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Ufficio
07/05/2020

Conciliare le proprie ambizioni lavorative con il ruolo di madre non è mai stato un compito semplice per moltissime donne. La totale rivoluzione del mondo del lavoro causata dalla pandemia da COVID-19 ha ulteriormente destabilizzato la situazione. Ma forse il nuovo approccio al lavoro flessibile e da remoto, sebbene forzato dal lockdown, potrebbe costituire un’opportunità per le mamme del presente e del futuro. 

Con l’attenzione ai temi del mondo del lavoro e delle risorse umane che da sempre ci contraddistingue, ci siamo quindi chiesti quale sia la situazione in Italia al momento per le lavoratrici con e senza figli.
Attraverso un sondaggio su un campione rappresentativo di 1000 donne italiane tra i 25 e i 45 anni e un commento della scrittrice e giornalista Paola Setti, autrice di “Non è un paese per mamme”, abbiamo tentato di fotografare il quadro italiano per quanto riguarda la condizione attuale delle donne al lavoro, le misure di sostegno applicate dalle aziende per affrontare la pandemia da COVID-19 e le impressioni delle donne italiane e dei loro partner su una possibile riforma dell’attuale congedo di paternità, con un occhio rivolto agli altri Paesi europei. 
Scegliere tra figli e carriera? 
Uno dei dati emersi dal sondaggio, a nostro parere più interessante, riguarda le condizioni attuali del congedo di maternità. Più della metà delle donne intervistate (53%) rinuncerebbe a un aumento dello stipendio del 10% per ottenere condizioni migliori in maternità. 

Dai dati emerge inoltre che molte donne hanno incontrato un qualche tipo di ostacolo legato alla maternità nel corso della propria carriera. Si tratta di più di 1 donna su 2 (56%), tra le quali il 29% ha rimandato la prospettiva di avere figli a causa delle policy o delle impressioni di un datore di lavoro e il 16% ha dichiarato di non aver avuto un figlio per paura di perdere il posto.  

Esaminando nello specifico chi ha subito delle conseguenze vere e proprie per aver scelto di diventare madre, il 17% dichiara di aver avuto delle ripercussioni sulla propria carriera dopo essere rimasta incinta e, tra queste, il 6% ha addirittura subito un licenziamento a causa di una gravidanza. 

“La fotografia è impietosa. Ci dicono i dati che siamo un paese di mammoni che però non ama le mamme: le donne che decidono di fare figli dovrebbero venire premiate e sostenute per aver fatto un regalo non solo a se stesse e alle proprie famiglie, ma alla società intera.”, commenta Paola Setti, “Con l’aggravante che le donne per prime chiedono scusa per il disturbo: lungi dall’essere consce che il sostegno alla conciliazione è un diritto sancito dalla Costituzione, sarebbero disposte a rinunciare a un aumento di stipendio pur di ottenere condizioni migliori. Fare un figlio è ormai una mera questione di bilancio tra costi e fatiche e la natalità è ferma a un preoccupante 1.3, contro un desiderio di 2 figli per donna.”
  
COVID-19 e smart working: il post-pandemia sarà il lavoro flessibile? 
La situazione attuale causata dalla pandemia da COVID-19 ha comportato una ricalibrazione forzata delle modalità di approccio al lavoro. In molti casi, purtroppo, ha provocato un drammatico stop delle attività, per evitare la diffusione del virus e il contagio. 
In altri, fortunatamente, la tecnologia ha consentito ai lavoratori e alle lavoratrici italiane di adattarsi alla situazione straordinaria e di continuare a lavorare da casa, idealmente in un angolo casalingo adibito a ufficio e completo di scrivania, computer e seduta ergonomica.  
Il 41% delle donne intervistate dichiara di lavorare attualmente da casa in modalità smart working, di cui solo il 12% godeva già della possibilità di lavorare da remoto prima della pandemia. 

In questo periodo di sospensione delle attività didattiche, e quindi con i figli a casa, il lavoro flessibile e il sostegno alle famiglie da parte di istituzioni e datori di lavoro è estremamente importante. 
1 donna su 5 dichiara di poter usufruire di turni e orari di lavoro flessibili e il 18% di essere in congedo retribuito. Solo il 4% afferma che il proprio datore di lavoro sta offrendo sostegno attraverso assegni familiari e/o sussidi per spese sanitarie. 
Una notizia positiva su questo fronte arriva anche dal Governo, con l’inserzione di un congedo parentale straordinario nel Decreto Cura Italia, che comporta fino a 15 giorni di congedo retribuito al 50% per genitori con figli fino ai 12 anni. 

“Le soluzioni non mancano e se c’è un lato positivo di questa terribile pandemia è proprio averle messe in campo con la forza dell’emergenza. E’ vero che questa lunga quarantena ha pesato ancora di più sulle spalle delle mamme, che si sono ritrovate con un carico doppio sulle spalle, senza il supporto della scuola. E però è proprio da questa emergenza che possiamo intravedere il cambiamento: ci voleva la peste per attivare lo smart working, allungare i congedi parentali, dare sostegni economici alle famiglie per le baby sitter e in sostanza metterci tutti in condizione di gestire lavoro e famiglia senza rinunciare alla carriera oppure alla genitorialità.”, commenta Paola Setti. 
9 donne su 10 preferirebbero un modello di congedo parentale diverso da quello italiano 
Ben l’81% delle donne intervistate vorrebbe migliori politiche a sostegno della famiglia da parte del proprio datore di lavoro, incluso un congedo di paternità più lungo e maggior supporto per i neo-genitori.  

Sulla base di una potenziale riforma del congedo di paternità come quella introdotta dal Family Act proposto dall’on. Elena Bonetti, ben il 75% delle lavoratrici con figli e il 73% dei loro partner si esprimono a favore di un congedo di paternità più lungo di quello attuale, che per ora prevede solo una settimana di congedo obbligatorio retribuito per i neo-papà. 

Solo 1 su 10 delle donne intervistate si dichiara soddisfatta dell’attuale modello di congedo parentale italiano, mentre il restante 91% vorrebbe vedere applicato un modello diverso. La maggioranza (65%) si esprime a favore del modello norvegese, che prevede 42 settimane di congedo retribuito per la madre e fino a 10 per il padre.  

Su questo punto, l’autrice Paola Setti ha commentato: “L’allungamento dei congedi di paternità è senz’altro uno dei perni su cui puntare. Non solo infatti darebbe un aiuto alle mamme, ma garantirebbe il diritto, oggi molto precario, dei papà al loro ruolo di genitori. Senza contare che forzerebbe il cambiamento dal punto di vista culturale: oggi ai colloqui di lavoro solo alle donne viene domandato se hanno l’intenzione di avere figli, perché si dà per scontato che saranno meno produttive nel momento in cui dovranno occuparsene, anche usufruendo del congedo obbligatorio. Se il congedo e la cura dei figli riguardassero anche i papà si ridurrebbe di molto la discriminazione di genere sui luoghi di lavoro.” 

Idee
13/11/2017

Il 20 novembre viene celebrata in tutto il mondo una ricorrenza a cui, qui alla Viking, teniamo molto: la Giornata internazionale dei diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.
Questa data festeggia l’approvazione della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza che l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite adottò, per l’appunto, il 20 novembre del 1989.
Tra i diritti che devono essere garantiti ai bambini vi sono il diritto di espressione e, non meno importanti, il diritto a giocare e ad esprimere la propria creatività.

Per questo motivo abbiamo deciso di condurre una simpatica quanto divertente indagine sulla fantasia dei bambini a confronto con la realtà.
Abbiamo condotto un sondaggio durante la seconda metà di maggio su 226 gentirori e i loro bambini di età compresa tra i 2 e i 6 anni.
Mentre il 72,5% dei genitori pensa che i loro figli sappiano che cosa fanno al lavoro, in realtà le cose stanno ben diversamente… E ci vorrà ben più di un caffè per far dimenticare la cosa!
Abbiamo infatti posto, in seguito, ai bambni la domanda: «Sai che cosa fanno mamma e papà al lavoro?» Abbiamo ricevuto numerose risposte e leggerle è stato un momento di puro divertimento.
Alla luce dei dati emersi dall’indagine, abbiamo deciso di illustrare le 8 risposte più divertenti.

Le risposte sono assolutamente adorabili e ci mostrano soprattutto che tra la visione fantasiosa dei bambini e la realtà lavorativa quotidiana dei genitori c’è un abisso. Per questo abbiamo intervistato due psicologhe infantili, per saperne di più su questa differenza.
Gitty Feddema e Aletta Wagenaar, due psicologhe infantili olandesi conosciute per aver scritto recentemente un libro intitolato «E se si ricominciasse a educare i nostri figli?» discutono della visione fantasiosa dei bambini tra i 2 e i 6 anni.
Nella fase prescolare il confine tra fantasia e realtà non è così definito. A questa età i bambini ascoltano volentieri storie e fiabe e, in effetti, il processo mentale messo in atto dai bambini quando ascoltano una fiaba o una storia, non viene modificato. Mentre per l’adulto, che legge un libro fantasy, il processo mentale che si innesca valuta continuamente ciò che si legge, determinando se sia effettivamente possibile nella vita reale. In altre parole, distingue cos’è reale e cos’è finzione.
Feddema & Wagenaar sostengono che questo “controllo della realtà” sia influenzato dallo sviluppo del pensiero e si formi nel corso degli anni, grazie alle esperienze e le informazioni che abbiamo assimilato. Grazie a questa consapevolezza e con l’aiuto della nostra capacità di ragionare, miglioriamo la nostra capacità di giudicare gli eventi in funzione della loro importanza o realtà.
Anche voi avete qualche frase adorabile di vostro figlio che vorreste condividere? Fateci sapere sulla nostra pagina Facebook Viking Italia.

Idee
12/06/2015

Mamma “e” lavoratrice o mamma “o” lavoratrice? La differenza è sostanziale, e purtroppo ancora oggi, per molte donne, soprattutto in Italia, carriera e famiglia sono spesso due mondi inconciliabili.

C’è un post di Claudia Voltattorni sul blog La 27^ Ora del Corriere della Sera che ha scatenato parecchio dibattito
Sono una mamma lavoratrice. Una di quelle che incastra pezzetti di vita suoi e della propria famiglia, una di quelle che corre sempre, che vorrebbe una giornata da 30 ore ma che tanto sarebbe lo stesso sempre in ritardo.Sono una mamma lavoratrice felice di esserlo, anzi, di più, convinta di esserlo.

Però a volte anche io ci penso: e se mollassi tutto? E se un giorno mi mettessi solo a “fare la mamma”?
Eppure di mamme di successo, sul lavoro e con i figli, ce ne sono, anche in ruoli di assoluto prestigio, influenza e potere come quelle in questa gallery di Msn.it sulle mamme lavoratrici più potenti del mondo che comprende nomi come influenti come quelli di Anna Wintour direttrice di Vogue (quella velatamente de Il Diavolo Veste Prada, film cult sulla vita da ufficio) o Arianna Huffington co-fondatrice dell’Huffington Post, donne dello showbiz come Angelina Jolie o Beyonce Knowles, donne potenti come Cristine Lagarde direttrice del Fondo Monetario Internazionale o la nostra Emma Marcegaglia, prima donna presidente di Confindustria e dal 2003 mamma di Gaia.

La domanda per molte è: ma come fanno? Le risposte (perché sono tante, e mai una sola) forse è in un libro (I Know How She Does It della guru americana del time management Laura Vanderkam) di cui parla Entrepeneur.com. La Vanderkam ha intervistato qualcosa più di 1.000 donne che guadagnano più di 100.000 dollari l’anno e ha scoperto le loro strategie per conciliare vita, famiglia e lavoro. Eccole.

Applicare lo split shift. Ovvero l’alternanza del tempo per il lavoro con quello per la famiglia. Per esempio lavorare finché i figli sono a scuola, poi dedicarsi esclusivamente a loro e tornare a lavorare un po’ una volta che sono a letto a dormire.

Rispettare le to-do-list. Quando si lavora non ci si occupa dei figli, e viceversa. Ovvero non si risponde alle mail quando si è al parco con i bambini, e non si va a comprare il quaderno per scuola durante l’orario di lavoro. Rispettare rigorosamente la lista di cose da fare aiuta a gestire meglio i tempi e gli ambiti, e a viverli con più qualità.

Tenere traccia del tempo. Basta fare l’esperimento per una settimana, per esempio con un file excel con tutte le ore della giornata e usando due colori diversi per il tempo professionale e quello famigliare. in questo modo si ottengono 3 risultati: non si mischiano gli ambiti; ci si rende conto di quanto tempo si passa sia al lavoro che con i figli; si scoprono nuovi momenti di qualità nella giornata (per esempio l’ora al mattino dal risveglio all’uscita dei ragazzi per andare a scuola).

Guadagnare ore per il lavoro nel weekend. Se durante la settimana si dedicano ore ai figli durante il normale orario lavorativo (per esempio dalle 16:00 alle 18:00) si possono recuperare nel fine settimana (per esempio quando i ragazzi sono a una festa di compleanno degli amichetti), sempre osservando la logica dello split shift.

Non dimenticare se stesse. Sembra una contraddizione in termini e un incastro impossibile, eppure sempre tenendo traccia di come si spende il tempo settimanale possono (devono secondo la Vanderkam) saltar fuori dei momenti in cui ci si prende cura solo di se stesse: andando in palestra, facendo una passeggiata, dormendo o facendo un bel bagno rilassante.

E voi cosa ne pensate? È fattibile o è solo un miraggio di una vita impossibile?