Reagire al licenziamento: le strategie psicologiche
Pubblicato il 17 February 2020

Reagire al licenziamento non è facile. Anzi, un licenziamento è per tutti un’esperienza traumatica e devastante, e non solo dal punto di vista materiale. Anzi, sono proprio le conseguenze psicologiche le più difficili da affrontare. Secondo il National Bureau of Economics Research più della metà delle persone licenziate ha vissuto in seguito stati depressivi conclamati. E secondo una ricerca della University of Anglia per la metà dei giovani precari a cui non viene rinnovato il contratto si osservano stati dell’umore peggiore di quelli causati dalla fine di una relazione sentimentale.

A mente fredda e distaccata verrebbe da dire che è più una questione materiale che psicologica, e invece non è così: per molti lavoratori, se non per tutti, avere un lavoro, e la posizione che si ricopre, dicono molto, se non quasi tutto, di ciò che si è. Insomma, il lavoro, e il proprio status professionale, sono parte dell’autostima. Se crolla il primo, crolla anche la seconda. Con la conseguenza di finire a mettere in dubbio non solo ciò che si “vale”, ma anche ciò che si è. E magari commettere errori irreparabili nel percorso di ricerca di un altro impiego.

4 strategie psicologiche per reagire al licenziamento

Per questo stanno prendendo piede percorsi di terapia psicologica per affrontare il momento, per questo è utile riuscire a rimanere lucidi e reagire nel modo giusto (che è quello propositivo, e non depressivo). Sì, ma come?

Come prima cosa cercando di essere razionali, evitare di farsene una colpa ed evitare di attribuirsi del disvalore personale. Spesso un licenziamento non ha nulla a che fare con la qualità del proprio lavoro, con il ruolo che si occupa in azienda, con le proprie capacità. Spesso si è licenziati perché si è un numero, e non un nome con un volto. È un’ingiustizia? Sì. Ci si può far qualcosa? No, se non reagire.

Razionalizzare aiuta, ma spesso non mette al riparo dalla rabbia. Meglio la rabbia che la depressione, perché è il primo scatto per reagire, purché si sappia incanalare questo sentimento verso un fine costruttivo. La rabbia è quella dei campioni feriti, che prendono lo slancio per trasformare una sconfitta in un trionfo, e allo stesso modo può essere dopo un licenziamento: “Ah sì? E adesso ti faccio vedere io” deve diventare il pensiero di chi vuole trasformare una delusione in una nuova opportunità.

Razionalmente, e lucidamente (cosa non facile, ma necessaria) un licenziamento può essere anche l’occasione giusta per fare reset della propria vita professionale. Volevo davvero fare quel lavoro? Mi piaceva davvero quel lavoro? E cosa vorrei fare invece? Quali risorse – materiali e di competenze – ho a disposizione per rimettermi sul mercato del lavoro? Ciascuno/a deve costruirsi il proprio percorso, e come detto non mancano i percorsi di sostegno, ma alla fine ci si potrebbe anche sorprendere di voler cambiare vita, e di sapere come farlo.

Saper reagire è il primo mattone della costruzione del proprio nuovo percorso. Che sia durante un nuovo colloquio di lavoro, oppure quando si è impegnati a costruirsi un’attività indipendente, dimostrare solidità verso il futuro e nessun rimpianto o vittimismo verso ciò che è stato è la miglior dimostrazione di essersi messi alle spalle quella (dolorosa) esperienza e di saper guardare avanti.