Idee
04/03/2019

Un licenziamento – collettivo o individuale – è sempre un momento molto traumatico nella vita professionale di una persona: oltre agli innegabili problemi pratici che comporta, ci sono tantissime ripercussioni psicologiche di cui tener conto. Panico, rabbia, sconforto, sfiducia, depressione, ansia sono solo alcuni dei sentimenti che si possono far strada nella propria mente dopo un licenziamento e che possono portare a gesti e azioni controproducenti per sé e per le possibilità di trovare un altro lavoro nel futuro. Ora, anche considerando un periodo più o meno breve di pianto e rabbia – perché sfogarsi è legittimo e anche catartico – ci sono alcune cose da non fare dopo aver ricevuto la notizia del proprio licenziamento. Perché per quanto sia difficile vedere qualcosa di positivo in quella situazione, bisogna evitare che le cose possano andare ancora peggio.
Cosa non fare dopo un licenziamento
La prima cosa da non fare dopo un licenziamento è pensare necessariamente che questo ci riguardi come persona: ci sono logiche, nelle aziende, che vanno oltre e sopra le persone. Quindi sangue freddo, analisi lucida ed evitare di fare anche una sola delle seguenti azioni davvero controproducenti.
Sfogarsi sui social
Sfogarsi è legittimo e anche salutare, ma farlo sui social può essere davvero controproducente. Se proprio vuoi scrivere qualcosa, scrivi una lunga lettera, in cui elenchi tutti i tuoi motivi di rabbia, e poi stracciala o bruciala, ma non postare nulla su Facebook e simili: ormai le risorse umane e i datori di lavoro guardano i social dei loro dipendenti, e più che toglierti i sassolini dalle scarpe rischieresti di metterti in cattiva luce con il potenziale, nuovo datore di lavoro.
Perdere il controllo in azienda
Il licenziamento è un boccone amaro da digerire ma perdere il controllo con il proprio responsabile, con l’amministratore delegato, con il titolare o con le risorse umane è una pessima idea: non ti aiuta a stare meglio, non risolve la situazione e ti porta solo a farti nuovi nemici. E invece anche il tuo ex datore di lavoro che ti ha appena licenziato può diventarti utile: serve avere la lucidità di gestire con freddezza la situazione e chiedere una lettera di referenze prima di andarsene (se non al titolare, almeno al proprio responsabile). Anche i colleghi possono essere utili: per chiedere contatti, per fare networking, o chissà, un giorno, per lavorare di nuovo con loro in una veste diversa, magari di cliente o di fornitore.
Chiudersi in casa
Non c’è niente di cui vergognarsi e non c’è nulla da nascondere: chiudersi in casa per non far vedere di essere a casa dal lavoro può solo portare a qualche forma di isolamento e depressione. Anzi, è proprio davanti ai colpi bassi della vita che servono le persone care, gli amici, i parenti, e le reti sociali.
Mentire
Vedi sopra, di cui questo punto è la conseguenza: anche se sei a casa perché hai perso il lavoro e non perché sei in vacanza, non mentire. E non mentire nemmeno nei colloqui che sosterrai per trovare un altro lavoro: il mondo è piccolo, la verità emerge sempre, e la cosa più giusta da fare è raccontare sinceramente la propria versione dei fatti, in maniera piana e oggettiva.
Firmare qualunque cosa
Ecco, in un processo di licenziamento ci sono anche parecchi documenti da firmare: non fatelo subito, così di getto e in preda alla rabbia. Avete tutto il diritto di leggerli con calma, farli leggere a un esperto in diritto di lavoro, a un legale o ai sindacati, e quindi no, non firmate nulla sulla scia dell’emotività.
Buttarsi subito alla ricerca di un nuovo lavoro
Sì, certo, è il primo pensiero di chiunque, per ovvi motivi pratici e psicologici. Ma non è una buona idea: prima è meglio lasciar sedimentare l’emotività, guardarsi all’interno, pensare alla propria carriera, a ciò che si sa fare e a ciò che si vorrebbe fare, a dove e come si sarebbe felici e realizzati dal punto di vista professionale. Può bastare anche qualche giorno, una settimana di tempo, per pensare a se stessi dal punto di vista professionale: il tempo è davvero soggettivo ma prenderselo per uscire dalla tempesta emotiva e razionalizzare il proprio percorso professionale è, paradossalmente, un lusso che raramente capita nella vita.

Ufficio
28/02/2019

Il colloquio di lavoro è sicuramente essenziale per farci ottenere il posto che tanto desideriamo. Abbiamo visto in passato come prepararsi per affrontarlo al meglio; oggi vogliamo toccare un punto in particolare di un colloquio di lavoro in corso: le domande da chiedere. Ovviamente molte delle domande saranno poste dall’esaminatore ma, generalmente verso la fine, viene sempre riservato qualche minuto perché sia il candidato a porre le proprie. Il colloquio andrebbe infatti inteso come una conversazione a due vie dove l’esaminatore può comprendere se quel candidato è ideale per l’azienda ma è anche l’occasione per chi è oggetto del colloquio di capire se l’azienda fa al caso suo. Inoltre, riuscire a porre le domande giuste fa una buona impressione e dimostra interesse. Non aver paura di prendere appunti, magari anche su alcuni fogli di carta per fotocopie: anche questo è un aspetto a favore del tuo interesse. Ma quali sono le domande migliori da chiedere al nostro esaminatore? Vediamole insieme!
Quali sono le responsabilità giornaliere previste da questo ruolo?
Per prima cosa, consigliamo di evitare domande chiuse che prevedano solamente un Sì o un No di risposta. La domanda aperta favorisce infatti la conversazione ed è un buon modo per ricevere un’analisi più approfondita da parte dell’esaminatore. Sicuramente, una delle domande che dovresti porre è farti spiegare le tipiche mansioni previste dal ruolo che ipoteticamente andrai a ricoprire. Ciò denota un reale interesse nella posizione, oltre a offrirti l’occasione per carpire quante più informazioni possibili sul ruolo. In tal modo, potrai anche visualizzarti a copertura del posto e decidere se fa al caso tuo e se si abbina bene alle tue competenze e conoscenze. Apprenderai inoltre le caratteristiche fondamentali che deve possedere chi ricopre quel ruolo e sarai più propenso e pronto ad affrontare l’eventuale formazione che ti spetterà all’inizio dell’incarico. Potresti inoltre scoprire se vi è possibilità di progredire e come il ruolo si è evoluto nel corso del tempo per avere una panoramica più dettagliata della cultura aziendale.
Dal Suo punto di vista, come si trova a lavorare in questa azienda?
Una domanda un po’ più diretta per individuare punti in comune con l’esaminatore – aspetto anch’esso fondamentale per superare un colloquio di lavoro – riguarda il background e il parere personale su come l’esaminatore si trova all’interno dell’azienda. Oltre che per creare un maggior legame, sarà anche un’opportunità per ricevere un’opinione proveniente direttamente dall’interno dell’azienda. Una domanda semplice che può fare emergere moltissimi indicatori sulla cultura aziendale e sull’organizzazione stessa. Può inoltre essere un modo per comunicare il tuo desiderio di lavorare in un ambiente positivo dove poter tirare fuori il meglio di te stesso.

A chi dovrei riferire e com’è strutturato il mio team?
Con questa domanda mostrerai attenzione verso il lavoro di squadra e volontà nel capire come il team si inserisce nella cultura aziendale. Riceverai maggiori dettagli su quali saranno i principali reparti con cui ti interfaccerai, oltre ad avere una prima introduzione dei colleghi con i quali sarai a più stretto e diretto contatto. Rappresenta inoltre un’ottima occasione per comprendere come le mansioni siano distribuite all’interno del team e come venga valutato il rendimento individuale. Se il colloquio è andato bene, l’esaminatore potrebbe anche presentarti il team, offrendoti una panoramica dei principali reparti con un tour dell’azienda.
Quali sono le maggiori opportunità e sfide per l’azienda in questo momento?
Questa domanda ti consentirà di approfondire ciò che in teoria dovresti aver già letto sul sito dell’azienda in preparazione al colloquio. Un sito però è generalmente ideato per promuovere un’organizzazione e raramente potrà offrire un’idea a tutto tondo. Con questa domanda potrai invece scoprire gli ultimi successi aziendali e avere un’idea della vision e degli obiettivi strategici per il futuro; in tal modo, mostrerai di essere una persona attenta e desiderosa di cogliere le opportunità. Se hai letto qualche recente sviluppo come il lancio di un nuovo prodotto, questo è il momento ideale per dimostrare di aver svolto un’approfondita ricerca in vista del colloquio. Essere al corrente delle maggiori problematiche che l’azienda sta affrontando al momento, ti darà invece l’opportunità di individuare modi per risolverle e spiegare come le tue competenze possano essere di aiuto.

Quali sono le opportunità di formazione a disposizione dei dipendenti?
Questa è una domanda basilare ma molto importante, non solo per capire se in quell’azienda è possibile progredire ma anche per dimostrare il tuo interesse verso l’acquisizione di nuove competenze – aspetto che sarà a tuo vantaggio ma che si rifletterà ovviamente anche sull’azienda. Per la crescita professionale è essenziale avere accesso a un’adeguata formazione, indipendentemente dal ruolo o dalla fase in cui ti trovi a livello di carriera lavorativa. Per terminare il colloquio, puoi chiedere infine quali saranno le fasi successive della procedura di assunzione e quali passaggi devono essere completati perché l’azienda sia pronta a formulare un’offerta di lavoro.

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Speriamo che questo articolo ti possa aiutare a superare il tuo prossimo colloquio di lavoro offrendoti qualche spunto per formulare le domande migliori al tuo esaminatore. Ne hai già qualcuna che poni a ogni colloquio che affronti? Condividile con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
27/02/2019

“Le donne devono fare qualunque cosa due volte meglio degli uomini, per essere giudicate brave la metà. Per fortuna non è difficile”: l’ha detto Charlotte Whitton, femminista e primo sindaco donna di Ottawa, una delle più grandi città del Canada, tra il 1951 e il 1956 e poi ancora tra il 1960 e il 1964. Se era vero nel Canada degli anni Cinquanta e Sessanta, è tuttora vero in praticamente tutto il mondo, in particolare se si considera il ruolo delle donne nelle posizioni di vertice in politica e nell’economia (per esempio in Italia solo il 22% dei manager è donna, con una perdita del 4% di salario a ogni maternità) o la discriminazione salariale per cui, secondo stime Onu, le donne a parità di posizione guadagnano in media il 23% degli uomini.

Tuttavia ci sono donne che riescono a infrangere il muro del potere maschile nelle professioni, nell’economia, nelle arti e anche in ambiti finora considerati prettamente, prevalentemente o esclusivamente maschili: ce la fanno per la loro intelligenza, per la loro forza, per la loro tenacia e per la loro bravura, tutte qualità che non dovrebbero riguardare il genere ma che, ancora come al tempo di Charlotte Whitton, le donne devono dimostrare di più e meglio degli uomini.

Ed è proprio da queste 8 donne che è possibile trarre ispirazione anche, se non soprattutto, in giorni speciali come l’8 marzo.
Marie Curie
L’unica donna, tra i 4 vincitori di due premi Nobel e, con Linus Pauling, l’unica ad averlo vinto in due discipline diverse, la fisica e la chimica. Il tutto nascendo in una regione, la Polonia russa, in un epoca in cui alle donne erano preclusi gli studi superiori: con il marito si trasferì a Parigi, dove si laureò in chimica e matematica alla Sorbona, università nella quale divenne la prima donna docente della storia, nella cattedra di fisica generale. Tra le sue frasi più dense di significato, quella che dice: “Nessuna vive una vita facile, ma tutte devono perseverare ed avere fiducia in sé stesse. Dobbiamo credere di avere il talento per fare qualcosa in particolare, e scoprire di cosa si tratta.”
Margaret Thatcher
La Lady di Ferro, soprannome poco femminile e molto autoritario, è stata la prima donna (e l’unica fino all’attuale Theresa May) a ricoprire la carica di Primo Ministro del Regno Unito: nata in un sobborgo di Londra da genitori piccoli commercianti alimentari, ha coltivato l’attività politica fin dagli anni degli studi in chimica, promuovendo quel mix di liberalismo economico e conservatorismo sociale (benché sia stata tra i pochi conservatori a votare per la depenalizzazione dell’omosessualità e dell’aborto) divenuto poi celebre, nei suoi anni di governo dal 1979 al 1990, come tatcherismo. Era solita dire che “se qualcosa dev’essere detto, fallo dire ad un uomo; se qualcosa dev’essere fatto, fallo fare ad una donna.”
Oprah Winfrey
Oprah Winfrey, soprannominata negli USA “la regina di tutti i media”, è una delle donne più ricche, potenti e influenti del mondo nonché autentica icona del woman power: figlia di un minatore e di una casalinga, abbandonata da bambina, cresciuta con la nonna in una fattoria del Mississippi, Stato in cui negli anni Sessanta vigeva ancora una severissima segregazione razziale, ha saputo conseguire una laurea in comunicazione e poi affermarsi nel mondo dei media americani grazie al talento, alla personalità e alle capacità comunicative. Imprenditrice, attrice, conduttrice Tv e filantropa, probabilmente la donna che più di ogni altra si è impegnata per gli altri nella storia degli States, Oprah Winfrey è amatissima in America anche per aver saputo negli anni superare le barriere del razzismo, del sessismo e del fat-shaming seguendo i principi di una delle sue frasi più dense di significato: “Sono stata educata a pensare che il modo migliore per sconfiggere il razzismo ed il sessismo sia dimostrare le proprie capacità. È proprio questo il concetto secondo cui lavoro ogni giorno.”

Coco Chanel
Non solo un’icona della moda e creatrice di uno stile inconfondibile, ma anche la personalità che più di ogni altra ha incarnato il nuovo modello femminile della contemporaneità, quello di una donna che lavora, che è dinamica e indipendente e che si affranca dai vincoli della società, anche quello dell’abbigliamento costrittivo tipico della Belle Époque. Il tutto partendo dalla condizione di figlia di un venditore ambulante, di orfana e di adottata in un orfanotrofio.
Anita Roddick
Il nome, la mente, la personalità e la donna dietro a The Body Shop, una delle più fortunate catene di cosmetici al mondo. Eppure Anita Roddick a quell’impresa ci è arrivata un ’bout per caso, avendo fatto prima l’insegnante, la cameriera e l’impiegata: The Body Shop nacque come piccolo negozio di quartiere all’insegna dell’impatto zero, fino a diventare un impero da oltre 2000 punti vendita e 77 milioni di clienti in 51 paesi del mondo. Quando Anita Roddick è morta nel 2007 a causa dell’epatite C ha lasciato tutta la sua eredità, 51 milioni di sterline, alla Roddick Foundation attiva ancora oggi nella difesa dei diritti umani.
Samantha Cristoforetti
La prima donna italiana nello spazio, astronauta europea e donna con la più lunga permanenza nello spazio in un singolo volo (199 giorni, il secondo record superato nel 2017 dalla statunitense Peggy Whitson), Samantha Cristoforetti ha saputo non solo affermarsi in un mondo ancora fortemente maschile grazie alle sue indiscusse capacità e competenze ma anche bucare lo schermo e comunicare il fascino dell’Universo a una vastissima platea (per esempio con una memorabile intervista dallo spazio durante un Festival di Sanremo) fino al punto da indurre la Mattel a dedicarle una bambola Barbie al fine di dare alle bambine un modello femminile positivo a cui ispirarsi.
Sheryl Sandberg
Sheryl Sandberg è Chief Operating Officer di Facebook, cioè una delle poche donne al vertice di una delle tech company della Silicon Valley. Ma non è tanto il suo ruolo professionale a farla entrare di diritto nel novero delle donne da cui trarre ispirazione: è lei infatti ad aver creato il circuito Lean In, nato dal libro “Facciamoci avanti. Le donne, il lavoro e la voglia di riuscire”, dedicato appunto alle donne come invito e sprone ad alzare la mano e farsi avanti, nella vita e nel business. Del libro è anche la frase simbolo: “in un mondo equo le donne governerebbero metà dei Paesi e delle aziende; gli uomini metà delle nostre case”.

Bebe Vio
Una ragazza di poco più di 20 anni che fin da bambina ha saputo tramutare una tragedia in una storia di riscatto, esempio e ispirazione: Bebe Vio aveva appena 11 anni quando fu colpita da una meningite fulminante che la portò alla necrosi e amputazione di tutti e 4 gli arti e a una lunga degenza in ospedale. Chiunque si sarebbe arreso al destino e invece Bebe, poco dopo, ha ripreso a praticare la scherma, la sua grande passione fin da bambina, fino a diventare campionessa paralimpica, mondiale ed europea di fioretto individuale. Ma non sono soltanto le vittorie sportive, e i conseguenti riconoscimenti come quello del ruolo di portabandiera alla Paralimpiade di Rio 2016, a farne una donna fonte di ispirazione: Bebe è stata infatti scelta fra i cinque testimonial mondiali, uno per ogni continente, della campagna di sensibilizzazione a favore dei vaccini contro la meningite, ha fondato insieme alla sua famiglia una ONLUS di sostegno all’integrazione sociale tramite la pratica sportiva per quei bambini che hanno subito amputazioni, ed è quotidianamente impegnata contro il cyberbullismo.

Idee
25/02/2019

Il mal di testa da ufficio è una patologia molto più diffusa di quanto già si possa immaginare: per molti lavorare fa venire il mal di testa e in effetti emicrania e cefalea sono le malattie del XXI secolo. In Europa soffre di mal di testa da ufficio il 6% degli uomini e il 20% delle donne, per lo più lavoratori e lavoratrici tra i 25 e i 55 anni di età. Un problema per le persone ma anche per le aziende, se è vero che il 15% delle assenze dal lavoro è causato proprio dal mal di testa, la cui forma più diffusa è la cefalea tensiva, appunto il mal di testa da ufficio.
Mal di testa da ufficio: le cause
Due sono le cause del mal di testa da ufficio: posture scorrette alla scrivania o aria viziata, oltre ad altre concause come orari che si allungano eccessivamente oltre il limite fisiologico degli straordinari, le pause pranzo troppo brevi o con cibo inadatto, e ovviamente lo stress. A dirlo due ricerche scientifiche che per mesi hanno monitorato l’insorgere del mal di testa tra chi, uomini e donne, lavorava all’interno di un ufficio.
Mal di testa da ufficio per l’aria viziata
La prima ricerca è stata condotta in Svizzera e riguarda il mal di testa da ufficio per l’aria viziata: la rivista dei consumatori svizzeri Ktipp ha infatti pubblicato i dati di una survey condotta in centinaia di uffici e dalla quale è emerso che temperature eccessive, tassi di umidità elevati, poco ricambio d’aria e valori elevati di CO2, presenti in 4 uffici su 5, portano a stanchezza, vertigini, scarse prestazioni, peggioramento delle condizioni di salute e, in definitiva, al cosiddetto mal di testa da ufficio per l’aria viziata.
Mal di testa da ufficio causato dalle posture scorrette
L’altro mal di testa da ufficio è quello causato dalle posture scorrette. Lo ha dimostrato un programma condotto dai ricercatori della sezione Cefalea e Dolore Facciale del dipartimento di Fisiopatologia Clinica e del CPO Piemonte dell’Azienda Ospedaliero Universitaria San Giovanni Battista – Molinette di Torino su oltre 2.000 dipendenti del Comune di Torino. I lavoratori pubblici del capoluogo piemontese sono stati divisi in 2 gruppi: a uno sono stati assegnati esercizi posturali da eseguire ogni 2 o 3 ore durante l’orario di lavoro e in parte anche a casa, nel tempo libero; gli altri hanno continuato con le precedenti abitudini.

Se all’inizio del programma di esercizi posturali la media era di 7 giorni di mal di testa da ufficio al mese e 11 giorni di indolenzimento e dolori muscolari a collo e spalle, dopo i 7 mesi del programma di esercizi è stata riportata una riduzione del 34% dei giorni di mal di testa da ufficio e di dolori muscolari compreso il calo del 29% nel ricorso ad analgesici.
Mal di testa da ufficio: i rimedi
Se postura corretta, pause regolari e alcuni esercizi posturali possono aiutare a ridurre il mal di testa da ufficio dovuto a dolori muscolari a collo e spalle, diverso è il caso del mal di testa causato dall’aria viziata. In questo caso è fondamentale areare spesso i locali, almeno ogni ora o anche più nel caso di molte luci accese o particolare affollamento (per esempio in una sala riunioni) e serve a poco lasciare socchiuse le finestre perché sarà più l’uscita di aria, calda o fredda, e lo spreco energetico conseguente per riscaldamento o raffrescamento, che il reale ricircolo di aria non viziata.

Idee
21/02/2019

Tra lavoro dipendente o autonomo ci sono parecchi pro e contro: sia un contratto come dipendente a tempo indeterminato che aprire la partita IVA e lavorare come libero professionista hanno diversi vantaggi e svantaggi che non sempre e non solo sono oggettivi ma spesso dipendono dal proprio modo di affrontare la vita e il lavoro. In poche parole ci sono persone portate per il lavoro dipendente e altre invece portate per il lavoro autonomo e spesso, dal confronto, risultano posizioni inconciliabili, nel senso che nessuno rinuncerebbe alla sicurezza, alla libertà, o a ogni altro aspetto che caratterizza ciascuna delle due tipologie di lavoro.
Lavoro dipendente o autonomo? I pro e contro
Stipendio, tutele, orario di lavoro, tasse e contributi previdenziali: tra lavoro dipendente e autonomo quale scegliere valutando i pro e contro di ciascuna di queste voci?
Dipendente o libero professionista: lo stipendio
Lo stipendio è la prima grande differenza tra un lavoratore dipendente e un libero professionista. A meno di situazioni particolari, come una crisi aziendale, un dipendente ha la garanzia dello stipendio mensile, regolare nell’importo e nel giorno di pagamento, con in più la tredicesima e, in alcuni casi ancora, anche la quattordicesima. In pratica si conosce esattamente quanto denaro si avrà a disposizione nel corso dell’anno, senza sorprese (in positivo o in negativo). Però se vuole un aumento dovrà negoziarlo con il proprio capo e le risorse umane. Un libero professionista non ha certezza di quanto guadagnerà: certo ne ha un’idea, certo ha in mente il suo volume d’affari, ma poi si tratta di inventarsi giorno per giorno il lavoro, realizzarlo e (riuscire a) farsi pagare. E spesso, per i liberi professionisti, i tempi di pagamento sono tutt’altro che certi.
Dipendente o libero professionista: tasse e contributi
Tasse e contributi un lavoratore dipendente sostanzialmente non le vede: certo sono indicati in busta paga, ma è l’azienda a occuparsi di versarli, allo stato e all’ente di previdenza che, alla fine della carriera lavorativa, erogherà la pensione al lavoratore. Un libero professionista deve occuparsi praticamente ogni mese di adempiere alle scadenze fiscali (e tra tasse nazionali e locali sono davvero molte) oltre che al versamento dei contributi previdenziali. In pratica il fatturato è sempre lordo e tra anticipi, scadenze, detrazioni e deduzioni non si ha mai davvero ben chiaro quanto resterà in tasca. Altro aspetto che riguarda i dipendenti ma non i liberi professionisti è il TFR: l’azienda accantona una piccola quota di stipendio ogni mese che poi sarà erogata al lavoratore al termine del suo rapporto di lavoro. Per un libero professionista praticamente non c’è TFR, se non la sua capacità di risparmiare.
Dipendente o libero professionista: orario e luogo di lavoro
Quella dell’orario e del luogo di lavoro è probabilmente la differenza più comunemente percepita tra le due categorie: un dipendente ha un orario fisso e, normalmente, un luogo di lavoro stabilito. E soprattutto ha dei capi a cui rendere conto della sua presenza al lavoro e dei suoi orari, anche in relazione agli obiettivi. Un libero professionista non ha un vero e proprio orario, il che raramente significa prendersela comoda: spesso si lavora anche al mattino presto o la sera tardi, soprattutto nel caso di scadenze ravvicinate o importanti, spesso anche nel weekend, spesso anche in vacanza. Vero è che è anche possibile ritagliarsi i momenti in base alle proprie esigenze e non bisogna chiedere un permesso a nessuno nel caso di visite mediche, impegni famigliari o un weekend lungo. Però il mito delle 40 ore fisse contro la libertà è ormai tramontato: secondo una ricerca di EY la maggior parte dei dipendenti lavora più di 40 ore a settimana, per via degli straordinari, mentre i dati del Payoneer Freelancer Income Survey dicono che i freelance lavorano quasi 50 ore a settimana, con un 10% che raggiunge punte di 60 ore.

Sul luogo di lavoro tuttavia le differenze si stanno assottigliando, tra le aziende che sempre più ricorrono allo smart working e i liberi professionisti che sempre più utilizzano i coworking.
Dipendente o libero professionista: in gruppo o da soli
Altra differenza più psicologica che davvero pratica è quella tra l’essere in un gruppo (un ufficio, una squadra, tipiche del lavoro dipendente) ed essere da soli, come ogni libero professionista ben sa: il che è una bellissima sensazione di libertà ma anche una notevole fonte di stress.
Dipendente o libero professionista: le ferie
Quando poi si tratta di ferie le differenze tra dipendente e libero professionista raggiungono il loro apice: per un dipendente le ferie sono garantite dal contratto di lavoro, prevedono una quantità di giorni stabilita, e quando si va in ferie si stacca completamente e non si pensa al lavoro fino all’ultimo momento (più o meno). Per un libero professionista le ferie sono qualcosa di decisamente più vago: certo le può prendere quando vuole ma è anche vero che telefonate, email e messaggi non si interrompono mai, e la tentazione di rispondere (o la vera e propria necessità) son sempre in agguato.

Idee
18/02/2019

Non perdere tempo è una delle maggior sfide quotidiane di chi lavora: riuscire a fare tutto, nei tempi stabiliti, per garantirsi del tempo libero da dedicare a se stessi, ai propri hobby e ai propri affetti, è più difficile di quanto possa sembrare. È un tema di efficienza e produttività, per il datore di lavoro, e di work-life balance per chi lavora, dipendente ma anche libero professionista. Per non perdere tempo, non solo non facendo nulla ma anche facendo male i propri compiti (con il rischio di doverci tornare in seguito) ci sono sicuramente alcuni buoni consigli molto noti, come quello di non fare riunioni e non prendere decisioni dopo pranzo (uno dei capisaldi per esempio di Jeff Bezos di Amazon), ma anche altre strategie meno conosciute. Come quelle di Michael Breus, autore del best seller “The Power of When”. Vediamo allora come organizzare le proprie giornate per sfruttare al meglio il tempo.
Come non perdere tempo: i consigli per organizzare la propria giornata
Individua il tuo cronotipo
Ciascuno di noi ha un proprio cronotipo: ci sono quelli attivi e produttivi al mattino, quelli che danno il meglio la sera, e anche le vie di mezzo. Sintetizzando: gufi (serali), allodole (mattutini) o intermedi. Individuare il proprio cronotipo significa dedicare le ore più produttive, efficaci, energetiche e lucide mentalmente alle attività strategiche, analitiche e decisionali, e lasciare alle altre tutto ciò che è routine, gestione dell’ordinario, consuetudine. In pratica: guidare la nave quando si è svegli, mettere il pilota automatico quando lo si è di meno. Sembra banale, ma funziona.
Fare ricorrenti minipause
Non siamo biologicamente programmati per andare al massimo – fisicamente e mentalmente – per lunghi periodi di tempo. Ci possono essere le eccezioni, ma in generale abbiamo (relativamente) brevi momenti di produttività alternati a cali di attenzione. Fare ricorrenti minipause significa neutralizzare i momenti di calo evitando di commettere errori, ricaricare le pile e ripartire dando di nuovo il massimo. Banalmente è la pausa caffè, 5′ che si possono impiegare in tanti modi: mangiare qualcosa che ricarica le energie, fare una passeggiata intorno all’edificio respirando aria fresca, socializzare 5′ con i colleghi. Qualunque cosa può andar bene, purché si stacchi il cervello dal lavoro (e anche da social, possibilmente)
Fare la pausa pranzo quando si vuole
Ok, non per tutti è possibile, ma qualora lo fosse, gestire la pausa pranzo quando e come si vuole è il modo migliore per ricaricare le pile prima del pomeriggio ed evitare il tonfo di produttività per le allodole. Di consigli su come fare la pausa pranzo ce ne sono molti, come questi, ma il punto fondamentale è che è giusto fare la pausa pranzo come e quando se ne sente l’esigenza. Non è scritto da nessuna parte che ci sia un orario stabilito.
Darsi una scaletta oraria per completare i lavori
Una scaletta oraria, cioè dei tempi precisi per completare i lavori, ha un enorme effetto di stimolo. Ci sono numerosi strumenti e tecniche per darsi una scadenza oraria (per esempio usare blocchi di colore diverso per scandire il tempo nella propria agenda, digitale o cartacea) ma di fatto sapere che bisogna terminare il proprio lavoro entro una determinata ora è un enorme stimolo: è un ’bout come vedere lo striscione del traguardo in una gara e scoprire di avere le energie necessarie per lo sprint finale.

Idee
15/02/2019

Quali sono alcuni dei disagi che si insediano maggiormente nella nostra giornata in ufficio? Magari dover ricordare a un cliente di quel mancato pagamento. Oppure, redigere una proposta per un cliente importantissimo. O il pacchetto di benvenuto da inviare al cliente nuovo di zecca? Per alcuni di noi, queste diventano vere e proprie paure che ci attanagliano, che ci fanno scrivere e riscrivere gli stessi documenti o email centinaia di volte, facendoci perdere tempo prezioso, energia e focalizzazione. Potremmo passare in rassegna tutti i consigli per distanziarci dall’esito di un’email e imparare a gestire le nostre emozioni… ma il problema (ahimè) resta! Perché invece non realizzare dei template personalizzabili in base alle nostre esigenze e a quelle dei nostri clienti da inviare all’occasione ed eliminare subito questi insidiosi incarichi dall’elenco delle cose di cui preoccuparci?
Perché utilizzare un template?
Davanti a un cliente che non paga, a caldo, forse l’unica cosa che ci viene in mente di scrivere è: “E pagala questa benedetta fattura!”. Al cliente fantastico che ha deciso di collaborare con noi e a cui vorremmo inviare un pacchetto di benvenuto, forse riusciamo a dire solo un timido grazie. Un template non solo ci viene in soccorso per riuscire a rimanere gentili, cordiali e professionali in una negoziazione lavorativa, nella contrattazione di prezzi o per inviare promemoria per mancati pagamenti ma ci può anche aiutare a presentare i nostri prodotti o servizi, ringraziare un cliente e accoglierlo nella nostra azienda. A volte è difficile trovare le parole giuste, ma template personalizzabili e attentamente studiati per ciascuna occasione e situazione possono alleviare molti dubbi e, con qualche modifica e accorgimento, risolvere tutti i nostri problemi senza dover perdere ore e ore nella stesura di un’email a scapito della produttività. Dedica tempo alla creazione di ottimi template e le email usciranno a fiotti dalla tua casella!
Template per incarichi ripetitivi
Quante volte ti è successo, invece, di avere come l’impressione di riscrivere la stessa email in continuazione? Ad esempio, se il tuo ruolo si interfaccia direttamente con i clienti – come nel caso del Servizio clienti – ti sarà capitato di scrivere spesso un’email dai contenuti similari durante la risoluzione di un problema o quando un cliente ti contatta per un chiarimento su un particolare dubbio. Anche in questo caso, l’utilizzo di template può venirti in aiuto semplificandoti notevolmente la vita perché ti consegna una formula “chiavi in mano” con le informazioni essenziali già presenti e redatte al meglio, che tu devi quindi personalizzare in base al cliente o all’esigenza in corso. E non ti resta che premere Invio e guardare con soddisfazione l’email spedita.

No agli errori
Un altro vantaggio nell’uso dei template è la significativa riduzione degli errori. I template consentono infatti di standardizzare la procedura e per questo, offrono una struttura su cui basarsi con minori possibilità di dimenticare qualche punto importante, se non essenziale. E questo si traduce in una comunicazione più efficace, in una procedura complessiva molto più veloce e in minore frustrazione dovuta agli scambi continui per la spiegazione di eventuali dubbi. E sappiamo tutti quanto la frustrazione sia nemica della motivazione e quindi della produttività.
Maggiore coerenza
Derivanti dalla standardizzazione, i template garantiscono inoltre maggiore coerenza nelle informazioni fornite dai vari reparti. Quante volte ci è capitato, come clienti, di ottenere una risposta da un determinato reparto per poi riceverne una opposta da un altro? Questo denota scarsa comunicazione interna che incide sulla reputazione dell’intera azienda. Utilizzando dei template personalizzabili potrai assicurarti di dare l’idea di gestire una macchina ben oliata in cui ogni componente lavora all’unisono.

Quali programmi possiamo usare?
Abbiamo visto che l’adozione dei template comporta diversi aspetti positivi. Ti starai chiedendo dove trovarli e di quali programmi servirti. Molto spesso si tratta semplicemente di redigere un documento o un’email da salvare e da riutilizzare all’occorrenza modificandone i dati essenziali. Ad esempio, nel caso del pacchetto di benvenuto o di proposta a un nuovo cliente, è probabile che l’azienda disponga già di template che verranno distribuiti ai dipendenti di competenza. È inoltre possibile che l’azienda abbia fornito ai propri dipendenti del Servizio Clienti le risposte alle domande più frequenti avanzate dai clienti – come “testi sacri” raccolti in raccoglitori documenti. In tal caso, dietro approvazione del tuo responsabile, potresti creare un’email campione se noti che ti viene spesso chiesta la stessa domanda dai clienti con i quali lavori. Dai anche un’occhiata ai trucchi di Offici per aumentare la produttività e scopri se ce n’è qualcuno che puoi utilizzare per i tuoi template.

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Speriamo che questo articolo ti abbia convinto a utilizzare i template per velocizzare il lavoro e garantire una maggiore coerenza e produttività. Tu li utilizzi spesso nell’arco della tua giornata in ufficio? Raccontaci i tuoi trucchi sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
13/02/2019

Si sente continuamente parlare dell’impatto che il lavoro può avere sulla vita privata. Con una routine sempre più frenetica e lavori che richiedono la maggior parte del tempo della settimana passato in ufficio, molti lavoratori si sentono stressati e sotto pressione. Certo, ci sono state ricerche che promuovono metodi per alleviare lo stress in ufficio come ad esempio la presenza di arte nel business come metodo per migliorare la salute mentale dei lavoratori, ma resta il fatto che la società di oggi pare sempre più stressata.

Tuttavia, qui alla Viking ci siamo chiesti se davvero l’equilibrio della work-life dei lavoratori italiani è messo così male. Per rispondere a questo quesito abbiamo promosso uno studio che ha visto coinvolto un campione rappresentativo di 1000 lavoratoti italiani in tutta la penisola, proprio per capire come fosse il loro equilibrio tra vita e lavoro e in generale la loro condizione psico-fisica.
COME È L’EQUILIBRIO TRA VITA PRIVATA E LAVORO DEGLI ITALIANI?
Tutto sommato, i risultati a prima vista sono stati positivi, 2 su 3 intervistati ha dichiarato di essere felice del proprio equilibrio lavoro – vita privata. Nonostante ciò, dopo una più profonda analisi sono emersi diversi problemi. Il campione preso in esame vedeva il 60% degli intervistati lavorare 40 o più ore a settimana. Più del 50% degli intervistati infatti ha dichiarato di lavorare delle ore di straordinario non pagate e una delle ragioni principali è proprio la pressione ricevuta in azienda.

Ma le conseguenze negative di una vita disequilibrata in favore del lavoro sono anche altre. 1 intervistato su 2 ha detto di non avere tempo da ritagliare per sé per colpa di una routine troppo frenetica ed il 38% si sente in colpa del poco tempo che riesce a dedicare ad amici e famiglia.

Visti questi dati, non sorprende che 1 italiano su 3 abbia dichiarato che il lavoro influenza negativamente la vita privata. Tra questi ben il 58% ha ammesso di soffrire di problemi legati allo stress e all’ansia da lavoro e di questi un preoccupante 13% è stato diagnosticato da uno specialista con una qualche forma acuta di disturbo mentale.

GENERE, ETA’ O REGIONE. COSA INFLUISCE?
Viene naturale chiedersi se ci sono differenze sostanziali tra i generi o a seconda delle fasce di età o regione. Sorprendentemente tutti questi gruppi hanno dato risultati simili, con poche eccezioni:
Genere
Uomini e donne hanno risposto in maniera simile al sondaggio. Ma le donne sembrano più determinate a migliorare il proprio equilibrio vita privata/lavoro, forse anche per colpa di un allarmante 47% che dichiara di soffrire di stress. Una su 5 ha detto di aver ridotto le ore di lavoro e di aver rifiutato una promozione per mantenere un livello di stress basso. Dato che molta carta è stata utilizzata per scrivere del preoccupante basso tasso di natalità dell’Italia, non è certo una sorpresa che il 17% di donne abbia ammesso di aver rimandato il concepimento di figli per colpa del lavoro.

La controparte maschile invece sembra più intenta a voler avanzare di carriera e lavorare un orario più lungo. Infatti, soltanto il 13% dichiara di essere aperto a ruoli part-time (contro il 21% delle donne) e ben il 40% ammette di lavorare così tanto da sentirsi in colpa di non avere tempo da dedicare a famiglia e amici.
Età
Nonostante il gruppo di età compreso tra i 18 e i 34, ovvero i Millennials, si dichiari il più felice dell’equilibrio tra casa e lavoro, il 67% lavora regolarmente straordinari non pagati. Le ragioni? Al primo posto (77%) l’avanzamento di carriera che viene associato al lavorare oltre gli orari d’ufficio e al secondo (65%) il carico di lavoro troppo alto. Interessante invece la risposta degli over 55 al perché lavorano straordinari, che dichiarano di lavorare oltre le ore consuete perché amano quello che fanno (40%).

Tutto sommato tutte le fasce d’età si assomigliano in termini di livelli di stress e condizioni di lavoro, ma c’è una certa differenza in termini di quali benefits i millennials e i baby boomers vorrebbero ricevere dall’azienda. Il 54% dei millennials vorrebbe orari di lavoro flessibili o la possibilità di lavorare da casa, contro solo il 38% dei baby boomers. il 35% dei più giovani gradirebbe non ricevere nessuna pressione per lavorare più delle ore concordate, mentre solo il 25% dei baby boomers ritiene tale pressione inaccettabile. Infine, 1 millennials su 5 dà valore alla possibilità di prendere ferie e fare regolarmente pause durante l’orario di lavoro, mentre solo il 14% degli over 55 ritiene questi aspetti importanti.
Regione 
Nord o Sud i dati parlano chiaro: l’equilibrio tra vita privata e lavoro non è dei migliori in tutto lo stivale. Una delle statistiche più importanti è il 14% di abitanti della Sicilia e della Sardegna che dichiarano di avere un pessimo equilibro casa-lavoro contro solo la metà degli intervistati al Nord in Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta. Insomma, sembra che al Nord si stia leggermente meglio, ma non cantiamo vittoria, c’è ancora tanto da fare per migliorare.

COSA FANNO I LAVORATORI PER STARE MEGLIO?
Nonostante questo quadro preoccupante sulla situazione italiana, il 43% degli intervistati ha ammesso di non aver mai messo in atto nessuna strategia per migliorare il proprio equilibrio tra vita privata e lavoro. Abbiamo chiesto se avessero mai considerato di ridurre le ore di lavoro, cambiare posizione o lavorare in maniera più flessibile – ad esempio da casa – ma quasi un italiano su 2 non ha mai valutato queste alternative per stare meglio. Solo il 20% degli intervistati che ha cercato nel tempo di ridurre le ore lavorate a beneficio di più tempo libera e salute mentale.
QUALI SONO I BENEFITS RICEVUTI E DESIDERATI?
I cosiddetti “benefits” sono entrati nel gergo comune negli ultimi anni come dei modi che ha l’azienda per rendere la vita più piacevole per il lavoratore. Ce ne sono molti e spaziano dal poter lavorare da casa, all’asilo a lavoro ai più creativi come poter portare il proprio amico a quattro zampe in ufficio. Pertanto, abbiamo chiesto quali sono i benefits attualmente disponibili e quali invece i nostri intervistati avrebbero voluto avere.
Cosa offrono le aziende?
Ad oggi soltanto un lavoratore italiano su 3 ha la possibilità di lavorare in orario flessibile o da casa, mentre praticamente nessuno gode della possibilità di prendere un periodo sabbatico, comprare più ferie ed avere l’asilo in ufficio. Ma uno dei dati più preoccupanti è la tendenza delle aziende italiane a fare pressione sui lavoratori per farli stare oltre le ore di lavoro.
Cosa vogliono i lavoratori?
1 lavoratore su 4 pensa che alla propria azienda non interessi proprio un bel nulla della loro work-life balance e che anzi i benefits rimarranno un sogno lontano.

In termini di quali sono i benefits più ambiti i dati raccolti parlano chiaro. Il 50% vorrebbe la possibilità di lavorare in maniera flessibile o da casa e un terzo considera la company culture di importanza fondamentale. I lavoratori vorrebbero una cultura aziendale positiva, non stressante, in cui gli impiegati sono incoraggiati a prendersi delle pause durante l’orario di ufficio e non sono – come invece pare che succeda – costretti a restare di più.

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sulla situazione italiana dell’equilibrio tra vita privata e lavoro e delle possibili strategie per migliorarlo. Come pensi sia il tuo work-life balance? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Idee
13/02/2019

Lo stress da partita IVA è il compagno fedele di ogni libero professionista. Ok, non ci sono cartellini da timbrare, capi da ossequiare, orari da rispettare e colleghi da sopportare, ma essere un lavoratore autonomo non è tutto rose e fiori. Anzi, ci sono più spine che petali, a ben guardare: orari inesistenti, ferie e malattie non pagate, nessuna tutela, nessun contratto, concorrenza spietata, ansia da prestazione e chi più ne ha più ne metta. In una parola: stress. E questo è solo per rimanere nel perimetro dello svolgimento della propria professione. Perché poi ci sono i conti da fare, il commercialista da consultare, le tasse da pagare: un lavoratore autonomo racchiude in sé il reparto progetto e sviluppo, quello commerciale, la produzione e anche l’amministrazione.
Lo stress da partita IVA: come sopravvivere
Insomma, per sconfiggere lo stress da partita IVA ci vorrebbe un manuale di sopravvivenza, e in effetti c’è: “Happy worker” (Giunti Editore, Collana Professione Facile, Euro 6,90) è stato scritto da due guru della psicologia del lavoro e della formazione (Matteo Marini, già autore di “Fucking Monday. Corso di sopravvivenza in ufficio”, e Gaetano Torrisi). Non è esattamente ciò che devi sapere prima di aprire una partita IVA ma sono ottimi suggerimenti, in particolare di stile di vita e approccio alla vita, che possono aiutare a navigare nel mare tempestoso del lavoro autonomo: consigli come coltivare momenti di comunicazione – un caffè con un amico, un aperitivo con il gruppo di lavoro -, non dimenticare i propri hobby e interessi, compreso quello di mantenersi in forma con una vita attiva e qualche momento di sport, o ricordarsi di staccare davvero, quando si decide di andare in vacanza o anche solo nel weekend, sono tutti utili per ridurre la tensione dello stress quotidiano.
Lo stress da partita IVA: cosa fare
Però non è nemmeno facile né veloce cambiare stile di vita, riprendere vecchi hobby, riuscire a staccare e lasciarsi andare a chiacchiere positive e che escludono i problemi del lavoro. Per questo servono anche trucchi più immediati per superare momenti di particolare stress come quello dell’introduzione della fattura elettronica: per esempio dotare il proprio ufficio di un acquario (pare che osservare i pesci che nuotano rallenti il battito cardiaco e la pressione arteriosa), fare una passeggiata all’aperto prima o dopo la pausa pranzo (bastano 10′ per svoltare la giornata in buonumore), staccare notifiche, chiamate e mail nei momenti in cui ci si dedica agli aspetti cruciali del proprio lavoro (davvero, a meno che non si salvino vite umane, stare un paio di ore offline non farà crollare il mondo), cominciare la giornata con una routine positiva.