Lo smart working funziona
Pubblicato il 28 November 2018

Lo smart working funziona: crea benessere nei dipendenti e migliora efficienza e risultati aziendali. Lo dice, e dimostra, una ricerca dell’Osservatorio smart working della School of management del Politecnico di Milano, presentata nell’ambito del convegno “Smart working: una rivoluzione da non fermare”, organizzato a un anno di distanza dall’entrata in vigore della legge 81/17 che normato un modo di lavorare già diffuso in alcune aziende.

Lo smart working funziona: crea soddisfazione, motivazione ed efficienza

Produttività aumentata del 15%, tasso di assenteismo ridotto del 20%, maggior soddisfazione delle modalità di organizzazione e gestione delle proprie attività lavorative, miglioramento dell’equilibrio tra vita privata e professionale, aumento della qualità dei risultati raggiunti, maggior efficienza, motivazione e benessere: è questo il quadro che emerge dalla ricerca del Politecnico di Milano sullo smart working, che delinea anche la figura tipo dello smart worker, uomo, tra i 38 e i 58 anni, residente nel nord ovest dell’Italia.

Cos’è lo smart working

Inquadrato dalla legge 81/17, lo smart working è una modalità di lavoro caratterizzata da flessibilità e autonomia nella scelta dell’orario e del luogo di lavoro, resa possibile dalla dotazione di strumenti digitali adatti a lavorare in mobilità, eventualmente anche fuori sede. In pratica lavorare dove e (relativamente) quando si vuole, organizzando in autonomia i propri tempi di lavoro in accordo con i compiti da svolgere, grazie a computer portatili, smartphone, connessioni virtuali, cloud e altre dotazioni tecnologiche messe a disposizione dall’azienda.

Smart working: quante persone lo fanno in Italia

Secondo la ricerca del Politecnico di Milano in Italia ci sono oggi 480.000 smart worker, il 12,6% degli lavoratori attivi che potrebbero essere interessati da questa modalità operativa: rispetto al 2017 c’è stato un aumento del 20%, con alcune differenze tra grandi imprese, Pubblica Amministrazione e PMI. Se nelle grandi aziende con oltre 250 addetti lo smart working è in aumento costante ed è considerato necessario per la competitività (il 56% delle grandi aziende interpellate ha già progetti in essere), nella PA le iniziative di lavoro agile sono ferme al 9% e nelle PMI lo smart working è passato da una diffusione del 22% nel 2017 al 24% del 2018.

Smart working: un cambio culturale più che di strumenti di lavoro

Se lo smart working è reso possibile dalla dotazione di strumenti tecnologici che permettono il lavoro agile e in mobilità, il vero cambiamento da affrontare è però quello culturale, con i responsabili HR chiamati a modificare gli stili di leadership e i comportamenti delle persone, orientandoli sempre più verso il raggiungimento degli obiettivi.

Secondo la ricerca, uno stile di leadership smart deve basarsi sulla capacità dei capi di incoraggiare le persone a collaborare con tutti i colleghi in modo aperto (sense of community); di decidere di volta in volta le modalità e gli strumenti di comunicazione da utilizzare con i collaboratori (virtuality); di recepire le esigenze personali dei collaboratori e integrarle nelle modalità di organizzazione del lavoro (flexibility); di responsabilizzare i collaboratori, coinvolgendoli nelle decisioni e stimolandoli a proporre miglioramenti nelle modalità di organizzazione del lavoro (empowerment).