Notizie
21/10/2020

La quarantena non è sempre malattia, e in tempi di aumento del contagio da Coronavirus, isolamenti fiduciari, quarantene vere e proprie, difficoltà a fare i tamponi e gli altri esami, è davvero utile sapere se, nei confronti dell’azienda, si è in malattia o altro. E a chiarirlo è proprio l’INPS, con una nota sul proprio portale, in cui spiega che in caso di isolamento non scattano automaticamente le procedure legate alla malattia.
La distinzione, dal punto di vista dell’INPS, dipende da chi ordina la quarantena, o isolamento che sia.
Se la quarantena è imposta da un operatore sanitario – medico di base, ASL o ATS – in presenza di una positività conclamata, allora è ovviamente considerata malattia anche dal punto di vista previdenziale. Analogamente chi è posto in isolamento perché entrato in contatto con un positivo, in attesa di tampone, è da considerarsi in malattia, in quanto sottostante a un provvedimento dell’autorità sanitaria. In questo caso inoltre, sempre dal punto di vista dei rapporti di lavoro e previdenziali, non può lavorare in smart working, benché asintomatico o non malato.
Diverso il caso in cui si attivasse un nuovo lockdown, o un coprifuoco: in questo caso se è un’autorità amministrativa a richiederlo – presidente di regione, sindaco, governo – e ciò impedisse di recarsi e svolgere il proprio lavoro, allora non si può ricorrere alla malattia con l’integrazione da parte di INPS.
C’è poi un caso particolare, cioè quello dei lavoratori che devono recarsi all’estero e fare un periodo di quarantena prima di potersi muovere liberamente: anche questi giorni di quarantena imposta (benché da un’autorità estera) non sono considerati dall’INPS come malattia. perché la tutela per malattia non può che «provenire sempre da un procedimento eseguito dalle preposte autorità sanitarie italiane».

Ufficio
16/10/2020

Di manuali di netiquette e consigli per navigare nel mare delle comunicazioni aziendali son pieni gli scaffali delle librerie, ma se si vuole davvero sapere come scrivere un’email aziendale efficace e a prova di casini è dalla vita vera che bisogna imparare. A maggior ragione in tempi di smart working, lavoro da remoto e comunicazioni per lo più digitali. E la cronaca, e uno studio approfondito, ci svelano finalmente il tono e i linguaggi usati nelle mail aziendali che vanno dal basso verso l’alto e viceversa. La cronaca è quella dello scandalo Enron, uno dei più grandi crack finanziari della storia: insieme alle carte processuali sono state raccolte tutte le email scambiate tra i vertici e gli operativi, e su questo enorme materiale linguistico Eric Gilbert della Georgia Tech ha fatto uno studio chiamato “Phrases that Signal Workplace Hierarchy” (Priceonomics riporta i grafici che trovate in questo post).

Per esempio in queste 2 email tradotte da DailyBest è decisamente chiaro chi sia il superiore e chi il sottoposto.
Email 1
Per favore, dai un’occhiata a questi Excel e calcola l’utilizzo di gas per impianto e gasdotto in California. Mike dice che la maggior parte di questi impianti chiuderà nelle prossime settimane a causa dell’esposizione creditizia. C’è da discutere l’impatto sulle consegne. Grazie.

Email 2
Grazie! Fare la lista non è stato assolutamente un problema, e per favore, mi faccia sapere sapere quando posso fare cose del genere e renderle il lavoro più facile. So bene che il mercato è stato un po’ caotico da ieri in poi… per il futuro, devo passare da lei o facciamo in real-time? Grazie ancora per l’aiuto.
Ma non solo: le mail dei superiori sono spesso confuse, piene di errori, zeppe di richieste ASAP e con istruzioni poco chiare mentre quelle dei sottoposti sono limate alla singola parola, di una chiarezza estrema e senza il minimo errore ortografico.

Anche gli insiemi di parole ricorrenti sono decisamente diversi.

Nelle mail dal basso (operativi) verso l’alto (manager e dirigenti).

Nelle mail dall’alto (capi) verso il basso (dipendenti).

Secondo Michele Razzetti, autore di “Modera i toni: quando la comunicazione digitale è inappropriata“ e intervistato da DailyBest:
“Le conversazioni via e-mail italiane abbondano di scortesia: dai miei studi è risultato che circa un terzo delle e-mail includeva categorie linguistiche che potenzialmente potevano apparire scortesi al destinatario. Ne è emerso che in generale la comunicazione via e-mail sul posto di lavoro rischia di essere poco cortese e abbondare di richieste realizzate con l’imperativo o di commenti molto aspri sul lavoro altrui, ad esempio“.
Alessandro Zaltron, autore di “Le parole sono importanti. Scriverne poche e bene per lavorare meglio“ ha anche stilato le 7 regole d’oro per una comunicazione efficace in azienda:
1) l’oggetto identifichi chiaramente la questione trattata nella mail
2) la mail sia sintetica ma chiara: non più di 20 righe e frasi brevi, per favore!
3) se fornite informazioni, mettete i destinatari p.c.; se date ordini, specificate chi deve fare cosa entro quando
4) scrivete se necessario e non a troppe persone: prima di spedire la mail chiedetevi se la state mandando realmente SOLO a chi serve
5) evitate di inoltrare pesanti allegati
6) rispondete il prima possibile, restando entro le 24 ore
7) è gradito un testo cordiale, non offensivo, minuscolo, e con grazie finale

Idee
14/10/2020

Se vuoi l’aumento, insisti. Perché la domanda di fondo, che vale per l’aumento di stipendio come per qualsiasi cosa nella vita, è: quante volte bisogna provarci prima di ottenere qualcosa? Ovvero: insistere ha senso oppure a volte è meglio desistere? Be’, secondo un’infografica di Founders & Founders nella vita bisogna insistere, che si voglia l’aumento, un appuntamento galante o semplicemente veder realizzata la propria idea.

Per capirci, Edison per creare la prima lampadina ci ha provato 10mila volte; Dyson, l’inventore dell’aspirapolvere, 5126 volte. E sono solo gli esempi più eclatanti: per esempio Sylvester Stallone è stato rimbalzato 1500 volte prima di riuscire a convincere un produttore a girare il film Rocky, uno dei maggiori successi cinematografici di sempre; o ancora Colonel Sanders ci ha provato un migliaio di volte prima di riuscire a vendere la ricetta del pollo del Kentucky Fried Chicken. Insomma, a volte capita il colpo di fortuna come nel caso della penna Bic, ma in molte altre è la tenacia e la capacità di non demordere a portare al successo. Anche quando si tratta di chiedere e ottenere il tanto sospirato aumento di stipendio.

Idee
12/10/2020

Fatti due conti rapidi, chi svolge mansioni di ufficio o ha un lavoro sedentario passa da un quarto a un terzo delle proprie giornate lavorative seduto. Una condizione che, se vissuta con posture scorrette, può portare anche a gravi conseguenze per la salute oltre che per la produttività (il mal di schiena è tra i primi motivi di assenza dal lavoro).

Per questo motivo è sempre più importante scegliere correttamente la seduta più adatta a favore una posa ideale, senza farsi ‘ingannare’ dai soli fattori estetici.

Un primo errore ergonomico da evitare è quello per cui della sedia o poltrona da ufficio si inclina il solo schienale e non la seduta vera e propria: una vera seduta ergonomica è tale quando è dotata di meccanismo basculante che permette all’intera seduta, sedile e schienale, di inclinarsi contemporaneamente mantenendo il corretto angolo di seduta.

Una sedia da ufficio ideale deve anche essere regolabile in altezza, per permettere di sedersi correttamente con le cosce parallele al terreno e le ginocchia piegate ad angolo retto, evitando così la posizione ‘a cucchiaio’ (quella ‘stravaccata’ sul divano con il bacino in avanti e lontano dallo schienale).

La seduta vera e propria non dovrebbe nemmeno essere troppo morbida, per impedire di ‘affondare’, e così lo schienale dovrebbe avere un supporto per il tratto lombare per assicurare la postura funzionale alla lordosi fisiologica.

L’altezza degli eventuali braccioli dovrebbe anche essere tale da permettere alla sedia di infilarsi sotto il ripiano della scrivania, evitando di stare troppo lontani dal piano di appoggio e di conseguenza di sporgersi eccessivamente in avanti.

Ufficio
11/10/2020

Se è vero che sono i primi 15’ della giornata lavorativa a dettare il tono delle restanti ore, allora è davvero importante cominciare con il piede giusto, cominciando da queste 8 cose che le persone più produttive fanno nel primo quarto d’ora della loro giornata di impegni professionali.

Arrivare al lavoro in anticipo
Anziché timbrare all’ultimo minuto e buttarsi a capofitto negli impegni: una decina di minuti di vantaggio permettono di mettere a fuoco le idee e cominciare più calmi e rilassati.

Preparare la scrivania
Sì, proprio come un chirurgo o un artigiano di altissimo profilo, la scrivania dei migliori manager è sempre perfettamente in ordine, con tutto quello che serve e nulla di superfluo.

Rivedere cosa s’è fatto il giorno prima
Una rapida rilettura a cosa si è fatto il giorno precedente prima di andare a casa è il modo migliore per rifocalizzarsi sul da farsi.

Controllare le cose da fare
Ciascuno ha una lista di cose da fare, l’importante è controllarla integralmente prima di cominciare a lavorare.

Identificare massimo 3 cose fondamentali da portare a termine
Nella giornata succederanno un sacco di cose, ma quelle 3 cose sono assolutamente da portare a termine, accada quel che accada.

Non leggere subito le e-mail
La posta è il modo migliore per distrarsi subito. I manager più efficienti al mondo non leggono subito la posta ma fissano un momento in cui lo faranno: a quel punto non leggeranno e risponderanno in ordine cronologico ma in base alle priorità.

Mettere il cellulare in silenzio
Per molti il mattino ha l’oro in bocca: sono quelli che non rispondono a telefonate e messaggi e si focalizzano sul proprio lavoro.

Risolvere prima i propri problemi
Sembra egoista, ma è efficace: le persone più produttive prima risolvono i propri compiti e poi aiutano gli altri e si rendono disponibili per il team.

Idee
07/10/2020

Perché promuovono sempre gli incompetenti? Quante volte ce lo siamo chiesti davanti a un capo che non è capace di comandare, a dirigenti che non conoscono il settore in cui operano, a manager che non sanno fare il loro lavoro? Per non parlare poi di politici, ministri e altre persone che amministrano la cosa pubblica. Chiedersi perché promuovono sempre gli incompetenti sembrerebbe la solita lamentela qualunquista, amplificata oggi dal ruolo del social network, e però la domanda ha un fondo di verità. Spesso, nei ruoli apicali e decisionali, ci sono degli autentici incompetenti e oggi un libro di Tomas Chamorro-Premuzic (“Perché tanti uomini incompetenti diventano leader? (e come porvi rimedio)”) spiega come e perché i peggiori vanno avanti e – spesso – i migliori invece no.

Intanto, il fatto che ci siano così tanti incompetenti al comando è opinione diffusa: in uno studio condotto nel 2011 su un campione di circa 14.000 lavoratori, solo il 26% aveva un’opinione positiva dei propri capi (e con la politica e i governi la % si abbassa ancor più). Non è solo un problema di chi si trova sopra, o davanti, un capo incompetente. È anche un problema di produttività: si stima infatti che al mondo l’incompetenza dei leader costi qualcosa come 500 miliardi di dollari all’anno. Senza contare la dispersione di competenze che la frustrazione comporta: il 75% di chi lascia un posto di lavoro lo fa per la frustrazione dovuta ai superiori mediocri. E tutti noi, facendo un rapido giro di sguardo tra le nostre conoscenze, sappiamo benissimo che di gente brava, capace, competente, coscienziosa, in giro ce n’è, e parecchia. E perché non fanno carriera? E perché gli incompetenti invece siedono nei ruoli di comando?

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic, professore di Business Psychology all’University College di Londra e alla Columbia University, la colpa è dei processi di selezione e del fatto che questi premino caratteristiche, psicologiche e di personalità, che invece sono votate al fallimento. La baldanza, l’eccessiva fiducia in sé stessi, il narcisismo troppo spesso vengono scambiati per sicurezza e capacità di leadeship, quando invece sono i tratti del carattere che più facilmente possono portare a distruggere un team di lavoro e far naufragare un progetto o un’azienda.
I processi di selezione in pratica premiano il maschio alfa, il soggetto predatore, il protagonismo e la prepotenza scambiati per carattere e leadeship, anziché riconoscere nell’umiltà, nella sobrietà, nell’understatement e nella saggezza le caratteristiche necessarie a guidare un’organizzazione, azienda o Paese che sia.

Secondo Tomas Chamorro-Premuzic troppo spesso i responsabili delle selezioni scambiano la sicurezza di sé come un potenziale di leadership, senza occuparsi invece della competenza, quando ormai centinaia di studi scientifici hanno dimostrato che esiste «una sovrapposizione inferiore al 10 per cento tra quanto le persone pensano di essere intelligenti (sicurezza in sé) e i punteggi reali dei test di intelligenza (competenza)».

In pratica: chi si mostra forte e sicuro spesso, molto spesso, sovrastima se stesso e le proprie capacità e competenze. E ciò tuttavia fa carriera, ai danni di chi invece si mostra umile, laborioso, empatico e scrupoloso. Per dirla con il filosofo Bertrand Russell «la causa fondamentale del disastro del mondo moderno è che gli stupidi sono arroganti e pieni di sé mentre gli intelligenti sono pieni di dubbi».

Purtroppo, come spiega Thomas Chamorro-Premuzic, «c’è un’enorme differenza tra i tratti della personalità e i comportamenti che occorrono per essere scelti come leader (sicurezza di sé, narcisismo, carisma) e i tratti e le competenze che occorrono per essere capaci di dirigere (competenza e onestà)». Ecco spiegato perché promuovono sempre gli incompetenti.

Notizie
02/10/2020

Sempre più aziende e realtà professionali prestano attenzione all’impatto ambientale delle proprie attività, e tra i modi di ridurre il consumo di risorse naturali e l’immissione nell’ambiente di sostanze inquinanti c’è sicuramente la scelta di utilizzare, per le attività di stampa, per le fotocopie o per i fax, carta di tipo ecologico.

Tuttavia c’è ancora parecchia confusione sul mercato quando si tratta di identificare chiaramente cosa significa carta ecologica per stampanti e fotocopiatrici e quale sia la differenza tra la carta considerata ecologica e rispettosa dell’ambiente e la carta riciclata.

Per fare chiarezza bisogna partire da una distinzione preliminare: la carta riciclata è ottenuta dal riciclo di materiali cartacei e può essere sbiancata, e quindi di colore bianco puro, oppure no, e quindi di colore più scuro, tendente al marroncino o al grigiastro; la carta ecologica è invece prodotta attraverso l’uso di cellulosa, ottenuta da legno proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council: questa certificazione garantisce che la materia prima usata proviene da foreste dove sono rispettati dei rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

Fatta questa prima grande distinzione, e prima di scegliere la carta più adatta per la stampante, ci sono poi da sfatare alcuni miti duri a morire.

Cominciamo dalla carta riciclata: ormai tutti i produttori di stampanti, fotocopiatrici e dispositivi multifunzione garantiscono che la carta riciclata è perfettamente compatibile con le loro macchine, e che quindi la carta riciclata non inceppa stampanti, fax e altri dispositivi; la carta riciclata è perfettamente equivalente alla carta bianca, quindi non impolvera, non si strappa più facilmente e non emana un odore sgradevole, come invece accadeva nel passato; la carta riciclata non è nemmeno più cara di quella bianca, anzi ormai si può risparmiare sui costi di stampa anche fino al 15% del proprio budget; è vero invece che la carta riciclata, a causa della lignina contenuta in alcuni tipi di carta che si ricicla (per esempio quella dei giornali), tende a ingiallire: si tratta di un processo che impega numerosi anni e che quindi non impatta sulle normali attività quotidiane di stampa e dell’uso di documenti cartacei.

Riguardo alla carta riciclata c’è poi da sottolineare come esistano sul mercato tipi di carta riciclata perfettamente bianca, ottenuti in tre modi: l’aggiunta di fibra di cellulosa vergine, che non può superare il 40% (e che per essere davvero ecologica deve provenire da forese certificate FSC); dei processi di sbiancamento che utilizzano cloro e altre sostanze chimiche (in questo secondo caso si tratta di carta riciclata ma non perfettamente ecologica); dei processi di sbiancamento che non utilizzano sostanze chimica ma preparati a base di ossigeno.

C’è poi la carta cosiddetta 100% ecologica: si tratta di carta non solo proveniente da foreste certificate FSC, Forest Stewardship Council, o PEFC, ma anche sbiancata senza l’uso di cloro o sostanze chimiche ma solo attraverso i preparati a base di ossigeno. Per chiarezza bisogna dire che anche per la carta 100% ecologica rimane il problema dell’utilizzo di ingenti quantità di acqua ed energia.

Alla fine come fare a districarsi negli acquisti di carta ecologica per stampanti, fotocopiatrici e multifunzione? Imparando a riconoscere i marchi di riferimento e certificazione FSC, PEFC ed EU EcoLabel.

Idee
01/10/2020

Quasi non ce lo ricordiamo più il lavoro pre-COVID. Almeno per chi è stato costretto a casa dal lockdown, in smart working o remote working che sia. Certo ci sono state anche delle conseguenze positive, dal minor tempo perso per il tragitto casa-lavoro ai conseguenti minori costi di una giornata lavorativa fuori casa. Ma ci sono anche delle cose che ci mancano del lavoro pre-COVID, cose delle quali forse non ci eravamo mai resi conto fino al momento in cui ci sono state sottratte improvvisamente. E sono almeno queste 5.

1. Le riunioni face-to-face

Belle le videocall, senza dubbio. O forse più comode che belle. Anche se poi non è proprio la stessa cosa, rimanere concentrati e presenti è ancora più difficile, la connessione ballerina ci fa perdere pezzi di comunicazione, i rumori di fondo disturbano la comunicazione, per non parlare di quello che succede in casa in quel momento. Quindi sì, ok, le videocall, ma quanto ci mancano le care, vecchie riunioni in sala riunioni, tutti intorno al tavolo, a parlare guardandosi negli occhi?

2. Le chiacchiere con i colleghi

Per carità, non saranno mai amici e amiche. In fondo restano sempre e solo colleghi. Però ci si passa 8 ore al giorno, se non più, fianco a fianco, e alla fine si socializza, si diventa qualcosa di più di due “vicini di posto” e si fanno anche delle chiacchiere: la scuola dei figli, la squadra del cuore, qualche consiglio di investimenti o spese da fare, un pettegolezzo se non di più, con il vantaggio che essendo colleghi/e ci si può anche lasciar andare a qualche confidenza che agli amici forse non si farebbe.

3. Il caffè alla macchinetta

Oddio, non è e non sarà mai buono come quello del bar, però anche il caffè alla macchina ha un modo tutto suo per essere buono, buono al punto tale che ci manca davvero. Alzarsi dalla propria sedia, un gesto al/la collega, 3′ di relax a spezzare il ritmo del lavoro quotidiano. Sì, indubbiamente la pausa caffè alla macchinetta ci manca.

4. Il dress-code

Bello lavorare in tuta, con la barba lunga o i capelli scarmigliati. La prima settimana, forse. Poi diciamo la verità, anche vestirsi da ufficio ha un suo fascino che ora ci manca. Perché in fondo anche la “divisa da lavoro” dice molto di chi e cosa siamo.

5. Collaborare spalla a spalla

Sì, ci sono infiniti tool di collaborazione online. Ma quella cosa di alzarsi dalla propria sedia da ufficio, andare dal/la collega e lavorare assieme è qualcosa che va oltre il lavoro. Collaborare è qualcosa di antropologico, che affonda le sue radici nella notte dei tempi, e che in fondo fa parte del nostro essere “animali sociali”.

Notizie
30/09/2020

Ai ventenni di oggi interessano lavoro e ambiente. Lavoro nel senso di libertà e flessibilità, oltre che opportunità di crescere e imparare, e ambiente nel senso di azioni concrete che ciascuno può fare ogni giorno per tutelare il nostro pianeta. È il ritratto, neanche troppo sorprendente, della Generazione Z, che emerge da una indagine condotta da McDonald’s (che di ventenni se ne intende, visto che sono 1/3 della sua clientela) e Annalect. La cosa che invece sorprenderà i loro padri, Generazione X o Boomers che siano, è che lo stipendio non è al primo posto tra le priorità nella ricerca di un impiego. Un dato di cui devono tener conto i recruiter nel momento in cui cercano di attirare talenti per la propria azienda.
Ma cosa desiderano e cercano davvero i ventenni di oggi? Prima di tutto il lavoro (86% degli intervistati), poi la tutela dell’ambiente (84%) parità di genere (74%) e inclusione/accettazione delle diversità (71%). Solo il 32% invece desidera l’indipendenza economica. E solo 1 su 4 avere una famiglia felice (28%) e viaggiare (25%).
E riguardo al lavoro quali sono le priorità della Generazione Z? Possibilità di crescita personale e professionale (83%), work-life balance (80%) possibilità di esprimere sé stessi e la propria identità (75%). Lo stipendio, nel senso di ottimo stipendio, interessa sì, ma con il 75% degli intervistati solo a 3 su 4.
Relativamente all’ambiente infine, secondo caposaldo della generazione dei ventenni, l’83% è attento alla raccolta differenziata, il 51% all’acquisto di prodotti riciclati, e il 50% evita il più possibile la plastica monouso, anche a costo di rinunciare al prodotto di un marchio non attento al tema ambientale (45%).