Idee
12/11/2019

Viking ha organizzato in passato eventi creativi con bloggers italiani. Amiamo usare il nostro ufficio e diversi materiali in modo creativo tutto l’anno ed è naturalmente particolarmente bello quando il periodo più bello dell’anno è proprio dietro l’angolo, il Natale!

Per festeggiare un Natale speciale, abbiamo quest’anno qualcosa di straordinario, un progetto fai da te per rendere le feste piene di amore e di creatività. Ed è per questo che abbiamo invitato dei bloggers creativi a partecipare al nostro progetto natale #vikingxmasdiy.
I NOSTRI LABORATORI DI NATALE
Calendario dell’avvento fai da te 
Abbiamo messo insieme tutto il necessario per un calendario dell’avvento fai da te, dalle piccole mini buste, al legno rustico, al filo e altre sorprese colorate, i bloggers possono esprimersi in modo creativo.

Set per timbro
Con un set per fare un timbro, i bloggers possono intagliare un timbro di gomma festivo. La loro creatività non ha possono selezionare liberamente il motivo e disegnarlo con una matita sulla gomma prima di intagliare!
Sorprese festive
Dalle palline dell’albero di Natale agli angeli e ai biglietti di auguri, abbiamo programmato alcune sorprese festive. Con una penna calligrafica, è necessaria una mano ferma e questo vale anche per gli altri utensili decorativi. Per questo abbiamo inviato un sacco di fogli per fare esercizio e carta riciclata per la brutta copia.

Natale è un momento per la famiglia e gli amici, ma l’atmosfera di festa si sta diffondendo anche in ufficio. Il freddo e il buio alla fine dell’anno possono essere meglio sopportati con vin brulè e biscotti di Natale. In ufficio le decorazioni natalizie rendono il luogo di lavoro più invitante e i nostri blogger mostrano come si può facilmente fare decorazioni magiche di Natale con alcuni utensili da scrittura e di lavorazione, il tutto fai da te!

Se anche tu hai voglia di dare sfogo alla tua creatività per le decorazioni natalizie, lasciati ispirare dall’hashtag: #VikingXmasDIY

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Sei già nello spirito natalizio? Condividi le foto delle tue decorazioni natalizie fatte in casa con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
12/11/2019

I lavoratori italiani sono sempre più smart: gli smart worker in Italia, nel 2019, sono 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano presentata al Campus Bovisa di Milano durante l’ottava edizione degli ‘Smart Working Award’, l’iniziativa che premia le organizzazioni che hanno realizzato iniziative di riprogettazione dello spazio e delle modalità di lavoro in ottica smart.
Smart working: i numeri in Italia
I 570mila smart worker italiani si distribuiscono tra grandi imprese (il 58% ha già avviato progetti di smart working, il 7% sta sperimentando con iniziative spot, il 5% ha in mente di farlo a breve, il 22% lo ritiene possibile ma non immediato e l’8% non ha alcun interesse a farlo), PMI (il 12% ha politiche di smart working, in crescita rispetto all’8% del 2018, il 18% lo usa in modo informale, ma anche il 51% non ha nessun interesse al lavoro smart) e PA. Ed è proprio nella Pubblica Amministrazione che si nota la crescita più significativa di ricorso al lavoro agile: dal 2018 al 2019 i progetti strutturati di smart working sono raddoppiati (dall’8% al 16%), il 7% delle PA ha attivato iniziative informali (rispetto all’1% del 2018) e il 6% le attiverà nei prossimi 12 mesi. Tuttavia il 40% delle PA non ha programmi di smart working e, tra chi li ha, questi riguardano solo il 12% dei dipendenti, di poco sopra alla soglia minima del 10% fissato dalla direttiva Madia in termini di smart working nella PA.
Smart working: cos’è
Si dice smart working, si traduce in lavoro agile, flessibile o intelligente, e di fatto è il superamento della logica delle ore da passare in ufficio: il lavoro smart significa focalizzarsi sul raggiungimento degli obiettivi indipendentemente dal luogo e dal tempo di lavoro, e implica non solo la possibilità di lavorare da casa, che è l’idea più immediata e banale che si ha dello smart working, ma un ripensamento complessivo degli spazi di lavoro e un nuovo patto tra azienda e lavoratore basato sulla fiducia, la collaborazione e la condivisione degli obiettivi. E laddove è stato sperimentato, funziona.
Smart working: i benefici
I benefici dello smart working non riguardano solo i lavoratori ma investono anche le aziende. Certo ci sono un miglioramento del work life balance (lo dice il 46% degli interessati) e una maggior motivazione dei lavoratori (35%) ma anche un aumento della produttività, nonostante alcuni punti critici ancora da sciogliere. Tra questi la difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei manager), nell’utilizzare le tecnologie (32% di lavoratori e manager), nel pianificare le attività (26%), la percezione di solitudine (35% dei lavoratori), le distrazioni (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%). Tuttavia gli smart worker dichiarano un livello di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si definisce soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.

Idee
08/11/2019

Ci sono bugie che tutti dicono nel CV. Ora, dal punto di vista legale “gonfiare” alcune informazioni nel proprio curriculum non è un reato: lo è solo nel momento in cui si falsificano le carte, cioè si mente davvero, millantando per esempio una laurea che non si ha, e nel caso si parla di truffa, con pene dai 3 ai 6 mesi di reclusione. Però è fuori di dubbio che millantare competenze, esperienze e altri dati non veritieri non è certo il modo migliore per cominciare un rapporto di lavoro. Certo, il datore di lavoro avrebbe il periodo di prova per rendersene conto, ma anche pensando di superarlo senza inghippi c’è poi tutta una relazione professionale da portare avanti nel tempo e farsi scoprire a cose fatte potrebbe essere ancor più problematico. Ma quali sono le bugie che tutti dicono nel CV e sulle quali pensano di farla franca? Più o meno sempre gli stessi, e più o meno sempre quelle 5.

1. Il titolo di studio

Viviamo nel paese in cui un titolo di studio non si nega a nessuno, e in cui chiunque, in determinate condizioni, può essere appellato come “dottore”. Sì, l’ossessione del titolo di studio è ancora ben presente nel nostro Paese, come sanno i recruiter che molto spesso si trovano davanti a titoli di studio gonfiati se non propriamente millantati (il caso più comune? Qualche esame in università che diventa a distanza di anni una vera laurea).

2. La conoscenza delle lingue

“Noio volevàn savoir l’indiriss”: alla fine ci arrangiamo sempre, e un ’bout di inglese, di francese e di spagnolo riusciamo sempre a metterlo insieme. Ma un conto è ordinare tapas, croissant o beer in vacanza, un altro sostenere una conversazione professionale in ambito lavorativo. Eppure dal punto di vista dei recruiter millantare la conoscenza di lingue a malapena comprese è la second bugia più diffusa nei CV: un conto è infatti certificare le proprie competenze linguistiche, un altra infilarci un “inglese scolastico” e poi provare a cavarsela. Ma davanti a chi prova a cavarsela ma non riuscirebbe a comprare un biglietto della metropolitana a Londra i recruiter si arrabbiano, e anche parecchio.

3. L’ultima posizione occupata

Come l’appellativo di “dottore”, anche quello di “manager” non si nega a nessuno, e la tentazione di autopromuoversi a ruoli e posizioni superiori a quelle reali è fortissima. In fondo mica il recruiter andrà a chiedere al proprio capo se davvero in quel momento stiamo davvero occupando quella posizione di prestigio e responsabilità, no? Eppure i recruiter non sono così disarmati, e con poche, inaspettate domande possono smascherare anche il candidato più scafato. E con la reputazione se ne vanno anche le chance di avere quel lavoro.

4. Lo stipendio

Be’, è la diretta conseguenza del punto precedente: se mento sulla posizione occupata, facendo l’auto-upgrade, non devo mentire sullo stipendio? Però anche qui, le bugie hanno le gambe corte, e una RAL incongruente non è così difficile da smascherare per dei recruiter che ogni giorno tastano il polso al mercato del lavoro. E davanti a una menzogna così evidente non c’è next step che tenga: l’onestà è ancora un valore per chi si occupa di candidati.

5. Hobby e interessi

Sembra incredibile, ma si mente anche sugli hobby e gli interessi. Vero che le soft skill sono la nuova frontiera del recruiting, dato che pare dicano di un candidato molto di più delle sue nude e crude competenze professionali. Però se scrivere “barbecue” tra gli hobby sembra troppo banale, dal punto di vista di un recruiter è molto più interessante scoprire che sappiamo davvero tutto su come fare una grigliata perfetta anziché millantare di essere forti lettori e spendersi nel volontariato per poi scoprire che l’ultima lettura era il libro di barzellette su Totti e l’ultima buona azione è stata sistemare tavoli e sedie dopo la festa di fine anno scolastico di figli ormai maggiorenni.

Notizie
07/11/2019

Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona. Funziona nel senso che migliora la produttività e si riducono i costi aziendali. E funziona nel senso che c’è chi l’ha fatto, e i risultati sono concreti. Chi ha provato a lavorare solo 4 giorni a settimana non è una piccola realtà locale ma nientemeno che Microsoft, il colosso globale dell’informatica che nella sua sede di Tokyo ha voluto sperimentare la settimana corta con i suoi 2300 dipendenti.
Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona
Per vedere se davvero lavorare solo 4 giorni a settimana funziona Microsoft ha messo in atto un’iniziativa – “Work Life Choice Challenge” – per gli oltre 2mila dipendenti giapponesi: settimana corta, weekend lungo dal venerdì alla domenica compresi, il tutto nel mese di agosto 2019. I risultati? Sorprendenti: secondo la stessa Microsoft la produttività è aumentata del 39,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (la misura è stata fatta in termini di vendite per dipendente), si sono ridotti i tempi di processo (per esempio le riunioni sono state limitate a 30′) e si sono anche ridotti i costi fissi (spesa per energia elettrica – 23,1%). Ma la cosa più importante è che i primi e più soddisfatti sono stati proprio i lavoratori (il 92% si è dichiarato assolutamente favorevole) che hanno potuto sperimentare un diverso work-life balance.
Si potrà davvero lavorare 4 giorni a settimana?
L’esperimento della sede giapponese di Microsoft è stato circoscritto nel tempo, e i dipendenti del colosso informatico son tornati a lavorare 5 su 7 a settimana. Tuttavia il Giappone è un Paese nel quale il tema del superlavoro è molto presente e sentito, con picchi estremi di straordinari che preoccupano anche il Governo e il Ministero del Lavoro, e Microsoft non esclude di mettere nuovamente alla prova la settimana corta nei mesi invernali.

Idee
05/11/2019

Amici sul lavoro, sì o no? Chiunque lavori in un ufficio di più persone può aver considerato almeno una volta, e almeno un/a collega, come amici: si passano molte ore al giorno fianco a fianco, per buona parte dei giorni dell’anno, si condividono esperienze professionali, positive o negative che siano, ci sono dei momenti di relax da passare assieme, dal pranzo alla pausa caffè, e inevitabilmente esce anche qualcosa di personale, dai problemi di salute ai figli. E però, le relazioni che si instaurano in ufficio possono davvero essere di amicizia? E nel caso in cui lo fossero, è positivo o negativo?
Amici sul lavoro: il lato oscuro delle relazioni professionali
Sul fatto di poter essere o meno amici sul lavoro anche i ricercatori che si occupano professionalmente di indagare queste dinamiche sono discordanti. Uno degli ultimi studi è stato pubblicato dall’Academy of Management Review e ha un titolo che non lascia spazio a dubbi: Friends Without Benefits: Understanding the Dark Sides of Workplace Friendship. La ricerca parte dalle caratteristiche fondamentali delle relazioni di amicizia (informalità, volontarietà, visioni comuni e aspetti socio-emotivi) e da quelle dei rapporti professionali (ruoli formali, vincoli involontari, scambi professionali e obiettivi strumentali). Tradotto: gli amici si frequentano quando vogliono, come vogliono, la pensano più o meno uguale su molti aspetti e condividono tempo ed esperienze per il piacere di farlo; i colleghi sono obbligati a frequentarsi secondo orari e modalità stabilite dal datore di lavoro, non necessariamente la pensano allo stesso modo, e devono collaborare per raggiungere un fine, che è quello dell’azienda.
Amici sul lavoro o solo colleghi?
C’è di più, perché negli uffici tra le persone si instaurano necessariamente tensioni latenti che possono non combaciare con i rapporti di amicizia: le relazioni economiche (c’è chi guadagna di più seppur ricoprendo ruoli simili), la competizione per gli avanzamenti di carriera, i vantaggi eventuali di svolgere determinati compiti, i rapporti con i superiori. Tutti aspetti che generano tensioni più o meno evidenti e che difficilmente possono essere superati da una relazione d’amicizia.

Tuttavia c’è anche chi – per esempio un gruppo di ricercatori della Rutgers University – sostiene che invece l’amicizia sul lavoro non solo è possibile ma è anche positiva: chi considera i colleghi, o almeno alcuni di essi, come amici sarebbe anche più efficiente, produttivo, disposto a un maggior coinvolgimento personale nel lavoro e in definitiva un lavoratore su cui fare affidamento. A sostegno di questa tesi anche un esperimento pubblicato su Personality and Social Psychology Bulletin che ha confrontato le performance di squadre di lavoro composte da amici con quelle di squadre di lavoro composte da estranei: le squadre di amici performerebbero di più e meglio di quelle composte da estranei.

Che fare quindi? Coltivare rapporti di amicizia oppure limitarsi a relazioni formali e professionali? Forse il segreto è non farsi illusioni, godere di relazioni più amichevoli e sincere rispetto a quelle puramente professionali, accettare i rapporti formali quando non c’è feeling, e provare a vivere al meglio le molte ore, e i molti giorni, che si passano in ufficio, fianco a fianco con i colleghi.

Notizie
31/10/2019

Come saranno gli impiegati del futuro? Sovrappeso se non proprio obesi, con gli occhi rossi, le gambe gonfie e la schiena ingobbita. Tutto per colpa delle tante, troppe ore di lavoro al computer. È solo una simulazione, ma è molto plausibile, se si tengono conto le conseguenze del lavoro sedentario e delle posture scorrette: a creare il manichino plausibile di come saranno gli impiegati del futuro ci ha pensato William Higham, un futurista comportamentale con diverse pubblicazioni sul futuro del lavoro, a cui è stata commissionata una ricerca da parte di Fellowes, azienda britannica di prodotti per l’ufficio.
Ecco come saranno gli impiegati del futuro
La ricerca condotta da Higham ha rilevato dati preoccupanti: il 50% degli intervistati soffre già ora di occhio secco a causa delle ore passate al videoterminale, il 48% ha mal di schiena a causa delle posture scorrette sulla sedia e alla scrivania, e poi di gonfiore alle gambe, di sovrappeso, di mal di testa e di vari sfoghi cutanei dovuti allo stress soffrono più o meno tutti, più o meno regolarmente.

Il manichino di Emma, il prototipo dell’impiegata del futuro, mostra impietosamente cosa potremmo diventare già nel 2040 se il tema delal sicurezza e delle norme salutistiche sul posto di lavoro non verrà considerato con attenzione: “Gli impiegati devono urgentemente fare qualcosa ora per risolvere il problema dei luoghi di lavoro poco salutari. Se non faremo dei cambiamenti radicali alle nostre vite lavorative, come fare più movimento, cambiare la postura o fare pause regolari il nostro ufficio ci renderà molto malati” ha dichiarato Higham all’Independent.

Oggi più che mai prima sempre più persone lavorano negli uffici rispetto a ogni altro luogo di lavoro, ed è proprio l’ufficio che sta diventando un luogo sempre meno salubre per lavorare, contrariamente a quanto si possa pensare, a partire dal problema della sedentarietà e delle posture scorrette: e se 9 impiegati su 10 tra quelli intervistati hanno dichiarato di soffrire di cattiva salute a causa dell’ambiente di lavoro, questo diventa anche un tema di produttività e costi di cui le aziende devono in qualche modo tener conto.

Ufficio
30/10/2019

Non è carnevale, che ogni scherzo vale, ma il “dolcetto o scherzetto” di Halloween può indurre a fare qualche – innocuo e rimediabile – scherzo anche in ufficio. Un clima più rilassato e informale può aiutare a creare legami più forti tra colleghi e anche qualche simpatico scherzetto, ovviamente avendo come “vittime” i colleghi più disposti ad accettarli, possono far partire la giornata con maggior buonumore.
Scherzi di Halloween da fare in ufficio
Sono molti gli scherzi di Halloween che si possono fare in ufficio, e tutti più o meno hanno a che fare con computer, tastiere, mouse e smartphone. L’importante, dopo l’inevitabile sorriso, è stemperare il tutto sdebitandosi con un caffè offerto al malcapitato.
Scherzi di Halloween al computer
Tra gli scherzi di Halloween al computer ci sono soprattutto quelli che si possono fare manomettendo lo screensaver o la schermata principale: prendere un jpg di un messaggio di errore di Windows (o di qualsiasi altro sistema operativo utilizzato) e aprirlo con il visualizzatore di immagini, far sparire le icone dalla scrivania (no, non cancellandole, ma selezionandole e poi, col tasto destro del mouse, selezionando l’opzione “Mostra icone sul desktop”) o cambiare la risoluzione e/o l’orientamento dello schermo sono tutti scherzetti che possono mandare fuori dai gangheri per pochi minuti il malcapitato (e a cui si può porre rimedio in pochi secondi).
Scherzi di Halloween da fare con la tastiera del computer
Anche la tastiera del computer è un catalizzatore di scherzi di Halloween in ufficio: per esempio si può collegare una tastiera al computer del vicino di scrivania, e viceversa, o cambiare la lingua della tastiera di modo che i tasti non corrispondano più alle lettere (da italiano a francese o tedesco, che non usano la qwerty come noi) sono tutte cose veloci e divertenti da fare.
Scherzi di Halloween con il mouse del computer
Anche il mouse del computer è una fonte di ispirazione di scherzetti di Halloween. Uno semplice e banale è mettere un pezzettino di scotch o nastro trasparente sotto il lettore ottico (di modo che il mouse sembri non funzionare più). Un altro altrettanto semplice consiste nel cambiare l’impostazione a mancino (o destro, nel caso di un collega mancino) invertendo le funzioni di tasto destro e tasto sinistro del mouse. Oppure, come per la tastiera, attaccare il mouse a un computer diverso, invertendo mouse, tastiere e magari anche schermi tra più colleghi, per esempio se seduti in un’isola di 3 o più scrivanie.

Idee
29/10/2019

Che tu sia alla ricerca di un nuovo impiego o di un ruolo di maggiore responsabilità all’interno della tua azienda o se sei un lavoratore autonomo intento ad acquisire nuovi clienti, è indispensabile aggiornare il curriculum in modo che riporti tutte le esperienze e competenze acquisite e pertinenti. In questi casi, il curriculum si differenzierà da chi è invece alle prime armi e ci saranno elementi da evidenziare o da eliminare di conseguenza. È importante infatti mettere in luce i risultati ottenuti e le lezioni apprese nel corso dell’esperienza professionale già compiuta. In rete, troviamo numerosi consigli al riguardo. Noi li abbiamo voluti riassumere in quelli che riteniamo essere di maggiore importanza per aiutarti a valorizzarti nel modo giusto!
Informazioni personali
Con la tecnologia che ci circonda nell’era in cui viviamo, sfruttiamo sempre di più piattaforme come LinkedIn per cercare nuovi lavori o clienti nel corso dell’avanzamento sul nostro percorso professionale. È quindi importante disporre di un profilo aggiornato e ben strutturato, inserendone il link nel curriculum con l’URL personalizzato con il proprio nome e cognome. La tecnologia comporta inoltre una minore interazione per posta; consigliamo quindi di eliminare l’indirizzo postale, anche per evitare possibili furti di identità, lasciando solamente la città in modo da consentire a selezionatori o clienti di avere un’idea della tua ubicazione o del fuso orario in cui ti trovi per organizzare eventuali colloqui o telefonate. Ti consigliamo infine di eliminare eventuali hobby se non direttamente collegati a ciò per cui stai presentando domanda, e informazioni personali come lo stato civile.
Obiettivi professionali
È vero che può risultare scontato inserire un obiettivo professionale per una posizione per la quale si fa domanda. Tuttavia, quando non si è più alle prime armi, è possibile che nel curriculum siano presenti diverse esperienze non sempre simili e coerenti tra loro o vari ruoli che rientrano in un percorso di ascesa e di sviluppo professionale. Anche laddove decidiamo di pubblicare il nostro curriculum su un portale di ricerca del lavoro senza necessariamente utilizzarlo per rispondere a un annuncio – ma dove può essere visualizzato da potenziali clienti o selezionatori – è importante garantire massima chiarezza sul ruolo che desideriamo ricoprire. Detto questo, è bene considerare anche eventuale esperienza lavorativa non pertinente con il ruolo in questione e valutare se è il caso di eliminarla. Consigliamo, infine, di inserire un breve riepilogo sul modello di quello presente su LinkedIn in quanto consente di avere a colpo d’occhio e come introduzione al resto del CV un breve riassunto dell’esperienza maturata, sottolineando le competenze più rilevanti. Quest’ultime possono inoltre essere elencate a parte per metterle in risalto agli occhi del selezionatore ma anche dei software spesso utilizzati per l’analisi dei curriculum.

Esperienze e conoscenze pertinenti
L’esperienza lavorativa, quando non si è più agli inizi, dovrebbe sottolineare i risultati ottenuti nei ruoli ricoperti (ad esempio, clienti di spicco per i quali si ha lavorato) e l’eventuale maggiore responsabilità acquisita. Generalmente, sono gli ultimi 15 anni ad avere maggior peso agli occhi di potenziali selezionatori o clienti interessati al nostro profilo. Consigliamo quindi di esaminare le esperienze più datate ed eliminare eventuali stage o tirocini formativi in quanto saranno utili solamente nei primi mesi dopo aver concluso gli studi. Per quanto riguarda il percorso di studio ed eventuali corsi di formazione o aggiornamento, raccomandiamo di mantenere solamente ciò che è veramente essenziale, pertinente e che mette in luce il raggiungimento di un importante traguardo in linea con il nostro obiettivo professionale, eliminando quindi votazioni e singoli corsi che aumenterebbero il quantitativo di pagine a scapito della chiarezza.
Attenzione al design
All’inizio della carriera professionale, si può essere tentati dal redigere il curriculum in maniera graficamente creativa per attirare l’attenzione di selezionatori o clienti. Sebbene questa sia una carta sempre valida per ruoli che hanno la creatività nel proprio DNA (ad esempio per un grafico pubblicitario), riteniamo che – per altre posizioni e in uno stadio più avanzato del percorso professionale – sia indispensabile garantire la massima chiarezza. Sia i selezionatori sia i software appositamente progettati per la selezione del personale, cercheranno determinate informazioni in parti specifiche del documento. Consigliamo di usare inoltre elenchi puntati per informazioni da mettere in risalto, come le competenze acquisite o i risultati ottenuti.

Elementi da evitare
Parlando di grafica, alcuni candidati in ruoli più tecnici potrebbero valutare l’inserimento di grafici, immagini o tabelle. Sebbene questa possa essere una scelta creativa e potenzialmente adatta a certe posizioni, noi consigliamo di optare per l’immediatezza del testo – anche per garantire che il curriculum venga letto senza errori da eventuali software e sia a prova di distruggi documenti. Sempre allo scopo di garantire chiarezza, raccomandiamo infine di evitare la terminologia specifica solo della propria azienda o settore, in particolare se si sta cercando di trasferire le proprie competenze per ricoprire una posizione in un altro campo o nel caso di lavoratori autonomi in cerca di clienti diretti che potrebbero non sempre essere al corrente di tale terminologia specifica.

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto qualche consiglio interessante per apportare modifiche e migliorare il curriculum in una fase più avanzata del percorso professionale. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
28/10/2019

Se ti stai chiedendo se ti possono spiare al lavoro, la risposta è sì, il tuo datore di lavoro può controllarti, anche con mezzi elettronici come videocamere di sorveglianza, anche nascoste, anche senza avvisarti. A sancirlo è una sentenza della Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che stabilisce anche che sono necessari un ragionevole sospetto di una ragionevole colpa, e una legittima proporzione tra il danno sospettato e il controllo in incognito.
I datori di lavoro possono spiare al lavoro i loro dipendenti
La sentenza della Grand Chambre della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo arriva al termine di un processo che ha coinvolto il direttore di un supermercato spagnolo e alcuni suoi collaboratori per fatti accaduti nel 2009. Il direttore infatti sospettava che i frequenti furti e mancanze di prodotti nel punto vendita, per un valore di circa 82mila euro in 5 mesi, fossero dovuti l comportamento di alcuni dipendenti. In virtù di questo sospetto aveva fatto installare delle telecamere di sorveglianza nascoste che avevano certificato il comportamento fraudolento dei suoi dipendenti. Acclarato questo, il direttore aveva licenziato i lavoratori, i quali si erano rivolti a un giudice del lavoro e poi alla Corte di Strasburgo appellandosi all’articolo 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo sul diritto al rispetto della vita privata e familiare.
Per il tribunale di Strasburgo i datori di lavoro possono spiare i dipendenti
Sia il tribunale del lavoro spagnolo che la Corte di Strasburgo hanno però dato ragione al titolare del supermercato, ritenendo l’installazione delle videocamere in incognito non solo giustificata ma anche proporzionata al sospetto e al danno arrecato. Nel ribadire però che il principio di proporzionalità è il requisito essenziale per i controlli in ambito lavorativo, la Corte ha anche sottolineato come questo possa avvenire solo in circostanze eccezionali, per una durata di tempo e una ampiezza di spazio limitate e senza che questo diventi prassi ordinaria.