Categoria: Notizie

Notizie e curiosità sui maggiori prodotti da ufficio e dei partner

Notizie
07/01/2020

“Con quali lavori si guadagna di più?” è la classica domanda di quando, a fine anno, si tirano le somme e, a volte, ci si trova insoddisfatti del proprio lavoro e si pensa di cambiare vita. A dare una risposta è l’annuale indagine di Jobpricing, una società specializzata in indagini retributive che oltre a determinare lo stipendio medio generale lordo in Italia (29.278 euro l’anno) ha individuato, in uno scenario di stipendi ristagnante, i 5 settori con gli stipendi più alti:

banche,
farmaceutica e biotecnologie,
oil&gas,
ingegneria,
assicurazioni.

La buona notizia è che in questi settori si guadagna di più sia nelle posizioni apicali di dirigenti e quadri che in quelle per impiegati e operai. Nel dettaglio gli stipendi medi in questi 5 settori ammontano a: banche (42.330 euro), farmaceutica e biotecnologie (39.465 euro), oil&gas (37.816 euro), ingegneria (37.509 euro) e assicurazioni (34.725 euro).
Con quali lavori si guadagna di più come dirigenti e quadri?
Ancor più nel dettaglio, se per i top manager lo stipendio medio è di 101mila euro, con le funzioni meglio retribuite di top management&holding (113mila euro), area legale (107mila euro) e marketing (poco più di 100mila euro), i settori in cui manager e dirigenti sono meglio retribuiti sono quelli di che vanno da moda e banche (in vetta) fino al tessile, mentre i livelli più bassi si riscontrano in ambito It (poco più di 90mila euro), nei servizi alla persona e nella lavorazione del legno (92mila). I quadri, invece, guadagnano di più se specializzati nella funzione vendite (58mila euro l’anno rispetto a una media di 54mila) e nell’auditing (55mila euro), nei settori della moda, del tessile e delle assicurazioni, mentre sotto la media sono i comparti del turismo, della consulenza, dei trasporti e della logistica.
Con quali lavori si guadagna di più come impiegati e operai?
Tra gli impiegati le funzioni meglio retribuite sono quelle specializzate in produzione, vendite, manutenzione, ricerca e sviluppo, che assicurano retribuzioni annue tra i 33 e i 34mila euro, superiori alla media generale di 30.770 euro, in particolare nei settori navale, metallurgia e gomma plastica mentre in fondo alla classifica si trovano i settori di turismo, grande distribuzione e commercio al dettaglio (sui 28mila euro), insieme a hotel, bar e ristoranti (27mila euro).

Gli operai meglio retribuiti si trovano invece nelle funzioni customer care, post vendita, qualità e ricerca e sviluppo, con stipendi lordi tra i 25.550 e i 27mila euro, su una media di 24.780. Scendendo nel dettaglio dei comparti pagano meglio sono oil&gas, ceramica e utilities, mentre sotto media si trovano turismo e viaggi (circa 21mila), hotel e servizi integrati alle imprese (poco più di 22mila).

Notizie
11/12/2019

La tecnologia sta cambiando l’orizzonte del lavoro, e in un futuro anche molto vicino saranno necessarie competenze e professioni che oggi possono anche non essere ancora immaginabili. A delineare i profili dei professionisti che serviranno nel futuro è ormai da qualche anno il rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal, che prende l’avvio da un doppio scenario. Il primo riguarda il naturale turnover della forza lavoro in Italia che, nonostante la bassa crescita economica, richiederà tra 5 anni oltre 3 milioni di nuovi professionisti. Il secondo riguarda invece la creazione di nuovi settori, come quelli della digital transformation e dell’ecosostenibilità, il cui fabbisogno professionale è oggi solo ipotizzabile ma sicuramente in crescita.
In quali settori serviranno i professionisti del futuro
Secondo il rapporto Excelsior di Unioncamere e Anpal laureati di alto profilo saranno richiesti soprattutto nei settori medico-sanitario, economico, ingegneria-architettura, giuridico e statistico mentre si tenderà a ricercare diplomati soprattutto nell’ambito dell’amministrazione, finanza e marketing, nell’industria e artigianato, e nel turismo. Laureati e diplomati si spartiranno il 60% delle nuove posizioni vacanti mentre il 30% sarà riservato alle professioni tecniche a diverso livello di specializzazione.
I professionisti del futuro dovranno avere competenze digitali
Discorso trasversale a tutte le professioni richieste da qui a 5 anni e oltre è quello delle competenze digitali, che saranno il tema ricorrente in tutte le ricerche di candidati nei prossimi anni. Accanto alle competenze digitali saranno valutate ancor più importanti le competenze relazionali.

Perché, come si legge nel rapporto:
lo sviluppo tech rende rapidamente obsolete le competenze tecniche apprese a scuola o durante l’università e richiede una forte integrazione con competenze trasversali (relazionali-cognitive-comunicative) quali il pensiero critico, la condivisione, la capacità di negoziazione, l’empatia e la cooperazione
I settori in cui saranno ricercati maggiormente i professionisti del futuro
Volendo quantificare le prospettive occupazionali nei settori in cui saranno ricercati maggiormente i professionisti del futuro, la digital transformation e l’ecosostenibilità saranno i grandi player del mercato del lavoro: serviranno tra i 275 mila e i 325 mila lavoratori con specifiche competenze matematiche e informatiche, digitali e social o relative agli sviluppi nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale o dei big data e delle tecnologie 4.0 e oltre mezzo milione di professionisti di business e tecnologia green.

Altre interessanti filiere dove si concentrerà la domanda futura di lavoro saranno il settore della “Salute e Benessere“, che cercherà tra i 361 mila e 407 mila lavoratori, prevalentemente in ambito medico-sanitario e assistenziale, dell’“Education e cultura”, che avrà bisogno di oltre 140 mila professionisti, e della “Meccatronica e robotica“, che potrebbe assumere fino a 86 mila lavoratori entro il 2023.
I profili professionali più richiesti tra laureati e diplomati
Nei prossimi cinque anni le Università italiane sforneranno meno laureati (circa 893.600 unità) di quanti ne serviranno effettivamente (tra le 959 mila e il milione). Poi però per per alcuni indirizzi di laurea ci sarà una maggiore richiesta di profili rispetto a quanti si attende usciranno dalle Università (per esempio nei settori medico-sanitario, economico, ingegneria-architettura, giuridico e statistico) mentre per i diplomati ci sarà un surplus di offerta, a esclusione di indirizzi come amministrazione-marketing, costruzioni, elettronica ed elettrotecnica.

Notizie
04/12/2019

I lavoratori autonomi in Italia sono da record: gli oltre 5 milioni di liberi professionisti italiani rappresentano il 21,7% dell’occupazione complessiva del nostro Paese, un dato che non ha riscontro in nessun altro Paese d’Europa (se si esclude la Grecia, ma con valori assoluti decisamente inferiori). Eppure non sono tutte e rose fiori per i lavori autonomi italiani, che negli ultimi 10 anni si sono ridotti dell’oltre 5% mentre il lavoro dipendente è cresciuto della stessa percentuale.
Lavoratori autonomi in Italia: voglia di stabilità
I numeri sui lavoratori autonomi in Italia emergono dalla ricerca “Il lavoro autonomo in Italia, un confronto con l’Europa” condotta dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro e il dato che emerge con più forza è quello relativo alla voglia di stabilità: più di un indipendente in Italia (il 27,7%) farebbe volentieri cambio con un posto da dipendente, mentre il percorso inverso appare appetibile solo a 1 dipendente su 10.
Chi sono i lavoratori autonomi in Italia
Ma chi sono i lavoratori autonomi in Italia? Si tratta per la stragrande maggioranza di “battitori liberi” (il 72,3% non ha né dipendente né collaboratori) loro malgrado (8 su 10 vorrebbero allargare il business ma non riescono a farsi carico dei costi aggiuntivi di dipendenti o collaboratori) che spesso hanno un solo cliente (14%) o ne hanno uno predominante (il 3%) configurando una situazione diffusa di dipendenza vera e propria senza però le tutele del caso e mascherata da consulenza. Altro aspetto caratterizzante rispetto alle dinamiche europee è come il livello di istruzione e la qualifica professionale sia per lo più medio alta, da cui una piramide del lavoro autonomo nella quale il 12,3% sono manager o titolari di azienda, il 20,4% liberi professionisti altamente qualificati e il 17,3 figure tecniche altamente qualificate (nel resto si trovano venditori – 18,3% – piccoli artigiani e commercianti – 16,7%).
Perché si sceglie il lavoro autonomo in Italia
Anche le motivazioni per cui si sceglie il lavoro autonomo in Italia delineano un quadro abbastanza preciso e particolare: per il 39% si tratta della classica buona occasione che ha indotto a mettersi in proprio, per il 24,4% si tratta di continuare nel solco del business di famiglia e per il 10,4% si tratta di una scelta obbligata non avendo trovato porte aperte nel lavoro dipendente.

Secondo la Fondazione Studi Consulenti del Lavoro “sebbene l’Italia conservi anche tra i giovani la più alta incidenza di lavoro autonomo sul totale degli occupati (dopo la Grecia) si osserva però nell’ultimo decennio un calo più accentuato della propensione a “mettersi in proprio” e nell’ultimo decennio – complici la riduzione demografica della popolazione giovanile ma anche e soprattutto le maggiori difficoltà occupazionali di accesso al mercato – i giovani autonomi sono risultati in calo (-31,9%) più di quanto sia accaduto in generale con il numero di occupati tra i 25 e 34 anni, che si è ridotto del 21,4%.”

Notizie
20/11/2019

Ok, perché le donne non riescono a diventare manager è un titolo un ’bout forte, ma il cosiddetto “soffitto di cristallo” è vero, reale e certificato dai numeri: secondo una ricerca di McKinsey e Lean In il collo di bottiglia che impedisce alle donne di accedere ai ruoli dirigenziali esiste e si trova proprio prima della cosiddetta “C-suite”, il livello dei manager più importanti di un’azienda.
Perché le donne non riescono a diventare manager?
Per 100 uomini che accedono ai livelli dirigenziali più alti ci sono solo 72 donne promosse al primo step da manager, con la conseguenza che i posti da loro occupati rappresentano solo il 38% del totale. Le altre donne che avrebbero curriculum e capacità per accedere a quei livelli dirigenziali rimane invece bloccata in posizioni entry-level.

La ricerca “Women in the Workplace 2019” è stata condotta da McKinsey & Company e dall’organizzazione Lean In, fondata dall’attuale direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg, autrice anche dell’omonimo libro scritto per spingere le donne a “farsi avanti” (da cui appunto l’espressione lean in).

In realtà i dati vanno interpretati, in generale, e considerati nazione per nazione. Tuttavia quelli del report “Women in the Workplace 2019” che riguarda gli Stati Uniti e che ha preso in considerazione oltre 68mila lavoratori in 329 grandi aziende dicono che al momento è donna solo il 21% dei grandi manager USA e che negli States non ci sono mai state così tante donne manager. Così tante in termini di numeri puri, ma ancora poche in termini percentuali e il problema, secondo McKinsey e Lean In è proprio lì, all’inizio della carriera dirigenziale. Un problema che poi si mantiene, o addirittura amplifica, man mano che si sale nei ruoli gerarchici, con le presenze femminili che si riducono man mano che si scala l’organigramma di un’azienda. Detto in soldoni, la parità a livello di ruoli dirigenziali è ancora un miraggio perché semplicemente sono poche le donne che riescono a rompere il soffitto di cristallo. E la situazione si aggrava ancor più se si considerano le donne latine e afroamericane che, per ogni 100 uomini, solo 68 e 58, rispettivamente, accedono ai ruoli dirigenziali.
Cosa fare per rompere il soffitto di cristallo
Ma allora cosa fare per rompere il soffitto di cristallo e consentire alle donne l’accesso paritario ai ruoli manageriali di alto profilo? Secondo McKinsey e Lean In per bilanciare il gender gap occorre definire una quota per il numero di donne da promuovere al primo livello manageriale, la cosiddetta C-suite, eliminare le condizioni di pregiudizio in chi si occupa di selezione del personale, stabilire processi di assunzione e promozione chiari e trasparenti, consentire alle donne di fare esperienze di formazione che permettano loro di arrivare preparate a ricoprire fuori di alto profilo e responsabilità.
Colmare il gender gap: un vantaggio economico oltre che una cosa giusta
Colmare il gender gap è ovviamente una cosa giusta da fare, ma non solo perché lo è eticamente. Colmare il gender gap è anche un vantaggio economico, perché garantire l’accesso alle posizioni apicali a chi ha talento, indipendentemente dai criteri di genere, sarebbe un impulso economico c il Wall Street Journal calcola, per l’america, in 4,3 trilioni di dolalri dal 2019 al 2025.

Notizie
14/11/2019

Se menti su Linkedin ti possono licenziare. Che non è niente di diverso da quello che avviene con le più classiche bugie che tutti mettono nel CV (e che possono portare all’accusa di truffa) ma ora c’è una sentenza a ufficializzarlo, la 522 del 2 ottobre 2019 del Tribunale di Trapani. Quindi sentenza “made in Italy” arrivata dopo il ricorso fatto da un candidato candidato dall’azienda.
Se menti su Linkedin ti possono licenziare: la sentenza del Tribunale
I fatti sono chiari e certi: un ragazzo aveva risposto a una inserzione di ricerca di lavoro millantando una laurea magistrale in ingegneria, economia o giurisprudenza come richiesto dall’azienda. Il contratto prevedeva un periodo di prova e in seguito un contratto a tempo determinato della durata di 3 anni. Ma già durante il periodo di prova il datore di lavoro si è reso conto che il candidato non era in possesso sicuramente delle competenze richieste e ragionevolmente dei requisiti specificati nell’annuncio, da cui il licenziamento prima della fine del periodo di prova. Il ragazzo a quel punto ha fatto ricorso al Tribunale, avanzando anche una richiesta di risarcimento danni di 400mila euro, corrispondente alla somma delle mensilità che avrebbe percepito come retribuzione e altri oneri accessori, tra cui le spese sostenute per il trasloco.

Il Tribunale di Trapani, appunto con la sentenza 522 del 2 ottobre 2019, ha stabilito non solo che il risarcimento non avesse ragione di esistere ma ha anche dato ragione al datore di lavoro, stabilendo che il non possedere i requisiti richiesti, e mentire a loro riguardo, è senza dubbio una causa di licenziamento, in particolare in questa occasione in cui il candidato era consapevole di non possedere i titoli necessari.

La sentenza del Tribunale è la prima a stabilire diritti e doveri di chi si candida per annunci di lavoro su Linkedin (o altre piattaforme online) e i corrispondenti casi di licenziabilità.

Notizie
12/11/2019

I lavoratori italiani sono sempre più smart: gli smart worker in Italia, nel 2019, sono 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano presentata al Campus Bovisa di Milano durante l’ottava edizione degli ‘Smart Working Award’, l’iniziativa che premia le organizzazioni che hanno realizzato iniziative di riprogettazione dello spazio e delle modalità di lavoro in ottica smart.
Smart working: i numeri in Italia
I 570mila smart worker italiani si distribuiscono tra grandi imprese (il 58% ha già avviato progetti di smart working, il 7% sta sperimentando con iniziative spot, il 5% ha in mente di farlo a breve, il 22% lo ritiene possibile ma non immediato e l’8% non ha alcun interesse a farlo), PMI (il 12% ha politiche di smart working, in crescita rispetto all’8% del 2018, il 18% lo usa in modo informale, ma anche il 51% non ha nessun interesse al lavoro smart) e PA. Ed è proprio nella Pubblica Amministrazione che si nota la crescita più significativa di ricorso al lavoro agile: dal 2018 al 2019 i progetti strutturati di smart working sono raddoppiati (dall’8% al 16%), il 7% delle PA ha attivato iniziative informali (rispetto all’1% del 2018) e il 6% le attiverà nei prossimi 12 mesi. Tuttavia il 40% delle PA non ha programmi di smart working e, tra chi li ha, questi riguardano solo il 12% dei dipendenti, di poco sopra alla soglia minima del 10% fissato dalla direttiva Madia in termini di smart working nella PA.
Smart working: cos’è
Si dice smart working, si traduce in lavoro agile, flessibile o intelligente, e di fatto è il superamento della logica delle ore da passare in ufficio: il lavoro smart significa focalizzarsi sul raggiungimento degli obiettivi indipendentemente dal luogo e dal tempo di lavoro, e implica non solo la possibilità di lavorare da casa, che è l’idea più immediata e banale che si ha dello smart working, ma un ripensamento complessivo degli spazi di lavoro e un nuovo patto tra azienda e lavoratore basato sulla fiducia, la collaborazione e la condivisione degli obiettivi. E laddove è stato sperimentato, funziona.
Smart working: i benefici
I benefici dello smart working non riguardano solo i lavoratori ma investono anche le aziende. Certo ci sono un miglioramento del work life balance (lo dice il 46% degli interessati) e una maggior motivazione dei lavoratori (35%) ma anche un aumento della produttività, nonostante alcuni punti critici ancora da sciogliere. Tra questi la difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei manager), nell’utilizzare le tecnologie (32% di lavoratori e manager), nel pianificare le attività (26%), la percezione di solitudine (35% dei lavoratori), le distrazioni (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%). Tuttavia gli smart worker dichiarano un livello di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si definisce soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.