Notizie
28/04/2020

Il modo in cui si diffonde il Coronavirus negli uffici è stato appena capito da un gruppo di ricercatori coreani autori dello studio Coronavirus Disease Outbreak in Call Center, South Korea pubblicato sulla rivista scientifica Centers for Disease Control and Prevention. E se capire come si muove il virus è già un primo passo per uscire dall’emergenza, la cattiva notizia è che sicuramente non torneremo a lavorare come lavoravamo prima. Con buona pace di chi è davvero stanco del lockdown e dello smart working forzato.

Lo studio sudcoreano è stato condotto nella sede di un call center di Seoul dove il 9 marzo 2020 si è avuta notizia di un focolaio di Coronavirus: i ricercatori hanno saputo e potuto testare i 922 dipendenti degli uffici commerciali e monitorarli nei giorni successivi, sottoponendo a tampone chiunque fosse entrato in contatto ravvicinato per più di 5′ con tutti gli infetti. La studio ha dimostrato una cosa che era prevedibile e facilmente intuibile ma non ancora comprovata con dati certi: e cioè che gli ambienti affollati come gli uffici, e peggio ancora se senza spazi privati, come nel caso degli open space, sono un eccezionale fattore di contagio dell’epidemia da Coronavirus. Secondo la mappatura degli scienziati sudcoreani praticamente tutti i primi contagiati si trovavano nelle postazioni di un lato dell’ufficio open space dell’11° piano (sono le postazioni colorate in blu).

Da questa mappatura e successivo tracking i ricercatori asiatici deducono anche che è la durata dell’interazione tra persona infetta e persona negativa a essere il principale facilitatore del contagio, mentre le altre interazioni – come prendere lo stesso ascensore, assieme o in tempi diversi, o passare negli stessi corridoi – non sembra avere la stessa capacità di virulenza.

Questa modalità di diffusione da Coronavirus è quindi una informazione in più da tenere in considerazione per il ritorno alla vita lavorativa durante la Fase 2.

Notizie
24/04/2020

La Fase 2 del periodo di contenimento del Coronavirus avrà inizio da lunedì 4 maggio, data che per molti significherà anche tornare al lavoro dopo 2 mesi di lockdown o smartworking. Ciò che è già certo ora è che la fase 2 non significherà ritorno immediato alla normalità, e per normalità si intende la vita, la quotidianità e il lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a metà febbraio. Il Governo, d’intesa con le parti sociali, ha già emanato un documento con le linee guida e il nuovo protocollo per il contrasto e il contenimento del Covid-19 negli ambienti di lavoro. Documento non ancora ufficiale e che, magari con qualche modifica, sarà allegato a un apposito DPCM per la pubblicazione in Gazzetta. Di fatto però il quadro è abbastanza preciso, con alcune indicazioni che necessariamente cambieranno il modo in cui ci rechiamo al lavoro e la vita in ufficio e nelle aziende.

La prima novità è burocratica: in ogni azienda dovrà essere istituito un Comitato per l’applicazione e la verifica delle misure di contenimento del COVID-19, e laddove questo non fosse possibile – per esempio nelle piccole aziende e negli uffici di piccole realtà – ci saranno dei Comitati territoriali: sicuramente una necessità in più che si aggiunge a quelle materiali che andranno implementate a partire dal 4 maggio.

Fatte salve le raccomandazioni sul distanziamento sociale, che permarrà ancora a lungo, c’è il grande tema delle mascherine: devono essere garantite se la tipologia di lavoro impedisce il rispetto della distanza di sicurezza, sono previste negli spazi comuni (ma come si farà nelle mense e nelle aree deputate alla pausa? L’ipotesi è quella di ingressi contingentati e scaglionati) e tuttavia è alto il rischio che le aziende non riescano a dotarsene a sufficienza, stante la scarsa disponibilità sul mercato (punto evidenziato dalle stesse linee guida del Governo).

Altro ambito che investe il problema della disponibilità di mascherine (alcune stime parlano di 40 milioni di pezzi al giorno) è il trasporto pubblico: al momento sono obbligatorie sugli aerei, ma è chiaro che su treni, metropolitane, autobus e tram se non saranno obbligatorie si imporranno delle misure di distanziamento ancora più stringenti (e già circolano i primi esempi di “bollini” a terra nelle stazioni e sui vagoni per segnalare la distanza minima di sicurezza). Misure queste, nelle stazioni, alle fermate e sui mezzi, che limiterebbero notevolmente il numero di persone trasportabili per singolo viaggio e quindi dilaterebbero i tempi per andare e tornare dal lavoro.

Altra prescrizione già presente nelle linee guida per la Fase 2 è quella che prevede cartelli con le regole da rispettare affissi in modo ben visibile in ogni ambiente di lavoro (sono quelle ormai note: obbligo di restare a casa nell’evenienza di febbre o sintomi, di mantenere la distanza sociale, di lavare le mani, etc). Diverso il discorso dei termoscanner, che qualcuno già ipotizza in grandi stazioni ferroviarie e aeroporti ma che al momento paiono solo facoltative per l’ingresso in azienda di dipendenti, clienti e fornitori.

Imprese, uffici (ma anche esercizi commerciali) saranno anche tenuti alla pulizia giornaliera e alla sanificazione periodica di locali e strumenti (compresi quindi computer, scrivanie, telefoni, stampanti e tutto quanto si trova in un ufficio qualsiasi). Ovviamente, come si è già capito e come abbiamo già imparato a fare, sarà incentivato, caldeggiato e favorito il ricorso allo smart working per tutte quelle realtà e funzioni che vi potranno ricorrere, alleggerendo in questo modo il carico su trasporti (per i quali si consiglia comunque il ricorso al mezzo privato, auto, scooter, bici o monopattino che sia) e presenza di personale in azienda. E molte amministrazioni comunali stanno anche pensando di richiedere ingressi e uscite dalle realtà lavorative flessibili e scaglionati, al fine di diluire la cosiddetta ora di punta (problema prevalente delle grandi città, forse più gestibile nel tessuto dei centri di provincia).

Indipendentemente dall’uso o meno dei dispositivi di protezione individuale e dei segnali per il distanziamento a bordo e in banchina, stazioni ferroviarie e della metropolitana, ma anche stazioni e terminal degli autobus dovranno prevedere percorsi separati per salire e scendere dai mezzi, per evitare il tipico ” muro contro muro” tra chi scende e chi sale. Insomma, la Fase 2 non sarà affatto un ritorno alla normalità ma un periodo durante il quale sarà ancora necessario tenere alta la guardia.

Idee
22/04/2020

La foto del curriculum è la prima cosa che un recruiter vede di un candidato. Prima ancora del nome, delle esperienze e di ogni altra informazione, quando un selezionatore apre una candidatura vede l’immagine del candidato in cima al CV. E siccome non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione, e quell’immagine è ciò che rimarrà impresso nella mente della persona delle risorse umane che deve vagliare i candidati, è bene che la foto del curriculum sia fatta nel modo giusto. Per influenzare positivamente il selezionatore e per favorire un successivo colloquio.

1. Tipo passaporto (ma non proprio)

Poca fantasia: la foto del curriculum deve essere tipo passaporto, però non così triste, anonima e austera. Quindi sì a primo piano, sì a fotocamera ad altezza occhi, sì busto eretto e sguardo dritto davanti a sé ma anche un accenno di sorriso, per dare una bella sensazione di positività.

2. No smartphone

Insomma, no smartphone a meno che non si tratti di uno smartphone che permette di fare belle foto e che si sappia come farle. L’ideale sarebbe una fotocamera reflex con zoom meccanico e bilanciamento dei bianchi e dell’esposizione, ma sono cose che si possono fare anche con uno smartphone: nel dubbio fatevi aiutare da qualcuno abituato a fare foto come si deve.

3. No selfie

No selfie, senza se e senza ma. Extrema ratio fate un autoscatto impostando il timer, ma no, i selfie sul CV no. Stiamo parlando di lavoro, non di Instagram.

4. Attenzione all’abbigliamento

Ok, è una foto in primo piano e l’abbigliamento non si vede. Ma per quella parte che si vede, diciamo fino all’altezza delle spalle, serve la massima attenzione: niente di vistoso, niente di triste, niente di consunto, slabbrato, sfilacciato. Una camicia sbottonata al collo, una maglia elegante, una giacca (per lui ma anche per lei) dai toni e colori rassicuranti è quello che ci vuole. La cravatta? A meno che non abbiate informazioni precise, anche per i ruoli più formali sul CV non è necessaria (sì invece al colloquio!)

5. Sfondo neutro

L’ideale sarebbe appunto quello di uno studio fotografico, neutro e sfumato, ma se fate da voi va bene anche una parete bianca o grigia. A meno che non vi candidiate per un ruolo creativo, evitare colori sgargianti, fantasie, geometrie e ogni altra cosa che non sia un colore uniforme.

6. Occhiali solo se da vista

Se li portate abitualmente sì, se sono da lettura meglio di no, quelli da sole per nessuna ragione al mondo. Idem per cappelli, cappellini e quant’altro: no e poi no.

7. Possibilmente usatela anche per Linkedin

Eh sì, i recruiter guardano la foto, leggono il CV e poi si fiondano su Linkedin: quindi quanto detto vale anche sul social professionale per eccellenza. Quindi la foto del curriculum usatela anche per Linkedin (no, Facebook e Instagram no, ma attenzione che guardano anche quei profili social…)

Idee
21/04/2020

Chiusi in casa dal lockdown per via del Coronavirus passiamo le nostre giornate tra una videoconferenza e l’altra. Una modalità forse consueta per chi da tempo aveva optato per lo smartworking ma sicuramente poco famigliare per chi era abituato ad andare ogni giorno in ufficio. Sembrerà strano, ma come per le riunioni fisiche, che chissà quando torneremo a fare, anche per i videomeeting ci sono delle regole da rispettare. Come queste 16 regole semiserie per ogni videoconferenza, da quella interna con i colleghi a quella esterna con clienti e fornitori.

1. Lavarsi e vestirsi

Ok che il Coronavirus ha sdoganato di tutto, compreso i collegamenti dei ministri dalla cucina di casa, ma insomma la forma è sostanza e lavarsi (non solo il viso…) e vestirsi (da cima a fondo) è il minimo. Tute e felpe, t-shirt e top no, se non si portavano in ufficio non si portano nemmeno in videoconferenza.

2. Occhio allo sfondo

Una libreria va sempre bene (ma magari attenzione a titoli scabrosi e foto compromettenti), una parete bianca è minimal e perfetta come un giardino alberato, ma porte del bagno, scolapiatti, quadri di pessimo gusto e testiere del letto proprio no. Già che ci sei: meglio evitare le finestre alle spalle con la luce diretta e le lampade spotlight sparate in volto tipo Criminal Minds.

3. Pulisci la telecamera del computer

E già che ci sei anche il computer, che è una buona norma d’igiene): una videocamera sporca, unta o impolverata rende un pessimo effetto tipo messaggio di rivendicazione, e non è quello che vuoi trasmettere.

4. Posiziona il computer all’altezza del tuo volto

Per avere una bella inquadratura frontale. L’alternativa sono quelle inquadrature in cui l’ospite sembra cadere dentro lo schermo o, al contrario, rimanerne schiacciato. Agghiaccianti.

5. No snack, no sigarette

No altre cose che non porteresti in una vera riunione. Una tazza di tè o caffè sì, fa sempre la sua bella figura.

6. Cellulare in silenzio

Che se squilla o trilla una notifica in videocall è peggio che a teatro.

7. Puntualità

Il che significa che chi arriva 1′ prima è in orario, chi arriva in orario è in ritardo, chi arriva in ritardo non c’è. Il tempo è prezioso anche online.

8. C’è un tempo per iniziare e uno per finire

Se le riunioni hanno un timing dal vivo, non ci capisce perché non lo debbano avere anche online. Non è che perché siamo a casa allora il tempo si è dilatato.

9. Cani, gatti e bambini?

La prima volta fanno simpatia, la seconda perplessità, la terza situazione sfuggita di mano. Anche pet e prole possono rispettare i tuoi spazi per un tempo minimo, no?

10. Chiudi l’audio (se non parli)

Eviterai il fastidioso rumore di fondo, le urla dei vicini, commenti inopportuni e tutto quanto è meglio che gli altri non sentano.

11. Rimani impassibile

Qualunque cosa succeda… Figli che rompono vasi dell’epoca Ming, partner che passano in déshabillé, vicini che lanciano piatti in preda a crisi di nervi: qualunque cosa succeda a microfono chiuso, rimani impassibile.

12. Attenzione alla foto profilo

Le hanno tutte le App di videoconferenza, ed è meglio sapere prima come ti mostrerai a colleghi, capi, clienti e fornitori: non serve necessariamente la fototessera del passaporto, ma insomma nemmeno la foto di quella volta nella spiaggia dei nudisti…

13. Di tanto in tanto fai qualche gesto

Basta un pollice alzato, un ok con le dita, qualunque cosa che faccia capire che ci sei, e che quello che si vede non è la tua immagine frizzata dal crollo della rete Internet.

14. Evita commenti nella chat della videochiamata

Ce l’hanno tutte, ed è un tranello nemmeno troppo scoperto: tutti vedono tutto, e se proprio devi dire qualcosa di riservato usa un altro canale, come WhatsApp o simile.

15.Chiedi la parola

Basta un gesto, come alzare un dito o accendere l’audio, ma no, intervenire di botto come in qualsiasi rissa da talkshow politico non è un buon modo per partecipare alla riunione.

16. Ci si ricorda come ci si lascia

Le videoconferenze sono come gli/le ex, che ci si ricorda soprattutto come ci si lascia. Per cui occhio a come si chiude la riunione: commenti tranchant sugli altri è meglio lasciarli alla classica telefonata di recap che segue ogni videomeeting.

Idee
17/04/2020

In tempi di ricorso massiccio allo smartworking, principalmente a causa delle limitazioni agli spostamenti dovuti all’emergenza Coronavirus, in molti si sono trovati a dover fare i conti con una connessione internet insufficiente o inadeguata. Mandare grossi allegati, effettuare videochiamate o riunioni da remoto, magari mentre altri componenti della famiglia sono collegati nello stesso momento, o anche solo guardare una serie TV o un film in streaming per rilassarsi si è rivelato per molti faticoso. Difficoltà dovute in parte al boom di traffico domestico, che dai dati dei punti di interscambio sarebbe aumentato anche del 30% rispetto alla media (e secondo Ookla, tra i principali fornitori al mondo di servizi di speed test per misurare la velocità di connessione Internet, avrebbe provocato un rallentamento di circa il 10%) e in parte alla qualità della Rete italiana, ancora poco coperta dalla cosiddetta banda larga.

Per questo motivo in molti hanno pensato a come migliorare la connessione Internet, ritrovandosi tra una selva di promozioni, proposte e prospetti in cui non è sempre facile muoversi. La “buona notizia” è che secondo il portale di comparazione SOStariffe.it il costo medio di un’offerta Internet Casa (ADSL e fibra) è intorno ai 25,95 euro, ma prima di fare qualunque upgrade o passaggio di gestore è bene tener conto di alcuni aspetti.

Il primo è che appunto a oggi non ci sono differenze significative di prezzi tra ADSL e fibra ottica, e ovviamente la fibra offre una connessione più potente e più stabile. Peraltro, proprio in questo frangente molti operatori stanno cercando di conquistare clienti proprio offrendo promozioni sulla fibra.

Al prezzo (cioè il canone mensile) spesso bisogna aggiungere i costi di attivazione e quelli del modem. E qui occorre essere attenti: spesso si tratta di costi “nascosti” (cioè spalmati sul canone, per sempre o per una durata fissa), altre volte “scontati”, altre ancora che si applicano nel caso di rescissione anticipata del contratto. È bene saperlo prima di firmare.

La fibra ottica non è uguale dappertutto. Ci sono località non ancora raggiunte dalla fibra, altre raggiunte dalla fibra “mista” FTTC (fino al cabinet, e da quel punto all’abitazione con il vecchio “doppino”) e, soprattutto i capoluoghi e grandi centri, altre raggiunte dalla fibra FTTH (to home, cioè fin dentro casa). Ovviamente la FTTH è più performante della FTTC, e non è detto che costi di più (o che la seconda costi meno).

La FTTC comunque come standard raggiunge i 200 megabit al secondo in download, che è ben oltre i 20 megabit al secondo dell’ADSL, cioè più che sufficiente per guardare streaming TV, fare videochiamate, lavorare da casa, per cui ne può valere la pena. In ogni caso chiunque può fare uno speed test sulla propria attuale linea e verificare la qualità della copertura Internet attuale per fare le proprie valutazioni.

Esiste anche la connessione Wireless, che non è necessariamente mobile e che può essere una soluzione interessante per le aree lontane dai grandi centri urbani ed è normalmente più performante della classica ADSL. Purtroppo però richiedono spesso (non sempre) l’intervento di tecnici specializzati per l’installazione e questo può far lievitare i costi, di istallazione o canone mensile.

Prima di cambiare operatore può aver senso chiamare il call center e verificare se esistono offerte per l’upgrade della connessione domestica. Non sempre sono molto pubblicizzate ma davanti alla prospettiva di perdere un cliente tirato dalle offerte della concorrenza gli operatori le propongono: questo spesso evita costi di attivazione, la trafila burocratica e altri impicci che possono risultare noiosi.

I comparatori online sono comunque e sempre un ottimo strumento per fare un confronto tra prezzi e qualità della connessione, anche se non soprattutto in un periodo di lockdown come questo in cui può risultare difficile trovare negozi specializzati aperti.

Sul prezzo del canone mensile possono influire anche bonus e altri pacchetti di servizi, come abbonamenti a piattaforme di streaming o simili: a volte può essere vantaggioso (ma è bene verificarne la durata e gli eventuali costi successivi) altre è possibile farne a meno. Anche a questo è bene prestare attenzione.

Solo Internet o anche telefono? Anche questo può influire sul canone mensile, e ovviamente ciascuno deve fare i conti con le proprie abitudini e necessità: in una famiglia in cui tutti hanno il proprio cellulare può anche avere senso rinunciare al numero fisso e risparmiare qualche euro al mese.

Attenzione alla offerte a consumo. Sì, ci sono ancora offerte a consumo, che in tempi “normali” potrebbero avere senso ma che ora come ora, chiusi in casa e sempre connessi, potrebbero nascondere sgradite sorprese (un film, una videochiamata e un allegato pesante possono facilmente far superare le soglie).

Valutare la connessione mobile. Laddove la fibra non arriva, l’ADSL è debole e le offerte economiche non sono vantaggiose può aver senso valutare la connessione mobile del proprio smartphone. Se si vive vicino a un ripetitore la qualità potrebbe anche essere alta se non ottima (anche in questo caso uno speed test è lo strumento da utilizzare) e ormai ci sono operatori mobile, anche virtuali, che per canoni di poche decine di euro al mese offrono praticamente Gigabyte illimitati.

Idee
15/04/2020

Il CV europeo, o formato Europass per il curriculum vitae, è ormai praticamente utilizzato da chiunque si candidi per una posizione lavorativa. Quando venne formalizzato aveva tutte le buone intenzioni dalla sua parte, in primis quella di uniformare le modalità di recruiting e favorire la mobilità professionale all’interno dei Paesi UE. Ma ora però, a distanza di molti anni dalla sua larghissima diffusione, più che semplificare e uniformare il CV europeo sembra aver burocratizzato il modo in cui raccontiamo le nostre esperienze professionali, e burocratizzare finisce sempre per appiattire un ’bout il tutto in qualcosa senza personalità. Tanto che, se non espressamente richiesto, è forse giunto il momento di abbandonarlo, per almeno questi 7 motivi.

1. Il CV europeo rende tutti troppo uguali, appiattendo le differenze (che anche nel lavoro ci sono e sono fisiologiche ed essenziali) e non facendo emergere i veri talenti.

2. Il CV europeo è poco o per nulla modificabile, e questa sua rigidità alla fine costringe a limitare la descrizione delle proprie esperienze.

3. Il CV europeo può essere un ginepraio di formattazioni, font e spaziature, e spesso si finisce a perdere tempo più del dovuto per cercare di renderlo formalmente corretto.

4. Il CV europeo è organizzato per fornire tra le prime le esperienze professionali. A scapito e svantaggio però dei neolaureati, per i quali a pesare dovrebbero essere formazione ed esperienze extra curriculari.

5. Il CV europeo lascia poco spazio alle descrizioni, e questo spesso si traduce in informazioni sommarie, poco efficaci, che non attirano la giusta considerazione da parte dei recruiter.

6. Nel CV europeo manca uno spazio congruo per tutti gli aspetti motivazionali, aspirazionali e di risultati raggiunti che possono fare la differenza a parità di percorsi professionali o formativi.

7. Nel CV europeo la conoscenza delle lingue è in posizione secondaria e burocratizzata, non quello che serve quando si candida per posizioni in cui la conoscenza “reale” di una lingua può fare la differenza: 1 anno di studio o volontariato all’estero può valere molto di più, nella padronanza di una lingua straniera, di un semplice attestato secondo gli standard europei.

Idee
09/04/2020

Il Coronavirus ha imposto a moltissimi Italiani di lavorare da casa, laddove possibile. La regola dello smart working vale per (quasi) tutti, compresi recruiter e candidati. Molti si sono trovati a vedersi annullati i colloqui vis-à-vis (per ovvi motivi), e quindi a doverli sostenere da remoto, in videoconferenza.

Esistono moltissime applicazioni per effettuare videochiamate, che siano di lavoro o di piacere. Un ottimo esempio è il caro vecchio Skype, che consente di chiamare i contatti da un portatile, da un tablet o dallo smartphone parlando di persona… o quasi. Basta solo che, sia voi, sia l’altra persona, disponiate di una webcam, e potrete vedervi e sentirvi quasi come dal vivo: un mezzo eccezionale per qualsiasi tipo di comunicazione.

Oggi, però, vogliamo prenderne in considerazione una particolare di queste opportunità di videochiamata: i colloqui di lavoro su Skype (o qualsiasi altro servizio analogo).

Questa è stata un’autentica rivoluzione per chiunque non possa essere fisicamente presente a un colloquio di persona per motivi di tempo o di distanza: magari viviamo a diverse centinaia di chilometri e stiamo cercando un lavoro in un’altra città, o non riusciamo a essere disponibili nelle ore lavorative oppure, come nel caso attuale, non possiamo fisicamente muoverci dalla nostra abitazione. Qualunque sia il motivo, un video colloquio è in grado di generare la stessa tensione di quello di persona e richiede quindi la stessa preparazione e attenzione.

Tenendo a mente questi concetti, abbiamo redatto un’utile guida per aiutarvi a preparare, e a superare con successo, un colloquio di lavoro su Skype. Con una serie di suggerimenti su come impostare correttamente la luce dello schermo, cosa evitare di indossare (indipendentemente da quanto pensiate possano vedere) e come evitare imbarazzanti interruzioni, abbiamo raccolto alcuni dei principali consigli dei reclutatori di Viking, per darvi la possibilità di cogliere quest’esclusiva opportunità e farla fruttare al massimo.

Date un’occhiata all’infografica e preparatevi per l’importantissimo colloquio. Vi considerate maestri dei colloqui e avete in mente un consiglio prezioso da noi non citato? Scriveteci sulla pagina di Viking Italia

Idee
06/04/2020

Siamo tutti chiusi in casa, bloccati dal lockdown per il Coronavirus, costretti a lavorare in modalità smartworking, nella convivenza forzata con partner e figli o nella solitudine imposta dalle misure di distanziamento sociale. In questa situazione eccezionale e mai sperimentata prima d’ora non sono solo quelli abituati a tenersi attivi a soffrire della sedentarietà. Anche chi non era, prima del Coronavirus, uno sportivo praticamente è stato costretto a ridurre drasticamente la quantità di movimento giornaliero: la pausa pranzo con i colleghi, la camminata per andare a prendere i mezzi pubblici, il giro per gli acquisti di generi alimentari di prima necessità non fanno più parte delle nostre giornate, con conseguenze sia fisiche che umorali che tutti stiamo sperimentando in prima persona. Per questo diventa ancora più importante, dopo un mese di quarantena e con davanti ancora settimane di lockdown, provare a tenersi in forma anche a casa. Ma come fare?
Come tenersi in forma anche a casa
Tenersi in forma anche a casa non è semplice, soprattutto per chi non ha mai fatto sport o frequentato corsi fitness. Ci sono problemi di spazio e ovviamente è anche difficile sapere cosa fare. Un buon modo, che tutti possono prendere come punto di partenza, coinvolgendo anche i bambini o le persone anziane, è la ginnastica dolce. Esercizi semplici come piegare le gambe, slanciare le braccia, piegare il busto si possono fare anche solo per spezzare la routine delle ore seduti, sul divano in attesa o davanti al computer per lavorare: bastano 5′ di tanto in tanto per dare una spruzzata di vitalità alle lunghe ore chiusi in casa.

Per chi vuole qualcosa di più impegnativo si può provare con il pilates o lo yoga: sono meno semplici di quanto sembra, e anche più impegnativi e allenanti di quanto si immagini. Esistono numerose App, anche gratuite e in italiano, con alcuni semplici esercizi alla portata di tutti che si possono scaricare sul telefono o visualizzare sul TV per fare qualche decina di minuti di esercizi in casa, senza bisogno di troppo spazio o di chissà quale attrezzatura.

Anche per qualcosa di più impegnativo e che faccia sudare un ’bout di più, insieme a far funzionare cuore e polmoni, ci sono numerose App gratuite: nell’emergenza Coronavirus praticamente tutti i marchi sportivi e le catene di palestre e centri fitness hanno reso accessibili e gratuiti gli allenamenti compresi nelle loro App. Il trucco è scaricarle e provare a fare qualche allenamento di quelli proposti, meglio partendo da quelli cosiddetti a corpo libero e di livello per principianti: si tratta spesso di “circuiti”, cioè serie di esercizi a tempo, normalmente con movimenti semplici, di base, da ripetere più volte.

Più difficile è invece fare il cosiddetto “allenamento cardio”, quello cioè tipico di attività come la corsa, il ciclismo e il nuoto. A meno di non avere in casa un tapis roulant o una cyclette, questo tipo di allenamento è più complicato da fare: i più allenati possono fare i circuiti a corpo libero a un ritmo più alto (ma bisogna anche avere abbastanza spazio per riuscirci) ma tutti possiamo provare a inserire più movimento nelle poche attività quotidiane che ci sono concesse, per esempio facendo le scale anziché usare l’ascensore.
Perché tenersi in forma anche a casa
Ma tenersi in forma anche a casa non è solo una questione fisica. Un ’bout di attività motoria fa bene anche all’umore, perché l’esercizio fisico stimola la produzione di endorfine, che sono le molecole del benessere che regolano il sonno e abbassano i livelli di stress. L’attività motoria è anche un alleato del sistema immunitario, che inevitabilmente stando chiusi in casa, senza muoversi e senza esporsi alla luce naturale del sole, risulta indebolito. E poi fare un ’bout di movimento, anche per chi non è abituato, aiuta a riempire le lunghe ore in casa, che prima passavano veloci grazie alle numerose attività in cui eravamo impegnati.

Idee
04/04/2020

Meglio lavorare su una scrivania austera, anonima e minimale o in un luogo con un tocco di personalità in più? Se lo sono chiesto alcuni ricercatori che hanno condotto uno studio in alcuni uffici di Olanda e Regno Unito, e la risposta è stata inequivocabile: meglio, molto meglio, un tocco di personalità. Soprattutto se parliamo di piante e fiori accanto o sulla alla scrivania, in grado di migliorare la percezione della qualità delle giornate al lavoro e contemporaneamente purificare l’aria. E questo vale sia per le postazioni di lavoro in ufficio che in quelle a casa, in modalità smart working scelta o imposta dalle restrizioni per il COVID-19.

La ricerca ha messo a confronto due tipologie di uffici: da un lato quelli austeri e dall’altro quelli arricchiti da piante e fiori ornamentali, e oltre a degli appositi questionari per valutare la percezione dei dipendenti hanno anche misurato i tassi di produttività e di stress. E l’esito è stato che le piante migliorano il benessere, l’umore, la soddisfazione personale e di conseguenza innalzano la capacità di concentrazione.

Secondo i ricercatori dell’Università di Cardiff, abbellendo gli spazi di lavoro con fiori e piante la produttività è aumentata del 15%. Questo perché il verde riduce lo stress, aumenta la capacità di attenzione e migliora il benessere percepito.