Idee
03/06/2019

È la lingua internazionale per eccellenza, il passaporto per gli affari, le vacanze e ogni tipo di relazione fuori dai confini nazionali, e in effetti un ’bout di inglese dovremmo parlarlo tutti, chi più chi meno. Certo, quando diventa indispensabile per il lavoro è necessario conoscerlo bene, e non limitarsi a quei brutti inglesismi, da meeting a booking (si può dire riunione e prenotare senza sentirsi affatto autarchici…).

Ok, lo scivolone è sempre dietro l’angolo quando ci si esprime in una lingua che non è quella materna, ma non è di questo che occorre preoccuparsi. Sono altri, ben più difficili da correggere, gli errori che tutti, più o meno, facciamo con l’inglese. Del resto secondo l’indagine di Education First EPI, il più approfondito rapporto globale sulla competenza dell’inglese nel mondo, siamo al penultimo posto in Europa per competenze linguistiche in inglese: capiamo più o meno le canzoni, scriviamo e leggiamo mail di lavoro capendole nella sostanza, se andiamo a Londra per un weekend ce la caviamo, ma nulla più di questo, almeno in media. Il motivo? Almeno 4 errori abbastanza gravi e molto diffusi.
Errori in inglese: la pronuncia
Ogni straniero, quando parla in inglese, denota la propria provenienza, ma noi italiani abbiamo qualche problemino più degli altri con gli accenti (che spesso possono cambiare totalmente il significato di una parola) e con l'”h” aspirata (tipicamente: hungry e angry, che spesso pronunciamo allo stesso identico modo).
Errori in inglese: pensare la frase prima in italiano
È il tipico errore da scuola media, pensare prima a ciò che si vuole dire nella propria lingua e poi tradurlo in inglese. Di cartelli con strafalcioni del genere in giro se ne vedono tantissimi, ma poiché ogni lingua ha le proprie strutture grammaticali e sintattiche, sarebbe bene esercitarsi fino ad arrivare a pensare la frase nativamente in inglese (esercitarsi a parlare ma anche ad ascoltare, e se non si può fare uno stage in UK ci sono sempre le Tv da guardare e ascoltare per far propria la costruzione della frase nella lingua d’oltremanica).
Errori in inglese: le parole trabocchetto
Ci sono alcune parole, anche in inglese come in ogni lingua, che sono dei veri e proprio trabocchetti perché suonano come quelle in italiano ma hanno un significato totalmente diverso. Per esempio? Per esempio “actually” (che non è “attualmente” ma “in verità”) o eventually (che non è “eventualmente” ma “infine”).
Errori in inglese: come rimediare
Ora, sarà che l’italiano è una lingua complicata, e che la grammatica è il pane quotidiano di ogni percorso scolastico, di fatto è che anche per l’inglese, in Italia, si tende a studiare molta grammatica e a fare poca pratica. Cioè: sappiamo perfettamente la teoria della grammatica inglese, ma non la sappiamo usare nelle situazioni quotidiane. Altrove invece l’inglese permea la quotidianità delle persone, e basti pensare al fatto che il doppiaggio in lingua è una nostra specialità mentre altrove i film sono in lingua originale con sottotitoli. Quindi, che fare? Provare a sforzarsi di inserire l’inglese nelle nostre giornate, per esempio sfruttando le Tv per guardare programmi in lingua originale, o scaricando audiolibri da ascoltare mentre si va al lavoro, o ancora installando App per poter ricevere le stazioni radio internazionali sullo smartphone o ancora sfruttando Netflix e le altre piattaforme di streaming per guardare serie Tv in lingua inglese.

Ufficio
31/05/2019

Le nostre giornate lavorative sono spesso scandite da elenchi di cose da fare e da attività da portare a compimento. Se per alcuni è essenziale stilare queste liste per organizzare al meglio il lavoro, per altri si traducono in un elemento controproducente che non consente di ottimizzare il tempo a nostra disposizione. Se anche la tua to-do list è un elenco di numerose attività a cui fai fatica ad assegnare priorità con il conseguente risultato di terminare la giornata lavorativa senza un reale senso di appagamento, magari aggravato da numerose interruzioni e distrazioni, potresti provare un’altra tecnica: il timeboxing. Vediamo insieme cos’è e quali sono i maggiori vantaggi di questo strumento.
Cos’è il timeboxing?
Il timeboxing è uno strumento di gestione del tempo, con il quale un determinato lasso temporale – denominato timebox – è assegnato a una data attività. Questa tecnica viene applicata per incrementare la produttività nell’ambito di un progetto o attività di lavoro. Assegnando a ciascun compito degli slot ben definiti, si può snellire il lavoro in vista della scadenza pianificando al meglio tempo e budget. Tale focalizzazione consentirà di perdere meno tempo e di evitare le interruzioni causate dalle distrazioni. Al termine di ciascun timebox, è inoltre consigliato dedicare qualche minuto ad attività quali un caffè, una boccata d’aria o due passi per sgranchirsi le gambe. In tal modo, potrai mantenere la mente più lucida dandole il tempo di recuperare e portare a compimento più attività. Uno strumento che abbiamo preso in esame in passato e che può essere utilizzato in tal senso insieme al timeboxing è la tecnica del pomodoro, per gestire meglio i tempi.
Timeboxing ed elenchi di attività
Rispetto a una semplice lista di attività da svolgere, il timeboxing si distingue per svariati motivi. Innanzitutto, elimina il paradosso derivante da scelte eccessivamente numerose. Sappiamo che il nostro cervello può elaborarne fino a un determinato numero prima di farci sentire come paralizzati: un elenco troppo lungo ci trasmetterà un senso di disagio con la scarsa fiducia di poterlo portare a termine. Le to-do list sono inoltre elenchi di attività eterogene dove è essenziale assegnare una priorità o tenderemo a svolgere prima quelle più semplici, corte o urgenti, mettendo da parte quelle altrettanto importanti ma meno urgenti. Gli elenchi riportano compiti che non evidenziano né il tempo richiesto per il completamento né quello che abbiamo noi a disposizione. Infine, se semplicemente su carta per fotocopie, non dispongono di nessun dispositivo per “costringerci” ad assumerci un impegno. Al contrario, il timeboxing è uno strumento che ci consente di scegliere, definire le tempistiche e assegnare una porzione di tempo a tutte le attività da svolgere. Soprattutto se, ad esso, associamo l’utilità del nostro calendario.

Il timeboxing unito al calendario
Inserire le attività da svolgere sul calendario del computer consentirà di “posizionare” i progetti da portare a termine. Se sappiamo che una data attività richiede 5 ore, sapremo dove e quando inserirla per eseguirla entro i tempi richiesti. Se il calendario è condiviso con il team – oltre ad essere un valido strumento per incrementare la produttività personale – può anche favorire la comunicazione e la collaborazione con i colleghi. Potrai pianificare il tuo lavoro in base alle esigenze degli altri e viceversa, ma ognuno potrà anche visionare immediatamente la pianificazione per i membri del team in caso di progetti a cui partecipano diversi colleghi. Offre inoltre uno strumento per comprendere ciò che è già stato effettuato e fornirti argomenti di cui discutere alla prossima revisione del rendimento, ad esempio. Tutto ciò ci renderà infine più in controllo, produttivi e di conseguenza, più felici e soddisfatti sul lavoro, eliminando la legge di Parkinson secondo la quale il lavoro si espande occupando il tempo disponibile.
Timeboxing e metodo MoSCoW
L’analisi MoSCoW è un’altra tecnica che viene spesso impiegata insieme al timeboxing per rendere più efficace la pianificazione delle attività da svolgere. Mo rappresenta un requisito indispensabile per il raggiungimento di un obiettivo. S descrive un elemento di alta priorità che dovrebbe essere incluso, Co un aspetto non fondamentale ma desiderabile e W un requisito che può al momento non essere implementato. In tal modo, si potrà delineare ciò che – nell’ambito di un progetto a medio-lungo termine o anche nelle mansioni giornaliere – è necessario, desiderabile, facoltativo o eliminabile, assegnando priorità e tempistiche a tutte le attività da eseguire.

Vantaggi del timeboxing
Utilizzare questa tecnica per creare dei vincoli di tempo comporta numerosi vantaggi, oltre ad essere estremamente efficace nel raggiungimento degli obiettivi. Ad esempio, permette di suddividere attività, progetti e problemi in porzioni più piccole e più facilmente gestibili. Aumenta la focalizzazione evitando le distrazioni. Accresce la motivazione e di conseguenza, ci consente di lavorare con maggiore efficienza ed efficacia. E ciò si traduce in un approccio lavorativo più produttivo e soddisfatto.

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto spunti interessanti per applicare la tecnica del timeboxing alla tua giornata lavorativa. La applichi già con risultati positivi? Raccontaceli sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
31/05/2019

I social network sono parte della vita di moltissime persone. Anzi, ormai è quasi impossibile trovare qualcuno che non sia su almeno uno dei maggiori social network, anche per sole ragioni professionali. Già, perché oltre che per lo svago – soprattutto Facebook e Instagram – i social network possono essere utili anche per trovare lavoro – sicuramente Linkedin – e fare networking per avanzare di carriera. Però anche in Rete ci sono delle regole non scritte di comportamento, e ci sono cose da non fare con i social network, a meno che non si voglia mettersi irrimediabilmente in cattiva luce con colleghi, capi e risorse umane (presenti e future, perché dare una occhiata ai social network dei candidati pare ormai un’abitudine consolidata).
5 cose da non fare con i social network
Pubblicare foto troppo intime
E per troppo intime non si intendono le foto con la famiglia al mare (benché sarebbe buona norma proteggere i minori anche dall’esposizione sui social network, a meno di non tenere la cerchia degli amici estremamente ristretta). Per foto intime si intende quel genere di foto che non si penserebbe mai di mostrare al proprio datore di lavoro, da quelle in intimo (o meno) a quelle in situazioni sconvenienti.
Mentire
Ok, questo è l’ottavo comandamento, e non bisognerebbe mai dire falsa testimonianza. Però nell’epoca dei social network darsi malati e poi postare un selfie mentre si fa shopping o si pedala sulla mountain bike, o presentarsi in ufficio con poche ore di sonno dando la colpa all’allarme del vicino quando siete stati taggati all’uscita di un locale all’alba non è una buona idea. Con i social network purtroppo anche il privato diventa pubblico.
Taggare
A proposito, non si tagga all’insaputa, e sicuramente non si fa con colleghi e capi (se anche doveste essere in contatto su qualche social network). E nemmeno si tagga a raffica, mettendo insieme persone che magari non si sopportano tra di loro. Nel dubbio, sempre meglio chiedere il permesso.
Litigare
Purtroppo i social network hanno perso da tempo l’età dell’innocenza e del relax condiviso, e le liti anche molto accese sono sempre più frequenti, tra hater professionisti, troll, provocatori e magari anche qualche sincero personaggio convinto delle proprie idee. Ma farsi scoprire a litigare e insultare online non è esattamente un buon biglietto da visita professionale.
Abbandonarsi a messaggi cifrati
Avete presenti quei messaggi di lamento, nervosismo, insulto velato o sconforto che alcuni condividono online senza spiegare il contesto e che vi lasciano basiti? Ecco, non si fa. Mai. Se dovete sfogarvi, chiamate qualcuno di caro e fatelo con lui, ma i social network non sono lo spazio adatto a cui affidare quel genere di sfoghi.

Idee
30/05/2019

Quando il collega diventa capo è un momento molto delicato all’interno di un’azienda. Lo è per chi gode della promozione, lo è per gli ex pari grado, e lo è in generale per tutta l’organizzazione: quando passi da staff a manager non hai addosso solo gli occhi di chi prima sedeva accanto a te, ma anche quelli degli altri dirigenti, che scruteranno ogni tua mossa per capire se davvero vali la promozione e quel nuovo incarico. Insomma, passare da collega a capo di un gruppo di lavoro non è solo una questione di competenze specifiche ma investe anche le cosiddette soft-skill, dalle capacità comunicative a quelle manageriali, dalla gestione delle risorse alla capacità di prendere decisioni giuste, al momento giusto.
Quando il collega diventa capo: gli errori più comuni da evitare
Vediamo allora i più comuni errori che può commettere chi viene promosso a un ruolo di responsabilità, e quelli di chi deve mutare il proprio setting nei suoi confronti.
Non esplicitare il fatto che le cose sono cambiate
Sì, le cose sono cambiate, e quelli che fino a ieri erano colleghi pari grado, con cui lamentarsi dei capi, dei carichi di lavoro, dello stress, delle incertezze e di tutto quanto è quotidianità in un’azienda, ora sono collaboratori di grado inferiore. E no, non lo capiranno da soli che le cose sono cambiate. Anzi, il rischio è che la promozione scateni invidie, frustrazioni e ripicche. Per cui il primo atto formale e sostanziale da fare è quello di riunire il team ed esplicitare chiaramente che le cose sono cambiate, che le competenze e i rapporti da quel momento sono diversi e che da quel momento avrete precise responsabilità. Non bisogna spaventare nessuno (anche perché il messaggio diventerebbe che i primi a essere spaventati siete proprio voi) e anzi è bene essere tranquillizzanti. Calmi, ma fermi e decisi: il primo passo è sempre il più importante.
Continuare a comportarsi allo stesso modo
A pranzo assieme a parlare di lavoro, il caffè parlando del più e del meno, qualche battuta molto più che in amicizia, l’aperitivo dopo il lavoro: tutte cose che tra colleghi si fanno più o meno abitualmente e alle quali ora occorre dire basta. Il nuovo status impone anche nuovi comportamenti: l’abito fa il monaco, e così i comportamenti nella quotidianità. Ciò non significa che non si possa essere rilassati (anzi, un bravo manager usa più la carota del bastone, e diventare di colpo dei dittatori non aiuterà di certo) ma dopo aver chiarito le proprie nuove responsabilità, è bene far capire che le cose sono cambiate anche nella quotidianità.
Non cambiare scrivania
La forma è sostanza, anche nella “geografia” delle postazioni di lavoro. Vero è che sempre più vanno di moda gli uffici liquidi, gli open space senza gerarchia e gli spazi di lavoro orizzontali. Però insomma, su una nave il capitano è al timone, e anche voi dovete trovare una postazione che faccia capire che non siete più solo parte dell’equipaggio. Anche in questo caso chiarirlo subito e con calma farà la differenza tra l’apparire altezzosi tutto d’un colpo e prendere seriamente le nuove responsabilità.

Idee
27/05/2019

Che ci crediate o meno, pare che ci siano dei segni zodiacali che più di altri hanno la stoffa del manager. Gestire team di lavoro, avere una visione del futuro, fare scelte anche difficili, stabilire obiettivi, prendersi le responsabilità sono solo alcune delle caratteristiche che fanno di un semplice capo un bravo manager.
I segni zodiacali da vero manager
Quali sono allora i segni zodiacali da vero manager?
Toro (20 aprile – 20 maggio)
Pazienza e determinazione sono le peculiarità dei nati sotto il segno del Toro, due doti manageriali e imprenditoriali per eccellenza. Meticolosi, scrupolosi, con un forte senso della squadra e onestamente disposti a prendersi le responsabilità dei propri errori, i nati sotto il segno del Toro hanno le stimmate del leader.
Gemelli (21 maggio – 20 giugno)
Abili comunicatori, onesti ed empatici, i nato sotto il segno dei Gemelli sono anche capaci di uscire dalla propria zona di comfort ed esplorare nuove opportunità, anche in campo imprenditoriale, avendo ben presente che è nelle difficoltà che si celano le opportunità.
Leone (23 luglio – 22 agosto)
Sornioni, affidabili, resilienti: i leone sanno tirare fuori il meglio da sé e dagli altri, soprattutto nei momenti di difficoltà grazie al loro innato problem solving. In pratica un capo sempre amato e riconosciuto da tutti.
Vergine (23 agosto – 22 settembre)
Pratici, analitici, meticolosi: i nati sotto il segno della Vergine hanno la capacità di capire dove si annodano i dettagli e i problemi, e la capacità di risolverli anche chiedendo aiuto e facendo gioco di squadra. Se non a capo del team, sono comunque dei colleghi perfetti per lavorare bene.
Bilancia (23 settembre – 22 ottobre)
In una parola: equilibrati. Concentrati sul positivo, equidistanti, proattivi nel risolvere i problemi prima che diventino tali, critici prima di tutto con se stessi, i nati della Bilancia possono essere degli ottimi leader e imprenditori.
Capricorno (22 dicembre – 19 gennaio)
I Capricorno sono dei veri stakanovisti del lavoro, con in più la dote di non procrastinare e di pianificare sempre in anticipo tutte le loro azioni. Certo magari non dei leader visionari, ma quando si tratta di far funzionare a dovere un’azienda o un dipartimento, loro non sbagliano.

Ufficio
24/05/2019

La cucina dell’ufficio è un trend sempre più forte: in molti uffici infatti, per la pausa pranzo ma anche per i momenti di break, non ci sono più solo degli angoli con distributori automatici ma delle vere e proprie cucine, con tavoli e sedie dove mangiare ma anche fare un incontro informale e veloce, e poi frigorifero, lavello, microonde e macchina per il caffè. Uno spazio sicuramente più famigliare e informale per i momenti di relax al lavoro, dove pranzare portando il pasto da casa o prepararsi una bevanda calda da portare alla scrivania, e soprattutto uno spazio che ormai si trova tanto nei nuovi coworking quanto negli uffici più tradizionali.

Sedersi nello spazio break dell’ufficio è un piacere, ma ci sono almeno 4 cose da evitare nella cucina dell’ufficio, pena scatenare l’inferno di mail e proteste dei colleghi e delle colleghe.

1. Tenere in disordine il frigorifero

I tempi della stanza in condivisione da studente son finiti da un pezzo, e così anche quelli dei frigoriferi desolatamente vuoti o pieni di cibo di età indefinibile. Il frigorifero dell’ufficio serve per conservare per breve tempo piccole porzioni di cibo quotidiano, non per altri fini. Quindi sì a metterci il pranzo del giorno, sì anche a lasciare metà porzione di insalata per il giorno dopo, o qualche frutto per un paio di giorni, non a dimenticarsi avanzi di cibo per giorni o settimane, no a occupare un intero ripiano con la spesa per casa e tantomeno a infilarci un numero indefinito di vaschette. Nel caso in cui doveste lasciare qualcosa – per esempio per il weekend – un post-it con scritto cos’è e fino a quando vi rimarrà può essere la soluzione.

2. Lasciare le tazzine nel lavello

Sì, a casa probabilmente lo facciamo tutti, soprattutto quando al mattino dobbiamo uscire di corsa. Ma il lavello dell’ufficio non è il lavello di casa, e le tazzine sporche – ma anche i piatti, il lunch box o le posate – non ci devono stare. Si usano posate e stoviglie e poi si lavano e si rimettono a posto immediatamente. Trovare pulito è un diritto, lasciare pulito un dovere.

3. Occupare il microoonde

Ci vogliono pochi minuti per scaldare una vivanda nel microonde, per cui non c’è nessun motivo di scaldare il proprio pranzo e contemporaneamente andare a fare altro. Se arriva qualcuno nel frattempo non saprebbe cosa fare, se il cibo deborda o si brucia è poi un problema per tutti, e comunque il microonde si usa per il tempo strettamente necessario (e sì, se si sporca lo si pulisce).

4. Rubare il cibo di altri

Detta così è proprio forte, però insomma non si prende il cibo lasciato da altri. Ok, la fame può fare brutti scherzi ma se proprio è necessario è buona educazione chiedere prima. Vero che i furti di cibo nelle case degli studenti e negli ostelli sono la norma, ma se siete nella cucina dell’ufficio significa che quel tempo è finito da un pezzo e certe cose non si fanno più.

Idee
23/05/2019

Phubbing è un neologismo inglese formato dalle parole phone (telefono) e snubbing (snobbare) ed è la forma di disinteresse e disattenzione più subdola e pericolosa di questi tempi. Anche in ambito professionale e lavorativo. Secondo la definizione data dallo studio “My life has become a major distraction from my cell phone: Partner phubbing and relationship satisfaction among romantic partners” condotto da James Roberts e Meredith David e pubblicato su Computers in Human Behavior, il phubbing è quell’atteggiamento, il phubbing è un atteggiamento di disinteresse al limite della maleducazione, che consiste nel trascurare gli altri controllando continuamente lo schermo dello smartphone. Una barriera fisica, quella del cellulare, e un motivo di distrazione che si frappone in qualunque situazione sociale – da una cena con gli amici alla camera da letto e ovviamente le situazioni professionali – e che è stata provata sulla propria pelle dal 43% delle persone intervistate nello studio citato.

Ciò che è emerso (inevitabilmente, verrebbe da dire) è che ignorare chi ci sta di fronte prestando attenzione solo al nostro smartphone genera inevitabilmente conflitti tra le persone: notifiche, chat, messaggi e tutto quanto appare sul display dello smartphone diventano più importanti della relazione diretta con chi ci sta intorno, e questo diventa devastante quando ci si trova all’interno di relazioni di lavoro. Il collega che passa e non degna di uno sguardo perché concentrato sul cellulare, la riunione che diventa improduttiva perché tutti impegnati a gestire altre cose tramite lo smartphone, il cliente che non si sente valorizzato perché stiamo nel frattempo rispondendo a messaggi sul telefono: sono solo 3 degli infiniti esempi del modo in cui la pervasività degli smartphone può generare conflitti sociali e relazionali anche laddove i sentimenti dovrebbero non influire minimamente. E quando si creano tensioni personali, dovute anche alla scortesia che il phubbing comporta, all’interno del team di lavoro, è il momento in cui le cose cominciano ad andare davvero male, la produttività cala, l’azienda perde competitività e diventa difficile invertire il trend.

Che fare allora contro il phubbing? Di ricette infallibili non ne esistono, però già vietare i cellulari durante le riunioni è una buona prassi che i manager dovrebbero favorire, così come quella di creare momenti di interazione personale, dalla quale sono esclusi i telefonini, all’interno dei quali i dipendenti possono e devono sviluppare innovate relazioni personali.

Idee
21/05/2019

Andare in vacanza a giugno ha i suoi vantaggi. Certo 1 italiano su 3, più o meno, stando alle statistiche, farà ancora una volta le vacanze ad agosto, molti non per scelta ma perché possono godere delle ferie solo quando l’azienda chiude. Ma per fortuna ci sono anche persone che possono scegliere e decidere di fare le vacanze a giugno, anticipando quel salutare break nei ritmi frenetici di un anno di lavoro e potendo godere di numerosi vantaggi, non solo economici.
5 vantaggi dell’andare in vacanza a giugno
Sono almeno 5 i vantaggi dell’andare in vacanza a giugno

1. Costa meno

Sì, inutile negarlo, a giugno non è ancora altissima stagione e in molte località non è nemmeno alta stagione. Conseguenza inevitabile? I prezzi sono decisamente più bassi, spesso addirittura della metà per quanto riguarda le sistemazioni.

2. C’è meno gente

Non bisogna svelare troppo il segreto, ma in vacanza a giugno si vive decisamente meglio. Meno traffico di villeggianti, meno folla in spiaggia, meno gente in giro in montagna, meno code nei musei. Sì, ci sono in giro principalmente stranieri, in particolare tedeschi, austriaci e francesi.

3. I bambini si rilassano subito

Chi ha figli lo sa: finisce la scuola e i bambini hanno bisogno di tempo libero, relax, stare con i genitori, divertirsi, svagarsi. Insomma, cambiare aria e ritmi: certo ci sono i vari camp estivi, ma una bella vacanza in famiglia è in fondo quello che i bambini desiderano di più dopo aver fatto il loro dovere negli studi.

4. Il tempo (dovrebbe) essere ottimo

Giugno non è ancora così caldo come luglio, ma non dovrebbe nemmeno più essere temporalesco come maggio o come la fine di agosto. Insomma, il tempo perfetto per una vacanza sia al mare che in montagna e ovviamente nelle città d’arte. Se poi si punta a sud, dal sud Italia alle regioni equatoriali, è anzi il momento migliore dal punto di vista delle temperature.

5. Si lavora ad agosto

Sì, c’è poi la conseguenza che si lavora ad agosto. Ma quando tutti sono in vacanza, le città si sono svuotate, e c’è molto meno da fare, anche i ritmi di lavoro sono decisamente più rilassati e si può vivere meglio anche quel paio di settimane in cui tutti gli altri sono in vacanza.

Idee
17/05/2019

Sono numerosi gli aspetti che entrano in gioco quando cerchiamo un lavoro o desideriamo una promozione all’interno dell’azienda in cui svolgiamo la nostra professione. Uno strumento che può senz’altro aiutarci nella progressione che vorremmo è il networking. In passato, abbiamo già affrontato la tematica fornendoti dei consigli su come svolgere le attività di networking con efficacia. Avevamo sottolineato quanto sia importante a volte – oltre alle competenze acquisite – conoscere personalmente qualcuno in grado di offrirci un aiuto concreto a livello lavorativo. Oggi, vogliamo affrontare un altro aspetto legato al networking e in particolare, come eseguirlo in base alle diverse fasi in cui ci troviamo nel nostro percorso professionale.
Perché differenziare il networking in funzione delle diverse fasi della carriera?
Ci potrà sembrare che il networking sia un’attività in cui si incontrano semplicemente persone con cui discutere del proprio percorso professionale. In realtà, non tutti i tipi di networking sono uguali. Oltre a modalità completamente diverse di svolgerlo, esistono anche approcci e tecniche diverse in base al risultato che si vorrebbe raggiungere. Dall’ottenere il primo lavoro fino a ricoprire ruoli di più elevato livello all’interno di un’organizzazione, il networking è una parte essenziale della carriera professionale e in ogni fase, deve possedere obiettivi diversi e di conseguenza, tecniche adatte. Ad esempio, la capacità di lavorare sodo per acquisire esperienza può essere una modalità appropriata all’inizio della nostra carriera ma non necessariamente ciò che ci consentirà di ottenere una promozione in una fase successiva. Per questo, il networking richiede una serie di abilità distinte. Vediamo quindi nel dettaglio quali sono per riuscire a padroneggiarle a dovere.
Il networking nei primi anni
Quando siamo alla ricerca del nostro primo impiego, è bene farlo sapere a quante più persone possibili. È importante crearsi una solida rete partendo dalle persone che conosciamo: amici, parenti, professori universitari, responsabili che ci hanno seguito nel corso di uno stage e così via. È inoltre cruciale che sappiano il percorso di studi che abbiamo seguito, il settore in cui vorremmo lavorare e la posizione ricercata in modo che se ne ricordino in successive conversazioni con terzi o qualora stiano scorrendo eventuali annunci di lavoro. Il fattore età può essere un altro importante aspetto da sottolineare. Spesso le aziende sono alla ricerca di nuove leve mosse da entusiasmo e a cui offrire formazione e crescita. È importante quindi sforzarsi per creare una rete estesa, facendosi conoscere e ponendo in risalto le caratteristiche per le quali potremmo offrire un contributo positivo a un’eventuale azienda.

Come ottenere una promozione con il networking
Sono ormai diversi anni che ricopriamo il ruolo per il quale siamo stati assunti. Abbiamo imparato molto, siamo cresciuti e ci sentiamo sicuri nello svolgere le attività di cui siamo responsabili. Desideriamo metterci in gioco, continuare a crescere e ottenere una posizione di maggior livello. In poche parole, siamo pronti a chiedere una promozione. Il networking rappresenta sempre un ottimo strumento per aumentare la propria visibilità. In fondo, sono sempre persone quelle che ti accorderanno una promozione e la comunicazione della tua volontà può già essere un’ottima tecnica in tal senso. Il tuo desiderio potrebbe essere esaudito già dopo una conversazione alla stampante laser! Il networking può anche aiutarti ad acquisire quelle competenze necessarie al ruolo che speri di ottenere. Ad esempio, puoi venire a conoscenza di corsi di formazione da seguire o di conferenze a cui partecipare per approfondire le tue competenze attingendo direttamente da esperti del settore. Inoltre, il networking è una tecnica in grado di sviluppare profondamente le soft skill, ossia quelle competenze trasversali necessarie nel mondo del lavoro al pari di quelle tecniche. Se vorresti, ad esempio, ricoprire una posizione da team leader, il networking può aiutarti a rafforzare l’abilità nel rapportarti con gli altri.
Il networking negli stadi avanzati della carriera
Anche qui, il networking è essenziale per comunicare il tuo desiderio di avanzamento. Ad esempio, potrebbe essere arrivato il momento di ricoprire un ruolo manageriale: in questo caso, è importante svolgere il networking anche con persone al di fuori dell’azienda, con addetti all’assunzione di personale con competenze di leadership e con persone influenti all’interno del tuo settore. Il networking è inoltre fondamentale qualora tu decida di voler metterti in proprio. Uno degli aspetti con cui fare i conti se si lavora in maniera indipendente è proprio l’isolamento che porta spesso a essere lontano da colleghi e potenziali opportunità. Il networking, in questo caso, non solo ci offre un ottimo strumento per creare una solida rete di persone con le quali confrontarci ma ci consente di far conoscere la nostra azienda o attività suscitando l’interesse di potenziali clienti.

L’importanza dell’interazione umana
In un’era sempre più focalizzata sull’intelligenza artificiale, l’interazione umana può veramente fare la differenza nel creare dei rapporti solidi che possano aiutarci nel percorso lavorativo che vorremmo crearci. Siamo inoltre in un’era sempre più social. Interagire con altre persone e potenziali clienti su piattaforme come LinkedIn può essere un ottimo modo per raggiungere i nostri obiettivi. Per cui, vale la pena uscire, farci conoscere e comunicare la nostra volontà perché come dice uno dei motti del networking, non si sa mai con chi potremmo trovarci a parlare!

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto spunti interessanti per applicare le tecniche di networking in base alle diverse fasi della tua carriera. Utilizzi il networking per l’avanzamento professionale? Raccontaci come sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.