Notizie
12/02/2019

Sarà possibile andare in ufficio con il monopattino elettrico: è una delle novità presenti nel nuovo codice della strada, proposto dal Governo e in discussione in Commissione Trasporti alla Camera, insieme a una serie di norme che dovrebbero favorire la mobilità lenta e green all’interno dei centri urbani e permettere di recarsi al lavoro con maggior sicurezza anche in bicicletta, un ottimo modo per ridurre lo stress ed essere più felici nelle 8 ore di lavoro quotidiano.
Nuovo codice della strada: in ufficio con il monopattino elettrico
Nell’attuale codice della strada skateboard, hoverboard e monopattini elettrici sono assimilati alle moto e non alle biciclette, e quindi per circolare nei centri urbani avrebbero bisogno di essere omologati, targati e guidati solo se in possesso di patente di guida e indossando il casco. Nel nuovo codice della strada in discussione in Commissione Trasporti alla Camera invece verrebbero equiparati alle biciclette, con la possibilità quindi di circolare sulle strade urbane, rispettando le norme che disciplinano l’uso delle biciclette. E quindi essere usati anche per andare in ufficio o al lavoro, aiutandoci a combattere l’inquinamento delle città e le conseguenze del lavoro sedentario.
Nuovo codice della strada: novità per le biciclette
Insieme a quella per il monopattino elettrico, gli skateboard e gli hoverboard, nel nuovo codice della strada sono numerose le novità che riguardano l’uso della bicicletta in città. La prima è che sarà possibile andare anche contromano nelle vie del centro con limite a 30 km/h per le auto: una norma che esiste già in numerosi Paesi ad alta vocazione ciclistica (Olanda, Belgio, UK, per esempio) e che ha dimostrato di non aumentare ma anzi diminuire il tasso di incidenti tra auto e biciclette. La seconda è che avranno la precedenza ai semafori, dove sarà predisposta una “striscia di arresto avanzata” con una doppia linea, una per le bici e una per le auto, davanti ai semafori e agli stop. La terza che i ciclisti potranno circolare all’interno delle corsie ora riservate solo ai taxi e agli autobus. Insomma, andare al lavoro in bicicletta sarà più sicuro e invitante, e anche questa è una buona routine mattutina per essere più produttivi durante la giornata.

Idee
07/02/2019

Marie Kondo era già un caso letterario per il suo bestseller mondiale “Il Magico Potere del Riordino” (oltre 3 milioni di copie vendute in 30 Paesi) e per il secondo volume “96 lezioni di felicità”, ma da quando è sbarcata su Netflix con la serie “Facciamo ordine con Marie Kondo” la 33enne giapponese ha sfondato il muro di gomma dei maniaci dell’ordine e della pulizia per diventare una guru dell’organizzazione a tutto tondo con il suo metodo KonMari. Non più solo famiglie con bambini, single incalliti, coppie travolte dal trasloco e vedove alle prese con appartamenti troppo grandi e ingombri di cose, il metodo Marie Kondo per l’ufficio vale anche per imparare a essere ordinati sul posto di lavoro. È essa stessa ad aver affermato che “con una scrivania ordinata, la vostra efficienza al lavoro è destinata a crescere”, mettendo ordine nelle cose e, di riflesso, anche a livello mentale.
Il metodo Marie Kondo per l’ufficio
La logica, o teoria, di Marie Kondo è tutto sommato semplice: l’ordine materiale significa ordine mentale, meno stress e di conseguenza anche maggior possibilità di essere creativi. Già, non solo efficienti ma anche creativi e rilassati. In una parola: la felicità, anche al lavoro.
Per le cose di casa la pratica è semplice: buttare gli oggetti anziché accumularli, valutarli uno a uno e, se non ci emozionano, buttarli inesorabilmente. Il metodo Marie Kondo per l’ufficio è lo stesso.
Come ripulire la scrivania con il metodo Marie Kondo
Come prima cosa si tratta di ripulire la scrivania con il metodo Marie Kondo: non un pezzettino alla volta ma una operazione drastica, approfondita e definitiva. Comincia da ciò che vedi: arredi, carte, documenti, pubblicazioni, cancelleria e qualunque oggetto sia presente fisicamente nel nostro spazio di lavoro. Ciò che non è utile si butta; ciò che non si usa da tempo si butta; i doppioni si buttano; gli effetti personali si eliminano o riducono all’essenziale (1 foto della famiglia); appunti vari su Post-it, foglietti e fogliettini si eliminano.

Poi si passa a ciò che non si vede, cioè che è nascosto nei cassetti: il metodo è lo stesso, gettare ciò che non serve, riordinare ciò che è necessario riordinare (documenti da conservare per legge), eliminare ciò di cui non si giustifica l’esistenza. Vale anche per librerie, scaffali, armadi, archivi: ciò che non potrà servire in futuro deve sparire dalla vista.

Il terzo passaggio è la pulizia: pulire le superfici, l’interno dei cassetti, i mobili e le sedie, le lampade, la tastiera del computer e il monitor, dove si accumulano germi a non finire. Tutto. Buttare e pulire è liberatorio, ed è il viatico della felicità.
Riordinare i documenti con il metodo Marie Kondo per l’ufficio
A questo punto si tratta di riordinare i documenti con il metodo Marie Kondo per l’ufficio, e qui si tratta di aver chiaro il flusso operativo con il quale processiamo documenti cartacei che, volenti o nolenti, non possiamo eliminare dalla nostra quotidianità lavorativa: come abbiamo già scritto qui si tratta di suddividere tra documenti correnti che vanno in una cassettina di passaggio, documenti importanti di consultazione frequente da tenere a portata di mano che vanno nei cassetti della scrivania, e documenti da conservare per lungo tempo che vanno nell’archivio vero e proprio.
Darsi dei tempi per applicare il metodo Marie Kondo all’ufficio
Il metodo Marie Kondo è tutto sommato semplice da capire, più difficile da mettere in pratica in modo spietato e definitivo, e la discriminante è il tempo. Darsi delle scadenze rigorose e tassative è il segreto per il successo: 10′ per pulire, 1 ora per catalogare, 30′ per buttare (sono ipotesi, ciascuno deve stabilire il proprio cronogramma, ma una volta deciso, si parte e non si deroga: l’efficienza è tutto per arrivare al risultato finale).

Di più: non basta l’intervento massiccio una tantum, il metodo Marie Kondo per l’ufficio è una forma mentis, un modo di essere quotidiano: la scrivania deve rimanere pulita ogni sera, e dobbiamo ritrovarla sgombra, minimalista, pulita ed essenziale il mattino dopo. Non ci sono foglietti che rimangono sul desk, appunti che serviranno il giorno dopo sparsi alla rinfusa, oggetti lasciati in disordine perché non abbiamo un posto migliore dove riporli. Il metodo Marie Kondo per l’ufficio è una pratica quotidiana fatta di piccoli passi.
I benefici del metodo Marie Kondo per l’ufficio
Già, ma quali sono i benefici del metodo Marie Kondo per l’ufficio? Perché sottoporsi al doloroso e faticoso rituale di gettare tutto e vivere nell’essenziale? Lo insegnano gli chef, per i quali lavorare nell’ordine e nella pulizia non è solo una questione di igiene ma un’esigenza di disciplina ed efficienza. Lo insegnano le archistar, le cui scrivanie sono sempre sgombre e pulite. Lo insegnano i grandi manager, abituati a processare compiti, prendere decisioni, e andare oltre, senza accumulare. Nel nostro piccolo, lavorare in un ambiente ordinato e pulito significa essere felici, fare spazio alla nostra personalità e creatività, riuscire a vedere ciò che prima non potevamo nemmeno intuire. E poi fare ordine, nel senso dell’attività fisica del buttare, riordinare, distruggere ed eliminare, è un gesto catartico, liberatorio, meditativo e, in fondo, davvero gratificante.

Idee
06/02/2019

Un bravo capo usa la carota, non il bastone. O per meglio dire, un bravo leader gratifica le persone del suo team, più che punirle o opprimerle. Lo dice Chester Elton, uno dei più influenti consulenti e formatori aziendali al mondo, autore con Adrian Gostick di un libro intitolato – manco a dirlo – “The Carrot Principle”. Gostick è passato in Italia a fine gennaio per presentare il suo nuovo libro “Vince il migliore” (editore Franco Angeli, parla del fatto che se nella propria squadra c’è qualcuno per cui il capo, il leader, il coach, il manager non può o non riesce a fare il tifo, allora c’è sicuramente un problema a livello di team) ed è stato diffusamente intervistato (qui dal Sole 24 Ore, qui da Manager Italia): inevitabilmente, in un Paese come l’Italia in cui anche a livello manageriale è ancora molto diffusa una idea machiavellica del capo, che deve essere duro e spietato, sono state molte le domande, e le risposte, sul “principio della carota”.
Il bravo leader usa bastone o carota?
Vediamo allora alcune delle risposte fornite da Chester Elton alla domanda se il bravo leader usa il bastone o la carota.
La carota è una softskill
La carota è la capacità di dare il giusto riconoscimento e la gratificazione alle persone. Una soft skill fondamentale, per chi guida un gruppo di lavoro. Un elemento da sviluppare e alimentare costantemente che dipende soprattutto dal fattore tempo: per dare riconoscimento e gratificare bisogna avere tempo per stare con le persone, per ascoltarle, per interagire con loro. Nel gruppo bisogna creare un clima favorevole all’interazione reciproca. Molti manager non riescono a dedicare abbastanza ai collaboratori e finiscono per essere impositivi.
Riconoscimento e gratificazione non sono solo premi formali e sostanziali
La gratificazione non deve essere considerata solo come un premio formalizzato, come una cosa eccezionale. La gratificazione può essere un gesto semplice, come un ringraziamento o un riscontro non standardizzato. L’importante è che sia tempestivo e personalizzato. La gratificazione non va rimandata pensando di poterla accorpare con altre gratificazioni nel futuro. La gratificazione è quello che, quotidianamente, rende più o meno felici le persone. E siccome trascorriamo buona parte del tempo lavorando, è importante rendere felici le persone nella quotidianità. Sta qui la differenza tra un buon manager e un eccellente manager: far sentire le persone soddisfatte del proprio lavoro, giorno dopo giorno. L’ideale sarebbe dare gratificazione e riconoscimento in modo costante e in presenza. Se questo non è possibile ci sono comunque tanti modi per comunicare, per esempio inviando un messaggio vocale.
Le competenze specifiche da sole non bastano a fare di un capo un leader eccellente
Nella nostra esperienza, supportata da ricerche condotte su oltre 850mila lavoratori, abbiamo riscontrato che in ogni caso di successo il leader era dotato di soft skill (come capacità comunicativa e relazionale, creatività, empatia, gestione dello stress) straordinarie, oltre a quelle “hard” necessarie, ovviamente. Sono leader che danno valore alle persone, conoscono le loro storie, sono capaci di motivarle. In una parola, si “prendono cura” dei loro collaboratori. Nonostante questa evidenza empirica, le soft skills sono invece poco praticate da molti leader.

Ufficio
04/02/2019

Illuminare l’ufficio è una scelta prima di tutto di salute dei lavoratori, poi di produttività e infine di costi energetici (l’illuminazione di un ambiente di lavoro incide per circa il 20% sui costi totali della bolletta energetica, come abbiamo spiegato qui parlando di come illuminare al meglio l’ufficio). Anche l’illuminazione degli spazi di lavoro è regolata per legge e in Italia la norma di riferimento è il Testo Unico sulla Sicurezza nei Luoghi di Lavoro (DM 81/2008) che, dal punto di vista attuativo, e quindi anche per la disposizione dei punti luce e per la scelta delle lampadine da usare per illuminare l’ufficio, rimanda alla normativa europea UNI-EN 12464-1 aggiornata al 2011.
Che lampadine usare per illuminare l’ufficio
Premesso che la normativa europea UNI-EN 12464-1 stabilisce i rapporti tra luce naturale e luce artificiale, le regole per il posizionamento dei punti luce tali da evitare abbagliamento e scarsa luminosità, i casi particolari come quello dell’uso di videoterminali o di compiti specifici in ambienti particolari, e molti altri aspetti dell’illuminotecnica degli ambienti di lavoro che trovi qui, c’è poi sempre da decidere quali lampadine usare per illuminare l’ufficio: escluse ormai quelle a incandescenza, per le quali il Regolamento CE n.245/2009 ha stabilito il ritiro dal mercato, le possibilità di scelta delle lampadine per l’ufficio è tra le lampadine fluorescenti, sia tubolari che compatte, le alogene, e quelle a LED.
Lampadine fluorescenti per ufficio
Le lampadine fluorescenti per ufficio sono lampadine a risparmio energetico, consumano poca energia e garantiscono normalmente una lunga durata (circa 8.000 ore di funzionamento mediamente), emettono una luce che ha il vantaggio di essere molto diffusa e lo svantaggio di essere molto fredda e quindi non adatta a tutti gli ambienti.
Lampadine alogene per ufficio
Le lampadine alogene per ufficio hanno l’indubbio vantaggio di avere una luminosità molto alta e di emettere una luce bianca che non affatica la vista: per questo motivo sono spesso indicate per l’illuminazione dei punti di lavoro, anche in presenza di videoterminali, e per le lampade da tavolo.
Lampadine a LED per ufficio
Le lampadine a LED per ufficio stanno soppiantando progressivamente le altre tipologie di lampadine da ufficio: hanno sicuramente lo svantaggio di essere più costose al momento dell’acquisto, ma questo è compensato da una maggiore illuminazione per punto luce (ogni lampadina illumina di più in un’area più ampia), di non generare calore, il che rende più vivibili gli ambienti di lavoro, e di durare moltissimo, potendo gestire il risparmio sul lungo periodo, anche per il fatto che hanno consumi energetici molto bassi. Non a a caso il loro inventore è stato insignito del premio Nobel per la fisica.

Idee
31/01/2019

Trovare lavoro a 20, 30 e 40 anni richiede strategie e competenze molto diverse tra loro, che devono essere ben esplicitate anche nel curriculum che si invia per candidarsi e farsi chiamare per almeno il primo colloquio di lavoro. È la vita stessa a dettare le condizioni in cui giocarsi la partita di un’assunzione in queste 3 diverse età della vita, e per le donne c’è in più l’aspetto della maternità da tenere in considerazione.
Come trovare lavoro a 20, 30 e 40 anni
A 20 anni molto probabilmente si ha una formazione media, intesa come diploma o anche meno, ed è utopico ambire subito a posizioni di responsabilità; a 30 anni si può essere nella condizione di avere già un decennio di esperienza oppure in quella di avere una laurea e pochi anni di lavoro, e per molte donne comincia a manifestarsi la prospettiva della maternità; a 40 anni infine è molto probabile che si abbia almeno un decennio, se non di più, di esperienze professionali consolidate e congruenti tra loro che rendono difficile cambiare settore o mansione e parimenti cominciano a imporre delle scelte professionali e di vita, in particolare per le donne che hanno già affrontato la maternità e che si trovano a conciliare lavoro e famiglia.
Come trovare lavoro a 20 anni
Trovare lavoro a 20 anni significa aprirsi alla possibilità di fare esperienze: molto probabilmente ci si troverà davanti a offerte di stage e, in una misura ragionevole, è giusto considerarle come occasioni di accumulare esperienze, fare networking, acquisire competenze e capire che cosa davvero si vuole fare nella propria vita professionale. Chi comincia a lavorare a 20 anni non è sicuramente in possesso di una formazione superiore come una laurea, ma questo non preclude la possibilità di trovare posizioni operative in numerosi settori: flessibilità, proattività, conoscenza delle lingue, capacità di lavorare in gruppo, ancor più della formazione scolastica, sono tra le qualità trasversali e i cosiddetti soft skill che possono far propendere un datore di lavoro verso un candidato o una candidata rispetto ad altri. Sono doti sicuramente da segnalare nel CV, anche facendo riferimento a esperienze extra professionali come lo sport, il volontariato o piccoli lavori svolti in età scolastica, e da dimostrare in fase di colloquio.
Come trovare lavoro a 30 anni
A 30 anni è finito il tempo degli errori e delle esperienze: che si abbia una laurea in tasca o meno, a 30 anni è ora di avere ben chiaro che cosa si vuol fare nella vita, in quale settore si intende operare o con quali mansioni. Trovare lavoro a 30 anni significa mettere ordine nel proprio CV, dare una immagine precisa, lineare e congruente delle proprie esperienze rispetto alla posizione per la quale ci si candida, prepararsi ad assumere responsabilità di gestione, dimostrare autonomia operativa e decisionale, e avere ben chiaro che si sta aprendo il decennio cruciale della propria vita professionale: molto probabilmente non è ancora il momento di fare downshifting, ma se si vuole puntare alla carriera non è questa l’età degli errori o della perdita di tempo. C’è un altro aspetto da tenere ben a mente, sia nella stesura del CV che nella scelta di nuove opportunità di lavoro: con una laurea o meno, sarà ormai qualche anno che si pensa più a lavorare che a formarsi, ma questo è un errore perché è proprio nel decennio dei 30 anni che si può ampliare fruttuosamente la propria formazione.
Come trovare lavoro a 40 anni
Trovare lavoro a 40 anni significa guardarsi onestamente allo specchio e decidere di fare delle scelte. Con almeno 10 anni o più di esperienze professionali è davvero difficile pensare di cambiare strada, a meno di non decidere di lasciare tutto e reinventarsi, con tutti i rischi, psicologici, pratici ed economici, che questo comporta. A 40 anni è ora di sapere esattamente se si punta alla carriera, e allora occorre un CV solido e congruente, e aver coltivato con precisione le proprie doti di networking, oppure se è già il momento del downshifting e di una maggior attenzione al bilanciamento vita-lavoro. Tema questo particolarmente acuto nel caso delle donne che, normalmente, a 40 anni hanno già alle spalle una maternità e devono fare i conti, psicologici e pratici, con il proprio ruolo di madre.

Idee
30/01/2019

Ammettiamolo: tutti almeno una volta ci siamo chiesti quanto costa lasciare il lavoro e viaggiare 1 anno. Sì certo, ci sono le vacanze, i weekend e i ponti, ma prima che la vita ci incastri con tutti i suoi doveri tutti abbiamo pensato almeno una volta di dedicare un periodo della nostra vita al cosiddetto anno sabbatico, per girare il mondo e vivere esperienze di cui far tesoro per sempre. Ma quanto costa, effettivamente, un anno senza lavorare in giro per il mondo?
Quanto costa un anno in viaggio senza lavorare?
La risposta su quanto costa un anno in viaggio senza lavorare è, ovviamente, dipende. Dipende innanzitutto dalla meta: Sudamerica, Asia, sud-est asiatico e Africa sono ovviamente le destinazioni più economiche, dove si può vivere e viaggiare anche con 500 euro al mese, o anche meno. Nordamerica ed Europa sono decisamente più costose e, facendo attenzione, scegliendo sistemazioni low budget, approfittando delle occasioni per visitare musei e altro nei giorni di apertura gratuita e facendo la spesa per i pasti al mercato o nei supermercati, sono continenti nei quali si può viaggiare spendendo 1000 euro al mese o poco più. Poi ci sono le destinazioni decisamente non economiche, alcune in Europa – UK, paesi scandinavi – e altre come il Giappone dove potrebbero non bastare 1500 euro al mese per riuscire a sopravvivere anche con molta oculatezza nelle spese.
Come lasciare il lavoro e viaggiare per un anno senza lavorare
Già, ma come lasciare il lavoro e viaggiare per un anno senza lavorare? Innanzitutto pianificando minuziosamente il tutto. Come prima cosa, banalmente, è il caso di risparmiare, e per risparmiare significa mettere da parte un budget di almeno 1200 / 1500 euro al mese. Un buon modo per farsi bastare questo budget è seguire il ciclo dell’estate: il caldo permette di abbattere sicuramente alcuni costi, da quelli per l’abbigliamento a quelli per il pernottamento (una tendina è sempre una buona soluzione per dormire a poco in un campeggio…).

Il networking è un’altra strategia utile e funzionante per abbattere i costi di un anno in viaggio senza lavoro: amici o parenti che possono ospitarvi per qualche notte sono la soluzione più immediata per ridurre i costi di pernottamento, ma anche in viaggio stringere relazioni può permettere di trovare sistemazioni in condivisione – come Airbnb o altre forme di home sharing – o couchsurfing.

Infine una buona soluzione per allungare il viaggio, o non rischiare di dover tornare prima rispetto ai piani, è quello di lavorare un ’bout nel frattempo. C’è chi ha la fortuna di potersi considerare un nomade digitale e lavorare con laptop e wifi da qualunque hotspot del mondo, e chi invece può sfruttare le proprie competenze o rimboccarsi le maniche: i corsi di lingua sono sempre un buon piano B per guadagnare qualche soldo all’estero, ma anche i lavori stagionali – per esempio nell’agricoltura – o i cosiddetti McJob – in particolare nella ristorazione – possono aiutare a guadagnare una cifra che rende l’anno sabbatico in viaggio decisamente meno ansioso e più appagante.

Idee
29/01/2019

Siamo sommersi da e-mail che non leggeremo mai. Basta guardare il numerino in grassetto nel proprio inbox per rendersi conto che abbiamo centinaia se non migliaia di messaggi di posta elettronica che non abbiamo letto e che non riusciremo mai a leggere. E che tuttavia non riusciamo nemmeno a cancellare. Anzi, è il buon proposito di ogni periodo dell’anno in cui si fanno i buoni propositi: dopo le vacanze di Natale, o quelle estive, quando ci troviamo la casella di posta elettronica invasa di messaggi da leggere, ci riproponiamo di riuscire a tenere il nostro Inbox pulito. ‘Inbox Zero’ è l’espressione coniata già nel 2007 da Merlin Mann, un blogger che teorizzava il diritto di non perdere tempo a leggere mail e quello di potersi concentrare sulle cose importanti per il proprio lavoro. Diritto negato a leggere una delle tante statistiche sulla ‘produzione mondiale di e-mail’: secondo una stima di Radicati Group – un’agenzia che si occupa di ricerche di mercato – nel 2017 la popolazione mondiale ha inviato qualcosa come 269 miliardi di e-mail ogni giorno. 269 miliardi di email ogni giorno! E la stima è che nel 2021 saranno 333 miliardi, nella migliore delle ipotesi, cioè la più conservativa.
Il diritto di non leggere le e-mail
Ci si è anche provato a raggiungere il cosiddetto ‘Inbox Zero’: guide, manuali e articoli su come gestire efficacemente la posta elettronica; consigli sul fatto di leggere e rispondere solo al mattino, o solo la sera, prima di lasciare il lavoro; client e software per filtrare la posta elettronica; addirittura sistemi alternativi alla e-mail. Ma nulla, siamo inondati di messaggi che non leggeremo: newsletter, marketing, messaggi personali, comunicazioni di lavoro: chiunque abbia un lavoro a tempo pieno deve finalmente prendere coscienza del fatto che non leggerà mai buona parte delle mail che riceve.

Basta fare una semplice prova: filtrare tutte le e-mail non lette, cancellarle e provare a tenere l’Inbox pulito. Tempo una settimana – nella migliore delle ipotesi – o un giorno – nella peggiore – e avremo di nuovo accumulato e-mail in grassetto da leggere. Possiamo darci le regole più ferree del mondo – leggo e non rispondo; se non rispondo è ok; cancello subito le mail che non mi interessano; etc – ma non c’è verso di gestire efficacemente la massa di messaggi di posta elettronica che ci invade ogni giorno.

Che fare allora?

Prendere atto che è ormai impossibile leggere tutte le e-mail e rispondere di conseguenza, prendere atto che l’idea che rispondere sempre e subito è un falso mito di produttività ed efficienza, convivere serenamente con il fatto che ci saranno mail che non avremo letto. Punto.

E poi?

E poi comincia una lunga opera di sensibilizzazione quantomeno dei contatti più vicini: amici, parenti, colleghi d’ufficio devono sapere chiaramente che se una cosa è importante e urgente possono e devono fare una telefonata o venire a parlarne di persona. Chiaramente non è il caso di mandare una mail per avvertirli, per non scatenare una quantità uguale e contraria di risposte che non farebbe che peggiorare la situazione. Si può dirlo di persona (miglior strategia), fare una telefonata (bene lo stesso), mandare un messaggio WhatsApp o Sms (per qualche motivo quelli si leggono sempre) o ancora impostare un autoreplay chiaro e inequivocabile: “Ciao. Leggo la posta elettronica saltuariamente per concentrarmi su altri aspetti del mio lavoro. Se è davvero importante contattami direttamente”.

Sembrerà strano, ma solo questo messaggio è in grado di ridurre la quantità di mail che ci vengono inviate. Molte infatti sono solo uno scrupolo per conoscenza; altre invece contengono richieste che la persona che scrive potrebbe risolvere autonomamente; altre ancora sono un modo per liberarsi di compiti e lavori da svolgere. In definitiva è un buon metodo per ridurre il caos e lo stress legato alla gestione delle e-mail.

Ok, questo non vale per le mail dei clienti, o se siete lo stagista dell’ufficio, ma in generale far sapere che non necessariamente leggerete tutte le mail finisce col rendere più preziose, concise ed efficaci quelle che vi vengono mandate (e le risposte che date).

Idee
25/01/2019

Con l’arrivo dell’anno nuovo, tendiamo a volgere lo sguardo verso quello appena conclusosi per tirare le somme dei risultati ottenuti per poi dedicarci alla stesura di un elenco di buoni propositi da iniziare a realizzare a gennaio. Solitamente il primo mese dell’anno ci vede intenti ad affrontare quella dieta che continuiamo a posticipare oppure, assecondando lo slancio salutista, a prometterci di andare in palestra più di frequente, a smettere di fumare, a iniziare a mangiare vegetariano o a evitare qualsiasi bevanda alcolica. E se invece provassimo a stilare un elenco di 5 buoni propositi per migliorare la nostra situazione lavorativa e rendere il 2019 un anno incentrato sul nostro sviluppo professionale? Abbiamo quindi pensato a 5 possibili idee per migliorare sotto questo aspetto, a volte un po’ sottovalutato nelle liste dei buoni propositi!
“Mi troverò un nuovo lavoro”
Quante volte ci è capitato di svolgere un lavoro che non ci soddisfa pienamente, ripromettendoci di provare a cambiarlo al più presto? Parte del nostro benessere psicofisico deriva anche dalla soddisfazione in ambito lavorativo. Fermiamoci un attimo a capire i motivi per i quali non siamo così soddisfatti dell’azienda per cui lavoriamo: magari non ci sentiamo sufficientemente valorizzati, non è il settore in cui vorremmo lavorare o desideriamo avviare un’attività tutta nostra. Individuata la motivazione alla base, possiamo pensare a un piano da adottare: come ad esempio l’invio di almeno 5 curriculum al giorno. Sarà difficile iniziare ma, con un buon metodo a portata di mano, potremmo avviare il percorso verso una maggiore soddisfazione lavorativa. In fondo, il segreto per avanzare è fare il primo passo.
“Quest’anno progredirò di ruolo”
Forse invece stai già lavorando in un’azienda che ti apprezza in un settore di tua competenza e che ti appaga. Senti però il bisogno di un cambiamento. Di progressione. Avanzamento. Perché non fissare una riunione con il capo entro la fine di gennaio per fare il punto della situazione e valutare eventuali nuove prospettive che potresti esplorare? Magari puoi iscriverti a un corso di formazione o individuare le competenze necessarie per ricoprire un ruolo diverso o di livello più elevato. Forse hai già tutte le carte che ti servono ma dovevi solo farle presenti al capo o forse te ne serve ancora qualcuna ma puoi capire con il tuo superiore come poter acquisire le abilità mancanti. In ogni caso, fissare una riunione è un ottimo modo per mostrare il tuo interesse nel ruolo ricoperto e nell’azienda per cui lavori; sarà un’occasione per dimostrare quanto vali, puntare i riflettori sul lavoro svolto finora e provare il tuo legame al settore in cui operi.

“Mi impegnerò per fare il lavoro dei miei sogni”
Tutti abbiamo un sogno nel cassetto e per molti di noi, ciò significa poter svolgere un determinato tipo di lavoro. Pensare di lasciare tutto per il lavoro dei nostri sogni, può sembrarci spesso una montagna inaffrontabile. D’altronde anche la più buona delle torte ci risulterà indigesta se la mangiamo tutta d’un fiato. È importante quindi tagliarla a fette e assaporarla pian piano. Tradotto in termini lavorativi: è essenziale individuare le diverse tappe richieste per svolgere il lavoro che tanto desideriamo. Forse è necessario seguire un corso oppure rivolgersi all’azienda giusta in cui maturare esperienza. Fai brainstorming e individua un piano d’attacco e la montagna non sembrerà più così inaffrontabile ma una sfida da scalare piano piano.
“Voglio imparare qualcosa di nuovo”
Come abbiamo visto in un recente articolo sullo sviluppo delle soft skill per progredire di ruolo, la flessibilità è una delle competenze trasversali più apprezzate e anche quella che ci consente di sviluppare anche le hard skill, ossia quelle abilità necessarie per lo svolgimento di una data professione. Magari sei assolutamente soddisfatto del ruolo che ricopri, eppure vorresti acquisire qualche nuova competenza che potrebbe tornarti utile in futuro o semplicemente per pura curiosità e passione personale. Ad esempio, potresti farti temporaneamente trasferire in un ruolo diverso in un altro reparto aziendale. Sarà un ottimo modo per dimostrare la tua versatilità al capo e acquisire nuove conoscenze che potranno poi servirti per chiedere un aumento o un passaggio di livello in azienda.

“È tempo di socializzare di più al lavoro”
Spesso siamo così focalizzati sulle attività quotidiane e sugli impegni lavorativi da svolgere nell’arco della giornata in ufficio, che ci dimentichiamo totalmente delle persone che ci circondano. A parte quelle due parole scambiate alla macchina del caffè o durante l’attesa a una stampante laser, passiamo il tempo incurvati sulle tastiere dei nostri computer. Sebbene questo stesso articolo sia incentrato sullo sviluppo individuale, è importante sottolineare quanto la coltivazione di sane e positive relazioni con i colleghi sia essenziale per il nostro benessere in ufficio. Oltre a organizzare eventi di team building per rendere il team più unito e coeso, oggi sono numerose le aziende che creano anche attività rivolte a tutta l’azienda in modo da conoscere anche i colleghi degli altri reparti. Che si tratti di una colazione di networking, un cenone di Natale o un corso per imparare a miscelare un cocktail, assicurati di prendervi parte in un’ottica di arricchimento dai colleghi d’ufficio. Dal confronto possono infatti nascere idee, condivisione di informazioni e la motivazione necessaria per fare quel passo essenziale verso la giusta direzione: l’avanzamento di ruolo!

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Speriamo che con questo articolo anche tu deciderai di iniziare a stilare l’elenco dei buoni propositi per un 2019 all’insegna della soddisfazione al lavoro. Hai già qualche idea su quali passi compiere per un avanzamento di carriera? Raccontacele sulla pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
23/01/2019

Leggere l’elenco dei lavori più ricercati dagli italiani dice molto delle aspirazioni professionali degli italiani, del mercato del lavoro, degli ambiti professionali più appetibili per i nostri connazionali e in generale del sentimento che c’è in Italia in questo momento. Tutte le classifiche di questo tipo inevitabilmente sono parziali, e lo è anche questa dei LinkedIn Most Viewed Jobs 2018, i lavori con il maggior numero di candidature nell’ultimo anno sul social network professionale: non si tratta di tipologie professionali in generale ma di funzioni ben specifiche all’interno di aziende ben specifiche che hanno ricevuto il maggior numero di candidature. Maggior numero di candidature arrivate da parte dei 12 milio di iscritti a LinkedIn, quindi un bacino potenziale di candidati abbastanza rappresentativo.
I 10 lavori più ricercati dagli italiani
La prima cosa che balza all’occhio è che agli italiani piace il Made in Italy anche quando si tratta di candidarsi per un posto di lavoro: Ferrari, con due posizioni aperte nella Top 10, e due altre posizioni nella Top 50, è l’azienda più ambita dove lavorare in Italia, e in generale, le grandi aziende italiane risultano i luoghi preferiti dai professionisti del nostro paese per una nuova esperienza lavorativa

Quindi, analizzando nel dettaglio la classifica dei LinkedIn Most Viewed Jobs 2018, al primo posto troviamo l’offerta di Ferrari, che nel 2018 era alla ricerca di un/a giovane ambizioso/a da formare come Ingegnere Meccanico (Mechanical Engineering Internship). Al secondo posto c’è la RAI, che nel periodo a cavallo tra maggio e giugno cercava aspiranti Impiegati e Assistenti ai Programmi. In terza posizione un altro annuncio per lavoratori alle prime armi, con BPER Banca alla ricerca di Profili Junior da inserire in organico (e rispetto al 2017 questo è l’unico annuncio del mondo banking /finance nella Top10). Appena fuori dal podio ancora la RAI, con la posizione per Internal Audit, seguita da Ferrovie dello Stato, ricercatissima per una posizione di Assistente direttore dei lavori. Fuori dalla Top5 ci sono una posizione per assistente in ambito Risorse Umane (HR Assistant) in Esselunga, al settimo posto GUCCI che ritorna in classifica con la ricerca di Events Assistant e all’ottavo ancora Ferrari, che dopo le vacanze estive era alla ricerca di un/a Retail Marketing Specialist. Gli ultimi due lavori con più candidati in Italia secondo LinkedIn sono stati nel 2018 un Architetto per lo Studio Fuksas e un Area Manager per BMW, unico brand non italiano nella Top 10.
I lavori più ricercati dagli italiani: posizioni “junior” in grandi aziende nazionali
Se l’insieme delle prime posizioni aperte in Italia nel 2018 dimostra chiaramente l’interesse dei giovani lavoratori italiani, considerando le posizioni “entry level” dei primi 8 posti della classifica, per le grandi aziende del nostro paese (a dispetto dei trend degli ultimi anni che hanno portato le preferenze verso brand internazionali consolidati) questa tendenza si consolida ancora di più prendendo in esame tante altre posizioni aperte allargando lo sguardo alla Top 50, con i ricercatissimi job post di altri marchi italiani di rilievo come Intesa Sanpaolo (alla ricerca di un Business Analyst, al 17mo posto), Campari (con il job post per Assistant Brand Manager al 19mo posto), Luxottica (con Creative Team: Editorial Strategist al 24mo posto), Eataly (con Event & Communication Manager al 27mo posto) e Ferrero (con una posizione aperta di Junior Brand Manager al 29mo posto).