Ufficio
25/06/2019

Dopo una promozione la tentazione è quella di festeggiare e coinvolgere tutti nella tua soddisfazione. Ma già questo sarebbe un errore. L’altro è quello di pensare che da quel momento in poi le giornate lavorative saranno sempre, tutte, migliori: secondo alcune indagini condotte da specialisti di psicologia del lavoro, i benefici di una promozione durano al massimo 36 mesi, poi lo stress diventa peggiore di prima, e con esso la qualità della vita. E quindi che cosa fare dopo una promozione? Sicuramente queste 4 cose.
Stabilire un perimetro
Perimetro argomentativo più che fisico. Cioè, se prima prendevate il caffè abitualmente con la vostra vicina di scrivania, non è che di colpo dovete smettere di farlo (anzi, sarebbe un errore decisamente controproducente). Il caffè potete continuare a prenderlo, ma non potete più spettegolare di altri dipendenti e/o capi (ora avete una posizione e uno status maggiori) né lamentarvi delle cose che non vanno. Nella tua nuova posizione non puoi più né sfogarti né ascoltare gli sfoghi dei tuoi ex colleghi, ed è importante che con tatto e fermezza tu lo faccia capire subito.
Motivare la tua promozione
Ogni avanzamento di ruolo interno a un’azienda scatena sempre una coda di pettegolezzi, chiacchiere, polemiche e invidie. Non sta a te spiegare perché sei stato promosso, e non sta a te fare la prima mossa: se un ex collega ti chiede direttamente cosa ne pensi, dai un tuo parere oggettivo (una esperienza che hai fatto in azienda, un corso a cui hai partecipato, la conoscenza di qualcosa di specifico) altrimenti lascia che siano altri a farlo, magari chiedendo loro di mettere fine ai rumors.
Adeguarti al tuo nuovo status
Fino a ieri quel manager ti dava ordini, oggi siete pari grado, e la cosa mette in imbarazzo entrambi in egual misura. Però trasformarsi nel corso di una notte da Fantozzi a Cobram non fa bene a nessuno dei due: tu non sarai te stesso, lui si sentirà messo in un angolo. La questione qui è adeguarti al tuo nuovo status, e il modo migliore per riuscirci è lasciare che il tempo faccia il suo corso e il lavorare fianco a fianco vi permetta di stabilire nuove modalità di relazione.
Non farsi adulare
Sono le conseguenze del potere: grande o piccolo che sia, ci sarà sempre qualcuno che cercherà di avvicinarti per trarne qualche favore personale. Muoviti con circospezione, non farti adulare, non farti tirare nella sua rete, sfrutta pure la tua nuova condizione di vantaggio ma sempre mantenendo le distanze professionali necessarie e senza farti ricattare.

Notizie
21/06/2019

Il metodo 996 di Jack Ma è il segreto del successo del fondatore di Alibaba, il gigante cinese dell’e-commerce. Purtroppo però è un sistema molto semplice, fin troppo, e che di segreti ne ha ben pochi: il metodo 996 di jack Ma significa lavorare dalle 9 del mattino alle 9 di sera, per 6 giorni a settimana. 12 ore al giorno per 6 giorni, 72 ore a settimana, con un solo giorno di riposo. Un incubo per molti, che anzi sognano di lavorare solo 4 giorni a settimana, ma una benedizione per il self made man cinese convinto che, senza questa enorme abnegazione dei suoi connazionali, l’economia cinese avrebbe molto probabilmente perso vitalità e impeto (come ha scritto sul suo account WeChat, il social più diffuso in Cina).

Il metodo 996 è tornato alla ribalta, e il dibattito intorno a esso pure, in seguito a un articolo pubblicato su un quotidiano cinese nel quale si sosteneva che la formula 996 di Jack Ma sarebbe contraria alla legge sul lavoro cinese. Ma Jack Ma – che nel 2018 ha annunciato le proprie dimissioni dalle posizioni decisionali di Alibaba – è convinto che per raggiungere il successo bisogna lavorare molto, e impiegare più energia, soprattutto quando si è giovani. Una convinzione che trova una spalla solidale in un altro imprenditore cinese di successo, Richard Liu fondatore dell’altro big dello shopping online cinese JD.com, secondo il quale la crescita esponenziale dell’economia cinese ha portato a un aumento delle posizioni manageriali e di staff e quindi a una riduzione delle capacità produttive del paese asiatico.

E voi cosa ne pensate del metodo 996 di Jack Ma? Sareste disposti a lavorare 12 ore al giorno, per 6 giorni, per raggiungere i suoi successi imprenditoriali? E cosa ne pensereste di lavorare 10 giorni consecutivi per poi avere 4 giorni di riposo?

Ufficio
17/06/2019

La produttività è sicuramente uno degli argomenti più discussi in ambito lavorativo. Forse, come noi, anche tu sei curioso di scoprire nuovi possibili trucchetti in grado di aiutarti a portare a termine un numero maggiore di attività in tempi più brevi. O forse, ti ritrovi spesso perso nei meandri della burocrazia intento a sfogliare pile e pile di documenti o a organizzare nuovamente quel faldone nella speranza di trovare più facilmente ciò che ti servirà la prossima volta. Qualche mese fa, ti abbiamo proposto uno strumento in grado di semplificare la documentazione, la modulistica o la stesura di email, spiegandoti come migliorare la produttività con l’impiego dei template. Se è vero che questo mezzo può drasticamente ridurre il tempo impiegato a digitare, sfruttandone un altro – ossia il riconoscimento vocale – possiamo scrivere evitando completamente l’utilizzo della tastiera. Ma scopriamo insieme alcuni degli impieghi più diffusi, e relativi vantaggi, di questo strumento!
Articoli, email e presentazioni più veloci
L’impiego più immediato degli strumenti di riconoscimento vocale è probabilmente nella scrittura di testi. Sono infatti numerosi i ruoli odierni che richiedono la stesura di documenti: pensiamo, ad esempio, alle figure del copywriter o del creatore di contenuti social, a quella dello scrittore o del traduttore. Ma possiamo pensare anche alle email che redigiamo quotidianamente, ai report di analisi su determinati dati o anche alla trascrizione di intere presentazioni. Quando ci ritroviamo a dover “macinare” parole come parte della nostra attività lavorativa, sicuramente il riconoscimento vocale può rivelarsi un perfetto alleato. In media, infatti digitiamo circa 35 parole al minuto ma ne pronunciamo ben 120 e se con le dita sulla tastiera riusciamo a raggiungere una precisione poco superiore al 50%, con il riconoscimento vocale – dopo aver accuratamente allenato il programma – possiamo produrre testi privi di errori di ortografia. Inoltre, l’avanzamento tecnologico di questi software ne ha aumentato l’accuratezza di riconoscimento a oltre il 99%.
Effettuare chiamate con la composizione vocale
Su email e messaggi di testo ricade spesso la preferenza nel comunicare con le altre persone ma le chiamate vocali rappresentano ancora uno dei maggiori mezzi di comunicazione soprattutto in ambito lavorativo con clienti e fornitori. Certo, cercare un numero in rubrica può a volte risultare facile quanto quel famoso ago nel pagliaio. Se però, ci basta dire “Chiama Mario Rossi”, il riconoscimento vocale può rappresentare un utile strumento in grado di semplificarci notevolmente la vita facendoci risparmiare tempo prezioso.

Modificare la to-do list nel corso della giornata
Se sei come noi, anche tu avrai l’abitudine di stilare l’elenco delle cose da fare in giornata, appena arrivi in ufficio se non addirittura la sera prima. Capita però che, nell’attuale ambiente lavorativo, i programmi cambino spesso e con loro le relative priorità: hai iniziato la giornata con l’intento di concentrarti sulle attività contrassegnate sul tuo elenco per poi essere interrotto da chiamate e riunioni con conseguente focalizzazione su tutt’altro. Se hai l’abitudine di stilare i tuoi elenchi su post-it, ad esempio, è probabile che ti ritroverai con una marea di foglietti senza più capire quale fosse l’ultimo. Il riconoscimento vocale ci può venire in soccorso perché può modificare la tua to-do list con semplici istruzioni vocali, magari mentre passi da una chiamata all’altra.
Non dimenticare più nulla con i promemoria
A quanti di noi è capitato di avere in mente qualcosa per poi non ricordarselo più prima di avere avuto l’occasione di annotarlo? A volte, prendere il telefono per un appunto può interrompere il flusso di ciò che stiamo facendo e non sempre disponiamo di carta e penna a portata di mano. L’utilizzo del riconoscimento vocale può risolvere il problema consentendoci di creare un promemoria in pochissimi secondi, semplicemente dicendo, ad esempio: “Alle 9.00 di lunedì, ricordami di contattare il fornitore per quel contratto”. Anche per assicurarci di non dimenticare nessuna scadenza, potrebbe essere di aiuto un promemoria simile a: “Alle 15.00, ricordami di inviare il documento che mi ha richiesto il capo”.

Integrare la funzione di virtual assistant
Come abbiamo visto con la creazione di promemoria, il riconoscimento vocale può essere impiegato anche per fornire istruzioni volte alla prenotazione di un servizio (ad esempio, è ora possibile prenotare una camera d’albergo), per eseguire ricerche mirate su un motore di ricerca o per ascoltare le ultime notizie dal mondo. Tali strumenti risultano ottimi, ad esempio, se abbiamo la vista o entrambe le mani occupate, ma anche semplicemente per eseguire un’attività in maniera più comoda, immediata e se vogliamo, anche più intima.

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto spunti interessanti per integrare il riconoscimento vocale come tecnica per aumentare la tua produttività in ufficio. La applichi già con risultati positivi? Raccontaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
17/06/2019

Mettersi in proprio è un’idea che solletica molti in questi tempi di difficoltà economiche e incertezze. E ci sono sicuramente dei pro e dei contro per decidere di fare l’imprenditore. Ma soprattutto ci sono almeno 3 motivi per diventare i datori di lavoro di se stessi e prendere il controllo totale della propria vita professionale.
Mettersi in proprio oggi è necessario.
È il prerequisito: mettersi in proprio oggi è una necessità. La tecnologia corre velocissima, business che ieri erano fiorenti oggi non esistono più, le aziende delocalizzano, aprono e chiudono in tempi più brevi del ciclo di vita di un lavoratore e lo scenario di fondo è quello di una società sempre più liquida e veloce. A questa stregua si può decidere di subire i cambiamenti, dipendendo da scelte di altri, oppure di prevenirli, scegliendo da sé il proprio destino.
Mettersi in proprio ti cambia il mindset
Il dibattito se imprenditori si nasce o si diventa è anche un ’bout ormai superato. L’attività autonoma ti responsabilizza, ti costringe a un cambio di mindset, a essere più analitico e severo con te stesso, a pensare più in avanti di quanto faresti con un posto fisso, e ragionare sempre in termini di opportunità. Certo, non possiamo essere tutti capobranco, ma se c’è qualcosa che ti fa smuovere dalla passività è prendere in mano il tuo destino economico è mettersi in proprio. Sì, dovrai rinunciare a ferie pagate e tredicesima, ma la soddisfazione di vedere i tuoi progetti, e i tuoi sogni, realizzati, è impagabile.
Mettersi in proprio ti porta fuori dalla zona di comfort
È la conseguenza del punto precedente: mettersi in proprio significa uscire dalla propria zona di comfort. La zona di comfort è quella condizione in cui non ci sono più né stimoli né necessità, in cui il lavoro è una routine, in cui le scelte non sono tue, in cui la responsabilità è di altri. Uscire dalla zona di comfort significa crescere, e scoprire che si può crescere e migliorare anche a 40, 50 anni e anche oltre.

Idee
14/06/2019

Il mondo è pieno di capi incompetenti. Secondo ricorrenti indagini sui manager una porzione tra il 50% e il 75% di essi sarebbe incompetente, e basta fare mente locale per riconoscerne il profilo anche nella propria vita professionale: scarse abilità interpersonali, incoerenza nello stabilire gli obiettivi, incapacità di costruire un team di lavoro e carenza di competenze specifiche tecniche sono le 4 caratteristiche che fanno di un capo un pessimo capo, di quelli da cui scappare.

Ma perché tanti capi incompetenti nelle aziende? Essenzialmente per due motivi. Il primo è psicologico, ed è stato ben analizzato nel libro “Why do so many incompetent men become leaders?” dello psicologo del lavoro Tomas Chamorro-Premuzic, pubblicato da Harvard Business Review Press. In pratica la cultura del lavoro più diffusa identifica le caratteristiche del leader sovrapponendole con quelle del maschio alfa. Maschio alfa che nei suoi tratti di personalità ha molte peculiarità distruttive, dall’aggressività al narcisismo, dall’egocentrismo all’arroganza. E questo è il motivo per cui spesso, molto spesso, persone molto preparate e competenti si vedono superare da altri molto meno preparati però più bravi a vendersi, a fare networking, a salire le gerarchie.

L’altro motivo è quello enunciato nell’ormai celebre Principio di Peter. Alla fine degli anni Sessanta lo psicologo e sociologo canadese Laurence J. Peter ipotizzò che “ogni membro di un’organizzazione gerarchica sale nei livelli della gerarchia sino a raggiungere il suo massimo livello di incompetenza”. In pratica: sei bravo e vieni promosso, finché non sei più così bravo e allora rimani in quella posizione, che però non è quella in cui puoi dare il meglio di te. L’esempio di scuola è quella dei venditori che diventano manager di area: fuoriclasse della vendita che finiscono a dover organzizare team ma i cui tratti salienti sono quelli di essere dei fenomenali solisti.

Che fare allora con un capo incompetente? Seguire le indicazioni del capo di Google per non far scappare i dipendenti più bravi potrebbe essere un buon punto di partenza.

Notizie
13/06/2019

Secondo una recente ricerca fatta da Start-Up Europe, il mondo delle start up sta crescendo in tutta Europa a ritmi sostenuti. Le città più innovative? Berlino, Londra, Parigi e Stoccolma.  

Ma cosa è una start up? Secondo InformazioneFiscale la definizione esatta è la seguente: azienda, di solito di piccole dimensioni, che si lancia sul mercato sull’onda di un’idea innovativa. Una start up di solito inizia con pochi fondi o con finanziamenti europei per poi si spera arrivare a somme guadagnate ben più alte. In gergo si definisce una start up come “unicorno” quando nel tempo riesce ad arrivare ad almeno la somma di 1 miliardo di capitale. Ovviamente visto la esosa somma, di unicorni al mondo ce ne sono pochi (ebbene sì pare che in economia esistano davvero) e tra gli archivi dei più celebri ricordiamo Uber, Airbnb e Deliveroo. Ma a parte le eccezioni che riescono a penetrare nel mercato mondiale, la situazione delle start up standard – per così dire – è molto diversa. Ci siamo chiesti pertanto come stesse l’Italia quanto a diffusione di start up. Grazie a un database preso dal Registro delle Imprese siamo stati in grado di mappare la situazione del bel paese ed analizzare gli indicatori principali di ben 10.164 start up registrate.  

Ecco qua un quadro completo.  

 
LOMBARDIA E LAZIO LE REGIONI PIÙ INNOVATIVE  
Chiunque conosca un minimo l’Italia è a conoscenza della grande differenza culturale che si trova tra Nord e Sud. Alcune regioni sono più focalizzate sul business e sull’industria mentre altre puntano più sul turismo e la produzione di beni primari. E le start up? Pare che la Lombardia sia la regione più innovativa d’Italia. Si posiziona infatti al primissimo posto con ben 2.547 start up, ovvero 2,6 start up ogni 100.000 persone. Al secondo e terzo posto? Lazio e Emilia-Romagna, rispettivamente con 1.142 e 902. Insomma, i capoluoghi Milano Roma e Bologna sembrano essere città bene aperte all’innovazione e alle idee rivoluzionarie.  

 
IT E SOFTWARE IL SETTORE CON PIÙ START-UPS 
Abbiamo già visto quanto i nuovi lavori puntino al mondo digital e, come nel resto del mondo, anche l’Italia punta maggiormente all’innovazione nel settore dell’IT e software con 4.324 start up. Al secondo posto con 1.355 start up in Italia arriva il settore della ricerca e dello sviluppo, mentre la medaglia di bronzo se la aggiudicano i servizi di informazione. Tuttavia, ci sono settori meno considerati dai nostri start-uppers e in cui si tenta a puntare di meno. Si contano solo 23 start up incentrate sull’arte e l’intrattenimento, seguite dal settore degli alloggi, che ne vede soltanto 15.  

QUALE È IL CAPITALE DELLE START UP? 
Le start up in Italia non sono particolarmente redditizie e certo non si può parlare di unicorni. 4.228 su un totale di 10.164 si aggirano su un capitale annuo dichiarato dai 5.000 ai 10.000 Euro, mentre al secondo posto vediamo 2.179 start up che guadagnano dai 10.000 ai 50.000. Solo una è dichiarata a più di 5 milioni di euro. Non dobbiamo dimenticare però che una start up è per natura “scalabile”, il che significa che può crescere ed espandersi liberamente, fino, si spera, a diventare un unicorno. Pertanto, teniamo le dita incrociate per i nostri connazionali.  

CHI SONO I FONDATORI DELLE START UP? 
Interessantissimi dati sul genere, età, provenienza e titolo di studio sono venuti fuori durante la nostra ricerca. C’è sicuramente spazio per migliorare.  
CEO uomo o donna?  
Tra tutte le 10.164 start up presenti in Italia, solo 453 sono capitanate da solo donne. Questo è un preoccupante 4.4%. Meglio la situazione se si guarda a una board di fondatori mista tra donne e uomini, con 880 start up. Tuttavia, la stragrande maggioranza – 8275 – ha un fondatore uomo. Per quanto riguarda le regioni più all’avanguardia vediamo in testa la Lombardia con 264 start up che hanno almeno una donna tra i capi, seguita a ruota da Lazio con 163 start up e veneto con 131. E invece il settore con la maggiore quota rosa? L’artigianato, con 224 donne tra i capi d’azienda. Nonostante alcune regioni e settori si dimostrino più progressisti di altre, certo c’è molto lavoro ancora da fare per arrivare all’eguaglianza dei sessi, almeno per le start up.  
CEO giovane, straniero o pluri-laureato?  
Tre altri criteri sono stati stabiliti sull’età dei capi, la provenienza e il titolo di studio.  

Per quanto riguarda l’età, 811 sono le start up completamente formate da capi giovani e 1.046 da capi di età miste, tra cui però obbligatoriamente anche un giovane. Le regioni più giovanili? Le avete indovinate, Lombardia, Lazio e Veneto con rispettivamente 485, 193 e 180 start up con almeno un giovane a capo.  

Per quanto riguarda la presenza di stranieri, l’Italia ha principalmente italiani a capo delle start ups. Solo 125 start up capitaneggiate da stranieri come CEO e 97 con un mix di italiani e stranieri. La regione più accogliente pare essere la Lombardia, ormai in testa su tutte le categorie, con 101 CEO stranieri.  

Infine, uno dei dati più interessanti riportati è la presenza di una board di fondatori pluri-laureati. Non vengono prese in considerazione lauree triennali per qualificarsi come pluri-laureato, ma soltanto magistrali o dottorati. Uno dei criteri applicati dal registro delle imprese è stato valutare quante start up avessero una board composta da almeno 2/3 di laureati alla magistrale oppure 1/3 di dottorandi. Il risultato? 2.623 start up, ovvero il 25%. Ciò significa che la grande maggioranza di start up in Italia è composta da capi che hanno studiato al massimo 3 anni all’università – raggiungendo quindi una laurea triennale – o che all’università non ci sono proprio andati. Da una parte è rassicurante pensare che l’acume imprenditoriale non sia soltanto riservato ai più studiosi, anzi.  

In conclusione, quello delle start up è un settore quasi interamente riservato agli uomini italiani, vista la scarsa presenza di donne e stranieri. E la laurea? Non necessaria. Ma guardiamo il lato positivo, chiunque con una grande idea può provarci e chissà, magari ben presto qualche unicorno verrà avvistato anche nel bel paese. 

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto sulla situazione delle start up in Italia. C’è qualche start up che ammiri? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

Idee
12/06/2019

Il Work Life Balance è il sostenibile equilibrio tra gli impegni, e i tempi, di lavoro, e il tempo che rimane per la vita privata, la famiglia, le passioni personali. La società evolve e i tempi cambiano, e quello che un tempo non era un argomento di discussione in azienda, oggi è parte integrante delle strategie di recruiting da parte delle principali aziende del mondo. Di più, dalla settimana di 6 giorni lavorativi (che piace ancora tanto a Jack Ma con il suo metodo 996) si sta ora passando agli orari flessibili, allo smart working e, per alcuni, anche all’idea di lavorare 4 giorni a settimana.
Work Life Balance: 4 motivi per lavorare 4 giorni a settimana
Sui motivi per lavorare 4 giorni a settimana non ci sarebbe nemmeno di chiedere ai lavoratori: chi non firmerebbe subito per 4 giorni anziché 5, con lo stesso stipendio? Eppure il Work Life Balance è un vantaggio anche per le aziende, come dimostrano alcuni casi in cui la riduzione dell’orario a parità di salario è effettivamente stata fatta.

In Nuova Zelanda per esempio un’azienda che si chiama Prospect Guardian ha consentito ai suoi dipendenti di lavorare appena 4 giorni a settimana e, dopo una survey sulla produttività, con sorpresa ha scoperto che era rimasta invariata ma con dipendenti più soddisfatti e felici. Insomma, una decisione win-win.

La stessa cosa è stata introdotta in un’azienda digital londinese dopo aver notato i picchi di produttività che seguivano il cosiddetto Bank Holiday. E, come ha dichiarato il CEO Jonny Tooze alla BBC, “la settimana lavorativa di quattro giorni ha influenzato la felicità delle persone e ridotto i livelli di stress” senza cali di produttività.

Da noi invece sembra che l’organizzazione del lavoro ci costringa esattamente nel verso opposto: always on, straordinari, weekend passati a recuperare gli arretrati: in pratica non si stacca mai e le ore reali di lavoro sono più di quelle contrattualizzate.

Ovviamente la settimana di 4 giorni lavorativi non può essere per tutti, ma ci sono professioni, per esempio quelle in cui il pensiero creativo, quella strategico e quello manageriale è slegato dal timbrare il cartellino e passare un certo numero di ore in un ufficio. Anzi, se è vero come dice Brunello Cucinelli che il 20% del tempo lavorativo è sprecato, perché non ridurre gli sprechi in ufficio e avere il 20% di giorni liberi in più?

Idee
10/06/2019

A Modena c’è una Scuola di Fallimento, la prima scuola che insegna a perdere per vincere valorizzando i buoni errori. E c’è anche l’Error Day, la giornata mondiale di sbagli e abbagli. Perché se perseverare è diabolico, errare è umano, molto umano, e anzi l’errore è finalmente diventato parte integrante e riconosciuta del processo di apprendimento. Di ogni processo di apprendimento e di ogni strada verso il successo. In epoca di start up e innovatori tecnologici seriali, la cultura dell’errore, e l’elogio del fallimento, hanno preso il posto del mantra dell’infallibilità. Dall’uomo che non deve chiedere mai a gli umani che tentano, sbagliano, perseverano e finalmente hanno successo.

La storia è piena di errori macroscopici di persone (e aziende) di successo, e addirittura a Stoccolma ha aperto il Museo del Fallimento che raccoglie stramberie come le lasagne della Colgate o la penna Bic per sole donne. Stramberie appunto, però di aziende che dominano da sempre i loro mercati, e in effetti anche imprenditori e manager di enorme successo hanno preso delle topiche clamorose. Jeff Bezos per esempio ha investito 170 milioni di dollari nel flop del primo smartphone a marchio Amazon e anche l’oracolo Warren Buffett ha bruciato 200 milioni di dollari (del 1962!) in un’azienda tessile, non prevedendo che quella produzione si sarebbe spostata nel sud est asiatico. Eppure nessuno si sognerebbe di dire che Bezos e Buffett non siano persone di successo.

Anzi:
le persone di successo non solo imparano dai propri errori, ma impiegano la maggior parte del loro tempo a sbagliare
(parole di Mark Zuckerberg ma che potrebbero essere state dette da uno qualunque dei guru della Silicon Valley) perché procedere per tentativi ed errori è parte integrante del progresso. Guglielmo Marconi inventò la radio nonostante tutti gli dicessero che era impossibile che le onde magnetiche potessero viaggiare dall’Europa all’America, Cristoforo Colombo ha scoperto l’America per sbaglio, convinto di andare in Cina, ma più banalmente anche i Post-It sono stati inventati per sbaglio.

Banalmente, e succintamente, percorrere sempre la stessa strada porta sempre allo stesso risultato, quando invece le innovazioni nascono proprio perché qualcuno prova a fare le cose diversamente, imboccando una strada diversa. Poi noi, alla fine, ci accorgiamo solo di quelli che hanno successo, e pensiamo che il loro successo sia stato lineare, un percorso netto scevro di errori e fallimenti. E invece è proprio dagli errori e dai fallimenti che nascono i grandi successi.

Idee
07/06/2019

Cosa succede quando il capo è più giovane di te? È una domanda che sempre più si stanno ponendo i responsabili delle risorse umane, e in generale anche i lavoratori, dal momento che mai come oggi diverse generazioni, con competenze molto diverse tra loro, convivono nelle stesse aziende e negli stessi uffici. Oggi infatti possono sedere fianco a fianco i Baby Boomers, la generazione nata appena finita la Seconda Guerra mondiale che si appresta alla pensione, e i Millenials, i nativi digitali che stanno cominciando il proprio percorso professionale. E non è raro che, per alcuni ruoli, siano i Millenials, o magari qualcuno della Generazione Y nato tra il 1980 e il 2000, a prendere le redini dell’azienda o del dipartimento e a comandare anche su persone con maggior esperienza e anni di lavoro.
Cosa fare quando il capo è più giovane di te
Inevitabilmente trovarsi a dover riferire a un manager più giovane può creare qualche imbarazzo, così come può creare qualche problema ottenere una promozione e trovarsi a comandare su quelli che prima erano colleghi pari grado. Secondo una indagine di Randstad Italia infatti il 70% dei lavoratori non vuole un capo più giovane, e il 78% degli Under 35 è d’accordo che quando si tratta di scegliere un manager o superiore, anche l’anzianità pesa in fatto di autorevolezza e competenza.

Cosa fare quindi quando il capo è più giovane di te? La cosa più importante è trovare, e stabilire, delle modalità di comunicazione e relazione nuove, che vadano bene a entrambi e che permettano a tutti di mettere a fattor comune le diverse esperienze e competenze. I Senior infatti hanno decenni di lavoro alle spalle basati su organizzazioni fortemente gerarchiche, e spesso faticano ad adeguarsi alle nuove modalità di comunicazione e relazione determinate dalla trasformazione digitale delle aziende; da parte loro gli Under 35 sono nati in una società liquida, fluida e spesso informale e poco gerarchica, prova ne sia l’uso che fanno dei social network spesso chiedendo il contatto Facebook anche ai colleghi. I Millenials, e in parte la Generazione Y, sono portatori in azienda di competenze digitali che i Senior inevitabilmente hanno acquisito solo tardi, e spesso nemmeno troppo volutamente; d’altra parte i Baby Boomers hanno imparato a navigare in un mare di relazioni formali e gerarchiche affinando doti e soft skill che sono sempre valide e utili, da quelle di negoziazione a quelle di team building.