Cosa significa essere un freelance
Pubblicato il 6 September 2019

Essere un freelance è una condizione molto diffusa nell’odierno panorama del mondo del lavoro, in particolare in alcuni settori che per loro natura sono molto fluidi, funzionano e progetti, vivono di picchi e cali della domanda e necessitano di professionalità specifiche. Sono per esempio il settore della formazione e dell’istruzione, anche aziendale, quello finanziario e ancor più assicurativo, quello della comunicazione, soprattutto nel digital e nel mondo ICT di programmatori e sviluppatori. Tuttavia, in particolare nel nostro paese, si fa ancora molta confusione tra freelance e liberi professionisti, e tra freelance e consulenti, e non sempre è ben chiaro cosa significa essere un freelance.

Cosa significa essere un freelance

Il termine freelance è di origine anglosassone e in origine identificava i soldati di ventura, o mercenari. Freelance = lancia libera, soldati che combattevano con le proprie armi al soldo (da cui soldato) di chi li pagava meglio. Tra i primi a usare il termine c’è Walter Scott nel suo romanzo storico Ivanhoe, e oggi per freelance si intende qualunque lavoratore autonomo assoldato per un compito da uno o più committenti.

In Italia però esiste anche la figura del libero professionista, che è pur sempre un lavoratore autonomo che presta la propria professionalità a uno o più committenti, e che tuttavia nel nostro Paese è di norma iscritto a un albo professionale o a un’associazione di categoria. L’iscrizione a un albo o a un’associazione lo rende di fatto un ’bout meno libero, sia dal punto di vista deontologico che, in positivo, dal punto di vista delle tutele poiché l’appartenenza a un albo o associazione dovrebbe essere in teoria soggetta a determinati vincoli – e in effetti così è, a meno di raggiri e truffe – e sempre in teoria dovrebbe tutelare il mercato e la possibilità di svolgere quella professione – ma non sempre così è, nella pratica.

I Pro e i Contro dell’essere un freelance

In ogni caso, oltre alle distinzioni formali e al netto di situazioni particolari, essere un freelance significa accettare da subito alcuni Pro e Contro.

Come prima cosa è necessario aprire una posizione contributiva, che nella stragrande maggioranza dei casi è una Partita IVA ma non è l’unica forma per poter lavorare (e pagare le tasse) da freelance. Serve anche una posizione previdenziale, che può essere all’INPS oppure alle casse previdenziali degli albi professionali, e tra i contro c’è senza dubbio il fatto di doversi occupare in prima persona di queste cose, dalle scadenze ai versamenti (a meno di non rivolgersi a un commercialista, cosa che però comporta dei costi).

Essere un freelance e collaborare a progetto o in modo continuativo ma non esclusivo con un committente significa anche non avere né tutele né agevolazioni, dalla maternità alle ferie, dalla malattia agli infortuni. O meglio: alcuni istituti di previdenza professionali prevedono forme di maternità, ma il più delle volte sono in funzione di quanto versato in precedenza, e altri prevedono forme di tutela da malattia e infortunio a pagamento. Altri oneri di cui farsi carico in pratica in prima persona.

Normalmente una collaborazione come freelance funziona in base a una lettera di incarico, o a un contratto con un inizio e una fine, e queste sono le ipotesi migliori perché spesso non c’è nemmeno quello. Tutto è bene finché finisce bene, ma nel caso di mancati pagamenti è davvero difficile ottenere il dovuto anche a fronte di un vero contratto: tra mediazioni in camera di commercio e ricorsi al giudice possono passare anni e possono volerci un sacco di soldi per ottenere poco o nulla. È un “rischio di impresa” da mettere in conto quando si patteggia un compenso.

Se poi si scivola nella dimensione del collaboratore fisso a partita IVA ci si ritrova a essere un finto freelance con gli obblighi di un dipendente ma senza le sue tutele: la legge vorrebbe e dovrebbe dissuadere questo genere di situazioni, ma in realtà esistono e non sono poche.

Incombenze gestionali, costi a proprio carico (dai trasporti alla strumentazione e senza dimenticare la formazione), assenza di tutele, incertezza economica sono senza dubbio tra gli aspetti negativi dell’essere un freelance. Ma poi ci sono anche degli aspetti positivi, che si possono riassumere nell’evocativo termine di libertà.

Un freelance formalmente non ha vincoli di subordinazione, il che significa gestire autonomamente i propri orari e il luogo di lavoro: senza arrivare alla condizione di nomadi digitali, si può decidere di lavorare dove meglio si crede, dai coworking alle località di vacanza, con l’unico vincolo di rispettare le scadenze.

La libertà è una forma di disciplina ma è anche un mondo di opportunità: diversi committenti, diverse esperienze, significano anche continuo aggiornamento professionale, essere un passo avanti rispetto ai dipendenti che svolgono più o meno lo stesso lavoro sempre nella stessa azienda, nonché significa poter espandere il proprio network di contatti e, in definitiva, crescere professionalmente.

Ecco, essere un freelance significa sostanzialmente investire su se stessi, sulla propria professionalità e sulla propria capacità di rimanere sul mercato, offrendo servizi ad alto valore aggiunto. Fatto questo che spesso rende i freelance particolarmente appetibili per le aziende e quindi ricercati.

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