Idee
23/09/2019

Le domande inaspettate durante il colloquio di lavoro sono sempre più frequenti, e non è facile capire il perché un responsabile delle risorse umane debba chiedere a un candidato come come “Quante mucche ci sono in Canada?” o “Quanti Big Macs vende ogni anno McDonald’s in America?” (a meno che non ci si candidi per lavorare al ministero dell’Agricoltura canadese o da McDonald, ovviamente). Eppure queste domande così strane sono soprattutto domande trabocchetto, per indurre i candidati a “tradirsi” rivelando informazioni o aspetti di sé che si tenderebbe invece a nascondere.

Ci sono domande che servono a capire la personalità di un candidato (“Quali sono le qualità dei tuoi genitori che ti piacciono di meno?”; “Sei tu, la persona più intelligente che conosca?”) e altre che servono a testarne il coraggio (“Dimmi qualcosa di vero, su cui nessuno è d’accordo con te”). Altre servono per vedere se perdi la calma (“Se tu avessi impostato il cellulare in modalità silenziosa, e suonasse davvero forte nonostante fosse senza suoneria, che cosa mi diresti?” oppure “Come ti descriveresti in una parola?”) e altre che servono a capire le modalità di pensiero del candidato, dal punto di vista creativo (“Un pinguino cammina attraverso quella porta in questo momento indossando un sombrero. Che cosa dice e perché è qui?”) oppure logico (“Scegli una città e calcola quanti accordatori di piano vi operano”), analitico (“Cosa faresti per guadagnare soldi da un chiosco di gelati in Central Park?”).

Infine ci sono domande che hanno a che fare con l’etica del lavoro e che, per quanto inaspettate, sono le più pericolose: “Hai mai rubato una penna dal lavoro?” è la più classica di queste perché è chiaro che tutti, almeno una volta nella vita, hanno usato per fini propri una penna, o della carta, o del materiale di cancelleria dell’ufficio, ed è altrettanto chiaro che gli intervistatori non sono interessati al danno economico del furto di una penna Bic dall’ufficio. È che rispondere “mai!” fa scivolare nella categoria dei bugiardi, perché è davvero impossibile che non sia mai accaduto, ma anche rispondere “spesso…” è deleterio, perché minimizza quello che, a tutti gli effetti, è e rimane un problema per le aziende.

Ma la domanda più strana e a trabocchetto rimane sempre e comunque “Cosa faresti se vincessi tot milioni di euro alla lotteria?”, perché nella risposta c’è tutta la propria motivazione, passione, etica e trasporto verso il lavoro, ed è ciò che spesso più interessa ai recruiter.

Ufficio
18/09/2019

Le riunioni da remoto sono sempre più la norma e la quotidianità. Vuoi per la sempre maggior diffusione dello smart working, vuoi per contenere tempi e costi dovuti agli spostamenti, vuoi perché i team sono sempre più diffusi e atomizzati è ormai esperienza comune partecipare a video-riunioni, video-call, conference-call e ogni altra remote meeting. Ma averci a che fare spesso non significa anche sapervi partecipare, e sapervi partecipare significa comportarsi nel modo giusto e metterle a frutto, evitando ulteriori perdite di informazioni, tempo, denaro e opportunità.
Come organizzare le riunioni da remoto
Per organizzare le riunioni da remoto e parteciparvi è necessaria prima di tutto la giusta dotazione tecnologica. Un computer ce l’hanno tutti, e normalmente tutti i computer hanno ormai videocamera e uscita audio, ma se è la prima volta con una riunione da remoto è meglio controllare prima che funzioni entrambi (e si sappia come farli funzionare).

Ok l’hardware, ma poi serve anche una buona connessione: una videoconferenza può diventare un calvario se la connessione Internet è debole, bassa o traballante: a volte può essere la connessione in sé a non essere sufficiente, altre volte si è troppo lontani dal Wi-Fi. Meglio fare una prova prima, per essere sicuri che tutto funzioni al meglio.

Infine c’è il software vero e proprio, e il mercato ne offre tantissimi, da quelli gratuiti a quelli aziendali a pagamento con sistemi di protezione delle conversazioni. Anche qui, come con ogni software, è sempre meglio fare una prova prima per essere sicuri di conoscerne il funzionamento.

Ancor più che nei meeting fisici, nelle riunioni da remoto è sempre bene collegarsi qualche minuto prima, annunciandosi con nome e ruolo senza dare per scontato che tutti gli altri sappiano chi siamo e cosa facciamo in azienda. La cosa ideale sarebbe che ci fosse un conduttore della riunione, che di solito è chi la indice inviando comunicazione o invito sul calendar con un certo anticipo, che fa un rapido “giro di tavolo” e ribadisce il motivo del meeting.

C’è poi un ’bout di galateo da osservare, perché nelle riunioni anche la forma è sostanza, e anche in quelle da remoto. Meglio controllare sempre che alle proprie spalle non ci sia nulla di sconveniente o scabroso o che potrebbe urtare la sensibilità degli altri partecipanti (potrebbe essere anche solo un oggetto di una marca concorrente…). Se anche si è a casa e in shorts, almeno sopra abbigliarsi “da ufficio” e non dare la sensazione di essere capitati per caso. Non fare altro durante la riunione (paradossalmente ci si “nasconde” meglio in una riunione al tavolo che online, specie quando è in video). Prestare attenzione alla gestualità, ricordandosi sempre che si è in pubblico.

Sarebbe buona norma anche avere un canale secondario di comunicazione, da usare sia nel caso la comunicazione cadesse che per scambiarsi messaggi tra colleghi nel caso di dubbi o idee improvvise: può essere per esempio una chat whatsapp tramite la quale commentare le posizioni della controparte prima di ribattere.

Infine è importante avere strumenti per condividere informazioni e materiali, tenere traccia dei punti trattati e rendere davvero produttiva la riunione da remoto: da un documento condiviso, che è il minimo indispensabile, anche le presentazioni e fino ai tool che aiutano a smarcare i punti importanti della riunione, oggi la tecnologia mette a disposizione davvero tante possibilità di rendere ancora più produttiva una riunione da remoto.

Idee
17/09/2019

In uno dei nostri recenti articoli, abbiamo preso in esame il sistema GTD® come metodo per avanzare di ruolo in azienda. Ti abbiamo spiegato cos’è, come funziona e come applicarlo allo sviluppo professionale. Ogni persona possiede caratteristiche diverse e ciò che funziona per una può non dare i frutti sperati a un’altra. Noi suggeriamo sempre di provare diverse tecniche finché non trovi quella più adatta a te e al tuo approccio, o anche di adattare una tecnica – magari semplificandola, se necessario, per migliorarne l’efficacia. Oggi, quindi, desideriamo parlarti di un altro strumento per aumentare la produttività e che può fare al caso tuo: il metodo Don’t break the chain – ossia, “Non spezzare la catena”.
Perché questa tecnica?
È un metodo che fa leva sulla costanza nell’eseguire moderate azioni giornaliere con l’intento di centrare un obiettivo a medio-lungo termine. Quante volte ci è capitato ad esempio di pensare “Cerco un lavoro più in linea con le mie passioni” o “Da domani, contatto trenta nuovi potenziali clienti al giorno”. Anche nella vita privata capita spesso. Soprattutto all’inizio dell’anno. Spesso per una dieta o nel tentativo di mangiare più sano. I primi giorni vanno alla grande, forti dello slancio e dell’entusiasmo verso questo nuovo obiettivo ma poi, iniziamo a saltare qualche giorno finché quel sogno sperato non diventa un altro ricordo chiuso nel cassetto. Qual è la chiave allora per tenere aperto quel cassetto e lavorare costantemente alla realizzazione dei tuoi obiettivi? Magari questa tecnica fa al caso tuo!
Come funziona?
Innanzitutto, devi avere ben chiaro l’obiettivo che vorresti realizzare. Cerca di essere specifico: “voglio trovare nuovi clienti” – se, ad esempio, lavori in proprio – è troppo vago e si corre il rischio di non individuare una reale via da percorrere con azioni concrete. “Desidero contattare aziende nel settore della ristorazione” ci permette già di focalizzare l’attenzione. Sii anche realistico: forse trenta potenziali clienti da contattare al giorno è un numero troppo elevato da inserire nella tua pianificazione lavorativa, ma magari cinque è fattibile. Ricordati di pensare ai giorni in cui sarai più impegnato e prendi quelli come punto di partenza per stabilire un numero adeguato. La regola numero 1 di questo metodo è proprio di eseguire piccoli passi ma costanti, giorno dopo giorno.

Utilizza un calendario
Una volta che hai stabilito le azioni da compiere ogni giorno verso il raggiungimento del tuo obiettivo a medio-lungo termine – ad esempio cinque potenziali nuovi clienti da contattare al giorno nel settore della ristorazione – sei pronto per il calendario. Questa tecnica, infatti, prevede l’utilizzo di un semplicissimo calendario ma con tutti i giorni dell’anno in un’unica pagina. Ogni giorno, dopo aver terminato l’azione che ti sei prefissato di compiere, contrassegna con una X (magari bella colorata!) il giorno in questione e fai la stessa cosa domani, dopodomani e nei giorni seguenti. Se preferisci, puoi anche servirti di un’app: l’importante è utilizzare un metodo che ti si addice, a cui puoi accedere con facilità e visualizzare quotidianamente. Dopo qualche giorno, inizierai a vedere una catena di X e il tuo scopo è di non spezzarla ma di continuare ad allungarla sempre di più.
Perché questo metodo è efficace?
Noi lo troviamo efficace perché non propone un singolo grande sforzo ma piccoli passi costanti da compiere giorno dopo giorno. Non caliamo cinque chili iniziando dal nulla ad andare in palestra tutti i giorni per una settimana con il rischio di sentirci stanchi, demotivati e demoralizzati. Sono le piccole azioni quotidiane che, sommate nel lungo termine, ci conducono a risultati importanti nel tempo. Questo perché ciò che stiamo in realtà facendo è la creazione di una nuova abitudine a cui dobbiamo dare il giusto tempo per integrarla completamente nella nostra giornata. Iniziando con un’azione moderata sarà sicuramente più facile; e vedere tutte quelle X sul calendario ci fornirà la motivazione (e soddisfazione!) per continuare il nostro percorso.

Esempi di applicazione sul lavoro
Questa tecnica può essere applicata nella vita privata come sul lavoro. In ufficio, possiamo utilizzarla per imparare una nuova abilità oppure per eseguire un progetto di ampie dimensioni pianificato in diverse attività per assicurarci di essere in linea con le scadenze preventivate. Possiamo servircene per riorganizzare la posta elettronica o un faldone se desideriamo disporre di un sistema più efficiente, e quindi più produttivo, o per la realizzazione di un nuovo piano di lavoro. La versatilità e la semplicità sono sicuramente i punti di forza di questo metodo che, se applicato pian piano giorno dopo giorno – con costanza – può aiutarti veramente ad aumentare la produttività e a raggiungere il tuo obiettivo!

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Ci auguriamo che questo articolo ti abbia incuriosito a provare questa tecnica sul lavoro. L’hai già testata con buoni risultati? Condividili con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

 

Idee
17/09/2019

Basta, cambio vita. Chi non l’ha detto o pensato almeno una volta nella sua esistenza? E normalmente quando si tratta di cambiare vita non si pensa solo a cambiare lavoro, ma proprio ad andare altrove, in un altro Paese. Le motivazioni possono essere diverse: maggiori opportunità di carriera, voglia di fare un’esperienza diversa, maggior work-life balance, o qualità della vita, o supporto sociale. Già, ma dove andare? Se si cerca il meglio, c’è da qualche anno uno strumento utile almeno per farsi un’idea: Expat Insider è il sondaggio che InterNations realizza da 6 anni tra la più grande comunità di expat al mondo (3,6 milioni di persone)
I migliori Paesi dove emigrare per lavoro
ExpatInsider nasce da un sondaggio e, seppur in modo soggettivo, raccoglie dettagliate informazioni su qualità di vita, facilità di trasferimento e insediamento, vita lavorativa, finanza personale, costo della vita e vita familiare nei paesi in cui si trovano i membri di InterNations.
Cambio vita: dove andare
Secondo l’indagine Expat Insider 2019 i migliori Paesi dove andare per cambiare vita sono Taiwan, Vietnam e Portogallo (perfetti per chi vuole un trasferimento facile e migliorare in fretta il proprio aspetto finanziario). Nella Top 10 si trovano anche Messico, Spagna, Singapore, Bahrein, Ecuador, Malesia e Repubblica Ceca.
Cambio vita: i Paesi da evitare
Tra i Paesi da evitare c’è una brutta sorpresa, almeno per noi: insieme a Kuwait e Nigeria, dove secondo gli expat di InterNations ci sarebbero le maggiori difficoltà per stabilirsi e la peggior qualità della vita, c’è anche il nostro Paese, il peggiore dal punto di vista della vita lavorativa. Solo il 16% degli expat suggerirebbe di trasferirsi in Italia per lavoro, e con bassi indici in termini di opportunità di carriera, di miglioramento finanziario e di prospettive economiche complessive il nostro Paese si classifica al penultimo posto (63 su 64) tra quelli in cui emigrare per lavoro.

Certo, tutti apprezzano il nostro clima, l’arte e il cibo ma non sono buoni motivi per andare a cercare fortuna professionale all’estero. E forse nemmeno per continuare a cercarla qui.

Idee
11/09/2019

Il metodo giapponese delle 5S è un sistema ormai adottato tutto il mondo per riorganizzare ogni aspetto del proprio lavoro quotidiano e riuscire a lavorare meglio, in modo più efficiente e con meno stress e fatica. Il metodo nasce dalla tradizione minimalista giapponese di eliminare tutto ciò che è superfluo, accessorio e spreco, ed è adattabile a qualunque attività lavorativa.
Il metodo giapponese delle 5S per migliorare il tuo lavoro
Le 5 S del della procedura indicano altrettanti termini giapponesi che indicano i cinque passi da fare per implementare la metodologia:

Seiri – separare
Seiton – riordinare
Seiso – pulire
Seiketsu – sistematizzare o standardizzare
Shitsuke – diffondere o sostenere

Come si vede anche dall’immagine che lo rappresenta il metodo giapponese delle 5S è una procedura circolare per la quale la difficoltà sta soprattutto nel dare continuità e farla propria in modo sistematico.
Seiri – separare
Il Seiri è la prima S. Significa separare ciò che serve da ciò che non serve al proprio lavoro, qualunque esso sia, dalla manifattura alla postazione in un coworking. Separare ed eliminare significa ridurre distrazioni e interferenze nel flusso lavorativo, qindi più qualità e produttività.
Seiton – riordinare
Tenuto solo ciò che è essenziale, si tratta di riordinarlo per poterlo avere a disposizione in modo efficace ed efficiente quando serve.
Seiso – pulire
Separato e riordinato, poi si tratta di mantenere ordine e pulizia, in netto contrasto con l’idea che il disordine sia prodromico alla creatività.
Seiketsu – sistematizzare
Forse il Seiketsu, lo sistematizzare, è il punto più difficile per i molti lavori che non prevedono flussi di lavoro regolari. Ma all’interno del metodo giapponese delle 5S standardizzare significa prima di tutto fare in modo che i passi precedenti, e quello successivo, diventino un’abitudine quotidiana che migliora di giorno in giorno.
Shitsuke – diffondere
La quinta S ha a che fare con la costanza nel tempo, con il fatto di aver introiettato le prime 3 S e, tramite la quarta, si riesce a farla propria in ogni aspetto della vita. Ha un ’bout a che fare con la disciplina, molto di più con la costanza, ed è un ’bout come con le buone abitudini, che una volta prese non bisogna mollare e tornare a quelle cattive.

Photo: Respublika Narodnaya, original work by Nikita Klyuchko [CC BY-SA 4.0], via Wikimedia Commons

Idee
09/09/2019

Gli individui, soprattutto quando si tratta di freelance e professionisti, possono promuovere se stessi esattamente come si fa con un azienda. Tutto sta nel diventare il marchio di se stessi. O saper fare personal branding, come si dice oggi. Il che ha implicazioni molto più profonde di quelle che si possono immaginare: il personal branding è ciò che permette di distinguersi da tutti gli altri che più o meno competono per gli stessi obiettivi, e distinguendosi permette di comunicare il proprio modo di lavorare, le proprie competenze o addirittura i propri valori.

Fare personal branding non si improvvisa, e anzi è un processo quotidiano, che richiede tempo, risorse e sforzi. Ma con alcuni punti fermi ben chiari è anche un processo potenzialmente irreversibile e dalle numerose implicazioni:

Distinguersi dalla concorrenza
Comunicare la propria esperienza
Creare nuovi contatti
Aumentare le opportunità di business o carriera
Attirare talenti
Trovare clienti
Incontrare partner

7 consigli per fare personal branding
1. Identifica il tuo pubblico di destinazione e l’industria
Banale ma necessario: il settore in cui operi, o meglio ancora una nicchia di settore, è la dimensione giusta per cominciare a costruire il proprio personal branding. Tanti sono sviluppatori, pochi possono ambire a essere versi esperti di sviluppo di App per la produttività per dispositivi Android. Le persone di quella nicchia saranno il proprio target di riferimento.
2. Dimostra esperienza nel tuo settore
Dimostrare esperienza nel tuo settore è la chiave per un vero ed efficace personal branding. Essere aggiornati, competenti, informati, precisi ed accurati è il segreto per diventare un punto di riferimento, in azienda come in un intero settore industriale o online. Senza competenza non c’è valore, e quindi nemmeno marchio.
3. Condividi la tue esperienze
Ok la competenza, ma senza condividerla non serve a nulla. L’ideale sarebbe avere una presenza online e una offline. Non necessariamente un blog o una pagina social, può essere utile partecipare all’intranet aziendale, o rendersi disponibili per i momenti di formazione o partecipare a eventi e simposi. Insomma, condividere ciò che si sa, che non implica veder erodere la propria posizione ma anzi rafforzarla.
4. Scegli come comunicare con il tuo pubblico
Un sito Web è la soluzione forse più banale. Può funzionare anche un profilo social, o magari utilizzare gli strumenti aziendali – come le varie Intranet o gruppi – per far conoscere il proprio valore. È in parte personal branding e in parte networking, e funziona. Nel caso di un freelance c’è una ulteriore domanda da porsi: che canali usano le persone alle quali ci si rivolge? Magari i creativi usano più Instagram e le figure manageriali più Linkedin, e allora è proprio su quel canale che bisogna andare a fare personal branding.
5 Mantieni i profili social a livello professionale
Ci sono i canali “aziendali” che riguardano la propria attività e ci sono quelli personali, soprattutto quando si parla di social. Non è bene mischiare le due cose, ma anche il profilo personale può essere utile per fare personal branding, soprattutto se si evita di personalizzarlo troppo: ok a esprimere il proprio parere o punto di vista, o anche a dimostrare le proprie passioni, ma quando la platea si allarga è bene evitare riferimenti troppo personali, per esempio a famiglia e figli.
6 Conversa, non declamare
Fare personal branding significa comunicare, ma nel senso di conversare, essere aperto alla discussione bidirezionale mantenendo un tono pacato, aperto e collaborativo. Imporre il proprio parere, declamare senza confrontarsi è invece un boomerang per la promozione di se stessi.
7 Trova il tuo stile
Lo stile è l’anima di un brand, e ciascuno deve avere il proprio. Soprattutto all’inizio la tentazione di copiare è tanta, ma la genuinità paga sempre, e la cosa migliore è avere un proprio stile per distinguersi dagli altri.

Idee
06/09/2019

Essere un freelance è una condizione molto diffusa nell’odierno panorama del mondo del lavoro, in particolare in alcuni settori che per loro natura sono molto fluidi, funzionano e progetti, vivono di picchi e cali della domanda e necessitano di professionalità specifiche. Sono per esempio il settore della formazione e dell’istruzione, anche aziendale, quello finanziario e ancor più assicurativo, quello della comunicazione, soprattutto nel digital e nel mondo ICT di programmatori e sviluppatori. Tuttavia, in particolare nel nostro paese, si fa ancora molta confusione tra freelance e liberi professionisti, e tra freelance e consulenti, e non sempre è ben chiaro cosa significa essere un freelance.
Cosa significa essere un freelance
Il termine freelance è di origine anglosassone e in origine identificava i soldati di ventura, o mercenari. Freelance = lancia libera, soldati che combattevano con le proprie armi al soldo (da cui soldato) di chi li pagava meglio. Tra i primi a usare il termine c’è Walter Scott nel suo romanzo storico Ivanhoe, e oggi per freelance si intende qualunque lavoratore autonomo assoldato per un compito da uno o più committenti.

In Italia però esiste anche la figura del libero professionista, che è pur sempre un lavoratore autonomo che presta la propria professionalità a uno o più committenti, e che tuttavia nel nostro Paese è di norma iscritto a un albo professionale o a un’associazione di categoria. L’iscrizione a un albo o a un’associazione lo rende di fatto un ’bout meno libero, sia dal punto di vista deontologico che, in positivo, dal punto di vista delle tutele poiché l’appartenenza a un albo o associazione dovrebbe essere in teoria soggetta a determinati vincoli – e in effetti così è, a meno di raggiri e truffe – e sempre in teoria dovrebbe tutelare il mercato e la possibilità di svolgere quella professione – ma non sempre così è, nella pratica.
I Pro e i Contro dell’essere un freelance
In ogni caso, oltre alle distinzioni formali e al netto di situazioni particolari, essere un freelance significa accettare da subito alcuni Pro e Contro.

Come prima cosa è necessario aprire una posizione contributiva, che nella stragrande maggioranza dei casi è una Partita IVA ma non è l’unica forma per poter lavorare (e pagare le tasse) da freelance. Serve anche una posizione previdenziale, che può essere all’INPS oppure alle casse previdenziali degli albi professionali, e tra i contro c’è senza dubbio il fatto di doversi occupare in prima persona di queste cose, dalle scadenze ai versamenti (a meno di non rivolgersi a un commercialista, cosa che però comporta dei costi).

Essere un freelance e collaborare a progetto o in modo continuativo ma non esclusivo con un committente significa anche non avere né tutele né agevolazioni, dalla maternità alle ferie, dalla malattia agli infortuni. O meglio: alcuni istituti di previdenza professionali prevedono forme di maternità, ma il più delle volte sono in funzione di quanto versato in precedenza, e altri prevedono forme di tutela da malattia e infortunio a pagamento. Altri oneri di cui farsi carico in pratica in prima persona.

Normalmente una collaborazione come freelance funziona in base a una lettera di incarico, o a un contratto con un inizio e una fine, e queste sono le ipotesi migliori perché spesso non c’è nemmeno quello. Tutto è bene finché finisce bene, ma nel caso di mancati pagamenti è davvero difficile ottenere il dovuto anche a fronte di un vero contratto: tra mediazioni in camera di commercio e ricorsi al giudice possono passare anni e possono volerci un sacco di soldi per ottenere poco o nulla. È un “rischio di impresa” da mettere in conto quando si patteggia un compenso.

Se poi si scivola nella dimensione del collaboratore fisso a partita IVA ci si ritrova a essere un finto freelance con gli obblighi di un dipendente ma senza le sue tutele: la legge vorrebbe e dovrebbe dissuadere questo genere di situazioni, ma in realtà esistono e non sono poche.

Incombenze gestionali, costi a proprio carico (dai trasporti alla strumentazione e senza dimenticare la formazione), assenza di tutele, incertezza economica sono senza dubbio tra gli aspetti negativi dell’essere un freelance. Ma poi ci sono anche degli aspetti positivi, che si possono riassumere nell’evocativo termine di libertà.

Un freelance formalmente non ha vincoli di subordinazione, il che significa gestire autonomamente i propri orari e il luogo di lavoro: senza arrivare alla condizione di nomadi digitali, si può decidere di lavorare dove meglio si crede, dai coworking alle località di vacanza, con l’unico vincolo di rispettare le scadenze.

La libertà è una forma di disciplina ma è anche un mondo di opportunità: diversi committenti, diverse esperienze, significano anche continuo aggiornamento professionale, essere un passo avanti rispetto ai dipendenti che svolgono più o meno lo stesso lavoro sempre nella stessa azienda, nonché significa poter espandere il proprio network di contatti e, in definitiva, crescere professionalmente.

Ecco, essere un freelance significa sostanzialmente investire su se stessi, sulla propria professionalità e sulla propria capacità di rimanere sul mercato, offrendo servizi ad alto valore aggiunto. Fatto questo che spesso rende i freelance particolarmente appetibili per le aziende e quindi ricercati.

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Idee
04/09/2019

In un mondo che deve ancora risolvere il problema del gender gap – in termini di opportunità e condizioni economiche nel mondo del lavoro – e quello del sessismo sul lavoro, c’è anche l’altra faccia della medaglia: quando lei guadagna più di lui. Certo, soprattutto nel nostro Paese è ancora una situazione meno diffusa, e però sta cominciando a evidenziarsi con una serie di problemi evidenziate da statistiche attendibili. Per esempio secondo uno studio della Booth school of business dell’università di Chicago, quando lei guadagna più lui aumentano del 50% le probabilità di divorzio, e il motivo è lui, che soffre di questa situazione. Sofferenza che il Journal of Personality and Social Psychology identifica come inadeguatezza e frustrazione che portano a inevitabili tensioni di coppia.

Non solo: secondo un’altra ricerca, all’aumentare del divario salariale a favore di lei all’interno della coppia, aumenterebbe anche il grado di insoddisfazione reciproca, di infelicità e, in definitiva, di rischio di rottura.

Le difficoltà di relazione quando lei guadagna più di lui nascerebbero dal profondo retaggio ancestrale e antropologico per cui lui, l’uomo, è sempre stato quello che andava a caccia per portare a casa cibo e sostegno, mentre lei è sempre stata la custode della casa a cui erano affidati i compiti di cura e accudimento.

Ma ora, con il Novecento, le cose sono cambiate, e prima le donne hanno avuto accesso al mondo del lavoro, poi ne hanno scalato la gerarchia e ora, sebbene tra mille difficoltà, hanno scalzato gli uomini dalle posizioni di comando, cominciando anche, nel loro privato, a guadagnare più dei loro compagni.

Quando questo accade, e soprattutto se non è subito così, è chiaro come sia necessario cambiare copione all’interno della relazione, sia in termini di carico famigliare e domestico che di assegnazione di valore. La chiave è sempre non confondere il valore economico con quello personale, non sovrapporre i due ambiti – professionale e privato – e considerare la coppia come un tutt’uno: evitare la competizione, e la conseguente frustrazione, è il viatico per rendersi conto che così, in casa entrano più soldi, e che questo può essere (potrebbe essere) un bene per tutta la famiglia.

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Idee
02/09/2019

Dar prova di una buona produttività è sicuramente una delle caratteristiche essenziali per mettere in luce il nostro operato a livello professionale. Riuscire a completare attività e progetti nelle tempistiche richieste è segno di un’ottima capacità organizzativa, nonché di impiego di risorse e competenze in grado di farci notare come ideali dipendenti agli occhi del capo. Rappresenta quindi un’eccellente abilità per progredire di ruolo e fare carriera. Per questo, desideriamo spiegarti una tecnica di organizzazione delle attività che ti consentirà di portare a termine i compiti da eseguire: il metodo GTD® di David Allen.
Cos’è il metodo GTD®?
Si tratta di un sistema, diventato ora un modello manageriale vero e proprio, per gestire informazioni, impegni, attività e progetti. Tale metodologia si basa sul concetto che la mente umana non è fatta per trattenere idee ma per crearle. Come una spugna, assorbiamo continuamente nuovi input e informazioni dall’ambiente che ci circonda e siamo soggetti a innumerevoli distrazioni – consapevolmente o meno. In ufficio, si aggiungono inoltre quelle attività inaspettate, come può essere una telefonata, che interrompono il flusso di ciò che stiamo facendo. Cercando di tenere tutto a mente, il rischio è di sentirsi a breve totalmente sopraffatti dalle numerose attività ancora da compiere. Il segreto di questo metodo? Aiuta a liberare la mente dal dover ricordare ogni data, dettaglio o impegno. Esternalizzando tale compito, il cervello ci aiuterà a svolgere le azioni. Ma scopriamo insieme come funziona!
Raccolta ed esame
Per prima cosa è necessario raccogliere tutte le attività da monitorare, eseguire o ricordare, che siano state create da noi in quel momento o che ci siano state trasmesse dall’esterno. Per farlo, ci serve un supporto adeguato come ad esempio dei raccoglitori documenti, un bloc-notes, un foglio di calcolo, un’app o una combinazione di questi. L’importante è utilizzare un sistema semplice, che sia adatto a noi e al nostro personale stile individuale – non vogliamo cadere nella trappola del “Che fatica, lo faccio dopo”! A questo punto, dobbiamo chiederci se quell’elemento necessita di una particolare azione. Sì? Farla subito se richiede meno di due minuti o in caso contrario, pianificarla o delegarla. Se invece la risposta è No, possiamo cestinarla se non serve o archiviarla per consultazione futura. Un esempio? Riceviamo un’email da una collega per confermare un aspetto di un progetto in consegna. Se dobbiamo solamente confermare, lo possiamo fare subito o chiederle di rivolgersi al collega adeguato in caso di delega. Ci viene spedito il manuale aggiornato della stampante? Non ci sono azioni da eseguire in merito e possiamo tranquillamente archiviarlo per quando ci servirà.

Organizzazione, revisione ed esecuzione
Per una buona gestione, il suggerimento è di chiedersi sempre qual è la prossima azione che va eseguita per prima. Questa, insieme alle successive, dovrà essere riportata in una to-do list su un supporto di nostra scelta. Può trattarsi di una sola azione che si conclude con il relativo svolgimento (ad esempio, una telefonata) o parte di un progetto che avrai scomposto in un elenco di azioni eseguibili e importanti al relativo compimento. Un modo per categorizzare tali azioni è per contesto, ossia in base alla tipologia – tutte le chiamate insieme – o in base al luogo in cui è necessario svolgerle. Un altro aspetto essenziale da integrare è il calendario per tutte quelle voci che presentano una scadenza. Tale sistema non sarebbe ottimale se non venisse dedicato tempo alla revisione: giornaliera per le azioni prioritarie, settimanale per progetti e scadenze, e mensile per gli obiettivi a breve termine. E ovviamente, al centro del sistema vi è l’esecuzione dei compiti. Sarebbe controproducente un modello gestionale che spreca troppo tempo proprio nell’organizzazione. Lo stesso Allen suggerisce infatti che se si riesce a rendere facile e divertente lo svolgimento delle attività da compiere, si sarà meno inclini a sovraccarichi e procrastinazione. Dai quindi libero sfogo alla tua creatività!
Perché con me non funziona?
Il sistema GTD® può sembrare complesso e di difficile approccio, all’inizio. In realtà, esaminandolo meglio, noterai quanto sia personalizzabile in base al TUO modo di lavorare e alle TUE esigenze. Laddove riscontri delle attività vaghe o non ben definite, esaminale, chiarificale e semplificale. Stai inserendo tutti gli impegni? Ciò che hai raccolto è chiaro, eseguibile e focalizzato sui risultati? Stai attribuendo alle attività la giusta priorità? Non devi implementare tutti i consigli sulla produttività, ma quelli giusti per te. Al capo, vorremmo riuscire a dimostrare di poter gestire alla perfezione 50 progetti in contemporanea. Ad occhi chiusi. Mentre facciamo una capriola. Essere realisti però è essenziale per creare un’organizzazione ottimale. In un precedente articolo ad esempio, ti abbiamo fornito alcuni trucchi per migliorare la tua to-do list.

Come posso utilizzare questo modello nell’avanzamento di carriera?
Come abbiamo visto, il metodo GTD® consente di creare un sistema in cui la priorità è attribuita ad azioni eseguibili e di maggiore importanza per portare a termine attività, impegni e progetti entro le scadenze concordate. Scomponendo i progetti in singole azioni, saranno subito più gestibili e potrai dar prova di ottimo controllo, organizzazione ed efficienza. La tua mente sarà quindi libera di focalizzarsi su nuove idee da proporre e tu guadagnerai serenità e positività sul lavoro. A noi, sembrano ottimi motivi per affidarti nuove responsabilità se fossimo il tuo capo!

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Speriamo di averti offerto spunti interessanti per adottare questo metodo in ufficio. L’hai già provato con buoni risultati? Condividili con noi sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.