I “peccati nascosti” degli smart-worker
Pubblicato il 8 January 2021

Lo smart working è ormai la nuova normalità. Forzato dalla pandemia di Coronavirus, il lavoro a casa, comunque lo si voglia chiamare – remote working, tele lavoro, home working – è ormai diventato la nuova routine di milioni di lavoratori al mondo. Routine che ha spazzato via quella precedente (doccia – colazione – commuting – ufficio – pranzo fuori casa – aperitivo o palestra – ritorno a casa) e che ha fatto scattare nuovi “peccati nascosti” da parte degli smartworker. Che non sono i benefici, come avere più tempo per stare con i propri cari (lo afferma il 47% degli intervistati di una survey condotta da Kaspersky tra oltre 8.000 lavoratori in tutto il mondo) o risparmiare (un vantaggio per il 41%) tanto che solo il 7% non ha visto nessun vantaggio dallo smart working e non vede l’ora di tornare al lavoro di prima della pandemia.
Ma tra le tante conseguenze della vita in casa, in smart, obbligata dalla pandemia ci sono appunti alcuni peccati nascosti confessati dai lavoratori nella survey di Kaspersky. No, non proprio “quel” genere di peccati, ma sì, al primo posto (48%) c’è il poter lavorare in tuta o in pigiama. Comodi, rilassati, quasi sbracati. Tuta, barba sfatta, capelli scompigliati, niente trucco, sneaker se non proprio pantofole. Il comfort del comfort. C’è di più: l’11% ha addirittura ammesso di lavorare nudi. Senza vestiti. “Nature” come mamma li ha fatti.
Poi ci sono i peccati veniali: svegliarsi 5′ prima della fatidica call del mattino (36%), il bige-watching di Netflix (23%), lavorare sul balcone o in giardino (27%) e indulgere nei piaceri del cibo consegnato a casa (16%).