Idee
17/11/2020

Ci risiamo. In molte regioni è di nuovo lockdown. Non duro e assoluto come in primavera, ma comunque tale da stravolgere le nostre vite sotto ogni punto di vista: relazionale, famigliare, professionale. Chi può è costretto allo smart working, che mette al riparo dai rischi di contagio ma isola le persone, taglia i ponti delle relazioni, comprime le famiglie tra le quattro mura di casa. Chi non può fare smart working continua ad andare al lavoro, fronteggiando ogni giorno il rischio di ritrovarsi positivo. E in più mancano le tradizionali valvole di sfogo: una pizza in famiglia o con gli amici, lo shopping, il cinema, una serata tra amiche, la palestra, la partita di calcio. Provare ansia da lockdown è quindi inevitabile, o quasi, date anche le incertezze, tanto sulla fine della pandemia quanto sulla situazione economica generale. Ma come fare? Qualche indicazione viene dall’OMS, che ha addirittura creato un nuovo termine, pandemic fatigue, o sindrome da iperstanchezza cronica correlata alla pandemia.

1. Prendere il buono che viene dal nuovo lockdown

In tutte le cose c’è qualcosa di buono, basta mettersi nella giusta disposizione d’animo per saperlo riconoscere. I ritmi rallentati, il maggior tempo a disposizione con la famiglia e i figli, la possibilità di leggere finalmente quel libro sul comodino da anni, di prendersi cura di sé, di cucinare meglio, più sano, avendo più tempo a disposizione… Ciascuno può trovare qualcosa di positivo a cui aggrapparsi e farlo diventare un nuovo valore della propria vita, magari con la prospettiva di farlo durare anche dopo il lockdown.

2. Accettare l’incertezza

L’incertezza è di questo mondo, a maggior ragione davanti a eventi come questa pandemia. Non sapere quando finirà, non sapere come finirà, sentire pareri discordanti, dati difformi, informazioni opposte sono tutte manifestazioni di questa incertezza. Razionalizzare sempre tutto non si può, e cercare di farlo compulsivamente leggendo e ascoltando tutto crea solo stress. E dallo stress nasce l’ansia.

3. Spegnere la TV

La TV fa il suo mestiere: catturare l’attenzione. E non c’è nulla al momento che catturi l’attenzione più che le notizie sulla pandemia. Ma essere bombardati tutto il giorno, tutti i giorni, dalle informazioni sulla pandemia può a lungo generare angoscia, che è la paura che tracolla. E allora, anche se siamo chiusi in casa per molte ore al giorno, conviene spegnere la TV, selezionare pochi momenti di aggiornamento al giorno (o poche fonti di aggiornamento) ed evitare di vivere travolti dal flusso delle notizie che si susseguono minuto dopo minuto. Qualche ora di musica, un film, o anche il silenzio non faranno di certo peggiorare le cose nel mondo. Ma le faranno migliorare di sicuro dentro di sé.

4. Muoversi

Il movimento è endorfinico, stimola la produzione degli ormoni del buonumore. Vero, tante cose non si possono più fare, ma l’attività motoria e quella sportiva sono permesse. E fanno bene. Non che si debba cominciare a fare sport proprio in questa situazione, ma infilarsi un paio di pantaloni comodi della tuta e fare una bella camminata intorno a casa, nelle vie meno frequentate o in un angolo si verde se è a portata di mano, può solo fare del bene. Magari al mattino, prima di cominciare la giornata in smart, o in pausa pranzo, durante le ore di maggior luce: sembra poco, ma è tantissimo, e può cambiare le giornate.

5. Concedersi qualche peccato di gola

Sì, i peccati di gola non sono il massimo della salute, ma il comfort food si chiama così proprio perché fa bene all’umore (più che alla salute). Insomma concedersi uno strappo alla regola di tanto in tanto è un modo per coccolarsi, per spezzare la catena della tensione, per ritagliarsi un momento per sé, un piccolo premietto. Nella giusta misura, non sarà quel cioccolatino prima del caffè a far tracollare la situazione. Anzi.

6. Prendersi cura di sé

Sembra in contrasto col punto 5, ma no. Qualche peccato di gola presuppone che tutto il resto sia amore e attenzione per la propria salute. Mangiare sano, acquisire buone abitudini quotidiane, dormire il giusto, fare un ’bout di movimento (vedi punto 4) sono tutte buone azioni nei propri confronti che possono aiutare a rompere la spirale di tensione e dirsi che in fondo la fine della pandemia ci troverà nella nostra forma migliore.

Idee
13/11/2020

Eh sì, anche quest’anno è arrivato il momento dei regali di Natale aziendali. Praticamente non ce ne siamo nemmeno accorti, presi come siamo da tutte le vicende e vicissitudini dell’emergenza Coronavirus, ma il Natale quando arriva, arriva. Come recita una famosa pubblicità. E anche quest’anno siamo qui, a poco più di un mese, a pensare ai regali di Natale aziendali. Con una differenza, sostanziale: quest’anno sarà tutto diverso, se non proprio inedito.
Escluso fare il giro di clienti e fornitori con i cadeaux in mano, un rito forse poco sentito ma fondamentale nella relazione con chi lavora con noi o per noi. Molto difficile anche pensare di confezionare i regali in ufficio, dal classico cesto natalizio di specialità gastronomiche a ogni altro pensiero: se ancora si va in ufficio – e sì, in molti ancora vanno in ufficio – poi sarebbe quantomeno complicato gestirne la spedizione, con tutto quello che comportano le misure anti-COVID.
Per questo la vera risorsa di questo Natale 2020 per i regali aziendali potrebbero essere i siti di e-commerce specializzati in prodotti da ufficio. Scegliere, acquistare e spedire gli omaggi natalizi aziendali direttamente online è un ottimo modo di risparmiare tempo, gestire la flessibilità obbligata dalle norme anti-COVID, tenere sotto controllo il budget e poter sfruttare appieno le potenzialità di marketing di questo momento. Perché diciamo la verità: il Natale è una festività sentitissima, ma i regali di Natale aziendali hanno prima di tutto un obiettivo di marketing. Poi sì, ci sono collaboratori, clienti e partner con i quali il rapporto è qualcosa di più e di oltre una mera relazione professionale, e che talvolta sfiora l’amicizia: ma queste sono le eccezioni alla regola, e come tali vanno trattate.
Detto tutto ciò, cosa regalare a Natale come azienda anche in quest’anno caratterizzato dal Coronavirus? I cesti natalizi vanno sempre per la maggiore, sono sempre graditi, difficilmente si sbaglia (a meno che chi lo riceve non abbia particolari intolleranze o idiosincrasie alimentari) e raramente il pensiero finisce sprecato.
Poi ci sono i cosiddetti gadget, o prodotti da ufficio di uso quotidiano. Non faranno gridare “wow” dalla gioia ma agende, calendari, penne, memorie USB, portapenne da scrivania sono sempre utili e graditi. Con un grande vantaggio: possono essere personalizzati con il logo o il nome dell’azienda, e sono un grande strumento di Pubblicità Tramite Oggetto. E la PTO è uno dei più potenti strumenti di marketing ancora a disposizione. Il tutto con un costo accessibile se non contenuto.
Alla logica della PTO risponde anche l’abbigliamento, sempre con logo e nome dell’azienda. Ovviamente una t-shirt di cotone con il nome della propria PMI è un ’bout troppo cheap, ma cappellini invernali di tessuto tecnico sintetico, guanti, giacche antivento, marsupi e borselli non sono affatto cheap e in qualche modo si usano sempre.
Infine non bisogna dimenticare che con i regali di Natale aziendali si possono comunicare anche i valori della propria azienda. Un messaggio che va oltre la semplice consapevolezza del marchio. Per esempio questo potrebbe essere l’anno dei dispositivi di protezione individuali (dalle mascherine alle visiere in plastica e fino al gel igienizzante): un buon modo per dire che si tiene alla salute dei propri dipendenti e dei propri clienti e fornitori. Oppure, se si è deciso per una svolta green, anche le borracce in acciaio o alluminio potrebbero essere un ottimo regalo di Natale aziendale: ormai tutti ne fanno gli usi più diversi e sono un ottimo modo di comunicare i valori e la responsabilità sociale della propria azienda.

Credits photo: it.depositphotos.com

Idee
12/11/2020

Non tutti e non sempre se ne rendono conto. Non sempre la cosa è esplicita. Ma quando si lavora è un continuo scambiarsi dei feedback. O dei ritorni di informazioni, per dirlo in italiano. “Mi ordini il file per importanza dei clienti per favore?” è un feedback. “Questo lavoro fa schifo” è un feedback, come anche “Ottimo lavoro”. Anche “Ci sono tutte le informazioni che ti avevo chiesto?” è un feedback. Ma seppur di esperienza comune queste frasi possono suscitare diverse se non opposte reazioni: apprendimento, frustrazione, gratificazione, sfiducia. E gli esempi possono essere infiniti. E a complicare le cose bisogna aggiungere che i feedback sono bidirezionali (dall’alto verso il basso e viceversa), espliciti ma anche impliciti (il famoso linguaggio non verbale).

Sempre più nella selezione dei candidati, nella costruzione dei team, e nella gestione delle aziende si presta importanza alle soft skill, e il feedback è proprio una di queste. C’è una vasta letteratura scientifica sul tema del feedback, sulla sua efficacia, e sulle modalità e i tempi in cui fornirlo. Letteratura a cui si aggiunge ora un nuovo libro, “Grazie del Feedback” di Andrea Laudadio e Francesco Nicodemo, da cui si possono estrapolare 8 regole semplici ed efficaci per migliorare la propria capacità di fornire e ricevere i feedback.

1. Il feedack deve essere specifico. Dire: “Questo lavoro fa schifo” non consente di capire in cosa si è sbagliato. Dire: “Questo file è inutile perché mancano i dati sulla popolazione” dice sostanzialmente la stessa cosa (il lavoro è stato inutile) ma con un’informazione specifica sul perché e su ciò che occorre fare.

2. Il feedback deve essere chiaro. Banalmente: troppe informazioni sono peggio che poche informazioni. Se per correggere un lavoro spiegano le decine di passaggi necessari a farlo si ottiene il risultato di perdere l’attenzione di chi ascolta.

3. I feedback non devono essere troppi. La definizione di troppi o pochi è molto variabile, ma insomma non è che si può passare ogni 10 minuti dietro la scrivania a commentare quello che uno sta facendo. Altrimenti è come giocare alla Playstation. Occorre dare indicazioni iniziali, lasciare il tempo di elaborarle e provare a metterle in pratica, e poi intervenire poche volte ma in modo sostanziale.

4. Il feedback deve creare empatia. Un giudizio di valore sul lavoro (“Fa schifo”) o sulla persona (“Non sei capace”) sono feedback che non creano empatia, generano frustrazione, non consentono miglioramento né autonomia. “No, vorrei per favore che ci fossero anche queste informazioni senza le quali è inutile, lo puoi rifare?” è un modo diverso, empatico, di dire comunque che il lavoro è da rifare.

5. Ci sono i momenti giusti per il feedback, e quelli sbagliati. Spiegare all’ultimo minuto prima di uscire dall’ufficio, magari dopo un paio di ore di straordinario, quello che non funziona in un lavoro da rifare il giorno dopo è sostanzialmente inutile. Meglio farlo il mattino successivo presto e subito, a mente lucida, immediatamente prima di rimettersi al lavoro.

6. Per dare e ricevere un feedback occorre avere obiettivi chiari: a cosa serve questo lavoro? Qual è il percorso da compiere? Che miglioramenti ci aspettiamo?

7. I feedback che funzionano sono quelli che pongono domande. “A cosa serve questo documento?”. “Quali informazioni deve contenere?”. “Perché?” sono tutte domande aperte che stimolano il ragionamento, la presa di coscienza e l’assunzione di responsabilità da parte di chi deve eseguire quel compito.

8. Esiste anche il feedback del feedback. Banalmente: “Ti è tutto chiaro?” è una domanda che che stimola una risposta e incita a esprimere i propri dubbi. “Adesso fallo” è un feedback che chiude la comunicazione, senza la certezza che ciò che si è spiegato sia stato davvero capito.

Idee
08/11/2020

Per trovare lavoro serve autostima. Sì, servono anche competenze, un pizzico di fortuna, tenacia, un curriculum scritto come si deve e tutto il resto, Ma lo stato mentale, l’atteggiamento mentale, può fare molto per influire su tutti quei punti. A dirlo è Lorenzo Cavalieri, Managing Partner della società di consulenza e formazione Sparring, in un interessante articolo su Il Sole 24 Ore che parte dal vissuto profondo di chi sta cercando un lavoro. L’assunto è semplice: se cerchi lavoro è perché non ce l’hai, oppure quello che hai non ti soddisfa, sia economicamente che come prospettive di crescita. Nell’uno come nell’altro caso questo si traduce da un lato con un senso di privazione (il vecchio slogan “voglio ciò che mi spetta”?) e dall’altro con un senso di inadeguatezza e sconfitta (“non riesco ad avere ciò che vorrei”).

Privazione e difetto che si rimbalzano tra di loro e si traducono in 3 atteggiamenti:

Scarsa autostima
Risentimento sociale
Pessimismo

Tradotto: se non trovo lavoro è colpa mia, sbaglio e sono un incapace. Anche gli altri però non mi aiutano. È tutto perso, tanto vale lasciar stare.

Ma come influisce questo stato d’animo sulle possibilità di trovare un lavoro? Influisce nella misura in cui, consapevolmente o meno, comunichiamo negatività, sfiducia, scoramento a chi dovrebbe valutarci ed eventualmente assumerci. E nella testa, e negli occhi, dei selezionatori non ci sono solo le hard skill ma anche le soft skill. Anzi, le seconde sono diventate nel tempo sempre più preponderanti nella scelta di un profilo professionale. E a parità di competenze (e forse, se non spesso, anche non a parità di competenze) un selezionatore, un datore di lavoro, un responsabile delle risorse umane propenderà sempre per chi ha un atteggiamento propositivo e ottimista rispetto a chi, nelle parole e negli atteggiamenti, esprime rassegnazione, rabbia, sfiducia.

Idee
04/11/2020

La DAD, la Didattica A Distanza, è tornata tra noi. Con il nuovo DPCM del 3 novembre gli studenti delle scuole secondarie superiori, e probabilmente anche molti delle medie, tornano a fare lezione da casa, davanti allo schermo del computer. Ora, la didattica a distanza non è scuola, questo è pacifico, ma se al primo lockdown ha trovato impreparati molti se non tutti, sia docenti che studenti e famiglie, ora il “primo tempo” di questa partita con le conseguenze del Coronavirus l’abbiamo già giocata, e dobbiamo farne tesoro. Pensare di replicare esattamente ciò che accade in classe nella modalità da remoto non funziona, esattamente come non funziona replicare la vita e le dinamiche da ufficio con lo smart working. Servono strategie nuove, diverse, smart e in qualche modo creative. Come queste 3 idee per sfruttare appieno la DAD.

1. Rivedere gli orari
Nessuno è in grado di seguire con profitto 5 o 6 o più ore di lezione stando seduto davanti allo schermo di unn computer. La scuola ha suoi tempi, compresi quelli di ricreazione, e così deve essere anche per la DAD: se ci sono 2 ore di fila di una stessa materia se ne può dedicare una parte alla spiegazione e una parte al lavoro, anche in autonomia e scollegati.

2. Coinvolgere gli studenti
Chiedere loro di preparare una presentazione multimediale, di cercare un video su un determinato argomento, di esporre un argomento alla classe sono tutti modi per variare il ritmo, il tono e il modo delle lezioni.

3. Mantenere il senso di comunità
Non si può più lavorare fisicamente a gruppi, in aula come a casa, ma bisogna contrastare il rischio di atomizzare gli studenti, isolandoli nella loro solitudine. Gli strumenti per collaborare online esistono, occorre stimolare i ragazzi a trovare nuovi modi per lavorare assieme.

Notizie
03/11/2020

Se c’è una cosa che ha funzionato, almeno dal punto di vista dell’aumento dei volumi e dei guadagni, in questa pandemia, è l’e-commerce: dal lockdown duro di marzo e aprile, durante il quale l’unico modo per ricevere beni anche semplicemente essenziali alla vita di tutti i giorni era ordinarli online, ai nuovi comportamenti della Fase 2, in cui molti hanno rinunciato al giro per negozi e preferito gli acquisti da computer, è senza dubbio l’e-commerce uno dei protagonisti di questi tempi nuovi e inediti. E però se tutti parlano di Bezos, e di quanto ha guadagnato in questo periodo, non tutti pensano che in fondo l’e-commerce può essere un’opportunità a portata di mano. Almeno per chi la vuole implementare.
Non è così però per 8 PMI su 10 in Italia, secondo uno studio condotto dall’Osservatorio Innovazione Digitale nelle Pmi del Politecnico di Milano: il 76% delle imprese italiane di piccole e medie dimensioni non effettua vendite online, e solo il 15% delle aziende ha un proprio sito o una propria App attraverso la quale vendere i propri prodotti.
Un handicap che potrebbe acuirsi in questo inverno 2020/2021 segnato da continue incertezze sulla ripartenza: se davvero ripartirà la stagione dei lockdown, parziali, temporanei o territoriali che siano, chi sarà in grado di raggiungere gli acquirenti a casa anziché aspettare che vengano a sé avrà senza dubbio un vantaggio competitivo da mettere in campo per fronteggiare le difficoltà

Ufficio
30/10/2020

Se hai un ufficio dovresti dotarti di un distruggidocumenti. E non solo per proteggere i tuoi dati (pensa a fatture varie che potrebbero venir usate in modo fraudolento, o brevetti e progetti che potrebbero essere utilizzati da altri) ma anche per rispettare la normativa sulla GDPR, che impone di distruggere ed eliminare tutti i dati sensibili dopo un certo periodo di tempo. E un tritura carta potrebbe essere utile anche a casa, considerando che sempre più la raccolta differenziata della carta avviene porta a porta e praticamente tutti mettono in strada la sera scatole e sacchetti che contengono sì carta di nessun valore ma anche documenti personali. Il problema è però trovare il modello giusto, e per riuscirci ci sono almeno 4 cose da sapere:

Tipo di taglio
Volume e formato dei fogli
Velocità e rumore
Capienza del cestino

1. Tipo di taglio

Ci sono 2 tipi di taglio per i distruggidocumenti: quello a striscette e quello a frammenti. Il primo è tendenzialmente più veloce, il secondo più sicuro in termini di inutilizzabilità del residuo. Per casa o per un piccolo ufficio può bastare questo, ma se maneggi informazioni e documenti davvero sensibili puoi pensare a livelli di sicurezza militari e governativi. Roba da top secret che si paga cara.

2. Volume e formato dei fogli

Il discorso sul formato è presto fatto: se per lavoro utilizzi spesso il formato A3, di un distruggidocumenti in formato A4 te ne fai poco. A meno di non metterti a piegare di volta in volta i fogli a metà. Ma questo dipende dal valore che dai al tuo tempo lavoro. Il volume dei fogli invece è un’informazione interessante, soprattutto per gli uffici: poter distruggere mazzetti di 10, 50 o 100 fogli contemporaneamente cambia il tempo che si perde davanti al distruggidocumenti. Chiaramente poter tagliare 10 o 100 fogli dipende dalla potenza del motore, e anche questa è una caratteristica che si paga in più. Una soluzione interessante e intelligente è quella dei distruggidocumenti a carica automatica: un ’bout come per le stampanti, appoggi i fogli sul vassoio e la macchina comincia a lavorare da sola.

3. Velocità e rumore

La velocità ha a che fare con il volume dei fogli: un distruggidocumenti con un motore più potente taglia più fogli in minor tempo. Se ti serve una macchina da tenere accanto alla scrivania e usare di tanto in tanto non è così importante. Ma se ogni mese devi distruggere pile e pile di carta allora pagare un ’bout di più una macchina veloce ti permette di risparmiare a lungo termine il tempo – lavoro che dedichi a questa operazione. Il rumore… è una questione soggettiva: se lavori da solo e distruggi un foglio ogni tanto ci puoi passare sopra; una macchina rumorosa in un ufficio di più persone è una tortura inutile.

4. Capienza del cestino

Per una distruzione grande ci vuole un cestino grande. Fuor di battuta: se la distruzione di documenti è un compito frequente e per grandi volumi, ci vuole un distruggidocumenti grande con un grande cestino, che non obblighi a fermarsi per svuotarlo troppo spesso. Peraltro: il taglio a strisce crea residui più voluminosi, quello a frammenti a parità di fogli occupa meno spazio. È sempre una questione di quanto tempo si deve dedicare a questa operazione.

Idee
27/10/2020

Ci risiamo. on il DPCM del 25 ottobre 2020 per il 75% degli studenti delle scuole superiori si torna alla didattica a distanza. Un modo elegante per dire che si resta a casa davanti a un computer a seguire le lezioni. Per fortuna nella stragrande maggioranza delle situazioni l’esperienza del primo lockdown è servita: ora almeno non si improvvisa più su una miriade di pattaforme e qualche buona pratica è stata ormai consolidata. Però ci risiamo di nuovo, occorre ancora sopravvivere alla DAD. Come fare? Dandosi alcune semplici ma ferre regole.

1. Le mail una volta al giorno.

Massimo due, inteso come mattina prima di cominciare le lezioni e sera per una verifica delle comunicazioni. Vale per i docenti, vale per gli studenti. La scuola è sopravvissuta per secoli senza le mail e non c’è bisogno di trasformala in un mailificio. Poche comunicazioni essenziali – i lavori da fare, i lavori restituiti – ed eventualmente gli avvisi. Il resto è rumore di fondo inutile.

2. Pochi gruppi WhatsApp

Ok, gli studenti ne avranno una proliferazione, e per loro forse è più difficile farne a meno (anche se non sanno quanto gli farebbe bene disintosiccarsene). Ma per gli insegnanti è una questione di sopravvivenza: niente gruppi con gli studenti, niente gruppi con i genitori (anche qui, la scuola è sopravvissuta per secoli senza i gruppi WhastApp) e al massimo uno, unico e ufficiale, con i colleghi. Al massimo.

3. Orari chiari e tassativi

Vale per l’inizio e la fine delle lezioni, vale per i colloqui con i genitori, vale per le riunioni con i colleghi, vale per le videochiamate con il dirigente scolastico. Se c’è una cosa che la scuola può imparare dal mondo aziendale per quanto riguarda il “lavoro da remoto” è la gestione dei tempi. se la riunione deve durare 45′, dura 45′. Se il colloquio deve durare 15′, dura 15′. Il fatto di essere “comodamente a casa propria” non è un buon motivo per dilatare questi tempi.

4. Ricordarsi che esistono ancora libri e quaderni

La prima volta fu il caos: foto di compiti mandate alla rappresentante sul gruppo WhatsApp, compiti ed elaborati caricati visibili a tutti su ClassRoom, temi inviati per chat e chi più ne ha più ne metta. Ora un ’bout d’esperienza è stata fatta, gli strumenti digitali sono stati acquisiti, ma sì, ricordiamoci che per studiare e fare i compiti i cari, vecchi e buoni libri e quaderni ci sono ancora. E funzionano benissimo.

Notizie
23/10/2020

Con più di 54mila contagi COVID-19 sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio della pandemia, e con l’aumento esponenziale delle positività al SARS-CoV-2 di queste prime settimane di ottobre, ci si torna a chiedere cosa dicono le norme nel caso di contagio da Coronavirus al lavoro. La normativa è chiara: c’è un protocollo, sottoscritto dalle parti sociali e dal governo il 24 aprile 2020, che contiene le indicazioni per contastare la diffusione del contagio da Coronavirus nei luoghi di lavoro. E poi ci sono il decreto Cura Italia e il decreto Liquidità che stabiliscono per i datori di lavoro l’obbligo di tutelare la salute dei lavoratori e le eventuali responsabilità delle aziende nel caso di un contagio avvenuto sul lavoro.

Per il Decreto Cura Italia, il contagio da COVID-19 avvenuto sul lavoro è infortunio sul lavoro, se e solo se “avvenuto in occasione dell’espletamento delle proprie mansioni nell’ambiente lavorativo”. Da questo dipendono 2 conseguenze: la prima è che asintomatici o meno, tutti i positivi da Coronavirus sono in malattia e non possono né devono lavorare, nemmeno in smart working. La seconda è che, a fronte di un mancato rispetto delle norme presenti nei decreti e nel protocollo firmato ad aprile, potrebbe configurarsi una responsabilità penale da parte del datore di lavoro. Conseguenza che aveva già fatto scattare il campanello d’allarme in primavera, che potrebbe concretizzarsi nella fattispecie di reati come quelli di lesioni (articolo 590 codice penale) o addirittura di omicidio colposo (articolo 589). Ma anche una conseguenza difficile da dimostrare, stante la natura del virus, le poche conoscenze sulla sua trasmissione, e i tempi di incubazione lunghi. In pratica, al datore basterebbe dimostrare di aver applicato tutte le norme e prescrizioni previste dai decreti e dal protocollo, e al lavoratore il compito di riuscire a dimostrare di aver contratto il virus proprio al lavoro, escludendo ogni altra situazione di socializzazione. Cosa questa più impossibile che difficile.
Di fatto, a ora, siamo a più di 54mila denunce segnalate all’Inail (il 15% circa di tutte le denunce per infortunio sul lavoro ricevute nel 2020) con 319 segnalazioni di casi mortali, 1/3 di tutti i casi di decessi sul lavoro denunciati all’Inail dall’inizio dell’anno.