Idee
30/01/2015

In un mondo sempre più orientato all’innovazione non è banale sapere da dove nascono competenze come la creatività e il cosiddetto pensiero laterale. E tra i tanti fattori che possono influenzare i livelli di creatività un ricercatore della Concordi’rounds John Molson School of Business ha voluto capire se può rientrare anche la struttura sociale del paese di provenienza.

Ovvero: la creatività dipende anche da dove nasciamo? O meglio: vivere in un paese spiccatamente individualista rispetto a uno di mentalità più collettivista influenza la creatività e l’innovazione?

Il professor Gad Saas ha condotto una serie di test tra gli studenti delle università di Montreal (Canada, considerato un paese individualista) e Taipei (Taiwan, di mentalità più collettivista) valutando 5 fattori comuni a ogni tecnica di brainstorming:

1. Il numero di idee generate
2. La qualità delle idee
3. Il numero di pareri negativi per ogni gruppo (cose come: “Questa è un idea assurda”)
4. L’intensità dei commenti negativi (“Questa idea non funziona” è ben diverso da “Questa è un’idea stupida”)
5. Il livello di abitudine a valutare la propria performance creativa rispetto a quelle di altri gruppi di confronto

I risultati – pubblicati sul Journal of Business Research – accreditano il fatto che quando si tratta di creatività, gli studenti canadesi hanno dimostrato di produrre più idee in generale, con anche un livello superiore di commenti negativi; ma dal punto di vista della qualità delle idee (valutate da un comitato indipendente) sono gli studenti di Taipei ad aver raggiunto performance migliori.

“Per massimizzare la produttività dei gruppi di lavoro sempre più internazionalizzati, manager e aziende globali devono tener conto delle differenze culturali, soprattutto tra paesi occidentali e orientali” ha commentato il professor Saad.

Idee
29/01/2015

Sembra una notizia incredibile, eppure secondo quanto riporta il sito de La Stampa un’azienda giapponese – la Ferray Corporation di Tokio – avrebbe assunto per 9 gatti da ufficio per abbassare il livello di stress dei dipendenti e migliorare la produttività.
Ora i lavoratori, invece di fare a gara fra di loro per conquistare il favore del capo, fanno a gara a coccolare i mici. Lo spirito di squadra, hanno affermato, si è rafforzato.
Secondo quanto riporta La Stampa – che cita a sua volta il Mirror inglese – ci sarebbero anche bonus e benefit per i dipendenti che volessero adottare un animale da compagnia.

Ma in Italia una cosa del genere potrebbe funzionare?

Ufficio
27/01/2015

Spettegolare sulle star di Hollywood è tutto sommato divertente e innocuo. Ma è quando i pettegolezzi toccano colleghi, capi e clienti che la domanda sorge spontanea: il gossip al lavoro è lecito oppure controproducente?

Ha provato a dare una risposta una ricercatrice olandese, Lea Ellwardt del Dipartimento di Sociologia dell’Università di Groningen, partendo dalla domanda: si spettegola perché si è amici oppure si diventa ‘amici’ (anche al lavoro) perché si spettegola?

Be’ la risposta, dopo 1 anno di monitoraggio e interviste ai lavoratori di un centro sanitario, è in qualche modo sorprendente: ovviamente le persone che si conoscono meglio e che si fidano reciprocamente di più, tendono anche a condividere pettegolezzi anche negativi; ma la vera sorpresa è data dal fatto che a lungo andare il condividere pettegolezzi porta a cementare i rapporti interpersonali e ad aumentare la coesione tra colleghi.

Ora, questa non è una regola valida in assoluto: se fino a un certo livello spettegolare aumenta anche lo spirito di collaborazione, oltre la soglia cosiddetta ‘boomerang’ si finisce per rimanere isolati, disgregando il patrimonio di fiducia e simpatia da parte di chi ci circonda.

Ufficio
22/01/2015

Un servizio di bellezza a portata di scrivania, operativo full time, che può raggiungervi sia in pausa pranzo che a fine giornata lavorativa. In pratica, una via di mezzo tra il centro estetico (o un salone di hair-style) sempre aperto e la consegna a domicilio.
Ne scrive Eleonora Negri su Vanity Fair e pare essere l’ultima tendenza dei servizi on-demand negli uffici di New York, Londra e anche Milano.

Se la manicure in pausa pranzo o la piega alle 18:00 sono ormai antiquate, sono sempre più le catene (come le newyorkesi CityMani o Glamsquad) che offrono servizi di beauty on demand direttamente alla scrivania. Una moda già importata a Milano da Glitter Nail Bar che dal lunedì al venerdì, dalle 18:00 alle 21:00 può far arrivare in ufficio una manicurist che in 15’ si può occupare di tagliare le cuticole, limare la forma dell’unghia e applicarvi la crema e infine lo smalto (costo 10 euro).

Oppure c’è Beaù London, un nuovo salone di hair-styling a Catania (ma anche a Londra, come si evince dal nome) che arriva direttamente in ufficio con tutto l’occorrente e per 50 euro offre il servizio di piega express.

E ancora a Milano offre i suoi servizi di nail-art Bahama Mama, con prezzi che dipendono dal numero di colleghe che intendono sistemare le unghie prima di un appuntamento importante.

Ufficio
20/01/2015

In un clima economico sempre più competitivo e veloce, per manager e aziende diventa sempre più importante capire le dinamiche delle relazioni interpersonali e il modo in cui incidono sulla produttività e sull’efficienza delle organizzazioni. In questo sono spesso aiutati da studi psicologici come quello condotto da Edgar H. Schein, psicologo, professore della MIT Sloan School of Management e autore di “L’arte di fare domande. Quando ascoltare è meglio che parlare” (Guerini edizioni, pp. 138, 16 euro) intervistato da Alice Facchini per Repubblica.
Come si può far sì che la comunicazione funzioni?
“In una cultura che privilegia l’affermazione rispetto alla domanda, dobbiamo imparare a chiedere di più. In un mondo sempre più complesso, interrelato e culturalmente diversificato, non possiamo illuderci di comprendere persone di cultura professionale, lavorativa e nazionale diversa, se non sappiamo fare domande e costruire relazioni fondate sul rispetto reciproco”

Il libro di Schein è particolarmente utile a chi occupa posizioni di leadership, perché la difficoltà nel domandare cresce di pari passo con l’aumentare del livello gerarchico. “Quello che scegliamo di domandare, quando lo domandiamo, con quale atteggiamento lo facciamo, sono tutti elementi chiave per la costruzione della relazione, per la comunicazione e per l’efficacia nel raggiungimento degli obiettivi”.

L’autore fornisce anche alcuni consigli concreti. Innanzitutto, è meglio fare domande aperte, che non presuppongono un semplice “sì” o “no” come risposta. Conviene essere sempre sinceri, senza tenere nascosta nessuna informazione. Chiedere all’interlocutore di fornire un esempio a ciò che dice è inoltre un modo efficace per mostrare curiosità e anche per chiarirsi le idee riguardo a un’affermazione troppo generica. Se si fa una domanda in un contesto di gruppo è importante consentire a ciascuno di prendere la parola.

E quando, invece, siamo noi ad essere interrogati? Prima di rispondere, suggerisce Schein, è bene informarsi su cosa l’altra persona voglia effettivamente sapere, senza dare per scontato nulla.

Idee
19/01/2015

Se vi siete alzati particolarmente tristi, depressi e motivati, almeno non fatevi prendere dal panico: è tutto calcolato, oggi è il Blue Monday, il giorno più triste dell’anno.

A ‘calcolare’ questo ’triste’ primato ci ha pensato uno studio dell’Università di Cardiff sommando il freddo, la poca luce diurna, qualche debito dovuto alle spese di Natale e fine anno e il risultato del tutto che confluisce nella scarsa motivazione.

C’è anche chi avanza qualche dubbio sulla scientificità del tutto (in realtà il calcolo sarebbe finalizzato a una campagna pubblicitaria di un tour operator inglese, che dai primi anni Duemila sfrutta il tutto per promuovere viaggi last minute) ma insomma, i possibili rimedi al Blue Monday sono in realtà sempre validi: darsi una mossa, mangiare con attenzione alla qualità e alla freschezza dei cibi ed essere socievoli con colleghi, amici e parenti.

Idee
16/01/2015

Ok, durante le vacanze natalizie, tra cene, cenoni, aperitivi e pranzi ci siamo concessi più di uno strappo alla regola. Ma ora che siamo tornati alla regolarità delle nostre giornate in ufficio, è anche ora di rimettersi in riga, e magari recuperare qualcuno di quegli etti (chili?) accumulati durante le feste. Come fare? Ecco cosa preferire a pranzo a seconda che si mangi in mensa, al bar oppure alla propria scrivania
Pausa pranzo al bar
Certo, ci sono le sempre valide insalatone, ma per evitare un altro sovraccarico è meglio preferire quelle con tanto verde, qualche altra verdura colorata (carote, melanzane, pomodori per esempio) e uno solo di altri ingredienti proteici (da scegliere tra tonno, mozzarella, uova oppure petto di pollo alla piastra).
Panini? Meglio se integrali, meglio se imbottiti con verdura, meglio ancora se con affettati light come il cotto sgrassato o la mitica bresaola.
Pausa pranzo in mensa
Se invece il pranzo al lavoro è nella mensa aziendale, il primo passo per rimettersi in riga è quello di evitare grissini, cracker e pane in coda con il vassoio in mano: meglio resistere e poi cominciare dalle verdure, crude o cotte, che aiutano a sentirsi sazi. Poi tra i primi conviene preferire pasta o riso con verdure piuttosto che quelle con condimenti generosi come carbonara, e se ci sono le paste fresche come ravioli o tortellini assicurarsi che siano ‘di magro’, per esempio con ricotta e una verdura, tipicamente spinaci.
Per i secondi, saltati i formaggi, bene il pesce e la carne magra come pollo o tacchino, il tutto accompagnato da verdure fresche o lesse e senza salse, se non un filo d’olio a crudo.
Inoltre, fuori dai pasti, è sempre bene bere in abbondanza, per favorire la diuresi e contrastare la ritenzione idrica, e prevedere un paio di spuntini, a metà mattina e metà pomeriggio, per placare la fame con frutta fresca, yogurt magri o verdura cruda.

Idee
15/01/2015

In un’epoca di grandi cambiamenti come quella che stiamo vivendo anche i modelli di lavoro sono messi sotto la lente di ingrandimento, per capire come migliorare le performance di produttività di dipendenti e collaboratori e capire in anticipo come sarà l’ufficio del futuro.
Che poi è la domanda posta dalla ricerca condotta da Coleman Parkes Research per conto di Ricoh Europe, facendo immaginare a manager e dipendenti come si lavorerà nel 2036.
In una frase:
Secondo il campione di indagine gli uffici del futuro saranno più interattivi, collaborativi e semplificati rispetto a quelli di oggi grazie a tecnologie e processi che renderanno possibili modalità di lavoro innovative.

Ovvero, soprattutto innovazioni e nuove tecnologie in grado di migliorare l’interazione con i colleghi e semplificare la gestione delle informazioni. Oltre la metà degli intervistati pensa che nei prossimi 10 anni negli uffici saranno disponibili le seguenti innovazioni:
• Strumenti interattivi touch (69%)
• Sistemi di riconoscimento vocale utilizzate per svolgere le proprie attività (60%)
• Occhiali per la realtà aumentata (56%)
Inoltre agli intervistati è stato chiesto quali potrebbero essere i principali benefici di un posto di lavoro tecnologicamente evoluto: ottimizzazione dei processi di business e migliore accesso alle informazioni e possibilità di eseguire il proprio lavoro più rapidamente
Nell’attesa del futuro un dipendente su 3 tra quelli intervistati pensa che la propria azienda non stia realmente cercando di proiettarsi nel futuro e anzi si auspica che cominci da subito a trarre vantaggio dalle tecnologie disponibili:
• Piattaforme per la collaborazione interna, soluzioni web-based per organizzare meeting e follow-me printing sono i sistemi che i dipendenti delle aziende vorrebbero avere a disposizione per migliorare il proprio lavoro oggi
• Per i dipendenti di oggi le informazioni archiviate digitalmente rimangono il più grande asset reso possibile dalla tecnologia, oltre alle e-mail e a Internet
• Il 62% del campione d’indagine ritiene le informazioni digitali fondamentali, ma un sesto non ha possibilità di accedervi

Ufficio
13/01/2015

5 minuti, il tempo di una pausa: è la durata di questo cortometraggio intitolato Lost Cubert, sviluppato da tre studenti di grafica tedeschi (Felix Fischer, Jim Schmidt e Carolin Schramm), che ha già partecipato a numerosi festival d’animazione conquistando premi e apprezzamenti in Germania, Italia, Canada, Regno Unito, Brasile e Messico.