Idee
20/05/2020

Coordinare un team da remoto è una delle più grandi sfide davanti alle quali si sono trovati manager e imprenditori con l’emergenza Coronavirus. Il ricorso massiccio allo smart working, imposto dai DPCM come misura di contenimento del contagio prevista nel più generale lockdown, ha imposto repentinamente ad aziende, uffici, studi e gruppi di lavoro di ripensare le modalità di lavoro. Ripensare dal punto di vista materiale, fornendo gli strumenti necessari al lavoro da casa – computer, hardware, ma anche programmi e software – ma ancor più ripensare dal punto di vista gestionale. Di colpo sono spariti le riunioni fisiche, i colloqui di persona, le chiacchiere alla macchinetta del caffè, i ragionamenti in pausa pranzo e tutto quanto attiene alla dimensione sociale del lavoro. Una rivoluzione copernicana di cui ci si è resi conto giorno dopo giorno, che probabilmente ha trovato pronto chi già da tempo faceva ricorso allo smart working – con i suoi pro e contro – e che altrettanto probabilmente ha generato dubbi, insicurezze, frustrazione e difficoltà in cui si è trovato di colpo a dover nuotare in questo nuovo mare sconosciuto.

E allora come coordinare un team da remoto, considerando che lavorare da casa sembra essere le prospettiva ancora per molto tempo e comunque finché la pandemia da COVID-19 non sarà ridotta a fenomeno gestibile?

Ripensando al modo in cui si comunica,
Mantenendo il contatto con il team,
Delegando e responsabilizzando più di quanto non si facesse prima,
Tenendo presente l’aspetto umano delle nuove modalità di relazione,
Avendo il coraggio di cambiare.

Se tutto ciò sarà tenuto presente in questi tempi incerti e inediti che ci aspettano, allora forse la pandemia, il lockdown e tutto quello che hanno comportato si saranno rivelate come una grande occasione di crescita, miglioramento e innovazione.

1. Ripensare a come si comunica

Il mezzo è il messaggio, e la stessa cosa detta a voce o scritta in una mail o in un messaggio in chat può avere diverse sfumature di significato. La messaggistica è la grande rivoluzione dello smart working, ma scrivere perde una porzione enorme di empatia tra le persone, per cui ricordarsi di prendere il tempo per una telefonata one-to-one (o una videochiamata), chiarirsi bene i punti salienti prima di comunicare decisioni e cambiamenti, essere diretti ma non bruschi, tempestivi ma non affrettati, e imparare a usare l’intero ventaglio di strumenti a disposizione – compresi i sistemi di videomeeting – è necessario per riuscire a gestire bene un team atomizzato.

2. Mantenere il contatto con il team

Banalmente: programmare meeting regolari con il team. Può essere ogni mattina con il gruppo ristretto, a inizio e fine settimana con quello allargato, a metà settimana con l’intera azienda: ciascuno conosce meglio di ogni altro la propria azienda, il proprio team, i propri collaboratori e, man mano, riuscirà a trovare il ritmo giusto. Ma avere uno scadenziario regolare, con riunioni brevi e focalizzate su pochi essenziali punti, può davvero fare la differenza. E se di tanto in tanto ci si butta dentro un aperitivo virtuale, per chiudere la giornata o la settimana, o un caffè tutti assieme, per cominciarle, lasciando anche un ’bout di libertà a tutti di allentare la tensione, può solo fare del bene.

3. Delegare e responsabilizzare

Il tempo in cui “se non controllo il dipendente, il dipendente non lavora” è ormai ampiamente superato. La supervisione eccessiva, nello smart working, è un boomerang che porta via più tempo ed energie di quanti benefici apporti. Fornire informazioni chiare, essere disponibili al confronto e al contatto, ma poi delegare, ragionando per compiti da svolgere più che sul tempo necessario a farli è la strada maestra del lavoro agile. Che poi, delegare è anche motivare. E se proprio si fatica a gestire i tempi del lavoro si può provare con la tecnica del pomodoro.

4. Tener conto delle persone

La pandemia, il virus, il lockdown hanno avuto anche risvolti psicologici, impaurito le persone, generato insicurezze, sia legate al virus che alle conseguenze economiche e sullo stile di vita. E questo vale per tutti, dipendenti e amministratori delegati, manager e operai. Ma chi gestisce ne deve tener conto, perché ora il mondo non è quello di prima, e non è detto che tornerà ad esserlo a breve. Ecco perché per gestire un team da remoto bisogna tener conto delle persone, prendersi del tempo per farle sentire importanti benché lontane e non dimenticare che dietro a un titolo professionale c’è una persona con le sue reazioni emotive. La sicurezza sociale ed emotiva del proprio team è una lezione che molti manager USA hanno imparato con l’11 settembre, e questa pandemia, dal punto di vista emotivo, non è molto lontana da quello shock.

5. Avere il coraggio di cambiare

Che poi è la somma dei 4 punti precedenti: fare come si faceva prima non è la soluzione. Il lockdown ha imposto una situazione diversa, e adattarsi, cambiando e dimostrando resilienza, è il modo per andare alla scoperta di nuove opportunità.

Idee
18/05/2020

Con la Fase 2 e il quasi ritorno alla normalità per molti lavoratori si pone ora il tema della pausa pranzo in ufficio. Un momento che in epoca pre-Coronavirus era sinonimo di relax e convivialità e che ora potrebbe presentare non pochi problemi e diventare fonte di stress: le regole di distanziamento sociale e quelle di contenimento del contagio infatti potrebbero mettere a dura prova la gestione dei momenti dedicati al pasto, dalla mensa aziendale a ristoranti e bar esterni, dal delivery alla schiscetta portata da casa. Allora proviamo a vedere come sarà la pausa pranzo in ufficio nella nuova fase della convivenza con il COVID-19.
Pausa pranzo in ufficio: il ritorno in mensa
Le mense riapriranno, ma poco o nulla sarà come prima. Intanto il distanziamento ai tavoli, per chi consumerà il pasto nella sala mensa: potrebbero comparire i divisori in plexiglass ma anche essere prevista una riduzione della capienza del locale, per esempio prevedendo un posto a sedere ogni 3, con un andamento a scacchiera. Questo ovviamente dilaterà i tempi per l’accesso alla mensa e la fruizione del pasto, motivo per cui l’orario di pausa potrebbe diventare flessibile o prevedere dei meccanismi di prenotazione. Alcune società che si occupano di ristorazione collettiva stanno implementando App tramite le quali prenotare il proprio orario e il proprio menu in modo da ridurre le code in attesa e rendere tutto più snello e veloce. Anche posate, tovaglioli, condimenti e pagamenti saranno rivisti, nell’ottica delle porzioni monouso e dei pagamenti contact-less. Il tutto partendo dal presupposto che i lavoratori della ristorazione siano i primi a cui sono garantite le prescrizioni per il contenimento del contagio e che quindi pasti e oggetti siano ragionevolmente sicuri. In conseguenza di ciò potrebbero nascere nuove figure professionali, come il Covid-Manager, una specie di maitre di sala per le mense esperto in tematica di COVID-19 e in grado di dirimere le situazioni impreviste che dovessero presentarsi.
Il pasto in ufficio alla scrivania
Siccome non è possibile mangiare indossando la mascherina, potrebbero esserci dei casi in cui sia consentito consumare il pasto alla propria scrivania, e allora tramite App o qualche altra forma di prenotazione si comunica il menu desiderato e l’ora di ritiro (oppure di consegna alla propria postazione). Però il pasto alla scrivania è anche la normalità per tantissimi lavoratori, soprattutto nelle aziende e negli uffici meno organizzati, e tra schiscetta portata da casa, delivery o acquisto negli esercizi di zona si potrebbero creare non pochi problemi. Il primo ovviamente è quello della condivisione degli spazi: in molto uffici c’è (o c’era…) un’area kitchen in cui consumare il pasto in compagnia (peraltro, era anche un ottimo momento di brainstorming e socializzazione) ma ora sarà necessario mantenere le distanze e prevedere la sanificazione di ogni posto (dalla sedia al tavolo e fino a microoonde e altri oggetti) dopo ogni uso. E se la schiscetta da casa l’abbiamo già a portata di mano, diverso è il caso di chi deve comprare il pasto giorno per giorno. Ma come sempre dai problemi nascono anche le opportunità e per esempio sono già comparse delle start-up come Streeteat con Delò che installano dei locker negli uffici e consegnano i pasti, sempre prenotati online, all’ora desiderata e all’interno di uno specifico locker, di modo da azzerare l’interazione tra le persone. Una tendenza a cui potrebbero adeguarsi anche gli esercenti di prossimità prevedendo dei veri e propri lunchbox da consegnare negli uffici.
Pausa pranzo all’aperto durante il Coronavirus
In tutto ciò è anche primavera, e davanti a noi c’è l’estate, e la pausa pranzo al parco o al giardinetto è il grande classico di tantissime persone: ma su questo saranno i sindaci, con le loro disposizioni, a dire cosa sarà possibile fare da qui in avanti.

Notizie
16/05/2020

Sul contagio da Coronavirus come infortunio sul lavoro è stato necessario un chiarimento da parte dell’Inail. La norma infatti aveva sollevato non poche preoccupazioni tra i datori di lavoro per le potenziali ricadute penali: equiparare il contagio sul posto di lavoro a un infortunio sul lavoro poteva infatti portare l’imprenditore o datore di lavoro a essere accusato per i reati di lesione o omicidio colposo nel caso, malaugurato, di successivo decesso del lavoratore contagiato. Un rischio troppo grande, in vista della riapertura delle attività, a fronte di un “nemico” che è invisibile e – per certi aspetti – incontrollabile. A fronte infatti di tutte le norme di contenimento e protezione individuale e collettiva prescritte in vista della riapertura, potrebbe darsi il caso in cui avviene il contagio ma il datore di lavoro ha adempiuto a tutto quanto previsto da norme e regolamenti, e quindi la responsabilità del datore di lavoro non sia oggettiva, o quello in cui non sia dimostrabile dove sia avvenuto realmente l’eventuale contagio. Da qui il chiarimento dell’Inail, con una nota apposita:
In riferimento al dibattito in corso sui profili di responsabilità civile e penale del datore di lavoro per le infezioni da Covid-19 dei lavoratori per motivi professionali, è utile precisare che dal riconoscimento come infortunio sul lavoro non discende automaticamente l’accertamento della responsabilità civile o penale in capo al datore di lavoro. Sono diversi i presupposti per l’erogazione di un indennizzo Inail per la tutela relativa agli infortuni sul lavoro e quelli per il riconoscimento della responsabilità civile e penale del datore di lavoro che non abbia rispettato le norme a tutela della salute e sicurezza sul lavoro. Queste responsabilità devono essere rigorosamente accertate, attraverso la prova del dolo o della colpa del datore di lavoro, con criteri totalmente diversi da quelli previsti per il riconoscimento del diritto alle prestazioni assicurative Inail.
In pratica, dal chiarimento dell’Inail, discende che l’imprenditore è ritenuto responsabile solo per dolo o colpa qualora non abbia dotato i propri dipendenti di protezioni individuali, mantenuto i luoghi di lavoro sanificati, vigilato sulle distanze interpersonali e assicurato il contingentamento, così come previsto dalla normativa nazionale. Se tutto ciò è invece stato rispettato ed è dimostrabile nei fatti non scattano le implicazioni civili e penali.

Notizie
13/05/2020

Jack Dorsey, amministratore delegato di Twitter, ha mandato una mail in cui dice a tutti i dipendenti che possono lavorare da casa per sempre. Anche una volta finita l’emergenza Coronavirus e le conseguenti misure di distanziamento sociale e contenimento del contagio. Non è un’obbligo, è un’opportunità, e di sicuro è una notizia per qualunque organizzazione lavorativa nel mondo. Anche Twitter, ovviamente, a inizio pandemia aveva imposto a tutti i dipendenti lo smart working, e a inizio marzo l’azienda aveva annullato o cancellato ogni evento fisico o incontro, se non strettamente necessario. Ora un passo in avanti ulteriore: a fine pandemia gli uffici riapriranno ma i dipendenti non saranno obbligati a farci ritorno, o comunque potranno scegliere tra smart working e modalità classica. E per chi opterà per lo smart working è prevista anche un’indennità di 1000 dollari per dotarsi di strumenti adeguati alla nuova modalità di lavoro.

Il tema smart working all’interno di Twitter è già stato in passato oggetto di punti di vista discordanti. Se lo stesso Dorsey stava programmando di passare dai 3 ai 6 mesi l’anno in Africa e di guidare la compagnia da remoto, Jennifer Christie, capo delle risorse umane della società di San Francisco aveva confessato a Buzzfeed che non erano pochi tra dipendenti e manager quelli reticenti al lavoro da remoto. Ma il Coronavirus evidentemente ha fatto ciò che l’HR non era ancora riuscito a fare: convincere più o meno tutti che lavorare da casa si può e può funzionare.

In generale la flessibilità oraria e l’orientamento al risultato è uno dei capisaldi delle aziende hi-tech, ma il connubio smart working e Silicon Valley non è mai stato tutto rose e fiori. Come nel caso di Yahoo!, che aveva già tentato la via del lavoro agile nel 2013 salvo poi fare marcia indietro repentinamente. Ora però, volenti o nolenti, le cose sono cambiate, e anche altri big tecnologici come Google, Facebook e Amazon hanno già anticipato ai dipendenti che la modalità di lavoro da remoto proseguirà almeno fino all’autunno, anche qualora gli uffici dovessero aprire prima di quella stagione.

In Italia sarebbe possibile una scelta come quella di Dorsey? L’inquadramento di legge non manca (dal 2017), il decreto del 17 marzo per l’emergenza Coronavirus ha dato una accelerata notevole (e le necessità impellenti hanno fatto il resto) ma più ancora che una vera legge quadro, con norme e tutele per tutti, serve uno scatto di mentalità che forse avverrà se e solo se Dorsey dimostrerà di aver avuto ragione.

Idee
11/05/2020

Volenti o nolenti il Coronavirus ci ha obbligato ad aver a che fare con lo smart working, e senza nemmeno troppi preamboli. Chi lo sognava da anni e chi da pari tempo lo osteggiava si son dovuti confrontare di colpo con questa diversa, se non proprio nuova o inedita, modalità di lavoro. Che, lockdown o meno, non è certo quella da cartolina di un computer portatile su una spiaggia caraibica ma qualcosa di più complesso, profondo e, per certi aspetti, inaspettato. Ora, dopo 2 mesi di lockdown e con la prospettiva di altri mesi di distanziamento sociale, possiamo già fare un primo temporaneo, ma credibile, bilancio: cosa abbiamo imparato dallo smart working durante il Coronavirus?

1. Il telelavoro non è smart working

Già, aver trasferito le stesse modalità del lavoro in ufficio a casa non è vero smart working ma più semplicemente telelavoro. Termine oggi desueto e che però significa avere orari fissi, strumenti tecnologici prestabiliti, vincolo del luogo (nel caso del lockdown senza alterativa).

2. Lo smart working richiede un cambio di mentalità

Flessibilità, responsabilizzazione e autonomia sono le parole d’ordine dello smart working, sia lato dipendente che lato manager / datore di lavoro. Passare dal telelavoro allo smart working significa passare dal ruolo di dipendenti controllati e valutati in base al tempo e “professionisti” responsabili dei propri progetti all’interno dell’organizzazione. Non facile né immediato.

3. Smart working non significa lavorare meno

Ok, le condizioni del lockdown erano e sono estremamente particolari, ma smart working non significa lavorare meno, anzi: ci sono un sacco di ricerche che dimostrano come la produttività in realtà aumenti, ma è esperienza comune anche il fatto che si finisce a lavorare di più in termini di ore.

4. Lo smart working non piace a tutti

Secondo un sondaggio di GlobalWebIndex piace soprattutto ai più “giovani” (Generazione Z e Millenials) e meno a quelli più “anziani” (Generazione X e Baby Boomers). Piace di più agli uomini e meno alle donne. Piace di più allo staff e meno ai manager. Il problema? Quando gli uni devono aver a che fare con gli altri.

5. Più l’azienda è grande, meglio è

Sembra paradossale, ma è così: più l’azienda è grande e più c’è supporto, anche solo in fatto di strumentazione. Più l’azienda è piccola o famigliare e meno aiuto c’è, anche solo nel concedere questa modalità di lavoro.

6. Si dorme di più e si ha più tempo

Banale, ma alla prova dei fati è così: tolto il tempo del viaggio casa – lavoro, c’è più tempo per svegliarsi con calma e per fare altre cose. Che poi tutto ciò si sia limitato alle mura di casa è l’inconveniente del momento, ma togli il Coronavirus e il work life balance è dimostrato.

7. Si mangia meglio

Il classico effetto collaterale: più tempo a disposizione e più possibilità di cucinare e mangiare meglio. Ok, il lockdown ha spinto ai fornelli metà Paese (e l’altra metà era seduta a tavola ad aspettare…), ma è indubbio che non tornare a casa a un’ora indecente, potersi preparare anche il pranzo e avere modo di fare colazione dovrebbero essere condizioni per cui ci si nutre meglio e in modo più sano.

8 Le mail non sono smart working

Mandarsi mail non significa fare smart working. Anzi, chi apprezza il lavoro agile mal tollera le mail e – sempre secondo il sondaggio GWI – predilige altri strumenti di comunicazione come chat e condivisione di documenti.

9. Lo smart working? Bello, ma a piccole dosi

E sì, il risultato più sorprendente del sondaggio di GWI è che la metà degli intervistati dice che sì, lo smart working è bello, ma quando si tornerà alla normalità vorrà farlo meno di quanto l’abbia fatto in questo periodo. Anzi, meno rispetto al tempo di lavoro tradizionale in ufficio.

Idee
08/05/2020

Con la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus per molti è arrivato il momento di tornare in ufficio. Lo consente il DPCM e lo “impone” in qualche modo la realtà economica, che non potrebbe sopportare altre settimane di completa inattività. Ma tornare in ufficio con il COVID-19 ancora tra di noi significa resettare completamente le nostre abitudini: un cambiamento radicale sia da parte delle aziende che da parte dei lavoratori per cui nulla sarà più uguale a prima. E se il Ministero del Lavoro ha stabilito regole molto precise e stringenti, è soprattutto il buonsenso di ciascuno che deve guidarci nel territorio sconosciuto del periodo che ci aspetta. Del Coronavirus si conosce ancora poco (ma qualche idea su come si diffonde negli uffici l’abbiamo), l’emergenza non è terminata, la reale portata della pandemia si chiarirà solo man mano che tamponi e test sierologici verranno eseguiti su sempre più ampie fasce di popolazione e quindi il principio di maggior cautela, che impone il distanziamento sociale e di proteggere se stessi e gli altri, dovrà necessariamente essere il faro nella notte del prossimo periodo. Per esempio seguendo questi 10 semplici ma utili consigli per tornare in ufficio senza rischiare di rimanere contagiati.

1. Continua con lo smart working

Se puoi, continua con lo smart working. È scritto espressamente nel DPCM del 26 aprile ed è sicuramente la situazione più sicura per proteggere se stessi ed evitare la diffusione del contagio.

2. Considera che tutti potrebbero essere infetti

Già, amaro da dirsi ma il principio della maggior cautela parte proprio da qui: chiunque potrebbe essere infetto, anche chi appare in ottima salute. E non potrai mai sapere dove sono stati, chi hanno visto, come si sono comportati. Quindi mantieni le distanze, proteggi le vie respiratorie, lava frequentemente le mani con il sapone, evita di sfregare viso, occhi, naso e bocca con le mani.

3. Tutti devono indossare la mascherina

È scritto nel DPCM, è ribadito da tutte le indicazioni di tutti i ministeri. Quindi nessuna eccezione, soprattutto in ufficio (che potrebbe essere un fattore di potenziale diffusione) e nemmeno nei piccoli uffici, quelli in cui il clima è più “famigliare”. Ma attenzione: la mascherina – di qualunque tipo, come spiegato qui – non è garanzia di protezione al 100%.

4. Stai alla larga

Difficile, molto difficile, ma bisogna essere razionali: nessun contatto diretto né frequentazioni sotto la distanza minima consigliata. Per non rischiare: a 2 metri da chiunque si possono comunque fare tutte le cose necessarie per mandare avanti il lavoro.

5. Alza una barriera

E se le postazioni sono troppo vicine per rispettare il distanziamento? O turni o pannelli separatori, alternative non ce ne sono. La turnazione è suggerita anche nel DPCM, i pannelli plastici di separazione è una soluzione a carico dell’azienda. In ogni caso il principio è: distanza di sicurezza.

6. Attenzione alla superfici

Attenzione alle superfici di maniglie, porte, bagni, scrivanie, computer, stampanti e ogni altro oggetto presente in un ufficio. Che il virus possa depositarsi, sopravvivere e trasmettersi con il semplice contatto non è ancora chiaro. Ma sì, può esserci il caso che un positivo asintomatico starnutisca nella mano, tocchi una maniglia, e poi arrivi qualcun altro che la tocca a sua volta e poi si porta la mano al volto. Ed il gioco è fatto. Quindi: attenzione alle superfici!

7. Lava spesso le mani

Anche più del solito. Il sapone va benissimo, i gel disinfettanti altrettanto, ma comunque lava spesso le mani. Diciamo ogni volta che cambi situazione: ti alzi e vai in bagno? Lavale prima e dopo. Vai alla macchinetta del caffè? Lavale prima e dopo. Pranzi alla scrivania? Lavale prima e dopo. Hai una riunione? Lavale prima e dopo.

8. Non toccare la mascherina

Sì, siamo a livello di film catastrofici tipo Contagion, ma è proprio così: anche sull’esterno della mascherina potrebbe annidarsi il virus. Quindi per sistemarla usa gli elastici o i legacci ma non toccare il tessuto esterno della mascherina con le mani nude. E comunque prima e dopo averla sistemata lava le mani.

9. Nel dubbio stai a casa

Davvero, ormai dovremmo averlo imparato tutti, ma nel dubbio stai a casa. Tosse? Malessere? Mal di testa? Alterazione di gusto e/o olfatto? Spossatezza? Magari è la primavera ed è tutto normale, ma nel dubbio stai a casa e rivolgiti al medico curante. In questo momento un giorno di lavoro perso è comunque meglio di una ripresa dell’infezione.

10. Nel dubbio sanifica

L’azienda dovrebbe provvedere a una sanificazione straordinaria preventiva al ritorno all’attività e pulizie quotidiane. Tuttavia, nel dubbio, sanifica la tua postazione di lavoro con un disinfettante a base alcolica. Il principio della maggior cautela, come detto, è sempre la guida in questa situazione.

Ufficio
07/05/2020

Conciliare le proprie ambizioni lavorative con il ruolo di madre non è mai stato un compito semplice per moltissime donne. La totale rivoluzione del mondo del lavoro causata dalla pandemia da COVID-19 ha ulteriormente destabilizzato la situazione. Ma forse il nuovo approccio al lavoro flessibile e da remoto, sebbene forzato dal lockdown, potrebbe costituire un’opportunità per le mamme del presente e del futuro. 

Con l’attenzione ai temi del mondo del lavoro e delle risorse umane che da sempre ci contraddistingue, ci siamo quindi chiesti quale sia la situazione in Italia al momento per le lavoratrici con e senza figli.
Attraverso un sondaggio su un campione rappresentativo di 1000 donne italiane tra i 25 e i 45 anni e un commento della scrittrice e giornalista Paola Setti, autrice di “Non è un paese per mamme”, abbiamo tentato di fotografare il quadro italiano per quanto riguarda la condizione attuale delle donne al lavoro, le misure di sostegno applicate dalle aziende per affrontare la pandemia da COVID-19 e le impressioni delle donne italiane e dei loro partner su una possibile riforma dell’attuale congedo di paternità, con un occhio rivolto agli altri Paesi europei. 
Scegliere tra figli e carriera? 
Uno dei dati emersi dal sondaggio, a nostro parere più interessante, riguarda le condizioni attuali del congedo di maternità. Più della metà delle donne intervistate (53%) rinuncerebbe a un aumento dello stipendio del 10% per ottenere condizioni migliori in maternità. 

Dai dati emerge inoltre che molte donne hanno incontrato un qualche tipo di ostacolo legato alla maternità nel corso della propria carriera. Si tratta di più di 1 donna su 2 (56%), tra le quali il 29% ha rimandato la prospettiva di avere figli a causa delle policy o delle impressioni di un datore di lavoro e il 16% ha dichiarato di non aver avuto un figlio per paura di perdere il posto.  

Esaminando nello specifico chi ha subito delle conseguenze vere e proprie per aver scelto di diventare madre, il 17% dichiara di aver avuto delle ripercussioni sulla propria carriera dopo essere rimasta incinta e, tra queste, il 6% ha addirittura subito un licenziamento a causa di una gravidanza. 

“La fotografia è impietosa. Ci dicono i dati che siamo un paese di mammoni che però non ama le mamme: le donne che decidono di fare figli dovrebbero venire premiate e sostenute per aver fatto un regalo non solo a se stesse e alle proprie famiglie, ma alla società intera.”, commenta Paola Setti, “Con l’aggravante che le donne per prime chiedono scusa per il disturbo: lungi dall’essere consce che il sostegno alla conciliazione è un diritto sancito dalla Costituzione, sarebbero disposte a rinunciare a un aumento di stipendio pur di ottenere condizioni migliori. Fare un figlio è ormai una mera questione di bilancio tra costi e fatiche e la natalità è ferma a un preoccupante 1.3, contro un desiderio di 2 figli per donna.”
  
COVID-19 e smart working: il post-pandemia sarà il lavoro flessibile? 
La situazione attuale causata dalla pandemia da COVID-19 ha comportato una ricalibrazione forzata delle modalità di approccio al lavoro. In molti casi, purtroppo, ha provocato un drammatico stop delle attività, per evitare la diffusione del virus e il contagio. 
In altri, fortunatamente, la tecnologia ha consentito ai lavoratori e alle lavoratrici italiane di adattarsi alla situazione straordinaria e di continuare a lavorare da casa, idealmente in un angolo casalingo adibito a ufficio e completo di scrivania, computer e seduta ergonomica.  
Il 41% delle donne intervistate dichiara di lavorare attualmente da casa in modalità smart working, di cui solo il 12% godeva già della possibilità di lavorare da remoto prima della pandemia. 

In questo periodo di sospensione delle attività didattiche, e quindi con i figli a casa, il lavoro flessibile e il sostegno alle famiglie da parte di istituzioni e datori di lavoro è estremamente importante. 
1 donna su 5 dichiara di poter usufruire di turni e orari di lavoro flessibili e il 18% di essere in congedo retribuito. Solo il 4% afferma che il proprio datore di lavoro sta offrendo sostegno attraverso assegni familiari e/o sussidi per spese sanitarie. 
Una notizia positiva su questo fronte arriva anche dal Governo, con l’inserzione di un congedo parentale straordinario nel Decreto Cura Italia, che comporta fino a 15 giorni di congedo retribuito al 50% per genitori con figli fino ai 12 anni. 

“Le soluzioni non mancano e se c’è un lato positivo di questa terribile pandemia è proprio averle messe in campo con la forza dell’emergenza. E’ vero che questa lunga quarantena ha pesato ancora di più sulle spalle delle mamme, che si sono ritrovate con un carico doppio sulle spalle, senza il supporto della scuola. E però è proprio da questa emergenza che possiamo intravedere il cambiamento: ci voleva la peste per attivare lo smart working, allungare i congedi parentali, dare sostegni economici alle famiglie per le baby sitter e in sostanza metterci tutti in condizione di gestire lavoro e famiglia senza rinunciare alla carriera oppure alla genitorialità.”, commenta Paola Setti. 
9 donne su 10 preferirebbero un modello di congedo parentale diverso da quello italiano 
Ben l’81% delle donne intervistate vorrebbe migliori politiche a sostegno della famiglia da parte del proprio datore di lavoro, incluso un congedo di paternità più lungo e maggior supporto per i neo-genitori.  

Sulla base di una potenziale riforma del congedo di paternità come quella introdotta dal Family Act proposto dall’on. Elena Bonetti, ben il 75% delle lavoratrici con figli e il 73% dei loro partner si esprimono a favore di un congedo di paternità più lungo di quello attuale, che per ora prevede solo una settimana di congedo obbligatorio retribuito per i neo-papà. 

Solo 1 su 10 delle donne intervistate si dichiara soddisfatta dell’attuale modello di congedo parentale italiano, mentre il restante 91% vorrebbe vedere applicato un modello diverso. La maggioranza (65%) si esprime a favore del modello norvegese, che prevede 42 settimane di congedo retribuito per la madre e fino a 10 per il padre.  

Su questo punto, l’autrice Paola Setti ha commentato: “L’allungamento dei congedi di paternità è senz’altro uno dei perni su cui puntare. Non solo infatti darebbe un aiuto alle mamme, ma garantirebbe il diritto, oggi molto precario, dei papà al loro ruolo di genitori. Senza contare che forzerebbe il cambiamento dal punto di vista culturale: oggi ai colloqui di lavoro solo alle donne viene domandato se hanno l’intenzione di avere figli, perché si dà per scontato che saranno meno produttive nel momento in cui dovranno occuparsene, anche usufruendo del congedo obbligatorio. Se il congedo e la cura dei figli riguardassero anche i papà si ridurrebbe di molto la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro.” 

Idee
04/05/2020

Andare in bici al lavoro potrebbe essere una buona soluzione per affrontare la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus, quella del graduale rientro negli uffici e nelle fabbriche ma anche della forte limitazione all’uso dei mezzi pubblici. Chi temeva situazioni estreme già al primo giorno è stato smentito: a Milano, Roma e in tutte le altre grandi città d’Italia non si sono verificate le tanto temute situazioni di assembramento che potrebbero vanificare l’appello al distanziamento sociale. E tuttavia le misure di limitazione all’uso dei mezzi pubblici sono reali e man mano che apriranno altri settori le persone che dovranno spostarsi tra casa e lavoro saranno sempre più. Ecco perché, anche complice la bella stagione, la bicicletta può essere la soluzione se non all’intero tragitto almeno all’ultimo miglio, per usare un’espressione mutuata dal mondo delle telecomunicazioni. L’alternativa sarebbe l’auto, con le inevitabili conseguenze di ingorghi che dilatano i tempi e aumento dei costi per i parcheggi in centro. Ma attenzione, perché andare in bici al lavoro non è esattamente come fare una scampagnata (banalmente, meglio non correre il rischio di arrivare pezzati di sudore) e qualche consiglio può aiutare ad affrontare la novità. Oltre a permettere di risparmiare soldi, migliorare l’umore, ridurre lo stress e – perché no – rimettersi in forma.

1. Scegli la bici gusta

La soluzione non è spolverare la vecchia MTB in fondo al garage da 20 anni o la bici avuta in eredità dalla nonna. Almeno un ’bout di manutenzione servirebbe (vedi punto 6) ma se bisogna attraversare la città da parte a parte (perché l’ufficio è sempre dalla parte opposta della città, vero?) serve qualcosa di confortevole, maneggevole e scorrevole. Per i lunghi tragitti si può fare un pensiero a una moderna bicicletta elettrica, una pratica city-bike è sempre la soluzione migliore per muoversi in centro, e se tocca fare un ’bout di strada in auto dall’hinterland alla periferia e poi si vogliono evitare i mezzi pubblici può vale la pena valutare una bici pieghevole (o perché no un monopattino elettrico). Ma mettersi in sella a un vecchio “cancello” (come amabilmente sono chiamate le vecchie bici) è il modo migliore per far naufragare subito il progetto.

2. Abbigliamento

Forse il tasto più delicato, per chi in ufficio ha l’obbligo di una tenuta formale ed elegante. Certo, se si ha la fortuna di vivere e lavorare in centro è tutto più facile, chi deve fare un ’bout di chilometri potrebbe valutare di avere in ufficio almeno le scarpe formali e pedalare con qualcosa di più sportivo (e c’è anche chi potrebbe aver modo di cambiarsi una volta arrivato in ufficio) e comunque una giacca tecnica leggera antivento e impermeabile è sempre bene averla di scorta con sé.

3. Non dimenticare la sicurezza

Una lucina rossa lampeggiante dietro, una luce davanti se si tarda la sera, il casco in testa (è obbligatorio fino a 14 anni, poi facoltativo, ma è sempre meglio averlo) e qualche dettaglio rifrangente che aumenta la visibilità in strada sono il minimo indispensabile per poter dire di aver pensato alla propria sicurezza.

4. Pianifica il tragitto

No, fare in bici la stessa strada che si farebbe in auto non è una buona idea: i vialoni a grossa percorrenza hanno ben poca sintonia con i pendolari a pedali. Meglio controllare se ci sono piste ciclabili o “scorciatoie” che permettono di percorrere strade meno trafficate. E poi è bene dare una occhiata anche all’altimetria: in macchina le pendenze quasi non si notano, in bici se non si hanno gambe allenate possono diventare peggio di una Cima Coppi al Giro d’Italia.

5. Prendila con calma

In bici puoi fare più o meno una ventina di km in 1 ora, che dentro la città è mediamente meglio della velocità media di un’auto all’ora di punta. Ma non partire come se dovessi affrontare una gara: prenditela comoda, parti con qualche minuto di anticipo, pedala rilassato e ti renderai conto che è tutto molto più piacevole di quanto si creda.

6. Fai manutenzione alla bicicletta

Bastano poche cose: gonfiare gli pneumatici, oliare la catena, controllare i freni. Se non sei esperto cerca un ciclista in zona: una bici in ordine è garanzia di sicurezza e comfort.

7. La borsa per il computer

Lo zaino sarebbe la soluzione più immediata, ma con il caldo il rischio è quello di arrivare in ufficio con la schiena chiazzata di sudore. Allora può aver senso valutare quelle borse che si possono mettere sul tubo orizzontale (la cosiddetta “canna della bicicletta”) o sul portapacchi posteriore. Sono pratiche e, con qualche accorgimento, si impara in fretta a equilibrare bene i pesi.

8. Fai colazione

Certo, cornetto e cappuccino appena scesi dalla macchina e prima di entrare in ufficio erano un bel ricordo, e puoi goderteli anche arrivando in bicicletta. Ma fosse anche solo per una manciata di km non è una buona idea uscire di casa a stomaco vuoto quando si tratta di pedalare. Hai mai notato che i ciclisti mangiano durante le lunghe gare? Se lo fanno loro ci sarà sicuramente un buon motivo.

Ufficio
29/04/2020

Con l’avvio della cosiddetta Fase 2, quella in cui ricominciano le aperture di negozi e attività e gli spostamenti per motivi di lavoro, torna prepotentemente in auge la questione delle mascherine per il Coronavirus. Una cosa è certa: al punto 2 del DPCM del 26 aprile è scritto testualmente che “ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza”. Il tutto a maggior ragione ora che si sono capiti i meccanismi di diffusione all’interno degli uffici. Quindi ogni volta che si esce di casa, e per tutto il tempo che si resta fuori, sarà necessario indossare una mascherina protettiva. Ma quali usare? E come? E quando? Vediamo di fare chiarezza.

Al netto di ogni valutazione sulla loro effettiva utilità (motivo per cui il principio di maggior cautela e quindi di distanziamento sociale rimane sempre valido) esistono sostanzialmente 3 tipologie di mascherine: quelle chirurgiche, le FFP2 e le FFP3. Per orientarsi nell’acquisto e nell’uso può tornare ancora utile partire dal famoso video di Alessandro Gasbarrini, chirurgo dell’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, che ha distinto tra mascherine altruiste, egoiste e intelligenti.

Le mascherine chirurgiche sono le cosiddette altruiste, perché proteggono gli altri dal nostro potenziale contagio. Sostanzialmente sono quelle che usano normalmente i chirurghi in sala operatoria per non rischiare di infettare il paziente ma nella situazione del Coronavirus non sono in grado di proteggere chi le indossa dal contagio. Ma essendo altruiste, se tutti le utilizzassero, offrirebbero sicuramente un argine alla diffusione del contagio. Il Ministero della Salute, sul suo sito, non le considera né come dispositivi medici né come dispositivi di protezione individuale ma sono sicuramente utili per limitare la diffusione (non per proteggersi da essa) e possono essere usate anche per uscire di casa.

Le mascherine cosiddette “egoiste” sono le FFP2 e le FFP3, quelle con la valvola, che permettono a chi le indossa di non infettarsi ma potrebbero lasciar passare il virus se si è infetti. E allora perché sono in commercio? Perché per esempio sono essenziali per medici e personale medico che ha la necessità e il dovere di proteggersi in tutte le situazioni a contatto con persone infette o potenzialmente tali. A questo punto indossare una FFP2 o una FFP3 protegge sicuramente dai rischi di contrarre il Coronavirus ma non aiuta a limitare la diffusione del virus.

Ci sono infine le mascherine “intelligenti” che sono tutte le FFP senza valvola e che con il loro elevato potere di filtraggio sono in grado di proteggere sia chi le indossa che gli altri, limitando quindi sia i rischi di infezione che la propagazione del contagio.

Allora quali usare? Non le FFP2 e FFP3 che sono riservate al personale medico, a meno di non voler indossare sopra quelle una mascherina chirurgica. Sicuramente la mascherina chirurgica, e se si vuole essere protetti oltre a proteggere gli altri se ne possono indossare 2, una per ogni verso, per fermare il virus in ogni senso (ma non è semplice passare una intera giornata così) e sicuramente anche quelle “intelligenti” che svolgono lo stesso compito.