Colloquio in inglese: 4 trucchi per superarlo
Pubblicato il 14 January 2021

Ormai fare un colloquio in inglese è quasi la normalità. Perché nelle multinazionali l’inglese è la lingua franca di ogni comunicazione interna. Perché anche la più piccola delle PMI in un mondo globalizzato ha sicuramente qualche contatto con clienti o fornitori esteri. O perché più banalmente si vuole proprio andare a lavorare all’estero, e l’inglese è la prima skill richiesta. Ma per quanto si possa parlare bene l’idioma di sua Maestà e di Shakespeare, durante un colloquio in inglese c’è sempre qualche tranello in più di cui tener conto. Per non mandare tutto in fumo per qualche banalissimo ed evitabilissimo scivolone.

1. Essere onesti: indicare nel CV il livello reale di inglese

Per molto tempo il CV europeo con le sue 4 categorie (“ottimo, buono, discreto, fluente”) ha permesso di ciurlare un ’bout nel manico. Tanto che se prima c’era soprattutto chi si sovrastimava, ora c’è anche chi si sottostima, sperando eventualmente di fare una impressione ancora migliore. Ma sono entrambi errori tattici che possono costare parecchio. Allora, per non sbagliare, soprattutto se si tratta di multinazionali o posizioni per cui l’inglese è vincolante, si può fare un assessment, cioè un test che certifichi in modo oggettivo e ufficiale il proprio livello di inglese reale, parlato e scritto.

2. Imparare un ’bout del linguaggio tecnico del settore o dell’azienda

Già, un conto è parlare fluentemente l’inglese durante un soggiorno a Londra, un altro paio di maniche è parlare l’inglese specifico e tecnico di un determinato settore o azienda. Ormai la comunicazione professionale è infarcita di termini, acronimi ed espressioni specifiche: non che sia necessario conoscerle tutte prima del colloquio, ma almeno le più importanti sì, per non ritrovarsi a non capire una domanda o anche per impressionare positivamente gli esaminatori. Se l’azienda ha un sito anche in inglese è già un buon punto di partenza, oppure si possono fare delle ricerche online, per esempio sul sito di aziende concorrenti o leggendo qualche articolo che parla di quell’azienda o di quel settore.

3. Non aver paura di chiedere

Il «noio volevan savuar l’indiriss» non è mai una buona idea. Per cui, anziché inventare termini ed espressioni vagamente tecniche, meglio molto meglio non aver paura di chiedere come si dice una determinata cosa in quello specifico settore. Basta prepararsi una formula sintetica ed efficace da sfoderare nel dubbio, e chiedere è sempre positivo perché dimostra interesse e volontà di imparare. Due soft skill sempre molto apprezzate dai recruiter.

4. Fare le prove generali

Già l’emozione gioca brutti scherzi di suo in un colloquio in italiano, figuriamoci se lo devi sostenere in inglese e a un certo punto ti sfugge un termine o infili un tempo verbale sbagliato. Per cui se fare le prove generali è una buona abitudine sempre, farlo per un colloquio in inglese lo è ancor di più. L’ideale sarebbe avere qualcuno madre lingua che si metta i panni dell’esaminatore (e ormai con le videochiamate è un gioco da ragazzi). Se così non fosse possibile basta un amico, un parente o anche lo specchio o meglio ancora una registrazione video con lo smartphone: l’importante è vedersi e sentirsi parlare in inglese, ad alta voce, per capire l’effetto che si farà. E aggiustare il tiro su termini, pronuncia e fiducia in se stessi.