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02/10/2020

Sempre più aziende e realtà professionali prestano attenzione all’impatto ambientale delle proprie attività, e tra i modi di ridurre il consumo di risorse naturali e l’immissione nell’ambiente di sostanze inquinanti c’è sicuramente la scelta di utilizzare, per le attività di stampa, per le fotocopie o per i fax, carta di tipo ecologico.

Tuttavia c’è ancora parecchia confusione sul mercato quando si tratta di identificare chiaramente cosa significa carta ecologica per stampanti e fotocopiatrici e quale sia la differenza tra la carta considerata ecologica e rispettosa dell’ambiente e la carta riciclata.

Per fare chiarezza bisogna partire da una distinzione preliminare: la carta riciclata è ottenuta dal riciclo di materiali cartacei e può essere sbiancata, e quindi di colore bianco puro, oppure no, e quindi di colore più scuro, tendente al marroncino o al grigiastro; la carta ecologica è invece prodotta attraverso l’uso di cellulosa, ottenuta da legno proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council: questa certificazione garantisce che la materia prima usata proviene da foreste dove sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Fatta questa prima grande distinzione, e prima di scegliere la carta più adatta per la stampante, ci sono poi da sfatare alcuni miti duri a morire.

Cominciamo dalla carta riciclata: ormai tutti i produttori di stampanti, fotocopiatrici e dispositivi multifunzione garantiscono che la carta riciclata è perfettamente compatibile con le loro macchine, e che quindi la carta riciclata non inceppa stampanti, fax e altri dispositivi; la carta riciclata è perfettamente equivalente alla carta bianca, quindi non impolvera, non si strappa più facilmente e non emana un odore sgradevole, come invece accadeva nel passato; la carta riciclata non è nemmeno più cara di quella bianca, anzi ormai si può risparmiare sui costi di stampa anche fino al 15% del proprio budget; è vero invece che la carta riciclata, a causa della lignina contenuta in alcuni tipi di carta che si ricicla (per esempio quella dei giornali), tende a ingiallire: si tratta di un processo che impega numerosi anni e che quindi non impatta sulle normali attività quotidiane di stampa e dell’uso di documenti cartacei.

Riguardo alla carta riciclata c’è poi da sottolineare come esistano sul mercato tipi di carta riciclata perfettamente bianca, ottenuti in tre modi: l’aggiunta di fibra di cellulosa vergine, che non può superare il 40% (e che per essere davvero ecologica deve provenire da forese certificate FSC); dei processi di sbiancamento che utilizzano cloro e altre sostanze chimiche (in questo secondo caso si tratta di carta riciclata ma non perfettamente ecologica); dei processi di sbiancamento che non utilizzano sostanze chimica ma preparati a base di ossigeno.

C’è poi la carta cosiddetta 100% ecologica: si tratta di carta non solo proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council, o PEFC, ma anche sbiancata senza l’uso di cloro o sostanze chimiche ma solo attraverso i preparati a base di ossigeno. Per chiarezza bisogna dire che anche per la carta 100% ecologica rimane il problema dell’utilizzo di ingenti quantità di acqua ed energia.

Alla fine come fare a districarsi negli acquisti di carta ecologica per stampanti, fotocopiatrici e multifunzione? Imparando a riconoscere i marchi di riferimento e certificazione FSC, PEFC ed EU EcoLabel.

Idee
01/10/2020

Quasi non ce lo ricordiamo più il lavoro pre-COVID. Almeno per chi è stato costretto a casa dal lockdown, in smart working o remote working che sia. Certo ci sono state anche delle conseguenze positive, dal minor tempo perso per il tragitto casa-lavoro ai conseguenti minori costi di una giornata lavorativa fuori casa. Ma ci sono anche delle cose che ci mancano del lavoro pre-COVID, cose delle quali forse non ci eravamo mai resi conto fino al momento in cui ci sono state sottratte improvvisamente. E sono almeno queste 5.

1. Le riunioni face-to-face

Belle le videocall, senza dubbio. O forse più comode che belle. Anche se poi non è proprio la stessa cosa, rimanere concentrati e presenti è ancora più difficile, la connessione ballerina ci fa perdere pezzi di comunicazione, i rumori di fondo disturbano la comunicazione, per non parlare di quello che succede in casa in quel momento. Quindi sì, ok, le videocall, ma quanto ci mancano le care, vecchie riunioni in sala riunioni, tutti intorno al tavolo, a parlare guardandosi negli occhi?

2. Le chiacchiere con i colleghi

Per carità, non saranno mai amici e amiche. In fondo restano sempre e solo colleghi. Però ci si passa 8 ore al giorno, se non più, fianco a fianco, e alla fine si socializza, si diventa qualcosa di più di due “vicini di posto” e si fanno anche delle chiacchiere: la scuola dei figli, la squadra del cuore, qualche consiglio di investimenti o spese da fare, un pettegolezzo se non di più, con il vantaggio che essendo colleghi/e ci si può anche lasciar andare a qualche confidenza che agli amici forse non si farebbe.

3. Il caffè alla macchinetta

Oddio, non è e non sarà mai buono come quello del bar, però anche il caffè alla macchina ha un modo tutto suo per essere buono, buono al punto tale che ci manca davvero. Alzarsi dalla propria sedia, un gesto al/la collega, 3′ di relax a spezzare il ritmo del lavoro quotidiano. Sì, indubbiamente la pausa caffè alla macchinetta ci manca.

4. Il dress-code

Bello lavorare in tuta, con la barba lunga o i capelli scarmigliati. La prima settimana, forse. Poi diciamo la verità, anche vestirsi da ufficio ha un suo fascino che ora ci manca. Perché in fondo anche la “divisa da lavoro” dice molto di chi e cosa siamo.

5. Collaborare spalla a spalla

Sì, ci sono infiniti tool di collaborazione online. Ma quella cosa di alzarsi dalla propria sedia da ufficio, andare dal/la collega e lavorare assieme è qualcosa che va oltre il lavoro. Collaborare è qualcosa di antropologico, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, e che in fondo fa parte del nostro essere “animali sociali”.

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30/09/2020

Ai ventenni di oggi interessano lavoro e ambiente. Lavoro nel senso di libertà e flessibilità, oltre che opportunità di crescere e imparare, e ambiente nel senso di azioni concrete che ciascuno può fare ogni giorno per tutelare il nostro pianeta. È il ritratto, neanche troppo sorprendente, della Generazione Z, che emerge da una indagine condotta da McDonald’s (che di ventenni se ne intende, visto che sono 1/3 della sua clientela) e Annalect. La cosa che invece sorprenderà i loro padri, Generazione X o Boomers che siano, è che lo stipendio non è al primo posto tra le priorità nella ricerca di un impiego. Un dato di cui devono tener conto i recruiter nel momento in cui cercano di attirare talenti per la propria azienda.
Ma cosa desiderano e cercano davvero i ventenni di oggi? Prima di tutto il lavoro (86% degli intervistati), poi la tutela dell’ambiente (84%) parità di genere (74%) e inclusione/accettazione delle diversità (71%). Solo il 32% invece desidera l’indipendenza economica. E solo 1 su 4 avere una famiglia felice (28%) e viaggiare (25%).
E riguardo al lavoro quali sono le priorità della Generazione Z? Possibilità di crescita personale e professionale (83%), work-life balance (80%) possibilità di esprimere sé stessi e la propria identità (75%). Lo stipendio, nel senso di ottimo stipendio, interessa sì, ma con il 75% degli intervistati solo a 3 su 4.
Relativamente all’ambiente infine, secondo caposaldo della generazione dei ventenni, l’83% è attento alla raccolta differenziata, il 51% all’acquisto di prodotti riciclati, e il 50% evita il più possibile la plastica monouso, anche a costo di rinunciare al prodotto di un marchio non attento al tema ambientale (45%).

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25/09/2020

Matite che segnano la pagina, matite che non scrivono, matite a cui si rompono le punte: scegliere la matita adatta all’uso quotidiano che se ne deve fare non è così semplice come potrebbe sembrare. E allora ecco una piccola guida per aiutare l’acquisto di matite in legno e portamine con la giusta gradazione, durezza e tatto.

Intanto occorre sapere che gradazione e durezza della mina sono indicate da una lettera o da un numero inciso sulla matita o segnalato sul portamine, e sono queste lettere e questi numeri a determinare le differenze nel tratto. Tratto che per una matita standard può essere lungo anche 56km (o una quantità media di 45mila parole, virgola più, virgola meno).

Le due scale di gradazione delle matite sono quella britannica, in lettere, e quella americana in numeri. Tuttavia fu un francese, Nicolas-Jacques Conté, a inventare la scala di gradazione e a formalizzarla (oltre che a fondare l’omonimo marchio di matite e pastelli). Conté usava i numeri ripresi dagli americani, che per questioni di brevetto si moltiplicarono in una serie di frazionamenti tutti però equivalenti (4/8 e 5/10 son sempre 2).

La scala numerica americana è approssimativamente equivalente a quella inglese, che parte dalle lettere H (hard, duro) e B (black, nero) per trovare gradazioni intermedie e ulteriori: HHH è una matita particolarmente dura, BBB particolarmente morbida, HB è una via di mezzo simile alla F, che sta per fine point, punto giusto, durezza ideale.

Quindi per scegliere la matita giusta per le proprie necessità di scrittura, bisogna partire dall’uso che se ne fa e dal modo in cui le si utilizza: se si calca molto e si ha un tratto pesante, sarà meglio prendere una matita con diametro 0.9 e morbida; se si scrivono appunti veloci o schizzi a disegno, meglio una punta sottile e dura; per schizzi veloci e sfumati sono ideali quelle con punta morbida e tratto più scuro, mentre per disegni di precisione quelle con punta dura e tratto più chiaro.

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23/09/2020

Per lo Smart Working, dal 15 ottobre le cose cambiano. O almeno dovrebbero cambiare se varrà confermata la fine dello stato di emergenza per il Coronavirus. La storia la conosciamo: di colpo, con il lockdown di marzo, le aziende e i lavoratori si sono ritrovati costretti a lavorare da casa, in modalità smart, agile o semplicemente da remoto che fosse. Sono stati giorni convulsi, con regole e leggi per lo smart woking semplificato che hanno dovuto rincorrere l’emergenza. Ma quella che abbiamo vissuto non è la normalità dello smart working, che non può essere imposto ma, come previsto dalla legge 81/2017, deve prevedere anche degli accordi individuali tra azienda e lavoratore. E così, quello che doveva essere un percorso di nuove flessibilità e modalità organizzative, al fine di conciliare esigenze produttive e personali, è diventato obbligo finalizzato alla tutela della salute delle persone e a garanzia della continuità aziendale.

Ma se, a meno di deroghe, lo stato di emergenza decadrà il 15 ottobre, allora aziende e lavoratori torneranno in uno stato di cose normale e le attivazioni dello smart working nel settore privato dovranno prevedere un accordo firmato dal singolo lavoratore che stabilisce le modalità operative del lavoro fuori dagli spazi aziendali, gli strumenti che si possono utilizzare, i tempi di riposo e quelli del cosiddetto diritto alla disconnessione. Oltre a una serie di obblighi da parte delle aziende nelle comunicazioni a Inail e Ministero del Lavoro.

C’è poi il tema del diritto allo smart working per i lavoratori genitori con almeno 1 figlio minore di 14 anni, a condizione che in famiglia non ci siano genitori non lavoratori o genitori che ricevono sostegno al reddito a causa della cessazione della propria attività.

Insomma, se dal 15 ottobre il Governo decreterà finito lo stato di emergenza lo smart working tornerà a essere una opportunità per conciliare l’equilibrio tra lavoro e vita personale e una opportunità per le aziende di riorganizzare le proprie attività all’insegna del miglioramento della produttività e della riduzione dei costi di gestione aziendali.

Notizie
18/09/2020

Se c’è un prodotto da ufficio che è usato ogni giorno da milioni di persone in ogni angolo di mondo sono i Post-it. Anzi, i Post-it sono tra i 5 prodotti per ufficio più venduti in tutto il mondo, ma quello che forse non tutti sanno è che la loro invenzione è avvenuta per caso. Sì, per caso se non proprio per errore, ed è solo grazie a una serie di coincidenze fortuite che oggi i blocchetti adesivi di carta colorata si trovano praticamente su ogni scrivania.

Il loro inventore, Spencer Silver, dipendente della 3M, stava in realtà cercando di creare un adesivo super forte da utilizzare nell’industria aeronautica quando invece si trovò tra le mani questa colla debolissima, che però aveva un paio di aspetti davvero vantaggiosi: il primo è che, una volta attaccato alla superficie, può essere rimosso senza lasciare residui; il secondo è che l’adesivo poteva essere riutilizzato, ovvero attaccato e staccato più volte come accade ancora oggi ogni giorno.

Ma alla 3M non si resero affatto conto di avere tra le mani un prodotto in grado di fare il botto di vendite. Anzi, il management lo considerò un errore di percorso e i Post-it (o ciò che erano al tempo) rimasero parcheggiati per almeno 5 anni: solo nel 1973 un nuovo manager di laboratorio cercò di tirarne fuori un vero e proprio prodotto, che divenne tale solo quando un altro dipendente della 3M che cantava nel coro di una chiesa e aveva il problema dei segnalibri che cadevano continuamente dagli spartiti non intuì che quell’adesivo poteva fare al caso suo.

Ma – perché c’è sempre un ma in ogni storia interessante – ancora una volta non tutti capirono le potenzialità del prodotto. E infatti il primo test di vendita e marketing fu un mezzo fiasco, e i Post-it finirono parcheggiati un’altra volta per altri 4 anni finché non venne organizzata una primitiva campagna di guerrilla marketing che ebbe un successo incredibile e convinse finalmente il management della 3M a mettere in piedi le linee di produzione per invadere il mercato degli ormai ben noti fogliettini gialli adesivi.

E a questo proposito, anche il fatto che il colore originale sia il giallo è dovuto al puro caso: quando infatti Spencer Silver e gli altri che lavoravano all’adesivo ebbero bisogno di carta per fare i loro test, nel magazzino ce n’era solo di colore giallo, e così rimase che i primi, originali Post-it furono di colore giallo. Oggi in vendita ce ne sono di quasi ogni colore, forma e funzione, come dimostra l’opera d’arte di R.B. Kitaj fatta di Post-it che nel 2000 è stata venduta alla cifra di 1000 dollari o l’ufficio trasformato in un livello di Super Mario con 6223 fogliettini colorati.

Ma soprattutto, se volete scoprire come usare davvero i Post-It, trovate tutto spiegato qui.

Idee
17/09/2020

Esiste il segreto della felicità, e l’hanno scoperto gli scienziati della felicità, veri e propri ricercatori all’incrocio tra discipline storiche e consolidate come la psicologia, l’economia e la sociologia, e nuovi campi di ricerca come le neuroscienze, la metamedicina e la fisica quantistica. E gli scienziati della felicità hanno trovato la pietra filosofale della loro ricerca, ovvero ciò che hanno in comune tutte le persone che si dichiarano felici. In parte dipende dal nostro controllo, parte è tutta genetica, e parte purtroppo da fattori esterni che non sono sotto il controllo individuale. Per cui no, la risposta non è univoca, non sono né solo i soldi né solo l’amore, ma ben 9 cose che rappresentano il vero segreto della felicità.

1. Forti relazioni personali
Gli anziani più felici sono quelli che nel tempo hanno coltivato forti relazioni personali che continuano anche nella terza età.

2. Avere tempo (più che soldi)
Davanti al dilemma se avere più tempo o più soldi a disposizione le persone che si dichiarano felici scelgono sempre il tempo.

3. Non avere problemi economici
Lapalissiamo, ma ha senso: c’è un livello di salario oltre il quale il benessere non aumenta progressivamente alla felicità. E quel livello è stao stimato per gli USA in 75.000 dollari / anno. Abbastanza per vivere agiatamente ma non tale da creare l’ossessione per il denaro.

4. Essere gentili
Le persone gentili, che donano il proprio tempo gratuitamente agli altri, dai piccoli favori al volontariato, sono sempre, invariabilmente, felici.

5. Una vita attiva e sportiva
Sarà la serotonina, sarà l’autostima, sarà il benessere fisico, ma chi si ritaglia del tempo per fare un ’bout di sport o rimanere almeno attivo si dichiara anche sempre felice.

6. Comprare esperienze, non oggetti
Chi spende i propri soldi (vedi punto 3) in esperienze anziché in oggetti si dichiara sempre felice. Più felice per un viaggio che per l’auto nuova. Ma ci sono anche degli oggetti – come i libri, o l’attrezzatura sportiva – che danno gioia perché permettono di fare esperienze (e non costano necessariamente come un’auto)

7. Rallentare e meditare

La vita frenetica è nemica della felicità (o forse ne è una forma illusoria ed effimera). È la capacità di rallentare, meditare e godere dei piccoli dettagli della vita (un profumo, un sapore, uno scorcio) a caratterizzare chi si dichiara sempre, incondizionatamente, felice.

Idee
16/09/2020

Ora che la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus sembra terminata e molte aziende e attività stanno cercando di tornare ai ritmi pre-COVID, c’è una questione in più da affrontare: se ritornare tutti in presenza in ufficio, con le limitazioni imposte dal fatto che la pandemia non è finita e il contagio è sempre possibile, rimanere al 100% in modalità da remoto, oppure adottare una forma mista, parte in presenza e parte da remoto, come hanno deciso di fare anche molte scuole in tutta Italia.
Ma soprattutto, passata la fase emergenziale, molte aziende e attività stanno cercando di inquadrare meglio le differenze tra Smart Working e Telelavoro. Considerando che ciò che è stato fatto da marzo all’estate, con il blocco improvviso, i divieti alla circolazione, le limitazioni all’accesso alle strutture aziendali, non è stato ragionevolmente né Smart né Telelavoro.
A passare sopra a tutte le implicazioni contrattuali e gerarchiche ci aveva pensato il DPCM del 26 aprile 2020, che di fatto imponeva il ricorso alle modalità di lavoro da remoto per chiunque fosse in grado di farlo. Ma tra Smart Working e Telelavoro ci sono profonde differenze, non solo contrattuali ma anche organizzative, comunicative e relazionali.
Il Telelavoro esiste da molto tempo in Italia, l’ultimo inquadramento di legge è quello del 2004, c’è un contratto nazionale e precisi vincoli sia da parte dell’azienda che da parte del lavoratore: la separazione tra attività lavorativa e famigliare o personale, obbligo di controlli e verifiche da parte del datore di lavoro, obbligo di riposo per il lavoratore (almeno 11 ore al giorno, e sicuramente dalle 24 alle 5 del mattino) e verifiche sulla sicurezza per il dipendente e l’apparecchiatura. In pratica è come il lavoro in presenza, solo che svolto in altra sede.
Lo smart working è tutta un’altra cosa. Anche il lavoro ha alcuni vincoli “contrattuali” (per esempio a parità di mansione deve corrispondere parità di trattamento economico) ma cadono tutti i vincoli di subordinazione. Non c’è un orario preciso di lavoro né un luogo preciso in cui svolgerlo e l’unico rapporto è quello che prevede il raggiungimento degli obiettivi aziendali. In pratica, dato un compito o un obiettivo, lo spazio e il tempo sono autodeterminati, nel bene e nel male.
È allora evidente che lo Smart Working è di fatto un nuovo paradigma di lavoro che mette al centro le competenze del lavoratore, la sua responsabilità nei confronti dell’azienda, e da parte del datore di lavoro un nuovo patto di fiducia legata ai risultati e non alla presenza o all’orario.
Ovviamente uno switch di paradigma così profondo, importante e per certi versi rivoluzionario non poteva avvenire di colpo nei giorni tumultuosi del lockdown. Ma è altrettanto evidente che ora, con le diverse modalità di lavoro che la ripartenza ci impone, e la necessaria flessibilità con cui dovremo reagire ai picchi e cali del contagio, anche le aziende, e con esse i lavoratori, dovranno capire se per i propri obiettivi e la propria organizzazione sarà meglio un normale telelavoro o una vera e propria modalità smart e agile.

Idee
11/09/2020

È appena stata lanciata una petizione su Change.org dal titolo che lascia pochi dubbi: “Promuoviamo la bellezza della scrittura a mano”. Scrittura a mano, con penne o matite, su fogli e supporti di carta, ma soprattutto scrittura a mano nel senso di tornare a scrivere in corsivo. E non è un fatto nostalgico ma, come stanno facendo notare sempre più pedagogisti, psicologi dell’età evolutiva e insegnanti, scrivere a mano in corsivo è vitale per lo sviluppo cognitivo dei nostri ragazzi.
Abbiamo scritto a mano per migliaia di anni, dagli antichi sumeri fino a pochi decenni fa, quando ancora a scuola c’era l’ora di calligrafia. Poi i tempi sono cambiati, la scrittura elegante, chiara e comprensibile in corsivo, eseguita con la penna stilografica, è stata messa in soffitta, dimenticata come un orpello superfluo, e in più è arrivato anche il mondo digitale, che ha spazzato via le lettere e le cartoline scritte a mano ma anche buona parte della didattica a scuola. Il lockdown, con la DAD, la didattica a distanza, potrebbe essere il colpo fatale allo scrivere a mano.
Eppure, dai promotori della petizione – l’archeologo e scrittore Carlo Di Clemente insieme al blogger Stefano Molini – a numerosi pedagogisti, psicologi e insegnanti, si alza il grido d’allarme: scrivere bene a mano, in corsivo, non è solo una questione formale ed estetica ma riguarda lo sviluppo cognitivo.
Scrivere a mano in corsivo è un gesto elegante, fluido, continuo e coerente che mette in forma grafica i pensieri, e il tempo necessario a dare forma grafica alle lettere e ai collegamenti che formano le parole è il tempo necessario allo sviluppo del pensiero, alla creazione delle connessioni cerebrali che, pezzettino dopo pezzettino, costituiscono la lunga strada dello sviluppo cognitivo dei bambini.

Come dichiara il pedagogista Daniele Novara a La Stampa:
La scrittura a mano. Non è un optional, rispetto a quella digitale, ma esattamente l’opposto. Non c’è nulla che possa prendere il suo posto per lo sviluppo di quelle capacità neuromotorie di cui i bambini di oggi hanno estremo bisogno. La scuola dovrebbe evitare di far leggere o scrivere i ragazzi su supporti digitali anche perché studi scientifici hanno ampiamente dimostrato come nei primi anni di vita, l’accesso a pc, tablet e smartphone preclude la connessione neuro-cerebrale tra pensiero e manualità creando ritardi nello sviluppo del linguaggio, parlato e scritto.
In Inghilterra hanno reintrodotto la penna stilografica, in Francia il dettato, e in Italia si riscontrano sempre più casi di disturbo dell’apprendimento, come dichiara lo psicoterapeuta dell’età evolutiva Federico Bianchi di Castelbianco:
La perdita del corsivo è alla base di molti Disturbi dell’Apprendimento segnalati dagli insegnanti della scuola primaria e che rendono difficile tutto il percorso scolastico. Scrivere in corsivo vuol dire tradurre il pensiero in parole, in unità semantiche, mentre scrivere in stampatello vuol dire invece sezionarlo in lettere, spezzettarlo, negare il tempo e il respiro della frase
Scrivere a mano significa pensare con il giusto tempo a quello che si sta scrivendo, a quello che si vuole dire, ed è un gesto funzionale alla crescita personale, cognitiva e psicologica. Per questo bisognerebbe tornare a scrivere in corsivo, soprattutto a scuola.