Notizie
20/01/2021

È una questione soprattutto burocratica. Ma la burocrazia nei rapporti di lavoro conta parecchio. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico. E così è bene cominciare a guardare alla data del 31 marzo, quando scadranno le norme sullo smart working semplificato, introdotte la scorsa primavera con lo stato di emergenza dovuto alla pandemia da Coronavirus.
Già, perché in assenza di una vera legge quadro nazionale sullo smart working, il ricorso al “lavoro da casa” in questo frangente di pandemia (comunque lo si voglia considerare, dal vero smart working al più banale telelavoro) è stato fatto con molte deroghe. Deroghe necessarie a consentire ai lavoratori di poter stare a casa, di lavorare da casa, e di essere comunque pagati e tutelati, ma deroghe che scadono il 31 gennaio (è a quella data che scade il DPCM del 18 ottobre 2020) e che con qualche proroga possono arrivare al massimo fino al 31 marzo. Poi, se il Governo non interverrà, volenti o nolenti i lavoratori dovranno tornare in ufficio. Con tutto quello che potrebbe comportare se dovessimo essere ancora in piena pandemia.
Per fortuna fino al termine dello stato di emergenza – che il Governo ha prorogato fino al 30 aprile – permarranno le tutele per i lavoratori fragili o con disabilità, e per i genitori con figli minori di 14 anni. Ma è solo 1 mese in più rispetto all’attuale scadenza della deroga sullo smart working. E per i dipendenti pubblici il rischio di rientro in ufficio è ancora più vicino dato che le norme sul lavoro agile nel settore pubblico sono già state prorogate fino al 31 gennaio e ora serve un nuovo decreto.

Notizie
18/01/2021

Sono 75.000 i pasti che il Banco Alimentare potrà servire anche grazie alla raccolta fondi attivata in coincidenza con la campagna natalizia di Office Depot. Un risultato davvero notevole e importante, raggiunto grazie alla vostra generosità, tramite l’acquisto del Panettone Buono artigianale, e anche grazie alle donazioni spontanee dei nostri clienti.

La Fondazione Banco Alimentare è una ONLUS italiana che si occupa di raccolta di generi alimentari e recupero delle eccedenze alimentari per redistribuirle alle strutture caritative che assistono le persone più indigenti.

Al termine di un anno difficile per moltissime persone, e in occasione di un Natale davvero particolare, è stato per noi un vero onore poter partecipare a questo importante contributo sociale. Garantire oltre 75.000 pasti a centinaia di comunità bisognose in tutta Italia è stato un gesto semplice che scalda il cuore e che ci auguriamo abbia reso questo Natale davvero speciale per tante persone meno fortunate.

Per conoscere di più sulla raccolta fondi nazionale del Banco Alimentare puoi cliccare a questo link.

Ti invitiamo a continuare seguire le nostre azioni di solidarietà a sostegno del Banco Alimentare, che proseguiranno in questo 2021 con altre importanti iniziative.

Idee
14/01/2021

Ormai fare un colloquio in inglese è quasi la normalità. Perché nelle multinazionali l’inglese è la lingua franca di ogni comunicazione interna. Perché anche la più piccola delle PMI in un mondo globalizzato ha sicuramente qualche contatto con clienti o fornitori esteri. O perché più banalmente si vuole proprio andare a lavorare all’estero, e l’inglese è la prima skill richiesta. Ma per quanto si possa parlare bene l’idioma di sua Maestà e di Shakespeare, durante un colloquio in inglese c’è sempre qualche tranello in più di cui tener conto. Per non mandare tutto in fumo per qualche banalissimo ed evitabilissimo scivolone.

1. Essere onesti: indicare nel CV il livello reale di inglese

Per molto tempo il CV europeo con le sue 4 categorie (“ottimo, buono, discreto, fluente”) ha permesso di ciurlare un ’bout nel manico. Tanto che se prima c’era soprattutto chi si sovrastimava, ora c’è anche chi si sottostima, sperando eventualmente di fare una impressione ancora migliore. Ma sono entrambi errori tattici che possono costare parecchio. Allora, per non sbagliare, soprattutto se si tratta di multinazionali o posizioni per cui l’inglese è vincolante, si può fare un assessment, cioè un test che certifichi in modo oggettivo e ufficiale il proprio livello di inglese reale, parlato e scritto.

2. Imparare un ’bout del linguaggio tecnico del settore o dell’azienda

Già, un conto è parlare fluentemente l’inglese durante un soggiorno a Londra, un altro paio di maniche è parlare l’inglese specifico e tecnico di un determinato settore o azienda. Ormai la comunicazione professionale è infarcita di termini, acronimi ed espressioni specifiche: non che sia necessario conoscerle tutte prima del colloquio, ma almeno le più importanti sì, per non ritrovarsi a non capire una domanda o anche per impressionare positivamente gli esaminatori. Se l’azienda ha un sito anche in inglese è già un buon punto di partenza, oppure si possono fare delle ricerche online, per esempio sul sito di aziende concorrenti o leggendo qualche articolo che parla di quell’azienda o di quel settore.

3. Non aver paura di chiedere

Il «noio volevan savuar l’indiriss» non è mai una buona idea. Per cui, anziché inventare termini ed espressioni vagamente tecniche, meglio molto meglio non aver paura di chiedere come si dice una determinata cosa in quello specifico settore. Basta prepararsi una formula sintetica ed efficace da sfoderare nel dubbio, e chiedere è sempre positivo perché dimostra interesse e volontà di imparare. Due soft skill sempre molto apprezzate dai recruiter.

4. Fare le prove generali

Già l’emozione gioca brutti scherzi di suo in un colloquio in italiano, figuriamoci se lo devi sostenere in inglese e a un certo punto ti sfugge un termine o infili un tempo verbale sbagliato. Per cui se fare le prove generali è una buona abitudine sempre, farlo per un colloquio in inglese lo è ancor di più. L’ideale sarebbe avere qualcuno madre lingua che si metta i panni dell’esaminatore (e ormai con le videochiamate è un gioco da ragazzi). Se così non fosse possibile basta un amico, un parente o anche lo specchio o meglio ancora una registrazione video con lo smartphone: l’importante è vedersi e sentirsi parlare in inglese, ad alta voce, per capire l’effetto che si farà. E aggiustare il tiro su termini, pronuncia e fiducia in se stessi.

Notizie
12/01/2021

Chi rifiuta il vaccino anti-COVID può essere licenziato: è al tesi sostenuta da Pietro Ichino, giurista esperto di diritto del lavoro, che in un’intervista al Corriere della Sera sottolinea anche altri 2 aspetti. Il primo che in molti casi sarebbe già previsto, il secondo che può essere in qualche modo imposto dal datore di lavoro.
Secondo il giuslavorista “l’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure suggerite da scienza ed esperienza, necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica delle persone che lavorano in azienda, il loro benessere”. Una tesi secondo la quale il datore di lavoro non solo potrebbe imporre il vaccino anti-COVID ma anzi dovrebbe proprio farlo, a norma di legge.

Una posizione che ha subito fatto scattare l’attenzione sul tema, perché la postilla secondo la quale “chiunque potrà rifiutare la vaccinazione; ma se questo metterà a rischio la salute di altre persone, il rifiuto costituirà un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro” non è per molti una vera alternativa. In pratica o ti vaccini o ti licenzio. Ma è davvero così?

Ma questa posizione, condivisa anche da altri esperti di lavoro, sembrerebbe più fragile di quanto possa apparire. In primis perché il vaccino non è obbligatorio per legge per nessuno, e quindi non lo potrebbe essere nemmeno all’interno di un’azienda (anche perché l’assunzione di qualsiasi sostanza per scopi medici non può essere imposta senza una specifica norma di legge, come prevede l’art. 32 della Costituzione).
Anche il richiamo al dovere di sicurezza, la norma per cui il datore di lavoro deve tutelare i suoi dipendenti, non appare così inattaccabile in questo caso. Peraltro i protocolli anti-COVID per il lavoro in sicurezza non prevedono l’obbligo della vaccinazione (che al momento della firma tra le parti sociali non erano nemmeno all’orizzonte delle possibilità). Infine c’è anche da considerare che tempi e modalità della vaccinazione anti-COVID sono in mano esclusivamente all’autorità sanitaria, che stabilisce le priorità e decide chi vaccinare in totale autonomia.

Notizie
08/01/2021

Lo smart working è ormai la nuova normalità. Forzato dalla pandemia di Coronavirus, il lavoro a casa, comunque lo si voglia chiamare – remote working, tele lavoro, home working – è ormai diventato la nuova routine di milioni di lavoratori al mondo. Routine che ha spazzato via quella precedente (doccia – colazione – commuting – ufficio – pranzo fuori casa – aperitivo o palestra – ritorno a casa) e che ha fatto scattare nuovi “peccati nascosti” da parte degli smartworker. Che non sono i benefici, come avere più tempo per stare con i propri cari (lo afferma il 47% degli intervistati di una survey condotta da Kaspersky tra oltre 8.000 lavoratori in tutto il mondo) o risparmiare (un vantaggio per il 41%) tanto che solo il 7% non ha visto nessun vantaggio dallo smart working e non vede l’ora di tornare al lavoro di prima della pandemia.
Ma tra le tante conseguenze della vita in casa, in smart, obbligata dalla pandemia ci sono appunti alcuni peccati nascosti confessati dai lavoratori nella survey di Kaspersky. No, non proprio “quel” genere di peccati, ma sì, al primo posto (48%) c’è il poter lavorare in tuta o in pigiama. Comodi, rilassati, quasi sbracati. Tuta, barba sfatta, capelli scompigliati, niente trucco, sneaker se non proprio pantofole. Il comfort del comfort. C’è di più: l’11% ha addirittura ammesso di lavorare nudi. Senza vestiti. “Nature” come mamma li ha fatti.
Poi ci sono i peccati veniali: svegliarsi 5′ prima della fatidica call del mattino (36%), il bige-watching di Netflix (23%), lavorare sul balcone o in giardino (27%) e indulgere nei piaceri del cibo consegnato a casa (16%).

Ufficio
28/12/2020

Parlare in pubblico in modo naturale non è facile. E se non necessariamente all’assemblea degli azionisti, anche solo in una riunione con i fornitori o i colleghi a tutti è capitato o può capitare di dover parlare in pubblico. Semplice a dirsi, difficile a farsi: stare davanti a un gruppo di persone, talvolta sconosciute, e spiegare in modo efficace e convincente le proprie idee non è affatto così spontaneo come può sembrare osservando oratori esperti dominare il palcoscenico e la platea. Il rischio? Farsi prendere dall’ansia, andare in confusione e risultare totalmente inconcludenti. E allora come fare? Cominciando da questi 5 semplici consigli sempre validi, dall’assemblea di condominio alla conferenza dell’associazione di categoria.
Accettare e controllare l’ansia
L’ansia, il grande nemico di ogni oratore, è uno stato fisiologico di tensione psicologica e fisica. Pensare di non soffrirne è utopistico: meglio accettarla, e tenerla sotto controllo con qualche respiro profondo diaframmatico (quelli che gonfiano l’addome) espirando con la bocca aperta. Qualche boccata e poi via, col microfono in mano.
Prepararsi per tempo
Anche il grande Steve Jobs preparava i suoi discorsi in modo meticoloso. Non si tratta di impararli a memoria, tecnica che li farebbe sembrare artefatti e ingessati: meglio fissare i punti salienti con delle parole chiave, e poi ripetere e ripetere ancora finché il tutto fila via liscio. Meglio ancora se allo specchio o in presenza di qualcuno che ascolti.
Arrivare con un ’bout di anticipo
Fosse anche la sala riunioni dell’azienda, sempre meglio arrivare con un poco di anticipo per controllare che tutto sia funzionante: il microfono, la lavagna a fogli o magnetica, la connessione del computer al videoproiettore, la risoluzione della presentazione in Powerpoint. E se si deve parlare in un luogo che non si conosce, è il modo migliore per prendervi confidenza e familiarizzarvi.
Informarsi su chi ascolterà
Nel caso in cui si dovesse parlare a un pubblico sconosciuto, è sempre bene raccogliere informazioni sulla tipologia di platea che assisterà al vostro discorso: chiedere agli organizzatori del convegno, informarsi tramite il sito Internet, confrontarsi con qualcuno che ha già fatto quell’esperienza è il modo migliore per farsi un’idea delle persone alle quali si andrà a parlare.
Parlare senza fretta
Il più classico degli errori di chi parla per la prima volta in pubblico: aver fretta di concludere e parlare senza pause, mangiandosi le parole. Meglio prendere le giuste pause, pronunciare in modo chiaro termini tecnici e parole straniere, enfatizzare i passaggi importanti e rivolgersi sempre al pubblico anche solo guardando una persona per volta di quelle che vi stanno di fronte.

Ufficio
21/12/2020

Scegliere una scrivania ufficio può sembrare una cosa tutto sommato semplice e legata più che altro al design. Colori, forma e materiali che devono risultare gradevoli e poi anche funzionali. Invece la scrivania da ufficio è un vero e proprio dispositivo di lavoro che deve sottostare a precisi requisiti di legge. E la legge è quella relativa alla tutela della salute sul posto di lavoro. La legge 81/2008, che ha sostituito la celebre 626 del 1994, stabilisce anche le “prescrizioni minime per le postazioni di lavoro destinate ai videoterminalisti”. Cioè la legge prescrive determinate caratteristiche che devono avere le scrivanie da ufficio, al fine di tutelare benessere e salute dei lavoratori. E ovviamente superare eventuali ispezioni.
Cosa significa che le scrivanie da ufficio hanno dei requisiti di legge? Che devono avere dimensioni minime e massime, in termini di ampiezza ma anche altezza, tali da consentire di lavorare salvaguardando la salute psico-fisica. Gli standard per dimensioni e caratteristiche sono quelli della norma EN 527-I del 2011 che identifica 4 tipi di scrivanie da ufficio. Tutte devono consentire una postura corretta al videoterminale, con la giusta distanza dallo schermo del computer e con sufficiente spazio per muovere le gambe. E questi standard e queste norme valgono tanto per il settore pubblico quanto per  imprese private, compresi spazi di coworking. Le 4 tipologie di scrivania da ufficio sono:

tipo A: regolabili in altezza (in autonomia anche dall’utente);
tipo B: ad altezza selezionabile (al momento del montaggio);
tipo C: ad altezza fissa;
tipo D: ad altezza regolabile, ma con una ridotta possibilità di selezione.

Le scrivanie per ufficio di tipo A sono le meno diffuse. Il lavoratore le può regolare anche in altezza, potendo lavorare anche stando in piedi (il cosiddetto sit-stand). Le scrivanie da ufficio di tipo A hanno un altezza regolabile per la posizione seduta da 650 mm a 850 mm, per la posizione in piedi da 950 mm a 1250 mm, e per il movimento delle gambe di mm 1200 x mm 80.

Le scrivanie per ufficio di tipo B possono regolare l’altezza al momento del montaggio, in base a chi le utilizzerà. L’altezza, in posizione seduta, va da da 650 mm a 850 mm, in posizione in piedi da 950 a 1250 mm, e per il movimento delle gambe ci sono 1000 × 80 mm.

Le scrivanie per ufficio di tipo C sono le più diffuse, soprattutto in Italia. Hanno un altezza predefinita sia per la posizione seduta (mm 740, con una tolleranza di ± 20 mm) che in piedi (mm 1050, con una tolleranza di ± 20 mm). Lo spazio prescritto per le gambe è di mm 850 x mm 80. Una scrivania ufficio di tipo C ha però meno profondità di lavoro rispetto alle altre tipologie, da 60 cm a 80 cm (sono pensate per i moderni monitor piatti dei computer e non possono essere posizionate fronte muro altrimenti non  c’è abbastanza spazio per le gambe).

Infine le scrivanie per ufficio di tipo D hanno dimensioni minime inferiori alle altre: per la posizione seduta da mm 680 a mm 760, per quella in piedi da mm 1000 a mm 1180, e lo spazio per le gambe mm 850 x mm 80.

Inoltre anche la scrivania da ufficio, come l’illuminazione degli spazi di lavoro, ha delle norme che riguardano i riflessi che potrebbero affaticare la vista (quindi sono esclusi materiali come il vetro e il metallo) e i colori (per esempio non il bianco).

Credits photo: it.depositphotos.com

Idee
18/12/2020

Riunioni, riunioni e riunioni. C’è gente che di lavoro fa riunioni. E il ricorso allo smart working come conseguenza della pandemia da Coronavirus non ha fatto altro che moltiplicare le riunioni. Perché se prima bastava alzarsi dalla scrivania e andare direttamente dal capo o dal collega, ora che siamo tutti da remoto bisogna fissare la call. E quando fissi la call finisce sempre che bisogna coinvolgere qualcun’altro. E quello che era uno scambio di idee diventa una riunione. Dalla quale il più delle volte si esce chiedendosi se le riunioni servono davvero. Perché diciamoci la verità, spesso le riunioni di lavoro finiscono come un pareggio a reti inviolate: un nulla di fatto. E non è solo una sensazione: secondo recenti studi almeno il 15% del tempo di una riunione è letteralmente perso, per un costo di decine e decine di miliardi di dollari. E quando ci si alza dalla poltrona (o si chiude la videochiamata) senza aver preso una decisione il tempo (e il denaro) perso sono il 100%.

Perché questo dovrebbe essere una riunione: un momento di decision making. Si entra con un problema e si esce con una decisione (se non proprio una soluzione). E invece spesso si entra in riunione senza un problema e se ne esce con almeno uno per cui nessuno conosce la soluzione.

Ma perché questo accade? Per almeno 3 motivi.

Il primo è che il meeting non è stato ben preparato. Il più delle volte la storia è “abbiamo riunione con il capo”, oppure “facciamo una riunione e ne parliamo”. Ma una vera riunione da decision making deve essere preparata: pochi precisi punti da smarcare, tempo di discussione assegnato e tassativo (basta un cronometro con un alert o un campanellino) e ben chiare le persone che devono fare sintesi e prendere una decisione.
Altra questione cruciale del preparare la riunione: chi vi partecipa? Allargare sempre a tutti è quanto di più sbagliato. Solo le persone essenziali, solo quelle che possono portare un vero contributo o prendere una vera decisione. Alle altre si relaziona.
La prova del 9 è chiedersi se sia proprio necessario fare quella riunione: se anche un solo dubbio ti lascia pensare che no, si possono prendere le decisioni anche in altro modo o no, se ne può discutere anche in altro modo (in pausa caffè, durante un viaggio, in pausa pranzo, per restare a esempi del lavoro pre-Covid) allora la riunione è inutile.

Secondo motivo: le persone fanno altro. Che è la conseguenza del punto primo: troppe persone, non tutte interessate, non tutte con un contributo, non tutte che possono prendere decisioni, e il risultato è guardare Facebook sullo smartphone fingendo di parlare coi clienti. Ma anche mandare mail di lavoro o svolgere compiti di lavoro è un segnale che a quella riunione era meglio non partecipare. Del resto il 92% delle persone ammette di distrarsi e fare altro durante le riunioni. Quindi il problema è enorme. La soluzione? Il punto 1: poche persone selezionate, pochi punti selezionati, tempo prefissato per discutere e decidere. All’inizio non è facile poi diventa un metodo. Un metodo che funziona.

Terzo motivo: si parla ma non si scrive. Ma verba volant scripta manent dicevano i latini, e hanno ragione ancora oggi. Scrivere i punti della riunione ma soprattutto scrivere le decisioni prese. Cosicché quando ci si alza e si torna alle proprie mansioni si abbia ben chiaro, nero su bianco, di cosa si è discusso e che cosa si è deciso. Il dado è tratto, e la direzione presa.

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Notizie
17/12/2020

Dal punto di vista del Gender Gap – l’uguaglianza di genere nel mondo del lavoro – l’Italia rimane fanalino di coda in Europa. Lo certifica l’EIGE L’Istituto Europeo per l’Uguaglianza di Genere che monitora ogni anno i progressi verso l’uguaglianza di genere nell’Unione Europea. E così mentre il comune di Parigi è stato multato per aver assunto troppe donne (la sindaca Anne Hidalgo per 16 incarichi dirigenziali aveva nominato 11 donne e 5 uomini e dovrà pagare 90mila euro) nel nostro Paese le donne continuano a subire una disparità di genere dal punto di vista occupazionale (i contratti a tempo indeterminato per le donne si attestano al 31% del totale, mentre per gli uomini al 51,4%), retributivo (a parità di ruolo guadagnano meno, con il reddito medio delle donne che è solo il 59,5% di quello degli uomini) e delle opportunità di carriera (scontano quella che viene definita “segregazione occupazionale”, essendo distribuite in maniera non uniforme tra le varie professioni). Il tutto in una situazione in cui il Coronavirus è una ulteriore minaccia al progresso della parità di genere, come affermato da Carlien Scheele, direttore dell’EIGE.
Sono diversi i punti sui quali lavorare per migliorare la parità di genere. In primis quello dei ruoli di potere, che misura il coinvolgimento di donne e uomini nel processo decisionale nei settori della politica, dell’economia, dei media, della ricerca e dello sport. Da questo punto, nel settore privato, siamo tra i paesi virtuosi con Belgio, Danimarca, Germania, Paesi Bassi, Finlandia, Svezia e Regno Unito (tutti con almeno 1/3 di donne nei ruoli dirigenziali, dietro alla Francia che sfonda il 40%).
C’è poi il mondo tecnologico, con appena 2 donne su 10 lavoratori nel settore delle TIC (tecnologie dell’informazione e della comunicazione) e il rischio all’orizzonte che l’ascesa dei robot nei processi produttivi toglierà posti di lavoro soprattutto alle donne.
Poi c’è il Gender Pay Gap, che nel nostro Paese è in leggero miglioramento ma a costo di un forte divario occupazionale tra le donne con figli in età scolare e donne senza figli (come se, per fare carriera e guadagnare come un uomo si dovesse rinunciare ai figli data la inconcialibilità tra lavoro e vita famigliare).
Infine anche il tasso di occupazione femminile in Italia è ancora molto basso, assestandosi al 50,1% con divari territoriali molto marcati (60,4% al Nord, 33,2% nel Mezzogiorno).

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