Categoria: Ufficio

Consigli, curiosità e notizie sulla vita di ogni giorno in ufficio

Ufficio
13/12/2018

La luce in ufficio è un argomento che riguarda tre aspetti delle giornate lavorative: quello della sicurezza, chiaramente, ma anche quello della salute dei lavoratori e quello del rendimento visivo, che ha a che fare con la produttività. In Italia infatti l’illuminazione nei luoghi di lavoro dipende dal punto di vista normativo dal Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (DM 81/2008) che a sua volta demanda gli aspetti attuativi alla normativa europea UNI-EN 12464-1 aggiornata al 2011, ed è qui che si trovano le indicazioni per disporre nel modo corretto la luce in ufficio.
Luce in ufficio: come deve essere l’illuminazione nei luoghi di lavoro
Se una volta il criterio utilizzato per l’illuminazione nei luoghi di lavoro era sostanzialmente se non esclusivamente quello della quantità di luce garantita per legge, oggi le cose sono sensibilmente cambiate e c’è sempre più attenzione al comfort degli addetti, alla qualità dell’illuminazione che influisce sulla produttività, e chiaramente alla questione della sicurezza, che però è la meno percepita da chi usa quegli ambienti.
Come disporre la luce in ufficio
Su come disporre la luce in ufficio ci sono due cose tassativamente da evitare: l’abbagliamento e la scarsa luminosità. Entrambe nascondono nella loro semplice definizione numerosi dettagli tecnici che possono fare la differenza tra un ambiente di lavoro confortevole e uno che invece affatica la vista procurando malessere a breve e lungo termine.

Il primo compito di chi progetta l’illuminazione in ufficio è calcolare nel modo corretto la quantità di luce necessaria nella cosiddetta task area, o zona di compito visivo (nel caso di un ufficio, la scrivania per esempio), quella per l’area circostante in una fascia di 50 cm, e quella nell’area di sfondo. Questo però da solo non basta perché la norma, e la capacità di chi progetta l’illuminazione in un luogo di lavoro, dicono anche che è necessaria una sufficiente quantità di luce naturale (salvo casi particolari) che si armonizzi con quella artificiale in modo tale da tutelare sicurezza, salute e benessere dei lavoratori. E qui entra in gioco l’altro aspetto, quello dell’abbagliamento.

L’abbagliamento è quando c’è troppa luce (o livelli eccessivi di luminanza, come recita la norma) all’interno del campo visivo, il che provoca problemi immediati come difficoltà di visione, e prolungati, come mal di testa o malessere. L’abbagliamento può essere di due tipi: diretto o riflesso, sul piano di lavoro oppure sullo schermo del monitor.

La presenza di un videoterminale, cioè il monitor del computer, complica ulteriormente le cose per quanto riguarda abbagliamento e riflessi, e la norma UNI 12464-2011 introduce ulteriori specifiche proprio per questo aspetto, in particolare per quanto riguarda la corretta ripartizione della luce secondo le diverse direzioni e in base agli angoli con cui arriva allo schermo del computer.

Infine bisogna tener conto della luce naturale ambientale: è sicuramente fattore di benessere psicofisico, motivo per cui nella progettazione di uno spazio di lavoro sarebbe importante prevedere ampie finestre, ma occorrono anche sistemi di schermatura e oscuramento che limitino i fenomeni di riflessione e abbagliamento, il tutto considerando che le condizioni di luce naturale ambientale durante la giornata cambiano continuamente e anche in modo sostanziale.

Ufficio
03/12/2018

Di recente, abbiamo proposto un articolo su quali approcci adottare per fare carriera al lavoro in base alle fasce di età o alla fase in cui ci si trova nel percorso professionale. Abbiamo discusso di sponsor e coaching; ed è proprio sull’argomento del coaching che vorremmo soffermarci oggi, approfondendone il significato per capire come svolgerlo efficacemente al fine di progredire nel proprio cammino lavorativo. Per prima cosa, vediamo insieme cosa si intende esattamente per coaching.
Che cos’è il coaching?
Il coaching è un dialogo tra coach e coachee – ossia, tra la persona responsabile dello svolgimento di questa tecnica e quella che riceve assistenza. L’obiettivo è di consentire al coachee di acquisire consapevolezza, maggiore autonomia e di adottare scelte per il raggiungimento del proprio pieno potenziale. Non si tratta di comunicare il percorso da intraprendere. Non si tratta di fornire delle risposte. Il ruolo del coach è di aiutare il coachee ad arrivare da solo alle proprie personali soluzioni. In tal modo, pur nella complessità che caratterizza l’attuale mondo del lavoro e le realtà aziendali odierne, i leader possono mantenere l’efficacia dirigenziale di un tempo e i dipendenti possono ancora far leva sulle conoscenze del manager per ottenere risultati più personalizzati.
Perché il coaching è importante?
Se svolto utilizzandone le metodologie e le tecniche nella giusta direzione, il coaching può rappresentare un’attività molto stimolante sia per il manager che lo effettua, sia per il dipendente che lo riceve. Ad esempio, può essere utilizzato per aiutare quei dipendenti che non riescono a ottenere i risultati attesi: attraverso il coaching, il dipendente può maturare consapevolezza delle proprie lacune e trovare metodi per porvi rimedio prima che diventino grosse problematiche che incidano seriamente sul rendimento complessivo. L’obiettivo qui non è di scoraggiare il dipendente ma, al contrario, di aiutarlo a risolvere i problemi per migliorare il suo lavoro e quello del relativo team o reparto.

Il coaching può però essere effettuato anche in caso di dipendenti che già dimostrano buoni livelli di rendimento per svilupparne ulteriormente competenze, abilità ed esperienza, facendo leva sui relativi punti di forza. In tal senso, può essere interpretato come 4un’attività volta allo sviluppo professionale sia del dipendente sia del manager – l’insegnamento in fondo è uno dei più efficaci metodi di apprendimento – incrementando le opportunità di promozione e copertura di ruoli di maggior rilievo. Per ottenere il massimo dal coaching, è importante instaurare un dialogo basato su diverse tecniche e fasi. Vediamo quali!
Lascia spazio
Uno degli aspetti essenziali del coaching è la capacità di lasciare al dipendente uno spazio che lui stesso andrà a riempire. Generalmente, l’attività viene avviata con una domanda a risposta aperta. È importante che il manager non si imponga eccessivamente né limiti troppo la conversazione, in modo che il dipendente si senta libero di sollevare dubbi, incertezze e in generale, discutere di questioni a lui importanti. Da una semplice domanda come “Da dove vorresti iniziare?”, si può poi passare ad altre che focalizzino l’attenzione del dipendente su aspetti specifici, su emozioni e reazioni, su cause, motivi o azioni intraprese; ad esempio: “È un obiettivo ambizioso. Come pensi di raggiungerlo?”. Un passo successivo nel dialogo di coaching può essere rappresentato dal mettere in discussione alcuni aspetti di quanto raccontato dal dipendente, introducendo nuove idee e ipotesi. Ad esempio: “La pianificazione prevista per il raggiungimento dell’obiettivo è interessante ma ci sono alcune incognite. Come ti comporterai nel caso in cui dovessi rimanere indietro con il lavoro?”. Le domande che iniziano con “cosa” o “come” sono le migliori per lasciare al dipendente spazio di elaborazione.
Ascolta
Si consiglia di sfruttare al massimo le fasi iniziali dell’attività di coaching, rimanendovi quanto più tempo possibile per spronare il dipendente a trovare da solo le proprie personali soluzioni grazie alla maggiore consapevolezza acquisita dall’analisi del problema. In tale dialogo, la capacità di ascolto è basilare. Cercare il contatto visivo per cogliere emozioni ed espressioni mostrando un reale interesse e adottando uno stile più profondo di quello che si potrebbe trasmettere in una conversazione casuale, è fondamentale per un coaching efficace. Altro aspetto importante: l’attenzione deve essere totale. Vanno quindi evitate distrazioni e interruzioni, che impedirebbero al dipendente di sentirsi veramente ascoltato. È possibile prendere qualche appunto su un foglio di carta per fotocopie in modo da annotare i punti essenziali e rifletterci dopo la riunione.
Empatia e fiducia
La capacità di comprendere il punto di vista di una persona è importante. Nel coaching, tuttavia, riuscire a cogliere le emozioni di chi ci è seduto di fronte lo è altrettanto. Perché? Per consolidare la fiducia: aspetto basilare di una conversazione di coaching efficace. L’abilità di comprenderne lo stato d’animo può favorire moltissimo l’eliminazione di blocchi che impediscono al dipendente di esprimersi liberamente. Situazioni che aiutano a stimolare la fiducia sono, ad esempio: un manager che ammette alcuni suoi punti deboli per creare vicinanza, il mantenimento di una posizione centrale rispetto agli opposti di rabbia e noncuranza, essere un manager che dà l’esempio ricevendo lui stesso coaching dai suoi superiori per comunicare il messaggio “Io ne ho tratto vantaggio e vorrei che ora lo sperimentassi tu”. Crediamo che il coaching vada vissuto come un’esperienza positiva di connessione per aiutare le persone a raggiungere il pieno potenziale che, nell’ottica aziendale, rappresenta una strategia estremamente efficace.

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Speriamo che questi consigli ti possano aiutare ad adottare il coaching per progredire in azienda. Ma vogliamo sapere anche la tua opinione: qual è la tua esperienza in merito? Hai mai svolto sessioni di coaching? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
30/11/2018

È il momento di parlare di stipendio con il capo: vorresti un aumento, pensi di meritarlo, altri colleghi l’hanno avuto ma a te nessuno l’ha prospettato e soprattutto non sai come fare. Puoi consolarti pensando che quasi la metà dei dipendenti non ha mai parlato di stipendio con le risorse umane (e con una netta differenza di genere: il 57% degli uomini l’ha fatto, e solo il 7% delle donne) e che per la stragrande maggioranza dei lavoratori è un argomento che mette un ’bout di disagio, ma questo non è un buon motivo per non affrontare il tema stipendio con i tuoi responsabili.
Come parlare di stipendio in azienda
Vediamo allora come parlare di stipendio in azienda facendo valere le proprie capacità e competenze, dando peso al proprio contributo all’attività aziendale, e trovando gli strumenti giusti per riuscire a guadagnare i soldi che pensi di meritare.
Dai un valore preciso al tuo ruolo
Con qualche ricerca (anche online, nei siti di recruiting per esempio) non è difficile scoprire la forbice salariale all’interno della quale si trovano persone che fanno il tuo stesso lavoro: si tratta sostanzialmente di dare un valore preciso al tuo ruolo e di capire se ti trovi nella parte alta o bassa del range di stipendio per le tue funzioni. Questa è la base di partenza della negoziazione.
Lascia dire a loro la prima cifra
È la regola d’oro di ogni negoziazione: il primo che dice una cifra ha “perso”. Se la dici tu, l’abbasseranno, se la dice il tuo capo puoi chiedere di più. Quindi quando ti chiedono quanto vorresti, o a quale cifra stavi pensando, ributta la palla nel campo delle tue risorse umane parlando di range di salari per la tua funzione, assumendo il tuo come floor, punto di base della negoziazione, e indicando il massimo attuale di mercato per il tuo ruolo.
Presentati con una cifra precisa in mente
È la conseguenza del primo punto: avere in testa il range salariale per il tuo ruolo ti aiuta a rilanciare, come conseguenza del secondo punto, su una cifra ben precisa: serve a dare l’impressione, sostenuta dai fatti, che conosci il tuo valore sul mercato del lavoro.
Fissa un minimo sotto il quale non andare
Fissata l’asticella verso l’alto, serve anche fissare un minimo sotto il quale non sei disposto ad andare. Se attualmente prendi una cifra X, e vorresti X + 5, puoi accettare X + 4 ma devi anche essere disposto a non accettare X + 1. Rimani come prima? Sì ma no: se hai dato l’impressione di conoscere il tuo valore di mercato, avrai messo in circolo l’idea che puoi anche andare altrove.
Scegli il momento giusto
Il tempismo è fondamentale, anche in una negoziazione salariale. Se i budget si decidono a dicembre, per esempio, chiedere l’aumento a gennaio è inutile perché sarebbe tutto rimandato di almeno un anno; il momento buono potrebbe essere ottobre, per avere il tempo di gestire una trattativa in più momenti e permettere di prevedere il tuo adeguamento nel budget discusso a dicembre.
Allenati a discutere la tua posizione
Il che non significa ripetere il discorso allo specchio. Anche se non hai intenzione di cambiare azienda, un occhio alle proposte di lavoro che fanno per te è sempre utile darlo, e anche candidarsi e sostenere dei colloqui: ti abitui a negoziare con figure diverse, raccogli informazioni utili (anche relativamente al primo punto) e quando ti siederai di fronte al tuo capo sarai animato da maggior fiducia e consapevolezza.

Ufficio
27/11/2018

La festa di Natale dell’ufficio può essere un bellissimo momento per allentare la tensione, conoscere di più i colleghi, fare un ’bout di networking conoscendo persone con le quali normalmente non si entra in contatto e in generale creare un clima più positivo in ufficio. Insomma, una festa di Natale del lavoro organizzata come si vede, con una cena serale o anche in orario d’ufficio, può essere un momento molto positivo, se si sa come comportarsi, oppure può trasformarsi in un disastro, se si dimentica per un attimo che si tratta di un party tra colleghi e non del remake di Una Notte da Leoni: ecco allora 7 cose da non fare assolutamente per non veder andare in fumo la propria carriera in azienda.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: bere troppo
Sì, certo, “paga la ditta”, come si dice in questi casi, ma non è un buon motivo per andare oltre la soglia consentita: già l’aperitivo, un bicchiere a tavola e l’inevitabile brindisi finale sono oltre la soglia di tolleranza ma finire a biascicare frasi incomprensibili o peggio a crollare di schianto per poi non presentarsi il giorno dopo alla scrivania non trasforma un dipendente in un eroe. Anzi.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: lamentarsi
È una festa, e solo in parte è una estensione del tempo di lavoro: discorsi su organizzazione, capi, budget, attrezzature o peggio ancora su quanto è brutta, povera o peggio la festa non si fanno. Anche se il clima in azienda non è quello dei tempi belli, almeno a Natale la gente non ha voglia di negatività.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: spettegolare
Sui pettegolezzi in ufficio ci sono parecchi pro e contro, e ovviamente in ogni ufficio del mondo ci sono motivi per spettegolare, tuttavia il clima festoso, l’alcol a disposizione e la situazione informale non sono una scusa per andare oltre e trasformare le dicerie da ufficio in un effetto boomerang: se proprio ti piacciono i pettegolezzi dedicati a quelli sulle star Tv e sui calciatori, che almeno in azienda sono innocui.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: essere troppo formali
Le gerarchie non si azzerano per una notte e i capi rimangono i capi, ma almeno alla festa di Natale ci si può sciogliere un ’bout, vestirsi in modo casual, raccontare qualcosa di personale, per esempio sui figli, la famiglia o qualche passione insospettabile. Creare un clima informale almeno alla festa di Natale dell’ufficio aiuta a creare legami più solidi in tutti gli altri giorni lavorativi.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: non farsi coinvolgere
C’è sempre qualcosa di organizzato, un gioco, un karaoke, una presentazione, in cui è palese che si rasenta il ridicolo. Ma sì, anche se detesti quel genere di cose, rifiutarsi e non farsi coinvolgere è anche peggio di scatenare l’ilarità comune. Sei stonato/a come una campana e ti tocca cantare con l’amministratore delegato? Buttati: l’effetto simpatia sarà sempre superiore al tuo poco talento canoro.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: non andare
“Mi si nota di più se vengo e me ne sto in disparte o se non vengo per niente?” Ecco, per la festa di Natale dell’ufficio questa frase non vale: non esistono scuse per non andare perché l’assenza sarà sempre peggio di una presenza discreta e magari poco spontanea. Ma insomma, a una festa di Natale ci sono anche tante possibilità di costruire relazioni importanti per la propria carriera.
Cose da non fare alla festa di Natale dell’ufficio: vestirsi in modo eccessivo
Vale per lui, vale per lei: va bene che è la festa di Natale, va bene che è fuori dall’orario d’ufficio, va bene il clima informale ma un abbigliamento sobrio, per quanto anche causal, è il limite da non superare: nessuno ha voglia di passare agli annali dell’azienda per un look che ha dato il via a infiniti pettegolezzi, vero?

Ufficio
23/11/2018

Ansia da lavoro: forse senza saperlo ne soffrono tantissime persone, e sicuramente quelle che accusano i sintomi tipici di questa vera e propria patologia che, in un articolo di Psychology, Health and Medicine, viene definita come “reazione di ansia fobica con sintomi di panico che si manifestano quando si pensa di doversi avvicinare al posto di lavoro”. Ma senza arrivare ai sintomi fobici della definizione, anche altri sintomi come insonnia e disturbi del sonno, difficoltà ad addormentarsi e risvegli con la sensazione di non essere riposati, difficoltà di concentrazione, irritabilità, coliti, gastriti e altre manifestazioni somatiche intestinali, o le manifestazioni somatiche dermatologiche come le dermatiti aspecifiche sono tutti segnali che la soglia di sopportazione dello stress è stata ampiamente superata e si soffre effettivamente di ansia da lavoro.
Ansia da lavoro: le cause
Le cause dell’ansia da lavoro possono essere intrinseche o estrinseche. Quelle intrinseche riguardano la sfera psicologica individuale e sono tali perché si manifestano (o si manifesterebbero) anche cambiando posto di lavoro; quelle estrinseche sono legate allo specifico ambiente lavorativo, per esempio un capo irragionevole o tirannico o colleghi troppo competitivi. In ogni caso ci sono condizioni della contemporaneità che sono il terreno fertile ideale per scatenare l’ansia da lavoro: precarietà, incertezza, cambiamenti ed evoluzioni rapide delle strutture aziendali, riduzioni del personale che obbligano a fare di più in meno tempo, la spersonalizzazione e straniamento dagli obiettivi aziendali, la spersonalizzazione dei gruppi di lavoro e in generale ogni fattore di stress prolungato e continuativo che genere sintomi come quelli predetti sono tutte cause di ansia da lavoro.

Basta girare per i forum in cui si discute di psicologia e vita quotidiana per trovare centinaia di messaggi di richiesta d’aiuto di persone che ormai hanno timore di andare al lavoro, che al mattino si svegliano con l’ansia di dover andare a lavorare, che vivono la giornata in ufficio come un trauma e che riconoscono, esse per prime, di lavorare male, senza motivazione né attenzione, di essere un peso per capo e colleghi e di voler, fondamentalmente, mollare tutto.
Ansia da lavoro: cosa fare?
Cosa fare in caso di ansia da lavoro? Il primo passo è ovviamente quello di riconoscerla e prenderne coscienza. Certo giornate stressanti possono capitare a chiunque, ma quella è anche ansia buona che rientra rapidamente nei suoi livelli fisiologici. Ma quando la condizione di ansia e stress perdura per lungo tempo, mesi se non anni, occorre intervenire. Da un lato ci si può rivolgere alle organizzazioni sindacali per valutare se esistono le condizioni di mobbing o mancato rispetto della salute del lavoratore, che per il datore di lavoro è un obbligo di legge; volendo ci si può anche rivolgere a uno specialista, psicologo-psicoterapeuta, che può senza dubbio aiutare a “prendere le distanze” dalla condizioni di stress e ansia e imparare a gestirla con sempre maggior consapevolezza; infine ci sono alcune “buone azioni quotidiane” che si possono mettere in atto per creare un clima in ufficio che sia meno fonte di stress.
Ansia da lavoro: puntare più sul gruppo e meno ai risultati
Il forte orientamento ai risultati è la prima fonte di stress in ogni ufficio del mondo. Non che si possa vivere e lavorare senza puntare al risultato, ma è quando l’obiettivo scatena la competizione individualistica che questo diventa fonte di ansia e stress. La soluzione è capire, individualmente e collettivamente, che oggi un lavoro in team ben strutturato e organizzato può permettere di raggiungere risultati migliori con meno stress, costi aziendali inferiori e una maggior qualità dell’ambiente lavorativo e del risultato finale.
Ansia da lavoro: generare empatia
Conseguenza del puntare sul gruppo per ridurre l’ansia da lavoro è il generare empatia tra le persone. Creare legami, che non significa necessariamente diventare amici ma almeno mostrare un volto umano ed empatico, è il modo per generare solidarietà nel gruppo, ridurre la competizione individualistica e aumentare la competitività collettiva.
Ansia da lavoro: comunicare di più
Lavoro di gruppo ed empatia significano sostanzialmente comunicare di più. Aver la possibilità di esprimere il proprio punto di vista (e non essere meri esecutori del pensiero altrui), prendere il coraggio di dire di no davanti all’ennesima richiesta che aumenta e peggiora il proprio lavoro, creare un clima tale per cui sia possibile esprimere il proprio disagio, e fondamentalmente cominciare a prendersi la responsabilità delle proprie idee sono tutti lati della stessa medaglia del comunicare di più.
Ansia da lavoro: fare formazione
Tutto giusto, tutto bello, ma non così semplice da mettere in atto. Per questo esistono corsi di formazione specifici per questo genere di problemi aziendali e, soprattutto, i corsi di formazione sono obbligatori per legge: corsi per imparare a comunicare, a lavorare in team, a creare un clima positivo in azienda o ufficio esistono e funzionano.

Ufficio
19/11/2018

Freddo in ufficio: un’esperienza che purtroppo capita a molti, vuoi perché il riscaldamento è rotto, vuoi perché l’ufficio non è ben isolato dagli spifferi di aria fredda che entrano dall’esterno, vuoi perché l’ufficio si trova isolato da altri ambienti riscaldati, vuoi perché il datore di lavoro non bada a tutte queste cose. Cosa fare se si è costretti a lavorare in ufficio al freddo? Intanto conoscere i propri diritti e doveri, nonché la normativa in fatto di tutela della salute e sicurezza sul lavoro.
Freddo in ufficio: cosa dice la legge
La legge in materia di tutela della salute sul lavoro stabilisce che il datore è tenuto a garantire la conformità dei luoghi di lavoro ai requisiti minimi prescritti dalla legge. Una espressione vaga che però nei termini conformità e idoneità riguarda anche il riscaldamento. Quindi se c’è freddo in ufficio e il datore di lavoro non provvede a creare le condizioni conformi e ideali per preservare l’integrità psicofisica e la salute dei lavoratori, la responsabilità è dell’azienda, anche qualora si procedesse con una causa. Però, se ci sono delle condizioni oggettive che rendono gli ambienti di lavoro non conformi e non idonei (per esempio un sottoscala buio e senza areazione) sulla temperatura ci sono invece vaghe indicazioni che riguardano anche l’umidità degli ambienti.

C’è in particolare un decreto (D.lgs. n. 81/2008) che stabilisce i criteri generali sul microclima all’interno del posto di lavoro in fatto di areazione, umidità e temperatura ma, per le ultime due caratteristiche, questi sono abbastanza vaghi: si stabilisce infatti che la temperatura nei locali di lavoro deve essere “adeguata all’organismo umano durante il tempo di lavoro, tenuto conto dei metodi di lavoro applicati e degli sforzi fisici imposti ai lavoratori”, il che lascia spazio a numerose interpretazioni, considerati anche l’umidità e il movimento dell’aria all’interno degli uffici.
Freddo in ufficio: temperatura minima per lavorare
Tuttavia, in generale, la temperatura minima per lavorare è normalmente individuata a 19°C (mentre la massima a 24°C, nel caso di caldo estivo) e l’umidità deve essere tra il 40% e il 60%.
Freddo in ufficio: cosa fare?
Cosa fare quindi se fa freddo in ufficio? In teoria, secondo una recente sentenza della Cassazione (20 gennaio-1 aprile 2015 n.6631) il lavoratore potrebbe anche assentarsi dal posto di lavoro, anche senza la proclamazione di uno sciopero, e senza subire decurtazione dello stipendio, che anzi andrebbe pagato integralmente. Però la sentenza della Cassazione è un caso particolare e in generale, prima di assentarsi dal lavoro per il freddo in ufficio, è necessario che ci sia una proporzione tra l’inadempimento del datore e la reazione del dipendente, verificando se le condizioni di lavoro sono davvero tali da giustificare l’azienda. Per una sentenza della Cassazione che ha dato ragione al lavoratore ce n’è infatti un’altra (10 agosto 2012, n. 14375) che ha invece ritenuto legittimo il licenziamento di una lavoratrice di una casa di cura che si era assentata dal lavoro a causa di supposti inadempimenti da parte del datore di lavoro: in questo caso la Cassazione ha ritenuto esorbitante il comportamento della lavoratrice rispetto alle reali condizioni di lavoro.