COVID: per i positivi asintomatici niente smart working
Pubblicato il 8 September 2020

Per i positivi asintomatici niente smart working. Cioè, se risulti positivo al tampone per il Coronavirus devi stare a casa in quarantena ma, anche se asintomatico, non puoi lavorare. La norma è contenuta nel DPCM del 7 agosto 2020, rinnovata nel DPCM del 7 settembre, e ribadisce quanto già previsto dai decreti Cura Italia e Rilancio e previsto anche dal chiarimento dell’INPS 2584 del 24 giugno: per gli asintomatici positivi è vietato lavorare anche da casa, anche in modalità smart working.
Un tema che tocca già oggi migliaia di lavoratori e che, se davvero arrivasse la seconda ondata che molti prevedono per l’autunno, potrebbe riguardare decine di migliaia di persone apparentemente sane, senza sintomi, in grado potenzialmente di lavorare da casa e però impossibilitate per legge.
Un tema che riguarda ovviamente anche numerose aziende, che si sono rivolte a studi legali e consulenti del lavoro per capire se gli asintomatici potessero (o dovessero) lavorare da casa. E lo stesso “divieto” di lavorare da casa in modalità da remoto riguarda per legge anche chi rientra dai Paesi per i quali è previsto l’isolamento fiduciario in attesa del tampone. Cioè: torni da Spagna, Grecia o da qualunque altro Paese per il quale è previsto il tampone, e finché non lo fai e non hai l’esito negativo rimani in isolamento fiduciario e non puoi lavorare. Nemmeno da casa. Perché anche questo isolamento è equiparato alla malattia.
Quanti sono gli asintomatici positivi che si ritrovano in questa situazione? Secondo i dati dell’ISS il 65% di quanti risultano positivi al tampone. E per il mese di agosto parliamo di oltre 21 mila positivi, quindi circa 10mila lavoratori, considerando che i tamponi hanno riguardato per il 75% persone in età da lavoro.