Il fascino discreto della cancelleria
Pubblicato il 2 December 2014

Sì, c’è chi subisce il fascino dei prodotti di cancelleria al punto tale da farne un feticcio e scriverci un libro appassionato, ricco di storie, aneddoti e informazioni: è stato appena pubblicato in Inghilterra “Adventures in Stationery: A Journey Through Your Pencil Case“, un viaggio emozionale nelle storie degli oggetti di ogni giorno firmato da James Ward.

Ne ha scritta una divertita – e divertente – recensione Elisa Conti per “Pagina 99” (poi pubblicata da “Il Foglio del lunedì” e ripresa da Dagospia). Eccone alcuni passaggi.

«Ci sono patiti di calcio che sanno a memoria formazioni di decenni fa, musicofili che sanno chi ha partecipato all’album di una certa band e nessuno li critica», dice Ward. «Se invece ti dichiari maniaco di righelli o penne vieni deriso, come se una fissazione fosse inferiore a un’altra. Si dà per scontato che dobbiamo appassionarci a quello che amano tutti gli altri. Ma chi dice che interessarsi a oggetti di uso quotidiano sia sbagliato?».

Per giustificare le sue predilezioni, nel libro Ward presenta una nutrita serie di affascinanti curiosità: dalla vicinanza tra le parole inglesi penis (pene) e pencil (matita), entrambe mutuate dal latino penicillum, pennello (il che, retrospettivamente, getta nuova luce sul vecchio carosello della Cinghiale: «pennello grande o grande pennello?»), all’invenzione della colla in stick, stimolata dall’osservazione di una donna che metteva il rossetto.

Soprattutto, però, Adventures in Stationery rivela che il rapporto tra gli umani e la cancelleria, nonostante l’apparente disinteresse della maggioranza, è così viscerale e intimo da oltrepassare le leggi della ragionevolezza, se non addirittura le leggi e basta. Secondo i dati, nel 2011, periodo di recessione in cui molti persero il lavoro, tra i beni infilati negli scatoloni si registrarono moltissime pinzatrici, considerate dalla maggioranza degli ex dipendenti come un effetto personale.

Proprio le penne sono state al cuore di una prolungata battaglia ideologica oltre che economica: quella, puntualmente rievocata nel libro, tra paladini delle cosiddette biro e delle stilografiche.
Negli anni Cinquanta la Parker sostenne che le penne a sfera uniformassero troppo le calligrafie, eliminando tratti peculiari come l’inclinazione del pennino. Per reagire all’insinuazione, la Bic arruolò un noto grafologo e gli sottopose circa 700 manoscritti in 11 giorni dato che le interpretazioni dell’esperto, a detta di tutti gli esaminati, si rivelarono molto precise, nacque la credenza che la biro in effetti rispecchiasse lo stile di chi la usava. E anche che la grafologia fosse una scienza esatta.

Esplorato il passato della cancelleria, resta da vedere quale ne sarà il futuro. Il sentimentale Ward, come ogni vero innamorato, non può credere che un giorno tutto questo finirà. Anzi, a suo avviso il settore è più vivo che mai: «Il fatto è che in un mondo digitale noi abbiamo ancora bisogno di fisicità, di toccare le cose. Lo schermo è freddo, mentre la scrittura è calda, personale, sensuale: la pressione sul foglio, l’odore di una gomma nuova ci fanno sentire bene, ci confortano.

Di più: hanno il potere di renderci migliori. Io, quando compro dei nuovi raccoglitori, sento l’impulso a trasformarmi nell’individuo ordinato che ho sempre voluto essere. Quando acquisto un quaderno nuovo, mi dico che finalmente inizierò il mio romanzo. Quando compro un evidenziatore, sono pronto a riordinare le priorità della mia vita. E posso farlo, volendo, anche se non c’è connessione».