Idee
29/07/2019

La salvaguardia dell’ambiente è una tematica che ci sta molto a cuore e che abbiamo affrontato spesso anche per creare un ufficio più green in cui si ricicla la carta o le cartucce per stampanti e dove il fabbisogno energetico può essere garantito in maniera sostenibile. Per la rubrica “Successi aziendali”, questo mese abbiamo voluto intervistare Amerigo Della Pina, co-fondatore di Dynamo Energies, progetto ideato e sviluppato dalla start-up innovativa Verde21 Srl per proporre prodotti ed erogare servizi in grado di migliorare l’efficienza energetica con tecnologie innovative e rispettose dell’ambiente, e una particolare attenzione al design Made in Italy. Ma scopriamo tutti i dettagli direttamente da Amerigo che, in questa intervista, ci spiega com’è nato il progetto e gli obiettivi a breve e medio-lungo termine di questa straordinaria realtà imprenditoriale. Scopriremo inoltre la gamma dei prodotti, il relativo funzionamento e maggiori dettagli sul progetto di equity crowdfunding che ha interessato l’azienda.

Può farci una breve panoramica dell’azienda e del team che la compone?
L’azienda nasce nel 2013 come start-up innovativa (Decreto Legge del 18 ottobre 2012, n. 179) da tre soci fondatori: il sottoscritto, Amerigo Della Pina – specializzato in Scienze ambientali e Sviluppo sostenibile, Marco Simonetti – Professore al Politecnico di Torino e l’avvocato Simone Olivetti. L’azienda è nata facendo leva sulla nostra esperienza diretta nel campo e i primi 2 anni sono stati dedicati all’erogazione di servizi nel settore energetico. Dal 2015, il progetto Dynamo non è più solo un servizio ma include ora anche una gamma di prodotti. La volontà era di creare un prodotto Made in Italy dal design curato, che fosse esportabile anche sul mercato estero, oltre a quello italiano. Le macchine della serie Dynamo sono coperte da 6 brevetti internazionali che riguardano sia il design che la tecnologia impiegata. Verso la fine del 2017, abbiamo partecipato a un progetto di equity crowdfunding: i soci sono diventati 60 tra cui anche Banca Etica; per la prima volta, infatti, una banca partecipa al capitale di rischio di una start-up innovativa. Oggi, l’azienda è una PMI innovativa e Società Benefit.
Può descriverci la linea di prodotti Dynamo e il loro funzionamento?
Dynamo offre una linea di dispositivi in grado di produrre e accumulare energia elettrica e termica. Sfruttando i flussi energetici dei 4 elementi (terra, acqua, aria e fuoco), a impatto zero, le macchine riescono a raggiungere la massima efficienza soddisfacendo tutto il fabbisogno energetico degli utenti. Uniscono quindi l’impiego di fonti energetiche libere, pulite e rinnovabili all’applicazione di avanzate tecnologie innovative, ma con un design che si integri in modo elegante nel contesto di appartenenza e che sia sinonimo di modernità e attenzione per l’ambiente. Probabilmente dovuto alle origini toscane, l’azienda ha infatti voluto creare prodotti che non solo garantissero l’indipendenza energetica in modo del tutto sostenibile ma che si inserissero nell’ambiente, impreziosendolo. Volevamo creare un dispositivo dal design più elaborato e piacevole dei pannelli rettangolari che caratterizzano il fotovoltaico. La linea include 4 diversi modelli – Piramide, Cubo, Monolite e Dodecaedro – disponibili in varie dimensioni e potenze per soddisfare i diversi gusti e necessità dei proprietari di edifici commerciali o abitativi, offrendo quindi applicazioni sia pubbliche che private.
Quali sono gli obiettivi a breve e a medio-lungo termine dell’azienda?
Nel breve termine, l’internazionalizzazione e l’industrializzazione. Desideriamo continuare a promuovere la commercializzazione estera soprattutto in Regno Unito, Unione europea, Asia (Cina e India nello specifico) e America settentrionale. Queste sono infatti alcune delle aree in cui vi è maggior sensibilizzazione per il problema dell’inquinamento e mentre nei mercati maturi è forte la motivazione etica ed economica, in quelli in forte espansione come l’Asia, si registra una notevole attenzione per le tematiche ambientali anche a causa dell’elevata crescita demografica ed evolutiva. Per sostenere tale obiettivo, sarà necessaria l’industrializzazione dei prodotti. Conservando sempre il design Made in Italy, adotteremo un approccio industriale alla produzione per soddisfare la domanda e abbattere i costi, creando dispositivi che – in termini di prezzo – siano concorrenziali ai pannelli fotovoltaici ma dotati di un look molto più attraente. Sul medio-lungo termine, desideriamo ampliare la nostra struttura internazionale con distributori e rivenditori in tutto il mondo. Altro sbocco naturale con la crescita del capitale sarà la quotazione in borsa. Nel 2020, infine, prevediamo di portare energia in situazioni degradate del continente africano per offrire energia, acqua e istruzione.
L’azienda ha partecipato a un progetto di equity crowdfunding. Può spiegarci com’è andata?
È stata sicuramente un’esperienza molto positiva che ha donato notevole slancio all’azienda in termini di capitale e quindi, allo sviluppo del prodotto. In appena 1 mese e mezzo, siamo riusciti a raggiungere l’obiettivo fissato. Si tratta inoltre di una soluzione regolamentata a cui si può accedere anche con capitale ridotto. Si propone un progetto sul mercato per attirare potenziali investitori e ciò consente già di ricevere molta visibilità, al pari di altri strumenti di marketing.

Ha qualche consiglio che si sentirebbe di dare a chi ha un progetto in cantiere che vorrebbe sviluppare?
L’unico consiglio che mi sento di dare è di perseverare. Sulla Amerigo Vespucci è impresso il motto “Non chi comincia ma quel che persevera”. Noi italiani siamo rinomati per la nostra creatività e di idee belle da sviluppare ne creiamo moltissime. Non dobbiamo farci abbattere dai momenti difficili ma perseverare con pazienza e tenacia, considerando le difficoltà come un’importante opportunità di sviluppo ed evoluzione per creare un progetto ancora migliore.

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Un sentito ringraziamento ad Amerigo Della Pina per la disponibilità e il tempo che ci ha dedicato, permettendoci di approfondire la conoscenza di questa meravigliosa linea di prodotti che speriamo di vedere applicata non solo in Italia ma anche a livello internazionale per la generazione di energia pulita nel rispetto dell’ambiente. Se anche voi siete interessati a far parte della nostra rubrica sui successi aziendali, vi invitiamo a contattarci tramite la nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
24/07/2019

Mantenere sempre la calma può fare la differenza in tante situazioni, quotidiane e professionali. Ma non è sempre facile, immediato, naturale. Lo stress che fa saltare i nervi, le scadenze che inducono a fare di fretta, le responsabilità che tolgono il sonno sono solo alcuni esempi di tutte quelle situazioni in cui è difficile controllare le proprie emozioni e rimanere lucidi, efficienti, razionali. E attenzione: non è solo questione di fare bene il proprio lavoro. Ad alte concentrazioni lo stress è dannoso per la salute, l’ansia è un problema psicologico anche grave, ed entrambi possono portare a gravi conseguenze nella vita quotidiana. Parimenti però, il nostro cervello è programmato per performare meglio in condizioni di un ’bout di stress e un ’bout di ansia, che attivano tutta una serie di meccanismi ancestrali che ci fanno tirare fuori il meglio di noi stessi. È in pratica un modo per rimanere sempre un ’bout all’erta, che funziona finché è moderato e intermittente e diventa devastante quando è intenso e prolungato. Ma come fare a tenere sotto controllo stress e ansia, a livelli tali da risultare positivi e non distruttivi? Come mantenere la calma possono insegnarcelo gli sportivi di alto livello, che sicuramente hanno un talento innato nel saper gestire l’ansia da prestazione nei momenti fondamentali della loro carriera e tuttavia hanno lavorato, e lavorano molto, su questo aspetto della propria professionalità.
Essere grati di ciò che si è e si ha
L’ansia, e lo stress conseguente, sono spesso frutto di insoddisfazione di ciò che si è e di ciò che si ha. Nel senso buono sono motore del cambiamento e dell’evoluzione, che spesso significano miglioramento, ma nelle forme più pervicaci e patologiche non fanno altro che generare insoddisfazione. E quando si è insoddisfatti è anche difficile rimanere calmi.
Non pensare alle conseguenze
Un centometrista, sulla linea di partenza, non pensa all’eventualità di perdere. E nemmeno pensa a vincere. Pensa di vincere, e pensa a quello che deve fare. Alla sua prestazione. Vale per il centometrista, vale per l’allenatore della nazionale di calcio, vale per tutti: il pensiero “e se…?” aumenta stress e ansia, sposta l’attenzione su ciò che non si può controllare e la distoglie da ciò che è sotto il nostro controllo. Le cose possono andare in molti modi, ma non è il caso di sprecare energie per analizzarle tutte.
Rimanere ottimisti
Qual è il momento di peggior pessimismo per un atleta? Sicuramente quello di un infortunio, ancor più che quello di una sconfitta. Perché dopo una sconfitta un atleta reagisce ripartendo ad allenarsi, mentre durante un infortunio poco, o nulla, è certamente sotto il suo controllo. Ma i grandi atleti dichiarano sempre di impegnarsi per tornare più forti di prima, trovando qualcosa di positivo in ogni giornata, e nelle soddisfazioni del passato, per rimanere ottimisti.
Staccare la spina
La questione non è nemmeno se avere del tempo libero. La questione è proprio staccare la spina, almeno per brevi periodi. Portarsi le preoccupazioni a casa, parlare continuamente del lavoro, pensarci anche in vacanza è il modo perfetto per mantenere alto il livello di stress. E invece per imparare a mantenere la calma occorre saper anche prendere le distanze dai problemi. E non pensarci per qualche momento è la strategia perfetta. Il segreto degli sportivi è anche quello di pensare alla prestazione solo al momento della prestazione, e non farsi lacerare dall’ansia prima e dopo.
Dormire
È un ’bout la conseguenza del punto precedente, volendo anche più importante. Il sonno non è solo riposo fisico. Il sonno permette di ricaricare anche la mente, di far sedimentare i pensieri nel cervello, di risvegliarsi con le idee più chiare. Non a caso si dice, dei problemi, di dormirci sopra, e non a caso la privazione del sonno è considerata tortura. Dormire è il modo migliore per ripristinare la calma dentro di sé, mentalmente e fisicamente.

Idee
22/07/2019

Si fa molto parlare di work-life balance, un tema sempre più centrale nelle scelte di lavoro – in particolare delle nuove generazioni come i Millenials – e nelle politiche di reclutamento delle aziende. Ma non basta lo smartwork e qualche benefit per non farsi travolgere dal lavoro. È anzi ciascuno di noi che deve ogni giorno, attraverso piccoli gesti e piccole scelte, riuscire a non farsi travolgere dal lavoro, a mantenere uno spazio dedicato alla vita privata, alla famiglia, agli hobby, alle passioni. L’alternativa? Il burn-out.

1. Pensa al tuo equilibrio. Non a quello degli altri.

Il rischio è sempre quello di copiare, ma ciascuno di noi ha un equilibrio tutto suo. C’è chi considera il lavoro la propria passione totalizzante, e chi lavora per garantirsi le proprie passioni. In mezzo infinite sfumature. Copiare gli altri è sempre la strada più breve verso l’insoddisfazione, e non esiste una regola valida per tutti. Per questo ciascuno deve fare i conti con le proprie aspirazioni e priorità e trovare il proprio work-life balance. E questo vale non solo per colleghi, amici e conoscenti, ma anche per i modelli del passato, in primis i genitori: aver avuto genitori super-manager tutti dediti al lavoro, o hippie che hanno passato la loro vita facendo esperienze, non deve condizionare le nostre scelte di oggi.

2. I sacrifici necessari non esistono.

Esistono i doveri, verso se stessi, la propria famiglia, il proprio impiego. Ma i sacrifici necessari di oggi si trasformeranno nei rimpianti di domani, portando al burn-out. Quando un dovere diventa un sacrificio è il momento di prendere le distanze per vedere la situazione più a fuoco.

3. Fare solo le cose di cui si è convinti.

La convinzione è la stella polare delle nostre scelte professionali, e di tanto in tanto, e sempre nei momenti di crisi, è opportuno chiedersi se tutto quello che stiamo facendo ci convince davvero. Le scelte professionali devono avere un senso per noi, prima ancora che per il contesto sociale in cui viviamo. La conseguenza è quella di trovare il modo di vivere secondo la propria indole e non secondo modelli diffusi, imposti, o socialmente prevalenti. Il successo, non solo nel senso economico ma soprattutto di realizzazione delle proprie aspirazioni, arriva sempre e solo quando si fanno le cose di cui si è convinti.

4. Non temere di cambiare.

Ogni cambiamento è sempre un’opportunità e, nonostante i proverbi, non bisogna aver paura di cambiare per cercare ciò che è meglio per noi. È la conseguenza del punto precedente: se si sente intimamente che quella è la strada giusta, allora davvero quella è la strada giusta, qualunque essa sia.

5. Non si vive di solo lavoro.

Nonostante certi modelli (apparentemente) vincenti. Non si vive di solo lavoro, non si vive sempre per il lavoro. A ogni età ci possono essere strategie diverse e investimenti diversi circa il lavoro e la vita privata, ma per evitare il burn-out e l’esaurimento da troppo lavoro, è sempre la vita privata il lato da valorizzare. Nel concreto può significare un’infinità di cose: mettere dei paletti per garantire tempo di qualità alla propria famiglia, sapersi ritagliare dei momenti per le proprie passioni, saper prendere le distanze dalle richieste sono tutti piccoli gesti quotidiani che alla lunga portano al giusto equilibrio. L’alternativa è cadere preda di stress, frustrazione, burn-out.

Notizie
19/07/2019

Ci sono molte cose che possono farti licenziare subito. E non parliamo delle cause strutturali come il periodo di crisi, la contrazione degli affari dell’azienda o altri motivi che in qualche modo possono essere mitigati dgali ammortizzatori sociali. Parliamo proprio di valide motivazioni per il licenziamento immediato del lavoratore, stabilite in modo tassativo dalla legge e dai contratti di lavoro, che spesso sono poco conosciute e che però possono portare a rescindere il contratto di lavoro con addebito totale a carico del lavoratore.
6 cose che possono farti licenziare subito
Rifiutare trasferte e straordinari
Per legge, e da contratto, non c’è l’obbligo di fare gli straordinari. Poi però ci sono le sentenze della Cassazione, che a volte possono aprire scenari inaspettati. Come quella secondo la quale l’opposizione allo svolgimento degli straordinari, regolarmente e congruentemente retribuiti con maggiorazione, in determinati casi di necessità, può portare al licenziamento. E lo stesso vale nel caso in cui parte sostanziale del lavoro sia l’effettuare trasferte, da quelle all’estero a quelle verso clienti posti in altre località, e ci sia un rifiuto ripetuto totale del lavoratore anche davanti a specifiche esigenze.
Sottrarre o usare strumenti aziendali a uso personale
L’uso o la sottrazione di strumenti e beni aziendali per uso personale è per legge considerato motivo di licenziamento per giusta causa. In teoria anche comportamenti dal minimo impatto economico, come sottrarre una penna BIC o fare una fotocopia per uso personale, lo potrebbero essere, benché non si abbiano notizie di licenziamenti per giusta causa a fronte di questi comportamenti. Però usare il carburante pagato dall’azienda per fini propri, abusare del telefono aziendale per telefonate personali, e in generale usare qualunque bene o servizio messo a disposizione dall’azienda per finalità che non hanno a che fare con il proprio lavoro può portare al licenziamento.
Concorrenza sleale
Quello della concorrenza sleale è un ambito molto vasto e variegato. Chiaramente fornire informazioni sensibili ad aziende concorrenti o clienti è concorrenza sleale, ed è motivo di licenziamento in tronco. Ma anche svolgere lavori al di fuori del proprio orario di lavoro (per esempio la sera, o nei weekend, o durante le ferie, il che non è necessariamente vietato) lo può essere se in conflitto e in concorrenza con il business aziendale. Da questo ambito è ovviamente e fortunatamente escluso il mettere le proprie competenze professionali a disposizione di associazioni di volontariato, onlus, ong, e in generale il terzo settore, senza fini di lucro.
Assenze senza preavviso
Comunicare tempestivamente la propria assenza, per malattia o altri impedimenti, è tra i doveri di ogni lavoratore, e assentarsi senza preavviso, per più giorni, causando contrattempi al regolare svolgimento delle attività aziendali, è a tutti gli effetti causa di licenziamento per giusta causa. E, conseguenza o meno di questo, lo è anche lo scarso rendimento, che in termini legali viene chiamato inattività. Può essere causata dalle reiterate assenze ma anche da prestazioni che per produttività si pongono al di sotto della media dei colleghi o dello stesso settore: non è mai facile dimostrare questo, però laddove sia possibile anche questa è una causa di licenziamento.
Insubordinazione
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di spiegare perché l’insubordinazione è motivo di licenziamento per giusta causa. Però è bene fare dei distinguo: una litigata occasionale non è insubordinazione e non è motivo di giusta causa, ma non rispettare orari, scadenze, compiti e responsabilità invece lo è, così come disattendere le disposizioni gerarchiche e ogni altro comportamento che, ripetuto e reiterato, mina la catena di responsabilità e comando. In questa categoria, è bene specificarlo, rientrano anche comportamenti come gli accessi a social network e siti Internet che nulla hanno a che fare con il lavoro e che rappresentano a tutti gli effetti un’assenza dal lavoro.
Ingiuria
Vale la premessa di prima: una espressione irriguardosa che sfugge occasionalmente in un contesto di particolare tensione, come può essere una discussione per motivi di lavoro, non è sufficiente per essere licenziati in tronco. Ma screditare l’azienda, il management o i colleghi, anche per mezzo dei social network, invece lo può essere nella misura in cui si travalica il diritto di critica. Per cui attenzione a cosa si scrive, e cosa si posta, sui propri profili social personali.

Notizie
15/07/2019

Ad oggi sempre più importanza viene data al networking e a come i social media possono facilitare il trovare lavoro e progredire nella carriera. Ma ogni nazione è diversa su molti piani, tra cui quello lavorativo. Pertanto, qui da Viking ci siamo chiesti come fosse il mercato del lavoro in Italia. Le persone trovano lavoro grazie al networking sui social come LinkedIn o più tramite raccomandazioni di persone che conoscono?  

Per rispondere a queste domande abbiamo lanciato una campagna il cui scopo era investigare come gli italiani trovano lavoro e quale sia l’opinione collettiva del mondo del lavoro in Italia. Si affidano al tradizionale CV in carta o preferiscono metodi più moderni? Tramite la compagnai di sondaggi One Poll, abbiamo chiesto a 1000 lavoratori in tutta Italia di rispondere alle nostre domande e i risultati sono stati decisamente interessanti.  
NETWORKING: TUTTI LO AMANO MA NESSUNO LO VUOLE 
Ilo 53% degli intervistati ha dichiarato che fare networking ha avuto importanza nella loro carriera. Tuttavia, quando è stato chiesto cosa fanno per mantenere una rete di networking efficiente in molti hanno risposto che il loro sforzo è minimo. Il 50% aggiorna il CV meno di una volta l’anno ad esempio, mentre quasi 3 su 5 persone ammette di non essersi mai recato a un networking event e il 48% dichiara di aver praticamente perso i contatti con gli ex colleghi, vedendosi per parlare di carriera meno di una volta l’anno. E LinkedIn? La piattaforma più popolare per scopi lavorativi, ma agli italiani piace poco. Il 41% non aggiorna quasi mai il profilo e il 45% non posta aggiornamenti sulla bacheca per interagire con gli altri utenti. Non ne parliamo poi di parlare con i recruiters online, il 48% se ne sta bene alla larga. Ma perché gli italiani dedicano poco tempo al networking? Mancanza di tempo e pochi eventi nelle vicinanze i motivi principali. Tuttavia, un 27% ammette che non c’è niente che li ostacoli e che la mancanza di impegno sia dovuta principalmente a pigrizia.  

L’ITALIA DELLE RACCOMANDAZIONI  
Se LinkedIn e gli eventi di networking non sono il modo preferito degli italiani di trovare lavoro, allora come fanno i nostri connazionali a progredire di carriera? Innanzitutto, siamo partiti dalle basi e abbiamo chiesto quali siano le capacità più desiderabili per trovare lavoro e essere considerati per una promozione. Il 41% pensa che sia fondamentale avere le skills richieste per il lavoro, il che ha senso, il 36% crede che avere esperienza pregressa nel campo sia importante e infine il 38% cita il parlare lingue straniere come fattore fondamentale. Tutto ciò farebbe pensare a un mercato del lavoro equo e giusto, in cui le persone con la maggior esperienza e le capacità necessarie hanno accesso alle giuste opportunità. Purtroppo, però come si suol dire, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Infatti, subito dopo abbiamo chiesto come fosse il mercato del lavoro italiano e le risposte sono state decisamente preoccupanti. Il 61% dichiara che trovare un lavoro in Italia è difficile, il che non è sorprendente visti i dati sulla disoccupazione del paese (10,7%). Il 65% inoltre afferma che anche se il lavoro c’è, è difficile fare carriera, ma un sorprendente 38% ammette che fare carriera è sicuramente più facile se si è attraenti e di bella presenza, il che non è certo un fattore che dovrebbe influenzare il mondo del lavoro. Il 41% è d’accordo che è facile trovare lavoro e fare carriera se si conosce qualcuno all’interno dell’azienda che può aiutare e il 54% trova che non sia lo stesso per gli uomini e per le donne e che i primi siano sicuramente facilitati. Per quanto riguarda l’istruzione invece, il 45% ritiene che sia facile trovare lavoro se si esci da un’università prestigiosa. Ma forse il dato più importante e preoccupante è che il 70% è d’accordo che in Italia nel mondo del lavoro i favoritismi governano sulla meritocrazia. a questo punto non abbiamo potuto fare altro che iniziare la discussione sulle raccomandazioni. Ad oggi è chiaro a tutti che la cultura italiana si basi tantissimo sulle raccomandazioni, ma quello che ha stupito è che dei 1000 intervistati ben 1 su 2 pensa che raccomandare sia giusto. Le ragioni però di questa preferenza sono abbastanza dubbie. Tra le più citate ci sono il fatto che davanti alla possibilità di essere raccomandati o raccomandare gli intervistati non si tirerebbero indietro (16%), il fatto che sia una pratica comune (10%) e che velocizzi il processo di recruiting (10%). Forse più valide le motivazioni del 33% che vede le raccomandazioni come ingiuste. Tra le principali ragioni il fatto che la persona raccomandata potrebbe non avere le skills necessarie (20%), potrebbe non meritarsi il lavoro (21%) e ricevere favoritismi da parte del capo anche dopo in quanto conoscenza (16%). 
A questo punto è sorta spontanea la domanda su come avessero trovato lavoro i partecipanti allo studio. Ebbene, 1 su 2 è stato raccomandato da un amico per una posizione o per un colloquio, il 25% ha ricevuto una spinta da un ex collega e solo il 16% ha sfruttato LinkedIn. E quando invece abbiamo chiesto se considererebbero mai di raccomandare qualcuno il 70% ha risposto di sì. 

GENERE E ETÀ, QUALCHE DIFFERENZA?  
 
Uomini e donne si trovano quasi del tutto d’accordo 
I due sessi si sono trovati quasi del tutto d’accordo sui temi più importanti. Tuttavia, è interessante come, alla domanda su quali siano le capacità migliori da avere per trovare lavoro, il 43% delle donne ha citato il parlare lingue straniere, contro il 34% degli uomini. Gli uomini invece prediligono il networking – 58% contro il 47% delle donne. Ma forse la divisione più interessante c’è stata sulla domanda riguardante il mercato italiano e se fosse facile allo stesso modo per donne e uomini fare carriera. Gli uomini sono in disaccordo con l’affermazione per il 48% mentre le donne per il 60%. Questo denota un problema ben grosso in genarle, ma sicuramente percepito di più sul lato femminile. Una cosa però mette tutti d’accordo: il fatto che in Italia il favoritismo governi sulla meritocrazia.  

 
Giovanissimi e baby boomers, cosa ne pensano?  
Come ci possiamo aspettare i giovanissimi (18-24) danno importanza a fattori diversi rispetto ai baby boomers (55+). Su quali fossero i fattori più importanti per trovare lavoro il 27% dei giovani cita una laurea da un’illustre università. Fattore che però viene considerato importante solo al 9% dai baby boomers. Per quanto riguarda il parlare lingue straniere sono invece i più adulti a vederle come la carta vincente per una carriera soddisfacente (38% vs 23%), il che è strano se si pensa che sono di solito i giovani ad essere più orientati verso esperienze all’estero e l’apprendimento di una lingua diversa dalla propria. Nel gruppo 18-24, 1 su 2 infine pensa che avere capacità relazionali e social skills sia fondamentale per trovare e tenere un lavoro (contro il 41% dei baby boomers).  

 
Giovani tra 18 e 24 anni i più raccomandati d’Italia 
Il gruppo dei giovanissimi si mette su un piedistallo quando c’è da giudicare un raccomandato. Il 44% infatti pensa che sia sbagliato raccomandare qualcuno per una posizione. Ciò però non li trattiene da essere uno dei gruppi più raccomandato d’Italia. Ben il 53% ha ricevuto un’offerta di un posto di lavoro o di un colloquio da un genitore, il 53% da un ex collega e il 42% dal partner. Insomma, potranno anche pensare che raccomandare sia ingiusto ma come si suol dire, tra il dire e il fare…  

Gruppo più propenso all’uso di LinkedIn però, come ci si aspetterebbe dalla generazione social, con il 45% che dichiara di aver avuto offerte tramite la piattaforma. In generale il networking digitale piace ai giovanissimi. Il 74% pensa che sia importante avere una rete di contatti, il 50% aggiorna regolarmente il proprio profilo e il 44% posta regolarmente in bacheca. Ci si aspetterebbe piccoli entrepreneurs pronti a fare conoscenze a un evento per la carriera. E invece no. I giovanissimi sono social ma timidi. Una volta chiesto perché non si buttino alla carica quando si tratta di networking events, un 30% ha detto che non pensa farebbe una buona prima impressione e quindi preferisce rimanere dietro lo schermo di un computer, il 42% cita la mancanza di eventi nelle vicinanze e un 19% ammette di essere spaventato dall’incontrare persone nuove.  

Come sempre però, che si tratti di giovanissimi, baby boomers, millennials e chi più ne ha più ne metta, tutti sono d’accordo sul fatto che in Italia i favoritismi la facciano da padrone.  

In conclusione, l’Italia sembra un paese in cui le raccomandazioni e chi si conosce la fanno da padroni. 1 italiano su due è stato raccomandato per un lavoro o colloquio e il 70% considererebbe di raccomandare qualcuno – di cui un 32% già lo ha fatto. Non mancano differenze tra diverse età su come si preferisce costruire un network di contatti, con i giovanissimi che sfruttano più i social come LinkedIn, ma che allo stesso tempo trovano più spesso lavoro tramite conoscenze intime. Su una cosa però tutti gli intervistati si trovano d’accordo: il favoritismo in Italia vince la gara sulla meritocrazia.  

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Speriamo che questo articolo ti abbia fornito qualche spunto e suggerimento sul mercato del lavoro in Italia. Tu cosa ne pensi? Quali sono i fattori più importanti per fare carriera? Raccontacelo sulla pagina Facebook Viking Italia. 

Idee
15/07/2019

Un po’ di tempo fa, abbiamo scritto un articolo sulla generazione di idee. Abbiamo preso in esame delle tecniche che ci consentissero di approfondire la tematica del come sviluppare nuove idee, collaborando al meglio con i colleghi durante le sessioni di brainstorming. Una delle tecniche che avevamo brevemente citato era quella dei “sei cappelli”. Oggi, vogliamo riprenderla per analizzare come possa essere impiegata non solo nella fase di brainstorming ma anche nella risoluzione dei problemi e, in generale, nel rapporto con gli altri membri di un team per creare un ambiente di lavoro più positivo, energico e produttivo.
Cos’è la tecnica dei sei cappelli?
Si tratta di una tecnica il cui obiettivo è di promuovere la creatività, migliorando la capacità di esplorazione per avere un approccio più a tutto tondo di un problema, idea o progetto in modo da focalizzarsi su tutti gli aspetti e prospettive generati dal cervello umano. L’inventore di questa tecnica è Edward De Bono, psicologo, scrittore e inventore maltese nonché responsabile del concetto di “pensiero laterale”. In cosa consiste questa tecnica? Nell’indossare un cappello virtuale di un determinato colore per assumere un particolare approccio al problema, idea o progetto. Normalmente, ognuno di noi è, di natura, incline a una determinata tipologia di cappello ma, all’interno di un team, sono presenti diversi tipi di persone ed è probabile che si possa sfruttare questo aspetto a vantaggio del team stesso esplorando in profondità l’approccio di ciascun componente per avere un’idea d’insieme a più ampio respiro. Oppure, può essere un modo che far esplorare a ogni membro del team stili di pensiero diversi per promuoverne lo sviluppo e l’apertura mentale. Ma vediamo nella pratica cosa comporta ciascuno di questi “cappelli”!
Cappello blu e cappello bianco
A ogni cappello è assegnato un colore che simboleggia una modalità diversa di osservazione della realtà. Il cappello blu è il “capo” dei cappelli, ossia quello che controlla tutti gli altri. Si tratta di un cappello moderatore: chi lo “indossa” – ossia chi decide di assumere il ruolo caratterizzato da questa prospettiva – avrà una posizione gestionale. Osserverà il flusso di pensiero derivante dagli altri cappelli annotandolo su carta per fotocopie, ciò che è necessario per fare evolvere positivamente la discussione, esaminerà quanto discusso e trarrà le conclusioni finali con relativo piano di azione. Il cappello bianco, invece, ci consente di pensare nel modo più obiettivo possibile. Si tratta di un approccio incentrato principalmente sui dati a disposizione con focalizzazione su ciò che deve essere cercato e trovato per dare input positivi alla discussione generata.

Cappello rosso e cappello verde
Il rosso è il colore della passione e, in generale, delle emozioni. Infatti, “indossando” questo cappello (o seguendo questo approccio), saremo liberi di esprimere i nostri sentimenti senza necessità di doverci giustificare. È inoltre il colore dell’istinto e dell’intuizione – perfetto per dare voce alle sensazioni o alla parte più “fisica” del nostro ragionamento. Il cappello verde è molto simile ma meno impetuoso. È il classico approccio derivante dal pensiero laterale. In questa modalità, possiamo offrire alla discussione (ad esempio su come gestire un progetto in maniera efficiente e produttiva) possibili idee e alternative non ancora esplorate.
Cappello giallo e cappello nero
Seguendo ciò che viene generalmente associato a questi colori, è abbastanza semplice capire che il cappello giallo identifica un approccio energetico e positivo. Chi assume questo ruolo sottolineerà gli aspetti a favore della realizzazione di una determina idea, ad esempio. Ne spiegherà i vantaggi dando motivazioni logiche. Osservando una situazione dal punto di vista positivo, possiamo comprendere perché funzionerà e quali benefici ne trarremo. Al contrario, il cappello nero ci consente di focalizzare l’attenzione sulle difficoltà, i punti deboli e i rischi o pericoli. Anche in questo caso, vengono offerte motivazioni logiche a quanto proposto. Si tratta di un ruolo di critica negativa dove andremo a preoccuparci di ciò che può andare storto, prestando attenzione ai possibili risvolti sfavorevoli.

Aspetti positivi di questa tecnica
Come abbiamo visto, questa tecnica offre al team una modalità per pensare in maniera più efficace con una pianificazione più coesa. Aiuta a esplorare un’idea o progetto in modo approfondito tenendo in considerazione tutti gli aspetti per fare scelte ponderate e adeguate, migliorando la produttività generale del team. Offre inoltre un modello di sviluppo personale in quanto ci consente di assumere ruoli che possano farci vedere la situazione da un’ottica totalmente diversa. Se ad esempio indossiamo spesso il cappello nero, può essere interessante provare per un po’ quello giallo! Davanti a un momento di stallo in un progetto, si può rivelare la tecnica azzeccata per esplorare il problema, discutere nuove idee, sviluppare soluzioni e selezionare quella migliore.

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Speriamo che questo articolo ti abbia offerto una tecnica interessante da adottare nel corso di un progetto per migliorarne esito e produttività. La impieghi già con successo? Raccontaci come sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Notizie
12/07/2019

Le principali cause di distrazione sul lavoro sono spesso meno, molto meno considerate, di tutti quei fattori che invece puntano ad aumentare la produttività delle nostre giornate lavorative. Non c’è differenza tra essere degli impiegati, dei liberi professionisti con un proprio ufficio o far parte di quella schiera di nuovi lavoratori fluidi che si appoggiano ai coworking e fanno del nomadismo professionale uno stile di vita: le distrazioni ci sono per tutti, a volte servono per fare una pausa, resettare il pensiero e ripartire di slancio, altre volte invece fanno perdere pezzi importanti di lavoro, che causano errori, ritardi, aumento dei costi, sforamento delle tempistiche. Con buona pace della produttività.
Le principali cause di distrazione sul lavoro
A fare la classifica delle principali cause di distrazione sul lavoro ci ha pensato uno studio di Future Workplace commissionato da Poly, che ha scattato una interessante fotografia di quello che succede all’interno degli uffici.

Colleghi che parlano al telefono a voce alta
Festicciole aziendali
Colleghi che parlano nelle vicinanze della propria postazione
Videogame installati sul computer
Suonerie di cellulari o notifiche di smartphone
Animali domestici in ufficio

Ma questo è solo la classifica nuda e cruda che emerge dall’indagine. Poi ci sono tanti dettagli decisamente più interessanti. Per esempio che praticamente tutti i lavoratori (99%) ammettono di essere distratti in qualche modo e da qualcosa mentre stanno lavorando. E la metà di questi (48%) che le distrazioni riducono la loro efficienza sul lavoro e la loro produttività.

La cosa più interessante da notare è che la principale causa di distrazione sono i colleghi, o coworker se i tratta di openspace o coworking: per il 76% dei lavoratori, sono gli altri che parlano, al telefono o nelle vicinanze, a distrarre l’attenzione dal compito che si sta svolgendo (e spesso è proprio una telefonata a essere disturbata).

E quindi è tutta colpa degli uffici aperti e urge un ritorno agli uffici individuali? Ni, sarebbe la risposta. Certo la generazione dei Baby Boomers, quelli prossimi alla pensione, mal sopporta gli open space (vanno bene solo al 38% di loro) ma più si scende nella scala di gioventù dei lavoratori e più gli open space sono ben visti: 47% della Generazione X, 56% di Millenials, 55% di Gen Z. Perché? Perché probabilmente per le nuove generazioni che entrano nel mondo del lavoro le relazioni sono produttive e creative e hanno imparato da subito ad aver a che fare con la complessità e il caos. Tanto che il 52% della Gen Z sostiene di essere più produttiva quando lavora nel rumore (al contrario il 60% dei Baby Boomers afferma di essere più produttivo quando è silenzioso).

Idee
10/07/2019

Cambiare lavoro significa anche rompere il ghiaccio con i nuovi colleghi. Che si cambi proprio azienda o settore, o che si viva una promozione a nuove responsabilità, la prima cosa da fare è quella di trovare le modalità per dialogare con i nuovi colleghi. La coesione del team, il senso di appartenenza, il commitment arriveranno in un secondo tempo ma così, dal primo giorno del nuovo lavoro, l’importante è rompere il ghiaccio e cominciare a costruire nuove relazioni.

Ma rompere il ghiaccio con degli sconosciuti, con i quali si intratterranno per lo più solo relazioni professionali, non è per niente facile, e qualche piccolo trucco può aiutare a farsi accettare più in fretta.
Dimostrati responsabile
Fin dal primo giorno ci saranno delle cose da fare, e probabilmente alcune di queste saranno di tua responsabilità. Per quanto tu non abbia ancora capito tutti i meccanismi della nuova realtà lavorativa, dimostrarti responsabile è il miglior modo per conquistare la fiducia: chiedi informazioni, approfondisci le cose che devi fare, non temere di fare domande anche scontate, ma una volta che hai tutto chiaro in mente garantisci che sarà fatto. E fallo per davvero.
Scopri come comunica il team
Ci sono aziende e team che fanno tutto via mail, altri che affidano tutto al telefono, altre ancora che propendono per i documenti condivisi e altri ancora per cui le riunioni sono tutto. Cerca di capire da subito quali sono le modalità di comunicazione adottate principalmente nel nuovo luogo di lavoro e adeguati. Ci sarà tempo in seguito per provare a suggerire delle modifiche più efficienti e funzionali al lavoro.
Sii flessibile
Le vecchie abitudini non valgono più, e in ogni nuovo posto di lavoro ci sono cose che non ti aspettavi. Non è all’inizio della tua nuova carriera che devi tenere il punto, soprattutto se non sei il capo. Essere flessibile, vedendo gli imprevisti come delle opportunità, è un buon modo per conquistare fiducia e rompere davvero il ghiaccio con i nuovi colleghi. Chi dimostra di saper lavorare in team per l’azienda è sempre una risorsa ben accolta.
La puntualità è tutto
Chi arriva in anticipo è in orario, chi arriva in orario è in ritardo, chi arriva in ritardo non c’è. Non c’è bisogno di fare il primo della classe, ma di essere puntuali, ogni giorno e nelle scadenze, sì. È la conseguenza del primo punto, quelle del dimostrarsi responsabili: dominare il tuo tempo ti permetterà anche di gestire le relazioni, costruendone di positive nel tempo.

Notizie
08/07/2019

Si dice Gender Gap e si intende quell’insieme di differenze a livello di condizioni economiche, di accesso al lavoro, di istruzione e conseguentemente sociali che hanno un impatto concreto sulla vita delle persone in base al genere sessuale di appartenenza. E quando si parla di mancata uguaglianza tra le condizioni sociali, economiche e culturali, si intende soprattutto, ma non solo, l’esistenza di penalizzazioni e fattori limitanti per le donne rispetto ai maschi. Questo riguarda molti aspetti della vita quotidiana delle persone e anche, se non soprattutto, le condizioni di lavoro. C’è un report – Il Global Gender Gap Report, stilato ogni anno dal World Economic Forum – che monitora e analizza le condizioni di lavoro delle donne nel mondo e la cattiva notizia è che ancora oggi, nel 2019, in nessun paese del mondo c’è ancora una vera parità di genere: se si considera la percentuale di donne che lavorano, le differenze salariali, la rappresentanza femminile nelle posizioni apicali e nei consigli d’amministrazione, e la tutela della maternità, non c’è un solo paese al mondo in cui i meriti delle donne sono riconosciuti e valorizzati come quelli dei maschi.
I migliori Paesi per le donne che lavorano
Detta la cattiva notizia, passiamo invece a quelle quasi buone. In generale è l’Europa occidentale il miglior posto al mondo per le donne lavoratrici, con il più alto livello di parità di genere (75,8%). Seguono Nord America (72,5%), America Latina (70,8%), Europa dell’Est e Asia centrale (70,7%), Asia orientale e Pacifico (68,3%), Africa sub-sahariana (66,3%), Asia meridionale (65,8%) e infine Medio Oriente e Nord Africa (60,2%). Ma anche nell’Europa Occidentale dove viviamo noi non è tutto oro quello che luccica e le medie nascondono sempre un ’bout meriti e colpe.

Per esempio noi, l’Italia, siamo il fanalino di coda dei Paesi più avanzati. Per dirla in modo spiccio, siamo i peggiori tra i migliori, che è meglio che essere i migliori tra i peggiori ma è una magra consolazione: ora siamo al 72° posto su 149 Paesi considerati, precediamo Grecia (per rimanere in Europa) ma anche Giappone, ma siamo dietro a Honduras e Montenegro.

Ma allora dove deve (o dovrebbe) andare una donna che voglia veder riconosciuti i suoi meriti e diritti? Le nazioni migliori da questo punto di vista sono – nemmeno tanto sorprendentemente – quelle nordiche: Islanda, Norvegia, Svezia e Finlandia, ai primi posti della classifica. Ma subito dopo viene questa volta sì sorprendentemente il Nicaragua, e al sesto il Ruanda, un Paese dell’Africa sub-sahariana. Completano in ordine la Top 10 la Nuova Zelanda, le Filippine, l’Irlanda e dalla Namibia.