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08/06/2021

“Hai fatto il vaccino?” è la domanda più ricorrente di questo periodo. Tra amici, parenti, conoscenti ci si chiede se si è già stati vaccinati, se si è fatta la prenotazione, se si ha intenzione di vaccinarsi e, non ultimo, quale vaccino si ha avuto e se ci sono state conseguenze. Be’, tutto questo è possibile finché non si varca la porta del proprio posto di lavoro, dove la domanda “Hai fatto il vaccino?” è off-limits. A dirlo è il Garante della Privacy che già a febbraio ha pubblicato sul proprio sito le linee guida su un tema che è senza dubbio spinoso.

Dal punto di vista del rispetto della privacy la questione è molto semplice: i dati sanitari sono categorie particolari di dati personali che vanno sempre tutelate in tema di privacy. E il legislatore europeo su questo non deroga nemmeno nelle condizioni dell’attuale pandemia per la quale, secondo altri, lo stato di vaccinazione non è un fatto privato ma incide sulle possibilità di diffondere il virus ad altre persone.

Dalla posizione del legislatore europeo e del Garante della Privacy discendono alcune conseguenze che riguardano la vita lavorativa e professionale delle persone. Per esempio che il datore di lavoro non può chiedere informazioni ai propri dipendenti circa lo stato vaccinale, né in modo informale né in modo formale (per esempio chiedendo copia della documentazione di avvenuta vaccinazione). Secondo il Garante questo vale anche per il Green Pass, che servirà per le vacanze ma anche per le trasferte di lavoro, e non è possibile nemmeno con il consenso del lavoratore:
«Il datore di lavoro non può considerare lecito il trattamento dei dati relativi alla vaccinazione sulla base del consenso dei dipendenti, non potendo il consenso costituire in tal caso una valida condizione di liceità in ragione dello squilibrio del rapporto tra titolare e interessato nel contesto lavorativo».
Il datore di lavoro inoltre non può nemmeno richiedere informazioni sullo stato vaccinale dei propri dipendenti al medico competente, il quale eventualmente li può trattare solo per la verifica dell’idoneità alla mansione lavorativa, e questo vale anche relativamente all’accesso ai luoghi di lavoro. Cioè, il datore non può chiedere al lavoratore se è stato vaccinato, ma casomai sarà il medico competente a stabilire se, vaccino o meno, il lavoratore è idoneo alla mansione o meno, senza “svelare” se è stato vaccinato o no.

Idee
04/06/2021

La pandemia ci ha reso ancor più dipendenti dallo smartphone, ed è stato inevitabile. Il ricorso allo smart working, quello all’e-commerce nei mesi più difficili, la necessità di mantenere le relazioni con parenti e amici pur se a distanza hanno allargato l’area di influenza del nostro telefonino. E se la percezione è comune, uno studio di Lenstore lo certifica noi numeri: il 76% delle persone a livello globale ha aumentato il tempo di interazione con il cellulare, il 45% quello con il computer, il 22% quello con il tablet.
Ma se computer (e in parte tablet) possono essere giustificati per il lavoro, il telefonino non necessariamente lo è, e anzi spesso è diventato un surrogato dell’intrattenimento e delle relazioni. Lavoriamo con lo smartphone, ci divertiamo con lo smartphone, abbiamo relazioni tramite lo smartphone. E questo ci ha reso ancor più dipendenti.

Ma la dipendenza non è una buona cosa, né dal punto di vista psicologico – stanchezza, irritabilità e insonnia sono tutte manifestazioni del tecnostress – né da quello fisico, a partire dalla stanchezza agli occhi. Ma come fare allora per “staccare” dal telefonino e dare riposo al corpo e alla mente? Con le 7 leggi del detox digitale.

1. La regola dell’8 + 2
8 sono le ore lavorative, e su quelle non c’è margine. Ma poi ci sono le altre, ed è su quelle che bisogna darsi un limite. 2 ore di smartphone extra-lavoro sono tante o poche? Dipende dalle alternative (vedi punto seguente) ma 10 ore su 24 al giorno a guardare lo schermo di un telefono possono sicuramente bastare per il nostro stress psico-fisico.

2. Fare altro
Se il problema è “riempire” il tempo, la soluzione è fare altro. Altro senza telefono in mano. Per cui anche guardare una serie Tv può andar bene, se lo smartphone rimane in un’altra stanza. Meglio ancora qualcosa di attivo, dal cucinare a una passeggiata all’aperto (soprattutto in estate, quando le ore di luce non mancano). E se poi si può tornare a incontrarsi, una buona regola può essere che in compagnia lo smartphone rimane in tasca o in borsa.

3. 1 day off
Un giorno senza. Senza social. Difficile, molto difficile resistere alla tentazione. Ma perché non fare un giorno di “digiuno” dai social, senza postare e senza controllare gli status, le storie e i post altrui?

4. Una telefonata allunga la vita
Era una celebre pubblicità, può diventare una nuova soluzione. Basta chat con il capo chino sul device, sì al ritorno alle telefonate, al parlarsi, al chiacchierare. Sentire la voce può essere davvero bello.

5. Disattivare le notifiche
Prima e dopo una certa ora (dalle 22:00 alle 7:00? Ciascuno ha i propri orari e ritmi) le notifiche sono disattivate. Niente suoni tentatori che inducono a prendere in mano lo smartphone, anche nel cuore della notte, disturbando il sonno.

6. Fuori il telefono dalla camera da letto
Sì, è vero che ormai tutti lo usiamo come sveglia, ma allora basta posarlo sul comodino, con lo schermo spento e le notifiche disattivate nonché il volume azzerato, e usarlo appunto solo come sveglia.

7. Perché lo fai?
Ecco, se le 6 leggi precedenti non funzionano, c’è la 7^ legge della disintossicazione da smartphone. Chiedersi perché lo facciamo. Perché abbiamo ancora, dopo così tante ore, il telefono in mano? Perché lo prendiamo non appena ci alziamo dal letto? Perché lo usiamo in ogni momento “vuoto” della giornata? Perché anche quando stiamo facendo altro (da un aperitivo al guardare la serie Tv)? Perché è l’ultima cosa che spesso facciamo nella nostra giornata prima di addormentarci? Dare una risposta a queste domande sarebbe già l’inizio della soluzione al problema.

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03/06/2021

Basta guardarsi in giro: ce ne sono talmente tanti, in ogni ufficio, che si danno per scontati. Eppure i fermagli, o graffette che dir si voglia, hanno alle loro spalle una storia curiosa e anche un po’ leggendaria. Certo, la loro origine è ovviamente incerta, come quella di molti oggetti d’uso comune, eppure il primo brevetto della loro invenzione si fa risalire all’inventore norvegese Johan Vaaler.

In effetti ne esisteva anche uno precedente, registrato dalla britannica Gem Manufacturing Company Ltd, ma dalla fine della Seconda guerra mondiale si tramanda ormai la storia che a inventare i fermagli sia stato proprio Vaaler: questo perché durante l’occupazione nazista della Norvegia i cittadini di quel paese cominciarono a indossare le graffette sui loro abiti, a segnalare ovviamente il fatto che la popolazione era unita contro l’invasore.

In onore di questa storia nel 1989, nel giardino della BI Business School di Oslo è stata addirittura eretta la statua di 7 metri d’altezza raffigurante proprio un fermaglio che si vede in questa immagine (e molte altre se ne trovano in giro in giardini e parchi pubblici del paese nordico).

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01/06/2021

Sull’ora più produttiva per lavorare si sprecano teorie e pareri. È un dato di fatto che esistono gufi e allodole, cioè persone mattiniere e persone notturne, che lavorano meglio rispettivamente all’alba o dopo il tramonto. E gli esempi, anche molto noti, si sprecano: Michelle Obama e Tim Cook, il CEO di Apple, si svegliano anche prima delle 4 del mattino e anche Jeff Bezos tiene le riunioni più importanti solo di mattina presto. Ma se la scienza aveva già decretato che lavorare fino a tardi è controproducente, ora sfata anche il mito che il mattino ha l’oro in bocca.

L’università australiana Monash e quella di Granada hanno studiato per 5 anni centinaia di studenti inglesi impegnati negli esami, suddivisi in 3 orari: 9:00, 13:30 e 16:30. Secondo i dati raccolti dall’Iza Institute of Labor Economics i risultati migliori in termini di rendimento e produttività sarebbero quelli degli esami sostenuti alle 13:30, proprio nel mezzo della “nostra” pausa pranzo.

Però, giustamente, la ricerca sottolinea anche che si tratta di studenti, quindi ragazzi e ragazze giovani, e che bisogna considerare anche altri due aspetti. Il primo è la stagionalità, legata alle ore di luce, che in inverno sono appunto quelle di metà giornata; il secondo è l’età, che più avanza e più tende ad anticipare l’orario in cui si è più produttivi.

C’è poi una piccola postilla da fare circa il rapporto tra produttività e creatività: secondo una ricerca del Dipartimento di Psicologia dell’Università del Michigan le allodole sarebbero più creative la sera, e i gufi al mattino, cioè nell’esatto momento opposto della giornata rispetto ai picchi di produttività.

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28/05/2021

I lavoratori del Sud sono più felici di quelli del Nord: è il risultato della terza analisi dell’Associazione “Ricerca Felicità” sullo stato di felicità e benessere dei lavoratori italiani. La survey, che ha coinvolto 1314 lavoratori attivi, fornisce il primo sistema di misurazioni oggettive in Italia ed ha già indagato il livello di soddisfazione e rassegnazione dei lavoratori italiani.

“Abbiamo voluto approfondire quanto i lavoratori attivi hanno voluto segnalarci attraverso il primo questionario dell’Osservatorio. Sentivamo la necessità di scaglionare ulteriormente i dati dividendoli per genere, generazione e area geografica” afferma Sandro Formica, Vice Presidente e Direttore scientifico dell’Associazione Ricerca Felicità. “Se alcuni dati erano già visibili a occhio nudo, analizzando in maggior dettaglio la significatività statistica, ci siamo sorpresi di alcuni risultati, soprattutto per quanto riguarda le differenze per aree geografiche, dove è emerso un sud più felice sul posto di lavoro ma, di contraltare, un nord-est in sofferenza.”

Alla domanda “Quando mi sveglio per andare a lavorare mi sento felice?” si delinea una forte positività al sud – una concentrazione di risposte con punteggio tra 4 e 6 su una scala da 1 a 6, dove 1 corrisponde a “per niente d’accordo” e 6 a “totalmente d’accordo”- ma una forte negatività al nord-est, dove la maggior parte delle persone ha risposto con una concentrazione di risposte da 1 a 3.
Il sud risponde positivamente anche alle domande “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto?” con il 67.7% della popolazione ponderata, “Sento un forte senso di appartenenza alla mia organizzazione?” con il 68.7% e “I miei meriti vengono riconosciuti?”con il 58.2%. Il nord-est risponde rispettivamente con il 57.0%, 55.5% e 41.0%.

“Quest’analisi ci ha stupito e interrogato perché ha messo in evidenza come la presunta correlazione tra felicità e produttività non sia stabile nelle regioni italiane del Nord-Est. Oggettivamente parlando si tratta di regioni con un alto tasso di produttività, che tuttavia non si sentono pienamente appagati sul lavoro. Sarebbe molto interessante approfondire questo aspetto per comprenderne le ragioni di fondo.” afferma Elga Corricelli, co-founder dell’Associazione Ricerca Felicità. 

Ci sono differenze importanti anche tra i due estremi settentrionali della Penisola, dove il Nord-Est – formato da Triveneto e l’Emilia-Romagna – sembra segnalare un maggior senso di isolamento (34.4%), meno felicità (65.6%) e una maggior sensazione di essere tagliati fuori rispetto (34.4%) al Nord-Ovest – formato da Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia relativamente con il 20.4%, 79.4% e 19.7%.

Complessivamente, dunque, il Nord-Ovest presenta una popolazione attiva che si ritiene felice e per nulla isolata dagli altri, ma non molto gratificata del proprio impiego e delle opportunità che offre, fatta eccezione per il senso di appartenenza all’organizzazione, che invece è ben sentito dai lavoratori (62.6%).
Spostandosi al centro Italia si denota un benessere stabile e una forte coesione sociale, sebbene, anche in questo caso, emerga l’insoddisfazione riguardo l’attività lavorativa. Questo malcontento aumenta volgendo lo sguardo verso le opportunità professionali.

“In linea generale, escludendo le regioni meridionali, non vi è una forte soddisfazione tra i lavoratori: la popolazione attiva del Sud è l’unica a rispondere positivamente anche all’affermazione “Quando lavoro mi appassiono tanto da dimenticare tutto il resto”. Possiamo quindi affermare che il sud Italia è più felice, più appagato e appassionato alla sua attività lavorativa, nonostante provi un leggero senso di isolamento” afferma Elisabetta Dallavalle, Presidente dell’Associazione Ricerca Felicità. “Non abbiamo risposte certe e non le cercavamo, volevamo avere dei dati oggettivi su cui partire per farci le giuste domande. Il nostro invito alle istituzioni e ad ogni sorta di organizzazione per un confronto costruttivo su cosa si celi dietro alle sensazioni emerse, è sempre valido.” 

La survey ha coinvolto 1314 partecipanti suddivisi in lavoratori dipendenti (72,3%) e liberi professionisti (27,7%), nello specifico 759 uomini e 555 donne, appartenenti a diverse generazioni (Baby Boomers – Generazione X – Millennials – Generazione Z) e dislocati sul territorio nazionale (Nord-Ovest – Nord-Est – Centro – Sud), con l’obiettivo di ottenere una panoramica sullo stato di felicità e soddisfazione lavorativa della popolazione italiana attiva.

Notizie
25/05/2021

Nella giungla di ristori e sostegni è saltato fuori anche il Bonus Iscro che può arrivare fino a 800 euro per alcune partite IVA. Non è un’elargizione a pioggia, e lo si capisce già dal nome: Iscro significa “indennità straordinaria di continuità reddituale e operativa” e nell’idea del Governo è una specie di cassa integrazione straordinaria per le P.IVA. Straordinaria perché l’eventuale incentivo è erogabile fino al 2023, perché il sostegno va dai 250 agli 800 euro indipendentemente dal fatturato e perché i paletti per l’ottenimento sono abbastanza stretti.

Il Bonus Iscro è erogato da INPS direttamente sul conto corrente del richiedente, che deve essere un lavoratore autonomo o parasubordinato con partita IVA da almeno 4 anni e che nel 2020 ha subìto una contrazione del reddito di almeno il 50% rispetto alla media del triennio precedente (2017-2019).
Non solo: per presentare la domanda per il Bonus Iscro (rigorosamente tramite SPID o sul sito internet INPS entro il 31 ottobre) bisogna essere in regola con i contributi previdenziali obbligatori, non percepire né il reddito di cittadinanza né una pensione, ed essere iscritti alla Gestione Separata INPS (quindi sono esclusi i professionisti che versano i contributi alle casse previdenziali private). Inoltre chi usufruirà dell’Iscro dovrà anche frequentare obbligatoriamente corsi professionali di formazione, gestiti da ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro).

Idee
24/05/2021

Lo smart working è stato prorogato fino a settembre 2021, ma con la curva discendente dei contagi molte aziende hanno già invitato i propri dipendenti a tornare a lavorare in sede. Una richiesta che alcuni hanno accolto con piacere e sollievo, come la via di fuga dall’isolamento del lavoro a casa, ma che per altri sta invece scatenando una vera e propria ansia da ritorno in ufficio post lockdown. Diverse ricerche statistiche danno numeri più o meno simili: la metà dei lavoratori ora in smart forzato ha timori a tornare in ufficio e tra questi la preoccupazione maggiore (75%) riguarda i potenziali rischi legati all’uso dei mezzi pubblici.
Ma sul piatto non ci sono solo i potenziali rischi di contagio per chi non è ancora vaccinato o è passato immune dall’ultimo anno e mezzo e potenzialmente potrebbe ancora contrarre il virus. Ci sono tanti aspetti che stanno facendo discutere negli uffici e nelle chat dei lavoratori italiani.
Uno è senza dubbio il fatto che per molti, dopo la prima fase traumatica, lo smart working ha creato una comfort zone che ancora si fatica ad abbandonare. Più tempo a disposizione dato il taglio degli spostamenti casa-ufficio, una miglior conciliazione famiglia-lavoro, l’indubbia comodità delle videoriunioni (al netto delle difficoltà di produttività di questi meeting da remoto) sono altre scopefatte in questo anno e più di restrizioni e nuove modalità di lavoro.
Non c’è una ricetta, se non quella di gestire il rientro in ufficio con flessibilità. C’è ancora l’estate davanti prima della vera ripresa in condizioni di normalità, che inevitabilmente avverrà solo a settembre, e cominciare a dare la possibilità di tornare in ufficio, ricreando le normali dinamiche di lavoro, insieme alla facoltà di approfittare del vero lavoro agile, sarà il viatico a nuove modalità di lavoro che resteranno per gli anni a venire.

Idee
21/05/2021

La Tratto Pen è una penna con punta sintetica e inchiostro ad acqua la cui storia è interessante da raccontare perché rappresenta perfettamente il senso di imprenditorialità e design Made In Italy. La Tratto Pen è stata inventata nel 1975, ed è un prodotto di Fila, Fabbrica Italiana Lapis ed Affini, azienda fondata a Firenze nel 1920 da due discendenti delle famiglie degli Antinori e della Gherardesca e oggi multinazionale con sede a Pero.
Nel 1974 Alberto Candela, presidente di Fila, si era recato negli uffici del Design Group Italia con una richiesta un po particolare: non voleva una nuova penna di design, voleva un nuovo modo di scrivere, a partire da un brevetto giapponese di una punta sintetica costituita da molti microscopici spicchi attraverso i quali l’inchiostro poteva in modo fluido come in una penna biro, ma senza sgocciolare o macchiare.
C’era il brevetto del pennino ma mancava tutto il fusto, e il Design Group Italia ideò questo prodotto così iconico da vincere diversi premi di design e finire perfino al MoMa di New York.
Ci sono alcune particolarità da notare nel Tratto Pen. La prima è il bordo a rilievo e dentato del cappuccio: serve per “stappare” il Tratto Pen ma anche per impedire che la penna rotoli sul tavolo. Fu un’intuizione figlia di un problema, quello di non riuscire a stampare, all’epoca, un bordo perfettamente rifinito.
Poi la parte concava del tappino è perfettamente combaciante con quella convessa del pennino, un incastro perfetto.
E infine, come già per la Penna Bic, i forellini sul cappuccio, che servono per consentire di respirare a chi inavvertitamente dovesse ingoiare il tappino.
Ma soprattutto la vera magia del Made in Italy fu quella di rendere un oggetto di design così raffinato un prodotto davvero democratico, passato nelle mani di milioni di persone negli ultimi quasi 50 anni.

Notizie
20/05/2021

Quali saranno i lavori emergenti post Pandemia? La domanda è lecita, perché il Coronavirus è stato ed è tuttora uno tsunami nella vita, anche professionale, di milioni di persone, e se nulla sarà più come prima, come pensano in molti, questo vale anche per il mondo del lavoro. La risposta prova a darla LinkedIn, il più grande network professionale online al mondo, che ha elaborato la lista dei 10 settori industriali e delle 10 posizioni lavorative emergenti in Italia durante il primo trimestre 2021, oltre ad una analisi sulle priorità dei professionisti italiani nella ricerca di un nuovo lavoro nella fase post Covid-19.
In una fase nella quale la pandemia e le misure di sicurezza nazionali continuano ad avere un impatto sull’economia e il mercato del lavoro in Italia, la piattaforma di LinkedIn, nel primo trimestre dell’anno, ha registrato alcuni flussi relativamente all’offerta e alla domanda di lavoro nel nostro paese*.
I settori lavorativi che hanno registrato il tasso di crescita maggiore sono quelli della Pubblica Sicurezza, seguito dal Design e dal Wellness & Fitness a completare il podio, complice anche le graduali diminuzioni delle restrizioni dovute alla pandemia, che hanno avuto effetto anche sul settore dell’Intrattenimento e dei Viaggi, che si posizionano al quarto posto di questa speciale classifica. Cresce la domanda anche per l’area Software & IT Services, al quinto posto, seguita dai Corporate Services. Questi due settori, risultano, al contempo, come quelli con il più alto numero di annunci di lavoro, seppur registrando una crescita percentuale inferiore ai precedenti. Nella parte bassa della classifica, dal settimo al nono posto, troviamo i settori delle Costruzioni, il Legal e il Manufacturing i quali, nonostante i rallentamenti e gli stop subiti nel recente periodo, dall’inizio del 2021 risultano in crescita. Chiude la classifica il settore della strumentazione in ambito Hardware & Networking.
Parlando invece dei ruoli professionali più richiesti, quelli che hanno registrato un tasso di crescita più elevato sono gli Addetti al Back Office, seguiti dai Javascript Developer e dagli Addetti al settore vendite. Scendendo gradualmente troviamo poi le figure degli Architetti, dei Mechanical Designer e Account Manager generici. Al settimo posto, a pari merito, due categorie differenti nell’ambito dell’ingegneria e dell’informatica, ovvero i Software Engineer e i Full Stack Engineer, seguiti dai System Engineer e Back End Developer. Chiude, infine, questa classifica il ruolo di Agente Immobiliare.
Allo stesso tempo, LinkedIn ha cercato di offrire una visione delle priorità dei professionisti italiani per la fase post pandemica in relazione a nuove possibili opportunità lavorative, con la ricerca Workforce Confidence Index, sviluppata da Censuswide per conto di LinkedIn.
In questo contesto, per quasi il 50% dei lavoratori italiani, considerando un nuovo lavoro post pandemia, la prima priorità risulta essere la flessibilità, in termini di orario e di luogo dove svolgere il proprio lavoro. Al secondo posto, altrettanto importante, il 36% degli intervistati identifica il cosiddetto worklife balance, ovvero l’equilibrio tra la vita lavorativa e la sfera personale. Avere una maggiore flessibilità in termini di orario e in termini di postazione di lavoro, permette allo stesso tempo alle persone di avere un maggiore equilibrio tra vita privata e lavorativa, non a caso si trovano entrambi ai primi posti tra le caratteristiche ricercate per un nuovo impiego.
Terza priorità in ordine di preferenza, è quella di poter sviluppare un network di relazioni in grado di offrire un reale valore aggiunto, per il 36% degli intervistati, mentre il 28% sentono il bisogno di acquisire delle competenze che siano facilmente riutilizzabili in altri contesti lavorativi.
A seguire, Il 26% degli italiani affermano che la cultura aziendale è un elemento chiave per la scelta del nuovo lavoro e, quasi un quarto degli intervistati (24%) ritiene importante che la nuova realtà lavorativa dimostri un impegno concreto in ambito sociale, soprattutto sui temi della diversity&inclusion. La ricerca dimostra anche che i professionisti italiani sentono l’esigenza di poter sviluppare nuove competenze tecniche legate al nuovo ambito lavorativo. Infine e inaspettatamente, all’ultimo posto in termini di priorità i professionisti italiani (22%) pongono il salario come elemento ricercato per una nuova opportunità di lavoro nel periodo del post Covid-19.
 “Dalle nostre ricerche emerge chiaramente che la pandemia ha delineato negli ultimi mesi uno scenario professionale, in termini di offerta e domanda del lavoro, molto variegato per quanto riguarda i settori emergenti, mentre registriamo una certa continuità per la ricerca di figure professionali dotate di competenze, più o meno avanzate, in ambito digitale. Per quanto riguarda le priorità dei professionisti italiani nel periodo successivo alla pandemia, notiamo che la flessibilità da parte dei datori di lavoro, il corretto equilibrio tra vita lavorativa e personale, uniti alla possibilità di poter arricchire il proprio bagaglio di nuove esperienze umane a valore aggiunto, risultano chiaramente degli elementi preferenziali rispetto al mero valore economico di un nuovo lavoro. Tutto ciò, è un chiaro segnale di come le dinamiche degli ultimi tempi abbiano modificato in maniera sostanziale le aspettative e le prospettive per il futuro dei lavoratori italiani” commenta Marcello Albergoni, Country Manager di LinkedIn Italia.