Ufficio
27/11/2019

Degli Open Space si è detto tutto e il contrario di tutto: che avrebbero aumentato la produttività, che avrebbero diminuito lo stress dei lavoratori, che avrebbero ridotto le spese aziendali e che avrebbero anche favorito la circolazione delle idee e quindi la nascita di nuovi prodotti e servizi. E quello che sembrava una soluzione si sta rivelando in effetti un problema: negli Open Space trionfa la solitudine.
Open Space, il trionfo della solitudine
A dire che gli Open Space sono il trionfo della solitudine è una dettagliata ricerca condotta da due ricercatori della Harvard Business School e Harvard University: Ethan S. Bernstein e Stephen Turban hanno convinto un azienda USA ad abbattere le barriere fisiche in ufficio, eliminando i cubicoli e migrando all’organizzazione open space, ma soprattutto prima e dopo questo cambiamento hanno misurato il livello e la tipologia di interazioni tra i lavoratori.

Come prima cosa hanno munito i lavorato di badge con sensori di prossimità che registravano la vicinanza di altri lavoratori, potendo così contare e quantificare il numero e la durata delle interazioni personali durante il giorno. Poi hanno anche misurato il numero di mail e altre forme di messaggistica tra gli stessi dipendenti, sia prima che dopo l’eliminazione delle barriere fisiche e il passaggio all’ufficio aperto.

Il risultato? Sorpresa! Le interazioni di persona sono crollate del 72%, passando da un totale di 6 ore nell’arco di 15 giorni a 1,7 e contemporaneamente la “produzione” di mail è aumentata del 56% e quella di messaggi tipo WhastApp del 67%, con un incremento del 75% delle parole usate. In corrispondenza di questo cambiamento l’azienda ha anche registrato un calo dei livelli di produttività in relazione alle metriche comunemente utilizzate.
Open Space, come organizzarlo
Quindi open space addio? No, non tutto è da buttare perché alla fine dipende come organizzi gli spazi. Per esempio creare gruppi di scrivanie vicine dove trovano posto persone che lavorano in team, creare spazi di tavolini e sedie dove potersi confrontare e discutere (magari sorseggiando un caffè) e ancora posizionare librerie e scaffali dove riporre i documenti sono tutti accorgimenti che possono stimolare e favorire l’interazione tra le persone, contrastando la tendenza all’isolamento che anche gli open space non riescono a limitare.

Idee
22/11/2019

Fare carriera non è un percorso lineare. O almeno, se lo è si tratta di un’eccezione, mentre il più delle volte si tratta di passare per errori più o meno grandi. A volte macroscopici. È un rito di passaggio, nessuno nasce perfetto, ed è come tutte le prime volte, da quelle belle (il primo bacio, la prima alba, il primo stipendio) a quelle brutte. Ecco, anche nel business per diventare grandi e fare carriera occorre passare per qualche brutta esperienza. Come queste 6, veri e propri turning point della propria vita professionale.

1. Commettere un errore colossale.

E per errore colossale si intende di quelli che vanificano il lavoro di giorni o di molte persone. Oppure di quelli che mandano in fumo parecchi soldi. Apparentemente non c’è via d’uscita, e la tentazione sarebbe quella di nascondersi, nascondere, darsela a gambe. E invece è in queste occasioni che si impara a dire “ho sbagliato io” e anche a proporre soluzioni per rimediare.

2. Sentirsi un pesce fuor d’acqua.

Come quando sei tra persone che parlano di cose che non sai, non conosci e non capisci, e in qualche modo te la devi cavare. Una regola sicura non c’è, ma l’alternativa è tra affondare nell’anonimato o cogliere la palla al balzo per stringere relazioni e imparare qualcosa di nuovo: che fare allora? Identificare un buon aggancio e costruire la prima relazione. Le altre verranno di seguito.

3. Parlare in pubblico.

C’è chi ha un talento naturale per farlo, e chi è consumato dall’ansia già dal giorno precedente. Parlare in pubblico, organizzare un discorso, organizzare le proprie idee, essere convincente, coinvolgente, interessante è uno scoglio enorme da superare. Ma dopo la prima volta tutto sembra in discesa.

4. Aver a che fare con persone difficili.

Che siano capi, colleghi, clienti o partner la differenza è formale ma non sostanziale, perché aver a che fare con gente tosta, difficile, di quelle che dicono sempre no e a cui non va mai bene nulla è difficile. Molto difficile. Eppure è la più grande palestra di vita in cui si possa capitare: un capo mai contento sarà capace di tirar fuori la nostra resilienza, oppure metterci davanti al fatto che non siamo portati per quel ruolo. O la va o la spacca.

5. Gestire una crisi.

Magari non è colpa nostra (come invece nel punto 1) e però la tempesta tocca a noi gestirla. Ci sono situazioni in cui basta sdrammatizzare, altre in cui bisogna afferrare le redini con mano salda e spirito pragmatico. Di fatto è che uscire alla grande da una brutta situazione (lavorativamente parlando) è un immancabile rito di passaggio.

6. Fare un lavoro odioso.

Non ci sono lavori odiosi in assoluto, ma ci sono lavori che piacciono e altri che si detestano. De gustibus. Però varrebbe davvero la pena dedicare del tempo, da qualche giorno a qualche mese, appena prima di entrare davvero nel mondo del lavoro, a fare qualche lavoro odioso per la sola finalità di intascare uno stipendio. A che serve? A ricordarsi ogni giorno, in seguito, che le cose possono andare peggio e che c’è una profonda differenza tra una pessima giornata e una pessima vita. E che in fondo tutto è davvero relativo.

Notizie
20/11/2019

Ok, perché le donne non riescono a diventare manager è un titolo un ’bout forte, ma il cosiddetto “soffitto di cristallo” è vero, reale e certificato dai numeri: secondo una ricerca di McKinsey e Lean In il collo di bottiglia che impedisce alle donne di accedere ai ruoli dirigenziali esiste e si trova proprio prima della cosiddetta “C-suite”, il livello dei manager più importanti di un’azienda.
Perché le donne non riescono a diventare manager?
Per 100 uomini che accedono ai livelli dirigenziali più alti ci sono solo 72 donne promosse al primo step da manager, con la conseguenza che i posti da loro occupati rappresentano solo il 38% del totale. Le altre donne che avrebbero curriculum e capacità per accedere a quei livelli dirigenziali rimane invece bloccata in posizioni entry-level.

La ricerca “Women in the Workplace 2019” è stata condotta da McKinsey & Company e dall’organizzazione Lean In, fondata dall’attuale direttore operativo di Facebook Sheryl Sandberg, autrice anche dell’omonimo libro scritto per spingere le donne a “farsi avanti” (da cui appunto l’espressione lean in).

In realtà i dati vanno interpretati, in generale, e considerati nazione per nazione. Tuttavia quelli del report “Women in the Workplace 2019” che riguarda gli Stati Uniti e che ha preso in considerazione oltre 68mila lavoratori in 329 grandi aziende dicono che al momento è donna solo il 21% dei grandi manager USA e che negli States non ci sono mai state così tante donne manager. Così tante in termini di numeri puri, ma ancora poche in termini percentuali e il problema, secondo McKinsey e Lean In è proprio lì, all’inizio della carriera dirigenziale. Un problema che poi si mantiene, o addirittura amplifica, man mano che si sale nei ruoli gerarchici, con le presenze femminili che si riducono man mano che si scala l’organigramma di un’azienda. Detto in soldoni, la parità a livello di ruoli dirigenziali è ancora un miraggio perché semplicemente sono poche le donne che riescono a rompere il soffitto di cristallo. E la situazione si aggrava ancor più se si considerano le donne latine e afroamericane che, per ogni 100 uomini, solo 68 e 58, rispettivamente, accedono ai ruoli dirigenziali.
Cosa fare per rompere il soffitto di cristallo
Ma allora cosa fare per rompere il soffitto di cristallo e consentire alle donne l’accesso paritario ai ruoli manageriali di alto profilo? Secondo McKinsey e Lean In per bilanciare il gender gap occorre definire una quota per il numero di donne da promuovere al primo livello manageriale, la cosiddetta C-suite, eliminare le condizioni di pregiudizio in chi si occupa di selezione del personale, stabilire processi di assunzione e promozione chiari e trasparenti, consentire alle donne di fare esperienze di formazione che permettano loro di arrivare preparate a ricoprire fuori di alto profilo e responsabilità.
Colmare il gender gap: un vantaggio economico oltre che una cosa giusta
Colmare il gender gap è ovviamente una cosa giusta da fare, ma non solo perché lo è eticamente. Colmare il gender gap è anche un vantaggio economico, perché garantire l’accesso alle posizioni apicali a chi ha talento, indipendentemente dai criteri di genere, sarebbe un impulso economico c il Wall Street Journal calcola, per l’america, in 4,3 trilioni di dolalri dal 2019 al 2025.

Idee
19/11/2019

Abbiamo affrontato spesso l’argomento delle to-do list, analizzando trucchi e suggerimenti per creare elenchi di cose da fare che favoriscano la produttività. Sappiamo, ad esempio, quanto siano importanti per aiutarci a organizzare la giornata e le attività lavorative da portare a compimento. Spesso vengono creati però nel timore di dimenticare date, eventi o impegni importanti e sebbene questo sia un ottimo intento, ci ritroviamo pieni di elenchi e di liste di liste. A queste, possono aggiungersi anche gli elenchi delle buone intenzioni come corsi, seminari o conferenze a cui partecipare. Tutto ciò può risultare controproducente e condurci all’esatta situazione opposta: invece di organizzare la nostra giornata, ci trasmettono un senso di sopraffazione e sono loro a iniziare a gestire noi, creando confusione nel delineare ciò che è veramente importante e impedendoci di focalizzare l’attenzione sui compiti da portare a termine. Vediamo quindi ciò che è essenziale e cosa invece può essere spostato in una “to-don’t” list!
Elenco delle attività di oggi e domani
La domanda più importante per una to-do list efficace dovrebbe vertere su ciò che riesci – realisticamente – a svolgere oggi e domani. Questo è l’elenco che deve essere presente sulla scrivania, eliminando tutti gli altri. Assicurati inoltre che le attività da compiere siano, non solo chiare e significative, ma formulate come azioni introdotte da verbi. Nel caso in cui si utilizzi uno strumento di pianificazione elettronico, applica le stesse regole cercando di separare le attività di oggi e domani dalle altre scadenze o compiti personali, e dagli obiettivi, idee o aspirazioni sul lungo raggio. Sii inoltre consapevole di quanto in anticipo riesci o devi pianificare. Ad esempio, per la corretta gestione di un progetto in scadenza tra qualche mese, è necessario capire cosa è importante svolgere quotidianamente per portarlo a compimento nelle tempistiche richieste e con la giusta organizzazione.
Come gestire gli obiettivi a lungo termine
È importante cercare di porsi obiettivi a lungo termine soprattutto per il miglioramento personale e professionale. Metterli per iscritto è un’ottima prassi, ma cerca di non lasciarli sulla scrivania. Magari inserisci questi elenchi in buste trasparenti da riporre in un cassetto specifico o segnali sulla lavagna presente nel tuo ufficio e davanti alla quale passi con regolarità. Se la visione dovesse generare sensi di colpa, fai in modo che non siano sempre visibili; d’altro canto, riesaminarli di tanto in tanto, può infonderti quella spinta necessaria per eseguire un altro passo nella giusta direzione. Gli obiettivi a lungo termine sono generalmente di grossa entità; ti consigliamo quindi di essere specifico suddividendoli in tante piccole tappe più gestibili e “digeribili” da attuare sul percorso volto al raggiungimento dell’obiettivo.

Decidi cosa lasciar andare
Se gli elenchi strutturati di cose da fare possono risultare utili per organizzarci e stimolare la nostra produttività, è essenziale capire anche cosa non fare (più). Salendo di ruolo e acquisendo maggiore esperienza nella posizione che ricopriamo, avremo non solo più incarichi da gestire ma anche una maggiore responsabilità che si ripercuoterà sulla tipologia di attività da svolgere. Presentare un piano strategico alla dirigenza è sicuramente più complesso dell’inviare le spese sostenute per un viaggio da un cliente. Per questo, è importante stilare una to-don’t list: ossia, un elenco di attività che vorresti smettere di fare o che desidereresti assegnare ad altri. In sostanza, si tratta di delineare ciò a cui vorresti dire di no. Se la to-do list rappresenta ciò che devi e vuoi fare, l’altra include quello che desideri delegare o abbandonare; per redigerle correttamente, devi prestare attenzione ed essere consapevole di come gestisci impegni, relazioni, responsabilità e comportamenti.
Esempi di attività da non svolgere
La lista delle cose da non fare può includere diverse attività; di piccole o grandi dimensioni, l’importante è che siano concrete, specifiche e quindi facilmente attuabili e gestibili. Ad esempio, non rispondere al primo squillo di una chiamata può adattarsi a chi preferisce concedersi del tempo per prepararsi. Oppure, non dire subito di sì a qualsiasi nuova richiesta o progetto ma darsi spazio per rifletterci sopra a freddo. O ancora, attribuire priorità alle email e rispondere subito a quelle urgenti ma ritagliarsi del tempo specifico nel corso della giornata (come prima di pranzo e verso il termine del giorno) per gestire le altre. Altro esempio: evitare di organizzare ulteriori riunioni con il proprio staff se non assolutamente indispensabili per far procedere un progetto.

Una to-don’t list efficace
Sia che lavoriamo per un’azienda sia nel caso in cui siamo in proprio, sono tantissimi i comportamenti, le mansioni o le abitudini che ostacolano la nostra produttività. Osservarli, analizzarli e inserirli in un elenco di attività da non fare, delegarli a un collega o a una ditta esterna può fare la differenza, alleggerendoci e infondendoci rinnovata energia da dedicare a ciò che consente veramente di sviluppare il nostro potenziale e l’attività di cui siamo responsabili!

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia offerto qualche consiglio interessante per imparare a redigere elenchi di cose da non fare. Hai altri consigli che vorresti condividere? Comunicaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
14/11/2019

Se menti su Linkedin ti possono licenziare. Che non è niente di diverso da quello che avviene con le più classiche bugie che tutti mettono nel CV (e che possono portare all’accusa di truffa) ma ora c’è una sentenza a ufficializzarlo, la 522 del 2 ottobre 2019 del Tribunale di Trapani. Quindi sentenza “made in Italy” arrivata dopo il ricorso fatto da un candidato candidato dall’azienda.
Se menti su Linkedin ti possono licenziare: la sentenza del Tribunale
I fatti sono chiari e certi: un ragazzo aveva risposto a una inserzione di ricerca di lavoro millantando una laurea magistrale in ingegneria, economia o giurisprudenza come richiesto dall’azienda. Il contratto prevedeva un periodo di prova e in seguito un contratto a tempo determinato della durata di 3 anni. Ma già durante il periodo di prova il datore di lavoro si è reso conto che il candidato non era in possesso sicuramente delle competenze richieste e ragionevolmente dei requisiti specificati nell’annuncio, da cui il licenziamento prima della fine del periodo di prova. Il ragazzo a quel punto ha fatto ricorso al Tribunale, avanzando anche una richiesta di risarcimento danni di 400mila euro, corrispondente alla somma delle mensilità che avrebbe percepito come retribuzione e altri oneri accessori, tra cui le spese sostenute per il trasloco.

Il Tribunale di Trapani, appunto con la sentenza 522 del 2 ottobre 2019, ha stabilito non solo che il risarcimento non avesse ragione di esistere ma ha anche dato ragione al datore di lavoro, stabilendo che il non possedere i requisiti richiesti, e mentire a loro riguardo, è senza dubbio una causa di licenziamento, in particolare in questa occasione in cui il candidato era consapevole di non possedere i titoli necessari.

La sentenza del Tribunale è la prima a stabilire diritti e doveri di chi si candida per annunci di lavoro su Linkedin (o altre piattaforme online) e i corrispondenti casi di licenziabilità.

Idee
12/11/2019

Viking ha organizzato in passato eventi creativi con bloggers italiani. Amiamo usare il nostro ufficio e diversi materiali in modo creativo tutto l’anno ed è naturalmente particolarmente bello quando il periodo più bello dell’anno è proprio dietro l’angolo, il Natale!

Per festeggiare un Natale speciale, abbiamo quest’anno qualcosa di straordinario, un progetto fai da te per rendere le feste piene di amore e di creatività. Ed è per questo che abbiamo invitato dei bloggers creativi a partecipare al nostro progetto natale #vikingxmasdiy.
I NOSTRI LABORATORI DI NATALE
Calendario dell’avvento fai da te 
Abbiamo messo insieme tutto il necessario per un calendario dell’avvento fai da te, dalle piccole mini buste, al legno rustico, al filo e altre sorprese colorate, i bloggers possono esprimersi in modo creativo.

Set per timbro
Con un set per fare un timbro, i bloggers possono intagliare un timbro di gomma festivo. La loro creatività non ha possono selezionare liberamente il motivo e disegnarlo con una matita sulla gomma prima di intagliare!
Sorprese festive
Dalle palline dell’albero di Natale agli angeli e ai biglietti di auguri, abbiamo programmato alcune sorprese festive. Con una penna calligrafica, è necessaria una mano ferma e questo vale anche per gli altri utensili decorativi. Per questo abbiamo inviato un sacco di fogli per fare esercizio e carta riciclata per la brutta copia.

Natale è un momento per la famiglia e gli amici, ma l’atmosfera di festa si sta diffondendo anche in ufficio. Il freddo e il buio alla fine dell’anno possono essere meglio sopportati con vin brulè e biscotti di Natale. In ufficio le decorazioni natalizie rendono il luogo di lavoro più invitante e i nostri blogger mostrano come si può facilmente fare decorazioni magiche di Natale con alcuni utensili da scrittura e di lavorazione, il tutto fai da te!

Se anche tu hai voglia di dare sfogo alla tua creatività per le decorazioni natalizie, lasciati ispirare dall’hashtag: #VikingXmasDIY

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Sei già nello spirito natalizio? Condividi le foto delle tue decorazioni natalizie fatte in casa con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
12/11/2019

I lavoratori italiani sono sempre più smart: gli smart worker in Italia, nel 2019, sono 570mila, in crescita del 20% rispetto al 2018. Lo dice una ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano presentata al Campus Bovisa di Milano durante l’ottava edizione degli ‘Smart Working Award’, l’iniziativa che premia le organizzazioni che hanno realizzato iniziative di riprogettazione dello spazio e delle modalità di lavoro in ottica smart.
Smart working: i numeri in Italia
I 570mila smart worker italiani si distribuiscono tra grandi imprese (il 58% ha già avviato progetti di smart working, il 7% sta sperimentando con iniziative spot, il 5% ha in mente di farlo a breve, il 22% lo ritiene possibile ma non immediato e l’8% non ha alcun interesse a farlo), PMI (il 12% ha politiche di smart working, in crescita rispetto all’8% del 2018, il 18% lo usa in modo informale, ma anche il 51% non ha nessun interesse al lavoro smart) e PA. Ed è proprio nella Pubblica Amministrazione che si nota la crescita più significativa di ricorso al lavoro agile: dal 2018 al 2019 i progetti strutturati di smart working sono raddoppiati (dall’8% al 16%), il 7% delle PA ha attivato iniziative informali (rispetto all’1% del 2018) e il 6% le attiverà nei prossimi 12 mesi. Tuttavia il 40% delle PA non ha programmi di smart working e, tra chi li ha, questi riguardano solo il 12% dei dipendenti, di poco sopra alla soglia minima del 10% fissato dalla direttiva Madia in termini di smart working nella PA.
Smart working: cos’è
Si dice smart working, si traduce in lavoro agile, flessibile o intelligente, e di fatto è il superamento della logica delle ore da passare in ufficio: il lavoro smart significa focalizzarsi sul raggiungimento degli obiettivi indipendentemente dal luogo e dal tempo di lavoro, e implica non solo la possibilità di lavorare da casa, che è l’idea più immediata e banale che si ha dello smart working, ma un ripensamento complessivo degli spazi di lavoro e un nuovo patto tra azienda e lavoratore basato sulla fiducia, la collaborazione e la condivisione degli obiettivi. E laddove è stato sperimentato, funziona.
Smart working: i benefici
I benefici dello smart working non riguardano solo i lavoratori ma investono anche le aziende. Certo ci sono un miglioramento del work life balance (lo dice il 46% degli interessati) e una maggior motivazione dei lavoratori (35%) ma anche un aumento della produttività, nonostante alcuni punti critici ancora da sciogliere. Tra questi la difficoltà nel gestire le urgenze (per il 34% dei manager), nell’utilizzare le tecnologie (32% di lavoratori e manager), nel pianificare le attività (26%), la percezione di solitudine (35% dei lavoratori), le distrazioni (21%), i problemi di comunicazione e collaborazione virtuale (11%) e la barriera tecnologica (11%). Tuttavia gli smart worker dichiarano un livello di soddisfazione e coinvolgimento nel proprio lavoro molto più elevato di coloro che lavorano in modalità tradizionale: il 76% si definisce soddisfatto della sua professione, contro il 55% degli altri dipendenti; uno su tre si sente pienamente coinvolto nella realtà in cui opera e ne condivide valori, obiettivi e priorità, contro il 21% dei colleghi.

Idee
08/11/2019

Ci sono bugie che tutti dicono nel CV. Ora, dal punto di vista legale “gonfiare” alcune informazioni nel proprio curriculum non è un reato: lo è solo nel momento in cui si falsificano le carte, cioè si mente davvero, millantando per esempio una laurea che non si ha, e nel caso si parla di truffa, con pene dai 3 ai 6 mesi di reclusione. Però è fuori di dubbio che millantare competenze, esperienze e altri dati non veritieri non è certo il modo migliore per cominciare un rapporto di lavoro. Certo, il datore di lavoro avrebbe il periodo di prova per rendersene conto, ma anche pensando di superarlo senza inghippi c’è poi tutta una relazione professionale da portare avanti nel tempo e farsi scoprire a cose fatte potrebbe essere ancor più problematico. Ma quali sono le bugie che tutti dicono nel CV e sulle quali pensano di farla franca? Più o meno sempre gli stessi, e più o meno sempre quelle 5.

1. Il titolo di studio

Viviamo nel paese in cui un titolo di studio non si nega a nessuno, e in cui chiunque, in determinate condizioni, può essere appellato come “dottore”. Sì, l’ossessione del titolo di studio è ancora ben presente nel nostro Paese, come sanno i recruiter che molto spesso si trovano davanti a titoli di studio gonfiati se non propriamente millantati (il caso più comune? Qualche esame in università che diventa a distanza di anni una vera laurea).

2. La conoscenza delle lingue

“Noio volevàn savoir l’indiriss”: alla fine ci arrangiamo sempre, e un ’bout di inglese, di francese e di spagnolo riusciamo sempre a metterlo insieme. Ma un conto è ordinare tapas, croissant o beer in vacanza, un altro sostenere una conversazione professionale in ambito lavorativo. Eppure dal punto di vista dei recruiter millantare la conoscenza di lingue a malapena comprese è la second bugia più diffusa nei CV: un conto è infatti certificare le proprie competenze linguistiche, un altra infilarci un “inglese scolastico” e poi provare a cavarsela. Ma davanti a chi prova a cavarsela ma non riuscirebbe a comprare un biglietto della metropolitana a Londra i recruiter si arrabbiano, e anche parecchio.

3. L’ultima posizione occupata

Come l’appellativo di “dottore”, anche quello di “manager” non si nega a nessuno, e la tentazione di autopromuoversi a ruoli e posizioni superiori a quelle reali è fortissima. In fondo mica il recruiter andrà a chiedere al proprio capo se davvero in quel momento stiamo davvero occupando quella posizione di prestigio e responsabilità, no? Eppure i recruiter non sono così disarmati, e con poche, inaspettate domande possono smascherare anche il candidato più scafato. E con la reputazione se ne vanno anche le chance di avere quel lavoro.

4. Lo stipendio

Be’, è la diretta conseguenza del punto precedente: se mento sulla posizione occupata, facendo l’auto-upgrade, non devo mentire sullo stipendio? Però anche qui, le bugie hanno le gambe corte, e una RAL incongruente non è così difficile da smascherare per dei recruiter che ogni giorno tastano il polso al mercato del lavoro. E davanti a una menzogna così evidente non c’è next step che tenga: l’onestà è ancora un valore per chi si occupa di candidati.

5. Hobby e interessi

Sembra incredibile, ma si mente anche sugli hobby e gli interessi. Vero che le soft skill sono la nuova frontiera del recruiting, dato che pare dicano di un candidato molto di più delle sue nude e crude competenze professionali. Però se scrivere “barbecue” tra gli hobby sembra troppo banale, dal punto di vista di un recruiter è molto più interessante scoprire che sappiamo davvero tutto su come fare una grigliata perfetta anziché millantare di essere forti lettori e spendersi nel volontariato per poi scoprire che l’ultima lettura era il libro di barzellette su Totti e l’ultima buona azione è stata sistemare tavoli e sedie dopo la festa di fine anno scolastico di figli ormai maggiorenni.

Notizie
07/11/2019

Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona. Funziona nel senso che migliora la produttività e si riducono i costi aziendali. E funziona nel senso che c’è chi l’ha fatto, e i risultati sono concreti. Chi ha provato a lavorare solo 4 giorni a settimana non è una piccola realtà locale ma nientemeno che Microsoft, il colosso globale dell’informatica che nella sua sede di Tokyo ha voluto sperimentare la settimana corta con i suoi 2300 dipendenti.
Lavorare solo 4 giorni a settimana funziona
Per vedere se davvero lavorare solo 4 giorni a settimana funziona Microsoft ha messo in atto un’iniziativa – “Work Life Choice Challenge” – per gli oltre 2mila dipendenti giapponesi: settimana corta, weekend lungo dal venerdì alla domenica compresi, il tutto nel mese di agosto 2019. I risultati? Sorprendenti: secondo la stessa Microsoft la produttività è aumentata del 39,9% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente (la misura è stata fatta in termini di vendite per dipendente), si sono ridotti i tempi di processo (per esempio le riunioni sono state limitate a 30′) e si sono anche ridotti i costi fissi (spesa per energia elettrica – 23,1%). Ma la cosa più importante è che i primi e più soddisfatti sono stati proprio i lavoratori (il 92% si è dichiarato assolutamente favorevole) che hanno potuto sperimentare un diverso work-life balance.
Si potrà davvero lavorare 4 giorni a settimana?
L’esperimento della sede giapponese di Microsoft è stato circoscritto nel tempo, e i dipendenti del colosso informatico son tornati a lavorare 5 su 7 a settimana. Tuttavia il Giappone è un Paese nel quale il tema del superlavoro è molto presente e sentito, con picchi estremi di straordinari che preoccupano anche il Governo e il Ministero del Lavoro, e Microsoft non esclude di mettere nuovamente alla prova la settimana corta nei mesi invernali.