Idee
14/02/2020

Scrivere email di lavoro è praticamente un lavoro. O meglio, per molti è una gran parte del proprio lavoro, e porta via un sacco di tempo. Spesso tempo di qualità. Tuttavia, benché scrivere una mail sia oggi una delle cose più semplici e abitudinarie, in epoca di social, instant messaging e altre forme di comunicazione immediate e informali, fare errori – anche potenzialmente gravi e dannosi – è molto più probabile che agli albori della posta elettronica. Certo sono finite le formalità importate dalle comunicazioni cartacee, ma alcune regole per le email di lavoro è sempre bene tenerle a mente.

1. Scrivere un oggetto chiaro e diretto.

C’è ancora chi, nell’oggetto, scrive “Da + Nome e Cognome”, e anche quelli che scrivono il nome dell’azienda / società. Ma inondati di mail come siamo, l’oggetto è il primo segnale che ci può far decidere di aprire una mail o meno. Essere specifici significa scrivere in 4 parole di cosa si parla in quella mail: “Nuova persona nello staff” è molto più chiaro di un ambiguo “Vi presento Martina”…

2. Non fare confusione con gli account di posta elettronica

Ormai tutti abbiamo sullo smartphone la posta elettronica del lavoro e quella personale e con alcuni client è facile fare confusione. Ecco, casa e bottega sono da tenere sempre rigorosamente separate: non si mandano mail di lavoro con l’indirizzo personale, e non si scrive con la mail del lavoro per prenotare la settimana bianca. Il trucco in più? Se hai compiuto 18 anni e lavori, anche l’indirizzo personale dovrebbe avere nome e cognome. Beerlover76 o Biricchina81 non sono esattamente gli indirizzi con cui candidarsi a un nuovo posto di lavoro…

3. Attenzione al Replay To All

Il famigerato Rispondi a Tutti può diventare un vero boomerang. Perché si possono scatenare flame di risposte che non interessano a nessuno, o perché si possono scrivere cose urbi et orbi che sarebbe meglio tenere confidenziali.

4. Inserisci la firma in calce

Che detto così è un ’bout old school, ma insomma nella mail del lavoro in fondo ci deve essere la “firma” con nome e cognome, ruolo in azienda e contatto telefonico. In molti amano ancora alzare la cornetta, telefonare e parlare con una persona in carne e ossa.

5. Saluta formalmente

Che non significa scrivere “Ossequi” ma nemmeno “Bella zio”. È pur sempre una mail di lavoro e anche se colleghi e colleghe son quasi amici, meglio rimanere un ’bout formali (casomai quella mail cominciasse a essere inoltrata a destra e manca). Anche il “ciao” è al limite, un “Buongiorno” non stona mai.

6. Attenzione alla punteggiatura

Non tanto i punti e le virgole, che sarebbe comunque buona cosa rispettare. Ma puntini di sospensione, punti esclamativi e raffiche di punti di domanda non aggiungono nulla se non difficoltà di interpretazione da parte di chi legge. E lo stesso vale per l’umorismo, le battute e i doppi sensi: se già è meglio starci attendi di persona, alla macchinetta del caffè, scritte in una mail certe cose possono essere facilmente travisate.

7. Rileggi (e correggi) prima di inviare

La forma è sostanza, anche e soprattutto in ambito professionale. Vero che il tempo è sempre poco e la fretta molta, ma rileggere una mail costa 1′ del proprio tempo, o poco più. E una mail sgrammaticata e formalmente brutta è sempre un boomerang. Soprattutto se ci si affida ai classici errori da correttore automatico.

8. Prima scrivi e poi inserisci il destinatario

È un trucchetto salva-vita, per evitare di inviare per sbaglio la mail prima di averla finita, riletta e corretta, e per evitare di mandare una mail a un destinatario sbagliato. Può salvare da molti imbarazzi.

9. Evita i contenuti confidenziali

Il Forward (o Inoltra) è facile e veloce, e il tuo messaggio confidenziale può finire in pasto a chiunque. Quindi no, niente pettegolezzi e messaggi confidenziali tramite e-mail. Per quelli c’è la macchinetta del caffè o il telefono fuori dall’orario di lavoro e lontano da orecchie indiscrete.

Idee
12/02/2020

A ogni inverno, e pure ogni estate, la stessa querelle: chi dice che in ufficio fa freddo, e chi invece si lamenta del troppo caldo. Ma se sulla temperatura percepita da ciascuno si può far poco, qualcosa si può invece fare sul caloriferi e termoconvettori, per ottenere in ufficio la temperatura ottimale per la salute e l’efficienza.
Ma qual è la temperatura ideale in un luogo di lavoro?
Secondo Mark Zuckerberg 15°C, un’idea sostenuta anche da Lucy Kellaway del Financial Times, autrice del libro Sense e Nonsense in the Office secondo la quale “il freddo aiuta a focalizzare la mente. Quando non sei completamente a tuo agio non divaghi, e nelle riunioni soprattutto non perdi tempo a sostenere tesi inutili, perché vuoi andartene al più presto”.

Stramba o meno che sia questa tesi, di fatto l’Organizzazione Mondiale della Sanità sostiene che la temperatura ideale in ufficio sia tra i 18°C e i 24°C, mentre l’Inail, l’Istituto nazionale assicurazione sul lavoro, raccomanda di mantenere una temperatura di almeno 18°C e di massimo 22°C in inverno (per l’estate non più di 7°C di differenza rispetto all’esterno).
E all’estero?
Se in Francia sta al datore di lavoro garantire un ambiente di lavoro consono, in Belgio la temperatura raccomandata è di 18 gradi e mai oltre i 30°C; in Gran Bretagna si parte dai 16°C (ma per i lavori fisici e pesanti dai 13°C) e negli Stati Uniti il dipartimento del Lavoro raccomanda una temperatura fra 20°C e 24°C.

Idee
11/02/2020

Nonostante le email e i messaggi siano le forme più usate di comunicazione, la classica busta rimarrà sempre una parte importante della vita quotidiana. Sia che si invii documenti importanti dall’altra parte del mondo o si riceva fatture per posta, l’utilizzo del servizio postale è ancora una necessità. Sembra un compito semplice, ma la scelta della busta perfetta non è sempre facile. Ci sono diverse dimensioni di buste da lettera, con alcune che richiedono una particolare affrancatura. Ecco la nostra guida per aiutarti a scegliere le giuste dimensioni per le tue buste. 
Busta formato DL  
 

“CLICCA PER INGRANDIRE” 

La busta DL è una delle dimensioni più comuni e diffuse. Una busta DL standard misura 110 mm per 220 mm ed è in genere utilizzata per spedire lettere. Un foglio di carta A4 può essere piegato in tre e inviato in una busta DL. Al momento dell’invio, per una busta di queste dimensioni è sufficiente un francobollo standard. 
Busta formato C4 
 

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Una busta di formato C4 è più conosciuta come busta A4 in quanto si adatta perfettamente a un foglio di carta di tale dimensione. Può andare bene anche per un foglio di carta A3, che però verrà piegato a metà. Misurando 324 mm per 229 mm, queste buste non possono essere sempre spedite utilizzando un francobollo regolare, ma avranno bisogno di essere portate in un ufficio postale per essere pesate e inviate. 
Busta formato C5 
 

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Una busta C5 è una scelta diffusa in quanto può adattarsi a un foglio di carta A4 piegato a metà e rientra tra le lettere normali per la scelta del francobollo, permettendo così di non spendere di più per l’invio. Una busta C5 media misura 162 mm per 229 mm. 
Busta formato C6 
 

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La busta C6 è leggermente più piccola della busta DL. Misura circa 114 mm per 162 mm. Questa busta può contenere un foglio di carta A4 piegato in quattro, uno di carta A5 piegato a metà o un foglio di carta A6. Anche in questo caso, questo tipo di busta non dovrebbe richiedere un francobollo speciale per essere inviata.  
Busta formato C7 
 

“CLICCA PER INGRANDIRE” 

La misura C7 è la più piccola di questa guida. Misurando 84 mm per 114 mm, questa busta può contenere un foglio di carta A5 piegato in quattro o uno di carta A7. Grazie alle ridotte dimensioni di questa busta, dovresti aver bisogno solo di un francobollo regolare. 
Intestazione di una busta per lettera 
Potrebbe sembrare una banalità, ma con l’uso di SMS e altre forme di comunicazione elettronica, sta diventando sempre meno una necessità sapere come compilare una busta da spedire. Per accertarsi che il servizio postale non faccia errori, è importante assicurarsi che sia compilata nel modo corretto. Ecco come si scrive l’indirizzo sulla busta e i dati principali da includere:  

Destinatario 
Informazioni aggiuntive sul destinatario – facoltativo 

Informazioni aggiuntive sull’edificio (scala, piano, interno) – facoltativo 
Via, nome della via, numero civico (in alternativa la casella postale) 
CAP, località, sigla della provincia 
Stato estero – solo per invio al di fuori dell’Italia 

È necessario rispettare l’ordine delle righe e ricordarsi di scrivere in maniera chiara e con una penna scura, idealmente blu o nera.  

Scegliere la busta che meglio si adatta alle tue esigenze non deve essere difficile, basta seguire la nostra guida alle misure per assicurarsi di avere il prodotto giusto per le tue necessità. 
Dove scrivere mittente e destinatario su una busta 
Una volta scelta la busta perfetta per la tua lettera e annotato correttamente il destinatario, arriva la domanda successiva: dove si scrivono i dettagli di destinatario e mittente? 
Destinatario 
I dati di chi riceve la lettera devono essere scritti chiaramente in basso a destra. Vanno scritti sul lato senza apertura, quello liscio. Attenzione, l’area in alto a destra è riservata al francobollo; è bene quindi accertarsi di lasciare spazio a sufficienza.  
Mittente 
Ricordiamoci intanto che scrivere i dati del mittente non è assolutamente obbligatorio. Qualora si volessero inserire però, è opportuno farlo sull’aletta di apertura della busta, in una grafia più modesta e piccola di quella utilizzata per il destinatario, così da non creare confusione. Per il mittente bastano i seguenti dati: nome e cognome, via, numero civico e infine CAP, città e sigla della provincia.  

Qualora invece si stesse inviando una busta grande, come può essere una busta di formato C4, per esempio, è bene scrivere il destinatario e il mittente entrambi sullo stesso lato. I dati del destinatario andranno normalmente inseriti in basso a destra – come per le altre buste – mentre quelli del mittente andranno in alto a sinistra. 

Idee
07/02/2020

I tatuaggi non sono certo una novità. Utilizzati da centinaia di anni per diverse ragioni, sono presenti in tutte le culture del mondo. Ma al di là della loro popolarità, qual è la percezione dei tatuaggi sul lavoro? Si potrebbe pensare che una decorazione così utilizzata non dovrebbe suscitare stereotipi né resistenza da parte di colleghi, clienti e manager. Ma la realtà è ben diversa.

Con un sondaggio rivolto a 1000 lavoratori italiani, abbiamo analizzato cosa si pensasse nel bel paese dei tatuaggi nel mondo del lavoro. I risultati sono stati sorprendenti e inaspettati

Ben 1 italiano su 2 è tatuato; ciò però non significa che questa vasta distribuzione dei tatuaggi abbia anche generato un’apertura mentale verso i tatuaggi stessi. Infatti, il 70% degli italiani con un tatuaggio ha vissuto un’esperienza negativa sul lavoro. Di che tipologia? Il 22% ha ricevuto lamentele da parte di colleghi o clienti, un altro 22% invece è stato rimproverato dai superiori e l’11% ha ricevuto insulti a causa dei propri tattoo. Nonostante queste brutte esperienze, l’85% degli intervistati con tatuaggi ha dichiarato di non essersi pentito di averli fatti, anzi. Ma c’è anche chi si è trattenuto: il 20% ha infatti ammesso di non essersi mai tatuato per paura di ostacolare la propria crescita professionale.Dai dati emersi, non c’è da stupirsi se 1 persona su 10 ritenga che i propri tatuaggi generino un effetto negativo sulle persone che la circondano. Di conseguenza, il 14% ha deciso di nascondere i propri tattoo, il 9% si è sentito escluso e non appartenente al gruppo, l’8% non si è sentito preso sul serio dai propri colleghi e alcuni hanno dichiarato di aver addirittura perso il lavoro a causa dei tatuaggi!

Ma cosa ne pensano i nostri connazionali su come i tatuaggi sono visti dal pubblico? 1 su 10 ritiene che in futuro la percezione dei tatuaggi sarà peggiore rispetto ad oggi e solo il 28% sostiene invece che sarà migliore, mentre i rimanenti intervistati pensano che la percezione rimarrà la stessa.
1 uomo su 2 ha vissuto un’esperienza negativa per colpa dei tatuaggi
Com’è la situazione in base al sesso? Gli uomini sono i più colpiti dai propri tatuaggi: 1 su 2 ha infatti subito una brutta esperienza sul luogo di lavoro per colpa degli stessi, aspetto che ha invece interessato soltanto 1 donna su 3. Gli uomini sono però anche i più positivi quando si tratta di valutare i tatuaggi nel mondo del lavoro: la metà pensa infatti che i propri tatuaggi siano visti in maniera positiva a fronte di un solo 10% delle donne. I dati purtroppo smentiscono questa visione, ma come si suol dire, l’ottimismo è il sale della vita!Per quanto riguarda invece la percezione dei tatuaggi in futuro, gli uomini sono più pessimisti delle donne. Il 10% ritiene infatti che a lungo andare i tatuaggi saranno visti in maniera sempre più negativa e soltanto il 23% dei maschietti pensa che la percezione pubblica dei tatuaggi migliorerà. E le donne? Sono le più ottimiste questa volta: il 32% sostiene infatti che la percezione pubblica dei tatuaggi migliorerà.
I baby boomer hanno la percezione peggiore dei tatuaggi
Forse uno dei divari maggiori quando si tratta di tatuaggi è l’età. Anzi, viene quasi naturale associare i tattoo alle generazioni più giovani, viste soprattutto le mode di questi ultimi anni. Ma cosa emerge dai risultati del nostro sondaggio? La triste verità è che con il salire dell’età aumentano anche i giudizi negativi. Tra le persone con più di 55 anni, per intenderci i baby boomer, 1 su 4 ha una percezione negativa dei tatuaggi sul lavoro rispetto al 9% dei giovanissimi (18-24 anni) che anzi, sembrano accogliere questa moda a braccia aperte. E per quanto riguarda le esperienze negative sul lavoro? Sono i giovani a soffrirne di più: 1 su 2 dichiara di aver dovuto affrontare una situazione ostile sul posto di lavoro per colpa dei propri tatuaggi rispetto a 1 su 4 dei baby boomer.

Insomma, tante esperienze negative tra cui commenti inappropriati. Tra i più segnalati: “che brutti i tuoi tatuaggi”, “volgari” e “te ne pentirai”. Ciò lascia pensare che la percezione dei tatuaggi nel mondo del lavoro italiano non subirà di certo un miglioramento; dato confermato dal 9% degli italiani.

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I tatuaggi sembrano molto amati dagli italiani seppur giudicati negativamente quando si tratta di esporli sul posto di lavoro. Tu cosa ne pensi? Hai tatuaggi visibili o un’opinione particolare in merito? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia.

Ufficio
06/02/2020

Farsi un buon amico in ufficio è possibile? Cioè, il nostro vicino di scrivania è solo un collega, con il quale si passano molte ore al giorno, o è anche qualcosa di più? E ancora: esiste l’amicizia sul posto di lavoro? Oppure si tratta solo di relazioni funzionali? Il dibattito è aperto da tempo e i punti di vista opposti hanno ciascuno le proprie ragioni. In ufficio, al lavoro, si va per lavorare, e lo si può fare anche senza essere amici è il punto di vista di chi pensa che al lavoro le relazioni siano solo funzionali. E invece no, è importante avere un amico sincero sul posto di lavoro è il punto di vista di chi cerca anche relazioni umane nell’ambito professionale.

Dalla parte di chi pensa che sia importante farsi un buon amico in ufficio ora c’è anche qualche ricerca scientifica, come quella di Gallup, una importante società di analisi e consulenza americana che ha dimostrato come avere un amico in ufficio migliori le prestazioni professionali. Cioè: più produttività, meno errori, più fatturato.
Perché farsi un buon amico in ufficio
Avere un amico nella scrivania accanto migliora l’umore, e questo è quasi banale. Ma chi ha un “appoggio affettivo” in ufficio è anche più sicuro, più disposto a lavorare con margine di autonomia e intraprendenza, più disposto alla collaborazione e condivisione di conoscenze, più aperto al dialogo, alla richiesta di aiuto (altrimenti frustrata dal timore di fare brutta figura e dimostrarsi inadeguati) e a fare da ponte tra i diversi dipartimenti della stessa azienda. Quelle reti sociali che sempre più si pensa siano positive all’interno di un microcosmo come quello di un ufficio o azienda.
Pro e contro dell’avere un amico in ufficio
Insomma, l’amicizia in ufficio migliora l’umore, la comunicazione, la collaborazione e le montagne russe emotive, ma non è tutto rose e fiori. Perché ci sono anche gli aspetti negativi: le amicizie tendono sempre a essere esclusive, e questo può generare gruppi e gruppetti tra cui scattano invidia e competizione, i pettegolezzi possono circolare più velocemente, e talvolta un amico (vero) può anche non dire tutta la verità in faccia per come è. Senza considerare quando l’amicizia diventa qualcosa di più. E tutto questo va a detrimento delle prestazioni dell’azienda.

Che fare allora? Sicuramente partire dal dato secondo il quale solo il 20% dei lavoratori interpellati da Gallup dichiara di avere un vero amico sul lavoro, e da qui provare a stimolare relazioni che siano qualcosa in più di una semplice collaborazione professionale e possano avere almeno un minimo di appoggio empatico. Perché chi sta meglio in un ambiente vi lavora anche meglio.

Idee
05/02/2020

Staccare la spina nel weekend non è né semplice né scontato. Anzi, c’è tutta una narrazione (dal celeberrimo “in ferie da cosa?” di Sergio Marchionne alle 100 ore di lavoro a settimana di Elon Musk, patron di Tesla) secondo la quale lavorare tanto, lavorare sempre, non staccare mai è cosa buona e giusta. Forse lo è per il patrimonio (ma sulla bilancia bisogna sempre mettere pro e contro) ma di sicuro non lo è per la salute, fisica e mentale. E se la salute fisica è quella che manda i segnali più inequivocabili, quella mentale è invece più subdola: l’ansia da lavoro nasce come senso del dovere, si trasforma in abitudine che riempie i vuoti e finisce per diventare un surrogato di altri aspetti della vita di una persona, dagli affetti alle passioni. Il risultato? Un tracollo psicofisico fatto a vari livelli di ansia, depressione, senso di colpa e inadeguatezza, umore instabile, aggressività oltre a seri rischi di ipertensione e altre malattie correlate (secondo l’American Heart Association chi lavora oltre 49 ore a settimana ha il 70% in più di probabilità di sviluppare malattie correlate al lavoro). Che fare quindi per staccare la spina nel weekend e riuscire davvero a rilassarsi?
Come staccare la spina nel weekend e riuscire davvero a rilassarsi?
A staccare la spina nel weekend si può (re)imparare. Tutto sta nel non aver paura di dover per forza di cose riempire il vuoto. E ci si può arrivare con un vero e proprio allenamento. È un ’bout come le tabelle di allenamento di chi va in palestra o corre: si fissano dei momenti e degli obiettivi inderogabili, e si comincia da quello e dalla (ri)scoperta di alcune passioni e/o buone abitudini. Può essere la passeggiata con il cane il sabato mattina, all’inizio del weekend. Può essere un momento di gioco con i figli. Può essere programmare 1 weekend a intervalli regolari (1 al mese?) fuori porta, alla scoperta di qualcosa che stimola corpo e mente (turismo del vino, turismo termale, mostre d’arte, eventi sportivi). Dal breve/vicino al lungo/lontano la scelta è soggettiva, ed è il segnale ciò che conta davvero: mi prendo del tempo per me e quel tempo è esclusivo. Per riuscirci occorre però essere non solo rigorosi ma anche tassativi: smartphone, email, telefonate di lavoro, chat e tutto quanto ci tiene agganciati al lavoro vanno in stand by, per qualche ora o per tutto il weekend. È una questione di igiene ed ecologia mentale: a meno che non si salvino vite umane, bisogna imparare che il mondo non dipende esclusivamente da noi, e se anche spegniamo il telefono per tutto il sabato mattina sono più i benefici – per noi e per chi lavora con noi – che le conseguenze negative. E come il lavoro chiama lavoro, così anche il relax chiama il relax e pian piano si imparerà di nuovo a dedicare tempo di qualità tanto al business quanto a se stessi.

Idee
31/01/2020

Ci si preoccupa sempre molto dell’inquinamento fuori dalla porta di casa e dell’ufficio, e spesso si finisce a dimenticare che anche tra le quattro mura di un edificio si possono nascondere degli agenti in grado di provocare allergie e infiammazioni.
L’inquinamento in ufficio
Per esempio gli uffici, con tutti i Pc, le stampanti, gli smartphone e i dispositivi elettronici sempre accesi sono un concentrato di onde elettromagnetiche. Oppure di agenti chimici, come quelli usati per l’igiene e la disinfezione, o quelli utilizzati per il funzionamento di alcuni macchinari.
I rimedi delle piante
Per fortuna ancora una volta bastano pochi semplici gesti naturali per rendere l’ufficio più gradevole e anche un ’bout più sano. Per esempio la tillandsia è una piccola pianta da appartamento in grado di assorbire le radiazioni elettromagnetiche degli apparecchi elettronici, e non necessità di particolari attenzioni. L’aloe vera invece, quella che si trova in numerose creme di bellezza, ha invece la capacità di assorbire alcune sostanze chimiche che si trovano comunemente nei detergenti, lasciandone quindi intatto il potere pulente ma limitandone il potere allergenico verso le persone. E se c’è bisogno di filtrare e ossigenare l’aria l’azalea è quello che ci vuole, purché sia posizionata in un ambiente molto luminoso: basta un piccolo vaso che permette anche di rendere più gradevole l’ufficio.

Ufficio
29/01/2020

Prendere l’influenza in ufficio è quasi inevitabile: molte persone che frequentano lo stesso ambiente per molte ore al giorno, spesso senza ricircolo di aria dall’esterno, venendo a contatto con gli stessi oggetti come stampanti, scrivanie, maniglie e macchinette del caffè, sono le condizioni ideali per il proliferare dei virus influenzali. Con in più un’aggravante; che spesso, per la pressione indotta dal dover essere presenti anche se malati, si viene in ufficio comunque e si moltiplicano le probabilità che altri siano contagiati dall’influenza.
Come non prendere l’influenza in ufficio
Ci sono alcuni comportamenti che si possono mettere in atto dall’autunno alla primavera per cercare di non ammalarsi in ufficio.
Stare a casa con i primi sintomi dell’influenza
Se il capo non capisce, lo capirà e apprezzerà: stare a casa con i primi sintomi dell’influenza e lavorare da remoto, in modalità smart working, è la miglior cosa che si possa fare per evitare il proliferare dell’influenza in ufficio. Evitare di essere la fonte del contagio riduce il rischio di trasmissione agli altri ed è un vantaggio, e non un costo, per l’azienda.
Come non prendere l’influenza in ufficio: lavare spesso le mani
Le mani sono la primaria fonte di diffusione di germi, batteri e virus: durante il giorno toccano di tutto, dai copriwater a tastiere e mouse, dalle scrivanie alle mani di altre persone e innumerevoli oggetti che passano di mano in mano. Per evitare di prendere l’influenza o di contagiare i colleghi è bene lavarsi spesso le mani: si può andare in bagno, oppure utilizzare igienizzanti in flacone, pratici da tenere accanto a sé sulla scrivania.
Influenza in ufficio: evitare la promiscuità
Evitare la promiscuità è il miglior modo per abbassare il rischio di prendere l’influenza in ufficio: usare sempre e solo la propria penna per scrivere (ed evitare di metterla in bocca…), non utilizzare tazze o bicchieri comuni dell’area ristoro, pulirsi le mani dopo aver utilizzato strumenti di uso comune come le stampanti, portarsi eventualmente la propria bottiglia di acqua se non c’è un distributore comune sono tutti piccoli accorgimenti che evitano la promiscuità e abbassano il rischio di prendere l’influenza.
Curare l’igiene e mantenere pulito
Curare l’igiene e mantenere pulito il posto di lavoro è un altro prerequisito per evitare la diffusione di germi, batteri e virus ed evitare di prendere l’influenza in ufficio. Se la pulizia è effettuata giornalmente si può stare relativamente tranquilli, ma se questo non avviene dotarsi di prodotti per una rapida pulizia della propria scrivania e di computer, tastiere, mouse ed eventualmente delle parti comuni (in molti uffici esiste una zona ristoro con tavolo e suppellettili di uso comune) può essere un piccolo impegno che preserva dal rischio influenza.

Idee
27/01/2020

Il mal di testa, o cefalea, colpisce ben 1 italiano su 4 sul posto di lavoro: lo dicono i dati di una ricerca dell’Unità di Medicina del Lavoro dell’IRCCS Fondazione Maugeri di Pavia, pubblicata sul Giornale Italiano di Medicina del Lavoro ed Ergonomia.

Il mal di testa colpisce infatti il 25 percento della popolazione in età lavorativa, tra i 25 e i 55 anni, in particolare le donne (1 su 5 contro il 6 percento degli uomini) spesso con conseguenze pesanti sull’attività professionale e sulla qualità della vita: al 15% dei lavoratori capita infatti di dover tornare a casa e assentarsi dal lavoro, il calo della produttività è calcolato in circa il 35%, con un impatto di circa 420 euro a testa di perdite economiche da mal di testa (la sola emicrania in Europa costa ogni anno ben 27 bilioni di euro).

Ora, se spesso “per le donne i motivi sono legati alle variabili fisiologiche dovute al ciclo mestruale” (Giuseppe Taino dell’Unità di Medicina del Lavoro dell’IRCCS Fondazione Maugeri di Pavia, autore dello studio), ci sono anche numerosi fattori ambientali legati al luogo di lavoro che possono influire in modo negativo sull’insorgenza del mal di testa: per esempio la postazione di lavoro, la posizione di testa, collo e schiena, la luce e i rumori eccessivi, gli sbalzi di temperatura e non ultimo il benessere psicologico generale messo a dura prova dallo stress correlato al lavoro.