Idee
03/07/2020

Il Post Coronavirus potrebbe significare l’addio agli Open Space. Non che l’idea di tutti insieme appassionatamente fosse ancora forte nella logica di organizzazione degli spazi aziendali. Certo c’è stato un tempo in cui Open Space faceva rima con condivisione di spazi e idee, a tutto vantaggio del pensiero creativo e della riduzione dello stress. Ma già negli ultimi anni qualcuno aveva avanzato l’obiezione che in fondo gli Open Space sono una enorme fonte di distrazione e che forse era il caso di tornare a una idea più tradizionale di spazio di lavoro, magari modernizzata con una modularità tra postazioni individuali, spazi condivisi e salette riservate. Poi è arrivato il Coronavirus, e lo studio coreano su come si è creato il primo focolaio all’interno di una grande ufficio flat, e ora i dubbi se tornare a quel modello serpeggiano in molti ambienti.

La prima soluzione sono le barriere protettive in plastica, per cercare di contenere il potenziale contagio da COVID-19: se è vero che 1 trasmissione dell’influenza su 6 avveniva dal vicino di scrivania, perché non ritenere plausibile anche il rischio di trasmissione del Coronavirus con le stesse modalità? Ma oltre a ciò, ci sono aziende, uffici, studi professionali e università che stanno facendo marcia indietro verso una idea più tradizionale di spazio di lavoro.

Il trend è appunto quello dei “cubicoli” individuali, che garantiscono la separazione sociale ma anche la privacy e la concentrazione. Certo riducono gli spazi ma ormai molte aziende hanno capito che il lavoro smart può essere una soluzione anche non di emergenza, e molti lavoratori hanno sperimentato che ci possono essere anche dei vantaggi, per esempio in termini di costi e tempo di spostamento casa-lavoro.

Quindi come sarà il lavoro Post Coronavirus? In molti ipotizzano un modello blend, con giorni in smart working e altri in azienda, e le giornate in azienda per lo più in spazi individuali, con postazioni meno personalizzate e più anonime ma anche più facili da gestire dal punto di vista dell’igienizzazione e della sanificazione. Modello blend a cui concorre il desiderio delle aziende di contenere i costi e le difficoltà legate al rientro in ufficio (necessità di sanificare una volta al giorno e igienizzare più volte al giorno, nonché di gestirei flussi di ingresso e uscita nonché degli spazi comuni). Modello blend a cui concorre anche il desiderio dei lavoratori di continuare “in smart”, dopo aver digerito le difficoltà fisiologiche di questa modalità di lavoro.

In Italia, secondo una ricerca di EasyHunters, sarebbero addirittura 6 su 10 i lavoratori interessati a questo modello di alternanza tra smart e office, perché la qualità della vita migliora, perché chi ha figli ancora non ha ben chiaro come sarà il prossimo anno scolastico, perché il risparmio di denaro e tempo è indubbio e, di questi tempi, prezioso, e perché forse c’è voluto un evento traumatico per forzare un cambiamento che era già potenziale. E perché su tutto incombe ancora la poca conoscenza che abbiamo del virus, della contagiosità degli asintomatici, del rischio di infezione su mezzi pubblici e nelle aree urbane densamente frequentate.

Ufficio
01/07/2020

L’avvento del COVID-19 ha rivoluzionato le vite di tutti sotto diversi aspetti: il modo di andare a fare la spesa, le cene con gli amici, i viaggi e soprattutto la vita lavorativa. Abbiamo visto qualche tempo fa come i contagi fossero estremamente alti negli uffici in particolare in quelli open space. Entrando nella fase 2 e 3, con la riapertura dei negozi e di diversi uffici, è importante non abbassare la guardia e mantenere l’igiene e la sicurezza di tutti, lavoratori e clienti, al centro dell’attenzione.
Come funzionano?
Ovviamente uno dei metodi per evitare una nuova ondata di contagi è di seguire attentamente le norme per riaprire gli uffici e quelle di distanziamento sociale indicate dal governo; questo non è purtroppo sempre possibile in uffici e negozi. Quali alternative abbiamo quindi per salvaguardare sia i lavoratori sia i clienti e cosa sono i pannelli divisori per gli uffici? L’Organizzazione mondiale della sanità ha suggerito, in diverse occasioni, l’uso di pannelli divisori anti-contagio: ossia, barriere fisiche volte a fermare le piccole particelle di saliva che possono trasmettere il virus.

Per ora, una delle poche certezze che abbiamo sul virus è che uno dei sintomi più frequenti è una forte tosse; ciò ha portato diverse aziende ad adottare delle “barriere” anti-contagio per ridurre al minimo le possibilità di contrarre il virus dovute a tale sintomo.

Un divisorio anti-contagio consiste in un pannello di vetro, plastica o plexiglas che impedisce alle microparticelle, espulse durante un colpo di tosse o uno starnuto, di essere trasmesse tra dipendenti e clienti o viceversa.

Normalmente queste barriere sono trasparenti in modo da permettere comunque le interazioni tra soggetti, ma riducendo drasticamente il rischio di contagio. L’Organizzazione mondiale della sanità ha suggerito l’utilizzo di barriere di vetro o di plastica, in modo da ridurre al minimo la necessità di indossare Dispositivi di protezione individuale, ma mantenendo alta la tutela degli individui.

Quali sono i vantaggi dei divisori?

Queste “barriere” per l’ufficio forniscono una serie di vantaggi in quanto rappresentano una soluzione veloce, economica ed efficace per trasformare uffici open space potenzialmente pericolosi in luoghi decisamente più sicuri in cui lavorare.

Mascherine, guanti e altri DPI possono essere molto scomodi se indossati per tutta la giornata lavorativa, specialmente con l’arrivo dell’estate; per questo motivo, tali pannelli possono rappresentare una soluzione semplice, economica e soprattutto efficace in vista delle riaperture degli uffici. I dipendenti potranno così interagire tra loro rimanendo protetti e riducendo i fastidi potenzialmente causati dai DPI.

Inoltre, questi pannelli sono solitamente facili da spostare e da modificare per adattarsi a qualsiasi esigenza. Se ci dovessero essere riunioni o disposizioni diverse di scrivanie, potranno essere facilmente spostati per sopperire alle diverse necessità.

Infine, come abbiamo precedentemente detto in un altro post, è molto importante mantenere alti i livelli di igiene all’interno degli uffici: i materiali utilizzati per questi pannelli permetteranno di pulirli e disinfettarli in modo rapido e veloce, senza rischiare di rovinarli o usurarli.
Come trovare il pannello giusto?
Esistono diverse misure di pannelli per ogni esigenza, sia che vengano utilizzati in uffici open space per separare le varie postazioni o che vengano utilizzati alle reception, in bar o negozi a diretto contatto con la clientela. Quelli più semplici, composti da tre lastre di plexiglas, andranno solamente appoggiati sulle scrivanie per separare le varie postazioni. Quelli comunemente chiamati “da banco” vengono solitamente appesi al soffitto e sono costituiti da un pannello verticale con una piccola fessura verso il basso per il passaggio di oggetti di piccole dimensioni come buste, soldi o fogli. Questi pannelli, già adottati in diverse banche e uffici postali, garantiscono un’efficace protezione da colpi di tosse e starnuti mantenendo però possibile il passaggio di oggetti tra gli interlocutori. Saranno quindi ideali per reception, negozi, bar e altre attività a contatto con la clientela.

Questo tipo di dispositivi protettivi, utilizzati già da diversi anni in svariate attività, stanno diventando una tecnologia essenziale per rimanere sicuri negli uffici durante questa emergenza. Verranno impiegati in diverse strutture, come uffici, negozi e anche nelle scuole, per evitare la tanto temuta seconda ondata di contagi cercando al contempo di ritornare a quella che siamo stati abituati a chiamare “normalità”. Per salvaguardare il futuro dei tuoi dipendenti, della tua azienda e dei tuoi clienti, scopri la gamma in espansione di pannelli divisori anti-contagio sul nostro sito e trova quello giusto per il tuo business.

 

Notizie
01/07/2020

Uno dei positivi effetti del Coronavirus è la quantità di tempo e km risparmiati grazie allo smartworking. È il risultato, non sorprendente ma su cui ragionare, dell’Indagine Euromobility 2020 sullo smart working nella fase 1 del Covid-19 che ha cercato di valutare e stimare l’impatto che il lavoro agile, o da remoto come in questo frangente di lockdown, può avere sul work-life balance e sull’ambiente. In media, durante il lockdown, ogni lavoratore ha risparmiato 36 km di spostamenti casa – lavoro al giorno, di cui la metà in auto: tempo e denaro che si potrebbero impiegare diversamente, tanto che il 47% dei lavoratori interpellati per l’indagine si è detto molto soddisfatto dell’esperienza di lavoro agile e il 37% vorrebbe mantenere lo smart working il più possibile, con la punta del 52% che gradirebbe poter usufruire ancora di questa modalità di lavoro almeno per qualche giorno a settimane.
Certo sulla bilancia dei pro e contro degli effetti del Coronavirus bisogna mettere tutto: da un lato il fatto che il centro delle città si è svuotato, con le indubbie ricadute negative per negozi ed esercizi commerciali (si pensi a ristoranti e bar che si affollano per la pausa pranzo dei lavoratori) ma ci sono anche positivi impatti dal punto di vista energetico e ambientale da considerare. E poi – forse soprattutto . il grande tema dell’equilibrio vita – lavoro: se si considera che il 68% degli intervistati usa l’auto per recarsi al lavoro, e il congestionamento che tutti conosciamo delle nostre città si ripercuote nelle ore passate in auto in viaggio tra casa e lavoro, è indubbio che dal punto di vista economico (consumi in carburante e pedaggi, deterioramento dell’auto) e di qualità della vita (almeno) un ’bout di smartworking sarebbe un vantaggio almeno per i lavoratori.

Quella del lockdown da COVID-19 è stata una “sperimentazione forzata”, con non pochi problemi di tipo tecnologico e contrattuale, ma come dichiara Lorenzo Bertuccio, presidente di Euromobility, “con le dovute attenzioni ai diritti e al benessere complessivo del lavoratore non v’è dubbio che il lavoro a distanza, in forma di telelavoro o smart working, rappresenti una grande opportunità per le nostre città e la nostra qualità della vita, con evidenti vantaggi energetici e ambientali, sia a livello locale sia a livello globale”.

Idee
26/06/2020

Il tempo delle vacanze e dei pranzi con vista mare o sulla natura è ancora da venire, ma ci sono comunque tanti buoni motivi per fare la pausa pranzo all’aperto. Veniamo tutti dai lunghi mesi del lockdown, chiusi in casa per contenere il Coronavirus, e in molti stiamo ancora lavorando prevalentemente in smart working, quindi senza neanche il tempo e lo spazio, fisico e mentale, del tragitto casa-lavoro. Ecco perché potrebbe essere una buona idea godere di qualche manciata di minuti per mangiare en plein air: la primavera è ormai inoltrata, le temperature si sono alzate, il sole splende (quasi sempre) in cielo e non c’è niente di meglio che abbandonare la triste abitudine della pausa pranzo alla scrivania davanti al computer o nella mensa aziendale (per chi ha ripreso ad andare in ufficio) o al tavolo in cucina, per chi lavora da remoto, e andare a mangiare all’aperto.

Certo, per chi ha ripreso con la vita da ufficio bisogna organizzarsi un po’, portando il pranzo da casa (qui le ricette per la schiscetta perfetta) oppure trovando un bar o negozietto di fiducia dove acquistare qualcosa di sano e leggero da portare al parco o ai giardinetti dietro l’ufficio. Chi invece è in smart a casa può preparare qualcosa di pratico, veloce e leggero e, se non si dispone di un giardino o un terrazzino, andare al parco, anche in compagnia di figli e/o partner.
3 sani motivi per fare la pausa pranzo all’aperto
Ma come che sia, basta anche mezzora di luce naturale, aria pulita e rumore di foglie per avere indubbi benefici.

Per esempio, stare all’aria aperta migliora l’assunzione di vitamina D, che fortifica il sistema immunitario (particolarmente importante in questo periodo ancora di contagi da COVID-19) e infonde benessere e salute a corpo e mente.

Passeggiare al parco, o sedersi su una panchina a consumare il proprio pranzo, riduce i livelli di stress e ansia e permette di tornare al lavoro con la mente sgombra: lo ha dimostrato uno studio olandese pubblicato sul Journal of Epidemiology and Community Health.

Se poi si fa un lavoro creativo o intellettuale, stare per qualche manciata di minuti nella natura migliora la creatività: smartphone, computer, vetrine, negozi e traffico sono una continua fonte di distrazione, mentre la concentrazione e la creatività necessitano di isolamento e meno stimoli esterni. Lo ha dimostrato uno studio condotto nel 2012 da Ruth Ann Atchley secondo il quale stare a contatto con il verde migliora la creatività del 50%.

Uncategorised
24/06/2020

Le pile sono un articolo di consumo presente in moltissimi oggetti che ci circondano, in ufficio come a casa. Pensiamo, ad esempio, alle torce elettriche, alle calcolatrici o agli orologi da polso. Se ci fermiamo un attimo a pensarci, azionano moltissimi dispositivi per noi indispensabili nella vita di tutti i giorni, generando luce, immagini e movimento. Ma esattamente, come funzionano le pile? Da quelle più piccole per telecomandi alle batterie dei veicoli elettrici, seguono tutte lo stesso funzionamento indipendentemente dalla dimensione: grazie a una reazione, trasformano l’energia chimica in energia elettrica. Ma vediamo più nel dettaglio come sono composte e qual è il meccanismo che consente loro di funzionare adeguatamente.
Come funzionano le pile 
Prima di capirne il funzionamento, è indispensabile sapere come sono realizzate. Le pile sono infatti composte da due scomparti distinti denominati semicelle collegati tra loro da un ponte salino: il polo negativo (detto anche anodo) e il polo positivo (o catodo) contengono un elettrolita in cui è immerso un elettrodo di materiale conduttore a bassa resistenza. Una semicella cede elettroni, mentre l’altra li riceve dall’elettrodo. I due elettrodi sono collegati da un conduttore che determina il passaggio di elettroni generando energia elettrica. Pensiamo, ad esempio, a una torcia. Quando inseriamo le pile alcaline e accendiamo il dispositivo, l’energia chimica si trasforma in corrente elettrica che entra nella torcia e ne comporta l’accensione. Tale reazione chimica non è eterna e prima o poi le pile si scaricheranno, ossia non avverrà più questo passaggio di elettroni tra i due poli.
Dove si buttano le pile usate
Sia che lavoriamo in ufficio o da casa, in remoto o in modalità smartworking, avremo sicuramente delle pile da gettare che vanno smaltite correttamente per salvaguardare l’ambiente e creare un ufficio più ecologico. Non sempre però, sappiamo esattamente dove buttare le pile esauste; vediamo quindi alcune importanti raccomandazioni da seguire:

Una volta scaricate le pile, è importante smaltirle senza gettarle nel cestino dei rifiuti indifferenziati. Questo perché si tratta di materiali molto inquinanti contenenti metalli pesanti come il piombo, il cadmio, il cromo e il mercurio, che vanno quindi adeguatamente gettati negli appositi contenitori per la raccolta differenziata.
I contenitori per la raccolta delle pile non sono a volte presenti nelle aree attrezzate con le campane per la raccolta differenziata e questo genera spesso confusione. Se però diamo un’occhiata in giro per la città, troveremo dei contenitori appositi – a volte proprio a forma di pila – nei pressi di supermercati, tabaccherie e persino banche.
In alternativa, possono essere portate all’ecocentro comunale insieme ad esempio alle batterie al litio che alimentano i nostri smartphone.
Oltre alle pile in sé, non va ovviamente dimenticato l’imballaggio della confezione che le ospitava. Generalmente composto da una parte in plastica e una di carta, dovremo manualmente staccarle e gettarle nei relativi contenitori della raccolta differenziata.
Anche se più raro, a volte l’ufficio stesso dispone di punti di raccolta delle pile. Se così non fosse, potrebbe essere una buona idea da proporre al capo per creare un ufficio più ecosostenibile.
Cosa succede alle pile correttamente smaltite? Vengono inviate a una fabbrica di smistamento che si occuperà di separarne i relativi componenti che verranno quindi riutilizzati per produrre nuove pile, tubi o persino lastre per radiografie.
Ma il modo migliore per proteggere veramente l’ambiente è di dotarsi di pile ricaricabili e di un buon caricabatteria.

Come ricaricare le pile ricaricabili 
Alternativa sostenibile alle regolari pile usa e getta, le pile ricaricabili consentono di proteggere l’ambiente e allo stesso tempo di abbattere i costi di gestione. Vediamo insieme alcune operazioni da seguire per garantire la miglior carica possibile:

Utilizza un caricabatteria adatto alle dimensioni delle pile che devi ricaricare. Sono infatti numerosi i caricabatteria disponibili in commercio a seconda dei vari formati delle pile. Così come è necessario utilizzare un caricabatteria adatto al tipo di pila, allo stesso modo evita di usare pile usa e getta o non compatibili con il caricabatteria a disposizione.
Alla prima ricarica delle pile ricaricabili, per evitare il cosiddetto “effetto memoria” – ossia la drastica riduzione della capacità di carica di una pila – scarica le pile completamente prima di ricaricarle.
Vuoi sapere come controllare la carica delle pile? Basterà dotarsi di un tester per verificare se, prima di ricaricarla, la pila abbia ancora energia residua.
Dopo esserti assicurato di aver posizionato bene le pile all’interno del caricabatteria con i poli allineati al lato corretto, effettua la ricarica completa. Molti dispositivi sono infatti dotati di una spia luminosa che da rossa diventerà verde per indicarti il completamento della procedura di ricarica.
Rimuovi quindi le pile dal caricabatteria evitando di sovraccaricarle. Una carica eccessiva è infatti la prima causa di riduzione del ciclo di vita di una pila.

Come pulire l’acido delle pile
Quante volte ci è capitato di riporre a lungo in un cassetto dei dispositivi elettronici con ancora le pile inserite pur sapendo che sarebbe buona norma toglierle per un’adeguata conservazione delle pile stesse e soprattutto del dispositivo in questione? Tale dimenticanza può comportare serie conseguenze con la perdita di acido, che potrebbe compromettere l’uso dell’apparecchio. Forse non tutti lo sanno, ma è possibile riavviare il funzionamento rimuovendo l’ossidazione. Vediamo come:

Si possono utilizzare delle bombolette antiossidanti disponibili in commercio che agevolano la rimozione di queste sostanze. Inoltre, da un negozio di ferramenta, è possibile acquistare uno spazzolino di rame o di ottone qualora sia necessario togliere la polvere.
Se stai cercando un rimedio casalingo, prova con un cotto fioc imbevuto di un po’ di alcol denaturato. Per raschiare le impurità più ostinate, puoi invece usare una comune gomma da cancellare.
Evita di utilizzare oggetti appuntiti o in ferro perché potrebbero graffiare le superfici e arrivare a danneggiare i circuiti elettrici.
Consigliamo infine di munirsi di guanti in lattice perché il liquido rilasciato dalle pile può causare irritazioni alle pelli più sensibili.

Utilizzare in maniera appropriata le pile ricaricabili e non, ricaricandole o smaltendole adeguatamente, è essenziale per un corretto utilizzo dei nostri dispositivi elettrici ma consente anche di salvaguardare l’ambiente proteggendo acqua e suolo dalle sostanze inquinanti presenti in questi piccolissimi articoli. La nostra guida è stata ideata per questo: per aiutarti nella promozione di un uso più sostenibile di tutte le pile in commercio!

Hai già optato per le pile ricaricabili mediante il caricabatteria? Raccontaci i tuoi trucchi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia!

Idee
24/06/2020

“Lavorare da casa. Cosa ho imparato come early adopter” è il titolo di un post firmato da Marianne Dahl sul blog di Microsoft. Marianne Dahl non è una qualsiasi all’interno dell’azienda di Redmond: vicepresidente responsabile delle vendite e del marketing per l’Europa occidentale di Microsoft, lavora da casa ormai da 15 anni, da quando cioè ha lasciato il suo ruolo di responsabile della mobilità e della convergenza in una importante azienda TLC e ha deciso di sperimentare sulla propria vita quanto teorizzava per gli altri. E cioè che lavorare da casa si può, che il lavoro agile può essere efficiente, e che professionalità e risultati non dipendono da dove lavori ma da come lo fai. Un percorso lunghissimo quello di Marianne Dahl, e diventato esemplare nei giorni del lockdown, dello state a casa, e del lavoro da remoto obbligato. Così la manager ha voluto condividere quello che ha imparato in questi 15 anni di lavoro smart & agile con un lungo post sul blog aziendale, cominciando con il definirsi una early adopter.
Circa 15 anni fa, quando questi concetti erano solo agli inizi, lavoravo in una grande società di telecomunicazioni come responsabile della mobilità e della convergenza. Un giorno presi la decisione di provare a mettere in pratica ciò che predicavo sempre e iniziai a lavorare il più possibile da remoto. Rifiutai persino di avere una linea fissa o la fibra e feci ricorso a una semplice scheda dati.
Oggi disponiamo di una tecnologia di gran lunga superiore: laptop e smartphone eccellenti, software come Microsoft Teams e la connessione 5G o la fibra nelle nostre case. Tuttavia, forse non abbiamo capito fino in fondo che non basta avere una tecnologia pronta per le persone, se le persone non sono pronte per la tecnologia.
Per ovvie ragioni, i primi mesi del 2020 hanno richiesto una straordinaria accelerazione nell’organizzazione del lavoro flessibile, ma adattarsi a nuovi modi di lavorare richiede tempo. Comprensibilmente, sarà una transizione difficile per molte persone.
I consigli di Marianne Dahl per lavorare da casa
1. Accendete la fotocamera

Ben oltre il 50% delle comunicazioni avviene in forma non verbale. Quindi la fotocamera aiuta a capire gli altri e a farsi capire.
Inoltre, avere la fotocamera accesa obbliga a darsi un tono, offrendoci un motivo in più per vestirci e comportarci come se dovessimo entrare in ufficio.

2. Utilizziamo la funzionalità della chat su Teams

Se utilizzate Microsoft Teams, la chat è un ottimo modo per mantenere una buona energia nelle riunioni con tanti partecipanti. Anche se poche persone parlano attivamente, gli altri dovrebbero essere incoraggiati a commentare ciò che viene detto, fare domande, creare piccoli sondaggi, o anche solo aggiungere emoji e reazioni. Favorisce davvero il coinvolgimento di tutti.

3. Utilizzate le cuffie

Fino a poco tempo fa, quando il lockdown si è leggermente allentato, avevo due bambini a casa mentre lavoravo, quindi indossare le cuffie mi dava parecchi benefici.
Ancora meglio se possedete un modello con la tecnologia di cancellazione del rumore. Vi aiuterà a mantenere la concentrazione ed evitare distrazioni, con chiunque viviate.

4. Programmate pause regolari

È facile dimenticarsi che ci sono molte pause naturali quando si lavora in ufficio e si partecipa a riunioni faccia a faccia. Pensate a come integrarle nella vostra programmazione a casa.

5. Continuate a muovervi

Includete un po’ di movimento nella vostra agenda.
Se avete lo spazio per farlo, è anche utile spostarsi per la casa in modo da lavorare in diversi ambienti. Alcune riunioni possono essere molto formali. In questo caso, cercate di tenere il laptop all’altezza giusta e regolate l’illuminazione nella stanza. Allo stesso modo, per una chiacchierata informale o una riunione a due, potete mettervi comodi sul divano o su una sedia più inclinata. Se preferite che le persone non vedano cosa c’è dietro di voi, utilizzate la funzionalità di sfocatura per mantenere l’ambiente più riservato.

6. Transizione tra ruoli

Potreste dover ricoprire numerosi ruoli ora: colleghi, partner, genitori, insegnanti a distanza. Si può essere in grado di eseguirli tutti perfettamente, ma è improbabile riuscire a farlo nello stesso identico momento.
Vi consiglio di delimitare bene la giornata, concentrandovi su un unico ruolo alla volta. E, se potete, dite alla famiglia: “Vado a lavorare ora. Ci vediamo tra quattro ore”. Poi andate in un’altra stanza, chiudete la porta e smettete di essere disponibili.
Lo stesso andrebbe fatto anche per il tempo dedicato alla famiglia e per la scuola a casa. Molte persone pensano di dover essere sempre disponibili e finiscono per lavorare troppo quando sono a casa. Circoscrivete il tempo delle telefonate o quello del controllo della posta elettronica.

7. Rimanete socievoli

Avete scoperto nuovi modi di rimanere in contatto con amici e familiari durante il lockdown. È fantastico. Ma non dimenticate che l’interazione sociale è di vitale importanza anche tra colleghi.
Ci vuole solo un po’ più di pianificazione. Ad esempio, potete organizzare video riunioni quotidiane per un caffè oppure aperitivi di venerdì sera in cui parlare il minimo indispensabile di lavoro. O magari un pranzo con un collega su Teams, proprio come foste alla mensa aziendale.
Questo non è solo importante per la motivazione e la salute mentale, ma anche per gli affari. Alcuni anni fa, uno studio commissionato da Microsoft ha rilevato che, in realtà, meno del 20% delle migliori idee era stato concepito all’interno di contesti di lavoro come riunioni o brainstorming. Infatti, la stragrande maggioranza di queste idee arrivano durante scambi occasionali con i colleghi. Un altro motivo convincente per salvaguardare queste riunioni informali.

Infine, la cosa più importante di tutte

Se il lavoro da casa è una novità e avete difficoltà ad abituarvi, niente paura! Passati i primi tempi, sarà più facile. Prima che ve ne rendiate conto, sarete già professionisti pronti per tutto quello che vi riserva il futuro

Notizie
19/06/2020

Sì, mentre in molti soffrivano (economicamente e professionalmente) e tanti perdevano anche il lavoro, ci sono anche dei lavori creati dal Coronavirus. Perché è innegabile che questi mesi di lockdown, di smart working obbligato, di distanziamento sociale, di sospensione di molte delle attività professionali consuete, almeno nel modo in cui venivano svolte fino a febbraio, per qualcuno ha significato picchi di lavoro oppure la creazione di nuovi posti di lavoro o nuove figure professionali.

A fare la fotografia dei lavori creati dal Coronavirus è Adecco Group Italia che ha monitorato e registrato le variazioni in termini di richieste professionali durante il lockdown e ora guarda con attenzione ai trend che si prospettano in questa fase di transizione e (se e) quando l’emergenza Coronavirus sarà finita.

Ovviamente c’è stato un boom di richieste per personale sanitario, non solo medici ma anche infermieri specializzati: nei giorni più drammatici sembravano non esserci abbastanza forze per far fronte al virus, ma ora con la curva che cala questa è una richiesta che sembra destinata ad assestarsi. Poi c’è stato il boom di richieste per operai specializzati in campo chimico e farmaceutico, per far fronte alla produzione di gel igienizzanti e mascherine, due prodotti che probabilmente staranno tra noi ancora a lungo e per i quali magari non si registrerà il +40% rispetto a prima dell’emergenza ma rimarrà comunque un settore interessante.
Il lockdown ha significato anche il massiccio ricorso all’e-commerce, e gli addetti alla logistica, che non hanno mai smesso di lavorare, sono una figura in crescita dal punto di vista delle ricerche e delle necessità delle aziende: il +60% del settore riguarda corrieri, magazzinieri, addetti alla logistica e alla consegna e tutte le altre figure che ruotano intorno alla catena del commercio elettronico.
Infine c’è il settore degli addetti alle pulizie e agli interventi di sanificazione: è vero che gli uffici si sono svuotati e il contraccolpo per il settore c’è stato, ma ora che hanno riaperto negozi, bar, ristoranti, uffici privati e pubblici e i mezzi di trasporto hanno ripreso a funzionare a pieno regime, oltre che di chi si occupa delle pulizie c’è grande richiesta (+40%) di chi si occupa di sanificazione e igienizzazione professionale.
Infine, con più incertezze, c’è tutto il mondo legato allo smart working: vero è che ormai si reclama a gran voce di tornare al lavoro, tornare negli uffici e tornare a scuola, ma se così non sarà avremo bisogno di esperti in formazione a distanza, esperti di sistemi informatici, tutor e – perché no- forse anche di supporto psicologico.

Uncategorised
17/06/2020

Nelle ultime settimane, molti di noi si sono dovuti adattare a nuove modalità di lavoro. Con le aziende chiuse, ai dipendenti è stato chiesto di lavorare da casa, in remoto, nella cosiddetta modalità smartworking. Chi tra di noi eseguiva già il proprio lavoro dalla scrivania di casa sa quanto sia importante disporre di uno spazio dedicato, appositamente ideato e strutturato per consentire di lavorare al computer per diverse ore senza iniziare a soffrire di terribili mal di schiena. Per garantire la massima produttività, infatti, è necessario disporre di una postazione comoda che ci accompagni nelle numerose ore di sedentarietà.

Di recente, abbiamo visto come sedersi correttamente alla scrivania per assicurare una postura corretta che eviti danni a spalle, collo e schiena. A tale scopo, si pensa spesso alla scrivania ideale, a un secondo monitor o a un mouse con poggiapolsi. Uno degli elementi essenziali per favorire una postura ideale, di cui la nostra schiena ci ringrazierà, è però la scelta della sedia da ufficio.
Elementi da considerare per scegliere una sedia da ufficio 
Uno dei primi aspetti da tenere in considerazione è l’utilizzo. Probabilmente, lavorando da casa in modalità smartworking, non si utilizzerà la sedia solo occasionalmente ma sarà importante orientarci verso una sedia in grado di sostenerci per diverse ore nell’arco della giornata. In questo caso, è preferibile quindi optare per una sedia ergonomica, caratterizzata da una struttura che supporta la schiena ed evita tutti gli svantaggi, nonché i numerosi costi per infortuni derivanti dall’adozione di una postura errata.

Un’altra caratteristica molto importante di queste sedie da ufficio è la possibilità di regolarle e personalizzarle alle nostre esigenze per garantire libertà di movimento, sgravando la colonna vertebrale da eccessivi carichi, e mantenere braccia, collo e spalle in posizione rilassata.
Come regolare una sedia da ufficio 
Scegliere una sedia da ufficio di elevata qualità è solo il primo passo. La sedia deve garantirci la comodità necessaria e il supporto costante durante le ore di lavoro. Per ottimizzarla alle nostre esigenze, è essenziale saperla regolare. Di seguito, ti aiuteremo con alcuni dei principali settaggi:

Altezza da terra: per prima cosa, i gomiti devono formare un angolo retto quando appoggiati sul piano di lavoro. Usando la leva di regolazione dell’altezza, è possibile abbassare o sollevare il sedile per garantire la posizione corretta. Anche le ginocchia devono formare un angolo di 90° con tutta la pianta di entrambi i piedi ben appoggiata a terra. Per agevolare tale postura, può essere necessario l’utilizzo di un poggiapiedi.
Profondità del sedile: i polpacci delle gambe e la parte anteriore del sedile devono essere a una distanza di 5 cm, all’incirca la grandezza di un pugno. Qualora non fosse così, molte sedie da ufficio dispongono di una leva laterale che avanza o indietreggia lo schienale per individuare la posizione ottimale.
Inclinazione dello schienale: generalmente, le sedie ergonomiche dispongono di una doppia regolazione dello schienale. Il sistema basculante che si reclina quando ti appoggi all’indietro e il sistema sincronizzato dove sia lo schienale sia il sedile seguono i movimenti del corpo. In una sedia operativa ottimale, il meccanismo di reclinazione può essere attivato con la relativa leva e regolato con la manopola per aumentarne o diminuirne l’intensità.
Regolazione di schienale e poggiatesta: molte delle sedie ergonomiche più avanzate dispongono dell’opzione di regolare lo schienale in altezza per adattarlo alla curva naturale della schiena. Per evitare cervicali, dotarsi di una sedia da ufficio con poggiatesta reclinabile e regolabile. Chi invece è più propenso al mal di schiena può optare per i modelli dotati di sostegno lombare, anch’esso regolabile in altezza.
Regolazione dei braccioli: i braccioli sono essenziali per il rilassamento delle braccia. Anch’essi sono solitamente regolabili in altezza per garantire che il gomito sia in appoggio durante l’utilizzo della tastiera. Qualora non fossero regolabili, non garantissero sufficiente libertà di movimento e fossero troppo scomodi, opta per una sedia da ufficio con braccioli rimovibili

Altri aspetti da valutare per scegliere una sedia ergonomica
Abbiamo esaminato diverse opzioni di regolazione per scegliere una buona sedia da ufficio che sia comoda e che si adatti alla nostra corporatura ed esigenze specifiche. Vediamo ora altri aspetti da tenere a mente:

Base della sedia: per garantire libertà di movimento, è indispensabile che la sedia da ufficio sia dotata della possibilità di rotazione, per consentirci di variare la posizione del busto, e di rotelle. Ergonomicamente parlando, le ruote sono infatti consigliatissime per una postazione di lavoro ottimale. Per una maggiore stabilità, la base dovrebbe disporre di 5 piedi di supporto, disponibili in diversi materiali a secondo dell’uso e del budget. Anche le ruote possono essere in diversi materiali a seconda della tipologia del pavimento: quelle in gomma sono sicuramente le più versatili!
Sagomatura e imbottitura: abbiamo già visto come sia importante scegliere una sedia da ufficio che sia in linea con la curva naturale della nostra schiena, meglio se dotata di supporto lombare. Per quanto concerne l’imbottitura, molte sedie moderne non la offrono affatto a garanzia di una maggiore circolazione dell’aria. Se il sedile è imbottito, optare per una poltrona da ufficio che abbia bordi imbottiti su tutti i lati e bordo anteriore arrotondato per favorire la circolazione sanguigna nelle gambe.
Materiale di rivestimento: nella scelta del rivestimento ideale, è importante scegliere materiali che non trattengano il calore corporeo e che agevolino invece la circolazione dell’aria. In tale ottica – seppur comoda – la pelle non è tra le migliori opzioni anche se, insieme al vinile, è uno dei materiali più facili da pulire e meno soggetto agli strappi, caratteristica più comune per tessuto e panno (materiali anche più economici ma più traspiranti). Per risolvere entrambe le problematiche, il rivestimento con maglia a rete, o mesh, è forse la soluzione più azzeccata.

Come pulire una sedia da ufficio
Se utilizzata spesso e in modo costante, è necessario pulire frequentemente la sedia da ufficio per garantirne la massima durata e assicurarci che continui a svolgere al meglio il proprio lavoro accompagnandoci a lungo nelle nostre giornate:

Per una pulizia superficiale, sarà sufficiente un panno morbido per rimuovere la polvere o un piccolo aspirapolvere per catturare i residui depositati tra lo schienale e il sedile, meglio se dotato di beccuccio sottile. Per un’operazione più delicata, puoi optare per una spazzola dotata di setole morbide che eviterà di raschiare e rovinare il tessuto.
Sicuramente, ti chiederai anche come pulire le rotelle di una sedia da ufficio. Girando su tappeti o moquette, è probabile che raccolgano capelli e altro materiale che potrebbe persino bloccarle. Servendoti di uno stuzzicadenti, potrai entrare all’interno e rimuovere qualsiasi residuo senza arrecare danni alle ruote.
Ti è caduto un po’ di caffè sulla sedia da ufficio e si è formata una macchia? Per le sedie in similpelle e tessuto, è sufficiente un po’ di detersivo per i piatti o di sapone di Marsiglia da versare su un panno inumidito con acqua tiepida. La stessa operazione può essere effettuata per detergere in profondità rotelle e parti in plastica, anche se prive di macchie. Può essere inoltre usato l’alcol denaturato per le macchie più ostinate, da evitare però su rivestimenti acrilici che potrebbero rovinarsi.
Infine, puoi servirti di una vaporella per una pulizia profonda al vapore delle sedie in tessuto, da abbinare all’utilizzo del bicarbonato di sodio a pioggia da lasciar agire per 2-3 ore prima della rimozione.

Stare comodamente seduti alla scrivania è un elemento essenziale per la salute e la produttività. Dolori muscolari, mal di schiena o cattiva circolazione possono avere effetti devastanti sul corpo e sulla giornata lavorativa. È quindi essenziale assicurarsi una postazione di lavoro ottimale che favorisca l’ergonomia. Segui i nostri consigli per scegliere la sedia da ufficio più adatta alle tue esigenze!

Hai acquistato di recente una delle nostre sedie da ufficio e ti stai trovando bene? Contattaci sulla nostra pagina Facebook Viking Italia e raccontaci la tua esperienza!

Ufficio
16/06/2020

Anche se non si dice (anzi: è tra le cose da non dire mai in ufficio) più o meno tutti sperano sempre in un posto di lavoro migliore. Ma se il primo scoglio da superare è quello dell’invio del curriculum (e qui ci sono i 6 trucchi per non farlo cestinare) poi ci si gioca tutto nel corso del colloquio: qualche manciata di minuti durante i quali convincere il potenziale datore di lavoro che si è proprio la persona giusta per quel posto. Come fare a giocarsi tutte le proprie carte in modo efficace? Con questi 6 step.

1. Informarsi sull’azienda.
Ovviamente sull’attività svolta, ma anche sui valori aziendali, su come è organizzata e in generale su come intende sviluppare il suo business. Le fonti non mancano: il sito Web, ma anche articoli di giornale e online, quotazioni di borsa e non ultimi i contatti diretti: possono essere persone già conosciute oppure contatti generati sui social professionali come Linkedin. Questa è tra le prime cose da fare prima di un colloquio.

2. Preparare le prime risposte.
In ogni colloquio ci sono domande standard che riguardano il percorso professionale, gli obiettivi di carriera, i risultati raggiunti e le aspirazioni professionali: non si tratta di imparare la filastrocca a memoria, ma di aver ben presenti i punti da evidenziare, per non dimenticarli. Se non si è in cerca del primo lavoro, immancabile sarà anche la domanda sul perché si vuole lasciare il precedente impiego: meglio essere propositivi ed evitare commenti negativi sul passato. E attenzione che ormai sempre più i colloqui di lavoro sono infarciti anche di domande trabocchetto a cui è bene essere pronti a rispondere.

3. Vestirsi adeguatamente.
Ogni azienda ha il proprio stile, e si può risultare fuori contesto anche presentandosi troppo formali (così come in jeans per lavorare in banca). Anche in questo caso vale la pena informarsi per tempo, per non trovarsi a disagio quando ormai è troppo tardi. (Qui i consigli su come vestirsi per un primo colloquio)

4. Comunicare anche non verbalmente.
Contano le parole, e contano anche i gesti: una stretta di mano sicura, un tono di voce senza esitazioni, la postura dritta comunicano fiducia e affidabilità. Si possono sempre fare le prove allo specchio o con l’aiuto di una persona fidata. E attenzione ai segnali di nervosismo come parlare troppo velocemente, dondolare, toccarsi i capelli: i recruiter sono esperti di comunicazione non verbale, e colgono ogni dettaglio (Qui i consigli per parlare in pubblico in modo naturale).

5. Preparare qualche domanda.
Durante il colloquio di lavoro si è candidati, ma si è anche prospetti: mostrarsi interessati all’azienda, al ruolo da ricoprire e ai suoi potenziali sviluppi sono tutti fattori che possono dimostrare motivazione e influenzare gli esaminatori. Detto ciò, ci sono domande da fare, come queste, e domande invece da non fare, come queste.

6. Ascoltare senza interrompere.
Che siano domande o spiegazioni, ascoltare senza interrompere è non solo segno di educazione ma anche di sicurezza in se stessi. Poi ci sarà tempo a colloquio finito di fare altre mosse, come queste.

PS: e se invece si tratta di un colloquio su Skype o comunque in videoconferenza, come ha imposto di fare la pandemia da Coronavirus, allora possono interessarti anche questi consigli.