Smart working o Telelavoro? Le differenze
Pubblicato il 16 September 2020

Ora che la fase più acuta dell’emergenza Coronavirus sembra terminata e molte aziende e attività stanno cercando di tornare ai ritmi pre-COVID, c’è una questione in più da affrontare: se ritornare tutti in presenza in ufficio, con le limitazioni imposte dal fatto che la pandemia non è finita e il contagio è sempre possibile, rimanere al 100% in modalità da remoto, oppure adottare una forma mista, parte in presenza e parte da remoto, come hanno deciso di fare anche molte scuole in tutta Italia.
Ma soprattutto, passata la fase emergenziale, molte aziende e attività stanno cercando di inquadrare meglio le differenze tra Smart Working e Telelavoro. Considerando che ciò che è stato fatto da marzo all’estate, con il blocco improvviso, i divieti alla circolazione, le limitazioni all’accesso alle strutture aziendali, non è stato ragionevolmente né Smart né Telelavoro.
A passare sopra a tutte le implicazioni contrattuali e gerarchiche ci aveva pensato il DPCM del 26 aprile 2020, che di fatto imponeva il ricorso alle modalità di lavoro da remoto per chiunque fosse in grado di farlo. Ma tra Smart Working e Telelavoro ci sono profonde differenze, non solo contrattuali ma anche organizzative, comunicative e relazionali.
Il Telelavoro esiste da molto tempo in Italia, l’ultimo inquadramento di legge è quello del 2004, c’è un contratto nazionale e precisi vincoli sia da parte dell’azienda che da parte del lavoratore: la separazione tra attività lavorativa e famigliare o personale, obbligo di controlli e verifiche da parte del datore di lavoro, obbligo di riposo per il lavoratore (almeno 11 ore al giorno, e sicuramente dalle 24 alle 5 del mattino) e verifiche sulla sicurezza per il dipendente e l’apparecchiatura. In pratica è come il lavoro in presenza, solo che svolto in altra sede.
Lo smart working è tutta un’altra cosa. Anche il lavoro ha alcuni vincoli “contrattuali” (per esempio a parità di mansione deve corrispondere parità di trattamento economico) ma cadono tutti i vincoli di subordinazione. Non c’è un orario preciso di lavoro né un luogo preciso in cui svolgerlo e l’unico rapporto è quello che prevede il raggiungimento degli obiettivi aziendali. In pratica, dato un compito o un obiettivo, lo spazio e il tempo sono autodeterminati, nel bene e nel male.
È allora evidente che lo Smart Working è di fatto un nuovo paradigma di lavoro che mette al centro le competenze del lavoratore, la sua responsabilità nei confronti dell’azienda, e da parte del datore di lavoro un nuovo patto di fiducia legata ai risultati e non alla presenza o all’orario.
Ovviamente uno switch di paradigma così profondo, importante e per certi versi rivoluzionario non poteva avvenire di colpo nei giorni tumultuosi del lockdown. Ma è altrettanto evidente che ora, con le diverse modalità di lavoro che la ripartenza ci impone, e la necessaria flessibilità con cui dovremo reagire ai picchi e cali del contagio, anche le aziende, e con esse i lavoratori, dovranno capire se per i propri obiettivi e la propria organizzazione sarà meglio un normale telelavoro o una vera e propria modalità smart e agile.