Ufficio
22/12/2014

Computer e server che ronzano in continuazione. Cellulari che trillano. Audio e video in autoplay sui siti Web. E tutto il resto della tecnologia che ormai pervade qualunque ufficio, studio professionale o comunque realtà aziendale del mondo. Ma se la tecnologia aiuta in molte operazioni quotidiane, può anche essere di disturbo se non proprio un vero fattore di stress, soprattutto quando chi la usa – cioè noi – non pensa alle conseguenze delle proprie azioni.

E allora, esattamente come esiste la netiquette per i comportamento accettabili sul Web, così Mashable, la bibbia dell’hi-tech, ha stilato le 8 regole di comportamento in ufficio per evitare che il/la collega tecnologico diventi anche il/la collega fastidioso/a.

1. Mai scollegare un dispositivo in carica che non sia il proprio
Le batterie durano sempre meno, c’è sempre più bisogno di ricaricare qualche dispositivo, le prese non bastano mai. Tutto vero. Ma insomma, qualunque sia l’esigenza, prima si chiede il permesso, poi si scollega un dispositivo.

2. Mai indossare auricolari lontano dalla scrivania
Al proprio desk può essere consentito, per concentrarsi e isolarsi o anche perché bisogna ascoltare un audio. Ma insomma, gironzolare per l’ufficio con le cuffie nelle orecchie è proprio da screanzati.

3. Non usare il computer altrui
Almeno finché non ne avete chiesto il permesso. Vero che il computer è aziendale, ma ci sono al suo interno anche un sacco di dati personali. E ficcarci il naso è come guardare nel cassetto della biancheria intima in casa d’altri: non si fa.

4. Ricaricare i dispositivi che si usano
Fosse la stampante, fosse la macchinetta del caffè, fosse anche il rotolo di carta igienica in bagno, se finisce, si ricarica, lasciando il tutto pronto all’uso. E se c’è qualcuno addetto a farlo, avvisatelo tempestivamente. Il vostro tempo è prezioso come quello degli altri. (se dovete acquistare risme di carta per stampanti e multifunzione, qui trovate tutti i consigli per scegliere la più adatta).

5. Silenziare la suoneria del telefono (o almeno tenerla a un volume basso)
Non importa che lo smartphone sia privato o aziendale: “The Final Countdown” a tutto volume la prima volta può strappare un sorriso, alla 20^ vi farà strappare il cellulare dalle mani. Soprattutto se suona abbandonato sulla vostra scrivania.

6. Lasciate perdere il laptop durante le riunioni
Vero, laptop o tablet ormai servono per prendere appunti, accedere a informazioni, mandare file, visualizzare presentazioni anche durante i meeting. Ma insomma, anche se la riunione è di quelle interminabili, loggarsi su Facebook e farsi gli affari propri è proprio esecrabile (e non vi mette certo in buona luce coi superiori). Nel caso in cui le riunioni siano davvero, sempre interminabili, tenetele in piedi come vi abbiamo suggerito qui.

7. Limitare le chat
Certo, ormai anche le chat sono state sdoganate come strumento efficace di dialogo tra colleghi. Ma se la questione è davvero importante meglio alzarsi e andare a discuterla di persona: si evitano fraintendimenti, discussioni interminabili e altre spiacevoli conseguenze.

8. Non toccare lo schermo altrui
Ciascuno ha le proprie fissazioni, e quella dello schermo pulito appartiene a molti. Lasciare ditate e impronte sul display di altri può davvero mandarli in bestia: se dovete indicare qualcosa, fatelo senza toccare il monitor (piuttosto tenete tra le dita una matita: qui scoprite come scegliere quella adatta alla vostra attività). E dovesse capitarvi di pulire schermo e tastiera, leggete qui come fare.

Idee
19/12/2014

Dormire in ufficio aiuta a lavorare meglio: è bastata una ricerca della Sleep Foundation (citata dal Washington Post e riportata in Italia dall’Huffington Post) per convincere tutti che sì, un bel riposino sulla poltrona dell’ufficio è salutare.
20 minuti ad occhi chiusi basterebbero ad aumentare del 40% la creatività e del 30% le prestazioni, oltre a migliorare l’apprendimento.
E subito dopo via di esempi di grandi multinazionali che hanno predisposto delle vere e proprie nap rooom, da Microsoft in giù:
Il 34% degli americani può fare la pennichella al lavoro, il 16% lavora in aziende che dispongono di stanze appositamente dedicate al relax…Riuscendo così a far diminuire quel buco di 18 miliardi di dollari di perdita in produttività annuale imputata alla mancanza di riposo
Ora però un articolo appena pubblicato dal sito della BBC dice che no, la pennichella in ufficio non serve a un bel nulla. Anzi: il risultato, a qualche anno di distanza dalle prime sperimentazioni, parla di dipendenti che non si svegliano, di cali della produttività del 45%, di impiegati scoperti a mettere la testa sotto il rubinetto dei bagni aziendali per riuscire a darsi una scossa e altre inattese e spiacevoli conseguenze.

Quindi che fare? L’articolo della BBC cita alcuni CEO e responsabili delle risorse umane secondo i quali alla fine è tutta una questione di equilibrio tra l’incoraggiare il riposino a tutti e il tollerarlo da parte di chi ne trae effettivamente giovamento.

Ma voi una siesta al pomeriggio in ufficio la fareste? E come la prenderebbero i vostri responsabili aziendali? Avete spazi a disposizione per fare un break di 15′?

Notizie
17/12/2014

No, i biglietti di auguri spediti via posta non si sono estinti. Anzi, nonostante sms, Facebook, e-mail e qualsiasi altro velocissimo strumento tecnologico, un bel biglietto di auguri di Natale, ben scritto e ben scelto, è ancora un gesto in grado di fare emozionare. Come fare per scriverlo senza incorrere in errori ma risultando comunque originali? Ecco alcuni consigli.

1. Personalizzate il messaggio
Il copia e incolla uguale per tutti finisce nel cestino della carta. Pensate a un episodio particolare, a un evento che riguarda voi e la persona a cui mandate gli auguri, a una persona cara che avete in comune o comunque a qualcosa di davvero personale. Basterà questo per far risultare i vostri auguri davvero sentiti.

2. Utilizzate un biglietto d’auguri di qualità
Non serve che siano serigrafati a mano, possono anche essere di quelli standard purché di cartoncino di qualità, ben stampati senza sbavature e con inchiostro di qualità. Aggiungete una frase sentita e firmate con il vostro nome e il gioco è quasi fatto.

3. Usate una penna di qualità
Tra il tratto di una penna Bic e quello di una penna di qualità la differenza di vede a occhio nudo. E anche questi dettagli si notano. In ogni caso, prima di cominciare a scrivere, provate il tratto su un foglio di brutta e assicuratevi che sia continuo e senza sbavature.

Ufficio
15/12/2014

Che i popoli del nord-europa appaiano sempre felici è ormai quasi un cliché, ma quando un sondaggio condotto da Gallup certifica che i danesi non sono felici solo nelle immagini promozionali del loro paese ma anche quando lavorano (solo il 10% si sentirebbe emotivamente indifferente rispetto a quello che sta facendo di lavoro) significa che c’è del vero.

E allora il sito Fast Company ha voluto vederci chiaro e capire come mai i danesi sono così felici (così più felici) degli altri lavoratori. E ha trovato almeno 5 buoni motivi.

1. Lavorare il giusto

Parliamo di circa 1500 ore di lavoro l’anno. Ovvero in soldoni lasciare l’ufficio a un orario ragionevole, avere dalle 5 alle 6 settimane di vacanza e in definitiva del tempo per il giusto equilibrio tra vita professionale e vita privata. Insomma, una persona felice e serena è un lavoratore più motivato e soddisfatto.

2. Lower power distance

Il concetto di “Power distance” è stato elaborato da un sociologo olandese secondo il quale uno stile manageriale impositivo crea distanza dal potere, mentre uno stile manageriale inclusivo la riduce. Per capirci, laddove esiste grande distanza dal potere – per esempio negli USA – i compiti assegnati sono ordini, e vanno eseguiti senza autonomia; in Danimarca i compiti assegnati sono obiettivi, e i lavoratori li devono portare a termine in autonomia.

3. Stato sociale

Il mito dei paesi nordici, dove perdere il lavoro non è la fine del mondo: perché c’è un salario sociale che arriva al 90% del salario perso, per due anni; perché perdere il lavoro non significa perdere altre garanzie sociali; perché questo permette di avere coraggio nel lasciare lavori che non soddisfano e cercare quello in cui ci si sente davvero motivati.

4. Formazione continua

Sì, l’educazione a lungo termine è un altro must danese fin dall’Ottocento, e sono tutti d’accordo: governo, sindacati, imprese, lavoratori. Questo permette di avere un mercato del lavoro attivo e aperto, e lavoratori con più chance di ricollocarsi. Funziona perché la Danimarca spende più di ogni altro paese per mantenerlo attivo. Semplice no?

5. Arbejdsglæde

No, non è un arrore di battitura, ma un termine che esiste solo in danese (e nelle altre lingue scandinave): Arbejde significa lavoro e glæde significa felicità. Ovvero: felicità al lavoro. Ovvero: il lavoro non è uno strumento per essere pagati, ma parte della realizzazione di se stessi. E realizzando se stessi, si realizzano anche gli obiettivi di business dell’azienda.

Ufficio
12/12/2014

Dimentichiamo Sergio Marchionne, CEO di FCA, inseparabile dal suo maglione blu: è l’eccezione che conferma la regola. E così non contano quegli ambienti – come agenzie di comunicazione, start-up e factory ICT – dove il casual al limite del trasandato è diventato regola a sua volta. Nel resto dell’universo lavorativo esistono regole più o meno scritte su come ci si deve vestire.

Ora, l’Italia è unanimentente riconosciuta come la patria del ben vestire, del buon gusto e dell’eleganza innata, tanto che alcune delle regole non scritte sull’abbigliamento in ufficio sono naturalmente accettate da tutti: sobrietà, colori tenui, giacca-cravatta-camicia per lui, tailleur al ginocchio per lei, poco trucco naturale, mani ben curate, e così via.

Ma se queste regole sono quasi nel Dna di qualsiasi dipendente e impiegato italiano, così non è all’estero, tanto che UBS, il colosso bancario elvetico, ha pensato bene di promulgare un vademecum di ben 44 pagine rivolto a quanti, nelle filiali, lavorano a stretto contatto con il pubblico. E in queste 44 pagine ci sono consigli condivisibili così come regole ferree e decisamente curiose. Vediamole.

Per lui
Abiti rigorosamente di colore nero, grigio o blu navy, ben confezionati, niente barba trascurata, calzini solo neri fino al ginocchio, banditi accessori come braccialetti, orecchini e collane, sì d’obbligo all’orologio da polso (emblema di precisione, affidabilità e puntualità) e no alla tintura dei capelli, evidentemente troppo contrastante con il naturale invecchiamento della pelle.

Per lei
Bandite le gonne corte sopra al ginocchio, al massimo 5cm sotto, giacca sempre abbottonata, make up leggero al limite del naturale, divieto per i profumi troppo intensi, per gioielli e dettagli (come le montature degli occhiali) troppo vistosi e per nail art o smalti per unghie vistosi.

Per tutti
Capigliatura sempre ben curata (almeno 1 volta al mese dal parrucchiere), biancheria sempre di colore neutro e comunque mai visibile, no all’odore di sigaretta e soprattutto all’alito pesante, con divieto assoluto di cibi contenenti aglio e cipolle.

Regole eccessive? Abuso di precisione svizzera? Oppure consigli condivisibili? Di fatto, dopo un primo test pilota in alcune filiali, ora il vademecum si sta diffondendo anche fuori dai cantoni elvetici.

Ufficio
09/12/2014

Una tradizione irrinunciabile: la festa di Natale in ufficio, con i colleghi o presso clienti e fornitori, è un passaggio obbligato di ogni periodo natalizio. Ma per fare in modo che gli auguri siano un momento piacevole e senza imbarazzi è bene osservare alcune regole di bon ton.

Organizzate una festa veloce. Nonostante la frequentazione quotidiana, non sempre negli uffici c’è confidenza e vera amicizia tra colleghi. E lo stesso può dirsi con collaboratori e clienti. Quindi per evitare momenti di imbarazzo è bene organizzare solo un veloce rinfresco, tra la mezz’ora e l’ora: il tempo di scambiarsi gli auguri e tornare ai propri impegni.

Meglio verso il tardo pomeriggio. L’approssimarsi delle feste rende le attività lavorative sempre più concitate, ed è bene evitare che gli auguri si dilunghino troppo. Un breve rinfresco verso la metà del pomeriggio, in tempo utile per non spezzare la giornata lavorativa e lasciare il tempo a tutti di finire i propri compiti e ‘timbrare il cartellino’ senza dare l’impressione di scappare dalla festa è il momento ideale per il party di Natale in ufficio.

Niente discorsi. No, quelli si lasciano per la convention aziendale: bastano due parole sincere di buon Natale e felice anno nuovo, e i discorsi sugli obiettivi di fatturato dell’anno a venire si lasciano nel cassetto della scrivania fino al rientro dalle vacanze.

Niente regali personali o costosi. A Natale un pacchettino è d’obbligo, ma è bene rimanere neutri, senza scatenare pettegolezzi o dietrologie. La strategia migliore è quella di chiedere, nell’invito alla festa, di prevedere un piccolo dono da estrarre a sorte: niente di troppo personale, vanno benissimo cioccolatini, biscotti artigianali oppure piccoli presenti il cui ricavato va in beneficenza.

Idee
08/12/2014

Pare che Bill Gates, il boss di Microsoft, abbia affermato: “Se c’è un lavoro difficile da fare, lo assegno sempre a un pigro: troverà sicuramente un modo semplice per farlo”.

Vero o falso che sia, il sogno di ogni pigrone è senza dubbio quello di trovare un lavoro con ottimi salari e basso stress, sia per quanto riguarda il numero totale di ore lavorare a settimana, che per quanto riguarda i ritmi di lavoro.

Insomma, guadagnare bene, impegnarsi poco. E allora il sito Quora.com (Una specie di Yahoo Answer, ma senza troll) ha lanciato la provocazione: quali sono i migliori posti di lavoro per gente pigra ma intelligente? Apriti cielo: un profluvio di suggerimenti, racconti, esperienze e consigli da parte di (presunti) intelligenti ma (sicuramente) pigri.

Qualche idea? Be’, fare l’insegnante di inglese in Cina, tra le prime opzioni (ma pare si debba essere madrelingua e nativo, altrimenti i salari non sono così alti). Poi il programmatore informatico (si parla apertamente di mettersi alla scrivania a “lavorare in pigiama”), il guru di qualche cosa (ma questo forse è più un sogno che un suggerimento) e un sacco di altri spunti più o meno fattibili.

E voi che ne pensate?

Notizie
05/12/2014

Il caffè è il break preferito da milioni di persone: al bar, alla macchinetta o anche a casa, quando si tratta di fare una pausa tra tutti gli impegni della giornata, un caffè è spesso quello che ci vuole per fare il pieno di energia e vigore.

Ora uno studio australiano pubblicato su Flavour Journal ha scoperto e dimostrato che il colore del contenitore – tazza, tazzina, bicchiere – può influenzare la percezione del sapore e dell’intensità del caffè che si beve.

Lo spunto della ricerca è nato quasi per caso quando due ricercatori hanno bevuto lo stesso caffè, nello stesso bar, da una tazzina bianca e da una di vetro, percependo quello nella tazzina bianca come più amaro di quello in vetro. Possibile?

Sì, possibile: se i colori sono associati alle emozioni (e possono per esempio influenzare la produttività) possono anche influenzare la percezione di un sapore. Per esempio è stato dimostrato che la stessa mousse alla fragola presentata su un piatto totalmente bianco è percepita come più dolce del 10% e più ricca di sapore del 15% che se presentata su un piatto nero.

E così è anche per il caffè: una tazzina di color marrone è meno associata con il concetto di dolcezza di una tazzina di colore azzurro, che invece esalterebbe la percezione del colore della crema del caffè. E così anche per una tazzina bianca (associata al concetto di amaro in questo caso) rispetto a una tazzina di vetro, o trasparente. Parimenti però la tazzina bianca esalterebbe il concetto di intensità dell’aroma del caffè, cosa che non accade con la tazza trasparente.

Insomma, lo studio dimostra che il colore della tazzina influenza il sapore e l’intensità del caffè, e questa potrebbe essere una informazione interessante per quanti operano nel settore della vendita e della somministrazione del caffè.

Notizie
02/12/2014

Sì, c’è chi subisce il fascino dei prodotti di cancelleria al punto tale da farne un feticcio e scriverci un libro appassionato, ricco di storie, aneddoti e informazioni: è stato appena pubblicato in Inghilterra “Adventures in Stationery: A Journey Through Your Pencil Case”, un viaggio emozionale nelle storie degli oggetti di ogni giorno firmato da James Ward.

Ne ha scritta una divertita – e divertente – recensione Elisa Conti per “Pagina 99” (poi pubblicata da “Il Foglio del lunedì” e ripresa da Dagospia). Eccone alcuni passaggi.
«Ci sono patiti di calcio che sanno a memoria formazioni di decenni fa, musicofili che sanno chi ha partecipato all’album di una certa band e nessuno li critica», dice Ward. «Se invece ti dichiari maniaco di righelli o penne vieni deriso, come se una fissazione fosse inferiore a un’altra. Si dà per scontato che dobbiamo appassionarci a quello che amano tutti gli altri. Ma chi dice che interessarsi a oggetti di uso quotidiano sia sbagliato?».

Per giustificare le sue predilezioni, nel libro Ward presenta una nutrita serie di affascinanti curiosità: dalla vicinanza tra le parole inglesi penis (pene) e pencil (matita), entrambe mutuate dal latino penicillum, pennello (il che, retrospettivamente, getta nuova luce sul vecchio carosello della Cinghiale: «pennello grande o grande pennello?»), all’invenzione della colla in stick, stimolata dall’osservazione di una donna che metteva il rossetto.

Soprattutto, però, Adventures in Stationery rivela che il rapporto tra gli umani e la cancelleria, nonostante l’apparente disinteresse della maggioranza, è così viscerale e intimo da oltrepassare le leggi della ragionevolezza, se non addirittura le leggi e basta. Secondo i dati, nel 2011, periodo di recessione in cui molti persero il lavoro, tra i beni infilati negli scatoloni si registrarono moltissime pinzatrici, considerate dalla maggioranza degli ex dipendenti come un effetto personale.

Proprio le penne sono state al cuore di una prolungata battaglia ideologica oltre che economica: quella, puntualmente rievocata nel libro, tra paladini delle cosiddette biro e delle stilografiche.
Negli anni Cinquanta la Parker sostenne che le penne a sfera uniformassero troppo le calligrafie, eliminando tratti peculiari come l’inclinazione del pennino. Per reagire all’insinuazione, la Bic arruolò un noto grafologo e gli sottopose circa 700 manoscritti in 11 giorni dato che le interpretazioni dell’esperto, a detta di tutti gli esaminati, si rivelarono molto precise, nacque la credenza che la biro in effetti rispecchiasse lo stile di chi la usava. E anche che la grafologia fosse una scienza esatta.

Esplorato il passato della cancelleria, resta da vedere quale ne sarà il futuro. Il sentimentale Ward, come ogni vero innamorato, non può credere che un giorno tutto questo finirà. Anzi, a suo avviso il settore è più vivo che mai: «Il fatto è che in un mondo digitale noi abbiamo ancora bisogno di fisicità, di toccare le cose. Lo schermo è freddo, mentre la scrittura è calda, personale, sensuale: la pressione sul foglio, l’odore di una gomma nuova ci fanno sentire bene, ci confortano.

Di più: hanno il potere di renderci migliori. Io, quando compro dei nuovi raccoglitori, sento l’impulso a trasformarmi nell’individuo ordinato che ho sempre voluto essere. Quando acquisto un quaderno nuovo, mi dico che finalmente inizierò il mio romanzo. Quando compro un evidenziatore, sono pronto a riordinare le priorità della mia vita. E posso farlo, volendo, anche se non c’è connessione».