Ufficio
03/02/2021

Arrivi a sera e non hai combinato nulla: quante volte ti è capitata questa sensazione? Che sia l’ora di timbrare il cartellino e non aver finito praticamente un lavoro, o essere in smart e rendersi conto che si dovrà andare avanti ancora per ora non fa differenza. Nel caso consolati, non sei solo: secondo il Washington Post gli americani perdono qualcosa come 1 miliardo e 800 milioni di dollari ogni anno a causa della improduttività. E se non sono produttivi gli americani c’è davvero da preoccuparsi. Ma come è possibile perdere così tanto tempo in ufficio o in smart working (e non volontariamente, come abbiamo raccontato qui)? Per almeno questi 5 motivi.

Il multitasking
Basta raccontarci frottole: solo il 2% di noi è in grado di fare più cose contemporaneamente (e farle bene). Lo dice uno studio pubblicato su Business Insider. Gli altri perdono solo tempo saltabeccando di qua e di là, inutilmente.

Rimandare le cose importanti
Lo faccio dopo. Il karma di quasi tutti. Rimandare a dopo pranzo, al giorno dopo, alla settimana successiva. Soprattutto le cose importanti, o difficili, o noiose. E così il tempo passa tra piccole e banali decisioni e cose da fare, e quando si tratta di aggredire il mostro siamo troppo stanchi. E rimandiamo nuovamente. Secondo lo psicologo Roy F. Baumeister è un tipico caso di “decision fatigue” ed è il motivo per cui a fine giornata siamo stanchi senza aver combinato nulla.

Troppe riunioni
Secondo una statistica di Microsoft passiamo almeno 6 ore a settimana in riunione. Incontri che spesso finiscono con un nulla di fatto (lo dice il 69% degli intervistati della società americana). Forse la soluzione è tenere le riunioni in piedi (come abbiamo scritto qui) oppure organizzarle solo quando le decisioni sono state già prese e vanno semplicemente comunicate.

Facebook
E in generale i social media. Una fantastica fonte di distrazione. Peccato che si debba anche lavorare, e che il 44% degli americani ritengano di perdere tempo soprattutto per controllare status e feed sui social network. Ancor più in questa situazione di smart working e attenzione fagocitata dalle notizie sulla pandemia.

Colleghi che urlano
Sì, gli open space sono i killer della concentrazione. E di conseguenza della produttività. Almeno così sostiene un sondaggio condotto da Ask.com. Certo, molti ora rimpiangono la confusione degli uffici open space, dove almeno si perdeva tempo pensando di lavorare. Ma quando torneremo davvero n ufficio bisognerà ripensare anche a questo.

Idee
01/02/2021

Basterebbe il buon senso: troppe ore seduti al chiuso non fanno bene alla salute. Ancor se si tratta di smart working, come ci ha costretto a fare la pandemia, senza nemmeno la possibilità di uscire di casa al mattino e muoversi tra gli uffici dell’azienda. Ma che il lavoro sedentario sia un problema lo conferma anche la scienza, non ultima una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Internal Medicine, in cui si parla esplicitamente di “esiti deleteri” per la salute. Che fare allora per combattere gli effetti negativi del lavoro sedentario?

Intanto, per chi ha la possibilità o necessità di andare fisicamente in ufficio ogni giorno, evitare di parcheggiare l’auto sotto la scrivania. Imporsi 5 o 10 minuti a piedi dall’auto all’uffico può essere una buona routine. Oppure può essere una buona idea sfruttare la bicicletta (che è provato che rende anche più felici) oppure il monopattino, che anche se elettrico è sempre più movimento dell’auto. O per chi prende i mezzi pubblici scendere a una fermata prima da autobus, metro e fare un po’ di strada a piedi. O ancora dimenticare l’ascensore, come suggerisce anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità.

E per chi è a casa in smart working? Sicuramente allungare ogni tanto i muscoli mentre si è alla scrivania, per esempio con questi rilassanti movimenti, è un altro buon metodo per allontanare intorpidimenti e dolorini vari da cattiva postura. L’ideale sarebbe anche ritagliarsi del tempo per fare un ’bout di ginnastica, sia in casa – per esempio yoga o pilates, ci sono un sacco di corsi e video lezioni online – oppure uscire a fare mezz’oretta di camminata spedita, che migliora il fisico ma soprattutto l’umore.

E poi, per tutti, respirare. Sì, respirare: spesso infatti, a causa dello stress (che negli uffici è in costante aumento) ci ritroviamo inconsapevolmente in apnea. Basta prendersi un secondo di pausa per sentire il nostro respiro e regolarlo di conseguenza, magari andando anche a prendere la classica, salutare boccata di aria fresca.

Idee
29/01/2021

Nell’arco di una generazione o poco più siamo passati dal «noio volevan savuar…» di Totò al “sono in call per un meeting già schedulato” che rimbalza da ogni casa in questo periodo di smart working e lockdown. E il motivo, nell’uno come nell’altro caso, è che noi italiani l’inglese lo parliamo poco e male. Luogo comune? Mica tanto se è vero che siamo al 34° posto al mondo e al 24° in Europa per livello medio di competenza nella lingua inglese. Da cui la situazione paradossale per cui infarciamo le nostre conversazioni di anglicismi (meeting per riunione, call per telefonata o videoconferenza, feedback per riscontro, per non parlare dei obbrobri come schedulare per pianificare) ma quando dobbiamo sostenere una conversazione – o anche scrivere un testo in inglese – cadiamo in clamorosi strafalcioni. Anche sul lavoro.

Vero che la lingua del business (ops, degli affari…) è spesso gergale e settoriale, e più che parlare come Shakespeare o la Regina Elisabetta è importante farsi capire bene e in fretta. Insomma, l’anglofonia è un lessico necessario. Però insomma almeno non scivolare sulle tipiche bucce di banana sarebbe opportuno per chi aspira a una dimensione professionale oltre i confini della patria.

Per esempio: i false friends. Che sono il tranello più insidioso in ogni traduzione. Termini cioè che suonano famigliari ma che traggono in inganno per il loro significato distante. Per esempio actually (che non è “attualmente” ma “in verità”) o eventually (che non è “eventualmente” ma “infine”), o ancora library (biblioteca, non libreria) o parents (genitori, non parenti) per non tacer del sorry (che va usato per scusarsi) usato in vece di excuse me (quando si richiede l’attenzione di qualcuno) o di frasi idiomatiche come “I can’t wait”, che significa non vedo l’ora e sicuramente non “non posso aspettare”.
Poi ci sono i peccati veniali, che non generano misunderstanding (ops, fraintendimenti…) ma smascherano subito da dove proveniamo. Per esempio la pronuncia, tipicamente stage (pronunciato all’inglese “steige” quando è un termine francese, e gli inglesi usano internship e noi potremmo dire tirocinio) ma anche mànagement (che si pronuncia con l’accento sulla prima a e non sulla seconda, manàgement).
Già evitando questi strafalcioni in inglese potremmo allora farci perdonare il peccato tutto italico di costruire le frasi in italiano e poi tradurle in inglese, che ha una sintassi completamente diversa. Uno dei principali errori da evitare quando si affronta un colloquio in inglese.

Idee
25/01/2021

Per chi è già nel mondo del lavoro, ma anche per chi sta cercando di affacciarvisi proprio ora, la pandemia ha complicato moltissimo le cose. Le difficoltà economiche e finanziarie delle aziende causate dalla pandemia si ripercuoteranno inevitabilmente sui livelli occupazionali. Ma c’è anche chi, in questo periodo, ha il privilegio e l’incombenza di guardare a dopo la pandemia. Molto dopo la pandemia. Potendo decidere quale percorso di studi intraprendere anche sulla previsione di quali saranno i lavori molto ricercati nel futuro. Un futuro a medio termine che – come da indagine di Adecco – sarà guidato da due grandi temi: la tecnologia e la sostenibilità. Ed è appunto nel punto di incontro di questi due temi, e delle relative competenze, che stanno i 6 lavori che saranno molto ricercati nel futuro, e anche ben pagati.
Il Broad Band Architect per esempio, che è una figura ibrida, un ’bout specializzato in comunicazione e un ’bout in tecnologia, e che è una figura già molto ricercata in tutte le piattaforme di Streaming TV, da Netflix in giù.
Sempre in ambito tech ci sono i Cloud Architect. La tecnologia da anni si è ormai spostata nel cloud e il Cloud Architect è la figura in grado di progettare e costruire soluzioni tecnologiche adatte alle diverse esigenze di business delle aziende clienti.
La tecnologia, il Web, i Social hanno creato un nuovo bene di valore, i dati. E saperli analizzare, gestire e valorizzare è diventato un lavoro. Quello del Data Scientist. che si muove tra target aziendali e big data.
Altro profilo professionale creato dalla tecnologia è quello del Growth Hacker, un professionista che si muove tra informatica e marketing per elaborare strategie di crescita del business.
E se la nostra relazione con ogni aspetto della nostra vita, dai rapporti personali agli acquisti, dalla didattica allo smart working, dallo sport all’intrattenimento, è ormai mediata da siti, smartphone, App e Web TV, anche quello dell’UX Designer, che studia le migliori soluzioni di esperienza degli utenti per queste piattaforme sarà sempre più uno dei profili maggiormente ricercati.
Infine c’è il grande tema della sostenibilità ambientale, che riguarda i comportamenti delle persone ma anche le politiche aziendali, con ricadute sul contenimento dei costi ma anche sulla percezione dei marchi. E l’Energy Manager è proprio quella figura che nelle aziende si occupa di razionalizzare e ottimizzare i consumi di energia ma anche di ogni bene non rinnovabile.

Credits photo: it.depositphotos.com

Notizie
22/01/2021

Il Governo, e soprattutto il Ministero dell’Ambiente, starebbero pensando ad altre soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei trasporti per il tragitto casa – lavoro e anche l’affollamento dei mezzi pubblici. Soluzioni volte a incentivare l’uso della bicicletta ma non pensate come il bonus 2020 che aveva previsto un rimborso sul prezzo d’acquisto delle due ruote ma come incentivo all’uso. Secondo indiscrezioni di stampa sono due le misure al vaglio da parte del Governo.
La prima sarebbe quella di una specie di “bonus orario”, ovvero il fatto di considerare parte del tempo impiegato ad andare al lavoro in bicicletta come “orario di lavoro” e quindi retribuito come tale. Ovviamente non sarebbe il datore di lavoro a pagare questo “straordinario” né questo tempo verrebbe sottratto al normale orario di lavoro stabilito per contratto. La formula prevederebbe una qualche forma di contributo da parte del Governo ancora tutta da studiare.
Ci sarebbe però il problema di quantificare questo tempo e certificare il fatto che il lavoratore effettivamente usa la bici o un altro mezzo di mobilità eco per recarsi al lavoro. E qui arriva la soluzione prevista dal secondo incentivo.
Utilizzare cioè una App che certifichi in qualche modo tragitto e durata, un ’bout sulla scorta di quanto sta già facendo PinBike, già utilizzata in molte città soprattutto del Nord Europa (ma anche oggetto di una sperimentazione a Bari). Il meccanismo è semplice ed è quello dell’incentivazione chilometrica: per ogni km percorso nel tragitto casa – lavoro (ma anche scuola) viene riconosciuto un contributo monetario (che in alcune città arriva anche a 0,50 euro a km).

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Notizie
20/01/2021

È una questione soprattutto burocratica. Ma la burocrazia nei rapporti di lavoro conta parecchio. Tanto nel settore privato quanto in quello pubblico. E così è bene cominciare a guardare alla data del 31 marzo, quando scadranno le norme sullo smart working semplificato, introdotte la scorsa primavera con lo stato di emergenza dovuto alla pandemia da Coronavirus.
Già, perché in assenza di una vera legge quadro nazionale sullo smart working, il ricorso al “lavoro da casa” in questo frangente di pandemia (comunque lo si voglia considerare, dal vero smart working al più banale telelavoro) è stato fatto con molte deroghe. Deroghe necessarie a consentire ai lavoratori di poter stare a casa, di lavorare da casa, e di essere comunque pagati e tutelati, ma deroghe che scadono il 31 gennaio (è a quella data che scade il DPCM del 18 ottobre 2020) e che con qualche proroga possono arrivare al massimo fino al 31 marzo. Poi, se il Governo non interverrà, volenti o nolenti i lavoratori dovranno tornare in ufficio. Con tutto quello che potrebbe comportare se dovessimo essere ancora in piena pandemia.
Per fortuna fino al termine dello stato di emergenza – che il Governo ha prorogato fino al 30 aprile – permarranno le tutele per i lavoratori fragili o con disabilità, e per i genitori con figli minori di 14 anni. Ma è solo 1 mese in più rispetto all’attuale scadenza della deroga sullo smart working. E per i dipendenti pubblici il rischio di rientro in ufficio è ancora più vicino dato che le norme sul lavoro agile nel settore pubblico sono già state prorogate fino al 31 gennaio e ora serve un nuovo decreto.

Notizie
18/01/2021

Sono 75.000 i pasti che il Banco Alimentare potrà servire anche grazie alla raccolta fondi attivata in coincidenza con la campagna natalizia di Office Depot. Un risultato davvero notevole e importante, raggiunto grazie alla vostra generosità, tramite l’acquisto del Panettone Buono artigianale, e anche grazie alle donazioni spontanee dei nostri clienti.

La Fondazione Banco Alimentare è una ONLUS italiana che si occupa di raccolta di generi alimentari e recupero delle eccedenze alimentari per redistribuirle alle strutture caritative che assistono le persone più indigenti.

Al termine di un anno difficile per moltissime persone, e in occasione di un Natale davvero particolare, è stato per noi un vero onore poter partecipare a questo importante contributo sociale. Garantire oltre 75.000 pasti a centinaia di comunità bisognose in tutta Italia è stato un gesto semplice che scalda il cuore e che ci auguriamo abbia reso questo Natale davvero speciale per tante persone meno fortunate.

Per conoscere di più sulla raccolta fondi nazionale del Banco Alimentare puoi cliccare a questo link.

Ti invitiamo a continuare seguire le nostre azioni di solidarietà a sostegno del Banco Alimentare, che proseguiranno in questo 2021 con altre importanti iniziative.

Idee
14/01/2021

Ormai fare un colloquio in inglese è quasi la normalità. Perché nelle multinazionali l’inglese è la lingua franca di ogni comunicazione interna. Perché anche la più piccola delle PMI in un mondo globalizzato ha sicuramente qualche contatto con clienti o fornitori esteri. O perché più banalmente si vuole proprio andare a lavorare all’estero, e l’inglese è la prima skill richiesta. Ma per quanto si possa parlare bene l’idioma di sua Maestà e di Shakespeare, durante un colloquio in inglese c’è sempre qualche tranello in più di cui tener conto. Per non mandare tutto in fumo per qualche banalissimo ed evitabilissimo scivolone.

1. Essere onesti: indicare nel CV il livello reale di inglese

Per molto tempo il CV europeo con le sue 4 categorie (“ottimo, buono, discreto, fluente”) ha permesso di ciurlare un ’bout nel manico. Tanto che se prima c’era soprattutto chi si sovrastimava, ora c’è anche chi si sottostima, sperando eventualmente di fare una impressione ancora migliore. Ma sono entrambi errori tattici che possono costare parecchio. Allora, per non sbagliare, soprattutto se si tratta di multinazionali o posizioni per cui l’inglese è vincolante, si può fare un assessment, cioè un test che certifichi in modo oggettivo e ufficiale il proprio livello di inglese reale, parlato e scritto.

2. Imparare un ’bout del linguaggio tecnico del settore o dell’azienda

Già, un conto è parlare fluentemente l’inglese durante un soggiorno a Londra, un altro paio di maniche è parlare l’inglese specifico e tecnico di un determinato settore o azienda. Ormai la comunicazione professionale è infarcita di termini, acronimi ed espressioni specifiche: non che sia necessario conoscerle tutte prima del colloquio, ma almeno le più importanti sì, per non ritrovarsi a non capire una domanda o anche per impressionare positivamente gli esaminatori. Se l’azienda ha un sito anche in inglese è già un buon punto di partenza, oppure si possono fare delle ricerche online, per esempio sul sito di aziende concorrenti o leggendo qualche articolo che parla di quell’azienda o di quel settore.

3. Non aver paura di chiedere

Il «noio volevan savuar l’indiriss» non è mai una buona idea. Per cui, anziché inventare termini ed espressioni vagamente tecniche, meglio molto meglio non aver paura di chiedere come si dice una determinata cosa in quello specifico settore. Basta prepararsi una formula sintetica ed efficace da sfoderare nel dubbio, e chiedere è sempre positivo perché dimostra interesse e volontà di imparare. Due soft skill sempre molto apprezzate dai recruiter.

4. Fare le prove generali

Già l’emozione gioca brutti scherzi di suo in un colloquio in italiano, figuriamoci se lo devi sostenere in inglese e a un certo punto ti sfugge un termine o infili un tempo verbale sbagliato. Per cui se fare le prove generali è una buona abitudine sempre, farlo per un colloquio in inglese lo è ancor di più. L’ideale sarebbe avere qualcuno madre lingua che si metta i panni dell’esaminatore (e ormai con le videochiamate è un gioco da ragazzi). Se così non fosse possibile basta un amico, un parente o anche lo specchio o meglio ancora una registrazione video con lo smartphone: l’importante è vedersi e sentirsi parlare in inglese, ad alta voce, per capire l’effetto che si farà. E aggiustare il tiro su termini, pronuncia e fiducia in se stessi.

Notizie
12/01/2021

Chi rifiuta il vaccino anti-COVID può essere licenziato: è al tesi sostenuta da Pietro Ichino, giurista esperto di diritto del lavoro, che in un’intervista al Corriere della Sera sottolinea anche altri 2 aspetti. Il primo che in molti casi sarebbe già previsto, il secondo che può essere in qualche modo imposto dal datore di lavoro.
Secondo il giuslavorista “l’articolo 2087 del codice civile obbliga il datore di lavoro ad adottare tutte le misure suggerite da scienza ed esperienza, necessarie per garantire la sicurezza fisica e psichica delle persone che lavorano in azienda, il loro benessere”. Una tesi secondo la quale il datore di lavoro non solo potrebbe imporre il vaccino anti-COVID ma anzi dovrebbe proprio farlo, a norma di legge.

Una posizione che ha subito fatto scattare l’attenzione sul tema, perché la postilla secondo la quale “chiunque potrà rifiutare la vaccinazione; ma se questo metterà a rischio la salute di altre persone, il rifiuto costituirà un impedimento oggettivo alla prosecuzione del rapporto di lavoro” non è per molti una vera alternativa. In pratica o ti vaccini o ti licenzio. Ma è davvero così?

Ma questa posizione, condivisa anche da altri esperti di lavoro, sembrerebbe più fragile di quanto possa apparire. In primis perché il vaccino non è obbligatorio per legge per nessuno, e quindi non lo potrebbe essere nemmeno all’interno di un’azienda (anche perché l’assunzione di qualsiasi sostanza per scopi medici non può essere imposta senza una specifica norma di legge, come prevede l’art. 32 della Costituzione).
Anche il richiamo al dovere di sicurezza, la norma per cui il datore di lavoro deve tutelare i suoi dipendenti, non appare così inattaccabile in questo caso. Peraltro i protocolli anti-COVID per il lavoro in sicurezza non prevedono l’obbligo della vaccinazione (che al momento della firma tra le parti sociali non erano nemmeno all’orizzonte delle possibilità). Infine c’è anche da considerare che tempi e modalità della vaccinazione anti-COVID sono in mano esclusivamente all’autorità sanitaria, che stabilisce le priorità e decide chi vaccinare in totale autonomia.