incentrate sull’arte e l’intrattenimento, seguite dal settore degli alloggi, che ne vede soltanto 15.  

QUALE È IL CAPITALE DELLE START UP? 
Le start up in Italia non sono particolarmente redditizie e certo non si può parlare di unicorni. 4.228 su un totale di 10.164 si aggirano su un capitale annuo dichiarato dai 5.000 ai 10.000 Euro, mentre al secondo posto vediamo 2.179 start up che guadagnano dai 10.000 ai 50.000. Solo una è dichiarata a più di 5 milioni di euro. Non dobbiamo dimenticare però che una start up è per natura “scalabile”, il che significa che può crescere ed espandersi liberamente, fino, si spera, a diventare un unicorno. Pertanto, teniamo le dita incrociate per i nostri connazionali.  

CHI SONO I FONDATORI DELLE START UP? 
Interessantissimi dati sul genere, età, provenienza e titolo di studio sono venuti fuori durante la nostra ricerca. C’è sicuramente spazio per migliorare.  
CEO uomo o donna?  
Tra tutte le 10.164 start up presenti in Italia, solo 453 sono capitanate da solo donne. Questo è un preoccupante 4.4%. Meglio la situazione se si guarda a una board di fondatori mista tra donne e uomini, con 880 start up. Tuttavia, la stragrande maggioranza – 8275 – ha un fondatore uomo. Per quanto riguarda le regioni più all’avanguardia vediamo in testa la Lombardia con 264 start up che hanno almeno una donna tra i capi, seguita a ruota da Lazio con 163 start up e veneto con 131. E invece il settore con la maggiore quota rosa? L’artigianato, con 224 donne tra i capi d’azienda. Nonostante alcune regioni e settori si dimostrino più progressisti di altre, certo c’è molto lavoro ancora da fare per arrivare all’eguaglianza dei sessi, almeno per le start up.  
CEO giovane, straniero o pluri-laureato?  
Tre altri criteri sono stati stabiliti sull’età dei capi, la provenienza e il titolo di studio.  

Per quanto riguarda l’età, 811 sono le start up completamente formate da capi giovani e 1.046 da capi di età miste, tra cui però obbligatoriamente anche un giovane. Le regioni più giovanili? Le avete indovinate, Lombardia, Lazio e Veneto con rispettivamente 485, 193 e 180 start up con almeno un giovane a capo.  

Per quanto riguarda la presenza di stranieri, l’Italia ha principalmente italiani a capo delle start ups. Solo 125 start up capitaneggiate da stranieri come CEO e 97 con un mix di italiani e stranieri. La regione più accogliente pare essere la Lombardia, ormai in testa su tutte le categorie, con 101 CEO stranieri.  

Infine, uno dei dati più interessanti riportati è la presenza di una board di fondatori pluri-laureati. Non vengono prese in considerazione lauree triennali per qualificarsi come pluri-laureato, ma soltanto magistrali o dottorati. Uno dei criteri applicati dal registro delle imprese è stato valutare quante start up avessero una board composta da almeno 2/3 di laureati alla magistrale oppure 1/3 di dottorandi. Il risultato? 2.623 start up, ovvero il 25%. Ciò significa che la grande maggioranza di start up in Italia è composta da capi che hanno studiato al massimo 3 anni all’università – raggiungendo quindi una laurea triennale – o che all’università non ci sono proprio andati. Da una parte è rassicurante pensare che l’acume imprenditoriale non sia soltanto riservato ai più studiosi, anzi.  

In conclusione, quello delle start up è un settore quasi interamente riservato agli uomini italiani, vista la scarsa presenza di donne e stranieri. E la laurea? Non necessaria. Ma guardiamo il lato positivo, chiunque con una grande idea può provarci e chissà, magari ben presto qualche unicorno verrà avvistato anche nel bel paese. 

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto sulla situazione delle start up in Italia. C’è qualche start up che ammiri? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

Notizie
07/05/2019

Maternità e partita IVA: ci sono alcune interessanti novità per le mamme freelance, in particolare per il periodo della gravidanza. Con lo Statuto del Lavoro autonomo del 2017 e con il Testo Unico della Maternità, aggiornato con la recente legge di bilancio 2019, sono state infatti introdotte più tutele per le donne libere professioniste che affrontano il periodo della maternità.
Maternità e partita IVA: più tutele per le libere professioniste in gravidanza
Sono poco meno di 2 milioni le donne lavoratrici con partita IVA al momento in Italia, e a loro sono recentemente stati riconosciuti alcuni diritti che prima erano esclusivo appannaggio delle lavoratrici dipendenti. L’allargamento delle tutele alla maternità riguarda sia le freelance iscritte alle casse previdenziali di categoria o degli ordini professionali che a quelle iscritte alla gestione separata dell’Inps.
Indennità di maternità per le libere professioniste
L’indennità di maternità per le libere professioniste iscritte alle casse previdenziali degli ordini professionali era già garantita a chi avesse versato almeno 2 anni di contributi previdenziali, ed quivale all’80% di 5/12 del reddito percepito e denunciato ai fini fiscali nel penultimo anno a quello della domanda. In pratica: 5 mesi all’80%, calcolati sul penultimo reddito dichiarato. Per le mamme professioniste iscritte alla gestione separata dell’Inps il requisito è invece aver versato almeno 3 mesi di contributi e l’indennizzo equivale all’80% della retribuzione giornaliera stabilita per legge per la tipologia di attività, per la durata stabilita dalla legge.
Tutele alla maternità per le libere professioniste
Oltre all’indennità di maternità ci sono altre tutele alla maternità per le libere professioniste ora equiparate alle lavoratrici dipendenti. In particolare anche le mamme freelance possono far richiesta per l’assegno di natalità, o Bonus Bebè, (se con ISEE non superiore a 25mila euro / anno); possono ricevere il contributo Bonus Mamma Domani, di 800 euro una tantum, erogato dall’Inps all’inizio dell’ottavo mese di gravidanza, e il Bonus Asilo Nido, in alternativa al congedo, fino a un massimo di 1500 euro per coprire le spese di asilo nido e baby sitter. Inoltre anche le mamme libere professioniste iscritte alla gestione separata possono richiedere il congedo parentale, o maternità facoltativa, fino a 6 mesi ed entro i 3 anni di vita del bambino (per le lavoratrici autonome e le imprenditrici si tratta di 3 mesi, anche frazionabili, ed entro solo il primo anno di vita del bambino). Infine da aprile anche le mamme freelance possono fare richiesta degli Assegni Nucleo Familiare (ANF), speciali assegni mensili corrisposti a fronte di determinati e specifici requisiti a supporto della famiglia.

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11/04/2019

Se sei donna manager sexy allora sei considerata poco affidabile. Gli stereotipi e i pregiudizi son duri a morire, ancora oggi e anche negli Stati Uniti, come hanno dimostrato due diverse ricerche – una di Leah Sheppard della Washington State University e l’altra di Stefanie Johnson della Boulder’s Leeds School of Business presso la University of Colorado – che sono giunte alla stessa conclusione: essere donne attraenti in posizioni di vertice è un problema. Secondo i due studi una donna manager attraente è percepita sia dagli uomini che dalle donne come meno affidabile e meno sincera, e probabilmente ha fatto carriera grazie all’aspetto fisico e non a veri e propri meriti professionali. Insomma: stereotipi e luoghi comuni duri da sconfiggere.

Le due ricerche hanno utilizzato una metodologia simile: mostrare foto di donne in abiti e atteggiamenti manageriali, e associare loro comportamenti considerati positivi (successi di carriera) o negativi (tagli e licenziamenti). Sia nel primo che nel secondo caso, per le donne attraenti il giudizio era comunque negativo e carico di pregiudizi. Se però sia uomini che donne consideravano le manager di aspetto piacevole come poco affidabili, meno sincere e generalmente meno capaci, per le donne costituivano un nemico contro cui competere, per gli uomini erano invece sia fonte di attrazione che di repulsione.

La spiegazione di questi due diversi ma simili atteggiamenti rispetto a donne attraenti in posizioni apicali nasce dallo stereotipo del giudicare una persona in base all’aspetto fisico prima ancora che in base alle sue effettive competenze e capacità, e dall’ulteriore stereotipo per cui la bellezza per una donna è una delle chiavi per fare carriera.