Categoria: Ufficio

Consigli, curiosità e notizie sulla vita di ogni giorno in ufficio

Ufficio
07/11/2014

Certo, i jeans sono un capo democratico, perfetto per il tempo libero, ideale per le giornate casual e – perché no? – anche in versione luxury sulle passerelle delle sfilate.

Ma in ufficio si portano oppure no? Chiaramente dipende dal dress code e dalla policy aziendale, ma nel caso in ufficio sia in voga il cosiddetto Casual Friday, oppure più semplicemente i jeans siano accettati senza troppi problemi, la rivista di moda femminile Marie Claire ha stilato le 5 regole per portare i jeans anche al lavoro, con un tocco in più:

1. Non solo blue jeans. Ovvero via libera anche al nero, al grigio e al tocco di blu scuro.
2. Aggiungere una giacca. Ovvero un tocco di classe, come Emmanuelle Alt, direttore di Vogue Paris, per cui jeans e giacca è la quotidiana divisa di lavoro.
3. Abbinarla ad una camicia bianca. Un grande classico con cui non si sbaglia mai.
4. Arricchire con i dettagli. Se i jeans nascono come indumento da lavoro, accessori preziosi (una borsa di valore, una bella collana) ne elevano il livello. E poi i tacchi: anche quelli elevano la silhouette, e un paio di décolletées danno un tocco in più al jeans casual.
5. Variare modello. Certo gli skinny, ma poi ci sono anche quelli a zampa d’elefante e molti altri modelli per le variazioni sul tema.

Su Marie Claire c’è anche una gallery con i modelli che non possono mancare in nessun guardaroba da ufficio.

Ufficio
31/10/2014

Inutile negarlo: succede. Anzi, secondo i più o meno ricorrenti sondaggi sul tema, 1 persona su 3 di quelle che lavorano in ufficio sono uscite, nell’ultimo anno, con un o una collega. E nel 40% di questi casi sarebbero andati anche oltre l’aperitivo e una cenetta a due. Di solito tutto nasce con un gioco di sguardi durante una riunione (1 volta su 3) e poi prosegue tra appuntamenti alla macchinetta del caffè, qualche romantico messaggino sui cari vecchi Post-it, e le chat online (il 27% di chi ammette il flirt sul luogo di lavoro ammette anche di non saper resistere ai link sdolcinati).

Certo, per qualcuno (20%) il tutto si tramuta nei sospirati fiori d’arancio. Ma se per la metà dei casi ci si lascia in buoni rapporti, rimane un 30% di casi in cui si finisce per guardarsi in cagnesco alla fotocopiatrice se non addirittura a dover cambiare posto di lavoro.

E allora, se proprio proprio non si riesce a resistere al flirt sul posto di lavoro, quantomeno è bene affidarsi alle sempre valide regole del galateo dell’amore sul posto di lavoro. Eccole.

Relax: in Italia avere una relazione in ufficio non è reato, e solo il 5% delle aziende le vieta espressamente. Certo però che uscire con il diretto superiore potrebbe non essere ben visto da colleghi e colleghe.

Un flirt alla volta. Insomma, già è complicato lavorare e flirtare senza scombussolare gli equilibri dell’azienda, manca solo di creare un cortocircuito tra tre persone. No, il triangolo non è il caso.

Patti chiari. Considerando che l’80% dei casi finisce con una rottura, tanto vale prepararsi per tempo stabilendo come comportarsi quando il sentimento finisce ma il contratto di lavoro vi tiene ancora a distanza di una scrivania.

Separare casa e lavoro. No, in ufficio e in pausa pranzo non si discute di quello che succede tra di voi dopo che avete timbrato il cartellino in uscita. Nel bene e nel male. Non è il caso di far sentire i colleghi spettatori del teatrino famigliare, vero?

Non illudersi, tanto lo sanno tutti. Per cui rendersi ridicoli negando l’evidenza è peggio che ammetterla serenamente.

Proteggere la propria reputazione. L’amore può passare, la reputazione deve restare, soprattutto se in quell’azienda volete rimanerci a lungo conquistando soddisfazioni e gratificazioni. Per cui evitare di sparlare del partner prima, durante ed eventualmente dopo la relazione.

PS: E no, certe cose in ufficio non si fanno. Quelle cose meglio lasciarle ai film di Hollywood: questo sì che potrebbe essere motivo di sanzione disciplinare se non di vero e proprio licenziamento.

Ufficio
21/10/2014

Capo = incline ad andare su tutte le furie. Se non sempre, quantomeno spesso. E il più delle volte non sono tanto i fatti (leggi: gli errori) a fargli perdere le staffe, quanto le giustificazioni a posteriori. Una situazione talmente diffusa che il sito Business Insider ha chiesto a Ryan Kahn, career coach, e alla sua collega Lynn Taylor, le frasi da cancellare immediatamente dal vocabolario professionale.

1 «Non posso»
La frase di chi ha poca fiducia in se stesso.

2 «Non è la mia area di competenza»
La risposta di chi non è disposto a dare il massimo e mettersi in gioco

3 «Non lo so»
Come sopra: non cercare una soluzione è peggio che non averla

4 «No»
La risposta di chi lancia il guanto di sfida.

5 «Proverò»
Altra espressione che denota insicurezza e comunica poca affidabilità.

6 «Non è quello che ho sentito»
Troppo vicino al pettegolezzo, e quindi poco professionale

7 «Come posso trarne beneficio?
La frase di chi non è disposto a mettersi in gioco senza tornaconto.

8 «Mi dispiace, ma…»
Scusarsi è bene, giustificarsi però ne annulla il valore. Mi dispiace, punto.

9 «Ho fatto del mio meglio»
Meglio ammettere l’errore, non ammettere che meglio di così non si è in grado di fare.

10 «Me ne vado»
Minacciare non è mai un atteggiamento professionale. Nemmeno minacciare di lasciare la scrivania.

11 «Ho solo pensato che….»
Frase di chi accampa scuse: meglio ammettere l’errore e voltare pagina.

12 «Ci ho provato prima»
Ci si è provato davvero, o si è pigri e basta?

13 «Nel mio precedente posto di lavoro facevamo in questo modo»
Le ricette non sono buone in ogni occasione, e questa frase è al livello del «So tutto io».

14 «Non è davvero colpa mia, è colpa di…»
Lo scaricabarile è sempre poco professionale.

15 «Il tuo predecessore lo faceva in modo diverso/meglio»
Mai sfidare il capo con i confronti. E poi c’è anche il punto 13 da tenere in considerazione.

16 «Mi annoio»
Si è pagati per quel lavoro. La noia non è contemplata nel salario.

17 «Non posso lavorare con lui/lei»
Si è pagati per lavorare, anche in team, non per litigare con il compagno di banco come all’asilo.

18 «È un idiota»
Parlar male dei colleghi è solo un boomerang.

19 «Se non ti sento, farò solo questo»
Tono minaccioso, ad alto rischio di collera da parte del destinatario.

20 «Perché lo fa sempre X…?»
Come per il punto 18: per avanzare richieste è sempre bene essere neutri e non tirare in ballo colleghi o superiori.

21 «Posso parlare con il tuo superiore di questa cosa?»
Scavalcare un capo è la soluzione migliore per inimicarselo. Poi ci sono solo le dimissioni.

22 «Non ho una soluzione»
Se ci sono dei problemi, ma non delle soluzioni, non è giustificato lo stipendio. Sempre meglio avere almeno un’ipotesi da cui partire.

23 «Perché lui ha X e io no?»
Vedere punti 18 e 20: i confronti scatenano sempre antipatie e ritorsioni, e non portano mai a nulla di costruttivo.

24 «Sono abbastanza occupato. Può aspettare?»
Quando gli impegni si accavallano, è meglio chiedere al capo le priorità: è suo compito decidere cosa è più importante e cosa meno.

25 «Posso uscire prima visto che oggi le cose vanno a rilento?»
Un modo inelegante per dire che non si ha nulla da fare. Uscire prima è lecito, non aver nulla da fare no.

26 «Questo è impossibile»
Espressione di totale negatività che non lascia margine di iniziativa personale. C’è qualcosa di peggio?

Ufficio
20/10/2014

E-book o edizione cartacea poco cambia: insieme al controllare i social sullo smartphone, la lettura rimane il passatempo più diffuso di ogni pendolare, e in questo autunno 2014 il libro che è in mano o nel tablet della maggior parte di chi prende i mezzi pubblici per andare al lavoro è senza dubbio Omicidi in Pausa Pranzo di Viola Veloce.

Perché ne parliamo? Intanto perché è un caso letterario: il libro è nato online, dal blog dell’autrice, poi è diventato un e-book in self-publishing, e infine è approdato ai tipi Mondadori, scalando ogni volta le classifiche di vendita.

Poi perché Viola Veloce è una vera impiegata milanese che si nasconde dietro uno pseudonimo. Ecco cosa dice di sé sul blog:
Donna, impiegata, single di ritorno, figlio alle medie. Punto. Quando torno a casa la sera, dopo l’ufficio, metto un ’bout a posto, cucino qualcosa, infilo i piatti sporchi in lavapiatti, e poi faccio i compiti con mio figlio.
E infine perché il libro è ambientato davvero nella vita quotidiana di ogni impiegato del mondo, come si legge già dalla sinossi:
Francesca Zanardelli sta per affrontare il solito pomeriggio in ufficio. È davanti allo specchio del bagno, con in mano lo spazzolino da denti, quando intravede due piedi sbucare da sotto la porta del w.c. Per terra c’è il cadavere di Marinella Sereni, la sua insopportabile compagna di scrivania! Qualcuno l’ha strozzata con una corda bianca, rimasta ancora intorno al collo, per poi ricomporre perfettamente il cadavere, come se fosse già pronto per entrare nella bara. E lo strano delitto è avvenuto… mentre tutti erano in pausa pranzo.
Come andrà a finire? Non resta che leggerlo fino in fondo, magari proprio in pausa pranzo.

Ufficio
14/10/2014

Si fatica a crederci, ma il 62% degli americani passa la pausa pranzo davanti al computer. Talvolta lavorando davvero, più spesso chattando, socializzando, leggiucchiando cose su Internet mentre ingurgitano qualcosa portato da casa e riscaldato al microonde o più spesso cibo take away. Un fenomeno talmente diffuso da aver fatto nascere il blog della pausa pranzo triste in ufficio, Sad Desk Lunch (da cui sono tratte le foto di questa gallery).

Un formato folgorante: foto e breve descrizione del perché, in fondo, mangiare così, davanti al computer, sia davvero molto triste. E ovviamente un successo strepitoso, visto che di foto ne arrivano di nuove ogni giorno.

Se passare la pausa pranzo in questo modo è triste e poco salutare, bastano però pochi accorgimenti per trasformare il pranzo sul luogo di lavoro in un momento piacevole, rilassante e socializzante, seguendo i consigli spiegati in questo post.

Ufficio
29/09/2014

Non necessariamente l’assemblea degli azionisti, ma fosse anche una riunione con i fornitori, a tutti è capitato o può capitare di dover parlare in pubblico. Semplice a dirsi, difficile a farsi: stare davanti a un gruppo di persone, talvolta sconosciute, e spiegare in modo efficace e convincente le proprie idee non è affatto così spontaneo come può sembrare osservando oratori esperti dominare il palcoscenico e la platea. Il rischio? Farsi prendere dall’ansia, andare in confusione e risultare totalmente inconcludenti.

E allora come fare? Cominciando da questi 5 semplici consigli sempre validi, dall’assemblea di condominio alla conferenza dell’associazione di categoria.
Accettare e controllare l’ansia
L’ansia, il grande nemico di ogni oratore, è uno stato fisiologico di tensione psicologica e fisica. Pensare di non soffrirne è utopistico: meglio accettarla, e tenerla sotto controllo con qualche respiro profondo diaframmatico (quelli che gonfiano l’addome) espirando con la bocca aperta. Qualche boccata e poi via, col microfono in mano.
Prepararsi per tempo
Anche il grande Steve Jobs preparava i suoi discorsi in modo meticoloso. Non si tratta di impararli a memoria, tecnica che li farebbe sembrare artefatti e ingessati: meglio fissare i punti salienti con delle parole chiave, e poi ripetere e ripetere ancora finché il tutto fila via liscio. Meglio ancora se allo specchio o in presenza di qualcuno che ascolti.
Arrivare con un ’bout di anticipo
Fosse anche la sala riunioni dell’azienda, sempre meglio arrivare con un poco di anticipo per controllare che tutto sia funzionante: il microfono, la lavagna a fogli o magnetica, la connessione del computer al videoproiettore, la risoluzione della presentazione in Powerpoint. E se si deve parlare in un luogo che non si conosce, è il modo migliore per prendervi confidenza e familiarizzarvi.
Informarsi su chi ascolterà
Nel caso in cui si dovesse parlare a un pubblico sconosciuto, è sempre bene raccogliere informazioni sulla tipologia di platea che assisterà al vostro discorso: chiedere agli organizzatori del convegno, informarsi tramite il sito Internet, confrontarsi con qualcuno che ha già fatto quell’esperienza è il modo migliore per farsi un’idea delle persone alle quali si andrà a parlare.
Parlare senza fretta
Il più classico degli errori di chi parla per la prima volta in pubblico: aver fretta di concludere e parlare senza pause, mangiandosi le parole. Meglio prendere le giuste pause, pronunciare in modo chiaro termini tecnici e parole straniere, enfatizzare i passaggi importanti e rivolgersi sempre al pubblico anche solo guardando una persona per volta di quelle che vi stanno di fronte.