Idee
09/03/2020

Le norme promulgate dal Governo per il contenimento del Coronavirus impongono a tutti di lavorare da casa. E dopo qualche giorno di improvvisazione è inevitabile pensare a come organizzare l’ufficio in casa. La situazione infatti spesso vive di equilibri precari: a casa lui e lei, a casa anche i figli, serve una gestione in qualche modo funzionale di tempi e spazi. Non facile, non semplice ma essenziale se l’emergenza durerà più di qualche giorno. E allora come fare? Da dove cominciare?
Spazi separati, tempi separati
Come prima cosa occorre separare gli ambiti, sia dal punto di vista spaziale che temporale. Detto banalmente: no a lavorare sul tavolo della cucina mentre i figli fanno i compiti e il partner cucina. Così non funziona (dal punto di vista produttivo) e genera solo confusione e frustrazione. Se si dispone di una stanza in più è un privilegio da sfruttare, altrimenti bisogna trovare una stanza che diventa quella del lavoro: quando si è in quella stanza è il tempo del lavoro, quando si è fuori è il tempo del relax e della famiglia. Regole chiare, spazi nettamente divisi, tempo separato.
Darsi degli orari
In questo un orologio da parete o una sveglia può aiutare. Si è dipendenti in modalità smart working? Si rispetta l’orario d’ufficio, pausa pranzo compresa. Né più, né meno. Nel mezzo niente distrazioni, panni da stendere, piccoli lavoretti sempre rimandati da fare, e così via. Si è liberi professionisti alle prese con un calo del lavoro? Si lavora meno, ma senza diluire: solo la mattina, solo il pomeriggio, 5 ore filate o quanto è necessario, e poi si stacca e si fa altro (aiuta anche psicologicamente a cambiare ambito e ridurre lo stress).
Dotarsi di scrivania e sedia da lavoro
Può essere un investimento inaspettato, ma lavorare sul letto, sul divano o sul comò con la sedia della cucina è il viatico per sviluppare subito tensioni, ansia, fastidio e nervosismo. Basta una consolle per computer e una sedia professionale e l’angolo ufficio è pronto. Con il vantaggio anche di non accumulare roba che non ci starebbe. Ordine e pulizia in poco spazio.
Luce adeguata
Anche la luce gioca un ruolo cruciale nel sopportare le giornate di lavoro in casa. Vero che andiamo verso giornate più luminose, vero anche che spesso l’illuminazione in casa non è pensata per chi lavora ore e ore al computer. Quindi, se necessario, è bene anche dotarsi di una lampada da tavolo che non affatichi gli occhi e permetta di lavorare (quasi) come in ufficio.
Ordine (ogni giorno)
L’emergenza potrebbe durare più a lungo di quello che si pensa sopportabile. E allora l’ordine può essere un vero alleato. Sì, ok, c’è la storia che i disordinati sono creativi, ma qui stiamo parlando di disordine vero da ufficio in camera da letto. Quel genere di visione che appena apri gli occhi può farti mettere di pessimo umore. Per cui ogni giorno, prima di dire “ho finito di lavorare” fare pulizia e mettere in ordine: buttare fogli, carte e documenti che non servono più, archiviare quello che è da conservare per riportarlo in ufficio, buttare ciò che va buttato e lasciare la scrivania casalinga come si vorrebbe trovare la propria postazione in ufficio.
Diversivi
Non è facile, ma abituati come si è a uscire di casa per il lavoro e la socialità, è essenziale riuscire a trovare dei diversivi per il corpo e la mente. Qualcosa che riempia gli inevitabili momenti di vuoto che lo stare in casa impone. Portare il cane a fare il giretto una volta in più, un puzzle, una cyclette: qualunque cosa che permetta di evitare di avvilupparsi nell’inevitabile ansia e stress che la nuova condizione potrebbe determinare.
Il telefono
Lo smart working spesso si riduce all’uso intensivo (se non propriamente all’abuso) dei sistemi di instant messaging, anziendali o meno. Ma questo comporta anche una ulteriore rarefazione dei contatti. E allora il vecchio, caro telefono può aiutare, insieme ovviamente alle videochiamate: sentire una voce, vedere un volto è molto meno impersonale e molto più empatico dello scambiarsi mail da mattina a sera.

Notizie
05/03/2020

La carta è carta, ma non tutti i tipi di carta per stampante sono uguali. Anzi, nel mercato della carta per stampanti, fotocopiatrici e macchine multifunzione ci sono diverse tipologie, formati e qualità di carta, ciascuno più o meno adatto agli usi che se ne devono fare e agli strumenti a disposizione.

Acquistare il tipo di carta più adatto all’uso che se ne deve fare e al dispositivo di stampa che si utilizza può significare non solo qualità di stampa migliore ma anche sensibili risparmi in termini di consumo di carta, di uso del toner e di usura della stampante o della fotocopiatrice multifunzione.

Ecco quindi come scegliere la carta per la stampante più adatta alle proprie esigenze e ai dispositivi di stampa che si usano.

Intanto: la carta è venduta in risme, solitamente da 500 fogli circa, o in BigBox, grandi scatole che contengono fino a 2500 fogli circa. Ovviamente una prima azione di risparmio è quella di valutare i propri consumi e acquistare di conseguenza: grandi quantità, come per esempio un BigBox o più risme, permettono di abbattere i costi unitari di spedizione.

I formati della carta per stampante

Il formato commerciale per la carta ISO 216 si basa sullo standard tedesco DIN 476: il formato iniziale della carta è un rettangolo delle dimensioni di 1 metro quadrato delle dimensioni di 841 x 1189 mm. Tagliando a metà questo formato per il lato più lungo si ottengono tutte le successive ed inferiori misure: A1, A2, A3, A4, etc.
La carta più utilizzata in quasi tutti gli uffici e gli studi professionali è quella in formato A4 delle dimensioni di 210 × 297 mm. Alcune stampanti e fotocopiatrici utilizzano anche il formato A3, che ha le dimensioni di 2 fogli A4 affiancati sul lato più lungo. Altri formati di carta sono utilizzati solo da dispositivi di stampa altamente professionali.

La carta propriamente detta è tale se ha un peso al metro quadro fra i 30 ed i 150 gr/m2. La carta di uso comune e quotidiano ha normalmente una grammatura intorno agli 80 g/m2: la grammatura per metro quadro indica la consistenza del singolo foglio di carta, e non necessariamente il suo spessore. Per fotocopiatrici, stampanti e dispositivi multifunzione si usa carta con grammatura tra i 60 g/m2 e i 90 g/m2.

La grammatura e le dimensioni non sono le uniche caratteristiche da considerare per acquistare la carta più adatta alle proprie necessità di stampa. Normalmente è infatti indicato, talvolta anche nel nome commerciale, l’uso specifico per il quale è ideale quel tipo di carta.

Carta uso mano: la più comune, la più economica, la più adatta a stampare semplici documenti di testo.
Carta patinata: rivestista con una specie di patina, esalta i colori facendoli risaltare e rilucere.
Carta speciale: ha una superficie ruvida che, fatte salve particolari esigenze, mal si adatta a stampanti e fotocopiatrici.

C’è poi la Luminosità, o valore di bianco, che distingue la bianchezza della carta.
La qualità massima è quella della carta tipo A, con punto di bianco elevatissimo e adatta a stampanti laser, inkjet e fotocopiatrici. I risultati migliori di stampa si ottengono con questo tipo di carta.
La carta di tipo B è il giusto compromesso, adatta a ogni tipo di stampante inkjet o laser, per i fax, per le fotocopiatrici e per i dispositivi multifunzione, e normalmente garantisce il miglior rapporto qualità-prezzo.
C’è infine la carta di tipo C, la più economica, buona per le stampe in bianco e nero o quando non è necessaria la qualità di una presentazione formale.

La carta riciclata invece ha una qualità necessariamente inferiore a tutte le altre ma ha altri valori, primo fra tutti quello del rispetto dell’ambiente e dell’impatto del proprio consumo su di esso.

Ufficio
04/03/2020

Ci sono cose da non rivelare mai al lavoro, e non solo le frasi da non rivolgere mai al proprio capo, ma proprio frasi, espressioni e confidenze da non dire a nessuno, per nessun motivo. Pena trasformare le giornate lavorative in una corsa ad ostacoli se non in un vero e proprio calvario di spiegazioni, giustificazioni, distinguo e scuse. E allora dai bagordi del weekend alla ricerca di un altro impiego, ecco i segreti da tenere ben stretti e a bocca chiusa, stilati da un esperto della rivista americana Forbes.

Che si odia quel lavoro
Ammettere che ciò che fate vi fa in fondo schifo, e che lo fate solo per bisogno, è il primo passo per un declassamento, quantomeno nei fatti.

Che qualcuno è un incapace
Sì, il nostro collega potrebbe anche essere un incapace, ma a meno che non siamo il capo, questa considerazione è meglio tenerla per sé. Avete presente il rischio sabotaggio? Ecco, gli incapaci sono bravissimi a sabotare.

Le proprie idee politiche e convinzioni religiose
Cosa si è votato all’ultima elezione, cosa si pensa della religione propria o altrui, cosa si pensa del capo del governo: tutti argomenti tabù. Più alto il rischio di passare in cattiva luce di quello di guadagnare qualche posizione nella considerazione altrui, soprattutto ai piani alti.

Lo stipendio
Certo, la curiosità è molta, ma sbandierare la busta paga è il primo passo per scatenare invidie e ritorsioni (o per finire mortificati).

La vita social
Il profilo Facebook, quello Twitter e qualsiasi altro profilo social sono personali: meglio non mischiarli con la professione. Troppo alto il rischio di urtare qualche collega o indispettire il capo con frasi, immagini e status fuori luogo.

Cosa succede nella propria camera da letto
Sono affari vostri, e non fregano a nessuno. Nemmeno a quelli che pensate potrebbero invidiarvi.

Cosa succede nella camera da letto degli altri
Come sopra: ciascuno è libero di fare ciò che meglio crede, nella propria intimità e anche in ufficio. E benché un minimo di pettegolezzo aiuti a cementare la fiducia reciproca, non sono fatti vostri.

Di desiderare il posto d’altri
Ambizione lecita, ma sbandierarla ai 4 venti è il modo migliore per bruciarsi e vederla svanire rapidamente.

Il passato tumultuoso
Molti hanno un passato più o meno da nascondere. Meglio farlo totalmente e continuare a dare una rassicurante immagine di sé.

I bagordi del weekend
Raccontare di aver appena terminato un fine settimana all’insegna degli eccessi è il viatico per mettersi davvero in cattiva luce. Potete fare ciò che vi pare, basta tenerlo per sé.

Che in fondo era solo una battuta
Farsi scappare una battuta fuori luogo e poi cercare di ritrattarla spiegando che era ‘solo’ una battuta è quasi più dannoso che fare una battuta sbagliata e chiedere scusa. Nel dubbio: evitare le battute. Nell’eventualità: scusarsi e basta.

Di essere in cerca di un altro lavoro
Tutti sono in cerca di un lavoro migliore, con uno stipendio migliore, in un posto migliore. Ma finché non lo si trova, meglio dare l’idea di essere affidabili e totalmente coinvolti in quello che si sta facendo.

Idee
02/03/2020

Il Coronavirus ha imposto di colpo, a migliaia di lavoratori del Nord Italia, di lavorare da casa. Dal lavoro tradizionale allo smart working nel tempo di un weekend. Con un salto triplo dal punto di vista formale, visto che il Governo è dovuto correre ai ripari con un decreto d’urgenza che consentisse alle aziende di avviare la modalità di lavoro da remoto in tempi più che brevissimi (è il decreto attuativo contenuto nel DL n.6 del 23 febbraio 2020, Misure Urgenti sul Coronavirus). Ma ancor più che gli aspetti formali, che non sono mai né banali né secondari, lavorare da casa al tempo del Coronavirus ha imposto a tantissimi lavoratori uno scatto mentale che non è scontato né facile né automatico: dall’essere gestiti al gestire in autonomia la propria agenda e le proprie scadenze. Il vantaggio: un risparmio in termini di tempo impiegato per spostarsi per e dall’ufficio a casa che può variare anche tra l’ora e l’ora e mezza. Lo svantaggio? Il rallentamento dei tempi di lavoro e in alcuni casi la dilatazione del tempo del lavoro. Tradotto: più tempo speso ad aspettare risposte e informazioni, e richieste anche oltre l’orario stabilito. Con buona pace del tempo risparmiato in viaggi casa-ufficio.
Le conseguenze del lavorare da casa al tempo del Coronavirus
Ma le conseguenze del lavorare da casa al tempo del Coronavirus non sono solo quelle misurabili in termini di tempo perso / tempo guadagnato, oppure efficienza / inefficienza. Il “più grande esperimento di smartworking mai messo in atto” (parole di Bloomber riferite alla Cina, ma anche di Domenico De Masi, professore emerito di sociologia del lavoro all’Università La Sapienza di Roma) può cambiare anche la percezione che abbiamo del lavoro, del nostro ruolo e della nostra importanza all’interno della nostra organizzazione, e del valore che hanno determinate abitudini e consuetudini radicate. Per esempio stare lontani dall’ufficio pesa la reale importanza delle persone, indipendentemente dai ruoli nella scala gerarchica: c’è chi potrebbe rivelarsi non così importante (capi e manager che non dirigono…) e chi invece risultare essenziale nonostante un ruolo di staff.

E ancora: cosa succede se non andiamo da quel determinato cliente con il quale è consuetudine vedersi a intervalli regolari? Cosa succede se non partecipiamo di persona a una riunione? Cosa succede se non siamo fisicamente a disposizione del nostro capo e dei nostri colleghi? Per chi non ha mai provato, o non ancora digerito, lo smart working sono tutte riflessioni che possono venire alla mente e cambiare un ’bout la percezione di se stessi in relazione al proprio lavoro.

Però poi il lavoro non è solo produttività e compiti assegnati ed eseguiti. C’è un aspetto relazionale del lavoro che con lo smart working sparisce quasi del tutto. Le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i discorsi in pausa pranzo, quel sentire l’aria che tira che è un ’bout intuizione, un ’bout pettegolezzo, un ’bout capacità di fare networking sono tutti aspetti spazzati via dallo stare a casa, chiusi nel proprio spazio di lavoro, con relazioni solo mediate dalla tecnologia: il telefono, la videochiamata, le chat, i documenti condivisi. E anche a questo si finirà inevitabilmente per dare un peso specifico diverso quando l’emergenza Coronavirus e il telelavoro forzato saranno passati.

Lo smart working da Coronavirus ci dirà anche molto su quanto è importante il lavoro per noi e per la nostra quotidianità ed esistenza. Non solo perché potrebbe metterci davanti alla situazione di dover decidere se accettare un rischio oppure no (Resto a casa o vado dal cliente? Vado in ufficio o lavoro da casa?) ma anche perché allontanandoci dall’ufficio e dalle sue dinamiche ci porterà a riflettere su quanta importanza diamo al lavoro: fare gli straordinari è sempre davvero così essenziale? Potremmo organizzarci meglio per lavorare in modo più efficiente e trovare un miglior work-life balance? Quante cose potremmo fare – con la famiglia, le passioni, gli hobby – con una miglior gestione del tempo lavoro? E ancora: tutto quel tempo che passiamo in ufficio è davvero così fondamentale, o forse, finalmente, passata l’emergenza, lo smart working potrà diventare una modalità di lavoro da affiancare a quella tradizionale?

Idee
28/02/2020

Una volta era la malattia professionale di quanti usavano le mani per lavori di precisione come sarte, orafi, orologiai e così. Oggi è una tra le malattie professionali più diffuse e colpisce 1 lavoratore su 10: parliamo della sindrome del tunnel carpale, o mal di mouse, un inconveniente molto fastidioso che però si può prevenire rispettando alcune semplici regole nell’utilizzo del mouse per il computer.
Cos’è la sindrome del tunnel carpale?
Intanto: la sindrome del tunnel carpale è una infiammazione patologica del nervo mediano della mano, posizionato vicino ai tendini flessori delle dita: da questa vicinanza e compressione deriva l’infiammazione che può portare a dolore e difficoltà di movimento.
I primi sintomi della sindrome del tunnel carpale
I disturbi iniziali sono semplici da riconoscere: formicolio e dolore alle dita, ipersensibilità e perdita di forza quando si afferrano oggetti anche di piccole dimensioni. Purtroppo però questi sintomi si palesano lentamente e possono volerci mesi se non anni prima di poter riconsocere una vera diagnosi di STC.
Cosa fare in caso di sindrome del tunnel carpale
Una volta fatta la diagnosi, i primi interventi sono il riposo, l’assunzione di farmaci anti-infiammatori e sedute di fisioterapia. Talvolta può essere necessario indossare un tutore e nei casi più gravi si può anche ricorrere all’intervento chirurgico.
Come prevenire il mal di mouse
Prevenire è tutta una questione di corretta postura alla scrivania: assumere una postura eretta, con ginocchia, fianchi e spina dorsale allineati; mantenere la schiena appoggiata allo schienale della sedia; impugnare il mouse in modo rilassato; usare tutto l’avambraccio e non solo il polso per muovere il mouse: collocare il monitor alla stessa altezza degli occhi e la tastiera su un tavolo che permetta di tenere i polsi e i gomiti sempre appoggiati al piano di lavoro: sono tutte le buone pratiche per evitare di affaticare il nervo mediano della mano e scongiurare la sindrome del tunnel carpale.

Idee
25/02/2020

La paura di volare, o aerofobia, è più diffusa di quanto si creda. Anche in un mondo in cui milioni di persone ogni giorno volano da una parte all’altra del globo, ben 6 persone su 10 (secondo un sondaggio realizzato da Eurodap – Associazione europea disturbi attacchi di panico) ha letteralmente pausa di volare. E nonostante la diffusione di sistemi di videoconferenza e smart working che spesso consentono di non volare per motivi di lavoro, per molti l’idea di imbarcarsi su un velivolo significa vero e proprio terrore, ansia e panico. Purtroppo per l’aerofobia poco può fare razionalizzare il tutto, pensando per esempio che l’aereo è statisticamente il mezzo di trasporto più sicuro, e che si ha più probabilità di morire per un attacco di uno squalo, o in auto, che per un incidente aereo.
Paura di volare: come superarla
E allora se nemmeno razionalizzare aiuta, come superare la paura del volo? Affrontando il tutto con metodo, in modo tale da abituarsi progressivamente all’idea di salire a bordo, effettuare il decollo e affrontare la fase di volo e atterraggio con una certa calma.

Come prima cosa è utile arrivare in anticipo e con calma in aeroporto, per abbassare i livelli di ansia legati ai controlli, al check-in e all’imbarco. Anzi, al momento di salire a bordo può essere utile osservare hostess e personale di bordo, e ignorare il comportamento degli altri passeggeri: la tranquillità con cui eseguono le operazioni e accudiscono i viaggiatori è sempre molto rassicurante, e non è una posa. Distrarsi prima e durante il volo è un altro buon modo per allontanare i pensieri negativi e non farsi prendere dall’ansia: leggere un libro o una rivista, ascoltare musica rilassante o guardare un film è un buon sistema per focalizzare la propria attenzione su altro che non sia il volo. Se questo non funziona ci sono corsi organizzati dalle compagnie aeree, anche online, che favoriscono un approccio più sereno ai momenti del volo. Infine evitare bevande eccitanti, come il caffè, o che possono disturbare l’equilibrio psicofisico, come gli alcolici, e preferire tisane calmanti e rilassanti è un altro piccolo trucco che può favorire un atteggiamento meno ansioso nelle fasi di volo.

Ufficio
21/02/2020

Occhi stanchi da computer, secchi con un po’ di dolore, e magari con del prurito che ci porta a sfregarci con le mani, e ancora lacrimazione, mal di testa, rigidità al collo e stanchezza generale: gli occhi stanchi da computer non sono una malattia grave, e tuttavia sono estremamente fastidiosi, soprattutto per chi lavora molte ore al giorno al monitor.
Occhi stanchi da computer: le cause
Le cause sono tutto sommato facilmente identificabili: uso prolungato di dispositivi elettronici retroilluminati, come computer e smartphone; lettura intensa; esposizione a luci troppo intense, sforzi della vista in ambienti male o poco illuminati; ambienti secchi, o condizionati.

Le conseguenze possono essere più o meno invalidanti, dalla difficoltà temporanea a mettere a fuoco a mal di schiena persistenti o fotosensibilità. Che fare allora? Il rimedio più banale sarebbe quello di esporsi con moderazione alle condizioni che causano gli occhi stanchi; peccato però che quelle siano spesso, se non sempre, le condizioni di lavoro di moltissime persone. Ecco quindi qualche accorgimento per migliorare la postazione di lavoro e le abitudini quotidiane davanti al monitor.
Occhi stanchi da computer: qualche rimedio immediato
Il monitor deve essere ad almeno 50 cm di distanza, e non più in alto degli occhi.
Lo schermo del computer spento non deve riflettere le luci che ci sono nell’ambiente di lavoro, altrimenti queste sono in posizione sbagliata rispetto al monitor: la luce non deve mai essere sopra o dietro l’operatore del terminale.

Meglio non posizionare il computer davanti alla finestra e davanti a una parete bianca, che potrebbero creare riflessi fastidiosi per gli occhi (e magari chiedere una valutazione della qualità dell’illuminazione dello spazio di lavoro).

Per interrompere l’affaticamento degli occhi è bene concedersi brevi ma frequenti pause: ogni 15 o 30 minuti chiudere gli occhi per qualche istante, distrarli dal monitor, magari alzarsi una volta ogni ora.

Per umidificare le palpebre ed evitare l’eccessiva secchezza è fondamentale ricordarsi di sbattere spesso le palpebre. Per stimolare la lacrimazione è anche possibile massaggiarsi le palpebre con il palmo della mano, e ancora le orbite e le tempie per rilassare i muscoli oculari.

Se la stanza è eccessivamente secca o condizionata, dotarsi di un umidificatore (e mai – mai – fumare nell’ambiente di lavoro, per molti smart worker una forte tentazione).

Ufficio
20/02/2020

Secondo una ricerca dell’Università dell’Arizona le tastiere dei computer, in un ufficio, possono ospitare fino 3.300 germi per pollice quadrato. E poi ci sono briciole, capelli, macchie di vario genere, polvere e chissà che altro. Ecco perché pulire regolarmente la tastiera, il monitor e il mouse del proprio computer è un’operazione indispensabile: per la propria salute e per evitare guasti ai dispositivi.

Ma i dispositivi elettronici sono estremamente delicati e per quanto pulire possa sembrare un’operazione banale, bisogna sempre operare con molta accortezza. Evitando alcuni errori banali ma potenzialmente molto dannosi.

– I detergenti per vetri non sono adatti per pulire uno schermo LCD di un computer portatile o desktop. Si possono usare soluzioni naturali (acqua e aceto in uguale quantità) ma soprattutto detergenti specifici per la pulizia dei dispositivi elettronici.

– Mai spruzzare il liquido detergente direttamente sullo schermo: potrebbe infiltrarsi nelle fessure fino a toccare i collegamenti elettrici. Meglio spruzzarlo su un panno morbido da usare per la pulizia del monitor.

– Mai usare panni carta o rotoloni da cucina: per quanto appaiano morbidi, possono sempre rigare lo schermo. Meglio, molto meglio il panno in dotazione con i prodotti per detergere il monitor, o un panno morbido in tessuto naturale.

– Meglio procedere con movimenti circolari, con tocco leggero, e lasciando poi asciugare naturalmente all’aria lo schermo LCD del computer prima di richiuderlo nel caso di un laptop.

– Per rimuovere sporco e germi dalla tastiera si può cominciare con dei panni cattura polvere per proseguire con del detergente naturale o specifico per la pulizia delle tastiere. Per rimuovere polvere e sporco più ostinato si può anche usare la bomboletta spray ad aria compressa: basta tenere la bomboletta in verticale e inclinare la tastiera o il computer portatile, favorendo in questo modo anche l’azione meccanica con dei piccoli scuotimenti.

– Non usare mai invece un vero e proprio aspirapolvere che potrebbe creare una scossa elettrostatica in grado di danneggiare i componenti elettronici più sensibili del computer, compresa la memoria e l’hard disk interno.

Idee
17/02/2020

Reagire al licenziamento non è facile. Anzi, un licenziamento è per tutti un’esperienza traumatica e devastante, e non solo dal punto di vista materiale. Anzi, sono proprio le conseguenze psicologiche le più difficili da affrontare. Secondo il National Bureau of Economics Research più della metà delle persone licenziate ha vissuto in seguito stati depressivi conclamati. E secondo una ricerca della University of Anglia per la metà dei giovani precari a cui non viene rinnovato il contratto si osservano stati dell’umore peggiore di quelli causati dalla fine di una relazione sentimentale.

A mente fredda e distaccata verrebbe da dire che è più una questione materiale che psicologica, e invece non è così: per molti lavoratori, se non per tutti, avere un lavoro, e la posizione che si ricopre, dicono molto, se non quasi tutto, di ciò che si è. Insomma, il lavoro, e il proprio status professionale, sono parte dell’autostima. Se crolla il primo, crolla anche la seconda. Con la conseguenza di finire a mettere in dubbio non solo ciò che si “vale”, ma anche ciò che si è. E magari commettere errori irreparabili nel percorso di ricerca di un altro impiego.
4 strategie psicologiche per reagire al licenziamento
Per questo stanno prendendo piede percorsi di terapia psicologica per affrontare il momento, per questo è utile riuscire a rimanere lucidi e reagire nel modo giusto (che è quello propositivo, e non depressivo). Sì, ma come?

Come prima cosa cercando di essere razionali, evitare di farsene una colpa ed evitare di attribuirsi del disvalore personale. Spesso un licenziamento non ha nulla a che fare con la qualità del proprio lavoro, con il ruolo che si occupa in azienda, con le proprie capacità. Spesso si è licenziati perché si è un numero, e non un nome con un volto. È un’ingiustizia? Sì. Ci si può far qualcosa? No, se non reagire.

Razionalizzare aiuta, ma spesso non mette al riparo dalla rabbia. Meglio la rabbia che la depressione, perché è il primo scatto per reagire, purché si sappia incanalare questo sentimento verso un fine costruttivo. La rabbia è quella dei campioni feriti, che prendono lo slancio per trasformare una sconfitta in un trionfo, e allo stesso modo può essere dopo un licenziamento: “Ah sì? E adesso ti faccio vedere io” deve diventare il pensiero di chi vuole trasformare una delusione in una nuova opportunità.

Razionalmente, e lucidamente (cosa non facile, ma necessaria) un licenziamento può essere anche l’occasione giusta per fare reset della propria vita professionale. Volevo davvero fare quel lavoro? Mi piaceva davvero quel lavoro? E cosa vorrei fare invece? Quali risorse – materiali e di competenze – ho a disposizione per rimettermi sul mercato del lavoro? Ciascuno/a deve costruirsi il proprio percorso, e come detto non mancano i percorsi di sostegno, ma alla fine ci si potrebbe anche sorprendere di voler cambiare vita, e di sapere come farlo.

Saper reagire è il primo mattone della costruzione del proprio nuovo percorso. Che sia durante un nuovo colloquio di lavoro, oppure quando si è impegnati a costruirsi un’attività indipendente, dimostrare solidità verso il futuro e nessun rimpianto o vittimismo verso ciò che è stato è la miglior dimostrazione di essersi messi alle spalle quella (dolorosa) esperienza e di saper guardare avanti.