Ufficio
14/01/2019

E’ indubbio che la maggior parte dei lavori d’ufficio di oggi vedono i lavoratori seduti per ore alla loro scrivania. Tra cubicoli, desks, sedie e poltrone, il turno di lavoro tipico è almeno di 8 ore, il che nella stragrande maggioranza dei casi significa 8 ore seduti con una pessima postura su una sedia probabilmente regolata male. La scrivania tradizionale può diventare quasi una seconda casa e accomodare oggetti personali, foto e tanti altri gadget. Basti pensare alla miglior scrivania del mondo, l’Omnidesk, con così tante funzioni che quasi verrebbe di non alzarsi mai. Tuttavia, ci sono modi alternativi di lavorare in ufficio che non solo aiutano la salute fisica ma anche la produttività. Uno di questi è lo standing desk. Vediamo insieme quali sono i pro e i contro di questo tipo di scrivania in paragone con quella tradizionale.

 
Cosa è uno standing desk?
Lo standing desk è, come dice il nome, una scrivania per stare in piedi. Può essere sia una scrivania tradizionale che può essere alzata e abbassata oppure un desk più alto posizionato in ufficio, dove si può andare a lavorare col proprio laptop. Nei paesi del nord Europa lo standing desk già è arrivato in molte compagnie, ben il 90%, mentre in Italia ancora pochi ne possono usufruire. L’idea dietro questo tipo particolare di scrivania è che variare tra una posizione seduta e una in piedi beneficia il lavoratore a livello fisico, alleggerendo i danni causati dalla sedentarietà.

Quali sono i benefici?
Uno dei pro più evidenti è la possibilità di cambiare postura durante le ore di lavoro. Stare seduti per ore porta spesso a una posizione scorretta di collo e spalle che a lungo termine può causare problemi come dolori e cervicale. Stare ogni tanto in piedi a lavorare permette di scaricare la tensione e il peso su altre parti del corpo, così da alleviare eventuali dolori e ridistribuire il carico di lavoro su altri muscoli. Ma lo standing desk non ha soltanto benefici fisici. Numerose ricerche hanno dimostrato che lavorare in piedi aiuta la creatività e la produttività. Questo fenomeno può essere attribuito alla maggiore circolazione sanguigna e al muoversi continuamente che stimolando il corpo, stimola anche la mente. Non a caso uno dei più innovativi modi di fare una riunione è farla in piedi, così da stimolare nuove idee nel team.

Quali possono essere invece le controindicazioni?
Come ogni cosa lo standing desk ha dei pro e dei contro. È certamente vero che alternare tra una posizione seduta e una in piedi ha dei benefici, ma bisogna stare attenti a non esagerare sul lato opposto e stare in piedi 8 ore di fila. Una posizione eretta tenuta per troppo tempo potrebbe portare ad una sbagliata postura e quindi ad un sovraccarico sulla schiena e le gambe. Un altro punto da considerare, anche se non strettamente correlato al benessere fisico, è il rischio che uno standing desk ci isoli dal resto dei colleghi. Questo è possibile principalmente per quelle scrivanie alte posizionate in una parte diversa dell’ufficio rispetto al resto delle postazioni. Non è certo la fine del mondo assentarsi per qualche ora per lavorare in piedi, ma è comunque un fattore da considerare, specialmente per lavori che fanno molto affidamento sul team-work o sui brainstorms tra colleghi. Infine, stare seduti alla scrivania permette di scegliere qualsiasi abbigliamento, mentre stare in piedi è probabilmente molto faticoso per chi sceglie un outfit più formale come ad esempio le scarpe coi tacchi.
Quindi che scegliere?
Come per molte altre questioni, la risposta sta nella via di mezzo. Sarebbe ideale avere la possibilità di lavorare sia da seduti che in piedi, o tramite una scrivania regolabile o avendo accesso ad entrambe. Certo è che qualche ora in piedi ogni giorno può aiutare la postura, sgranchire le gambe, e magari anche stimolare nuove idee e soluzioni. Come si suol dire, tentar non nuoce!

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sui benefici di uno standing desk. Ne hai mai provato uno? Raccontaci sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
09/01/2019

Dal 1° gennaio 2019 sono entrate in vigore due importanti novità per professionisti e aziende: l’obbligo di emissione della fattura elettronica tra privati titolari di partita IVA residenti in Italia, e la Flat Tax, o regime forfettario con aliquota di tassazione al 15% (e per le startup al 5%). Le due novità, Fatturazione Elettronica e Flat Tax, sono apparentemente indipendenti tra loro e invece ci sono alcuni punti per cui l’una può implicare l’altra.
Fattura elettronica 2019
Come detto, dal 1° gennaio 2019 è scattato l’obbligo per ogni soggetto IVA residente in Italia di emettere le proprie fatture solo e soltanto in formato elettronico. In pratica professionisti, artigiani, commercianti, imprese e qualunque altro soggetto titolare di partita IVA e residente in Italia potrà e dovrà emettere fatture solo e soltanto nel formato XML e secondo alcune regole che abbiamo già spiegato qui.
Flat Tax 2019
La Flat Tax 2019 è forse la principale novità della Legge di Bilancio 2019 per i titolari di partita IVA. La nuova imposizione agevolata sui redditi di imprenditori e liberi professionisti prevede infatti l’applicazione di due regimi fiscali: quello forfettario attivo appunto dal 1° gennaio 2019 e quello analitico che sarà operativo dal 2020. Il regime forfettario, o Flat Tax, prevede l’applicazione di una sola imposta sostitutiva proporzionale al 15% (ridotta al 5% per i primi 5 anni di attività per le nuove partite IVA) applicabile alle persone fisiche esercenti attività di impresa, arti o professioni che, nell’anno precedente (2018) corrispondono ai seguenti criteri:

hanno conseguito ricavi o percepito compensi entro il limite massimo di 65 mila euro (non più, quindi, entro i 25 e i 50 mila euro)
non abbiano partecipazioni a società di persone, associazioni o imprese familiari
non abbiano il controllo di Srl o associazioni in partecipazione che esercitano attività direttamente o indirettamente connesse con quelle svolte dal soggetto titolare del regime forfettario

L’aliquota unica al 15% (o al 5% nel caso di nuove partite IVA) si applica non sull’intero fatturato né sull’intero reddito ma su una percentuale del fatturato calcolata in base a un coefficiente di redditività che varia dal 40 all’86 percento in base al settore e alla categoria professionale. In pratica, fatto 100 il fatturato, con la Flat Tax 2019 e con un coefficiente di redditività per esempio del 40%, si considerano spese 60 e si applica il 15% su 40.
Fattura elettronica e Flat Tax 2019
Ma cosa unisce Fattura Elettronica e Flat Tax 2019? Secondo la Legge di Bilancio 2019 chi aderisce al nuovo regime forfettario non solo paga una sola imposta al 15% che sostituisce Irpef, Irap e addizionali ed è esente dal pagamento IVA ma non è nemmeno obbligato alla Fatturazione Elettronica e può continuare a emettere e ricevere fatture nel tradizionale formato cartaceo, numerandole come solito e presentandole nella dichiarazione dei redditi. Inoltre per chi ricade nel regime forfettario Flat Tax 2019 non sono obbligatori nemmeno gli studi di settore né la tenuta di scritture contabili.

Notizie
08/01/2019

Uno studio delle università di Swansea (Gran Bretagna) e Tolosa (Francia) aggiunge nuova linfa al dibattito sul perché non lavorare nel fine settimana. Secondo la ricerca condotta analizzando lo stato di salute psicofisica di oltre 3.000 lavoratori, chi da 10 anni o più lavorava nel fine settimana, faceva regolarmente turni notturni, o ancora lavorava sui 3 turni, alternando notti, sveglie all’alba (prima delle 5) o rientri a tarda sera (dopo le 22:00) dimostrava performance psicofisiche pari a quelle di una persona di oltre 6 anni più vecchia. Cioè, per dirla in breve, lavorare nel fine settimana o di notte accelera l’invecchiamento sia fisico che mentale, influenzando i livelli ormonali e di conseguenza anche l’umore, oltre che i ritmi del sonno e del riposo.
Lavorare nel fine settimana e di notte accelera l’invecchiamento psicofisico
Se già le capacità fisiche e cognitive si riducono con l’avanzare dell’età, invertire il ritmo sonno-veglia per lavorare di notte o lavorare a ritmi contrari a quelli naturali, per esempio lavorando regolarmente anche nei weekend, accelera il processo di invecchiamento psicofisico: ogni 10 anni è come se ne fossero passati 16 e mezzo.

Non solo: in un altro studio dell’Institute for Work and Health in Canada i lavoratori notturni, sui turni o domenicali evidenziavano anche una maggior tendenza agli infortuni sul lavoro, ai problemi gastrointestinali, allo stress e alla stanchezza cronica.

C’è tuttavia una buona notizia: il processo di invecchiamento psico-fisico non è irreversibile. Interrompere questa routine e tornare a una normale permette, in 5 anni di lavoro diurno, di riacquisire livelli di performance fisica e cognitiva in linea con la propria età anagrafica.

Idee
07/01/2019

Quante volte ci è capitato di scrivere un’e-mail pensando di essere chiari e poi, alle nostre parole, non è seguito l’esito aspettato? Sicuramente tantissime perché è esperienza comune che troppe e-mail non ottengono il risultato voluto ma anzi costringono a chiarimenti, telefonate, riunioni e puntualizzazioni che non fanno altro che far perdere tempo, innervosire le persone, e in generale essere poco efficienti sul lavoro, vedere i propri sforzi compromessi o il proprio lavoro fatto male. Il motivo è semplice e ha a che fare con il mezzo, cioè l’e-mail stessa: il mezzo è il messaggio recita un noto adagio della comunicazione e quando scriviamo una e-mail dobbiamo tenerne conto, se vogliamo che il nostro messaggio non finisca frainteso o addirittura ignorato.

La prima cosa di cui tener conto è che ormai, volenti o nolenti, siamo invasi dalle e-mail, che spesso vengono anche usate come “chat ritardata” per dire cose che potremmo dire anche altrimenti, per esempio alzandoci dalla nostra postazione e andando a dirle a voce al destinatario. La seconda è che ormai prevalentemente le e-mail sono lette sullo schermo dello smartphone, che per sua natura impone una lettura veloce, a balzi, per punti salienti, e spesso avviene in mobilità, mentre le persone fanno altro. La terza è che una e-mail dice molto della nostra personalità ma non tutto, e spesso può lasciar fraintendere il tono di voce, soprattutto se si usa male la punteggiatura.

Vediamo allora 5 consigli per scrivere e-mail efficaci partendo da un punto fermo: le e-mail scortesi, brusche, perentorie o propriamente maleducate, che in molti pensano siano risolutive, ottengono normalmente il risultato opposto, di innervosire il destinatario e fare in modo che si ritragga o irrigidisca, non facendo ciò che gli viene chiesto.
E-mail efficaci: 1 oggetto, 1 argomento
Le e-mail fiume che parlano di diversi argomenti e, spesso, hanno come oggetto “Varie” non funzionano. La prima regola da seguire è che per ogni mail c’è un solo argomento, specifico e delimitato, e che l’argomento è ben chiaro nell’oggetto. Avete bisogno di aggiornamenti sull’andamento di 3 progetti? 1 e-mail per ciascun progetto, con il nome chiaro nell’oggetto.
E-mail efficaci: brevi e precise
Come detto, ormai le e-mai si leggono principalmente con lo smartphone. Questo implica che le e-mail devono essere brevi, chiare, precise. Non si fanno brainstorming o discussioni via mail, per questo ci sono le riunioni o gli incontri a due: una e-mail è un messaggio ben preciso al quale deve seguire una risposta altrettanto precisa. Un saluto iniziale, una riga di spazio, e subito la richiesta o la comunicazione come da oggetto. Niente preamboli, giri di parole, premesse o altro.
E-mail efficaci: stile naturale
Per non sembrare troppo informali e colloquiali spesso commettiamo l’errore opposto, di scrivere in modo troppo formale. Errore appunto: lo stile di una e-mail, soprattutto se interna all’azienda o con destinatario persone con le quali si ha una consuetudine di rapporto, deve essere naturale, rapido, efficace, praticamente vicino al parlato. Tra “in merito alla richiesta di aggiornamenti circa l’andamento finanziario” e “come va il finance” c’è una formula come “mi dai aggiornamenti sulla situazione finanziaria” che è chiara, veloce e non lascia spazio a dubbi.
E-mail efficaci: attenzione alla punteggiatura
In particolare i punti esclamativi, i puntini di sospensione e a volte anche i punti di domanda: se può essere chiari nella nostra testa ciò che intendiamo, non è detto che lo sia anche per chi riceve il messaggio, che potrebbe malinterpretare il tono, trovandolo troppo brusco o al contrario troppo rilassato. La forma, nella comunicazione scritta, è sostanza: prima di cliccare invia sarebbe sempre bene rileggere ciò che abbiamo scritto, preferibilmente ad alta voce, che aiuta a percepire il tono utilizzato ed evitare fraintendimenti.
E-mail efficaci: riassumere gli allegati
Sempre per il discorso della lettura su smartphone, nel caso di allegati, e in particolare di allegati con molte pagine, molto testo, molte informazioni, è utile e gradito riassumere in 3 righe massimo il contenuto dell’allegato, i punti salienti, le pagine da leggere. Il rischio, altrimenti, è quello che davanti ad allegati di troppe pagine si rinunci a leggerli, rinviandoli a un altro momento.

Idee
02/01/2019

Gli Open Space sembravano uno dei grandi trend degli uffici del futuro: spazi modulari e flessibili che si adattano alle esigenze del lavoro agile e smart e capaci di creare nuove connessioni utili a sviluppare il business. Ma le cose non starebbero proprio così, almeno secondo una ricerca della Harvard Business School secondo la quale gli Open Space sarebbero più un problema che una soluzione. Anzi, per dirla con le stesse parole dello studio, anziché stimolare il clima collaborativo e il networking e ridurre lo stress susciterebbero la risposta opposta, il ritiro nel proprio bozzolo professionale delegando a chat e e-mail le relazioni con i colleghi. Il tutto con la conseguenza di un calo produttivo e di una ancor più alta atomizzazione delle relazioni professionali in azienda.
Open Space: soluzione o problema?
È una risposta “normale”, fisiologica, antropologica verrebbe da dire: per cercare di concentrarsi e mantenere le distanze, a proprio vantaggio ma anche per rispetto verso gli altri, anche in un Open Space (o soprattutto in un Open Space) si tende a isolarsi: auricolari nelle orecchie, testa bassa, ricerca di angoli e postazioni che tutelino la privacy sono le prime mosse che vengono in mente per contrastare i colleghi che parlano ad alta voce al telefono, che si alzano continuamente, che chiacchierano nel corridoio, che passano per andare alla stampante, etc. Un ’bout quello che avviene anche nei Co-Working.

Insomma, quella che sembrava essere una soluzione (più produttiva, più economica, più efficiente) sembra diventare ora un problema: meno produttività, costi più alti (in stima delle ore perse) e in definitiva meno efficienza. La strada da imboccare non sembra però quella di ritornare al passato, con cubicoli e uffici chiusi, ma un blend delle due situazioni, i cosiddetti hybrid office che permettono sì di lavorare in un Open Space quando possibile ma anche di ritagliarsi spazi di privacy e concentrazione quando necessario. C’è solo un aspetto che questi hybrid office spesso con considerano, ed è quello dell’anonimato delle postazioni di lavoro: non una piantina, non una foto dei figli, non il portapenne della squadra del cuore, nulla di personale alla fine non è detto che migliori davvero la produttività e l’efficienza.

Idee
28/12/2018

Per svolgere bene un lavoro o ricoprire un nuovo incarico in azienda, sappiamo quanto siano importanti le competenze tecniche e manuali di quel determinato lavoro – le cosiddette hard skill: sarebbe impensabile per un programmatore svolgere la propria professione senza avere alcuna conoscenza informatica. Tramite esami, certificazioni ed esperienza sul campo, sviluppiamo infatti quelle nozioni che ci permettono di ricoprire la posizione a dovere. Esistono però altre competenze che maturiamo nel corso della nostra esistenza, ad esempio dedicandoci a un hobby per migliorare sul lavoro: le soft skill – ossia, le competenze trasversali o interpersonali. Cosa sono? Scopriamolo insieme!
Cosa sono le soft skill?
Le soft skill sono competenze non specifiche al ruolo; si tratta infatti di caratteristiche emotive e sociali, intrinseche e tipiche della personalità e dell’agire di ciascuno. Sono definite anche “trasversali” o “interpersonali” perché possono essere richieste e utilizzate in contesti lavorativi molto diversi in modo complementare alle hard skill in relazione alle persone con cui ci interfacciamo, siano essi clienti o colleghi. Figure professionali che non sembrano avere all’apparenza nulla in comune, come ad esempio un manager aziendale di una ditta high-tech e il responsabile di un’officina meccanica, disporranno di hard skill molto diverse ma saranno accumunati da soft skill similari come la capacità di leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti. Ma vediamo più nel dettaglio alcune delle soft skill più richieste e come svilupparle a nostro vantaggio.
Comunicazione, negoziazione e motivazione
Un addetto alle vendite, per esempio, oltre ad aver sviluppato buone conoscenze del settore e della gamma di prodotti o servizi in vendita, dovrà anche essere dotato di ottime capacità comunicative. Un abile comunicatore infatti è in grado di adattare il proprio tono e stile in base al pubblico con cui si interfaccia. Saprà spiegare al meglio problematiche complesse ai clienti e se ricopre un ruolo manageriale, la buona capacità comunicativa sarà essenziale per delegare i compiti in maniera chiara ed efficace, nonché per rivolgersi ai colleghi in modo più incisivo. Dovrà anche dimostrare, ad esempio, di saper padroneggiare le tecniche di negoziazione in modo da essere persuasivo ed esercitare influenza: sappiamo tutti quanto questo sia essenziale nel convincere un cliente ad acquistare un prodotto! Anche la motivazione è una dote importante: mantenere un atteggiamento positivo è infatti un elemento fondamentale di un processo di vendita.

Leadership, risoluzione dei problemi e gestione dei conflitti
La leadership è una soft skill che include diverse competenze, generalmente espressa nella gestione diretta dei propri sottoposti. Sviluppare capacità di leadership è quindi essenziale per ricoprire ruoli manageriali di più alto livello. Anche la leadership prevede buone dosi di comunicatività, un atteggiamento positivo e la capacità di saper motivare se stessi ma soprattutto gli altri. Altra soft skill basilare nell’odierno contesto lavorativo, molto ricercata e ampiamente apprezzata dalle aziende, è il problem solving. Questa soft skill richiede lo sviluppo del pensiero analitico, della creatività e di una mentalità innovativa: è necessario infatti riuscire a gestire i problemi con calma e attenzione in modo da poter trovare la soluzione più efficace. È una competenza spesso associata al lavoro di squadra in quanto, in presenza di un problema, è fondamentale sapere a chi rivolgersi per poter affrontarlo al meglio. In tale ottica, è ovviamente anche molto importante maturare una buona capacità di gestione dei potenziali conflitti con colleghi e fornitori.
Etica, organizzazione e flessibilità
Una delle soft skill più apprezzate è sicuramente l’etica professionale, ossia l’integrità dimostrata sul luogo di lavoro ad esempio presentandosi in ufficio puntuali o svolgendo compiti e mansioni al meglio delle nostre possibilità nel rispetto delle scadenze concordate. Le scadenze sono infatti le date che animano le nostre giornate in ufficio e dimostrare un’ottima organizzazione è essenziale per la felicità dei clienti, la gestione ottimale dei nostri sottoposti e la serenità del capo. Se unita a comunicazione e lavoro di squadra, può essere il mix vincente per riuscire a gestire con efficacia un team e proporre il risultato ottenuto come carta da giocarsi durante la richiesta di una promozione. Infine, un’ultima competenza che desideriamo citare come ottimo trampolino per progredire in azienda è la flessibilità: molte persone preferiscono non esporsi a novità e cambiamenti; tuttavia – oltre ad essere sinonimo di mentalità aperta a nuove sfide e mansioni – la flessibilità è anche ideale per sviluppare nuove hard skill ed è quindi una delle competenze maggiormente in grado di infondere un flusso continuo alla nostra crescita.

Come sfruttare le soft skill a nostro vantaggio?
Se stiamo cercando un nuovo lavoro, ricordarsi di inserire le soft skill nella stesura di un curriculum che sia a prova di distruggi documenti, meglio se nella sezione riservata all’esperienza maturata dove – accanto alle hard skill acquisite – possiamo elencare anche le competenze interpersonali sviluppate. Il colloquio rappresenta un altro momento importante per dimostrare le abilità trasversali: al pari delle hard skill, il modo di porsi, la capacità di saper ascoltare e l’atteggiamento aperto e positivo sono infatti caratteristiche caratteriali che riusciranno a convincere gli esaminatori che non siamo il candidato adeguato ma quello ideale! Durante un colloquio, inoltre, capitano spesso quelle domande “trabocchetto” su come abbiamo reagito in determinate circostanze passate. È bene ricordarsi quindi di fare esercizio anche su questo prima di affrontare la sala riunioni. E se desideriamo sviluppare maggiormente una determinata soft skill? Sono presenti numerosi corsi in merito, ma riteniamo che l’esperienza e la pratica siano la soluzione migliore.

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento per mettere in risalto le tue soft skill e utilizzarle al meglio per progredire in azienda. Quali sono le competenze interpersonali che più ti caratterizzano? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
27/12/2018

Le password da non usare mai sono proprio quelle che almeno una volta nella vita tutti abbiamo usato. Il che significa le più veloci da digitare e facili da ricordare. A stilare la classifica delle 10 password più facili da violare ci ha pensato SplashData, una tech firm specializzata nella sicurezza informatica che purtroppo, troppo spesso, deve intervenire quando gli investimenti economici delle aziende (o peggio ancora i dati personali, dalle foto al banking online) sono già stati vanificati e violati. È difficile a credersi ma il 3% della popolazione mondiale usa come password per il proprio computer, smartphone o tablet e per i propri account online la sequenza numerica 123456. Sì, davvero: siccome la password spesso deve essere di almeno 6 caratteri, c’è purtroppo ancora chi usa i primi 6 numeri della tastiera.
Le password da non usare mai
Non che gli altri brillino per originalità se è vero che nella Top 10 delle password da non usare mai ci sono anche le altre sequenze numeriche dall’1 al 9. Addirittura c’è chi per pigrizia totale come password usa 111111 (la sesta più usata tra le peggiori 10) e chi proprio non riesce ad andare oltre un banalissimo “password” o un altrettanto pigro “qwerty”, le prime 6 lettere partendo da in alto a sinistra nella tastiera. Meno banali ma altrettanto deboli e facili da violare “sunshine” (per gli utenti di lingua inglese) e lo sdolcinato “iloveyou”.
Come scegliere una password sicura
Gli specialisti di SplashData hanno fornito anche qualche utile suggerimento su come scegliere una password sicura. Intanto non usare mai nulla di personale, dal nome del cane alla squadra del cuore all’indirizzo di casa e fino alla data di nascita: quante volte infatti abbiamo condiviso queste informazioni sensibili sui social network? Per un ‘cyberladro’ sarebbe un gioco da ragazzi scrutare nei nostri profili social e cominciare proprio da quelle. Poi una password “sicura” dovrebbe contenere lettere, numeri e simboli come &, %, ! o ? in egual misura, e qui arriva l’ultimo consiglio: una password sicura sicura dovrebbe essere lunga dai 15 ai 20 caratteri. Il che la rende sicuramente difficile da ricordare e digitare ma è il minimo suggerito per dormire sonni sereni. Ah, e infine, meglio usare password diverse e non impigrirsi a usare sempre la stessa, perché poi diventa come un passepartout che apre tutte le porte.

Idee
21/12/2018

I coworking sono degli spazi di lavoro, sul modello open space, all’interno dei quali liberi professionisti e freelance condividono ambienti e servizi per sviluppare la propria attività. Non sono certo una novità ormai, ma ci sono anche delle criticità, come evidenziate dalla Global Coworking Survey: 6 coworkers su 10 cambiano sede di anno in anno, nonostante i tangibili miglioramenti in termini di fatturato, ordini, contatto e work-life balance. Insomma, i coworking funzionano, almeno per la platea di professionisti per cui sono pensati, a patto di riuscire a lavorare come si desidera.
5 consigli per riuscire a lavorare in un coworking
Vediamo allora alcuni consigli pratici per riuscire a lavorare in un coworking e trarre tutte le migliori potenzialità di questi moderni spazi di lavoro.
Non pretendere il silenzio assoluto
Sì, per concentrarsi serve il silenzio, ma non è pensabile chiedere il silenzio assoluto. Anzi, una delle forze dei coworking è proprio quella di mettere in contatto competenze e intelligenze diverse e i momenti di pausa, in cui scambiarsi opinioni e condividere esperienze, sono insiti in questo moderno modo di lavorare.
Usa delle cuffie
Se proprio c’è bisogno di isolarsi e concentrarsi ci sono ottime cuffie e auricolari con le quali ascoltare quelle playlist per concentrarsi che si trovano per esempio su Spotify. Ah, le cuffie sono “obbligatorie” anche per le telefonate: niente vivavoce e attenzione anche allo speaker del telefono, dal quale spesso si sente tutto o quasi.
Rispetta gli spazi
Ciclicamente gira sui media un articolo che decanta le lodi del caos creativo. Sarà anche vero, ma non funziona in un coworking: è buona norma ed educazione tenere in ordine la propria scrivania, gli spazi condivisi come le sale riunioni, non lasciare documenti sulle stampanti, e in generale osservare le regole stabilite da ciascun coworking, che sono finalizzate a permettere a tutti di lavorare con profitto.
Condividi
È l’essenza dei coworking: condividere. Non solo gli spazi e gli strumenti ma soprattutto le idee e le esperienze. Sì, la tentazione alla gelosia del proprio business è forte, ma se c’è un motivo per cui i coworking stanno dimostrando di funzionare è proprio il fatto che il matching delle idee e delle esperienze apporta valore aggiunto ai coworkers. È il principio delle licenze Creative Commons e del condividere allo stesso modo: serve un salto di mentalità, ma poi funziona.
Approfitta delle pause
È la conseguenza, o la premessa, del punto precedente: pausa caffè, pausa pranzo e ogni momento in cui stacchi dal tuo lavoro e condividi spazi e tempi con gli altri è un’ottima occasione di confronto, di condivisione e di conoscenza. A volte non ne nasce nulla, altre un amicizia o conoscenza interessante, altre ancora opportunità per il proprio lavoro. Ne vale la pena.

Idee
19/12/2018

Lasciare il lavoro per fare carriera può sembrare un paradosso e però secondo alcuni recenti studi pare funzioni. Ne parla il New York Times in un articolo intitolato Sometimes You Have to Quit to Get Ahead da cui emerge la tesi secondo la quale mollare intenzionalmente è un modo per andare più lontano.

Tutto parte da un piccolo e fortunato libro di Seth Godin, “Il vicolo cieco. Il piccolo libro che vi insegna a comprendere se insistere o rinunciare” la cui tesi è molto semplice: quando non si ottengono i risultati sperati, anziché ostinarsi meglio abbandonare. Varrebbe per ogni cosa della vita, dall’appendere un quadro al muro al leggere un libro e finanche alla carriera: se non ci sono gli sbocchi sperati, se non arriva la promozione auspicata, se la strada professionale intrapresa devia dal percorso immaginato, meglio dire stop, abbandonare la nave, fermarsi e riorganizzarsi. Dice Godin che i maestri in questa arte dell’abbandono strategico (così lo chiama nel libro) sono proprio i vincenti, quei businessman e imprenditori (soprattutto USA dal suo punto di vista) che hanno avuto successo. Le loro storie raccontano della capacità di capire quando è il momento di chiudere un’esperienza, uscirne, prendere il tempo per riorganizzare idee ed energie e ripartire da capo in nuovi progetti.
Fare un passo indietro è il segreto di fare un balzo in avanti.
Semplice a dirsi, difficile a farsi, soprattutto quando le condizioni materiali (leggi: uno stipendio necessario) ti vincolano a quella posizione. E però, dal punto di vista teorico e psicologico, accettare il fallimento e passare oltre sarebbe la chiave per crescere: lo dimostra uno studio della Northwestern University secondo il quale abbandonare, fisicamente e psicologicamente, i progetti e gli obiettivi non realistici né realizzabili migliora le condizioni psicofisiche. Mollare rende più felici, meno stressati, fisicamente più in forma.

Psicologicamente tuttavia non è semplice: significa accettare il fallimento, il che ha a che fare con l’ego, l’autostima e l’immagine di sé. E altrettanto difficile è riuscire a capire il momento di lasciare, visto che la tentazione e la speranza di sistemare le cose sono sempre dure a morire. E però servirebbe riuscire a guardare le cose dall’esterno, come facciamo quando diamo un buon consiglio a un caro amico. Quante volte ci siamo trovati a dire a un amico di non comprare quella casa o quell’auto, di non fare quell’investimento, di non sposare quella persona, e poi abbiamo avuto ragione? È il punto di vista esterno che fa capire meglio le cose, e riuscire ad averlo anche su se stessi è il segreto per lasciare al momento giusto.

Già, ma quando è il momento giusto per lasciare? Quando ci si rende conto che si sono tentate tutte le strade e le strategie, quelle ortodosse e quelle eterodosse, quelle canoniche e quelle rivoluzionarie e apparentemente infruttuose, e ci si rende conto che il prezzo da pagare per abbandonare non è poi così alto. Perché sì, mollare significa pagare un prezzo: in denaro, in tempo, in autostima, in relazioni, in mille cose che prima o poi ci si rende conto non essere più così importanti. Ecco, quando ci si alza un mattino e ci si rende conto che il prezzo da pagare non è poi così alto, allora è il momento di lasciare, fermarsi, guardare le cose dall’esterno e ricaricare le pile per ripartire.