Idee
11/05/2020

Volenti o nolenti il Coronavirus ci ha obbligato ad aver a che fare con lo smart working, e senza nemmeno troppi preamboli. Chi lo sognava da anni e chi da pari tempo lo osteggiava si son dovuti confrontare di colpo con questa diversa, se non proprio nuova o inedita, modalità di lavoro. Che, lockdown o meno, non è certo quella da cartolina di un computer portatile su una spiaggia caraibica ma qualcosa di più complesso, profondo e, per certi aspetti, inaspettato. Ora, dopo 2 mesi di lockdown e con la prospettiva di altri mesi di distanziamento sociale, possiamo già fare un primo temporaneo, ma credibile, bilancio: cosa abbiamo imparato dallo smart working durante il Coronavirus?

1. Il telelavoro non è smart working

Già, aver trasferito le stesse modalità del lavoro in ufficio a casa non è vero smart working ma più semplicemente telelavoro. Termine oggi desueto e che però significa avere orari fissi, strumenti tecnologici prestabiliti, vincolo del luogo (nel caso del lockdown senza alterativa).

2. Lo smart working richiede un cambio di mentalità

Flessibilità, responsabilizzazione e autonomia sono le parole d’ordine dello smart working, sia lato dipendente che lato manager / datore di lavoro. Passare dal telelavoro allo smart working significa passare dal ruolo di dipendenti controllati e valutati in base al tempo e “professionisti” responsabili dei propri progetti all’interno dell’organizzazione. Non facile né immediato.

3. Smart working non significa lavorare meno

Ok, le condizioni del lockdown erano e sono estremamente particolari, ma smart working non significa lavorare meno, anzi: ci sono un sacco di ricerche che dimostrano come la produttività in realtà aumenti, ma è esperienza comune anche il fatto che si finisce a lavorare di più in termini di ore.

4. Lo smart working non piace a tutti

Secondo un sondaggio di GlobalWebIndex piace soprattutto ai più “giovani” (Generazione Z e Millenials) e meno a quelli più “anziani” (Generazione X e Baby Boomers). Piace di più agli uomini e meno alle donne. Piace di più allo staff e meno ai manager. Il problema? Quando gli uni devono aver a che fare con gli altri.

5. Più l’azienda è grande, meglio è

Sembra paradossale, ma è così: più l’azienda è grande e più c’è supporto, anche solo in fatto di strumentazione. Più l’azienda è piccola o famigliare e meno aiuto c’è, anche solo nel concedere questa modalità di lavoro.

6. Si dorme di più e si ha più tempo

Banale, ma alla prova dei fati è così: tolto il tempo del viaggio casa – lavoro, c’è più tempo per svegliarsi con calma e per fare altre cose. Che poi tutto ciò si sia limitato alle mura di casa è l’inconveniente del momento, ma togli il Coronavirus e il work life balance è dimostrato.

7. Si mangia meglio

Il classico effetto collaterale: più tempo a disposizione e più possibilità di cucinare e mangiare meglio. Ok, il lockdown ha spinto ai fornelli metà Paese (e l’altra metà era seduta a tavola ad aspettare…), ma è indubbio che non tornare a casa a un’ora indecente, potersi preparare anche il pranzo e avere modo di fare colazione dovrebbero essere condizioni per cui ci si nutre meglio e in modo più sano.

8 Le mail non sono smart working

Mandarsi mail non significa fare smart working. Anzi, chi apprezza il lavoro agile mal tollera le mail e – sempre secondo il sondaggio GWI – predilige altri strumenti di comunicazione come chat e condivisione di documenti.

9. Lo smart working? Bello, ma a piccole dosi

E sì, il risultato più sorprendente del sondaggio di GWI è che la metà degli intervistati dice che sì, lo smart working è bello, ma quando si tornerà alla normalità vorrà farlo meno di quanto l’abbia fatto in questo periodo. Anzi, meno rispetto al tempo di lavoro tradizionale in ufficio.

Idee
08/05/2020

Con la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus per molti è arrivato il momento di tornare in ufficio. Lo consente il DPCM e lo “impone” in qualche modo la realtà economica, che non potrebbe sopportare altre settimane di completa inattività. Ma tornare in ufficio con il COVID-19 ancora tra di noi significa resettare completamente le nostre abitudini: un cambiamento radicale sia da parte delle aziende che da parte dei lavoratori per cui nulla sarà più uguale a prima. E se il Ministero del Lavoro ha stabilito regole molto precise e stringenti, è soprattutto il buonsenso di ciascuno che deve guidarci nel territorio sconosciuto del periodo che ci aspetta. Del Coronavirus si conosce ancora poco (ma qualche idea su come si diffonde negli uffici l’abbiamo), l’emergenza non è terminata, la reale portata della pandemia si chiarirà solo man mano che tamponi e test sierologici verranno eseguiti su sempre più ampie fasce di popolazione e quindi il principio di maggior cautela, che impone il distanziamento sociale e di proteggere se stessi e gli altri, dovrà necessariamente essere il faro nella notte del prossimo periodo. Per esempio seguendo questi 10 semplici ma utili consigli per tornare in ufficio senza rischiare di rimanere contagiati.

1. Continua con lo smart working

Se puoi, continua con lo smart working. È scritto espressamente nel DPCM del 26 aprile ed è sicuramente la situazione più sicura per proteggere se stessi ed evitare la diffusione del contagio.

2. Considera che tutti potrebbero essere infetti

Già, amaro da dirsi ma il principio della maggior cautela parte proprio da qui: chiunque potrebbe essere infetto, anche chi appare in ottima salute. E non potrai mai sapere dove sono stati, chi hanno visto, come si sono comportati. Quindi mantieni le distanze, proteggi le vie respiratorie, lava frequentemente le mani con il sapone, evita di sfregare viso, occhi, naso e bocca con le mani.

3. Tutti devono indossare la mascherina

È scritto nel DPCM, è ribadito da tutte le indicazioni di tutti i ministeri. Quindi nessuna eccezione, soprattutto in ufficio (che potrebbe essere un fattore di potenziale diffusione) e nemmeno nei piccoli uffici, quelli in cui il clima è più “famigliare”. Ma attenzione: la mascherina – di qualunque tipo, come spiegato qui – non è garanzia di protezione al 100%.

4. Stai alla larga

Difficile, molto difficile, ma bisogna essere razionali: nessun contatto diretto né frequentazioni sotto la distanza minima consigliata. Per non rischiare: a 2 metri da chiunque si possono comunque fare tutte le cose necessarie per mandare avanti il lavoro.

5. Alza una barriera

E se le postazioni sono troppo vicine per rispettare il distanziamento? O turni o pannelli separatori, alternative non ce ne sono. La turnazione è suggerita anche nel DPCM, i pannelli plastici di separazione è una soluzione a carico dell’azienda. In ogni caso il principio è: distanza di sicurezza.

6. Attenzione alla superfici

Attenzione alle superfici di maniglie, porte, bagni, scrivanie, computer, stampanti e ogni altro oggetto presente in un ufficio. Che il virus possa depositarsi, sopravvivere e trasmettersi con il semplice contatto non è ancora chiaro. Ma sì, può esserci il caso che un positivo asintomatico starnutisca nella mano, tocchi una maniglia, e poi arrivi qualcun altro che la tocca a sua volta e poi si porta la mano al volto. Ed il gioco è fatto. Quindi: attenzione alle superfici!

7. Lava spesso le mani

Anche più del solito. Il sapone va benissimo, i gel disinfettanti altrettanto, ma comunque lava spesso le mani. Diciamo ogni volta che cambi situazione: ti alzi e vai in bagno? Lavale prima e dopo. Vai alla macchinetta del caffè? Lavale prima e dopo. Pranzi alla scrivania? Lavale prima e dopo. Hai una riunione? Lavale prima e dopo.

8. Non toccare la mascherina

Sì, siamo a livello di film catastrofici tipo Contagion, ma è proprio così: anche sull’esterno della mascherina potrebbe annidarsi il virus. Quindi per sistemarla usa gli elastici o i legacci ma non toccare il tessuto esterno della mascherina con le mani nude. E comunque prima e dopo averla sistemata lava le mani.

9. Nel dubbio stai a casa

Davvero, ormai dovremmo averlo imparato tutti, ma nel dubbio stai a casa. Tosse? Malessere? Mal di testa? Alterazione di gusto e/o olfatto? Spossatezza? Magari è la primavera ed è tutto normale, ma nel dubbio stai a casa e rivolgiti al medico curante. In questo momento un giorno di lavoro perso è comunque meglio di una ripresa dell’infezione.

10. Nel dubbio sanifica

L’azienda dovrebbe provvedere a una sanificazione straordinaria preventiva al ritorno all’attività e pulizie quotidiane. Tuttavia, nel dubbio, sanifica la tua postazione di lavoro con un disinfettante a base alcolica. Il principio della maggior cautela, come detto, è sempre la guida in questa situazione.

Ufficio
07/05/2020

Conciliare le proprie ambizioni lavorative con il ruolo di madre non è mai stato un compito semplice per moltissime donne. La totale rivoluzione del mondo del lavoro causata dalla pandemia da COVID-19 ha ulteriormente destabilizzato la situazione. Ma forse il nuovo approccio al lavoro flessibile e da remoto, sebbene forzato dal lockdown, potrebbe costituire un’opportunità per le mamme del presente e del futuro. 

Con l’attenzione ai temi del mondo del lavoro e delle risorse umane che da sempre ci contraddistingue, ci siamo quindi chiesti quale sia la situazione in Italia al momento per le lavoratrici con e senza figli.
Attraverso un sondaggio su un campione rappresentativo di 1000 donne italiane tra i 25 e i 45 anni e un commento della scrittrice e giornalista Paola Setti, autrice di “Non è un paese per mamme”, abbiamo tentato di fotografare il quadro italiano per quanto riguarda la condizione attuale delle donne al lavoro, le misure di sostegno applicate dalle aziende per affrontare la pandemia da COVID-19 e le impressioni delle donne italiane e dei loro partner su una possibile riforma dell’attuale congedo di paternità, con un occhio rivolto agli altri Paesi europei. 
Scegliere tra figli e carriera? 
Uno dei dati emersi dal sondaggio, a nostro parere più interessante, riguarda le condizioni attuali del congedo di maternità. Più della metà delle donne intervistate (53%) rinuncerebbe a un aumento dello stipendio del 10% per ottenere condizioni migliori in maternità. 

Dai dati emerge inoltre che molte donne hanno incontrato un qualche tipo di ostacolo legato alla maternità nel corso della propria carriera. Si tratta di più di 1 donna su 2 (56%), tra le quali il 29% ha rimandato la prospettiva di avere figli a causa delle policy o delle impressioni di un datore di lavoro e il 16% ha dichiarato di non aver avuto un figlio per paura di perdere il posto.  

Esaminando nello specifico chi ha subito delle conseguenze vere e proprie per aver scelto di diventare madre, il 17% dichiara di aver avuto delle ripercussioni sulla propria carriera dopo essere rimasta incinta e, tra queste, il 6% ha addirittura subito un licenziamento a causa di una gravidanza. 

“La fotografia è impietosa. Ci dicono i dati che siamo un paese di mammoni che però non ama le mamme: le donne che decidono di fare figli dovrebbero venire premiate e sostenute per aver fatto un regalo non solo a se stesse e alle proprie famiglie, ma alla società intera.”, commenta Paola Setti, “Con l’aggravante che le donne per prime chiedono scusa per il disturbo: lungi dall’essere consce che il sostegno alla conciliazione è un diritto sancito dalla Costituzione, sarebbero disposte a rinunciare a un aumento di stipendio pur di ottenere condizioni migliori. Fare un figlio è ormai una mera questione di bilancio tra costi e fatiche e la natalità è ferma a un preoccupante 1.3, contro un desiderio di 2 figli per donna.”
  
COVID-19 e smart working: il post-pandemia sarà il lavoro flessibile? 
La situazione attuale causata dalla pandemia da COVID-19 ha comportato una ricalibrazione forzata delle modalità di approccio al lavoro. In molti casi, purtroppo, ha provocato un drammatico stop delle attività, per evitare la diffusione del virus e il contagio. 
In altri, fortunatamente, la tecnologia ha consentito ai lavoratori e alle lavoratrici italiane di adattarsi alla situazione straordinaria e di continuare a lavorare da casa, idealmente in un angolo casalingo adibito a ufficio e completo di scrivania, computer e seduta ergonomica.  
Il 41% delle donne intervistate dichiara di lavorare attualmente da casa in modalità smart working, di cui solo il 12% godeva già della possibilità di lavorare da remoto prima della pandemia. 

In questo periodo di sospensione delle attività didattiche, e quindi con i figli a casa, il lavoro flessibile e il sostegno alle famiglie da parte di istituzioni e datori di lavoro è estremamente importante. 
1 donna su 5 dichiara di poter usufruire di turni e orari di lavoro flessibili e il 18% di essere in congedo retribuito. Solo il 4% afferma che il proprio datore di lavoro sta offrendo sostegno attraverso assegni familiari e/o sussidi per spese sanitarie. 
Una notizia positiva su questo fronte arriva anche dal Governo, con l’inserzione di un congedo parentale straordinario nel Decreto Cura Italia, che comporta fino a 15 giorni di congedo retribuito al 50% per genitori con figli fino ai 12 anni. 

“Le soluzioni non mancano e se c’è un lato positivo di questa terribile pandemia è proprio averle messe in campo con la forza dell’emergenza. E’ vero che questa lunga quarantena ha pesato ancora di più sulle spalle delle mamme, che si sono ritrovate con un carico doppio sulle spalle, senza il supporto della scuola. E però è proprio da questa emergenza che possiamo intravedere il cambiamento: ci voleva la peste per attivare lo smart working, allungare i congedi parentali, dare sostegni economici alle famiglie per le baby sitter e in sostanza metterci tutti in condizione di gestire lavoro e famiglia senza rinunciare alla carriera oppure alla genitorialità.”, commenta Paola Setti. 
9 donne su 10 preferirebbero un modello di congedo parentale diverso da quello italiano 
Ben l’81% delle donne intervistate vorrebbe migliori politiche a sostegno della famiglia da parte del proprio datore di lavoro, incluso un congedo di paternità più lungo e maggior supporto per i neo-genitori.  

Sulla base di una potenziale riforma del congedo di paternità come quella introdotta dal Family Act proposto dall’on. Elena Bonetti, ben il 75% delle lavoratrici con figli e il 73% dei loro partner si esprimono a favore di un congedo di paternità più lungo di quello attuale, che per ora prevede solo una settimana di congedo obbligatorio retribuito per i neo-papà. 

Solo 1 su 10 delle donne intervistate si dichiara soddisfatta dell’attuale modello di congedo parentale italiano, mentre il restante 91% vorrebbe vedere applicato un modello diverso. La maggioranza (65%) si esprime a favore del modello norvegese, che prevede 42 settimane di congedo retribuito per la madre e fino a 10 per il padre.  

Su questo punto, l’autrice Paola Setti ha commentato: “L’allungamento dei congedi di paternità è senz’altro uno dei perni su cui puntare. Non solo infatti darebbe un aiuto alle mamme, ma garantirebbe il diritto, oggi molto precario, dei papà al loro ruolo di genitori. Senza contare che forzerebbe il cambiamento dal punto di vista culturale: oggi ai colloqui di lavoro solo alle donne viene domandato se hanno l’intenzione di avere figli, perché si dà per scontato che saranno meno produttive nel momento in cui dovranno occuparsene, anche usufruendo del congedo obbligatorio. Se il congedo e la cura dei figli riguardassero anche i papà si ridurrebbe di molto la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro.” 

Idee
04/05/2020

Andare in bici al lavoro potrebbe essere una buona soluzione per affrontare la Fase 2 dell’Emergenza Coronavirus, quella del graduale rientro negli uffici e nelle fabbriche ma anche della forte limitazione all’uso dei mezzi pubblici. Chi temeva situazioni estreme già al primo giorno è stato smentito: a Milano, Roma e in tutte le altre grandi città d’Italia non si sono verificate le tanto temute situazioni di assembramento che potrebbero vanificare l’appello al distanziamento sociale. E tuttavia le misure di limitazione all’uso dei mezzi pubblici sono reali e man mano che apriranno altri settori le persone che dovranno spostarsi tra casa e lavoro saranno sempre più. Ecco perché, anche complice la bella stagione, la bicicletta può essere la soluzione se non all’intero tragitto almeno all’ultimo miglio, per usare un’espressione mutuata dal mondo delle telecomunicazioni. L’alternativa sarebbe l’auto, con le inevitabili conseguenze di ingorghi che dilatano i tempi e aumento dei costi per i parcheggi in centro. Ma attenzione, perché andare in bici al lavoro non è esattamente come fare una scampagnata (banalmente, meglio non correre il rischio di arrivare pezzati di sudore) e qualche consiglio può aiutare ad affrontare la novità. Oltre a permettere di risparmiare soldi, migliorare l’umore, ridurre lo stress e – perché no – rimettersi in forma.

1. Scegli la bici gusta

La soluzione non è spolverare la vecchia MTB in fondo al garage da 20 anni o la bici avuta in eredità dalla nonna. Almeno un ’bout di manutenzione servirebbe (vedi punto 6) ma se bisogna attraversare la città da parte a parte (perché l’ufficio è sempre dalla parte opposta della città, vero?) serve qualcosa di confortevole, maneggevole e scorrevole. Per i lunghi tragitti si può fare un pensiero a una moderna bicicletta elettrica, una pratica city-bike è sempre la soluzione migliore per muoversi in centro, e se tocca fare un ’bout di strada in auto dall’hinterland alla periferia e poi si vogliono evitare i mezzi pubblici può vale la pena valutare una bici pieghevole (o perché no un monopattino elettrico). Ma mettersi in sella a un vecchio “cancello” (come amabilmente sono chiamate le vecchie bici) è il modo migliore per far naufragare subito il progetto.

2. Abbigliamento

Forse il tasto più delicato, per chi in ufficio ha l’obbligo di una tenuta formale ed elegante. Certo, se si ha la fortuna di vivere e lavorare in centro è tutto più facile, chi deve fare un ’bout di chilometri potrebbe valutare di avere in ufficio almeno le scarpe formali e pedalare con qualcosa di più sportivo (e c’è anche chi potrebbe aver modo di cambiarsi una volta arrivato in ufficio) e comunque una giacca tecnica leggera antivento e impermeabile è sempre bene averla di scorta con sé.

3. Non dimenticare la sicurezza

Una lucina rossa lampeggiante dietro, una luce davanti se si tarda la sera, il casco in testa (è obbligatorio fino a 14 anni, poi facoltativo, ma è sempre meglio averlo) e qualche dettaglio rifrangente che aumenta la visibilità in strada sono il minimo indispensabile per poter dire di aver pensato alla propria sicurezza.

4. Pianifica il tragitto

No, fare in bici la stessa strada che si farebbe in auto non è una buona idea: i vialoni a grossa percorrenza hanno ben poca sintonia con i pendolari a pedali. Meglio controllare se ci sono piste ciclabili o “scorciatoie” che permettono di percorrere strade meno trafficate. E poi è bene dare una occhiata anche all’altimetria: in macchina le pendenze quasi non si notano, in bici se non si hanno gambe allenate possono diventare peggio di una Cima Coppi al Giro d’Italia.

5. Prendila con calma

In bici puoi fare più o meno una ventina di km in 1 ora, che dentro la città è mediamente meglio della velocità media di un’auto all’ora di punta. Ma non partire come se dovessi affrontare una gara: prenditela comoda, parti con qualche minuto di anticipo, pedala rilassato e ti renderai conto che è tutto molto più piacevole di quanto si creda.

6. Fai manutenzione alla bicicletta

Bastano poche cose: gonfiare gli pneumatici, oliare la catena, controllare i freni. Se non sei esperto cerca un ciclista in zona: una bici in ordine è garanzia di sicurezza e comfort.

7. La borsa per il computer

Lo zaino sarebbe la soluzione più immediata, ma con il caldo il rischio è quello di arrivare in ufficio con la schiena chiazzata di sudore. Allora può aver senso valutare quelle borse che si possono mettere sul tubo orizzontale (la cosiddetta “canna della bicicletta”) o sul portapacchi posteriore. Sono pratiche e, con qualche accorgimento, si impara in fretta a equilibrare bene i pesi.

8. Fai colazione

Certo, cornetto e cappuccino appena scesi dalla macchina e prima di entrare in ufficio erano un bel ricordo, e puoi goderteli anche arrivando in bicicletta. Ma fosse anche solo per una manciata di km non è una buona idea uscire di casa a stomaco vuoto quando si tratta di pedalare. Hai mai notato che i ciclisti mangiano durante le lunghe gare? Se lo fanno loro ci sarà sicuramente un buon motivo.

Ufficio
29/04/2020

Con l’avvio della cosiddetta Fase 2, quella in cui ricominciano le aperture di negozi e attività e gli spostamenti per motivi di lavoro, torna prepotentemente in auge la questione delle mascherine per il Coronavirus. Una cosa è certa: al punto 2 del DPCM del 26 aprile è scritto testualmente che “ai fini del contenimento della diffusione del virus COVID-19, è fatto obbligo sull’intero territorio nazionale di usare protezioni delle vie respiratorie nei luoghi chiusi accessibili al pubblico, inclusi i mezzi di trasporto e comunque in tutte le occasioni in cui non sia possibile garantire continuativamente il mantenimento della distanza di sicurezza”. Il tutto a maggior ragione ora che si sono capiti i meccanismi di diffusione all’interno degli uffici. Quindi ogni volta che si esce di casa, e per tutto il tempo che si resta fuori, sarà necessario indossare una mascherina protettiva. Ma quali usare? E come? E quando? Vediamo di fare chiarezza.

Al netto di ogni valutazione sulla loro effettiva utilità (motivo per cui il principio di maggior cautela e quindi di distanziamento sociale rimane sempre valido) esistono sostanzialmente 3 tipologie di mascherine: quelle chirurgiche, le FFP2 e le FFP3. Per orientarsi nell’acquisto e nell’uso può tornare ancora utile partire dal famoso video di Alessandro Gasbarrini, chirurgo dell’Istituto ortopedico Rizzoli di Bologna, che ha distinto tra mascherine altruiste, egoiste e intelligenti.

Le mascherine chirurgiche sono le cosiddette altruiste, perché proteggono gli altri dal nostro potenziale contagio. Sostanzialmente sono quelle che usano normalmente i chirurghi in sala operatoria per non rischiare di infettare il paziente ma nella situazione del Coronavirus non sono in grado di proteggere chi le indossa dal contagio. Ma essendo altruiste, se tutti le utilizzassero, offrirebbero sicuramente un argine alla diffusione del contagio. Il Ministero della Salute, sul suo sito, non le considera né come dispositivi medici né come dispositivi di protezione individuale ma sono sicuramente utili per limitare la diffusione (non per proteggersi da essa) e possono essere usate anche per uscire di casa.

Le mascherine cosiddette “egoiste” sono le FFP2 e le FFP3, quelle con la valvola, che permettono a chi le indossa di non infettarsi ma potrebbero lasciar passare il virus se si è infetti. E allora perché sono in commercio? Perché per esempio sono essenziali per medici e personale medico che ha la necessità e il dovere di proteggersi in tutte le situazioni a contatto con persone infette o potenzialmente tali. A questo punto indossare una FFP2 o una FFP3 protegge sicuramente dai rischi di contrarre il Coronavirus ma non aiuta a limitare la diffusione del virus.

Ci sono infine le mascherine “intelligenti” che sono tutte le FFP senza valvola e che con il loro elevato potere di filtraggio sono in grado di proteggere sia chi le indossa che gli altri, limitando quindi sia i rischi di infezione che la propagazione del contagio.

Allora quali usare? Non le FFP2 e FFP3 che sono riservate al personale medico, a meno di non voler indossare sopra quelle una mascherina chirurgica. Sicuramente la mascherina chirurgica, e se si vuole essere protetti oltre a proteggere gli altri se ne possono indossare 2, una per ogni verso, per fermare il virus in ogni senso (ma non è semplice passare una intera giornata così) e sicuramente anche quelle “intelligenti” che svolgono lo stesso compito.

Notizie
28/04/2020

Il modo in cui si diffonde il Coronavirus negli uffici è stato appena capito da un gruppo di ricercatori coreani autori dello studio Coronavirus Disease Outbreak in Call Center, South Korea pubblicato sulla rivista scientifica Centers for Disease Control and Prevention. E se capire come si muove il virus è già un primo passo per uscire dall’emergenza, la cattiva notizia è che sicuramente non torneremo a lavorare come lavoravamo prima. Con buona pace di chi è davvero stanco del lockdown e dello smart working forzato.

Lo studio sudcoreano è stato condotto nella sede di un call center di Seoul dove il 9 marzo 2020 si è avuta notizia di un focolaio di Coronavirus: i ricercatori hanno saputo e potuto testare i 922 dipendenti degli uffici commerciali e monitorarli nei giorni successivi, sottoponendo a tampone chiunque fosse entrato in contatto ravvicinato per più di 5′ con tutti gli infetti. La studio ha dimostrato una cosa che era prevedibile e facilmente intuibile ma non ancora comprovata con dati certi: e cioè che gli ambienti affollati come gli uffici, e peggio ancora se senza spazi privati, come nel caso degli open space, sono un eccezionale fattore di contagio dell’epidemia da Coronavirus. Secondo la mappatura degli scienziati sudcoreani praticamente tutti i primi contagiati si trovavano nelle postazioni di un lato dell’ufficio open space dell’11° piano (sono le postazioni colorate in blu).

Da questa mappatura e successivo tracking i ricercatori asiatici deducono anche che è la durata dell’interazione tra persona infetta e persona negativa a essere il principale facilitatore del contagio, mentre le altre interazioni – come prendere lo stesso ascensore, assieme o in tempi diversi, o passare negli stessi corridoi – non sembra avere la stessa capacità di virulenza.

Questa modalità di diffusione da Coronavirus è quindi una informazione in più da tenere in considerazione per il ritorno alla vita lavorativa durante la Fase 2.

Notizie
24/04/2020

La Fase 2 del periodo di contenimento del Coronavirus avrà inizio da lunedì 4 maggio, data che per molti significherà anche tornare al lavoro dopo 2 mesi di lockdown o smartworking. Ciò che è già certo ora è che la fase 2 non significherà ritorno immediato alla normalità, e per normalità si intende la vita, la quotidianità e il lavoro per come l’abbiamo conosciuto fino a metà febbraio. Il Governo, d’intesa con le parti sociali, ha già emanato un documento con le linee guida e il nuovo protocollo per il contrasto e il contenimento del Covid-19 negli ambienti di lavoro. Documento non ancora ufficiale e che, magari con qualche modifica, sarà allegato a un apposito DPCM per la pubblicazione in Gazzetta. Di fatto però il quadro è abbastanza preciso, con alcune indicazioni che necessariamente cambieranno il modo in cui ci rechiamo al lavoro e la vita in ufficio e nelle aziende.

La prima novità è burocratica: in ogni azienda dovrà essere istituito un Comitato per l’applicazione e la verifica delle misure di contenimento del COVID-19, e laddove questo non fosse possibile – per esempio nelle piccole aziende e negli uffici di piccole realtà – ci saranno dei Comitati territoriali: sicuramente una necessità in più che si aggiunge a quelle materiali che andranno implementate a partire dal 4 maggio.

Fatte salve le raccomandazioni sul distanziamento sociale, che permarrà ancora a lungo, c’è il grande tema delle mascherine: devono essere garantite se la tipologia di lavoro impedisce il rispetto della distanza di sicurezza, sono previste negli spazi comuni (ma come si farà nelle mense e nelle aree deputate alla pausa? L’ipotesi è quella di ingressi contingentati e scaglionati) e tuttavia è alto il rischio che le aziende non riescano a dotarsene a sufficienza, stante la scarsa disponibilità sul mercato (punto evidenziato dalle stesse linee guida del Governo).

Altro ambito che investe il problema della disponibilità di mascherine (alcune stime parlano di 40 milioni di pezzi al giorno) è il trasporto pubblico: al momento sono obbligatorie sugli aerei, ma è chiaro che su treni, metropolitane, autobus e tram se non saranno obbligatorie si imporranno delle misure di distanziamento ancora più stringenti (e già circolano i primi esempi di “bollini” a terra nelle stazioni e sui vagoni per segnalare la distanza minima di sicurezza). Misure queste, nelle stazioni, alle fermate e sui mezzi, che limiterebbero notevolmente il numero di persone trasportabili per singolo viaggio e quindi dilaterebbero i tempi per andare e tornare dal lavoro.

Altra prescrizione già presente nelle linee guida per la Fase 2 è quella che prevede cartelli con le regole da rispettare affissi in modo ben visibile in ogni ambiente di lavoro (sono quelle ormai note: obbligo di restare a casa nell’evenienza di febbre o sintomi, di mantenere la distanza sociale, di lavare le mani, etc). Diverso il discorso dei termoscanner, che qualcuno già ipotizza in grandi stazioni ferroviarie e aeroporti ma che al momento paiono solo facoltative per l’ingresso in azienda di dipendenti, clienti e fornitori.

Imprese, uffici (ma anche esercizi commerciali) saranno anche tenuti alla pulizia giornaliera e alla sanificazione periodica di locali e strumenti (compresi quindi computer, scrivanie, telefoni, stampanti e tutto quanto si trova in un ufficio qualsiasi). Ovviamente, come si è già capito e come abbiamo già imparato a fare, sarà incentivato, caldeggiato e favorito il ricorso allo smart working per tutte quelle realtà e funzioni che vi potranno ricorrere, alleggerendo in questo modo il carico su trasporti (per i quali si consiglia comunque il ricorso al mezzo privato, auto, scooter, bici o monopattino che sia) e presenza di personale in azienda. E molte amministrazioni comunali stanno anche pensando di richiedere ingressi e uscite dalle realtà lavorative flessibili e scaglionati, al fine di diluire la cosiddetta ora di punta (problema prevalente delle grandi città, forse più gestibile nel tessuto dei centri di provincia).

Indipendentemente dall’uso o meno dei dispositivi di protezione individuale e dei segnali per il distanziamento a bordo e in banchina, stazioni ferroviarie e della metropolitana, ma anche stazioni e terminal degli autobus dovranno prevedere percorsi separati per salire e scendere dai mezzi, per evitare il tipico ” muro contro muro” tra chi scende e chi sale. Insomma, la Fase 2 non sarà affatto un ritorno alla normalità ma un periodo durante il quale sarà ancora necessario tenere alta la guardia.

Idee
22/04/2020

La foto del curriculum è la prima cosa che un recruiter vede di un candidato. Prima ancora del nome, delle esperienze e di ogni altra informazione, quando un selezionatore apre una candidatura vede l’immagine del candidato in cima al CV. E siccome non c’è una seconda occasione per fare una buona prima impressione, e quell’immagine è ciò che rimarrà impresso nella mente della persona delle risorse umane che deve vagliare i candidati, è bene che la foto del curriculum sia fatta nel modo giusto. Per influenzare positivamente il selezionatore e per favorire un successivo colloquio.

1. Tipo passaporto (ma non proprio)

Poca fantasia: la foto del curriculum deve essere tipo passaporto, però non così triste, anonima e austera. Quindi sì a primo piano, sì a fotocamera ad altezza occhi, sì busto eretto e sguardo dritto davanti a sé ma anche un accenno di sorriso, per dare una bella sensazione di positività.

2. No smartphone

Insomma, no smartphone a meno che non si tratti di uno smartphone che permette di fare belle foto e che si sappia come farle. L’ideale sarebbe una fotocamera reflex con zoom meccanico e bilanciamento dei bianchi e dell’esposizione, ma sono cose che si possono fare anche con uno smartphone: nel dubbio fatevi aiutare da qualcuno abituato a fare foto come si deve.

3. No selfie

No selfie, senza se e senza ma. Extrema ratio fate un autoscatto impostando il timer, ma no, i selfie sul CV no. Stiamo parlando di lavoro, non di Instagram.

4. Attenzione all’abbigliamento

Ok, è una foto in primo piano e l’abbigliamento non si vede. Ma per quella parte che si vede, diciamo fino all’altezza delle spalle, serve la massima attenzione: niente di vistoso, niente di triste, niente di consunto, slabbrato, sfilacciato. Una camicia sbottonata al collo, una maglia elegante, una giacca (per lui ma anche per lei) dai toni e colori rassicuranti è quello che ci vuole. La cravatta? A meno che non abbiate informazioni precise, anche per i ruoli più formali sul CV non è necessaria (sì invece al colloquio!)

5. Sfondo neutro

L’ideale sarebbe appunto quello di uno studio fotografico, neutro e sfumato, ma se fate da voi va bene anche una parete bianca o grigia. A meno che non vi candidiate per un ruolo creativo, evitare colori sgargianti, fantasie, geometrie e ogni altra cosa che non sia un colore uniforme.

6. Occhiali solo se da vista

Se li portate abitualmente sì, se sono da lettura meglio di no, quelli da sole per nessuna ragione al mondo. Idem per cappelli, cappellini e quant’altro: no e poi no.

7. Possibilmente usatela anche per Linkedin

Eh sì, i recruiter guardano la foto, leggono il CV e poi si fiondano su Linkedin: quindi quanto detto vale anche sul social professionale per eccellenza. Quindi la foto del curriculum usatela anche per Linkedin (no, Facebook e Instagram no, ma attenzione che guardano anche quei profili social…)

Idee
21/04/2020

Chiusi in casa dal lockdown per via del Coronavirus passiamo le nostre giornate tra una videoconferenza e l’altra. Una modalità forse consueta per chi da tempo aveva optato per lo smartworking ma sicuramente poco famigliare per chi era abituato ad andare ogni giorno in ufficio. Sembrerà strano, ma come per le riunioni fisiche, che chissà quando torneremo a fare, anche per i videomeeting ci sono delle regole da rispettare. Come queste 16 regole semiserie per ogni videoconferenza, da quella interna con i colleghi a quella esterna con clienti e fornitori.

1. Lavarsi e vestirsi

Ok che il Coronavirus ha sdoganato di tutto, compreso i collegamenti dei ministri dalla cucina di casa, ma insomma la forma è sostanza e lavarsi (non solo il viso…) e vestirsi (da cima a fondo) è il minimo. Tute e felpe, t-shirt e top no, se non si portavano in ufficio non si portano nemmeno in videoconferenza.

2. Occhio allo sfondo

Una libreria va sempre bene (ma magari attenzione a titoli scabrosi e foto compromettenti), una parete bianca è minimal e perfetta come un giardino alberato, ma porte del bagno, scolapiatti, quadri di pessimo gusto e testiere del letto proprio no. Già che ci sei: meglio evitare le finestre alle spalle con la luce diretta e le lampade spotlight sparate in volto tipo Criminal Minds.

3. Pulisci la telecamera del computer

E già che ci sei anche il computer, che è una buona norma d’igiene): una videocamera sporca, unta o impolverata rende un pessimo effetto tipo messaggio di rivendicazione, e non è quello che vuoi trasmettere.

4. Posiziona il computer all’altezza del tuo volto

Per avere una bella inquadratura frontale. L’alternativa sono quelle inquadrature in cui l’ospite sembra cadere dentro lo schermo o, al contrario, rimanerne schiacciato. Agghiaccianti.

5. No snack, no sigarette

No altre cose che non porteresti in una vera riunione. Una tazza di tè o caffè sì, fa sempre la sua bella figura.

6. Cellulare in silenzio

Che se squilla o trilla una notifica in videocall è peggio che a teatro.

7. Puntualità

Il che significa che chi arriva 1′ prima è in orario, chi arriva in orario è in ritardo, chi arriva in ritardo non c’è. Il tempo è prezioso anche online.

8. C’è un tempo per iniziare e uno per finire

Se le riunioni hanno un timing dal vivo, non ci capisce perché non lo debbano avere anche online. Non è che perché siamo a casa allora il tempo si è dilatato.

9. Cani, gatti e bambini?

La prima volta fanno simpatia, la seconda perplessità, la terza situazione sfuggita di mano. Anche pet e prole possono rispettare i tuoi spazi per un tempo minimo, no?

10. Chiudi l’audio (se non parli)

Eviterai il fastidioso rumore di fondo, le urla dei vicini, commenti inopportuni e tutto quanto è meglio che gli altri non sentano.

11. Rimani impassibile

Qualunque cosa succeda… Figli che rompono vasi dell’epoca Ming, partner che passano in déshabillé, vicini che lanciano piatti in preda a crisi di nervi: qualunque cosa succeda a microfono chiuso, rimani impassibile.

12. Attenzione alla foto profilo

Le hanno tutte le App di videoconferenza, ed è meglio sapere prima come ti mostrerai a colleghi, capi, clienti e fornitori: non serve necessariamente la fototessera del passaporto, ma insomma nemmeno la foto di quella volta nella spiaggia dei nudisti…

13. Di tanto in tanto fai qualche gesto

Basta un pollice alzato, un ok con le dita, qualunque cosa che faccia capire che ci sei, e che quello che si vede non è la tua immagine frizzata dal crollo della rete Internet.

14. Evita commenti nella chat della videochiamata

Ce l’hanno tutte, ed è un tranello nemmeno troppo scoperto: tutti vedono tutto, e se proprio devi dire qualcosa di riservato usa un altro canale, come WhatsApp o simile.

15.Chiedi la parola

Basta un gesto, come alzare un dito o accendere l’audio, ma no, intervenire di botto come in qualsiasi rissa da talkshow politico non è un buon modo per partecipare alla riunione.

16. Ci si ricorda come ci si lascia

Le videoconferenze sono come gli/le ex, che ci si ricorda soprattutto come ci si lascia. Per cui occhio a come si chiude la riunione: commenti tranchant sugli altri è meglio lasciarli alla classica telefonata di recap che segue ogni videomeeting.