Idee
30/07/2020

Le vacanze sono finalmente alle porte, e con esse il tanto sospirato relax. Tanto più sospirato dopo questi lunghi mesi di lockdown, misure di contenimento dell’epidemia da COVID-19, smart working e incertezze. Insomma, che si parta per qualche località di villeggiatura o che si resti a casa, ci vorrebbe proprio di riuscire a dimenticare il lavoro, almeno per qualche giorno. Cosa difficile perché il lavoro, l’ufficio, le incombenze e tutti i problemi rimangono lì, in un angolo della nostra attenzione. E questo non è bene, perché una vacanza deve davvero servire per ricaricare le pile e tornare a lavorare (in ufficio o a casa) carichi e desiderosi di ricominciare. Ma come fare allora a staccare davvero con il proprio lavoro, almeno per qualche giorno, e vivere completamente la vacanza anche dal punto di vista mentale? Con almeno 5 semplici stratagemmi.

1. Cambiare abitudini. Completamente.

La vacanza è tale perché è libertà, e stravolgere le consuetudini è il primo passo per sentirsi liberi. Può significare prendersi tutto il tempo per fare colazione anziché prendere un caffè al volo come quando si deve correre in ufficio. Può significare un riposino a metà pomeriggio, o il piacere di leggere il giornale cartaceo sotto l’ombrellone anziché la solita versione digitale da sfogliare rapidamente. Oppure tenere spento lo smartphone fino a tardi, anziché accenderlo appena svegli. Insomma: stravolgere i gesti ormai automatici è il primo passo per capire che la vacanza è cominciata davvero.

2. Riservare pochi minuti al giorno alla mail.

Ok, magari non tutti possono dimenticare completamente la posta elettronica e i messaggi, compresi quelli di lavoro. Ma se proprio non è possibile, almeno che siano limitati a pochi minuti al giorno: un quarto d’ora, magari dopo pranzo, e rispondendo solo e soltanto alle cose importanti. Per il resto del tempo connessione dati disattivata e libertà di essere n vacanza.

3. Andare offline.

Certo, smartphone e tablet ci risolvono un sacco di problemi, compresi quelli di trovare la strada, scegliere il ristorante, prenotare l’albergo e così via. Ma insomma, anche un po’ di spirito analogico non guasta.

4. Non parlare di lavoro.

Sì, capita, e pure spesso: si è in vacanza ma si parla di lavoro, con il partner, con i vicini di ombrellone, con gli amici di sempre. Ecco, un bel divieto al parlare di lavoro aiuta a dimenticare, almeno per qualche giorno, quello che ci aspetta al nostro rientro.

5. Staccare completamente.

I più temerari riescono a spegnere completamente smartphone e tablet per giorni interi o per più giorni. Ma se non potete concedervi questo lusso può bastare anche qualche ora, per esempio per il tempo necessario a fare una escursione nella natura, o una gita in barca, o una visita a un museo o un acquario in compagnia della famiglia senza dover rispondere a chiamate e messaggi ma concedendosi il piacere di avere tutte le attenzioni per sé e per i propri cari.

Notizie
28/07/2020

Lo smart working potrebbe essere un problema per la sicurezza informatica. E un ’bout c’era da aspettarselo, visto che dall’oggi al domani siamo rimasti tutti a casa e ci siamo dovuti arrangiare in qualche modo per poter continuare a lavorare. Nel frattempo ci siamo preoccupati di tante cose, in primis ovviamente di stare alla larga dal COVID-19 ma anche di riuscire a conciliare lavoro e vita famigliare, gestire gli spazi di casa, gestire i tempi del lavoro, riuscire a essere comunque produttivi e riuscire comunque a mantenere i contatti professionali. Ma ora che il picco dell’emergenza sembra essere passato e che si cominciano a fare i conti con quel ricorso massiccio e repentino allo smart working, ci si accorge anche che la pandemia sanitaria potrebbe diventare anche una pandemia di sicurezza digitale: secondo una ricerca di Check Point Software Technologies, fornitore di soluzioni di cybersecurity a livello globale, e Dimensional Research, il 95% delle aziende al mondo ha sperimentato problemi di sicurezza digitale legati allo smart working. Cioè praticamente tutte le aziende.
Del resto il Coronavirus ha colto tutti impreparati, anche aziende e lavoratori costretti allo smart working, e la maggior parte delle aziende si è trovata a dover creare da zero e di fretta i sistemi per il lavoro da remoto, dal cloud alle VPN e fino ai sistemi di videoconferenza. E comunque, anche qualora tutto ciò sia stato fatto a regola d’arte, chi è stato costretto a rimanere a casa dalla sera alla mattina ha dovuto far ricorso ai propri dispositivi personali, dai computer agli smartphone, e non c’è bisogno di una indagine per sapere che non sempre sono protetti, dall’ultimo aggiornamento ai sistemi anti-Virus o anti-malware.
Siti di phishing, spam e ogni altro sistema per intrufolarsi nelle reti aziendali è stato messo in campo dagli hacker, anche creando siti Internet istantanei legati al Coronavirus o ai bonus del Governo. La raccomandazione è sempre quella di prestare estrema attenzione alla sicurezza e attendibilità dei siti che si visitano e dei messaggi che si ricevono, ma è indubbio che le aziende dovranno rapidamente dotarsi di sistemi di sicurezza digitale tali da garantire lo smart working anche nei mesi a venire.

Ufficio
26/07/2020

Con l’arrivo dell’afa estiva e delle ondate di vero caldo torna in auge il tema del rapporto tra aria condizionata e Coronavirus. Anche perché nonostante il chiarimento dell’ISS secondo cui non c’è prova che il COVID-19 si trasmetta attraverso gli apparecchi di condizionamento dell’aria, la notizia secondo la quale il flusso dei condizionatori d’aria in un ristorante potrebbe aver favorito la diffusione del Covid-19 a Guangzhou, in Cina, rimane sempre come uno spettro per chi è già tornato in ufficio per lavorare. Il tutto nonostante lo studio del Guangzhou Center for Disease Control and Prevention non sia sostenuto da simulazioni del flusso d’aria né da test sierologici né da evidenze comprovate. In ogni caso tra aria condizionata e Coronavirus è bene fare chiarezza, sia per quanto riguarda gli impianti degli uffici che per quelli di ogni luogo di comunità, dai ristoranti agli aeroporti, centri commerciali, negozi.

Le raccomandazioni dell’ISS rimangono quelle già emanate ad aprile, e sono di buon senso e contro ogni allarmismo: basta fare bene la manutenzione, pulendo frequentemente gli impianti con acqua e sapone, garantire un frequente ricambio d’aria aprendo di tanto in tanto le finestre (cosa che sarebbe da fare sempre e comunque, Coronavirus o meno) e mantenere la temperatura a un livello fisiologico, cioè intorno ai 24- 26 gradi.

Pulire prese e filtri dell’aria andrebbe fatto sempre, indipendentemente dal timore di diffusione del COVID-19, perché è tra le buone pratiche di manutenzione dei condizionatori d’aria e perché riduce la polverosità dell’aria, che è uno degli elementi potenzialmente dannosi per la salute. E in questo frangente di emergenza e pandemia non è nemmeno necessario utilizzare liquidi di sanificazione, sempre secondo le linee guida dell’ISS: bastano acqua e sapone, oppure con una soluzione di alcool etilico almeno al 70%. Ogni quanto farlo? Almeno una volta al mese, dice l’ISS, ma passare un panno in microfibra a inizio della settimana lavorativa può essere una buona precauzione, soprattutto in queste settimane di afa e caldo.

Il contagio è ormai acclarato che avviene tramite i droplet, le goccioline di saliva generate da tosse, starnuti o dall’atto del parlare e respirare e che abbiano una carica virale. Motivo per cui il ritorno in ufficio è avvenuto con precise indicazioni di protezione individuale. Tuttavia, benché non ci sia prova della trasmissione tramite gli impianti di condizionamento, assicurare un ricambio d’aria regolare rimane sempre una buona prassi, al lavoro come a casa o nei negozi: basta aprire le finestre di tanto in tanto, per esempio a metà mattina, in pausa pranzo e a metà pomeriggio, per rinnovare l’aria che circola nell’ambiente e nei condizionatori, e questo è bene indipendentemente dal Coronavirus.

C’è infine una ragionevole indicazione circa la temperatura da tenere, che è già stabilita per legge ma che tuttavia non deve essere così bassa da generare “infreddature” (è il termine utilizzato dall’ISS) che a loro volta potrebbero provocare starnuti. E di questi tempi è sempre meglio evitare di starnutire: in presenza di altre persone o anche solo per non allarmarci pensando a sintomi legati a SARS-CoV-2.

Notizie
24/07/2020

L’abbiamo sentito dire tutti, e lo abbiamo detto tutti: “Lavoro da casa e son più stanco di prima”. Be’, c’è una verità scientifica dietro a questa affermazione, e cioè che lavorare da remoto stanca di più il cervello. Lo dice il primo Work Trend Index di Microsoft, l’indagine fatta per analizzare come lo smart working stia cambiando la produttività e il modo in cui ci relazioniamo con gli altri: la survey su 2000 lavoratori ha sommato sia interviste individuali e focus group che studi sul cervello attraverso l’analisi delle onde cerebrali. E lo studio sulle onde cerebrali ha dimostrato che lavorare da remoto è mentalmente più stressante e faticoso che farlo in presenza.

Certo ci sono anche i vantaggi, che abbiamo visto qui, ma ore e ore, e giorni e giorni, di riunioni da remoto, senza interazione fisica, generano fatica. Una fatica specifica, con dei marcatori cerebrali ben precisi. Per esempio: durante una video-riunione i marker della fatica compaiono dopo 30 o 40 minuti, ben prima che durante una riunione in presenza. E se le riunioni si susseguono una via l’altra, dopo un paio d’ore, quindi in pratica a metà mattina, ecco comparire i primi sintomi dello stress. Del resto video-meeting e lavoro da remoto costringono a focalizzarsi interamente e intensamente solo su una cosa: lo schermo del computer. E mancano invece tutti gli altri segnali paraverbali che invece aiutano a capire meglio, di più e più facilmente il senso della conversazione.

Il lockdown da Coronavirus ci ha colto impreparati, e non poteva essere diversamente, e siamo passati da un giorno all’altro dalla vita tradizionale da ufficio, con i suoi pro e contro conosciuti, allo smart working esclusivo, con i suoi pro e contro da scoprire. Molti hanno apprezzato le potenzialità di work-life balance di questa modalità di lavoro agile, i risparmi di tempo e denaro legati al pendolarismo casa-lavoro sono indubbi, ma ora c’è da mettere sul piatto della bilancia anche gli altri aspetti, compresa la maggior fatica mentale che fare tutto tramite lo schermo di un computer comporta.

Notizie
21/07/2020

Chiunque ha maneggiato nella sua vita una gomma per cancellare: di sicuro alle scuole elementari, dove ancora oggi è dotazione obbligatoria di ogni studente, e poi ancora nel resto della vita scolastica, dove le materie che implicano il disegno ne prevedono l’uso, e forse anche nel corso della vita professionale, visto che le matite e portamine rimangono uno strumento diffusissimo per annotare velocemente appunti su block notes e documenti stampanti.

E proprio come altri oggetti di uso quotidiano (per esempio i Post-It, i temperamatite, la penna Bic, i fermagli o la colla stick), anche la gomma per cancellare ha una storia curiosa da raccontare. Scrivere si è sempre scritto, ma mentre nell’antichità cancellare era un’operazione complessa (geroglifici e iscrizioni sulla pietra venivano raschiati con uno scalpello, e così le scritte sui papiri e sulla cera e anche quelle sulla carta) è solo con l’invenzione della matita intorno al 1500 che si pose il problema di cancellare i tratti di grafite.

Benché il caucciù fosse stato portato in Europa già da Cristoforo Colombo, per quasi due secoli dall’invenzione della matita, per cancellare le scritte lasciate dalla grafite si utilizzò la mollica del pane o la cera. Fu solo nel 1770 che un chimico inglese – Joseph Priestley – scoprì per caso che il caucciù aveva il potere di ‘raschiare’ docilmente i tratti di matita dalla carta.

Già, perché cancellare le scritte, di una matita ma anche di una penna (il processo di vulcanizzazione fu scoperto nel 1839, permettendo di rendere la gomma ancora più resistente), significa sostanzialmente raschiare docilmente lo strato superiore della carta, asportando il segno grafico insieme a un po’ di cellulosa.

Ufficio
19/07/2020

Dipendenti e collaboratori sono il vero capitale strategico di ogni azienda, e sempre più realtà imprenditoriali, dai colossi multinazionali alle medie realtà locali, stanno prestando attenzione al management delle risorse umane. Personale motivato è infatti sinonimo di efficienza e performance, e non c’è niente di più frustrante per un manager o imprenditore di veder vanificati i propri investimenti a causa della demotivazione dei propri collaboratori.

Ma come fare per motivare al massimo i propri dipendenti? Escludendo bonus e premi produttività in denaro, che non è sempre possibile distribuire, occorre lavorare sulle strategie di leadership e management, per esempio partendo da questi 5 spunti suggeriti da Triplepundit.com, sito di consulenza per business leader.

Mostrare la leadership con l’esempio

Se il capo è un vero leader, riconosciuto per le competenze così come per i comportamenti e l’impegno, i collaboratori saranno più portati ad emularlo e a lavorare per lui e con lui. Non si tratta di essere decisionisti, si tratta di essere decisi: nel prendere decisioni, nel valutare le proposte, nel lodare un lavoro ben fatto e nel sottolineare gli errori commessi.

Premiare il merito

Un vero business leader coltiva il talento dei propri collaboratori senza timore: costruire team affiatati, riconoscere e attribuire i meriti, delegare con fiducia e gestire al meglio tempi e spazi di lavoro permette di far crescere i collaboratori in competenze e autonomia, migliorandone la produttività.

Stimolare la formazione continua

In un mercato del lavoro sempre più critico e competitivo, le competenze sono il valore che ciascun lavoratore porta in dote, e un’azienda che investe sulla formazione dei propri dipendenti ne otterrà sempre un ritorno positivo. Un lavoratore abbandonato a se stesso, senza gli strumenti – materiali e di competenze – per svolgere le proprie mansioni sarà sempre un lavoratore demotivato: nella migliore delle ipotesi pronto ad andarsene; nella peggiore improduttivo.

Comunicare in modo trasparente

Prendere decisioni a porte chiuse e comunicarle dall’alto al basso è il modo più veloce per creare un clima di incertezza e di sfiducia. Non servono sempre riunioni fiume per prendere le decisioni anche più grandi: per conoscere il parere del proprio team possono tornare utili anche le brevi pause alla macchinetta del caffè: il dialogo costante tra management e forza lavoro coinvolge entrambi nella vita dell’azienda.

Rendere gradevole il luogo di lavoro

Non si tratta tanto di mettere un quadro alle pareti o una pianta all’ingresso: è il clima aziendale a fare la differenza. Dipendenti che si sentono prima di tutto persone e poi un numero di matricola si recano al lavoro con maggior coinvolgimento, e sono pronti a superare ogni difficoltà per raggiungere gli obiettivi prefissati.

Ufficio
15/07/2020

La stragrande maggioranza di chi possiede un computer – desktop o laptop – lo usa per come gli è stato venduto. Certo c’è una grande fascia di utenze aziendali che usano programmi proprietari o customizzati ai soli fini del proprio lavoro. Certo ci sono tantissimi liberi professionisti che acquistano software utile alle loro attività. Ma insomma, a parte queste due particolari situazioni, chi ha un computer lo usa così com’è. Al contrario di quanto avviene invece con gli smartphone, dove si scaricano App a profusione, spesso anche di dubbia o pericolosa provenienza, senza porsi problemi o timori sulla sicurezza. E invece anche per i computer ci sono tanti programmi gratis e utili che sarebbe il caso di scaricare e installare: per migliorare le performance, per tenere in ordine i propri file, per porre rimedio a inevitabili errori che tutti facciamo (in primis quello di cancellare file che non dovevamo eliminare o perdere lavori che non si riesce a recuperare.
Dism++
Tutti prima o poi dobbiamo fare i conti con il disco fisso che non ha più spazio, e tutti prima o poi ci siamo affidati a programmi a pagamento spesso molto cari (e talvolta che di poca utilità). Dism++ è la soluzione gratuita ed efficace: trova davvero i file inutili o duplicati e permette di recuperare anche diversi GB di spazio sul disco fisso. Con benefici anche in termini di velocità della macchina.
Dism++ si può scaricare partendo da qui
KickassUndelete
Ok, il nome è quello che è, ma quando si tratta di recuperare file cancellati per errore non si bada troppo al sottile. Lunghi e faticosi documenti di lavoro, preziosi video e foto famigliari, musica e film: non importa cosa abbiamo cancellato, ma quando si tratta di recuperarlo e non si vogliono spendere dei soldi, non c’è niente di meglio di KickassUndelete. Certo bisogna essere degli utilizzatori di computer un ’bout più che basici, ma nell’emergenza è senza dubbio la soluzione.
KickassUndelete si scarica da qui
Uranium Backup
Appunto il backup, croce e delizia di ogni massiccio utilizzatore di computer. Perché non c’è niente di più terrificante di perdere il proprio archivio, che sia professionale o privato, e sarebbe sempre buona cosa procedere con backup regolari. Qui abbiamo già parlato di 4 possibili soluzioni, nel senso di scelta di dove mettere i propri file. Ma che si tratti di una serve domestico tipo NAS, di uno spazio cloud, o di supporti fisici esterni come HD portatili o i cari, vecchi ma sempre affidabili DVD, non c’è programma migliore di Uranium Backup. Soprattutto per quanto riguarda la gestione dei file da salvare in backup, e la gestione dei diversi backup nel tempo.
Uranium Backup si scarica da qui
Keepass
Davanti alla proliferazione delle password ci sono 3 strategie tra le più diffuse: sceglierla semplice e a rischio (tipo “password” o “123456”, che sono le più gettonate e ovviamente le più hackerate); usare sempre la stessa (tipicamente la propria data di nascita, il nome dei figli o degli animali domestici); inventarsene ogni volta una nuova per poi inevitabilmente dimenticarsene e dover fare tutta la procedura di recupero password. Tra i software per creare password sicure e conservarle c’è Keepass, che crea in pratica un database che si può salvare sia in locale che in cloud e a cui fare riferimento ogni volta per recuperare la password.
Keepass si può scaricare qui

Notizie
13/07/2020

La metà di chi va in ferie torna peggio di prima. Cioè più stanco, più stressato, spesso anche (più) malato. Assurdo? Sì, se non fosse che non è una questione di chiacchiere da bar ma il risultato di una ricerca pubblicata dal National Center for Biotechnology Information da cui risulta che il 40% dei lavoratori intervistati torna dalle vacanze peggio di come ci era andato. Non che in vacanza non siano stati bene, anzi: quasi la totalità dice di essersi sentito meglio, dal punto di vista fisico e mentale, rispetto a quando era a casa e al lavoro (e su questo non ci dovrebbero essere dubbi). Il problema è il ritorno alla “normalità” e la causa starebbe nel cosa si fa durante le vacanze. Cioè, la tesi degli studiosi americani, è che una vacanza totalmente passiva, senza attività stimolanti per il corpo o per la mente, sarebbe l’anticamera dell’insoddisfazione e degli acciacchi.

Come fare allora per godere di una vacanza davvero gratificante e tale da profondere i propri benefici effetti anche al ritorno e per almeno qualche settimana?

Come prima cosa pianificare bene tutto ciò che potrebbe essere stressante: l’orario della partenza in auto o del volo aereo, gli spostamenti eventuali da aeroporti o stazioni, i giorni, gli orari e la tipologia di escursioni o esperienze prenotate. Più si riduce l’incertezza e più diminuisce lo stress.

Secondo: dimenticare l’elettronica. Sì ok, tutti vogliamo postare sui social foto delle vacanze, ma poi dal postare si passa al guardare compulsivamente le bacheche degli altri (e il confronto è inevitabile) e infine si aprono anche le notifiche di lavoro. Vacanza significa staccare mentalmente, oltre che fisicamente, dal lavoro. E siccome ormai smartphone e computer sono diventati gli strumenti principe del lavoro, chiuderli e spegnerli è il modo migliore per stare alla larga dall’onda lunga dello stress professionale.

Terzo: gestire i tempi. Ok, se non potete proprio staccare completamente, datevi delle regole per gestire i tempi. La mail si controlla 1 volta al giorno, per un tempo limitato e stabilito: 30′ al mattino? Ok, ma con il cronometro sottomano e non 1′ di più.

Quarto: cambiare abitudini. Vacanza significa vuoto, ed è un vuoto da riempire con qualcosa di nuovo, diverso e inconsueto. Dormire fino a mezzogiorno? Alzarsi prima dell’alba per una corsa o un giro in bici? Mangiare sempre all’aperto? Non cucinare mai? Qualunque sia il desiderio di fare cose diverse dal solito, è bene farle, spezzando la routine e cambiando le abitudini. Cambiare posto mantenendo le stesse abitudini non è proprio una vacanza.

Quinto: oziare. va bene spassarsela, va bene fare esperienze nuove e diverse, ma c’è anche l’ozio, quel lusso che normalmente facciamo fatica a concederci. Stare senza fare nulla, e senza sensi di colpa, è un potente rigeneratore del corpo e della mente. Non tutta la vacanza così, ma qualche mezza giornata di puro ozio vale quanto una botta di adrenalina. Ed è comunque un modo di spassarsela.

Sesto: riservate un giorno tra quando tornate dalle vacanze e quando ricominciate a lavorare. Scendere dall’aereo la domenica sera e presentarsi in ufficio il lunedì mattina sarà anche da eroi moderni ma è una botta esagerata. Un giorno off in mezzo, per resettare la mente, dal punto di vista psicologico vale quanto se non più di un giorno di vacanza.

Idee
10/07/2020

Si chiamano slash worker e sono gli accumulatori seriali di lavori, mansioni e competenze. Spesso difficilmente conciliabili tra loro. Tutti conosciamo qualche architetto che fa anche il personal trainer e il trader online. O l’avvocato che è diventato life-coach e gestisce un B&B. O un social media manager che si è evoluto in organizzatore di eventi e ha un truck di street food. Insomma, prendiamo un ’bout di nuove professioni fluide, mischiamole con qualche vecchia competenza e titolo, sovrapponiamo a sandwich ed ecco uno slash worker. E non è solo per esigenza, cioè per resistere anche, se non soprattutto, allo tsunami del Coronavirus. È proprio una scelta di vita, o di vita professionale. Lo dice una ricerca condotta da ACTA su un campione di 900 freelance italiani, lo dicono i dati Eurostat, lo dice l’esperienza comune: per i millenial il mito del posto fisso è definitivamente tramontato, ed è sorto un nuovo paradigma professionale di identità fluide, plurime, sovrapposte e solo apparentemente inconciliabili tra loro.

È la società liquida, o fluida, di cui si è molto parlato negli ultimi anni, che dai millenial si espande anche alle generazioni attigue, con lavoratori della Generazione X che all’alba dei 50 anni staccano un ’bout il piede dall’acceleratore della carriera, lasciano il posto fisso, si danno alla consulenza e intanto affiancano un’altra attività, spesso il sogno o la passione sopita di una vita.

Il salto non è solo professionale e formale ma è soprattutto mentale: lavori diversi da gestire nella stessa giornata significano un approccio più elastico, il desiderio di scoperta e formazione continua, un nuovo senso di realizzazione, più personale e meno legato all’azienda. Certo la flessibilità è anche una risposta all’incertezza, una specie di tattica dei vasi comunicanti per cui cala un lavoro e ci si dedica di più a un altro. Ma soprattutto è trasformare la precarietà in opportunità, e il lavoro in realizzazione e work-life balance. Perché in tutto questo giocano un ruolo enorme le nuove modalità agile e smart di lavorare: il nomadismo digitale, la scomparsa del luogo fisico di lavoro, la diffusione dei co-working, l’utilizzo pervasivo delle nuove tecnologie digitali. Per molti siamo già nell’era ATAWAD, acronimo che significa AnyTime AnyWhere AnyDevice: la cavalcano gli slash worker, la interpretano le aziende, almeno quelle più all’avanguardia, con percorsi diversificati e stimolanti per i propri talenti oppure ingaggiando freelance in grado di portare nuove competenze in azienda e contrastare l’obsolescenza di quelle dei dipendenti a tempo indeterminato.

Insomma, gli slash worker sono la manifestazione di un nuovo profilo professionale fatto di competenze multiple, ibride e sovrapposte, di flessibilità, creatività e innovazione, ma anche di precarietà e pochi legami: chi si sente già uno slash worker? E chi invece ha timore di questa mutazione professionale?