Le 5 bugie che tutti dicono nel CV
Pubblicato il 8 November 2019

Ci sono bugie che tutti dicono nel CV. Ora, dal punto di vista legale “gonfiare” alcune informazioni nel proprio curriculum non è un reato: lo è solo nel momento in cui si falsificano le carte, cioè si mente davvero, millantando per esempio una laurea che non si ha, e nel caso si parla di truffa, con pene dai 3 ai 6 mesi di reclusione. Però è fuori di dubbio che millantare competenze, esperienze e altri dati non veritieri non è certo il modo migliore per cominciare un rapporto di lavoro. Certo, il datore di lavoro avrebbe il periodo di prova per rendersene conto, ma anche pensando di superarlo senza inghippi c’è poi tutta una relazione professionale da portare avanti nel tempo e farsi scoprire a cose fatte potrebbe essere ancor più problematico. Ma quali sono le bugie che tutti dicono nel CV e sulle quali pensano di farla franca? Più o meno sempre gli stessi, e più o meno sempre quelle 5.

1. Il titolo di studio

Viviamo nel paese in cui un titolo di studio non si nega a nessuno, e in cui chiunque, in determinate condizioni, può essere appellato come “dottore”. Sì, l’ossessione del titolo di studio è ancora ben presente nel nostro Paese, come sanno i recruiter che molto spesso si trovano davanti a titoli di studio gonfiati se non propriamente millantati (il caso più comune? Qualche esame in università che diventa a distanza di anni una vera laurea).

2. La conoscenza delle lingue

Noio volevàn savoir l’indiriss“: alla fine ci arrangiamo sempre, e un ’bout di inglese, di francese e di spagnolo riusciamo sempre a metterlo insieme. Ma un conto è ordinare tapas, croissant o beer in vacanza, un altro sostenere una conversazione professionale in ambito lavorativo. Eppure dal punto di vista dei recruiter millantare la conoscenza di lingue a malapena comprese è la second bugia più diffusa nei CV: un conto è infatti certificare le proprie competenze linguistiche, un altra infilarci un “inglese scolastico” e poi provare a cavarsela. Ma davanti a chi prova a cavarsela ma non riuscirebbe a comprare un biglietto della metropolitana a Londra i recruiter si arrabbiano, e anche parecchio.

3. L’ultima posizione occupata

Come l’appellativo di “dottore”, anche quello di “manager” non si nega a nessuno, e la tentazione di autopromuoversi a ruoli e posizioni superiori a quelle reali è fortissima. In fondo mica il recruiter andrà a chiedere al proprio capo se davvero in quel momento stiamo davvero occupando quella posizione di prestigio e responsabilità, no? Eppure i recruiter non sono così disarmati, e con poche, inaspettate domande possono smascherare anche il candidato più scafato. E con la reputazione se ne vanno anche le chance di avere quel lavoro.

4. Lo stipendio

Be’, è la diretta conseguenza del punto precedente: se mento sulla posizione occupata, facendo l’auto-upgrade, non devo mentire sullo stipendio? Però anche qui, le bugie hanno le gambe corte, e una RAL incongruente non è così difficile da smascherare per dei recruiter che ogni giorno tastano il polso al mercato del lavoro. E davanti a una menzogna così evidente non c’è next step che tenga: l’onestà è ancora un valore per chi si occupa di candidati.

5. Hobby e interessi

Sembra incredibile, ma si mente anche sugli hobby e gli interessi. Vero che le soft skill sono la nuova frontiera del recruiting, dato che pare dicano di un candidato molto di più delle sue nude e crude competenze professionali. Però se scrivere “barbecue” tra gli hobby sembra troppo banale, dal punto di vista di un recruiter è molto più interessante scoprire che sappiamo davvero tutto su come fare una grigliata perfetta anziché millantare di essere forti lettori e spendersi nel volontariato per poi scoprire che l’ultima lettura era il libro di barzellette su Totti e l’ultima buona azione è stata sistemare tavoli e sedie dopo la festa di fine anno scolastico di figli ormai maggiorenni.