Lavorare a ore o per obiettivi?

«Dovremmo immaginare contratti che non abbiano come unico riferimento l’ora-lavoro». Lo ha detto il ministro del lavoro Giuliano Poletti durante un convegno sul Jobs act alla Luiss e si è scatenato il putiferio.

La prima reazione è stata quella del segretario della CGIL Susanna Camusso.

Bisogna smettere di scherzare quando si parla di temi del lavoro. Bisogna ricordarsi che la maggior parte delle persone fa un lavoro faticoso: nelle catene di montaggio, le infermiere negli ospedali, la raccolta nelle campagne, dove il tempo è fondamentale per salvaguardare la loro condizione.

E dal ping pong tra il responsabile del dicastero del lavoro e quello del maggior movimento sindacale italiano è derivato un profluvio di distinguo, analisi e prese di posizione.

Per esempio Francesco Rotondi su Formiche.net, seguitissima testata di analisi su politica, economia, geografia, ambiente e cultura, plaude alla dichiarazione del ministro.

Oggi ci si accorge che l’”orario di lavoro” forse è tema centrale nel mutato assetto organizzativo delle imprese; ci si è accorti che l’orario di lavoro forse non è più né gestibile né misurabile come una volta; ci si è accorti che vi sono spazi infiniti di regolazione diversa offerti dalla tecnologia e dalle diverse prestazioni alle quali sono chiamati i lavoratori.

Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, non è totalmente in disaccordo con il ministro Poletti (lo riporta Il Diario del Lavoro).

Solo chi gira a largo delle fabbriche non sa che per molti lavoratori italiani la dimensione spazio temporale di quella che si chiamava ‘prestazione lavorati’twill è già radicalmente cambiata. C’è stata un’alzata di scudi che per me non ha senso, perché così si perpetua solo una sensazione di stato d’assedio al limite del ridicolo. Quanto al contratto nazionale è chiaro che rischia di difendere solo pezzi residuali del lavoro, mentre tutto il lavoro è cambiato, sarebbe un errore non modificarlo. In questa situazione le 8 ore rischiano di essere più un problema per il lavoratore, anziché una tutela.

Critico invece Carlo Clericetti nel blog di Repubblica.it Soldi e Potere.

Forse l’idea è che “l’apporto dell’opera” si misura per ogni singolo lavoratore, e quindi bisogna lasciare spazio a una retribuzione diversa per ciascuno. E dunque, dopo lo sforzo tuttora in corso per spostare il baricentro dalla contrattazione nazionale a quella aziendale, si arriverebbe a chiudere il cerchio, arrivando alla contrattazione individuale. Un ritorno non più agli anni ’50, ma direttamente all’800, quando organizzarsi in sindacati era considerato un atto sovversivo. Un processo alle intenzioni? Esatto, proprio così, legittimato dal fatto che le intenzioni di questa classe dirigente appaiono chiare da tempo. Continuando così, una “novità” dopo l’altra, ci ritroveremo indietro di più d’un secolo.

Così come Alessandro Robecchi su Il Fatto Quotidiano.

Una cosa modernissima che si chiama “cottimo”. Nel caso, cottimo e abbondante. Una prassi che cambierà le nostre vite, il linguaggio, i rapporti interpersonali. “A che ora torni, caro?”. “Uh, come sei antica! Ancora legata alle ore! Arrivo quando ho raggiunto il risultato, come impone la nuova etica del lavoro”. “Quindi?”. “Boh, facciamo un giovedì di dicembre, ma non so quale

Il giuslavorista Roberto Pessi (come riporta Libero Quotidiano) è invece d’accordo con il ripensamento del modo di valutare il lavoro al giorno d’oggi

Quello che il ministro Poletti ha detto non è una rivoluzione, ma un ragionamento coerente con la scomparsa dei cocopro, la valorizzazione del lavoro subordinato a tempo indeterminato, anche etero-organizzato e l’affermazione di un modello imprenditoriale in cui la collaborazione tra capitale e lavoro garantisca la coesistenza tra solidi statuti protetti ed incisive competitività sul mercato internazionale.

E se poi dell’argomento se ne occupa anche La Gazzetta dello Sport con Giorgio Dell’Arti allora l’argomento è davvero caldo

L’orario di lavoro è funzionale a un sistema produttivo diverso da quello di oggi. È evidente che possono esserci situazioni in cui dell’orario non si può fare a meno (la catena di montaggio, peraltro sempre più automatizzata, l’assistenza degli infermieri in ospedale, i turni della polizia, eccetera), ma è pure chiaro che è sempre maggiore la quota di produttività che non dipende affatto dall’orario

Insomma, nell’epoca dello smart working e mentre in Svezia stanno pensando di ridurre l’orario di lavoro giornaliero, ha ancora senso ragionare in termini di ore-lavoro oppure queste sono – per usare l’espressione del ministro – “un attrezzo vecchio”?