Ufficio
17/04/2019

Ci sono tanti motivi per cercare un nuovo e diverso posto di lavoro, e molti di questi riguardano la possibilità di fuggire dal proprio capo. Sì, stipendio, benefit e possibilità di carriera possono molto, ma non tutto se sulla propria strada si trova un capo tiranno. A fare la lista dei motivi per cui darsela a gambe levate da un posto di lavoro ci ha pensato il magazine Entrepreneur, con l’elenco di atteggiamenti e comportamenti sbagliati del manager di turno.

1. Troppo lavoro

Sì, affidarsi ai dipendenti più bravi è normale, caricarli di troppo lavoro senza premi in cambio (come avanzamenti di carriera, aumenti di stipendio o altro) è perfido. Anzi, è proprio controproducente, visto che il migliore dei propri collaboratori comincerà a sentirsi in colpa per il fatto stesso di essere bravo, e a pensare di cambiare aria.

2. Poco merito

Ok, si lavora per lo stipendio a fine mese (e molto raramente per la causa). E però non riconoscere mai nessun merito, dando tutto per scontato, compresi impegno e qualità, è deleterio. Sì, si apprezzano anche gli incentivi economici, ma nel frattempo dire qualche volta “bravo” non fa male. Anzi.

3. Nessuna empatia

Ora, non è che si debba andare al battesimo dei figli di tutti i collaboratori e dipendenti, ma un minimo di lato umano ci vuole anche nelle relazioni professionali. Vero che si collabora per il patto professionale e non è necessario essere amici, ma avere vagamente idea delle passioni dei propri collaboratori, della loro situazione famigliare, di cosa amano fare nel tempo libero (tutte cose che si possono sapere scambiando due battute alla macchinetta del caffè) aiuta a trattenere i collaboratori migliori.

4. Non mantenere le promesse

Le promesse sono un carburante eccezionale della motivazione. Almeno fino a quando non vengono disattese, e allora si ottiene l’effetto uguale e contrario. Perché una promessa mantenuta costruisce fiducia, ma una disattesa la distrugge per sempre.

5. Fare favoritismi

Un capo è tale perché sa e deve scegliere per il meglio. Farlo in base a criteri aleatori (simpatia, avvenenza, famigliarità) è il modo più veloce di distruggere un gruppo di lavoro e far scappare i migliori. Quando si tratta di elargire compiti, responsabilità, premi e aumenti un capo deve essere oggettivo, anche contro i propri interessi extra professionali.

6. Non ascoltare

Non ascoltare costituisce una macro categoria in cui rientra un ’bout ogni errore di egocentrismo di un capo. Non valutare un suggerimento di un collaboratore, non lasciare spazio alla creatività, all’autonomia e alla indipendenza di pensiero del proprio team, temere i cambiamenti, non assicurare la crescita individuale dei collaboratori portano chiunque a pensare che forse è giunto il momento di trovarsi un capo migliore.

Idee
16/04/2019

Il mondo si divide tra mattinieri e tiratardi. O per dirla con i termini delle ultime ricerche americane in materia, tra early birds e owls. Se ricadi nella prima categoria, di quelli che al primo trillo della sveglia son già lucidi e pimpanti come Michelle Obama o Tim Cook, il CEO di Apple, ci sono almeno 5 motivi per cominciare a lavorare presto al mattino che i tiratardi non capiranno mai.
Cominciare a lavorare presto al mattino: fare subito i lavori più importanti
La spiegazione sarebbe implicita, ma i ricercatori della Scuola Superiore della Oxford University of Economics hanno voluto testare i risultati sul campo: per gli early birds il momento migliore della giornata, quello da dedicare ai compiti più importanti, sia dal punto di vista creativo che da quello analitico, sono le prime ore dell’alba. Dati alla mano infatti i mattinieri infarciscono i propri lavori di errori se costretti a lavorare dal tardo pomeriggio in poi. Il contrario ovviamente vale per i tiratardi.
Cominciare a lavorare presto al mattino mette di buonumore
Per chi non lo fa è incomprensibile, ma per le allodole è proprio così: secondo uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Emotion chi si sveglia spontaneamente presto al mattino è subito di buonumore, probabilmente per via della precoce esposizione ai raggi solari e alla luce naturale.
Cominciare a lavorare presto al mattino mantiene in forma
Le persone mattiniere, che cominciano presto la propria giornata, sono generalmente più in forma. Per dirla con la ricerca pubblicata sulla rivista Nature Communication, i mattinieri hanno mediamente un Indice di Massa Corporea (BMI, il rapporto tra peso e altezza) più basso e più in linea con i valori di un normotipo. Pare che dipenda anche questo dall’esposizione a una maggior quantità di luce naturale e dal fatto che si comincia subito ad attivare il metabolismo. Il National Weight Control Registry americano ha fatto anche la prova contraria, chiedendo a persone con BMI regolare se fossero early birds o owl, ed è risultato che nella stragrande maggioranza dei casi si trattava di persone mattiniere.
Chi si sveglia presto dorme meglio
Con il lavoro può aver poco a che fare, comunque da numerose ricerche scientifiche emerge anche come chi si sveglia presto al mattino ha anche un sonno migliore, soffrendo meno di insonnia o risvegli frequenti. In termini statistici, solo il 20% dei mattinieri si lamenta della qualità del suo sonno, contro il 40% dei tiratardi.
Chi comincia presto a lavorare fa più carriera
Per il momento siamo a una evidenza statistica pubblicata sull’Harvard Business Review, però: i mattinieri tendono ad avere voti migliori a scuola, ad andare nelle Università più prestigiose, a laurearsi prima e meglio e quindi ad accedere alle migliori opportunità di carriera. Una ipotesi di spiegazione, dal punto di vista psicologico, potrebbe essere che i mattinieri tendono ad anticipare i problemi anziché rincorrere le soluzioni, e questo renderebbe più efficiente il loro contributo professionale.

Idee
12/04/2019

Uno degli aspetti fondamentali di un’azienda è il miglioramento delle attività che ancora non funzionano a dovere. Tale processo può essere svolto seguendo due approcci. Il primo è l’innovazione: di stampo più classico, caratterizzata da un rapido sviluppo, con impiego di risorse e un taglio netto con il passato. Oltre a questo metodo più radicale, in connessione del quale in un precedente articolo avevamo analizzato come affrontare il cambiamento organizzativo, ne è presente un secondo che consiste invece in un miglioramento regolare che dal passato trae inspirazione per cambiare ciò che non funziona misurando i risultati per attuare piccoli cambiamenti positivi. Stiamo parlando del metodo Kaizen. Scopriamo insieme cos’è e come possiamo applicarlo alla nostra vita in ufficio.
Che cos’è il metodo Kaizen?
“Kaizen” è un termine giapponese composto da due parole: “kai” (cambiamento, miglioramento) e “zen” (buono, migliore). In ottica aziendale, è diventato sinonimo di cambiamento continuo volto al miglioramento. Di origine giapponese, questo metodo è legato alla Toyota e al relativo modello di gestione aziendale, poi applicato anche in occidente fino a diventare una vera e propria filosofia – anche di vita, perché è un approccio che si può applicare persino alla vita privata e personale. Restando in ambito aziendale, è importante sottolineare come questo metodo sia inteso come una filosofia e non come una semplice metodologia: non ci sono quindi app o strumenti specifici da adottare per metterlo in pratica. Il Kaizen è visto come un percorso, più che come una mera destinazione e l’obiettivo è di migliorare la produttività, ridurre sprechi e attività non necessarie rendendo più umano il luogo di lavoro.
Quali sono gli obiettivi del metodo Kaizen?
Come abbiamo anticipato, uno degli obiettivi principali del Kaizen è il miglioramento della produttività. I dipendenti sono spronati a riflettere su come il lavoro viene eseguito a livello individuale, di team e di azienda proponendo cambiamenti che possano snellire i processi. È importante che vengano attuati solo cambiamenti realmente positivi ed evitati quelli che non portano reali vantaggi. La produttività può infatti diventare un’arma a doppio taglio: possiamo sprecare tempo a pensare a come migliorare determinate procedure, provandole e misurandole, cambiandole e innovandole, usando più tempo di quello che avremmo dedicato al lavoro se svolto nella modalità consueta. Dobbiamo invece considerare il Kaizen come un metodo volto ad attuare piccoli e costanti cambiamenti positivi, che è bene tenere a mente nel corso del nostro lavoro per identificare quali aree possano effettivamente trarre giovamento da un miglioramento del processo. Un altro obiettivo del Kaizen è di ridurre gli sprechi eliminando le attività superflue, delegandole o, ad esempio, dotando l’ufficio o le scrivanie di stazioni con tutta la strumentazione necessaria per evitare perdite di tempo nel reperire ciò che è necessario.

Il metodo Kaizen e la responsabilizzazione del personale
Oltre a offrire cambiamenti di minore entità a cui il personale riuscirà ad adattarsi più facilmente, il Kaizen incoraggia una maggiore attenzione ai processi, con conseguente minor presenza di errori di produzione. Tuttavia, a livello aziendale, uno dei vantaggi di maggior impatto è la responsabilizzazione dei dipendenti con relativo miglioramento dei livelli motivazionali. I dipendenti, infatti, si sentiranno più padroni del lavoro che stanno eseguendo con una maggior responsabilità a svolgerlo a dovere. Rifacendoci all’esempio di Toyota, ai dipendenti era chiesto di fermare la catena di montaggio ogniqualvolta riscontrassero un difetto di produzione. Un tale metodo permette quindi al personale di ampliare i propri orizzonti, di mostrare volontà propositiva e di creare un prodotto finito di livello qualitativamente superiore.
Il ciclo del metodo Kaizen
Per implementare questa filosofia a livello pratico, viene spesso impiegato il ciclo PDCA: ossia, pianificazione, esecuzione, verifica e azione. Cosa significa? Che è importante identificare le opportunità di miglioramento e pianificare adeguatamente il cambiamento. Una volta individuata l’attività da modificare, è essenziale testarla e misurarla per comprendere se può effettivamente essere utilizzata innescando un impatto positivo. Se è così, va allora implementata e, laddove possibile, estesa ad altre aree o team aziendali; in caso contrario, è fondamentale ripetere il ciclo proponendo una soluzione diversa. In tal modo, è possibile creare dei processi standardizzati che consentono di liberare la mente nella certezza che quella procedura sia stata testata, funzioni al meglio e con i risultati sperati, da archiviare magari in un faldone a disposizione del team.

Il metodo Kaizen applicato a livello pratico
Fai un elenco delle attività che quotidianamente sono causa di interruzioni e che necessitano, quindi, di un miglioramento. Immaginiamo che l’attività più dispendiosa in termini di energie sia la gestione delle email. Ti dimentichi di rispondere o rispondi ad ogni email appena approda nella posta in arrivo interrompendo continuamente la relazione che stai scrivendo? In ottica Kaizen, uno dei cambiamenti che puoi adottare è la creazione di una cartella “urgente” con impostazione del relativo filtro a cui risponderai al termine di ogni ora, mentre ti dedicherai alle restanti email prima di staccare per pranzo e di lasciare l’ufficio. In tal modo, nessun messaggio andrà perso e i tempi verranno ottimizzati. Un piccolo cambiamento che può fare una notevole differenza nel miglioramento delle procedure complessive perché per la filosofia Kaizen, un oceano è composto da tante piccole gocce!

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto uno spunto per applicare una nuova filosofia al lavoro. La conoscevi già e vuoi condividere in che modo ha permesso di migliorare la tua produttività? Raccontacelo sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

 

Notizie
11/04/2019

Se sei donna manager sexy allora sei considerata poco affidabile. Gli stereotipi e i pregiudizi son duri a morire, ancora oggi e anche negli Stati Uniti, come hanno dimostrato due diverse ricerche – una di Leah Sheppard della Washington State University e l’altra di Stefanie Johnson della Boulder’s Leeds School of Business presso la University of Colorado – che sono giunte alla stessa conclusione: essere donne attraenti in posizioni di vertice è un problema. Secondo i due studi una donna manager attraente è percepita sia dagli uomini che dalle donne come meno affidabile e meno sincera, e probabilmente ha fatto carriera grazie all’aspetto fisico e non a veri e propri meriti professionali. Insomma: stereotipi e luoghi comuni duri da sconfiggere.

Le due ricerche hanno utilizzato una metodologia simile: mostrare foto di donne in abiti e atteggiamenti manageriali, e associare loro comportamenti considerati positivi (successi di carriera) o negativi (tagli e licenziamenti). Sia nel primo che nel secondo caso, per le donne attraenti il giudizio era comunque negativo e carico di pregiudizi. Se però sia uomini che donne consideravano le manager di aspetto piacevole come poco affidabili, meno sincere e generalmente meno capaci, per le donne costituivano un nemico contro cui competere, per gli uomini erano invece sia fonte di attrazione che di repulsione.

La spiegazione di questi due diversi ma simili atteggiamenti rispetto a donne attraenti in posizioni apicali nasce dallo stereotipo del giudicare una persona in base all’aspetto fisico prima ancora che in base alle sue effettive competenze e capacità, e dall’ulteriore stereotipo per cui la bellezza per una donna è una delle chiavi per fare carriera.

Idee
09/04/2019

Instagram, YouTube e Netflix sono le “nuove” piattaforme digitali nelle quali i Millenials cercano informazione e intrattenimento. E Instagram, YouTube e Netflix sono anche i canali attraverso i quali i marchi e le aziende cercano di parlare a queste nuove generazioni native digitali attraverso l’engagement e lo storytelling emozionale. Engagement, storytelling, informazione e intrattenimento nel mondo digital sono strumenti e tecniche di comunicazione che richiedono però anche vere e proprie competenze professionali, alcune specifiche e altre trasversali, intorno alle quali stanno nascendo nuovi lavori e nuove figure professionali, non necessariamente i più ricercati ma oggi molto richiesti, in grado di gestire i linguaggi di comunicazione più adatti a parlare ai Millenials sui canali digitali.
Content strategist, community manager, copywriter, influencer: i nuovi lavori richiesti nel mondo digital
Analizzare il pubblico, pensare una strategia di comunicazione, creare contenuti, gestire le reazioni degli utenti e valutare i risultati della campagna è il ciclo di vita di ogni progetto di comunicazione digital, e per ciascuna di queste azioni è richiesta una ben precisa figura professionale.

Il digital analyst per esempio conosce il comportamento digitale di un determinato target di utenti – età, ricerche online, flussi di navigazione, reazioni rispetto ai contenuti proposti, interessi – e prepara le linee guida della strategia di comunicazione del marchio per aumentarne la conoscenza attraverso la fidelizzazione degli utenti. La strategia si traduce in contenuti, prodotti dal graphic designer e dal copywriter in un insieme di immagini, video, testi e audio che costituiscono una storia con protagonista il brand tale da emozionare, coinvolgere, interessare, attirare e fidelizzare gli utenti. La gestione della community, dalla preparazione del piano editoriale alle risposte sulle piattaforme social e digital, è demandata al community manager e al content strategist, che hanno il compito di ottimizzare la pianificazione dei contenuti per massimizzare il coinvolgimento del pubblico. C’è anche una figura che riassume in sé i compiti e le funzioni dei creatori dei contenuti e dei gestori delle community, ed è quella dell’influencer strategist, che per le aziende individua, ingaggia e guida i digital influencer in grado di aggregare interesse e coinvolgimento intorno al marchio grazie alla propria notorietà.

Uncategorised
08/04/2019

Con l’avvicinarsi della nuova e ultima stagione di Game of Thrones tutto il mondo sta tenendo il fiato sospeso per sapere chi finalmente conquisterà il tanto ardito trono di spade. Saranno i cinici Lannister, i forti Stark, il coraggioso Jon Snow o la carismatica Daenerys? Ogni spettatore ha il suo personaggio preferito e la sua teoria, ma certamente possiamo tutti trovarci d’accordo su quanto spettacolari siano i draghi di Daenerys.  

Perciò, qui alla Viking, per sorprendere il nostro staff che è già in subbuglio per l’uscita del nuovo episodio della saga abbiamo commissionato un drago in stile origami gigantesco ispirato proprio ai draghi di Game of Thrones. Ma c’è di più, il drago è stato montato in ufficio durante il weekend, così da sorprendere tutti il lunedì mattina (e sorpresi furono!).  

Non è la prima volta che riproponiamo dei contenuti presi da Game of Thrones, basti pensare a quando abbiamo trasformato l’ufficio nella stanza del trono di spade o quando abbiamo costruito un murale di Super Mario interamente con i post-it. Ma questa volta, crediamo di esserci davvero superati.  

Il drago, fatto interamente in carta, ha una lunghezza di quasi 13 metri, una ‘altezza di 2,80 metri e un’apertura di ali di 6 metri!  È stato realizzato in ben 110 ore di lavoro e 1200 pezzi di carta A4. Il risultato finale? Eccolo qui:

COME ABBIAMO REALIZZATO IL DRAGO CON 1200 PEZZI DI CARTA 
In passato abbiamo sempre creato le nostre opere da soli, ma questa volta ci siamo dovuti appoggiare a un artista a cui abbiamo commissionato il lavoro. Eh sì perché certo non è stato facile. Il tutto è stato possibile grazie al genio di Andy Singleton, paper artist conosciuto in tutto il mondo per i suoi lavori per Burberry, Kensington Palace, Play Station, Harrods e molti altri, che ha felicemente accettato di costruire questa enorme opera per noi. Anche lui fan di Game of Thrones, ecco cosa ha riferito dell’intero progetto. 

Per Andy il compito di creare un drago su larga scala era una sfida, anche se abituato a lavorare in grande. Ha utilizzato una tecnica di incisione e piegatura per scolpire la carta e la stratificazione per creare forme.  

Ha cominciato con dei bozzetti liberi per elaborare la composizione e poi alcuni disegni più dettagliati per elaborare il design e l’approccio alla creazione. Una volta ultimati gli schizzi, ha creato un modello in scala, step che lo ha aiutato anche a capire come creare il supporto interno per la scultura su larga scala, che rischiava di collassare per il peso. Una volta felice con il modello in scala ridotta, era tempo di passare alla produzione su larga scala, che ha richiesto circa 10 giorni e ben l’equivalente di 1200 pezzi di carta A4.  

Andy ha selezionato pezzi di carta speciale per replicare la texture delle squame del drago. La prima parte fatta è stata la testa che è lunga circa un metro e mezzo. Una volta ultimata, ha potuto lavorare il resto. Ha prodotto la forma della coda su larga scala, così da poter calcolare all’incirca la lunghezza totale del pezzo. Il passo successivo è stato quello di creare la struttura del telaio per sostenere il tutto. Andy ha parzialmente costruito il drago nel suo studio senza collegare tutti gli elementi, che sono poi stati consegnati all’ufficio in cui il pezzo è stato completamente costruito in 10 ore.  

Un lavoro enorme che però, ha dato i suoi frutti, visto lo spettacolare risultato. I nostri colleghi sono rimasti a bocca aperta.  

Ma che ne sarà dell’opera? Non c’è da temere, così tanta carta non sarà sprecata. Il drago verrà donato ad una scuola.  

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Speriamo che questo articolo ti abbia riportato nel fantastico mondo di Game of Thrones. Adesso però il drago ha bisogno di un nome. Come lo chiameresti? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia e segui l’hashtag ufficiale #makerofdragons per ricevere tutti gli aggiornamenti!  

Notizie
04/04/2019

Dalla fine del 2018 è stato inaugurato nella sala break degli uffici di Viking e Office Depot un angolo MicroMarket Foodie’s. MicroMarket Foodie’s è la catena di ristorazione che promuove il cibo salutare e genuino nella formula del libero servizio. Office Depot e Viking sono la 15^ azienda italiana ad accogliere questo concept di retail aziendale ormai consolidato in altri paesi come gli Stati Uniti.

L’allestimento del MicroMarket Foodie’s prevede diverse soluzioni in base allo spazio disponibile e consiste abitualmente di frigorifero, scaffale, macchina per il caffè professionale, freezer per i gelati e cassa automatica; nella configurazione più ampia trovano spazio anche il forno a microoonde, la Tv e un’area relax con divani, sgabelli, mensole e tavolini.

Ciò che caratterizza e fa apprezzare i MicroMarket Foodie’s è la vasta disponibilità di prodotti freschi come insalate, risi&grani, frutta e verdura, panini, tramezzini, primi e secondi piatti riforniti quotidianamente, e di prodotti confezionati adatti a un pasto in ufficio, alla colazione, a un piccolo break nel corso della giornata oppure a una vera e propria spesa da portare a casa. Sullo scaffale e nel frigorifero trovano spazio anche prodotti senza zucchero, alimenti adatti a chi soffre di intolleranze alimentari o e beni provenienti dal mercato equo solidale.

Altro aspetto particolarmente apprezzato dai dipendenti delle aziende che ospitano il MicroMarket Foodie’s è la formula a libero servizio con cassa automatica con lettore di impronte digitali per l’autenticazione, un sistema che gestisce il pagamento in modo rapido e intuitivo accettando contanti, carte di credito, ticket cartacei ed elettronici.

Idee
03/04/2019

Per stare meglio in ufficio ci si concentra troppo spesso sui “fattori materiali”: il colore delle pareti, la disponibilità di spazio, gli open space per muoversi di più o gli uffici privati per avere più privacy e concentrazione, la presenza di piante vere, di sedie e scrivanie ergonomiche, di cibo sano e chi più ne ha più ne metta. Tutto vero, tutto giusto. Ma se poi si lavora nell’ufficio più bello del mondo e però si hanno relazioni conflittuali, o non si hanno proprio relazioni con i colleghi, o ancora semplicemente non si apprezza il proprio lavoro, allora non c’è nulla che possa farci stare meglio in ufficio.
3 consigli per stare meglio in ufficio
Ma come fare per vivere bene il lavoro? Quali consigli per stare meglio in ufficio? Il segreto è mettere al centro della vita da ufficio proprio se stessi e il proprio benessere. Detta così sembra semplice e impossibile, ma costruire nel tempo un atteggiamento positivo e costruttivo si può, ed è il primo passo per riuscire a stare bene in ufficio.

L’ideale sarebbe fare un lavoro che piace. Il che non significa il lavoro dei sogni, e non necessariamente un lavoro pagato moltissimo, ma più semplicemente un lavoro gratificante: la gratificazione non è necessariamente economica, ma può consistere anche nelle conseguenze pratiche, concrete di ciò che si fa. Un giardiniere rende più bello il mondo, una sarta rende felici chi indossa i suoi abiti, un insegnante contribuisce alla crescita dei suoi alunni: probabilmente nessuno di loro diventerà ricco o famoso, ma saranno spesso soddisfatti di ciò che fanno giorno per giorno. Si sentiranno realizzati anche davanti alle difficoltà.

L’importante è costruire relazioni sane e positive con i colleghi. Anche dentro un ufficio da decine di persone, un ’bout impersonale e un ’bout caotico come sono molti grandi uffici, si possono costruire relazioni con le persone che non siano meramente funzionali. In fondo il lavoro, per un adulto, è il primario spazio e tempo di socializzazione: si passa più tempo con i colleghi che con la famiglia o gli amici. Non occorre essere “amici” dei colleghi, può bastare anche una relazione aperta, di fiducia reciproca che si costruisce giorno per giorno in una dinamica di dare e avere: dare fiducia per avere fiducia genera relazioni che permettono di crescere come persone.

Ecco, il terzo punto è la crescita personale. Stare bene al lavoro significa anche percepire che si percorre una strada di miglioramento individuale. Non è solo o tanto una questione di avanzamento di carriera: è più una questione di percepire che si fanno le cose sempre meglio, con maggior consapevolezza. Basterebbe per esempio usare i Post-It o tenere un diario per scrivere, a fine giornata, almeno una cosa positiva accaduta al lavoro, o qualcosa di nuovo che si è imparato: vederle scritte giorno per giorno darà il senso di un percorso di crescita positiva.

Ufficio
29/03/2019

Stai sostenendo un colloquio di lavoro e sembra che tutto proceda per il meglio. L’esaminatore ti ha posto diverse domande a cui hai risposto in maniera brillante e sembra piacevolmente colpito dalle qualifiche e dall’esperienza maturata messa in luce dal tuo curriculum. Il colloquio volge al termine ed ecco che arriva uno dei momenti più cruciali e quindi più temuti. L’esaminatore ti chiede: “Ha delle domande?”. Qualche settimana fa abbiamo visto quali sono le 5 migliori domande da porre durante un colloquio di lavoro. Abbiamo discusso di quanto sia importante questo momento per dimostrare di aver fatto ricerca sull’azienda e di essere il candidato ideale per il ruolo in questione. Oltre a queste, ne esistono però altre che è bene non porre mai – se non altro in fase di colloquio – per evitare che il nostro curriculum finisca dritto nel distruggi documenti. Vediamo insieme quali sono!
Di cosa si occupa l’azienda, quali sono i concorrenti principali e quali mansioni prevede il ruolo in questione?
Queste domande di base sull’azienda e sul ruolo per il quale si sta sostenendo il colloquio non devono mai essere poste in questi termini perché denotano una scarsa ricerca in previsione del colloquio. In fondo se noi non siamo interessati all’azienda, difficilmente questa lo sarà nei nostri confronti! È bene raccogliere quindi quante più informazioni possibili sul settore e sulle tappe salienti toccate dell’azienda per non essere colti impreparati. Lo stesso vale per una tematica come la concorrenza aziendale: una semplice ricerca su Google ci farà capire subito quali sono le aziende concorrenti e quali le caratteristiche su cui puntano per differenziarsi. Anche non sapere le mansioni che caratterizzano il ruolo in questione dimostra di non aver nemmeno letto la descrizione della posizione per la quale si è presentata domanda. È consigliato invece stampare la descrizione e portarne una copia con sé per porre domande specifiche all’esaminatore nel corso del colloquio che, ricordiamo, va inteso come una conversazione: ad esempio, per ricevere chiarimenti sulle mansioni giornaliere previste dalla posizione.
A quanto ammonta lo stipendio, quando potrò richiedere un aumento e quali sono i benefit previsti dall’azienda?
Alcune delle domande che consigliamo di evitare in fase di colloquio sono tutte quelle che vertono sulla tematica del denaro. Nella descrizione della posizione lavorativa per la quale si è presentata domanda sarà infatti spesso già presente a grandi linee un ipotetico intervallo di remunerazione. Per cui, possiamo già farci un’idea e candidarci solamente se lo riteniamo in linea con le nostre aspettative. Stessa cosa vale per i benefit aziendali. Spesso le aziende li elencano nella loro pagina dedicata alle offerte di lavoro. Una lettura approfondita del sito aziendale ci aiuterà quindi moltissimo sia a mostrarci preparati ma anche ad avere un’idea abbastanza specifica della cultura aziendale. Per quanto concerne lo stipendio, questa è sicuramente una tematica che può essere affrontata una volta superato il colloquio e ricevuta un’offerta.

Quali altre posizioni sono disponibili e con quale frequenza promuovete i dipendenti?
Anche queste domande, se poste così, non daranno l’effetto sperato. Dimostrerai infatti di non essere molto interessato alla posizione in questione o che ti interessa di più fare carriera che offrire un valido contributo all’azienda per cui desideri lavorare. È importante quindi riformularle onde evitare di dare un’impressione di arroganza. Meglio concentrarsi sul ruolo al centro del colloquio ed eventualmente, porre domande sulle opportunità di formazione. In tal modo, darai l’impressione di voler acquisire nuove competenze e di voler crescere per generare un impatto positivo sull’azienda.
Quali sono gli orari dell’azienda, posso lavorare da casa e qual è il tragitto migliore per raggiungere l’ufficio?
In fase di colloquio, sarebbe bene evitare anche le domande di natura logistica. Eventuali orari peculiari saranno probabilmente indicati nella descrizione della posizione (ad esempio, se si tratta di un lavoro con turno di notte). Sono domande da lasciare per quando saremo certi di aver ottenuto il lavoro. Inoltre, è molto probabile che l’azienda disponga di un manuale da consegnare ai nuovi arrivati e questo tipo di domande potranno essere chiarite in tale circostanza oppure semplicemente con una ricerca online. Anche domande sui giorni di malattia, sugli straordinari o le ferie remunerate faranno parte di tutta quella serie di questioni di natura più logistica da discutere in separata sede una volta superato il colloquio. È importante infatti non dare l’impressione di essere un dipendente poco concentrato sul lavoro che non aspetta altro che andare in vacanza!

Controllate i profili social, avete le telecamere in ufficio e cosa succede se litigo con un collega?
Sicuramente, sono da evitare anche tutte quelle domande che ti possono mettere in cattiva luce, insinuando il sospetto che tu possa essere una persona poco affidabile se non poco raccomandabile. Evita quindi di parlare dei profili social (e soprattutto di pubblicare commenti negativi sull’azienda!), mostrati aperto ad eventuali controlli sul tuo passato e sulla tua precedente esperienza lavorativa ed evita di porti come una persona poco professionale, litigiosa o interessata a flirtare con i colleghi. Ma soprattutto, oltre ad evitare le domande peggiori, ricordati di porre quelle migliori: la domanda peggiore di tutte è infatti quella che non si fa!

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Speriamo che questo articolo ti possa aiutare a evitare di porre al tuo esaminatore le domande peggiori. Sei d’accordo con noi o ne hai altre che pensi debbano essere menzionate? Condividile con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.